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Tregua o non tregua, l’Ucraina parla alla difesa europea

12 October 2026 at 14:02

Volodymyr Zelensky

«È una buona notizia per tutti, ed è importante che diventi realtà». Zelensky ha commentato così ieri, con la consueta finezza diplomatica, l’annuncio unilaterale di Donald Trump di una tregua energetica tra Russia e Ucraina. Nelle stesse ore in cui Washington dichiarava l’accordo, Kyjiv denunciava nuovi attacchi alle infrastrutture energetiche, compresa una centrale nella regione di Kharkiv. La distanza tra un post su Truth e la corrente che torna nelle case resta ampia.

La discussione europea sulla difesa dovrebbe partire da qui. Da una sala operatoria che deve restare illuminata, da un acquedotto che continua a funzionare, dal riscaldamento di una scuola o dalle comunicazioni dei soccorritori. Sono le condizioni materiali della vita civile. Proteggerle è parte del compito di chi governa.

Ieri la newsletter GeoStrategia ha richiamato un documento pubblicato a settembre dalla Nato: i nuovi requisiti di preparazione degli Stati alle crisi. Il testo, tecnico, pone una questione semplice. Un paese deve poter continuare a funzionare anche quando qualcuno cerca di paralizzarlo. Servono reti elettriche in grado di resistere, trasporti disponibili, comunicazioni sicure e servizi sanitari capaci di reggere un’emergenza prolungata. La difesa militare dipende anche da queste capacità civili.

In più occasioni, negli ultimi mesi, l’Ucraina ha condiviso con la Nato e gli alleati le lezioni apprese sul campo: come mantenere operativi energia, comunicazioni, evacuazione medica e coordinamento locale sotto attacco. Non è un esercizio teorico. È un’esperienza pagata a un prezzo che nessun paese dovrebbe essere costretto a sostenere. Mentre in Europa si discute se e come sostenere Kyjiv, gli ucraini possono indicare come proteggere i propri cittadini.

Alla luce di questa esperienza, lo slogan «soldi agli ospedali anziché alle armi» appare insufficiente. Un ospedale ha bisogno di personale, attrezzature e risorse. Ma se una centrale viene colpita, se le comunicazioni saltano o se i soccorsi non possono muoversi, servono anche sistemi di emergenza, reti alternative e la capacità di ridurre la probabilità che il prossimo attacco arrivi a destinazione. Il diritto alla salute va finanziato e, allo stesso tempo, protetto.

Questo non rende automaticamente giustificata ogni spesa militare, né autorizza a definire sicurezza qualsiasi stanziamento. Impone invece scelte rigorose e verificabili. Quali infrastrutture sono più vulnerabili, non solo a missili e droni ma anche a sabotaggi, attacchi ibridi o interruzioni delle filiere? Quanto possono resistere gli ospedali a un blackout prolungato? Chi coordina le risposte? Quando i piani sono stati aggiornati e messi alla prova? Sono domande da rivolgere al governo, alle Regioni e ai gestori dei servizi. Anche le opposizioni dovrebbero pretenderle.

L’Europa può trasformare la lezione ucraina in una politica comune: proteggere insieme le reti critiche, organizzare riserve e soccorsi, rafforzare la difesa aerea e la capacità di risposta rapida, evitare che la vulnerabilità di un paese diventi quella dei vicini. È un programma concreto per un’Unione che intenda assumersi la responsabilità della propria sicurezza.

Zelensky chiede che una tregua annunciata diventi realtà. Agli europei tocca fare in modo che la protezione promessa ai cittadini diventi capacità effettiva. La pace si misura anche dalla possibilità di tenere acceso un ospedale quando qualcuno cerca di spegnerlo.

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I cortei che ignorano Hamas in realtà non vogliono la pace

12 October 2026 at 06:08

Giornata mondiale di sostegno alla Palestina, corteo e manifestazione di varie associazioni, sigle sindacali e studenti , per mantenere vivo l'interesse sulla guerra in medio oriente.Roma 10 ott 2026 (Benvenuti/Lapresse) World day of support in Palestine, courtship and demonstration of various associations, centuries-old syndacali and students, to keep alive the interest in the war in the Middle East. Rome 10 ott 2026 (Benvenuti/Lapresse)

Sabato scorso, in diverse città italiane, si sono svolte manifestazioni organizzate da sindacati e partiti della sinistra, con partecipazione di movimenti per la Palestina. I cortei hanno denunciato quello che definiscono «genocidio» israeliano a Gaza e indicato come «complici» i governi di Benjamin Netanyahu, Donald Trump e Giorgia Meloni. Con il passare del tempo, la memoria dell’attacco del 7 ottobre 2023, in cui Hamas ha ucciso circa milleduecento persone e rapito oltre duecentocinquanta, tende a sfumare nel discorso pubblico.

Esiste una soglia oltre la quale la solidarietà con i civili palestinesi può confondersi con la legittimazione di chi ha innescato la guerra o con la messa in discussione del diritto di Israele a esistere. A Torino una portavoce di un coordinamento per Gaza ha definito il 7 ottobre «giornata di resistenza»; a Milano il corteo è stato aperto da uno striscione per una Palestina «dal fiume al mare» accompagnato dalla condanna del sionismo. Definire «resistenza» un massacro di civili e ostaggi cambia il nome agli autori e cancella quello delle vittime. Chi invoca una Palestina dal fiume al mare dovrebbe precisare quale spazio residuo immagina per gli israeliani. Non tutti i manifestanti condividono queste posizioni; il silenzio di chi non le condivide pesa comunque.

In questo contesto è stato assegnato il Nobel per la pace 2026 a Navi Pillay, che ha presieduto la commissione d’inchiesta Onu secondo cui Israele ha commesso atti genocidi a Gaza. La sua lunga carriera a difesa dei diritti umani non viene cancellata da questa conclusione, ma una commissione d’inchiesta non è un tribunale e un premio non equivale a una sentenza. Le conclusioni vanno discusse nel merito: la critica al governo israeliano non autorizza a processare l’esistenza stessa di Israele.

Lo stesso vale per il documentario “Naza”, basato su testimonianze anonime di personale militare e di intelligence israeliano. L’esercito contesta i contenuti e la verificabilità delle fonti; alcuni oppositori di Netanyahu interpretano gli stessi sistemi di targeting come strumenti volti a ridurre, non ad aumentare, le vittime civili. Un film non costituisce prova processuale, e il termine «algoritmo» non equivale a una confessione.

Resta una domanda spesso elusa: quale responsabilità ha Hamas nella catastrofe di chi pretende di rappresentare? Il movimento governa Gaza da quasi vent’anni e ha utilizzato fondi di solidarietà per costruire una vasta rete di tunnel destinati alla guerra. Interrogato sul perché non fossero stati realizzati rifugi per i civili, Mousa Abu Marzouk ha risposto che i tunnel servono ai combattenti e che ai civili deve pensare l’Onu. Altri dirigenti, tra cui Yahya Sinwar, hanno descritto le vittime civili come un elemento di valore strategico. La logica è nota: combattere da case, scuole e ospedali e poi esibire macerie e morti come arma politica. Per Hamas la sofferenza dei civili non è solo un costo: è anche propaganda.

Le cifre che dominano il dibattito provengono dal ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, che non distingue tra civili e combattenti. Ripeterle senza riserve critiche non è necessariamente pietà: è accettazione di una fonte parte in causa. I palestinesi non sono tutti Hamas, così come i tedeschi degli anni Trenta non erano tutti nazisti. Per questo le colpe di Hamas non possono essere cancellate in nome dei palestinesi. Né il solo numero dei morti dimostra un genocidio: serve l’intenzione di distruggere un gruppo in quanto tale. È su questo punto che le conclusioni della commissione Onu vanno messe alla prova. Pretendere che Israele rispetti il diritto di guerra è legittimo; non lo è lasciare che chi usa gli scudi umani si presenti come loro unico difensore.

Chi chiede conto a Israele di ogni scelta e a Hamas di quasi nulla applica una morale selettiva. Chi chiama «resistenza» il 7 ottobre riabilita un massacro.

Infine, diversi governi europei hanno riconosciuto uno Stato palestinese che ancora oggi non è in grado di tenere elezioni programmate in Cisgiordania e denunciano la tragedia di Gaza all’arrivo dell’inverno. Una task force europea per portare soccorsi direttamente a Gaza resta assente. Il non detto è che Hamas non ha deposto le armi e che gli aiuti rischiano di finire nelle mani delle sue milizie. La pace richiede una Palestina libera anche da Hamas e un Israele che non debba negoziare il proprio diritto a esistere. Una piazza che non riesce a pronunciare entrambe le condizioni non ha ancora chiarito quale pace vuole.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Calenda e De Romanis hanno posto le basi di una nuova agenda economica riformista

9 October 2026 at 11:00

Ieri sulla Stampa sono usciti due interventi molto utili per uscire dal solito giro del pensiero biunico di destra e sinistra sull’economia. Nel primo Carlo Calenda ha posto un problema che il centro liberale e riformista non può eludere: la concentrazione della ricchezza e il rischio che il denaro determini, fino a sopprimerla, la democrazia. Su questo siamo nella stessa area, quella che si oppone ai populismi di destra e di sinistra senza rinunciare a nominare le questioni sociali. Proprio per questo vale la pena discutere la diagnosi con la serenità di chi lavora allo stesso progetto.

Il problema è reale. Il patrimonio si concentra, la rendita cresce più dei salari, il mercato elettrico mostra come regole mal disegnate possano produrre margini che nessuna concorrenza giustificherebbe. Ma parlare di fine del capitalismo, o evocare il 1929, mi sembra più di quanto i dati consentano. Oggi abbiamo banche centrali che conoscono gli errori del passato, stabilizzatori sociali, autorità di garanzia. Le crisi arriveranno, come sempre, ma sono sfide da governare, non sentenze di fine vita. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale: le rivoluzioni tecnologiche hanno spostato il lavoro più che cancellarlo, e l’IA può abbattere il costo di sanità, istruzione e servizi professionali, con un effetto redistributivo dal basso. Naturalmente ogni nuova epoca tecnologica presenta rischi e opportunità, con i suoi perdenti e vincenti.

Qualche giorno fa ho scritto che l’uso militare dell’intelligenza artificiale segna più di ogni altro evento il passaggio dal Novecento al nuovo secolo: a decidere degli equilibri mondiali sembrano destinati i capitali, non più le capitali. Ma “destinati” indica una prospettiva politica, non un destino fatale. Occorre frenare e riaggiustare gli strumenti. È compito dei governi democratici trovare le soluzioni. Innanzitutto porselo, come ha fatto Calenda.

Il quale è stato chiamato anche a pronunciarsi sulla patrimoniale, che è il filo rosso del serial economico avviato sulla Stampa da un intervento del magistrato-scrittore Gianrico Carofiglio. Calenda ha giustamente rinviato la questione al fantafuturo, cioè a quando la patrimoniale venisse decisa da una autorità europea che ancora non c’è. Le esperienze fino ad oggi tentate a livello nazionale non sono state fortunate e la stessa patrimoniale europea avrebbe, credo, la funzione di un cerotto su un arto amputato. La tassa patrimoniale produce pochi miliardi e una volta sola, se ci riesce: le vie di fuga sono innumerevoli.

La tassa patrimoniale non agisce alla radice, perché il problema non è la ricchezza ma la sua trasformazione in dittatura del denaro: il potere di comprare norme, regolatori, mercati. Una ricchezza che nasce dall’impresa e dal lavoro, e che non fa male a nessuno, è un bene collettivo. Il rimedio è moltiplicarla e distribuirla meglio, non punirla. Qui possiamo richiamarci a una tradizione che l’Italia ha già avuto. Gaetano Salvemini combatté i monopoli e il protezionismo che difendevano le rendite dei pochi a spese di tutti; Luigi Einaudi insegnò che il liberalismo è regole certe, concorrenza reale e un fisco che non ostacoli chi produce; Ernesto Rossi fece della proprietà diffusa e della lotta ai monopoli un obiettivo liberale. Marco Pannella portò quello spirito nella politica di massa, contro corporativismi e rendite di posizione. Il filo è lo stesso: il nemico non è la ricchezza, è il privilegio.

Veronica De Romanis, nell’altro intervento che voglio citare, ha messo a fuoco un’altra questione: il nemico pubblico del benessere è l’inflazione, che è una tassa patrimoniale di fatto, e colpisce anche dove non dovrebbe. Come del resto il “servizio del debito”, che è a carico delle generazioni presenti e future. Aumentare il debito pubblico per salvare il welfare state non è una soluzione, al contrario. De Romanis ha suggerito una diversa via: redistribuire la spesa che già c’è, spostandola da ciò che ha scarso impatto su crescita ed equità, e usare i risparmi per alleggerire il fisco su lavoro e impresa. I risparmi sì. Ma a quanto pare gli studi di Carlo Cottarelli, Tito Boeri o di Mario Baldassarri non sono più di attualità a destra e sinistra.

Ed ecco la necessità di un programma comune del centro, a partire dai punti che già lo uniscono. Un documento unitario sarebbe il miglior modo per avviare una campagna elettorale con ambizioni non di testimonianza ma di governo. (Esagerato? Esageratissimo, ma non è tempo di stabilità in nessuna area politica, lo vedremo nei prossimi mesi). La distinzione, in fondo, è tra chi vede la ricchezza come un problema da ridurre o da sfruttare, e chi la vede come una risorsa da moltiplicare e tenere lontana dal potere. Credo che il centro possa portare questa seconda visione, in un’offerta elettorale credibile e senza strizzate d’occhio.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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