La Francia ha perso il fronte repubblicano che per vent’anni ha fermato i Le Pen
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La buona notizia per la sinistra francese è che Raphaël Glucksmann ha vinto le primarie per le presidenziali col sessantasei per cento dei voti (Ségolène Royal ha riscosso un umiliante sette per cento), ma la cattiva notizia, che dice tutto sullo stato di salute della gauche francese, è che al voto hanno partecipato solo centoventimila elettori, mentre alle primarie del 2011 che designarono la candidatura di François Hollande parteciparono 2.844.000 elettori. Un declino netto, che lascia ben poche probabilità che sia lui a vincere, al secondo turno, la sfida della sinistra contro Marine Le Pen, perché i sondaggi gli attribuiscono solo tra l’undici e il quattordici per cento dei voti. Di conseguenza, sempre stando ai sondaggi, a contendersi invece l’accesso al ballottaggio con Marine Le Pen saranno Jean-Luc Mélenchon e il centrista Édouard Philippe, leader del partito Horizons, dal 2017 indispensabile alleato di Emmanuel Macron, entrambi accreditati oggi di percentuali comprese tra il quattordici e il diciannove per cento, con un sensibile vantaggio per il primo.
Non solo, sulla candidatura di Raphaël Glucksmann – che non è iscritto al Partito Socialista ed è a capo di un suo movimento, Place Publique – incombe anche la minaccia di una candidatura in solitaria di François Hollande al primo turno, in preda a una senile ambizione di rivincita dopo una presidenza tanto disastrosa da indurlo a non ricandidarsi nel 2017, caso unico nella storia delle presidenziali francesi, per un secondo mandato consecutivo.
Dunque, mentre Marine Le Pen si consolida largamente al primo turno con una cifra tra il trentuno e il trentacinque per cento dei voti previsti dai sondaggi, lo sfidante verrà scelto dall’esito del confronto tra il candidato dell’estrema sinistra e il candidato centrista. E qui si misura il peso decisivo della decisione difficilmente comprensibile di Emmanuel Macron di non designare un suo erede. Infatti, la tenzone al primo turno tra due suoi ex primi ministri, Édouard Philippe, appunto, e Gabriel Attal rischia di rivelarsi fatale e di favorire nettamente l’ipergauchista Jean-Luc Mélenchon. Attal, che è stato primo ministro per soli nove mesi nel 2024 e che è stato travolto dall’improvvida decisione di Macron di indire elezioni politiche anticipate dopo un disastroso voto popolare alle europee, è accreditato al primo turno solo tra il cinque e l’otto per cento dei voti. Ma sono tutti suffragi centristi tolti a Édouard Philippe, che è stato premier per tre anni e che, a seguito di questa concorrenza nella sua area, rischia appunto di essere superato da Jean-Luc Mélenchon. Invece, se Attal non avesse deciso per questa candidatura suicida, che alcuni sospettano essere solo funzionale, appunto, a “impallinare” Philippe, tutti i sondaggi indicano che la sfida al secondo turno all’estrema destra sarebbe condotta dal candidato centrista, che batterebbe nettamente il leader dell’estrema sinistra. Philippe avrebbe infatti non poche chances di contrastare la Le Pen, tanto che oggi, a sette mesi dal voto, viene sì dato come perdente dai sondaggi, ma con un margine risicato che va dal quarantasei addirittura al quarantanove per cento dei voti. Una distanza che potrebbe essere colmata da una buona campagna elettorale.
Dunque, a oggi, due sole sono le certezze sulle prossime presidenziali, oltre a quella di una più che possibile vittoria di una Marine Le Pen favorita da una frammentazione dei suoi avversari che ricorda e supera quella del Campo Largo nostrano. La prima certezza, notevole, è che si è dissolto il Front Républicain, quel voto e quella mobilitazione corale di tutto l’elettorato francese contro l’estrema destra che il 5 maggio 2002 portò Chirac all’82,21 per cento contro Jean-Marie Le Pen. Si è infatti dissolto negli anni quel fronte antilepenista che ha poi funzionato contro Marine Le Pen nelle presidenziali del 2017, in quelle del 2022 e anche nel secondo turno delle legislative anticipate del luglio 2024.
Duplice la ragione dello sbriciolamento di questo argine all’estrema destra. Innanzitutto, un deciso riposizionamento centrista e addirittura neogollista della Le Pen, che ha addirittura espulso suo padre dal Front National nel 2015, che ha cambiato nome al movimento, che ha preso nette posizioni filo israeliane, condannando nettamente l’antisemitismo non tanto sotto traccia di Jean-Marie Le Pen, che ha virato su una posizione antirussa e a favore dell’Ucraina — ma con aiuti a Kyjiv, anche militari, calibrati pesantemente sulle difficoltà economiche della Francia — e che, soprattutto, nel 2022 ha sconfessato quel referendum che ancora nel 2017 aveva proposto per uscire dall’euro e dall’Unione europea.
Oggi, abbandonata ogni ipotesi di Frexit, il suo Rassemblement National non parla assolutamente più di uscita dall’euro, propone una riforma delle regole di Bruxelles dall’interno, in difesa delle prerogative nazionali — innanzitutto contro la prevalenza del diritto europeo su quello nazionale e contro le regole del patto di stabilità — e si presenta all’elettorato con un programma economico moderato. È suo un progetto di taglio della spesa pubblica di centoquaranta miliardi nel quinquennio, finalizzato non solo a contrastare l’aumento del costo della vita — prima motivazione del voto popolare — ma anche a ottenere l’appoggio fondamentale dei poteri economici, con una diminuzione del debito pubblico al centododici per cento del Pil (Macron l’ha portato al centodiciannove per cento) e una diminuzione del deficit sotto il tre per cento (sotto la presidenza Macron ha sfondato il cinque per cento).
La seconda certezza sulle presidenziali è che la rivolta degli studenti, fortemente intrecciata con quella dei giovani di seconda e terza generazione delle banlieues, non avrà un sensibile sbocco politico sulle presidenziali. I pronostici per Jean-Luc Mélenchon non hanno infatti subito una variazione verso l’alto dopo l’ondata di manifestazioni giovanili e resta solo confermato un dato già presente nelle rilevazioni da mesi di un suo consenso pari al quaranta per cento dell’elettorato giovanile.
Anche in Francia si assiste così a un probabile, se non certo, passaggio del governo alla destra, stranamente ma nettamente favorito dall’incapacità del centro e della sinistra riformista di fare fronte comune sul piano politico e programmatico per contrastarlo.
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