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La Francia ha perso il fronte repubblicano che per vent’anni ha fermato i Le Pen

14 October 2026 at 03:45

French far-right leader Marine Le Pen greets the crowd at the end of her political meeting, Sunday, Sept. 13, 2026 in Henin-Beaumont, northern France. (AP Photo/Jean-Francois Badias)

La buona notizia per la sinistra francese è che Raphaël Glucksmann ha vinto le primarie per le presidenziali col sessantasei per cento dei voti (Ségolène Royal ha riscosso un umiliante sette per cento), ma la cattiva notizia, che dice tutto sullo stato di salute della gauche francese, è che al voto hanno partecipato solo centoventimila elettori, mentre alle primarie del 2011 che designarono la candidatura di François Hollande parteciparono 2.844.000 elettori. Un declino netto, che lascia ben poche probabilità che sia lui a vincere, al secondo turno, la sfida della sinistra contro Marine Le Pen, perché i sondaggi gli attribuiscono solo tra l’undici e il quattordici per cento dei voti. Di conseguenza, sempre stando ai sondaggi, a contendersi invece l’accesso al ballottaggio con Marine Le Pen saranno Jean-Luc Mélenchon e il centrista Édouard Philippe, leader del partito Horizons, dal 2017 indispensabile alleato di Emmanuel Macron, entrambi accreditati oggi di percentuali comprese tra il quattordici e il diciannove per cento, con un sensibile vantaggio per il primo.

Non solo, sulla candidatura di Raphaël Glucksmann – che non è iscritto al Partito Socialista ed è a capo di un suo movimento, Place Publique – incombe anche la minaccia di una candidatura in solitaria di François Hollande al primo turno, in preda a una senile ambizione di rivincita dopo una presidenza tanto disastrosa da indurlo a non ricandidarsi nel 2017, caso unico nella storia delle presidenziali francesi, per un secondo mandato consecutivo.

Dunque, mentre Marine Le Pen si consolida largamente al primo turno con una cifra tra il trentuno e il trentacinque per cento dei voti previsti dai sondaggi, lo sfidante verrà scelto dall’esito del confronto tra il candidato dell’estrema sinistra e il candidato centrista. E qui si misura il peso decisivo della decisione difficilmente comprensibile di Emmanuel Macron di non designare un suo erede. Infatti, la tenzone al primo turno tra due suoi ex primi ministri, Édouard Philippe, appunto, e Gabriel Attal rischia di rivelarsi fatale e di favorire nettamente l’ipergauchista Jean-Luc Mélenchon. Attal, che è stato primo ministro per soli nove mesi nel 2024 e che è stato travolto dall’improvvida decisione di Macron di indire elezioni politiche anticipate dopo un disastroso voto popolare alle europee, è accreditato al primo turno solo tra il cinque e l’otto per cento dei voti. Ma sono tutti suffragi centristi tolti a Édouard Philippe, che è stato premier per tre anni e che, a seguito di questa concorrenza nella sua area, rischia appunto di essere superato da Jean-Luc Mélenchon. Invece, se Attal non avesse deciso per questa candidatura suicida, che alcuni sospettano essere solo funzionale, appunto, a “impallinare” Philippe, tutti i sondaggi indicano che la sfida al secondo turno all’estrema destra sarebbe condotta dal candidato centrista, che batterebbe nettamente il leader dell’estrema sinistra. Philippe avrebbe infatti non poche chances di contrastare la Le Pen, tanto che oggi, a sette mesi dal voto, viene sì dato come perdente dai sondaggi, ma con un margine risicato che va dal quarantasei addirittura al quarantanove per cento dei voti. Una distanza che potrebbe essere colmata da una buona campagna elettorale.

Dunque, a oggi, due sole sono le certezze sulle prossime presidenziali, oltre a quella di una più che possibile vittoria di una Marine Le Pen favorita da una frammentazione dei suoi avversari che ricorda e supera quella del Campo Largo nostrano. La prima certezza, notevole, è che si è dissolto il Front Républicain, quel voto e quella mobilitazione corale di tutto l’elettorato francese contro l’estrema destra che il 5 maggio 2002 portò Chirac all’82,21 per cento contro Jean-Marie Le Pen. Si è infatti dissolto negli anni quel fronte antilepenista che ha poi funzionato contro Marine Le Pen nelle presidenziali del 2017, in quelle del 2022 e anche nel secondo turno delle legislative anticipate del luglio 2024.

Duplice la ragione dello sbriciolamento di questo argine all’estrema destra. Innanzitutto, un deciso riposizionamento centrista e addirittura neogollista della Le Pen, che ha addirittura espulso suo padre dal Front National nel 2015, che ha cambiato nome al movimento, che ha preso nette posizioni filo israeliane, condannando nettamente l’antisemitismo non tanto sotto traccia di Jean-Marie Le Pen, che ha virato su una posizione antirussa e a favore dell’Ucraina — ma con aiuti a Kyjiv, anche militari, calibrati pesantemente sulle difficoltà economiche della Francia — e che, soprattutto, nel 2022 ha sconfessato quel referendum che ancora nel 2017 aveva proposto per uscire dall’euro e dall’Unione europea.

Oggi, abbandonata ogni ipotesi di Frexit, il suo Rassemblement National non parla assolutamente più di uscita dall’euro, propone una riforma delle regole di Bruxelles dall’interno, in difesa delle prerogative nazionali — innanzitutto contro la prevalenza del diritto europeo su quello nazionale e contro le regole del patto di stabilità — e si presenta all’elettorato con un programma economico moderato. È suo un progetto di taglio della spesa pubblica di centoquaranta miliardi nel quinquennio, finalizzato non solo a contrastare l’aumento del costo della vita — prima motivazione del voto popolare — ma anche a ottenere l’appoggio fondamentale dei poteri economici, con una diminuzione del debito pubblico al centododici per cento del Pil (Macron l’ha portato al centodiciannove per cento) e una diminuzione del deficit sotto il tre per cento (sotto la presidenza Macron ha sfondato il cinque per cento).

La seconda certezza sulle presidenziali è che la rivolta degli studenti, fortemente intrecciata con quella dei giovani di seconda e terza generazione delle banlieues, non avrà un sensibile sbocco politico sulle presidenziali. I pronostici per Jean-Luc Mélenchon non hanno infatti subito una variazione verso l’alto dopo l’ondata di manifestazioni giovanili e resta solo confermato un dato già presente nelle rilevazioni da mesi di un suo consenso pari al quaranta per cento dell’elettorato giovanile.

Anche in Francia si assiste così a un probabile, se non certo, passaggio del governo alla destra, stranamente ma nettamente favorito dall’incapacità del centro e della sinistra riformista di fare fronte comune sul piano politico e programmatico per contrastarlo.

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Glucksmann vuole riunire la sinistra francese senza passare da Mélenchon

12 October 2026 at 03:45

Candidate in the left-wing primary Raphael Glucksmann waits before a TV debate organized by BFM in Paris, Sunday, Oct. 4, 2026. (AP Photo/Thomas Padilla)

Raphaël Glucksmann ha vinto al primo turno le primarie della sinistra socialdemocratica francese, diventando il candidato sostenuto dal Partito socialista e dai suoi alleati alle presidenziali del 2027. Il fondatore di Place Publique ha ottenuto il 66,13 per cento dei voti, staccando nettamente il segretario socialista Olivier Faure, fermo al 14,48 per cento. Terza Ségolène Royal, candidata socialista alle presidenziali del 2007, con il 7,62 per cento. Gli altri due candidati, Emmanuel Maurel e Jérôme Guedj, hanno raccolto poco meno del sei per cento ciascuno. Alla consultazione hanno partecipato oltre centoventimila elettori.

«Questa sera abbiamo vinto insieme queste primarie. Questo risultato dice qualcosa di forte: una sinistra fedele ai propri valori può unirsi, governare e vincere. Può parlare di giustizia, ambiente e Repubblica senza rinunciare a nulla», ha scritto Glucksmann su X. Nel discorso della vittoria a Parigi, l’eurodeputato ha promesso di essere «il candidato della sinistra democratica (…) capace di battere l’estrema destra». Faure ha riconosciuto il risultato e invitato la sinistra a fare fronte comune: «Abbiamo un candidato, ora dobbiamo costruire insieme uno spirito di vittoria». Royal, delusa dal proprio piazzamento, ha assicurato che sosterrà il vincitore.

La sfida di Glucksmann, scrive Le Monde, è riunire il centrosinistra senza consegnarne la guida a Jean-Luc Mélenchon, il leader di La France insoumise, escluso dalle primarie. L’obiettivo è costruire un’alternativa tanto alla sinistra radicale quanto al Rassemblement National di Marine Le Pen, da tempo in testa nei sondaggi. Glucksmann vuole inoltre presentarsi come una terza via rispetto al macronismo, in una competizione in cui il centrodestra e l’estrema destra stanno già lavorando alle proprie candidature. «Non siamo qui per vincere una disputa a sinistra. Siamo qui per vincere le elezioni presidenziali: voltare pagina rispetto al macronismo, fermare l’estrema destra e cambiare la vita», ha dichiarato.

Quarantasei anni, europarlamentare dal 2019, Glucksmann ha già guidato la campagna dei socialisti alle elezioni europee del 2024, quando la lista alleata di Place Publique raggiunse il 13,8 per cento, arrivando terza. La sua linea è europeista e favorevole al sostegno all’Ucraina, oltre che attenta alle politiche ambientali. La vittoria alle primarie gli consegna ora una candidatura forte dentro l’area socialdemocratica, ma non risolve il problema della frammentazione della sinistra francese. La partecipazione al voto e la disponibilità degli altri partiti a convergere saranno decisive per capire se il risultato interno potrà trasformarsi in un’alternativa competitiva alle presidenziali del 2027.

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