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C2C si prepara alla nuova edizione del festival con il record di presenze internazionali

9 October 2026 at 13:22

Il C2C Festival si prepara a spegnere venticinque candeline consolidando la sua statura di punto di riferimento globale per la musica avant-pop e la youth culture. Dal 29 ottobre al 1° novembre 2026, Torino tornerà a trasformarsi nel capitale europea dell’elettronica d’avanguardia e della sperimentazione sonora per l’edizione 25 YEARS OF. Il quarto di secolo della kermesse – nata nei primi anni Duemila con il nome di Club To Club – arriva accompagnato da numeri record: le vendite dei biglietti viaggiano spedite verso il sold out per il quinto anno consecutivo, ma è la componente geografica a segnare uno storico sorpasso. Per la prima volta, infatti, il pubblico internazionale ha superato quello italiano, attestandosi al cinquantatrè per cento delle presenze complessive, a cui si affianca una schiacciante quota del settantotto per cento di spettatori under 35.

Il traguardo dei 25 anni segue i recenti successi internazionali del marchio torinese, con i sold out registrati sia alla seconda edizione di C2C NYC a New York sia al prestigioso Barbican Centre di Londra. Per l’occasione, il festival presenta il programma più esteso e ambizioso di sempre, estendendosi su una rete capillare di venue cittadine che raccontano l’anima barocca, post-industriale e contemporanea di Torino.

Se la main venue di Lingotto Fiere accoglierà le serate di venerdì e sabato mettendo al debutto il nuovo DAZED Stage, le OGR Torino confermano il proprio ruolo strategico ospitando il Grand Opening del giovedì e il Finissage della domenica. Non mancheranno poi storici ritorni e format evocativi: a undici anni dall’ultima volta, il Teatro Carignano riaprirà le porte sabato 31 ottobre per uno speciale matinée ideato con il supporto del Teatro Stabile e la coproduzione di MITO SettembreMusica. La giornata conclusiva del 1° novembre vedrà invece un evento diffuso accessibile con un unico titolo d’ingresso tra Le Roi — la celebre ballroom progettata da Carlo Mollino — e il Notorius, storico locale tra i luoghi simbolo della primissima edizione del 2002.

A completare la mappa del festival saranno il Teatro Regio, sede diurna dell’hub di incontri e dibattiti C2C Talks, e l’headquarters di Combo Torino. Quest’ultimo accoglierà già domenica 25 ottobre la preview C2C KIDS!, l’appuntamento dedicato ai più piccoli il cui ricavato di biglietteria sarà integralmente devoluto allo storico partner etico Medici Senza Frontiere.

La proposta artistica del 2026 riunisce icone pop, debutti attesissimi ed esclusive nazionali. Tra i set più attesi figura l’icona pop svedese Robyn, di ritorno a sette anni dall’ultimo lavoro solista con il nuovo album Sexistential, ma anche l’inedita e rara apparizione di coppia per i rapper e producer svedesi Yung Lean & Bladee. Spazio poi all’art-pop etereo della producer francese Oklou, al ritorno di Arca e a quello di Kelela, oltre allo show di Chuquimamani-Condori (fresco di Leone d’Argento alla Biennale Musica di Venezia) e ai set di Shygirl, The Avalanches, Theo Parrish (protagonista di una maratona sonora di 7 ore), Grouper, Lorenzo Senni, Smerz e Sonnets/HEADACHE.

La celebrazione del venticinquennale si proietta infine nel futuro attraverso l’investimento sulle nuove generazioni. Quest’anno ha preso il via C2C Curators, un programma gratuito di formazione e professionalizzazione dedicato alla memoria del fondatore Sergio Ricciardone. Tra le oltre duecento candidature ricevute da tutta Italia, dodici giovani curatrici e curatori under 35 sono stati selezionati per affiancare i mentor internazionali Bill Kouligas, Simone Trabucchi ed Elisa Luengo, entrando direttamente nei meccanismi produttivi e curatoriali del festival.

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Mentre la ristorazione cerca il suo futuro, c’è chi lo costruisce da 269 anni

9 October 2026 at 03:45

Sala Risorgimento, ristorante Del Cambio

Il problema della ristorazione italiana non è aprire ristoranti, quanto riuscire a tenerli aperti. Il Rapporto Ristorazione 2026 di Fipe fotografa un settore con un turnover elevato: nel 2025 hanno avviato l’attività 10.062 imprese e ne sono cessate 25.239. A cinque anni dalla nascita ne resta attiva, a seconda della tipologia, una quota compresa tra il 44 e il 54 per cento. Nella ristorazione, la vera impresa è soffiare candeline.

Potremmo liquidare tutto con costi troppo alti e margini troppo bassi, ma sarebbe una spiegazione comoda. Nei più attuali dibattiti sul futuro del lavoro nella ristorazione, anche il problema della mancanza di personale è diventato qualcosa di più ampio: produttività, organizzazione, formazione, management, capacità di offrire percorsi professionali e condizioni di lavoro compatibili con aspettative profondamente cambiate. Così come la vecchia equazione gavetta-sacrificio-successo sembra non funzionare più come una volta.

In questo scenario, 269 anni possono apparire come un errore statistico. Li ha compiuti il 5 ottobre Del Cambio di Torino. Quando apre le porte, nel 1757, la città è capitale del Regno di Sardegna e l’Italia ancora non esiste. Nasce come Caffè, diventa progressivamente ristorante nei primi decenni dell’Ottocento e attraversa monarchie, guerre, industrializzazione, cambi di proprietà e di gestione. Nel 1945 diventa persino, temporaneamente, una mensa partigiana.

Il compleanno è stato festeggiato nella Sala Risorgimento, dove Cavour aveva il suo tavolo abituale. Quando tra i clienti storici puoi annoverare uno che ha contribuito a fare l’Italia, forse sulla longevità hai effettivamente qualcosa da dire.

Durare così a lungo non significa immobilità. Anzi, oggi a custodire un luogo di quasi tre secoli c’è una brigata molto giovane e lo chef Francesco Rovai ha appena ventisette anni, un decimo del ristorante, più o meno. E mentre una parte del settore continua a domandarsi perché i giovani non vogliano più fare questo mestiere, qui un giovane ha scelto di assumersi la responsabilità di un’insegna in cui la storia potrebbe facilmente pesare più delle pentole.

Manca anche la rassicurante genealogia della famiglia di ristoratori che tramanda chiavi e ricette di padre in figlio. Del Cambio ha attraversato proprietà e gestioni differenti; oggi il rilancio contemporaneo del ristorante nasce dall’investimento di un imprenditore estraneo, per formazione e percorso, al mondo della ristorazione. La continuità, quindi, non è biologica. È culturale e imprenditoriale.

Un ristorante dura quando la sua identità riesce a essere più longeva delle persone che, di volta in volta, ne hanno la responsabilità. Quella di Del Cambio nasce dall’intreccio tra Piemonte e Francia, in una Torino sabauda in cui lingua, abitudini e cucina guardavano naturalmente a Parigi. “Il cuoco piemontese perfezionato a Parigi”, la prima grande codificazione della cucina regionale piemontese, viene pubblicato nel 1766, nove anni dopo l’apertura del Caffè: tecniche francesi e prodotti locali si incontravano molto prima che qualcuno sentisse il bisogno di chiamarla contaminazione.

È lo stesso principio che ritorna oggi nel menu. Rovai e la brigata recuperano ricette e persino alcune denominazioni della fonte settecentesca, ma il punto non è mangiare come nel 1766, quanto capire che cosa di quella cucina possa ancora avere senso nel 2026.

A spiegarlo egregiamente è il Gran antipasto piemontese, dieci assaggi arrivano insieme sulla tavola, dal Paté di Fassona e foie gras all’Ostrica gratinata. Una risposta all’attuale passione per i piatti da condividere che recupera il servizio delle corti, dove più preparazioni venivano presentate simultaneamente: esibizione di abbondanza, ma anche pasto costruito intorno alla relazione tra i commensali. La condivisione a tavola, evidentemente, era contemporanea già nel Settecento.

Così i 269 anni di Del Cambio diventano qualcosa di più di una curiosità da Guinness. La ristorazione contemporanea discute di come attirare giovani, costruire organizzazioni migliori, produrre abbastanza valore da poter investire e trovare modelli capaci di sopravvivere al proprio fondatore. Del Cambio non offre naturalmente una ricetta replicabile: storia, patrimonio, posizione e capacità d’investimento ne fanno un caso difficilmente confrontabile con la maggior parte dei ristoranti italiani. È però un esempio che permette di riflettere sul fatto che la longevità non consiste nel difendere un modello dal cambiamento, né nel consegnarlo intatto alla generazione successiva. Può significare costruire un’identità abbastanza precisa da poter passare tra proprietà diverse, essere affidata a un cuoco di ventisette anni, cambiare organizzazione, pubblico e linguaggio senza dover ogni volta ricominciare da zero.

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Lavoce.info al Festival Internazionale dell’Economia di Torino 2026

5 October 2026 at 14:18

Anche quest’anno, Lavoce.info collabora con il Festival Internazionale dell’Economia di Torino dal titolo “Salvare lo stato sociale”. I nostri redattori e collaboratori parteciperanno a eventi che seguono per lo più il format dello scorso anno, chiamato “I dialoghi della voce”. Si confronteranno con rappresentanti di istituzioni legate a sanità, pensioni e welfare in generale. Per […]

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Tumori e smaltimento illegale di rifiuti disegnano la stessa mappa

30 September 2026 at 08:35

La testimonianza di un collaboratore di giustizia ha fornito una mappa precisa dei luoghi dove la camorra ha interrato i rifiuti illegali. In quelle stesse zone si registra un netto aumento dei casi di tumore. A riprova dei gravi danni causati alla salute.

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