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Vi spiego cosa vuole Trump dalla Russia (e da Zelensky). Conversazione con Savino

13 October 2026 at 16:45

Una tregua proclamata da un soggetto terzo e ignorata dai due belligeranti, un’intesa petrolifera con il Cremlino che scavalca Kyiv e Bruxelles, la richiesta di elezioni presidenziali in un Paese in guerra e in parte occupato. La diplomazia di Trump sul conflitto in Ucraina appare sempre più personalistica e guidata dall’agenda interna, a partire dalle elezioni di midterm e da una guerra con l’Iran che non sta andando come previsto. Fomiche.net ne ha parlato con Giovanni Savino, docente presso l’Università Federico II di Napoli ed esperto di Russia, che legge le mosse della Casa Bianca tra calcoli elettorali, rancori personali e una Russia che non arretra.

Trump ha annunciato una tregua energetica, ma la notte stessa la Russia ha continuato a colpire le infrastrutture ucraine. Oggi Trump insiste che la tregua c’è. Possiamo davvero aspettarcela?

Va detto che anche l’Ucraina continua a colpire obiettivi energetici russi, quindi siamo di fronte a una tregua che esiste soltanto nella mente di Donald Trump. Con ogni probabilità il presidente statunitense ha annunciato qualcosa che rientrava tra le proposte che Witkoff e Kushner avrebbero dovuto portare ai colloqui con Mosca. Quei colloqui, però, non ci sono stati, e anzi il viaggio in Russia previsto nei giorni scorsi è stato rinviato. Il risultato è una tregua che non è una tregua, perché nessuna delle due parti l’ha accettata e nessuna ne ha nemmeno parlato. L’unica indicazione è arrivata da Kyiv, ed è che semplicemente non ne erano stati informati. Cosa aspettarsi, quindi, è difficile da dire, proprio perché la tregua è stata proclamata da un soggetto terzo, cioè il presidente degli Stati Uniti. Certo, un terzo non da poco, ma pur sempre estraneo ai due contendenti. D’altra parte Trump ci ha già abituati a questo genere di annunci, come quando nei mesi scorsi ha dichiarato di aver “sbloccato” lo Stretto di Hormuz. Una tregua che non è una tregua, insomma, non sorprende più di tanto.

Nelle stesse ore Trump ha raggiunto un accordo con Putin sull’importazione di petrolio russo. È una “coltellata alle spalle” del fronte occidentale?

Questo elemento c’è senz’altro, anche perché l’Europa continua a non essere pervenuta. Adotta un pacchetto di sanzioni dopo l’altro, ma nessuno sembra in grado di fermare l’escalation russa di queste settimane, che si gioca meno sul terreno e più nella dimensione aerea. L’accordo raggiunto da Trump ha un valore più politico che economico. Nell’immediato si parla di 300-700 mila barili di diesel, una quantità minima rispetto ai consumi statunitensi e mondiali, e complessivamente di 7 milioni di barili, cioè l’equivalente di due giorni di consumo globale. Il significato politico, invece, è proprio quello che lei sottolineava. Da un lato c’è il tentativo di trovare un’intesa con Putin scavalcando Kyiv, per non parlare dell’Europa, su cui c’è poco da dire. Dall’altro c’è la volontà di arrivare alle elezioni di midterm con qualcosa in mano, visto che la guerra con l’Iran non è finita e non sta andando come previsto. Nei calcoli di Trump, un accordo con Putin potrebbe far scendere i prezzi del diesel, non tanto per i volumi messi sul mercato dalla Russia quanto per l’effetto che avrebbe sulle aspettative, e aiutarlo così a ottenere un buon risultato alle urne. Vedremo.

Intanto Trump è tornato ad attaccare Zelensky, accusandolo di bloccare i negoziati e chiedendo nuove elezioni. Zelensky ha risposto che si potranno fare se Putin concederà una tregua di 60 giorni. Come giudica questo scambio?

Trump ce l’ha con Zelensky da molto tempo, ben prima del suo ritorno alla Casa Bianca. Tutto risale a quando cercò di coinvolgere l’Ucraina nello scandalo sugli affari a Kyiv di Hunter Biden, figlio dell’allora candidato e poi presidente Joe Biden, chiedendo a Zelensky una serie di cose che il presidente ucraino si rifiutò di concedergli. Non mi piace fare psicologismo, ma abbiamo visto che Trump è un personaggio piuttosto vendicativo, e questa inimicizia si è manifestata molte volte. Non stupisce, quindi, che di tanto in tanto si ripetano scenate di questo tipo. Sulla tregua, è vero che Mosca ha continuato a porre condizioni difficilmente accettabili anche per gli americani, e persino per Trump, che pure si è mostrato più volte disposto ad ascoltare le ragioni del Cremlino. Allo stesso tempo, però, in una parte dell’establishment ucraino, come in quello europeo, l’idea di trattare con la Russia resta legata alla convinzione che l’Ucraina stia vincendo la guerra. Non è così, il che non significa che la stia vincendo o stravincendo la Russia, quello a cui assistiamo da anni è uno stallo sanguinoso.

Quanto alle elezioni presidenziali, come valuta la cosa?

La richiesta mi sembra quantomeno complicata. Il Paese è in guerra, e anche con 60 giorni di tregua bisognerebbe organizzare un voto decidendo innanzitutto dove si vota. I russi occupano territori che rivendicano, ma anche aree che non rivendicano, come alcune zone delle regioni di Sumy e Kharkiv. Poi c’è la questione di chi vota e dove votano gli ucraini all’estero. Prima della guerra si stimava che circa un milione e mezzo di ucraini vivessero come rifugiati in Russia: voterebbero anche loro? E quelli che si trovano in Europa? Bisognerebbe poi costruire una rete di osservatori internazionali, e se il diritto di voto venisse esteso ai rifugiati in Russia, resterebbe da capire se sarebbe possibile garantire osservatori indipendenti anche lì. Le domande sono moltissime, e personalmente trovo piuttosto lunare porre il tema di nuove presidenziali in un Paese in guerra, in parte occupato e con un numero enorme di cittadini che vivono fuori dai confini nazionali.

Nella preferenza di Trump per Putin c’è il bisogno di trattare con un pari, un po’ come Putin, che scavalca Europa e Ucraina per parlare solo con Washington?

Sicuramente Trump vuole trattare da pari a pari con chi riconosce come suo pari. Anche qui siamo nel campo della psicologia spicciola, ma è evidente che si trova più a suo agio con Xi Jinping, Vladimir Putin o Narendra Modi che con Ursula von der Leyen o con la povera Giorgia Meloni. C’è quindi l’idea della grande potenza che privilegia il rapporto con altre potenze che, se non sono alla pari, quantomeno contano a livello internazionale. Allo stesso tempo, però, vediamo come tutta una serie di rappresentazioni, dall’Ucraina proxy degli Stati Uniti alla Russia proxy della Cina, siano saltate fin da subito, anche se soprattutto in Italia si fatica a riconoscerlo. Se l’Ucraina fosse un proxy di Washington, oggi staremmo discutendo di chi è pronto a sedersi al tavolo con Mosca. E se la Russia fosse un proxy della Cina, o fosse sensibile al fascino di Trump, che per anni ci è stato descritto come una sorta di emanazione del Cremlino alla Casa Bianca, non si capirebbe perché non accetti un’offerta forse poco generosa sul piano economico ma importante su quello politico. Quest’anno le sanzioni sono state allentate per ben due volte, in primavera con l’attacco all’Iran e ora con l’accordo con Trump. Eppure Mosca non arretra di un millimetro e continua a ritenere che la guerra debba andare avanti.

Meloni presidia la scena. A sinistra? Potrebbe svoltare Calabresi. Parla Piepoli

13 October 2026 at 16:29

Tutto tranquillo. Allineati e coperti: incassato il risultato della legge elettorale il governo prosegue senza scossoni. Nella fotografia scattata da Nicola Piepoli, fondatore di Piepoli Sondaggi, la politica italiana sembra procedere senza grossi traumi: la maggioranza conserva la propria solidità, Giorgia Meloni presidia il centro della scena e il centrosinistra continua a cercare una sintesi che, almeno per ora, resta soprattutto formale. È questa la prima impressione del sondaggista, che legge nel voto sulla legge elettorale un passaggio capace di rafforzare la percezione di continuità dell’esecutivo. Come se, sul piano politico, non fosse successo nulla di particolarmente rilevante. La premier, del resto, sa come trasformare la presenza in consenso. Lo ha dimostrato anche all’assemblea di Assolombarda, dove ha raccolto applausi e si è mossa con la sicurezza di chi sente di avere il controllo della scena. Sul fronte opposto, invece, Giuseppe Conte ed Elly Schlein devono fare i conti con rivalità che rischiano di indebolire qualsiasi tentativo di costruire un’alternativa. In mezzo c’è Roberto Vannacci, che ha sottratto consensi al centrodestra ma, secondo Piepoli, difficilmente potrà trasformare la propria presenza in un fenomeno politico paragonabile agli esordi del Movimento 5 Stelle. Anche perché l’elettore, oggi, sembra più interessato a difendere ciò che possiede che a inseguire nuove avventure. Eppure, tra gli equilibri ancora da definire, c’è una variabile che potrebbe sorprendere: Milano, dove Mario Calabresi potrebbe offrire al centrosinistra un’occasione inattesa.

Piepoli, partiamo dalla legge elettorale. L’impressione è che il governo consideri il passaggio parlamentare una conferma della propria forza. È così?

L’impressione è proprio questa: il governo pensa che non sia accaduto nulla, se non la normale amministrazione, che anzi lo ha rafforzato con l’approvazione della legge elettorale. C’è una rappresentazione di continuità, di un sistema che tiene e che non sembra attraversato da particolari scosse. Naturalmente, la situazione mondiale è un’altra cosa e presenta complessità evidenti. Ma nell’immagine che l’Italia offre di sé, al momento, sembra essere tutto in ordine.

Anche la recente uscita di Giorgia Meloni all’assemblea di Assolombarda ha restituito l’immagine di una premier in pieno controllo della scena. Lei che ha assistito direttamente, che impressione ha avuto?

Meloni ha fatto un bello show. Si è presentata come la padrona dell’Italia e, in quel contesto, aveva le condizioni per farlo. Era a proprio agio, ha raccolto applausi quasi in continuazione. È una grande comunicatrice, sa occupare lo spazio e trasmettere un senso di leadership. Questo, in politica, è un vantaggio competitivo considerevole.

Dunque il centrodestra è in salute?

Nel complesso sì. C’è una perdita di voti, in parte drenati da Vannacci, ma non vedo al momento le condizioni perché questo fenomeno possa crescere ulteriormente. La sua forza appare oscillante verso il basso. Potrebbe restare un partito laterale, capace di conservare uno spazio, ma senza diventare il protagonista di una nuova stagione politica.

Perché esclude che Vannacci possa replicare l’effetto dirompente del Movimento 5 Stelle agli esordi?

Perché manca l’elemento dell’incognito. Quando Beppe Grillo lanciò il Movimento 5 Stelle, c’era qualcosa di radicalmente nuovo, una proposta che intercettava una domanda politica ancora in larga parte inespressa. Oggi quell’effetto non c’è. Vannacci è già riconoscibile e non rappresenta una sorpresa per l’opinione pubblica. Inoltre, il clima sociale è cambiato.

In che senso?

La mentalità generale è difensiva. Le persone sono preoccupate dall’inflazione, dal valore dei propri beni, dalla necessità di proteggere ciò che hanno. In un’atmosfera di questo genere, chi propone una postura offensiva fatica a fare strada. L’elettore, in questa fase, sembra più interessato alla sicurezza delle proprie condizioni che alla prospettiva di una rottura.

Passiamo al centrosinistra. Il tentativo di costruire un’alternativa al governo procede tra incontri, aperture e discussioni sul programma. Quanto può essere competitivo?

Il centrosinistra sta cercando di unirsi con una certa esasperazione. Ma anche se dovesse riuscirci formalmente, qualche voto potrebbe comunque scappare. L’unità politica non produce automaticamente unità elettorale. E poi c’è una questione più generale: a sinistra è difficile fare previsioni perché tutti sembrano avere una storia passata, ma non ancora una storia futura.

È un giudizio che investe direttamente Elly Schlein e Giuseppe Conte?

Certamente. Se vogliono essere competitivi devono uscire dall’invidia reciproca. La competizione tra loro rischia di diventare un ostacolo alla costruzione di un’alternativa credibile. Il problema non è soltanto trovare un accordo, ma superare la rivalità per stabilire chi debba guidare il campo progressista. Finché questa questione rimarrà irrisolta, il centrodestra continuerà ad avere un vantaggio.

La presenza di una leadership riconoscibile come quella di Meloni rende ancora più evidente il problema?

Sì. A destra c’è un cervello pensante, Giorgia Meloni, che riesce a dare una direzione alla coalizione. A sinistra, invece, la ricerca di una sintesi rischia di trasformarsi in una competizione permanente. Per essere competitivi non basta avere i numeri: bisogna riuscire a trasformarli in una proposta politica riconoscibile.

Lei ha evocato la possibilità che Calabresi rappresenti una sorpresa a Milano. Perché proprio lì?

Potrebbe essere una buona sorpresa per il centrosinistra. È una variabile da considerare, perché potrebbe contribuire a modificare gli equilibri e, forse, aiutare anche a superare alcune rivalità interne. Non dico che risolverebbe automaticamente il problema del rapporto tra Conte e Schlein, ma potrebbe introdurre un elemento nuovo in una discussione che rischia di restare prigioniera dei suoi protagonisti abituali.

Resta il tema del centrodestra e della sua capacità di tenere insieme sensibilità differenti. L’accordo elettorale della coalizione è scontato?

Non lo si può dire oggi. Dipenderà anche da come andranno i sondaggi e da quale sarà la convenienza dei diversi partecipanti. La tipologia delle forze in campo rende la questione tutt’altro che automatica. Le alleanze si costruiscono anche sulla base dei rapporti di forza e delle prospettive di ciascuno.

Se dovesse indicare, in definitiva, il principale vantaggio del centrodestra e il limite più evidente del centrosinistra, quale sarebbe?

Il centrodestra dispone di una leadership forte e riconoscibile, capace di comunicare e di mantenere una direzione. Il centrosinistra, invece, deve ancora trovare una prospettiva comune. C’è una frase di Andreotti che rimane immortale: il potere logora chi non ce l’ha. È una battuta, ma contiene anche un’indicazione politica: stare all’opposizione non basta per diventare un’alternativa. Bisogna dimostrare di sapere dove si vuole andare.

Stop all’Ets e acquisti di energia centralizzati. La via europea per sopravvivere a Hormuz secondo Sommella

13 October 2026 at 13:01
ROBERTO SOMMELLA GIORNALISTA

Quando si vive in uno spazio comune, è facile prendersi un raffreddore. E qualcuno, in Europa, il raffreddore ce l’ha: la Francia, un tempo invincibile e dispensatrice di buone politiche insieme alla Germania, oggi decisamente malconcia. Viene da chiedersi, dunque, se l’Italia alle prese con l’ultima manovra del governo Meloni e travolta, come del resto un po’ tutti nel Vecchio continente, rischi di beccarsi qualche bacillo. Formiche.net lo ha chiesto a Roberto Sommella, giornalista, saggista e direttore di MF-Milano Finanza. “L’incendio francese per ora è in piazza”, spiega Sommella, “per le proteste degli studenti. Sui mercati è cresciuto però il rischio Parigi che ci deve far ricordare una cosa: quando sei nell’euro nessuno è immune dal contagio e la crescita dello spread e degli interessi sul debito francese lo dimostra. Noi italiani dovremmo stare al riparo da questo virus, a patto di tagliare il debito e abbassare le tasse per la crescita”.

Eppure, se non si ha proprio la memoria corta, ci si dovrebbe ricordare di quanto l’Italia sia stata massacrata da Bruxelles solo per l’aver sforato il deficit di qualche decimale. Mentre invece Parigi, che oggi viaggia abbondantemente sopra il 5%, è sempre stata trattata con un occhio di riguardo. Ed è lo stesso Sommella a spiegare questo paradosso. “È così, per un motivo molto semplice, le regole sul deficit al 3% le hanno fatte i francesi con la complicità dei tedeschi”. Fin qui il capitolo mercato.

L’altro focolaio è l’energia. Chi importa petrolio e gas, come l’Italia, oltre a rischiare di rimanere a secco di materia prima, sta sperimentando pericolosi aumenti in bolletta. E allora, che fare? “Lo shock energetico che va dall’Ucraina a Hormuz ha solo una possibile risposta che è quella europea: meno tasse sulle emissioni inquinanti, meno Ets, più acquisti centrali di energia ma a condizioni di mercato”, spiega Sommella, facendo sua la proposta dello stesso governo Meloni per un azzeramento, o qualcosa di molto simile, del meccanismo Ets che tassa il carbone.

La discussione si chiude poi sulla necessità per l’Europa di rimanere al passo di Cina e Stati Uniti, investendo decine di miliardi in tecnologia, transizione e Intelligenza Artificiale. In una parola, competitività. Ma come fare a generare quei denari utili alla causa? “Rilanciando l’industria europea. Con il New Green Deal abbiamo fatto regole con cui si vendono in Europa auto cinesi e non europee, ditemi se ha un senso”. E sulla manovra, dalla coperta ancora corta, nulla di nuovo sotto il sole. “Finché avremo 3 mila miliardi di debito e cento miliardi l’anno di evasione fiscale non avremo alternative, con nessun governo di qualsiasi colore politico”.

Se Trump sgancia gli Usa dalla sicurezza europea. Il monito di Camporini

12 October 2026 at 16:33

Degli Stati Uniti bisogna fidarsi, ma con prudenza. Ne è convinto il generale Vincenzo Camporini, alla luce delle parole di Trump su Zelensky, dell’accordo sul diesel Casa Bianca-Mosca e dell’attacco all’Arabia Saudita portato dagli Houthi. “Se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini”, dice a proposito della Nato.

Trump ha accusato Zelensky di non voler raggiungere un accordo per porre fine alla guerra e di creare problemi al mondo con gli attacchi alle raffinerie russe suggerendo a Kiev di trovare un nuovo leader in grado di raggiungerlo. Queste parole come cambiano lo scenario nell’immediato e soprattutto in un eventuale ormai difficile tavolo diplomatico?

Diciamo che è un distacco ormai formale della politica estera americana da quello che accade in Europa e in Ucraina, quindi dobbiamo prendere atto che a questo punto l’interesse di Trump per la politica europea e per la sicurezza in Europa non è più rilevante. C’è un fatto che io credo sia abbastanza significativo, ovvero le imminenti elezioni di midterm che secondo me stanno scatenando il panico alla Casa Bianca.

In che senso?

Indubbiamente i risultati che si possono prevedere sono molto negativi per i repubblicani e a questo punto bisogna incolpare qualcuno di quello che dispiace all’elettorato americano, come l’aumento del costo dei carburanti. Per cui l’ideale è scaricare la colpa non su chi ha creato il conflitto con l’Iran, ma su chi neutralizza le capacità di raffinazione da parte russa che, come tutto il mondo sa, non essere assolutamente determinante per questo aspetto, ma che lui può far passare come la causa di tutti i mali. Quindi a questo punto lascia Ucraina ed Europa al loro destino.

Per quanto tempo ancora la Nato potrà far finta di nulla?

Abbiamo qualche motivo di seria preoccupazione. C’è in generale una volontà di salvaguardare il principio della solidarietà transatlantica: io stesso faccio parte di un gruppo di lavoro con altri colleghi di altri Paesi per cercare di trovare il modo di attenuare l’attuale situazione. Ma è chiaro che in questo momento se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini.

L’accordo sul diesel tra Trump e Putin che scenari apre anche in seno all’Europa?

Premetto che l’accordo dal punto di vista quantitativo è irrisorio, visto che stiamo parlando del fabbisogno di un paio di giorni del mercato americano quindi nulla che possa significativamente influire sul prezzo del gasolio. Ma dal punto di vista dello scenario europeo, è chiaro che ci sarà qualcuno che avrà la tentazione di usarlo: purtroppo vi sono ambienti che apertamente nutrono simpatie per la posizione di Mosca e che cercheranno di sollecitare un allineamento con il governo americano. In alcuni Paesi questo non ha nessuna possibilità di riuscire ma in altri, come l’Italia, temo di sì perché è particolarmente permeabile alla propaganda di Mosca e certamente qualche voce si leverà in tal senso.

In generale oggi l’Europa è autosufficiente dal punto di vista della difesa?

No, oggi l’Europa non è autosufficiente per una serie di capacità specifiche e non certo dal punto di vista delle forze perché le forze europee sono abbastanza adeguatamente numerose e con equipaggiamenti di ottima qualità. Ma ci sono alcune capacità nel campo delle intelligence, della sorveglianza del territorio, delle comunicazioni, della trasmissione dati, della sorveglianza satellitare e della difesa antimissile che oggettivamente gli europei non hanno mai sviluppato. Se vorranno essere autonomi e avere voce in capitolo sulla scena internazionale dovranno sviluppare nell’immediato futuro, anche se sono cose che non si costruiscono dall’oggi al domani ma richiedono anni.

Secondo la sua opinione l’attacco degli Houthi all’Arabia Saudita ci dice anche che l’ombrello americano non è così esteso come immaginavamo?

Mah, è un ombrello molto randomico, nel senso che gli Stati Uniti hanno un accordo di collaborazione militare con l’Arabia Saudita. Evidentemente la cosa è considerata irrilevante dal punto di vista dell’azione quindi l’attacco è un’ulteriore dimostrazione che degli Stati Uniti bisogna fidarsi ma con molta prudenza.

Casini chiude un’epoca. Ecco cosa mancherà alla politica secondo Cesa

12 October 2026 at 15:05

Ci sono addii che assomigliano più a un passaggio di testimone che a una resa. Dopo quasi 45 anni trascorsi in Parlamento, Pier Ferdinando Casini ha deciso di non ricandidarsi, chiudendo una stagione politica che attraversa la Prima Repubblica, la fine della Democrazia cristiana, il bipolarismo e le trasformazioni più recenti del sistema politico italiano. Una scelta maturata con serenità, senza strappi né retroscena particolari, ma che inevitabilmente riapre una domanda: che cosa perde la politica italiana quando esce di scena uno dei suoi protagonisti più longevi? Per Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc e amico di Casini fin dagli anni della Democrazia cristiana giovanile, il Parlamento perde un pezzo da novanta. Ma il congedo dalle Camere non significa necessariamente la parola fine. Anche perché, osserva Cesa, il prestigio istituzionale dell’ex presidente della Camera lascia ancora aperti scenari importanti. Compreso, un domani, quello del Quirinale.

Lorenzo Cesa, Casini ha annunciato che non si ricandiderà in Parlamento dopo 44 anni. Quando ha maturato questa decisione?

Ne avevamo parlato qualche tempo fa. Poi, due domeniche fa, mi ha telefonato e abbiamo avuto una lunga conversazione. L’ho trovato molto tranquillo e sereno. È una scelta che ha maturato con grande consapevolezza, dopo una vita trascorsa nelle istituzioni. Il prossimo anno saranno 45 anni di attività parlamentare: se si vive questo impegno con la serietà e il senso di responsabilità con cui lo ha vissuto Pier Ferdinando, è inevitabile che, a un certo punto, si senta anche il peso di un percorso così lungo.

C’è anche una ragione politica? Il Parlamento di oggi è molto diverso da quello in cui Casini ha cominciato.

Certamente, il Parlamento è cambiato profondamente rispetto a quello di una volta. Ma non credo che la sua decisione sia riconducibile soltanto a questo. Pier ha attraversato stagioni politiche completamente diverse, ha saputo misurarsi con trasformazioni enormi e compiere scelte difficili nei momenti più delicati. Lo ha fatto mantenendo una grande coerenza e una notevole linearità. Oggi, semplicemente, sente di poter dedicare il proprio tempo anche ad altro. È una decisione personale, che va rispettata.

Che cosa rappresenta, allora, il suo passo indietro per la politica italiana?

Il Parlamento perde un pezzo da novanta. Casini non è soltanto un parlamentare di lunghissimo corso: è una figura che ha attraversato la storia repubblicana senza smarrire il proprio profilo istituzionale. Ha conosciuto la stagione della Democrazia cristiana, la fine dei partiti tradizionali, la nascita del bipolarismo e le successive trasformazioni. In tutti questi passaggi ha dimostrato di saper assumere responsabilità e di non sottrarsi alle decisioni difficili. È un patrimonio di esperienza che non si improvvisa e che, inevitabilmente, mancherà alle istituzioni.

La vostra amicizia nasce proprio negli anni della Dc giovanile. Che cosa ricorda di quel periodo?

Ci siamo conosciuti da ragazzi, durante un’esperienza della Fondazione Adenauer a Berlino. Fanfani nominò Pier vicecommissario del movimento giovanile della Democrazia cristiana e da lì nacque un rapporto che si è trasformato in una grande amicizia. Quando lui arrivò a Roma, il legame si consolidò ulteriormente. Abbiamo condiviso battaglie politiche, momenti difficili e passaggi fondamentali della nostra storia personale. Pier, tra l’altro, è stato il mio testimone di nozze.

Essere democristiani, da giovani, significava anche andare controcorrente?

Soprattutto in certi ambienti. Essere democristiani al liceo, a Bologna, o all’università non era affatto semplice. Noi rappresentavamo l’area più moderata della Dc giovanile e qualcuno avrebbe voluto tenerci ai margini. Insieme ad altri, tra cui Dario Franceschini, conducemmo una battaglia per entrare nel Consiglio nazionale. Fu una stagione di confronto politico autentico, nella quale le differenze si misuravano attraverso le idee e la capacità di costruire una linea. Pier divenne poi vicesegretario nazionale, mentre Marco Follini assunse la presidenza. Erano anni di formazione politica e umana che ci hanno segnato profondamente.

Avete vissuto insieme anche la stagione drammatica del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Che cosa vi ha lasciato quell’esperienza?

Fu un momento terribile. Eravamo giovani, ma ci trovammo davanti a una delle crisi più drammatiche della storia della Repubblica. Ricordo ancora quando esponenti comunisti, liberali e repubblicani vennero a portarci la loro solidarietà in via Arenula, dove aveva sede il movimento giovanile della Dc. Al di là delle divisioni politiche, in quelle ore si percepiva la consapevolezza di essere davanti a una ferita che riguardava l’intero Paese. Esperienze come quella ti insegnano che la politica non è soltanto competizione: è anche responsabilità verso le istituzioni e la comunità nazionale.

Casini, nella sua carriera, è arrivato a un passo dal Quirinale. La mancata elezione al Colle resta una pagina aperta?

Pier arrivò vicinissimo al Quirinale, anche se fu lui stesso, in quella circostanza, a fare un passo indietro. Per una partita del genere bisognerà aspettare ancora qualche anno, ma il suo prestigio istituzionale è comprovato. La sua esperienza, il profilo che ha costruito e il rispetto che si è guadagnato nel corso del tempo restano elementi importanti. La decisione di non ricandidarsi in Parlamento non cancella nulla di tutto questo. Non significa che la sua storia pubblica sia necessariamente conclusa.

Dunque il Quirinale potrebbe essere ancora nel suo orizzonte?

Non farei previsioni, perché sarebbe prematuro. Ma non escluderei a priori che il suo nome possa tornare a essere considerato quando si aprirà quella partita. Casini ha dimostrato di possedere le qualità istituzionali necessarie per ricoprire incarichi di altissimo livello. Il punto, naturalmente, sarà capire quali saranno gli equilibri politici e le condizioni del momento. Oggi bisogna rispettare la sua scelta e il percorso personale che lo ha portato a compierla.

C’è anche una dimensione privata in questa decisione: Casini è diventato nonno.

È una fase nuova della vita, che merita di essere vissuta. Dopo decenni trascorsi tra impegni parlamentari, responsabilità politiche e scadenze istituzionali, è comprensibile che una persona voglia dedicare più tempo agli affetti. Ma, conoscendo Pier, so che continuerà a seguire la politica con attenzione. Quando hai vissuto così a lungo le istituzioni, non smetti semplicemente di interessartene. Cambia il modo di esserci, non necessariamente il legame con la vita pubblica.

Green deal e allanze, in Ue a dare le carte sarà ancora il Ppe. Le previsioni di Cattaneo

12 October 2026 at 14:58

Sta cambiando rapidamente il quadro: politico interno, internazionale, economico. Per questa ragione Manfred Weber ha riunito in queste ore il Ppe a Taormina per fare il punto della situazione, tra progetti da implementare (green, energia, difesa) e obiettivi (come la prossima commissione europea e le elezioni in Francia e Spagna). Non a caso al meeting siciliano sono presenti anche Ursula von der Leyen e Roberta Metsola. Formiche.net ne ha parlato con il deputato di Forza Italia Alessandro Cattaneo, reduce dalla tre giorni di lavoro a Milano promossa da Antonio Tajani.

ALESSANDRO CATTANEO

In vista del vertice di Taormina, ma soprattutto del 2029 come nuovo orizzonte per la Commissione europea di domani, quali sono le strategie del Ppe alla luce del mutevole scenario politico e geopolitico?

Il Ppe si candida autorevolmente, non da oggi, ad essere il baricentro concreto e pragmatico che tuteli i valori europei, rappresenti il ceto medio e quello produttivo, tenendo insieme la coesione europea all’interno di tutta la nostra area. Dico pragmatismo e concretezza perché, nelle ultime legislature europee, si è dovuta fare una mediazione continua con le altre forze, soprattutto socialiste e non di rado le posizioni sono state molto distanti, penso soprattutto all’epoca di Timmermans. Grazie al Ppe però sono state edulcorate, a mio avviso molto in meglio, alcune politiche. C’è ancora tanto da fare, però, penso a un ambientalismo che non abbia una visione fanatica ma che sia pragmatico e in cui le aziende siano alleate per trovare le soluzioni. Penso anche a interpretare i valori europei nella maniera più moderna e migliore possibile: insomma, sta a noi fare tutto ciò.

A proposito di ambientalismo, la data del 2034 verrà spostata in avanti? Quale l’idea del Ppe su questo elemento che sta portando tante preoccupazioni, soprattutto alle aziende dell’automotive?

Io credo che soprattutto sui temi dell’ambiente, la sinistra ha rischiato di farci deragliare secondo una visione che ha mortificato e mette ancor oggi in pericolo molte aziende che invece determinano il progresso della nostra Europea: questo va assolutamente modificato. Noi vogliamo che le tematiche ambientali siano al centro perché tutti sappiamo che il cambiamento climatico è una realtà e dobbiamo quindi ridurre le emissioni di CO2. Questo, ça va sans dire, è assolutamente il tema ed è una priorità anche per il Ppe. Però tutto ciò si si può perseguire sempre consapevoli che l’area europea emette circa il 7% degli inquinanti del mondo. Quindi noi dobbiamo fare la nostra parte ma, ahimè, non siamo determinanti.

Come procedere?

Dobbiamo insieme alle aziende lavorare sull’innovazione del prodotto e su cicli industriali che sappiano risparmiare energia utilizzarne di più verde. È un percorso che assolutamente stiamo facendo però dialogando con le imprese e coi lavoratori si vede che gli obiettivi sono troppo ambiziosi: io sono un ingegnere e so che in queste sfide di innovazione si possono avere accelerazioni o viceversa bisogna avere più pazienza per raggiungere certi obiettivi. Ma insomma l’area europea sta percorrendo tutto questo tragitto di evoluzione. Pensiamo al grande sviluppo delle rinnovabili: dobbiamo andare avanti ma aggiornare passo passo, senza fanatismi e soprattutto tutelando il nostro sistema industriale e difenderci dai grandi competitor come la Cina.

Un esempio di cooperazione positiva?

Il nuovo Regolamento Ue 2025/40 sugli imballaggi, l’esempio del packaging, dimostra che è stato fatto un grande lavoro anche da Forza Italia: significa che con applicazione e metodo siamo riusciti a modificare una legge che avrebbe condannato a morte una filiera italiana di grande valore.

La prossima sfida?

Le case green. La casa è storica priorità di Forza Italia: il parco case italiano ha delle specificità che gli altri Paesi non hanno. C’è una piccola proprietà molto più diffusa, quindi serve una difesa di una logica rispettosa dell’ambiente ma anche che in qualche modo possa incentivare un approccio non punitivo. Infatti stiamo pensando ai fondi messi a disposizione sul comparto energia che ci permetteranno di sforare di circa 7 miliardi di euro nella prossima manovra al fine di indirizzarli sul tema casa magari, con una nuova stagione più sostenibile ed equilibrata sugli ecobonus in edilizia.

Gli ultimi sondaggi dicono che se si votasse oggi sia in Spagna che in Francia, il centrodestra vincerebbe a mani basse. Il prossimo anno si voterà anche in Italia. Sta cambiando la cartina politica dei Paesi membri? E quale il ruolo del Ppe?

Ogni nazione ha dei suoi percorsi, uno diverso dall’altro. Noi come Forza Italia rivendichiamo la nascita del centrodestra ad opera di Berlusconi che ebbe tale intuizione nel 1994, inserendo il bipolarismo in Italia che non c’era. Da allora questa alleanza funziona perché non è un cartello elettorale, ma una squadra con identità simili che riescono a trovare una sintesi, anche alla luce della cultura di governo dei singoli partiti. Noi abbiamo anche provato nelle ultime elezioni europee ad allargare questa esperienza all’Europa: la Germania invece ha un altro tipo di esperienza con un baricentro al centro, però lì si sta consumando proprio in questi mesi la crisi di quell’impostazione. Io penso che possa essere invece un assetto capace di prendere sempre più il sopravvento. Ma in Italia abbiamo già provato i populismi a Palazzo Chigi con il Movimento Cinque Stelle. E gli italiani hanno visto che con quei populisti al governo i problemi non si risolvono ma si aggravano. E che sono delle illusioni quelle che vengono declamate in campagna elettorale rispetto poi a una incapacità di governare, con anche una logica dissennata sui conti pubblici: un’assistenza che diventa assistenzialismo, una visione di Paese che è populista ma direi anche qualunquista. Ed è quanto di più lontano dall’idea di PPe, di Forza Italia e del centrodestra.

Nino Galloni: Stato note e lavoro

11 October 2026 at 11:00

Federico Caffè insegnava che l’economia deve servire il lavoro, non la rendita; che la piena occupazione è un dovere dello Stato; che la finanza lasciata a sé stessa diventa un potere senza volto. Quarant’anni dopo, quelle idee tornano d’attualità. 🌍 Nello stretto di Hormuz si torna a colpire le navi e il Brent risale oltre i 100 dollari. 🔥 L’inflazione italiana sale al 4,2 per cento, trascinata da un’energia rincarata del 22 per cento. 🏦 La BCE alza i tassi e il decennale italiano tocca i rendimenti più alti del 2026. 🇪🇺 Bruxelles prepara il pacchetto di sanzioni più ampio dall’inizio della guerra e finanzia Kiev con nuovo debito comune. Chi paga il conto? Famiglie e imprese. Eppure gli italiani possiedono oltre 6.400 miliardi di ricchezza finanziaria, e il manifatturiero italiano torna a crescere. L’Italia potrebbe fare molto di più, partendo dallo stampare statonote e finanziare progetti risolutivi nella Sanità, nell’istruzione e nelle piccole e medie imprese di questo paese. Niente slogan: soluzioni praticabili, con i loro limiti. Ne parliamo con Nino Galloni, economista post-keynesiano, collaboratore di Federico Caffè, già funzionario del Ministero del Bilancio e della Programmazione economica e direttore generale al Ministero del Lavoro. Intervista a cura di Jeff Hoffman Affrontiamo insieme: 📖 Le idee di Federico Caffè e perché oggi fanno paura 💶 Le statonote: come funzionerebbero davvero e chi si opporrebbe 🧾 Moneta fiscale, crediti d’imposta e debiti della Pubblica amministrazione verso le imprese 🏭 La rinascita delle piccole e medie imprese italiane: credito, energia, filiere 🐷 I risparmi degli italiani: come tenerli in Italia prima che li drenino i grandi fondi ⚔ Sanzioni, guerre e Hormuz: quanto costano all’economia reale 🇮🇹 Quali margini di sovranità restano davvero all’Italia ▶ LE INTERVISTE PRECEDENTI CON NINO GALLONI Statonote e spazi di sovranità    • Statonote e spazi di sovranità   Crisi energetica, che ne sarà del fu Belpaese?    • Nino Galloni: crisi energetica, che ne sar…      • 🔴 NINO GALLONI: LA FINE DEL SISTEMA INFINI…   📚 I LIBRI DI NINO GALLONI ▫ Il superamento del capitalismo. Il mondo post-angloamericano. Oltre l’economia della moneta a debito, Arianna Editrice, 2025 (postfazione di Roberta Lasi) ▫ Economia quantistica, irrazionalità e coscienza, Byoblu, 2022 ▫ La rivolta delle coscienze. Siamo troppi, inutili e dannosi?, Byoblu, 2022 ▫ Il grande mutuo. Le ragioni profonde della prossima crisi finanziaria, Editori Riuniti, 2007 ▫ La moneta copernicana (con Marco Della Luna), Nexus Edizioni, 2008 ▫La Sicilia protagonista della rivoluzione sovranista costituzionale, Edizioni Arianna 🎯 SOSTIENI CASA DEL SOLE TV Casa del Sole TV è un progetto di giornalismo indipendente autofinanziato. Nessun editore, nessun partito. Per donazioni: IBAN: IT63P0326822300052392596590 Intestato a: La Casa del Sole Edizioni Causale: Donazione Casa del Sole TV Membership YouTube: 👉    / @casadelsoletvchannel   💠 Analista Multipolare €5/mese 💠 Inviato della Verità €15/mese 💠 Architetto del Futuro €25/mese 📖 I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN BRICS Scacco Matto (disponibile in italiano, inglese, russo) 🔔 Iscrivetevi al canale e attivate la campanella: è grazie a voi che siamo qui ogni sera. #NinoGalloni #FedericoCaffè #Statonote #MonetaFiscale #SovranitàMonetaria #Risparmio #PMI #PiccoleMedieImprese #MadeInItaly #Inflazione #BCE #Spread #Sanzioni #Hormuz #CrisiEnergetica #Italia #CasadelSoleTV #Multipolarismo 📖💶🏭🐷🇮🇹

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La pena di morte è una sconfitta della civiltà. Mons. Paglia rilancia l’appello di papa Leone

10 October 2026 at 15:07

La giustizia non può trasformarsi in vendetta, né la sicurezza collettiva diventare il pretesto per cancellare ogni possibilità di redenzione. È il confine su cui si misura la civiltà di una società, soprattutto quando la pena capitale torna a essere invocata come risposta al male. Le parole di Papa Leone, che definisce la pena di morte inammissibile perché lesiva dell’inviolabilità e della dignità della persona, riaprono una questione che riguarda il diritto, la cultura e la responsabilità della politica. Per monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, il richiamo del Pontefice è molto più di un’indicazione morale: è una direzione spirituale e culturale per un mondo che sembra avere smarrito il senso della fraternità.

Monsignor Paglia, il Papa ha ribadito che la pena di morte è inammissibile e che la tutela del bene comune può essere garantita senza ricorrere alla pena capitale. Che cosa ci dicono queste parole?

Sono parole sante, che disarmano dall’inutilità della vendetta e restituiscono la forza di difendere sempre la vita umana, anche quando è stata ferita e offesa. Il messaggio del Pontefice ci ricorda che la dignità della persona non può essere cancellata neppure dal crimine più grave. La giustizia deve certamente proteggere la società e tutelare le vittime, ma non può rinunciare alla propria umanità. Una società si difende davvero quando non replica alla violenza con un’altra violenza, ma sa affermare il valore della vita anche nelle situazioni più difficili.

Lei parla di inutilità della vendetta. Eppure, in molti Paesi, la pena capitale continua a essere presentata come una risposta efficace alla criminalità.

La vera legittima difesa della società è l’abolizione della pena di morte, come tanti hanno ormai compreso. Continuare a perseguirla e, peggio ancora, trasformarla in uno spettacolo è un segno di inciviltà barbarica. La giustizia non può diventare una rappresentazione pubblica della punizione, nella quale il dolore e la morte vengono esibiti per soddisfare la richiesta di una vendetta collettiva. Il compito delle istituzioni è proteggere i cittadini, impedire che i responsabili di reati gravi possano nuocere ancora e garantire la certezza della pena. Tutto questo è possibile senza sottrarre definitivamente a un essere umano ogni possibilità di redenzione.

Come spiega il ritorno di una simile richiesta di punizione estrema, spesso accompagnata da una forte esposizione mediatica?

Credo che questa sorta di impazzimento crudele del mondo derivi da un arretramento culturale e da un indebolimento della sensibilità umanistica. Prevale un individualismo che porta a credere che eliminare l’altro significhi salvare se stessi. È una convinzione profondamente sbagliata, perché ci fa dimenticare che siamo legati gli uni agli altri. L’altro non è semplicemente qualcuno da cui difendersi o un ostacolo da rimuovere: è una persona con cui condividiamo la stessa umanità. Dobbiamo riscoprire insieme l’indispensabilità della fraternità.

Lei cita anche la scienza, parlando dei legami che uniscono gli esseri umani. Che cosa intende?

La fisica quantistica ci ha abituato a riflettere su una realtà nella quale le relazioni hanno un’importanza fondamentale. Naturalmente, non si tratta di trasformare una teoria scientifica in una dimostrazione automatica di un principio morale. Ma quella riflessione può aiutarci a comprendere quanto sia illusoria l’idea di individui completamente separati gli uni dagli altri. La fraternità deve diventare una scelta politica, spirituale e religiosa. Non possiamo limitarci a riconoscere a parole che siamo legati: dobbiamo tradurre questa consapevolezza nelle istituzioni, nelle leggi e nei comportamenti. L’eliminazione dell’altro è, in fondo, un suicidio anche di se stessi, perché ferisce il tessuto umano sul quale si regge la convivenza.

La spettacolarizzazione della pena capitale rende ancora più grave questa deriva?

Certamente. L’eliminazione dell’altro è un’assoluta insensatezza, che diventa colpa e raddoppia la propria colpa quando viene trasformata in spettacolo. C’è una differenza profonda tra amministrare la giustizia e mettere in scena la morte. Nel secondo caso, la sofferenza viene utilizzata per alimentare emozioni collettive, anziché interrogare le coscienze. Si finisce così per smarrire anche il senso della responsabilità. Una comunità non diventa più sicura perché impara a desiderare la morte di chi ha commesso un delitto; diventa più fragile quando perde la capacità di distinguere la giustizia dalla vendetta.

Il monito del Papa sembra rivolgersi anche alla politica, oltre che alle coscienze individuali. Lei che idea si è fatto?

Assolutamente. Si stanno offuscando verità che un tempo apparivano persino elementari. Viviamo un tempo senza visioni, nel quale l’unica attenzione sembra essere rivolta a se stessi e alla difesa del proprio spazio individuale. In questo contesto, le parole del Papa indicano una direzione spirituale, culturale e anche politica. Non riguardano soltanto i credenti, ma tutti coloro che hanno a cuore la dignità umana e il futuro delle nostre società. La fraternità non è un sentimento astratto: è il fondamento di una convivenza nella quale nessuno può essere considerato definitivamente perduto. È questa la sfida che abbiamo davanti: ricostruire una cultura capace di difendere la vita senza eccezioni e di non confondere mai la forza della giustizia con la crudeltà della vendetta.

Realtà su ordinazione

10 October 2026 at 11:00
🧠 Sabato siamo partiti dal volo Flydubai e dall’«11 settembre sventato» evocato da Netanyahu: come si costruisce un racconto prima dei fatti. Stasera scendiamo un livello più in profondità: perché la nostra mente accetta anche ciò che non è vero, e che cosa accade quando la storia viene riscritta dal potere mentre accade. Ne parliamo con con Stefano Re, criminologo, saggista ed esperto di metacomunicazione, autore di «Mindfucking», e con Roberto Quaglia, scrittore e saggista, autore de «Il mito dell’11 settembre» e de «Il fondamentalismo hollywoodista». Affrontiamo insieme: ✈ Il volo Flydubai una settimana dopo: che cosa resta del racconto quando le conferme non arrivano 🔁 Ripetere per convincere: l’effetto verità illusoria 🧩 Perché le smentite non cancellano la prima versione ⚖ Dissonanza cognitiva: quando i fatti contraddicono ciò in cui crediamo 👥 Credere per appartenere: conformismo e spirale del silenzio 📜 La storia riscritta: Il popolo palestinese che «non esiste» 🕊 Il paradosso della memoria distorta 🛡 Come difendersi, anche dalle contro-narrazioni 📚 I LIBRI DEGLI OSPITI Stefano Re LaScienzah. Quando la scienza si trasforma in fanatismo religioso, Arianna Editrice, 2025 Mindfucking. Dai manuali segreti della CIA al marketing, le tecniche di condizionamento mentale, Arianna Editrice, 2024 (edizione ampliata) Roberto Quaglia Guerra e pace e zombi. Democrazia totalitaria contro mondo multipolare, Youcanprint, 2025 Hollywoodism. The Invisible Ideology, Youcanprint, 2025 Il fondamentalismo hollywoodista. Viaggio in Iran alla scoperta dell’invisibile ideologia dell’Occidente, Youcanprint, 2020 Il mito dell’11 settembre. I versetti satanici della democrazia occidentale, Youcanprint, 2020 🎯 SOSTIENI CASA DEL SOLE TV Casa del Sole TV è un progetto di giornalismo indipendente autofinanziato. Nessun editore, nessun partito. Per donazioni: IBAN: IT63P0326822300052392596590 Intestato a: La Casa del Sole Edizioni Causale: Donazione Casa del Sole TV Membership YouTube: 👉 https://www.youtube.com/@CasadelSoleT… 💠 Analista Multipolare €5/mese 💠 Inviato della Verità €15/mese 💠 Architetto del Futuro €25/mese 📖 I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN BRICS Scacco Matto (disponibile in italiano, inglese, russo) ▶ LA PRIMA PUNTATA Re e Quaglia: il volo Flydubai e l’11 settembre https://www.youtube.com/watch?v=SzUsh… ▶ PRECEDENTI CONVERSAZIONI Stefano Re: giornalismo, metacomunicazione e percezione della realtà https://casadelsole.tv/stefano-re-gio… Stefano Re, Federico Greco: codice Epstein, dal metalinguaggio all’analfabetismo indotto https://casadelsole.tv/stefano-re-fed… 🔔 Iscrivetevi al canale e attivate la campanella: è grazie a voi che siamo qui ogni sera. #StefanoRe #RobertoQuaglia #Propaganda #Narrazioni #GuerraCognitiva #Flydubai #11Settembre #Netanyahu #Gaza #Palestina #Sionismo #Antisionismo #NetureiKarta #Satmar #Metacomunicazione #Psicologia #Disinformazione #CasaDelSoleTV #Multipolarismo 🧠📜🕊✡📡
 
 
 
 
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La legge elettorale e i nuovi equilibri del potere. Cosa cambia secondo Castellani (Luiss)

10 October 2026 at 08:55

C’è una politica che cerca di darsi nuove regole e un’altra che, quando le regole non bastano più, rivendica il diritto di superarle. È dentro questa tensione che si muove il dibattito italiano sulla legge elettorale, ma anche una trasformazione più profonda degli equilibri di potere. Il voto sulla nuova architettura elettorale riapre la partita delle alleanze, ridisegna le convenienze dei leader e lascia sullo sfondo la questione decisiva: quanto contano le regole quando la politica deve misurarsi con emergenze economiche, guerre e instabilità internazionale? Per Lorenzo Castellani, politologo e docente alla Luiss, la nuova legge elettorale non va letta soltanto come uno strumento per stabilire chi governerà. È anche il prodotto di un’impasse istituzionale più ampia, nella quale l’incapacità di realizzare riforme strutturali spinge a intervenire sui meccanismi del consenso. Una riflessione che si salda ai temi del suo ultimo libro, Riserva di carica. La ragion di Stato e il fondamento del potere, pubblicato da Liberilibri: un’indagine sul ritorno della necessità politica e sul rischio che l’eccezione diventi la nuova normalità.

Castellani, partiamo dalla legge elettorale. È una riforma capace di dare stabilità al sistema oppure è possibile che si rivelerà controproducente come sostiene l’opposizione?

Non sono negativo sul nuovo impianto. È una legge elettorale flessibile: se uno dei due poli arriva al 42%, può garantire un vincitore con una maggioranza stabile; se invece non emerge una maggioranza dalle urne, resta spazio per gli accordi parlamentari. Non è necessariamente un difetto. Il sistema lascia aperti diversi scenari e non impone un esito predeterminato.

Le critiche riguardano anche la parità di genere e il rischio di una legge costruita su misura per il centrodestra. Sono obiezioni fondate?

Non condivido la critica sulla parità di genere: la previsione consente di avere metà dei capilista uomini e metà donne. Quanto al centrodestra, non credo sia una legge confezionata per favorirlo. La dinamica delle coalizioni sarebbe stata presente anche con la legge precedente. E il premio può andare anche al centrosinistra, se sarà quest’ultimo a conquistare le condizioni per ottenerlo. Non vedo, quindi, un meccanismo che assegni in partenza la vittoria a una parte.

La partita sembra comunque ruotare intorno a Giorgia Meloni. Che cosa ci dice questa riforma sul suo ruolo nel centrodestra?

Il messaggio è chiaro: Meloni è la leader riconosciuta del centrodestra. Dopo quattro anni di governo, e nonostante la sconfitta al referendum sulla giustizia, conserva una presa politica che non era scontata. La legge le offre margini per valutare le diverse opzioni: decidere se aprire a Roberto Vannacci, capire quali equilibri si determineranno nel campo avversario e osservare come si muoveranno gli altri protagonisti. Non è costretta a sciogliere subito tutti i nodi.

Vannacci, alla luce di questa nuova legge elettorale, che ruolo assume?

Bisogna capire se quel 6-7% sia una quota destinata a crescere oppure un consenso che, pur non aumentando, può risultare decisivo per vincere. Se Fratelli d’Italia resta intorno al 27%, la gestione di Vannacci non è necessariamente difficile. Se invece la sua crescita dovesse arrestarsi, Meloni avrebbe maggiore libertà di scelta: potrebbe decidere più agevolmente se tenerlo dentro la coalizione o lasciarlo fuori. Molto dipenderà anche da ciò che accadrà dall’altra parte.

In che senso?

Se il riferimento del centrosinistra dovesse diventare Giuseppe Conte, si aprirebbe una dinamica interessante anche sul piano delle relazioni internazionali e della collocazione politica. Conte e Vannacci hanno entrambi posizioni che possono essere definite filorusse, pur partendo da percorsi e culture differenti. Questo potrebbe rendere meno semplice per il centrosinistra trasformare la politica estera in una linea di divisione netta rispetto al centrodestra. E al contempo Conte sdoganerebbe Vannacci all’interno di un’eventuale coalizione di governo di centrodestra.

Secondo lei con l’approvazione della legge elettorale si è allungata la legislatura?

È possibile che sposti in avanti la prospettiva della fine della legislatura. Ma non bisogna attribuire tutto alla legge elettorale. Le variabili decisive saranno l’andamento dell’economia, l’inflazione e le condizioni internazionali. Un governo può avere una maggiore convenienza a proseguire il proprio percorso, ma deve fare i conti con la realtà economica e con gli eventi esterni.

Dal confronto elettorale al quadro internazionale. Nel suo ultimo libro, Riserva di carica. La ragion di Stato e il fondamento del potere, sostiene che stiamo entrando in una fase nella quale il potere politico rivendicherà maggiore libertà d’azione. Che cosa è cambiato?

Per molto tempo abbiamo pensato che la politica potesse essere addomesticata da due forze: da un lato il mercato, dall’altro il sistema dei diritti. L’idea era che la competizione economica e le garanzie giuridiche potessero contenere la discrezionalità dei governanti. Ma il ritorno delle guerre, le pressioni migratorie e le emergenze economiche ed energetiche stanno cambiando il quadro. I governi saranno sempre più portati a utilizzare strumenti eccezionali, a derogare alle prassi ordinarie, a cercare di superare il filtro dei giudici e a ricorrere a una legislazione più assertiva, più direttamente legata alle proprie priorità politiche.

Il rischio è che l’emergenza diventi una giustificazione permanente?

Esattamente. Quando le emergenze si moltiplicano, la tentazione è quella di considerare l’eccezione come una modalità ordinaria di governo. Il potere cerca di liberarsi dai vincoli che rallentano le decisioni e di intervenire con maggiore rapidità. Ma il problema è capire dove si arresti questa discrezionalità. In nome della ragion di Stato si possono assumere decisioni necessarie, ma si può anche concentrare un potere eccessivo nelle mani di chi governa.

Che cosa può impedire questa deriva?

La capacità del leader di autocontrollarsi. Nel libro richiamo figure come Charles de Gaulle e Winston Churchill, che si trovarono a governare in contesti straordinari e dovettero misurarsi con il rapporto tra autorità, responsabilità e necessità politica. Non basta che un leader abbia la possibilità di decidere: conta il modo in cui esercita quel potere, la consapevolezza dei suoi limiti e la capacità di distinguere l’interesse dello Stato dalla convenienza contingente del governo.

Questa nuova stagione può portare i governi a entrare in conflitto anche con le corti costituzionali e con il potere giudiziario?

È uno scenario possibile, e in diversi contesti vediamo già tensioni di questo tipo. In nome dell’eccezionalità dei fenomeni, alcune leadership cercheranno di rivendicare decisioni più forti, anche in contrasto con pronunce delle corti, sostenendo che le procedure ordinarie non siano sufficienti a risolvere i problemi. Il punto è che la ragion di Stato non può diventare una formula magica con cui sottrarsi a ogni controllo. Più aumenta la discrezionalità politica, più diventa importante interrogarsi sui limiti e sulle responsabilità di chi la esercita.

Nel libro la metafora della “riserva di carica” richiama una forza che resta nascosta finché non arriva il momento di utilizzarla. È questa la condizione degli Stati contemporanei?

La metafora indica proprio la capacità dello Stato di attingere a una riserva di potere quando la vita politica ordinaria entra in crisi. La guerra è il fattore che più potentemente attiva questa dimensione, ma non è l’unico. Anche le minacce ibride, gli attacchi alle infrastrutture, le operazioni d’influenza e le crisi della sicurezza possono spingere i governi a rivendicare strumenti straordinari. Il problema è che una riserva pensata per le situazioni eccezionali può finire per essere utilizzata sempre più spesso.

Qual è, allora, la sfida per l’Europa?

Gli europei devono tornare a ragionare anche attraverso queste categorie, senza rimuovere il problema del potere e della sicurezza. Per molto tempo abbiamo pensato che il diritto e le istituzioni fossero sufficienti a governare ogni crisi. Oggi dobbiamo riconoscere che esistono situazioni nelle quali la politica rivendica margini di autonomia più ampi. Ma riconoscere questa realtà non significa rinunciare allo Stato di diritto. La sfida è trovare un equilibrio tra la capacità di decidere e la necessità di impedire che l’eccezione diventi la regola.

A Miami si tratta, su Kyiv piovono droni. Il doppio binario della guerra raccontato da Niglia

9 October 2026 at 16:33

Washington torna a spingere sul tavolo negoziale. Venerdì 9 ottobre gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner incontrano a Miami i rappresentanti ucraini per discutere una nuova proposta congiunta che, secondo la Casa Bianca, abbraccia tutti gli aspetti del conflitto con l’obiettivo di porvi fine. La base di discussione sono le proposte elaborate dai negoziatori americani con interlocutori russi e ucraini durante le visite di inizio settembre, quando avevano incontrato prima Vladimir Putin a Mosca e poi Volodymyr Zelensky a Kyiv.

La delegazione ucraina sarà guidata da Kyrylo Budanov, capo dell’ufficio presidenziale, insieme a Rustem Umerov, oggi alla guida dell’intelligence esterna, al capogruppo di Servitore del Popolo David Arakhamia e a Serhiy Kyslytsya, primo vice capo dell’ufficio presidenziale. Al bilaterale seguirà una sessione allargata con i consiglieri per la sicurezza nazionale di Regno Unito, Francia e Germania e con rappresentanti di Nato, Ue e del Comando europeo statunitense, oltre al Consiglio per la sicurezza nazionale e al Tesoro americano. In agenda anche un piano di ricostruzione e prosperità postbellica.

“Questo è uno dei molti incontri che si vanno susseguendo, per cui sulla carta non ci sarebbe nulla di nuovo, però si tratta di un format diplomatico particolarmente interessante”, nota per Formiche.net Federico Niglia, professore di storia internazionale presso l’Università per stranieri di Perugia. “A Miami avremo una delegazione ucraina accompagnata da una delegazione dell’Unione Europea alle prese con i negoziatori di Washington. E quello che si configura sulla base di questo fattore è un modello asimmetrico di negoziato diplomatico: alla fine la grande tessitura viene affidata al negoziatore americano, ma è molto rilevante il fatto che gli ucraini confidano molto nella presenza degli europei, anche per evitare compromessi troppo a ribasso. E in questo senso il ruolo di Ursula von der Leyen, e più in generale della Commissione, è proprio quello di delineare un accordo potenziale per ora assolutamente in mente dei, che possa però tenere in piena considerazione gli interessi ucraini e non concedere a svendite troppo rilevanti sugli interessi degli europei”.

Niglia sottolinea poi un altro aspetto particolarmente interessante, quello del collegamento che inizia a profilarsi tra l’accordo e l’allentamento del regime sanzionatorio, per cui iniziano a porsi sul tavolo elementi più concreti per un negoziato, cioè che cosa dare in cambio di che cosa. “Infine”, chiosa il professore, “il fattore urgenza legato al tema energetico, che può essere visto naturalmente in un’ottica stagionale di arrivo dell’inverno, che secondo me si inserisce all’interno di un discorso più vasto, vede sempre più l’energia come fattore critico e come acceleratore del negoziato diplomatico”.

E proprio sul tema energetico si inserisce un calcolo militare. Come ricostruisce la Jamestown Foundation, grazie alla stampa 3D di componenti per turbine, Mosca ha ridotto drasticamente i costi dei Geran a reazione, (che oggi si collocherebbero tra i 50 e i 70 mila dollari), avviandone la produzione di massa e moltiplicandone esponenzialmente l’impiego a partire dalla scorsa estate. Più simili a missili da crociera che ai vecchi Shahed, volano tra 400 e 1.000 chilometri orari, a quote molto più alte, con guida assistita dall’IA e antenne anti-jamming, caratteristiche che le permettono di aggirare le difese ucraine contro distributori di carburante, ferrovie, data center e rete energetica. Kyiv ha toccato il record di 20 ore sotto allarme il 30 settembre, e ogni ora di allerta costa all’economia 45 milioni di dollari. In questa situazione, la pressione sulla popolazione è tornata ad essere a livelli altissimi. Questo Mosca lo sa, e di sicuro la cosa non facilita il compromesso.

Italia-Usa, l’alleanza transatlantica resta il pilastro dell’Occidente. Gelmini spiega il valore del Columbus Day

9 October 2026 at 14:36

Ogni postura che porti ad incrinare l’unità dell’Occidente è una postura sbagliata ma anche velleitaria. Indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione americana, serve lavorare per l’ancoraggio all’Occidente e all’alleanza transatlantica, passando per il sostegno all’Ucraina. Punti fissi che sono stati tali per il governo Meloni, ma non per il campo largo. Così a Formiche.net la senatrice di Noi Moderati, Mariastella Gelmini, presidente della Sezione bilaterale di amicizia Italia-Stati Uniti dell’Unione Interparlamentare.

MARIASTELLA GELMINI MINISTRO PER GLI AFFARI REGIONALI E LE AUTONOMIE

Il 12 ottobre è stato proclamato dal Presidente Trump il “giorno di Colombo”. Tra l’altro qualche giorno fa lei ha ricevuto a Roma una delegazione di Camera e Senato Usa. Come procedono le relazioni italo-americane?

Sono relazioni molto intense e, come lei ricordava, abbiamo proprio avuto questa settimana un confronto con una delegazione statunitense, interessata al funzionamento del Parlamento nei rapporti con i governi e un incontro sulle tematiche economiche, compresi i rapporti tra Europa e Cina, con uno sguardo anche sull’Ucraina. Le nostre eccellenti relazioni, come è noto, restano quindi improntate all’alleanza Nato ma anche alla diplomazia parlamentare. Tra i presenti, anche una delegazione dell’House Democracy partnership, una delegazione bipartisan di repubblicani e democratici.

Come prosegue la cooperazione tra Usa e Italia sulle questioni chiave? Che peso ad esempio avrà nel futuro un accordo così importante come quello sulla pax Silica?

Un peso assolutamente di rilievo. Da parte americana devo dire che c’è stato un grande rispetto nei confronti del lavoro che il governo Meloni sta facendo e un grande interesse per l’identità italiana negli Stati Uniti, come dimostra il richiamo alla figura di Cristoforo Colombo e alla necessità di non cedere alla cultura woke. Occorre fare in modo che questa identità italiana venga riconosciuta negli Stati Uniti e abbia una continuità nel tempo.

Quanto incide nelle relazioni con gli Stati Uniti la volontà del governo Meloni di rafforzare l’atlantismo, soprattutto mentre qualche leader europeo guarda troppo a Pechino?

Ciò che ho potuto cogliere da questi momenti di confronto è che c’è piena consapevolezza del ruolo che l’Italia sta svolgendo in Europa, dall’influenza della premier italiana sui dossier europei al rafforzamento dell’Alleanza atlantica rispetto alla questione cinese. Io ho avuto modo di evidenziare come il posizionamento italiano non possa prescindere dalla presa di coscienza degli effetti di sussidi pubblici massivi verso le società. I mercati cinesi non sempre sono improntati al rispetto della proprietà intellettuale, per cui il tema della concorrenza sleale esiste e, specialmente per noi del nord est, è un tema che impatta sul sistema delle piccole e medie imprese, che subisce da decenni la concorrenza cinese. Ho rappresentato loro tale quadro e hanno riconosciuto alla premier italiana di essersi sempre mossa nell’ottica di rafforzare l’alleanza transatlantica. E poi ho sottolineato l’importanza di un Occidente unito, quindi di rafforzare i rapporti non solo con l’Italia, che sono già buoni, ma con l’Europa intera. Tra Stati Uniti ed Europa inoltre c’è stata una recente direttiva sulla questione cinese che ritengo sia un passo nella giusta direzione.

Ieri sull’Acropoli il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, in un interessantissimo discorso ha rivolto un appello all’Occidente che si trova ad un bivio: il prossimo decennio determinerà se si manterrà al suo posto, al vertice del mondo, oppure se si accontenterà di un futuro in declino. Perciò le chiedo: quale la strada da imboccare per l’Occidente e soprattutto in che modo?

Intanto credo che serva una profonda consapevolezza di cosa rappresenta l’Occidente e della necessità di evitare atti di autolesionismo, perché molte volte siamo stati noi i primi a dividere l’Occidente. Democrazia, libertà, stato di diritto, rispetto dei diritti umani: non dimentichiamo che l’Occidente è esattamente questo e quindi credo che sia molto importante la consapevolezza di ciò che rappresentiamo, del portato storico di alcune conquiste e quindi di schierarci dalla parte giusta della storia, fino alla necessità di difendere l’unità dell’Occidente. Sicuramente oggi ogni postura che porti ad incrinare l’unità è una postura sbagliata ma anche velleitaria. Quindi credo che si debba assolutamente partire da lì e, indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione americana, serve lavorare per l’ancoraggio all’Occidente e all’alleanza transatlantica, passando per il sostegno all’Ucraina. Punti fissi che sono stati tali per il Governo Meloni, ma non per il campo largo.

 

 

Più potere agli elettori, più stabilità ai governi. Pagano spiega la nuova legge elettorale

8 October 2026 at 16:00

La legge elettorale arriva al traguardo dopo un percorso parlamentare lungo e articolato, segnato da audizioni, modifiche e un confronto serrato tra maggioranza e opposizioni. Una riforma che punta a ridisegnare il rapporto tra rappresentanza e governabilità, mettendo al centro il voto degli elettori e la possibilità di tradurlo in una maggioranza parlamentare capace di sostenere un governo.

È proprio sul rapporto tra voto, stabilità e responsabilità politica che si concentra la lettura di Nazario Pagano, presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera e tra i protagonisti dell’iter parlamentare della riforma. Un percorso che, sottolinea, ha comportato un confronto particolarmente ampio, con numerose audizioni e modifiche al testo anche alla luce delle osservazioni delle opposizioni.

Presidente Pagano, che significato ha per lei, da presidente della Commissione Affari costituzionali, l’approvazione della nuova legge elettorale?

Per me è motivo di grande soddisfazione. Parliamo di una legge di straordinaria importanza, quasi di livello costituzionale per il rilievo che assume nel funzionamento del nostro sistema. È stata una delle leggi elettorali più discusse e approfondite dal Parlamento. Abbiamo svolto tantissime audizioni, anche richiamando soggetti già ascoltati, e il confronto è proseguito fino alle fasi successive dell’esame. Sono state accolte anche diverse richieste avanzate dalle minoranze.

Qual è, a suo giudizio, la novità politica più importante dell’impianto?

È una riforma di sistema. Superiamo l’impianto misto e costruiamo un meccanismo nel quale la componente proporzionale resta centrale nell’attribuzione dei seggi, ma viene affiancata da un premio di maggioranza destinato a chi raggiunge una determinata soglia. L’obiettivo è tenere insieme rappresentanza e governabilità.

Lei sostiene che questa legge possa cambiare il rapporto tra elettore e governo. In che modo?

Il punto è proprio questo. Con questa legge l’elettore viene responsabilizzato rispetto al futuro del Paese. Attraverso il voto sceglie la forza politica, la coalizione e, attraverso l’indicazione preventiva, anche chi è chiamato a guidare il governo. Naturalmente restano intatte le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica nella formazione del governo. Ma il cittadino, quando entra nell’urna, avrà davanti un quadro politico più chiaro.

È anche una risposta alla crescente astensione?

Credo possa esserlo. Per troppo tempo abbiamo dato agli elettori la sensazione che il loro voto non fosse sufficiente a determinare l’esito politico. Poi, dopo le elezioni, si potevano creare maggioranze attraverso accordi parlamentari e di Palazzo. Questo ha contribuito ad allontanare una parte dei cittadini dalla politica. Se invece il voto produce una scelta più leggibile, si restituisce centralità alla partecipazione.

Lei pensa dunque che la stagione dei governi costruiti dopo il voto debba considerarsi superata?

Quella stagione non può più rappresentare il modello ordinario. Penso, per esempio, all’esperienza di Giuseppe Conte: una figura che, prima di diventare presidente del Consiglio, era sostanzialmente sconosciuta alla maggioranza degli elettori e non aveva avuto un’esperienza parlamentare. Non voglio esprimere un giudizio sulla persona o sui governi che ha guidato. Dico che quel meccanismo dimostra quanto possa essere distante il voto dalla successiva formazione dell’esecutivo.

Il premio scatta sopra il 42 per cento. Perché avete individuato proprio quella soglia?

Perché sotto il 42 per cento riteniamo corretto non attribuire alcun premio e lasciare che i seggi vengano distribuiti secondo il principio proporzionale. È una soglia che serve a garantire che il premio sia collegato a un consenso elettorale significativo. Se nessuna coalizione raggiunge quel risultato, non si forza l’esito del voto.

Le opposizioni contestano proprio il premio e parlano di possibili profili di incostituzionalità. Cosa risponde?

Ritengo che queste accuse siano prive di fondamento. Il testo è stato costruito tenendo conto dei principi costituzionali e dell’evoluzione della giurisprudenza della Corte costituzionale, comprese le sentenze del 2014 e del 2017. Abbiamo lavorato proprio per mantenere un equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Il premio non è sganciato dal consenso, perché è subordinato al raggiungimento della soglia.

Resta però una domanda: come si concilia il principio proporzionale con l’obiettivo dichiarato di assicurare una maggioranza di governo?

È esattamente il punto di equilibrio che abbiamo cercato. I parlamentari vengono eletti sulla base dei voti ottenuti, quindi il principio proporzionale resta fondamentale. Il premio interviene soltanto quando una coalizione supera la soglia prevista. In quel caso l’obiettivo è trasformare una maggioranza elettorale in una maggioranza parlamentare capace di governare.

E qui arriva il tema della stabilità. È davvero possibile garantire governi più longevi attraverso una legge elettorale?

Una legge elettorale non può garantire da sola la durata di un governo. Può però creare le condizioni perché la maggioranza uscita dalle urne sia più chiara e coerente. È ciò che accade, con caratteristiche diverse, nei sistemi comunali e regionali: chi vince dispone di una maggioranza e assume la responsabilità di governare. Questo rafforza anche la credibilità internazionale del Paese, perché gli interlocutori esterni sanno con chi confrontarsi e per quanto tempo.

Alla fine, dunque, la parola chiave di questa riforma è responsabilità?

Sì. Responsabilità dell’elettore, innanzitutto, ma anche responsabilità della politica. Se chiediamo ai cittadini di scegliere, dobbiamo poi fare in modo che quella scelta abbia una conseguenza politica riconoscibile. È questo, in fondo, il senso della riforma: rendere più diretto e comprensibile il rapporto tra il voto, la maggioranza parlamentare e il governo del Paese.

Vi racconto la strategia italiana sull’Artico. L’analisi del gen. Di Somma

8 October 2026 at 13:44

Il libro bianco sull’Artico del Cnr è una bellissima iniziativa e sarà una buona premessa per la seconda Conferenza che la sottosegretaria alla Difesa Rauti terrà il 29 ottobre. Li, in quell’occasione, il tema geopolitico sarà centrale: ovvero analizzare in maniera unitaria gli ambienti polari e, quindi, mettere nero su bianco una strategia più ampia e più unitaria su questi ambienti. Lo dice a Formiche.net il generale Carlo Di Somma, presidente del Comitato di Indirizzo Interforze per gli ambienti Artico, Sub-Artico e Antartide, a margine della Conferenza Nazionale Polare ideata e coordinata dal Cnr in collaborazione con Enea, Ingv e Ogs. Una tre giorni di analisi e riflessioni, per raccontare come l’Italia sia perfettamente consapevole di quanto questa regione del mondo rappresenti un quadrante strategico negli equilibri e come l’azione del governo sia intrecciata alle buone prassi dei soggetti coinvolti.

Generale Carlo Di Somma

Artico, nuove rotte, scienza: come questi tre elementi si intersecano con gli obiettivi geopolitici italiani?

L’Italia è da sempre presente in loco, già con le antiche esplorazioni di fine ‘800 del Duca degli Abruzzi, poi con Umberto Nobile e le due missioni: il nord e dirigibile Italia. Fu una iniziativa importante dove parteciparono tutte le forze armate insieme alla ricerca scientifica. Per cui siamo presenti in quelle regioni in modo costante e sviluppiamo un’attività di osservazione e di ricerca che per la difesa è strategica. Conoscere vuol dire poter pianificare, quindi anche in un momento in cui non c’erano tensioni geostrategiche l’Italia ha potuto mantenere la consapevolezza di una conoscenza e di una preparazione delle proprie forze armate per poter operare in quelle regioni.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha più volte ribadito che la questione va affrontata nell’ambito Nato. Per cui come procedere oggi, dove l’attenzione e la conflittualità geostrategica stanno aumentando?

Diciamo che ci sentiamo di dover puntare ulteriormente la nostra attenzione su questo scenario, sempre in collaborazione con i partner europei e con la Nato. Le forze armate italiane partecipano a tutte le operazioni di deterrenza e insieme alla comunità agli alti dicasteri cerca di mantenere una presenza importante. Come giustamente lei diceva, le rotte sono diventate un tema primario, dopo l’arretramento dei ghiacci: per cui chiaramente cambieranno gli equilibri rispetto al passato e per noi è importante capire cosa succederà per organizzarci e per poter pianificare al meglio le nostre possibilità di intervento.

Materie critiche e cyber sicurezza: che cosa stiamo facendo e soprattutto che cosa potremo fare di più in Artico?

Sono temi centrali insieme all’altro dominio, quello cognitivo, perché vanno di pari passo e proprio l’attuale competizione geostrategica in quell’ambiente vede questi due domini particolarmente centrali. A quelle latitudini si avverte il rumore di fondo di cose che accadono nell’ombra, come gli attacchi alle strutture sottomarine: essi determinano la necessità di poter organizzarci al meglio per affrontare questo tipo di minacce. Ricordo che la difesa italiana, con l’iniziativa del Polo nazionale subacqueo, è molto all’avanguardia e questo punto di vista stiamo cercando di coprire quel gap tecnologico che al momento ci vede in difficoltà nell’intervenire tempestivamente e fare deterrenza per difendere le infrastrutture subacquee critiche. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, lo ha annunciato nel disegno di legge ad hoc: stiamo cercando di trovare delle strutture di governance che ci aiutino ancora di più ad essere efficaci a livello interforze ed Inter dicasteri, perché in quegli ambienti, con scenari altamente complessi, non si fa nulla da soli: o si collabora con il sistema Paese o non si riesce a gestire il tipo di minaccia.

Il libro bianco sull’Artico presentato dal Cnr in che maniera potrà inserirsi nell’azione del governo?

Il libro bianco è un documento operativo che darà attuazione a quella che è la politica nazionale in Artico quella che è stata presentata lo scorso gennaio dai ministri Crosetto, Tajani e Bernini, ampliandola nella parte dedicata all’Antartide e al cosiddetto terzo polo con una visione anche più estesa. Esiste un’idea molto sentita anche da parte nostra, di vedere la complessità in una maniera unitaria, anche se la situazione geostrategica è molto differente, ma per gli aspetti climatici di sicurezza e anche di cooperazione internazionale, di ricerca scientifica e tecnologica questi tre ambienti sono tutti fortemente collegati. Quindi il libro bianco del Cnr è una bellissima iniziativa e sarà una buona premessa per la seconda Conferenza che la sottosegretaria alla Difesa la senatrice Isabella Rauti terrà il 29 ottobre. Lì, in quell’occasione, il tema geopolitico sarà centrale: ovvero analizzare in maniera unitaria gli ambienti polari e, quindi, mettere nero su bianco una strategia più ampia e più unitaria su questi ambienti.

La trappola cinese per l’Europa e la nuova strategia di Bruxelles. L’analisi di Small (Ecfr)

8 October 2026 at 13:13

Il commissario europeo al Commercio, Maroš Šefčovič, avvia oggi una visita di due giorni a Pechino per cercare di riequilibrare le relazioni economiche tra Unione europea e Cina. Al centro dei colloqui con il ministro cinese del Commercio, Wang Wentao, ci sono il crescente squilibrio commerciale e le preoccupazioni europee per la sovraccapacità produttiva cinese, che minaccia settori industriali strategici del continente.

La missione arriva alla vigilia del Consiglio europeo di ottobre, nel quale i leader dell’Ue discuteranno anche della risposta economica alla Cina. Francia e Germania hanno recentemten proposto di rafforzare la capacità di intervento di Bruxelles contro minacce commerciali sistemiche (non si è parlato palesemente di Pechino, ma il sottinteso è automatico), anche attraverso un meccanismo di emergenza, il cosiddetto kill switch, che consentirebbe di reagire più rapidamente. La Commissione, tuttavia, continua a privilegiare una soluzione negoziata, cercando di evitare uno scontro commerciale aperto.

Per Andrew Small, direttore del programma Asia dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), il dato politicamente più rilevante è che l’Europa sembra aver finalmente raggiunto una convergenza sulla necessità di intervenire.

“Il consenso a favore di un’azione europea sulla Cina si è finalmente consolidato, dopo che la prudenza della Germania aveva a lungo frenato un approccio più deciso da parte dell’Ue”, spiega a Formiche.net. “Le recenti proposte franco-tedesche, presentate in vista del Consiglio europeo di ottobre per consentire all’Unione di reagire molto più rapidamente alle minacce commerciali sistemiche, sono ancora più importanti per il mandato politico che conferiscono per i dettagli delle misure proposte”.

Un cambiamento che si inserisce in un più ampio irrigidimento della posizione europea nei confronti di Pechino, emerso anche nel recente dibattito al Parlamento europeo. Come raccontato martedì questa evoluzione ha fatto emergere anche alcune divisioni politiche italiane, con l’astensione di gran parte degli eurodeputati del Partito democratico sull’ultimo rapporto parlamentare dedicato alla Cina; rapporto in cui la posizione europea assume toni più severi.

Ma quanto è solido questo nuovo consenso europeo? E soprattutto, riuscirà a resistere alla pressione negoziale cinese? Secondo Small, i colloqui di Šefčovič serviranno a verificare se Pechino sia davvero disposta a presentare offerte sufficientemente consistenti da modificare le dinamiche economiche alla base delle preoccupazioni europee. “La tattica più efficace della Cina potrebbe essere quella di trascinare l’Europa in una trappola procedurale, offrendo quel tanto che basta per ritardare un intervento, senza affrontare le forze che stanno alimentando la deindustrializzazione europea”, avverte.

Pechino potrebbe inoltre cercare di incrinare il consenso raggiunto tra gli Stati membri, concentrandosi soprattutto sulla Germania, dove la convergenza politica è relativamente recente. Small individua diverse possibili leve: limitazioni volontarie delle esportazioni in settori politicamente sensibili, come quello delle automobili ibride; impegni ad aumentare gli acquisti di prodotti europei; riduzioni della capacità produttiva già programmate, ma presentate come nuove concessioni; oppure l’apertura di ulteriori tavoli di dialogo su questioni controverse, tra cui la valutazione della valuta cinese. Misure che potrebbero contribuire ad attenuare le pressioni politiche europee senza modificare sostanzialmente gli squilibri esistenti.

Cosa accadrebbe, invece, se i negoziati non producessero risultati significativi? “Se i colloqui di Šefčovič dovessero fallire o, più probabilmente, produrre risultati così limitati da mantenere intatto il consenso europeo sulla necessità di agire con urgenza, l’Ue dovrà procedere con uno sforzo difensivo per proteggere le industrie maggiormente esposte allo shock cinese, mobilitando tutti gli strumenti già a sua disposizione“.

L’approvazione dei nuovi meccanismi proposti da Francia e Germania richiederà tempo. Per questo, secondo Small, il primo passo dovrebbe essere un impiego più coordinato e mirato degli strumenti esistenti. In un recente paper dell’Ecfr, l’analista ha proposto un approccio definito swarm, uno sciame di misure complementari. “Questo include dazi e quote, ma l’Europa deve andare ben oltre i tradizionali strumenti di difesa commerciale, che possono ottenere soltanto risultati limitati, considerata la capacità della Cina di assorbirli e aggirarli”.

Si profila dunque una guerra commerciale tra Europa e Cina sul modello di quella tra Washington e Pechino? “Le mosse dell’Ue non assomiglieranno alla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina”, osserva. “L’Unione non introdurrà dazi di livello praticamente proibitivo, come quelli del 145% imposti da Trump lo scorso anno, ma costruirà piuttosto una difesa sistemica dei settori industriali che rischia di perdere”. Anche dopo un eventuale rafforzamento delle misure difensive, il mercato europeo rimarrebbe molto più aperto ai prodotti cinesi rispetto a quello statunitense.

Questa distinzione è importante anche per valutare le possibili contromisure di Pechino. Un’interruzione delle forniture lungo le catene di approvvigionamento strategiche rappresenterebbe, secondo Small, un’escalation particolarmente grave, difficilmente giustificabile come risposta proporzionata alle misure europee.

Nel confronto con Washington, i controlli cinesi sulle esportazioni hanno contribuito a spingere gli Stati Uniti verso una de-escalation. Nel caso europeo, Small ritiene invece che un’analoga pressione potrebbe rafforzare le posizioni più assertive, favorendo l’attivazione dello strumento anti-coercizione dell’Ue e successive contromisure.

Non considera però inevitabile uno scontro. “In pratica, l’Ue può convivere con ritorsioni limitate e la Cina può accettare molte delle misure che l’Europa sta proponendo, quindi esiste ancora un possibile punto di approdo negoziale per entrambe le parti”.

La questione, tuttavia, va oltre il vertice europeo di ottobre. Secondo Small, la sfida di lungo periodo sarà costruire un quadro di intervento capace di affrontare strutturalmente la competizione industriale cinese, evitando che Bruxelles si ritrovi ogni anno a fronteggiare gli stessi problemi in settori diversi.

La priorità immediata resta però verificare la tenuta della posizione europea di fronte alla combinazione di pressioni e incentivi che Pechino potrebbe mettere in campo nelle prossime settimane. “Il banco di prova immediato è capire se l’Ue riuscirà a destreggiarsi tra le tattiche di pressione e di persuasione di Pechino nelle settimane a venire”, conclude Small.

Al rapporto Ue-Cina, anche attraverso il racconto del report “EU-China Relations in the October Decision Corridor” (curato dal Guarini Institute della John Cabot e Formiche/Decode39), è dedicata Indo-Pacific Salad di questa settimana. Per ricevere la newsletter basta seguire questo link

Sul caso Hanning il vero danno è compromettere la fiducia tra i servizi. Parla Teti

8 October 2026 at 10:11

“Il problema più grave non è sempre il segreto che l’avversario riesce a rubare dall’esterno. A volte è quello che qualcuno riesce a portare fuori dall’interno”. Per Antonio Teti, esperto di intelligence, cybersecurity e intelligenza artificiale, è questa la lezione più importante del caso August Hanning, l’ex direttore del Bnd coinvolto in un’inchiesta che ipotizza un prolungato flusso di informazioni riservate dall’intelligence tedesca. Una vicenda che, al di là dell’esito giudiziario, apre interrogativi sulla sicurezza interna dei servizi, sulla tutela delle informazioni condivise tra alleati e sulla capacità delle agenzie europee di individuare in tempo le minacce provenienti dall’interno.

Professor Teti, perché il caso August Hanning sta provocando tanta preoccupazione in Germania?

Perché non stiamo parlando di un funzionario qualsiasi. August Hanning è stato presidente del Bundesnachrichtendienst, il Bnd, dal 1998 al 2005 e successivamente ha ricoperto importanti incarichi istituzionali. Parliamo quindi di una persona che ha conosciuto dall’interno la struttura, le procedure, gli uomini, le relazioni internazionali e soprattutto i meccanismi decisionali dell’intelligence tedesca. Secondo la ricostruzione della Procura federale, l’ipotesi investigativa riguarda un flusso di informazioni che si sarebbe protratto per molti anni. Se l’impianto accusatorio venisse confermato, ci troveremmo davanti a qualcosa di molto più complesso di una semplice sottrazione di documenti classificati. Avremmo un possibile canale informativo parallelo capace di trasferire all’esterno informazioni provenienti dal cuore dell’apparato intelligence tedesco. Naturalmente dobbiamo ricordare che siamo nella fase delle indagini e che le responsabilità dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti.

Secondo gli investigatori sarebbero coinvolti quasi duemila documenti. È il numero a impressionarla maggiormente?

Non necessariamente. Il numero è certamente significativo, ma nell’intelligence la quantità non coincide automaticamente con il valore. Potrebbero esistere dieci documenti molto più importanti di mille altri. Quello che bisogna comprendere è la natura delle informazioni, il loro livello di classificazione, la loro provenienza, il periodo temporale al quale si riferiscono e soprattutto chi ne sia entrato eventualmente in possesso. C’è poi un elemento ancora più importante. Se si dispone per anni di un flusso costante di documenti provenienti da un servizio di intelligence, non si acquisiscono soltanto informazioni. Si può progressivamente ricostruire il modo nel quale quell’organizzazione pensa. Si comprendono le priorità informative, le aree geografiche di interesse, le minacce considerate più rilevanti, le capacità di raccolta, le lacune informative e persino il processo attraverso il quale l’intelligence viene trasferita al decisore politico. È quello che definirei una sorta di “reverse engineering” dell’intelligence.

Può spiegare meglio questo concetto?

Un servizio straniero non vuole semplicemente sapere cosa conosce il proprio avversario, ma vuole capire come arriva a conoscerlo. È una differenza fondamentale. Se riesco a ricostruire nel tempo quali informazioni raggiungono il vertice politico, posso comprendere quali siano le priorità dell’apparato, posso individuare eventuali lacune, posso intuire quali fonti siano particolarmente produttive e quali strumenti di raccolta vengano utilizzati. Soprattutto posso tentare di capire cosa il servizio “non sa”. Nell’intelligence, conoscere le lacune informative dell’avversario può essere persino più importante che conoscere ciò che sa. Ecco perché un archivio di quasi duemila documenti, se effettivamente fosse strutturato e distribuito lungo molti anni, potrebbe assumere un valore enormemente superiore alla somma dei singoli documenti.

Quindi il danno potrebbe andare oltre le informazioni contenute nei documenti?

Assolutamente sì e si stende su più livelli. Il primo livello riguarda il contenuto. Il secondo riguarda le fonti. Il terzo riguarda i metodi. Il quarto riguarda le relazioni. Il quinto, probabilmente il più importante, riguarda la capacità di ricostruire il sistema. Quando analizziamo una “intelligence compromise” dobbiamo evitare di ragionare come se stessimo analizzando esclusivamente un data breach informatico. Se vengono sottratti dei file da un’azienda, posso teoricamente quantificare il numero dei record compromessi. Nell’intelligence è molto più difficile. Un documento può contenere riferimenti indiretti a una fonte umana, a una capacità SIGINT, a una cooperazione internazionale o a un’operazione in corso. Combinando più documenti attraverso tecniche di analisi correlativa è possibile ottenere informazioni che nessuno dei singoli documenti conteneva esplicitamente. È il cosiddetto principio del “mosaico informativo”.

Uno degli aspetti più delicati riguarda i possibili destinatari stranieri. Quanto è importante stabilire chi abbia ricevuto le informazioni?

È probabilmente la domanda principale dell’intera indagine. Nel contrasto al riciclaggio si utilizza spesso l’espressione “follow the money”. Nel controspionaggio potremmo utilizzare l’espressione “follow the information”. Bisogna ricostruire l’intero percorso dell’informazione. Chi l’ha prodotta? Chi poteva accedervi? Chi l’ha estratta? Come è stata trasferita? Chi l’ha ricevuta? È stata trasformata in un rapporto? Quel rapporto è stato venduto? Chi lo ha acquistato? Il destinatario apparente coincideva con quello reale? E soprattutto bisogna verificare se le informazioni siano state ulteriormente trasferite. Perché un documento consegnato a una singola persona può successivamente entrare nell’ecosistema informativo di un apparato intelligence straniero e diventare accessibile a numerosi analisti. Da quel momento il controllo sull’informazione è definitivamente perduto. È stato fatto anche il nome dell’Azerbaigian. Su questo occorre essere estremamente prudenti. La Procura federale tedesca, nelle informazioni pubblicamente disponibili, non ha identificato ufficialmente i servizi stranieri ai quali sarebbero state destinate le informazioni. Sono emerse ricostruzioni giornalistiche che hanno indicato possibili collegamenti con l’Azerbaigian, ma Baku ha respinto tali ricostruzioni. Finché non emergeranno elementi investigativi più precisi, attribuire con certezza l’operazione a un determinato Paese sarebbe metodologicamente scorretto. Nell’intelligence l’attribuzione è una delle operazioni più complesse, e quando si parla di spionaggio, distinguere tra fatti, indizi, valutazioni analitiche e ipotesi è fondamentale.

Il caso potrebbe coinvolgere indirettamente anche altri servizi occidentali?

Potenzialmente sì, ed è uno degli aspetti che considero più delicati. Nessun grande servizio di intelligence occidentale opera isolatamente. Esistono scambi continui di informazioni tra servizi alleati. Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia e gli altri Paesi NATO condividono informazioni, analisi, indicatori di minaccia e prodotti intelligence. Quindi bisognerà comprendere se tra i documenti eventualmente compromessi fossero presenti anche informazioni provenienti da servizi partner. Se così fosse, il problema non sarebbe più soltanto tedesco.

Quale potrebbe essere la reazione degli altri servizi?

Nel mondo dell’intelligence la fiducia è una valuta strategica. Quando un servizio consegna un’informazione particolarmente sensibile a un partner, deve essere ragionevolmente certo che quella informazione venga protetta. Se questa certezza diminuisce, anche temporaneamente, può cambiare il livello della cooperazione. Non significa necessariamente interrompere i rapporti. Sarebbe irrealistico, soprattutto tra alleati strategici, ma potrebbe cambiare la qualità delle informazioni condivise. Un servizio potrebbe decidere di compartimentare maggiormente alcuni prodotti, limitare temporaneamente la distribuzione di determinate informazioni o aumentare i livelli di controllo.

Il danno reputazionale, nel mondo dell’intelligence, può durare più a lungo del danno operativo. È questo, secondo lei, il vero rischio per il Bnd?

Uno dei principali. Il Bnd dovrà certamente ricostruire l’eventuale danno informativo, ma dovrà contemporaneamente proteggere la fiducia dei partner, e ciò rappresenta un lavoro estremamente complesso. Occorrerà probabilmente effettuare un vero e proprio “damage assessment”, ovvero identificare i documenti, classificarli per sensibilità, ricostruirne la distribuzione, verificare la presenza di informazioni provenienti da servizi alleati, identificare eventuali fonti compromesse e stabilire quali operazioni possano essere state indirettamente esposte. È un processo che potrebbe richiedere molto tempo.

Il caso Hanning può essere considerato un esempio di insider threat? 

Se le accuse fossero confermate, sarebbe un caso estremamente significativo di insider threat, proprio perché coinvolgerebbe livelli elevatissimi dell’organizzazione. Siamo abituati a immaginare la minaccia interna come il dipendente infedele che copia documenti o utilizza impropriamente le proprie credenziali. Ma esiste un insider threat molto più sofisticato. Un alto dirigente possiede qualcosa che nessun hacker può sottrarre facilmente: la conoscenza profonda dell’organizzazione. Conosce le persone, le procedure, i meccanismi informali, la cultura interna, il significato reale delle classificazioni, e soprattutto sa attribuire valore alle informazioni. Un documento apparentemente ordinario può assumere un’importanza enorme agli occhi di chi conosce il sistema nel quale quel documento è stato prodotto.

Ma Hanning aveva lasciato il Bnd molti anni prima.

Ed è precisamente questo uno degli aspetti più interessanti della vicenda. Quando un dirigente lascia un servizio di intelligence perde le proprie funzioni, ma non perde automaticamente il proprio capitale relazionale. Decenni trascorsi ai vertici dello Stato producono una rete di rapporti con funzionari, diplomatici, militari, uomini politici, imprenditori, dirigenti pubblici e rappresentanti di servizi stranieri. Questo patrimonio relazionale è perfettamente legittimo, ma dal punto di vista della sicurezza deve essere considerato. Per questo ritengo che il caso Hanning riaprirà inevitabilmente il dibattito sulla cosiddetta “post-employment security”, cioè sulla gestione del rischio collegato agli ex dirigenti delle strutture più sensibili dello Stato.

Bisognerebbe quindi controllare gli ex direttori dei servizi?

Non parlerei genericamente di controllo sulle persone, sarebbe una semplificazione pericolosa. Bisogna invece costruire regole chiare. Ad esempio, valutare eventuali conflitti di interesse, regolamentare determinati incarichi di consulenza, definire obblighi di comunicazione per alcune attività professionali e mantenere programmi periodici di sensibilizzazione sulla protezione delle informazioni classificate. Bisogna trovare un equilibrio tra libertà individuale e sicurezza nazionale, ma è evidente che un ex vertice dell’intelligence rappresenta, per tutta la vita, un patrimonio straordinario di conoscenze sensibili.

C’è anche un problema legato al mercato privato dell’intelligence?

Certamente. Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito alla crescita di un enorme mercato della “private intelligence”. Ex funzionari dei servizi, militari, diplomatici e specialisti della sicurezza entrano nel settore privato mettendo legittimamente a disposizione competenze maturate nel settore pubblico. È un fenomeno globale, ma il problema nasce quando diventa difficile distinguere tra il patrimonio professionale dell’individuo e l’utilizzo di informazioni che appartengono allo Stato. È una linea che deve essere assolutamente netta. La consulenza privata può utilizzare esperienza, competenza, metodologia e capacità analitica, ma non può utilizzare informazioni classificate ottenute attraverso canali impropri.

C’è un aspetto del caso che la colpisce particolarmente?

Sì. La durata del presunto flusso informativo. Se venisse confermato che documenti classificati sono stati trasferiti per un periodo così lungo, la domanda non sarebbe soltanto: “Chi li ha trasferiti?”. La domanda diventerebbe: “Perché il sistema non se ne è accorto?” E questa è una domanda molto più difficile. Un comportamento illecito individuale riguarda una persona, ma un comportamento che riesce eventualmente a proseguire per anni può indicare anche una vulnerabilità organizzativa. Bisognerà capire quali controlli sugli accessi esistessero, quali log venissero conservati, quali sistemi di auditing fossero attivi e se vi siano stati segnali deboli che non sono stati identificati o correttamente interpretati.

La tecnologia e l’intelligenza artificiale possono aiutare a prevenire casi simili?

Moltissimo. I sistemi di “User and Entity Behavior Analytics” consentono già oggi di costruire profili comportamentali degli utenti e individuare anomalie. L’intelligenza artificiale permette di andare oltre. Può correlare accessi, download, interrogazioni dei database, spostamenti di file, orari di lavoro e altre variabili per identificare comportamenti anomali che, considerati singolarmente, potrebbero sembrare irrilevanti. Immaginiamo un funzionario che consulta cento documenti. Il numero in sé potrebbe essere perfettamente normale. Ma se quei documenti appartengono a settori non coerenti con il suo incarico, vengono consultati in determinati momenti e successivamente trasferiti o stampati, la correlazione degli eventi può generare un indicatore di rischio.

L’IA può quindi diventare uno strumento straordinariamente importante per il controspionaggio interno. Non c’è però il rischio di trasformare un servizio in una struttura di sorveglianza permanente dei propri dipendenti?

Certamente, ed è qui che entra in gioco la governance. La tecnologia non deve diventare un alibi per eliminare qualsiasi forma di proporzionalità. Servono regole, controlli, audit e una chiara definizione delle finalità. Ma dobbiamo anche essere realistici: chi lavora con informazioni dalle quali può dipendere la sicurezza nazionale opera inevitabilmente all’interno di un regime di sicurezza più rigoroso rispetto a quello applicabile a un normale ambiente lavorativo. Il principio dovrebbe essere quello dello Zero Trust, opportunamente adattato al mondo intelligence. Non significa non fidarsi di nessuno. Significa che la fiducia non può sostituire il controllo.

Nemmeno quando si parla dei vertici?

Soprattutto quando si parla dei vertici. Ed è questo il grande paradosso dell’intelligence. Più una persona sale nella gerarchia, maggiore è la fiducia che deve necessariamente ricevere. Ma contemporaneamente aumenta il danno che quella persona potrebbe provocare se quella fiducia venisse tradita. Per questo ritengo che una delle lezioni più importanti sia racchiusa nel principio “trust, but continuously verify”. Fidarsi, ma verificare continuamente. Il controllo non deve dipendere dalla posizione gerarchica. C’è un altro elemento singolare: l’inchiesta sarebbe emersa nell’ambito di un procedimento diverso. È un aspetto che merita molta attenzione. Secondo la ricostruzione della Procura federale, parte del materiale sarebbe stata individuata durante una perquisizione effettuata nel settembre 2025 nell’ambito di un altro procedimento e successivamente trasmessa alla Procura federale. Se questa dinamica venisse pienamente confermata, emergerebbe una domanda inevitabile: il presunto circuito sarebbe stato scoperto senza quell’indagine? È una domanda che qualsiasi organizzazione intelligence dovrebbe porsi. Non soltanto il Bnd.

Quindi il caso Hanning contiene una lezione anche per gli altri servizi europei?

Assolutamente sì. Sarebbe un errore considerarlo esclusivamente un problema tedesco. Ogni grande incidente intelligence deve essere studiato dagli altri servizi come un caso di scuola. Bisogna chiedersi: potrebbe accadere anche a noi? I nostri sistemi sarebbero in grado di rilevarlo? Quanto tempo impiegheremmo? Quali informazioni potrebbero essere compromesse? Come reagiremmo? È questo il valore dell’analisi comparativa nel controspionaggio.

Il contesto geopolitico rende la vicenda ancora più grave?

Senza dubbio. L’Europa si trova in una fase di competizione intelligence estremamente intensa. La guerra in Ucraina, il confronto con la Russia, la crescente assertività cinese, l’Iran, il terrorismo, le minacce ibride, la competizione tecnologica e le operazioni di influenza hanno aumentato enormemente l’importanza dell’intelligence. Contemporaneamente è aumentata la cooperazione tra i servizi occidentali. Questo significa che circola una quantità maggiore di informazioni, e più informazioni circolano, maggiore diventa la necessità di proteggerle.

Qual è allora la vera lezione del caso Hanning?

Che la sicurezza di un servizio segreto non può essere misurata soltanto dalla sua capacità di raccogliere informazioni. Deve essere misurata anche dalla capacità di proteggerle. Possiamo disporre dei migliori sistemi SIGINT, dei satelliti più sofisticati, dell’intelligenza artificiale più avanzata e delle migliori capacità cyber, ma alla fine rimane sempre l’elemento umano. La risorsa più importante dell’intelligence continua a essere la fiducia, ovvero fiducia tra funzionari, fiducia tra il servizio e il governo, fiducia tra apparati alleati. Se questa fiducia viene compromessa, soprattutto ai livelli più elevati, il danno può essere molto più profondo della perdita di un singolo documento classificato.

Quindi la domanda centrale non è soltanto quali segreti siano eventualmente usciti dal Bnd?

Esatto, bisogna certamente capire cosa sia eventualmente uscito, ma bisogna soprattutto capire dove sia arrivato, chi lo abbia utilizzato, quali decisioni possa aver influenzato, quali fonti possa aver compromesso, quali servizi alleati possano essere stati indirettamente coinvolti. E soprattutto se qualcuno, attraverso anni di informazioni, sia riuscito a comprendere meglio il funzionamento interno dell’intelligence tedesca, perché nel controspionaggio il problema più grave non è sempre il segreto che l’avversario riesce a rubare dall’esterno. A volte è quello che qualcuno riesce a portare fuori dall’interno. Ed è proprio per questo che, indipendentemente dall’esito giudiziario, il caso Hanning rappresenta già oggi un importante caso di studio per l’intera comunità dell’intelligence europea.

Legge elettorale, così il voto utile ridisegna la partita (anche a destra). Parla Fonda (Swg)

7 October 2026 at 15:22

Domani il voto sulla legge elettorale può chiudere una partita parlamentare, ma ne apre una molto più importante: quella per le prossime politiche. Perché quando gli schieramenti saranno definiti, cambierà anche il modo in cui gli elettori voteranno. Il centrodestra dovrà fare i conti con la variabile Vannacci e con il voto utile, il centrosinistra con il nodo della leadership e delle primarie. In mezzo, un centro che oggi vale circa il 4 per cento potrebbe tornare a essere decisivo. A fare il punto con Formiche.net sugli scenari che si aprono è Rado Fonda, direttore scientifico di Swg.

Fonda, cosa cambia nello scenario politico una volta approvata la nuova legge elettorale?

Una volta approvata la legge elettorale, lo scenario rispetto alle politiche cambierà un po’. Il fatto di sapere quali saranno le coalizioni e gli schieramenti, già secondo i nostri test, modifica la distribuzione del consenso.

Partiamo dal centrodestra. La nuova legge può incidere anche sul consenso di Vannacci?

Sì. Se Vannacci si presenta da solo, rischia di perdere una parte del consenso perché può prevalere il voto utile anche nel suo elettorato. Una parte degli elettori potrebbe pensare che votandolo si rischia di far vincere la sinistra e quindi tornare a votare Lega e Fratelli d’Italia. Qualcosa si sta già vedendo. Nell’ultima settimana Vannacci è calato e Fratelli d’Italia ha ripreso quota. Questo scenario si sta delineando.

Quindi il voto utile può diventare un fattore decisivo a destra?

Può esserlo, soprattutto quando gli schieramenti saranno chiaramente definiti. L’elettore che oggi può permettersi un voto più identitario, domani potrebbe fare un ragionamento diverso se percepisce che quel voto può incidere sull’esito della competizione tra le coalizioni.

Al centrodestra converrebbe allora un accordo con Vannacci?

Dal punto di vista elettorale sì, perché la somma dei consensi sarebbe più favorevole. Ma il problema sarebbe poi avere un governo con Vannacci. Sarebbe problematico, soprattutto nella proiezione europea. Quindi bisogna distinguere il vantaggio elettorale dalla compatibilità politica di governo.

Passiamo al centrosinistra. Qui il nodo principale resta la leadership?

È il grande nodo. Bisogna definire il leader della coalizione e non credo che si potrà aspettare la Consulta, perché si arriverebbe troppo tardi. Se si fanno le primarie o si sceglie un altro meccanismo, comunque la leadership della coalizione potrebbe comportare dei malumori nel fronte coalizzato.

Quanto potrebbe essere divisivo il tema delle primarie?

Molto. Se vincesse Schlein, per esempio, una parte del Movimento Cinque Stelle potrebbe non votarla. E viceversa per il Pd. Questo fa capire quanto sia difficile pensare che il centrosinistra possa fare il pieno dei voti semplicemente sommando i consensi dei diversi partiti.

Eppure, oggi, la sommatoria dei partiti vede il centrosinistra davanti.

Sì, al momento il centrosinistra è avanti sommando i partiti. Ma la partita è aperta ed equilibrata. La sommatoria dei consensi non significa automaticamente che quei voti si trasferiscano integralmente alla coalizione. Ci sono problemi di leadership, di posizionamento e di voto utile.

In questo quadro, quale spazio resta al centro?

Al momento Marattin, Picierno, Azione e gli altri soggetti dell’area centrista possono valere circa il 4 per cento. È uno spazio che potrebbe cambiare dimensione una volta chiariti gli schieramenti.

In che senso?

Se da una parte ci sarà il centrodestra con Vannacci e dall’altra una coalizione di centrosinistra definita, potrebbe crescere il centro. Da una parte ci sarà il voto utile, ma dall’altra ci sarà anche chi non vuole schierarsi con nessuna delle due coalizioni. Calenda, o chi per lui, potrebbe avere qualche chance.

Il centro potrebbe quindi diventare decisivo proprio perché resta fuori dai due blocchi?

È una possibilità. Una parte dell’elettorato potrebbe non riconoscersi nei due schieramenti principali. Bisognerà però capire quanto sarà grande questo spazio una volta che la competizione sarà realmente polarizzata.

E il voto anticipato quanto è realistico?

Bisogna vedere se si andrà a votare. Tra adesso e aprile, comunque, molte cose possono cambiare. Il quadro politico è ancora aperto. L’unico nodo che oggi resta particolarmente importante è quello delle primarie del campo largo.

Domani, intanto, c’è il voto sulla legge elettorale. Quanto interessa davvero agli elettori?

Ai cittadini, di base, questi temi non scaldano. La legge elettorale è percepita come una questione tecnica. Ma se il centrodestra dovesse subire una sconfitta nel voto segreto, sarebbe un colpo sul piano politico e un danno d’immagine per la maggioranza.

Una bocciatura avrebbe quindi soprattutto un valore simbolico?

Sarebbe soprattutto un colpo politico. Il centrodestra ha investito molto sulla legge elettorale e una sconfitta a scrutinio segreto avrebbe un effetto sulla percezione della sua compattezza e della sua capacità di portare a casa un provvedimento considerato strategico.

Il vero test, però, sembra essere quello che viene dopo.

Sì. Una volta approvata la legge, bisognerà capire come si comporranno gli schieramenti. È lì che si vedranno gli effetti più interessanti: il voto utile, la leadership del centrosinistra, il ruolo di Vannacci e lo spazio del centro potranno modificare sensibilmente la distribuzione del consenso.

🔴CHI PAGA SIAMO NOI

4 October 2026 at 17:36

Margherita Furlan. Il prezzo della decadenza. Guarda la puntata intera: https://www.youtube.com/live/ouQzao-1gSU 📡 CASA DEL SOLE TV — Informazione libera e indipendente Il nostro lavoro è possibile solo grazie al vostro sostegno. Casa del Sole TV non ha editori forti né finanziamenti pubblici: siamo sostenuti da voi, il nostro pubblico. Se credi nel valore di un’informazione che non tace, aiutaci a continuare. 💳 Dona tramite bonifico bancario: IBAN: IT63P0326822300052392596590 Intestato a: LA CASA DEL SOLE EDIZIONI Causale: Donazione Casa del Sole TV 🅿 Dona tramite PayPal: paypal.me/casadelsoletv ⏰Sostegno ricorrente: casadelsole.tv/sostienici Anche un piccolo contributo fa la differenza. Grazie di cuore! ❤

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🔴 NINO GALLONI: LA FINE DEL SISTEMA INFINITO DELLA CREAZIONE DELLA MONETA

4 October 2026 at 17:35

Dal 2008 in poi le banche centrali hanno inondato il mondo di liquidità: salvataggi bancari, acquisti di titoli, debito pubblico finanziato a tassi vicini allo zero. Oggi lo scenario si rovescia. L’inflazione italiana sale al 4,2 per cento, trascinata da un’energia che costa il 22 per cento in più di un anno fa. Il gasolio supera i 2,30 euro al litro, il petrolio oscilla attorno ai 100 dollari sotto il peso della crisi di Hormuz, e la BCE risponde alzando i tassi per la seconda volta quest’anno. Mentre l’Occidente stringe il credito, i BRICS e il Sud globale accumulano oro e costruiscono canali di pagamento che aggirano il dollaro. Fino a quando potrà reggere un sistema fondato sulla creazione illimitata di moneta? E chi pagherà il conto quando la macchina si fermerà? Dalla politica monetaria ai ricordi di chi ha visto da dentro lo smantellamento della programmazione economica italiana. Ne parliamo con Nino Galloni, economista post-keynesiano, collaboratore di Federico Caffè, già funzionario del Ministero del Bilancio e della Programmazione economica e direttore generale al Ministero del Lavoro. Intervista a cura di Jeff Hoffman Affrontiamo insieme: 🖨 Banche centrali e creazione di moneta: quanto può durare ancora? 🏦 La BCE alza i tassi contro un’inflazione da energia: medicina giusta o errore? ⛽ Carburanti, bollette e inflazione: chi incassa mentre noi paghiamo 💵 Dollaro, oro e debito americano: il tramonto di una valuta di riserva 🌍 BRICS e Sud globale: l’architettura del mondo multipolare 📚 Federico Caffè, il maestro scomparso, e il prezzo della coerenza 🏛 La chiusura del Ministero del Bilancio: quando l’Italia ha smesso di programmare 📜 La Carta di Roma, le tesi del 2008 e il confronto con Washington 🇮🇹🇪🇺 Italia ed Europa: esiste una via d’uscita dalla subalternità? 📚 I LIBRI DI NINO GALLONI ▫ Il superamento del capitalismo. Il mondo post-angloamericano. Oltre l’economia della moneta a debito, Arianna Editrice, 2025 (postfazione di Roberta Lasi) ▫ Economia quantistica, irrazionalità e coscienza, Byoblu, 2022 ▫ La rivolta delle coscienze. Siamo troppi, inutili e dannosi?, Byoblu, 2022 ▫ Il grande mutuo. Le ragioni profonde della prossima crisi finanziaria, Editori Riuniti, 2007 ▫ La moneta copernicana (con Marco Della Luna), Nexus Edizioni, 2008 ▫La Sicilia protagonista della rivoluzione sovranista costituzionale, Edizioni Arianna ▶ LE INTERVISTE PRECEDENTI Crisi energetica, che ne sarà del fu Belpaese?    • Nino Galloni: crisi energetica, che ne sar…   Statonote e spazi di sovranità    • Statonote e spazi di sovranità   Dedollarizzazione controllata    • 🚨NINO GALLONI DEDOLLARIZZAZIONE CONTROLLATA   🎯 SOSTIENI CASA DEL SOLE TV Casa del Sole TV è un progetto di giornalismo indipendente autofinanziato. Nessun editore, nessun partito. Per donazioni: IBAN: IT63P0326822300052392596590 Intestato a: La Casa del Sole Edizioni Causale: Donazione Casa del Sole TV Membership YouTube: 👉    / @casadelsoletvchannel   💠 Analista Multipolare €5/mese 💠 Inviato della Verità €15/mese 💠 Architetto del Futuro €25/mese 📖 I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN BRICS Scacco Matto (disponibile in italiano, inglese, russo) 🔔 Iscrivetevi al canale e attivate la campanella: è grazie a voi che siamo qui ogni sera. #NinoGalloni #FedericoCaffè #BancheCentrali #BCE #Inflazione #SovranitàMonetaria #Dollaro #Dedollarizzazione #Oro #BRICS #SudGlobale #CrisiEnergetica #Carburanti #MinisteroDelBilancio #Italia #Europa #CasadelSoleTV #JeffHoffman #MargheritaFurlan #Multipolarismo

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Chi scrive il copione?

4 October 2026 at 17:33

✈ Un volo da Dubai a Tel Aviv, una colluttazione in cabina, un atterraggio d’emergenza in Arabia Saudita. Il movente è ancora ignoto, ma la cornice è arrivata subito: attacco jihadista, nuovo 11 settembre sventato, eroi a bordo. Come si costruisce un racconto prima dei fatti, e a chi serve? “Gli USA giurano di sconfiggere chiunque sia il nemico contro cui siamo in guerra”, titolò la rivista satirica The Onion all’indomani dell’11 settembre. L’attacco al giornalismo fu senza precedenti. Asfaltate le organizzazioni sindacali, rovesciate come calzini le associazioni di giornalisti. Ne parliamo con Stefano Re, criminologo, saggista ed esperto di metacomunicazione, e con Roberto Quaglia, scrittore di fantascienza e saggista. Due sguardi complementari: chi studia come un messaggio comunica il modo in cui deve essere letto, e chi da venticinque anni smonta i miti fondativi della propaganda occidentale. Affrontiamo insieme: 🧠 Metacomunicazione dell’emergenza: parole, immagini e tempi con cui si fissa una cornice 🗓 L’11 settembre come unità di misura di ogni minaccia, venticinque anni dopo 🎬 Il dirottamento come genere cinematografico: eroi, cattivi e lieto fine già scritti 🚩 Falsa bandiera: i casi documentati della storia e il confine con il sospetto automatico 🖼 Realtà ritoccata: fotografie ufficiali, video virali, immagini sintetiche 🕵 Profilo criminologico: attentato pianificato, gesto suicida o ancora nessuna delle due cose 🌍 Lo stesso volo raccontato da Tel Aviv e dai media arabi 📚 I LIBRI DEGLI OSPITI Stefano Re LaScienzah. Quando la scienza si trasforma in fanatismo religioso, Arianna Editrice, 2025 Mindfucking. Dai manuali segreti della CIA al marketing, le tecniche di condizionamento mentale, Arianna Editrice, 2024 (edizione ampliata) Roberto Quaglia Guerra e pace e zombi. Democrazia totalitaria contro mondo multipolare, Youcanprint, 2025 Hollywoodism. The Invisible Ideology, Youcanprint, 2025 Il fondamentalismo hollywoodista. Viaggio in Iran alla scoperta dell’invisibile ideologia dell’Occidente, Youcanprint, 2020 Il mito dell’11 settembre. I versetti satanici della democrazia occidentale, Youcanprint, 2020 🎯 SOSTIENI CASA DEL SOLE TV Casa del Sole TV è un progetto di giornalismo indipendente autofinanziato. Nessun editore, nessun partito. Per donazioni: IBAN: IT63P0326822300052392596590 Intestato a: La Casa del Sole Edizioni Causale: Donazione Casa del Sole TV Membership YouTube: 👉    / @casadelsoletvchannel   💠 Analista Multipolare €5/mese 💠 Inviato della Verità €15/mese 💠 Architetto del Futuro €25/mese 📖 I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN BRICS Scacco Matto (disponibile in italiano, inglese, russo) 🔔 Iscrivetevi al canale e attivate la campanella: è grazie a voi che siamo qui ogni sera. #StefanoRe #RobertoQuaglia #Flydubai #11Settembre #FalsaBandiera #FalseFlag #Netanyahu #Metacomunicazione #Propaganda #GuerraCognitiva #Narrazioni #Mindfucking #Hollywoodismo #CasaDelSoleTV #Multipolarismo

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