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Meloni e Conte tengono insieme destra e sinistra, ma non sanno più dove portarle

14 October 2026 at 03:45

Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni incontra il Presidente della Repubblica di Polonia, Karol Nawrocki a Palazzo Chigi, sede del Governo italiano a Roma, Lunedì 18 Maggio 2026 (Foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Prime Minister Giorgia Meloni meets with President of the Republic of Poland , Karol Nawrocki at Palazzo Chigi, the seat of the Italian Government in Rome, Monday May 18 2026 (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Della lunghissima campagna elettorale della destra fa parte il capitolo della compattezza della coalizione. In questo senso, l’apertura di Giorgia Meloni sull’autonomia differenziata – la riforma meno interessante degli ultimi anni – è un chiaro regalino a Matteo Salvini in vista del congresso “sovietico”, cioè senza rivali, che la Lega terrà il 24 e 25 ottobre a Milano.

Il capo leghista, dopo mesi di tribolazioni, lo vincerà anche grazie a questi piccolo scalpo gentilmente donatogli dalla presidente del Consiglio che ha tutto l’interesse a salvare il vicepremier dalla contestazione, come al solito inefficace, dei suoi oppositori interni, le eterne promesse dei Luca Zaia e dei Massimiliano Fedriga che regolarmente sul più bello se la squagliano. Meloni lavora su tre piani intimamente connessi: il rilancio dell’azione di governo, il rafforzamento del suo partito, la compattezza della coalizione. Sul secondo e terzo punto ci siamo abbastanza. In particolare, si ha l’impressione che la campagna elettorale permanente della presidente del Consiglio stia funzionando per quel che riguarda il consenso a Fratelli d’Italia.

È un po’ lo stesso meccanismo mediatico adottato ai suoi tempi da Silvio Berlusconi, le cui uscite pubbliche facevano crescere costantemente i consensi di Forza Italia: in questo senso anche Fratelli d’Italia, checché se ne dica, è ormai un partito personale. Meloni ha aperto la sua campagna elettorale alle 19 del 4 settembre al porto di Bari per la celebrazione della durata del governo, la mitica longevità: ha tenuto un comizio privo di indicazioni, ma di forte richiamo identitario. Da quel giorno è stato un susseguirsi di iniziative pubbliche, sul territorio e davanti a ogni tipo di associazioni economiche e del mondo produttivo. E su vedono gli effetti di questi attivismo della premier su Fratelli d’Italia e sulla compattezza, registrata anche nei vari voti di fiducia e in quello segreto sulla legge elettorale, del centrodestra.

Dove le cose vanno male invece è sul piano dell’azione del governo. È una strana contraddizione: i partiti della maggioranza tengono botta ma l’esecutivo annaspa. A parte i penosi diversivi sugli alunni stranieri nelle classi e gli scarsi interventi sul prezzo dei carburanti, il governo non ha prodotto altro. Non sa come affrontare la crisi economica con un’idea di respiro. È questo il muro su cui la premier va a sbattere: l’economia. Quella reale delle famiglie massacrate dal carovita. E l’economia nel senso delle prospettive: la scena di un Giancarlo Giorgetti ieri alla Camera ne è stata una dimostrazione veramente molto triste.  Non solo perché ad ascoltarlo non c’era nessuno. Ma perché ha praticamente ammesso che davanti ai nuvoloni in arrivo non sa bene cosa fare.

Siccome l’economia è il terreno sul quale si misura l’efficacia di un governo e su cui ci si giocano le elezioni, il problema è molto serio e da questo si può concludere che il governo Meloni ha esaurito la sua spinta.

Se ci fosse un’alternativa seria e credibile, Giorgia Meloni e i suoi sodali sarebbero al capolinea. Ma il campo largo, in mano a Giuseppe Conte o a Rosy Bindi – che lanciando Pier Luigi Bersani ha implicitamente sfiduciato Elly Schlein – risulta sempre meno affidabile per costruire qualcosa di diverso. Che il capo del Movimento 5 stelle stia esercitando una pressione egemonica è ormai certo. Ieri il campo largo ha trovato una convergenza parlamentare contro l’aumento delle spese militari. Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e, novità dirompente, Italia Viva hanno sottoscritto una risoluzione comune che contesta il piano di riarmo e chiede di riconsiderare gli impegni di spesa assunti in sede Nato.

La posizione non è stata ammessa al voto per un impedimento regolamentare, ma resta il fatto che la coalizione sia unita, addirittura con la firma del partito di Matteo Renzi, nel mancato rispetto degli impegni assunti dalla Nato. L’avvocato del populismo ha esultato.

Oggi in Parlamento però ci sarà l’ennesima divisione sull’Ucraina, con Conte che su questo tema sta dando l’idea di tirare molto la corda. Che potrebbe anche spezzarsi. Sarebbe il caso che il Pd lo richiamasse all’ordine: se non lo facesse, sarebbe complice. Si può essere certi che se gli convenisse l’avvocato del populismo troverebbe il modo di rompere. Antipasto di un disastro elettorale e quindi di un big bang del centrosinistra dagli esiti imprevedibili. Altro che Bersani leader.

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Le manovre di Conte, e il grottesco tutti contro tutti del centro del centrosinistra

10 October 2026 at 03:45

Maionese

La maionese centrista del campo largo impazzisce ogni giorno di più: tanto forti sono gli appelli a unirsi tanto deboli sono i segnali che vanno in questa direzione. È forse il terreno più scivoloso di tutti, dove si moltiplicano, si intrecciano e si scontrano appetiti più diversi: passa l’autobus che porta in Parlamento, bisogna saltarci sopra, ora o mai più, anche a costo che qualcuno cada dal predellino. Mors tua vita mea.

Va da sé che dietro le mosse di questo o di quello ci possono essere motivazioni nobili – per il bene del Paese – o tentativi di salvare gloriose tradizioni politiche, i radicali, i socialisti. Ma ci sono anche e soprattutto giochi politici pesanti, come quello di far fuori Matteo Renzi utilizzando il nuovo soggetto di Alessandro Onorato e della sua lista Progetto Civico Italia (Pci).

È Giuseppe Conte, in particolare, nel solito tandem con Goffredo Bettini, mentore di Onorato, a lavorare per quest’ultimo cercando di favorire la presentazione della sua lista. Infatti ieri il senatore contiano Luigi Nave è passato al gruppo misto (nella componente di Alleanza Verdi-Sinistra), una mossa formale per agevolare la raccolta delle firme di Progetto civico. Ma un senatore non basta: chi gliene darà altri? Si assiste così a una sotto-partita tra Elly Schlein e l’avvocato del populismo, a riprova che i due continuano a pestarsi i piedi più o meno su tutto: la leader del Pd lavora per tenere Renzi dentro la coalizione – i due filano d’accordo da tempo – mentre Conte, che odia Renzi, gli mette tra le ruote il bastone onoratiano nella speranza che l’assessore romano lo scavalchi e entri il suo Progetto civico in Parlamento invece di Italia Viva.

È un disegno che rende l’idea del livello di parossismo raggiunto dall’uomo di Volturara Appula e che conferma la confusione in quel pezzo di centrosinistra che, fatti i conti, è decisivo per vincere.

Da parte sua, il leader di Italia Viva continua a cercare di allargare Casa riformista, ma non sono chiare le prospettive di Più Europa e dei socialisti che in un primo momento erano sembrati disponibili al progetto di Casa riformista: adesso invece il segretario socialista Enzo Maraio ha scelto di stare con Onorato, in aperta contraddizione con la scelta delle Europee. Ed è ben strambo, per un socialista, appoggiare un disegno di un personaggio come Conte. Vedremo poi il destino della formazione “Più uno” di Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, che dovrebbero essere esentati dalla raccolta delle firme grazie a Bruno Tabacci che gli ha prestato il suo simbolo (e la piccola componente parlamentare con annessa agevolazione nella raccolta delle firme). Il tutto mentre Silvia Salis sta entrando in scena, ieri sera a Genova con Massimo D’Alema per parlare del libro di quest’ultimo, “Eravamo comunisti”, domani con l’ospitata da Fabio Fazio.

Il punto politico è che il centrosinistra rischia di diventare una coalizione nella quale ciascuno lavora per conquistare il voto dell’elettore avversario, ma soprattutto per sottrarlo al proprio vicino di banco. Una singolare forma di competizione, nella quale il nemico comune resta sullo sfondo e il nemico interno occupa tutta la scena. Insomma, la maionese del centro del centrosinistra per ora sta impazzendo alla grande. Come ha sintetizzato con una certa efficacia Carlo Calenda, «è un casino, come tutto il campo largo».

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Il Melonellum è fatto, ora Schlein faccia (davvero) il campo largo

9 October 2026 at 03:45

Approvata la legge elettorale, tutto procede secondo i piani di Giorgia Meloni, mentre a sinistra Elly Schlein tentenna ancora e gli elettori aspettano di sapere chi sarà il candidato premier, con quale programma, cosa faranno Conte e i centristi

Signore e signori del campo largo, ora non avete più scuse. La legge elettorale, il Melonellum, è stato approvato ieri senza problemi, com’era ovvio – perché mai i deputati della maggioranza avrebbero dovuto far cadere il loro governo con il rischio di andare presto alle elezioni? – e dunque adesso bisogna darsi una regolata e mettersi a lavorare seriamente.

Basta con queste buffonate dei gruppi whatsapp, questi pranzi inconcludenti, queste schermaglie politiciste. Gli elettori del centrosinistra non meritano di dover tollerare ancora a lungo l’impasse che si trascina da mesi: chi è il candidato premier? Dov’è il programma? Qual è il perimetro esatto della coalizione? Domande che non hanno ancora uno straccio di risposte. Ora basta.

Inutile fingere che il Melonellum sia ancora sospeso in attesa dei ricorsi e della sentenza della Corte Costituzionale. È molto probabile che della legge essa cancelli qualche punto non fondamentale e che l’impianto regga intatto, sia sull’indicazione del premier nel programma, sia sul premio di maggioranza. Una legge autoapplicativa, come si dice.

Dunque sentenza della Consulta a gennaio e poi ogni giorno è buono per sciogliere le Camere, secondo i piani di Giorgia Meloni (che certo può sempre cambiarli, ma per ora pare così) e quindi urne ad aprile. Ma in ogni caso, anche se i tempi si diluissero, il campo largo deve risolvere in fretta i suoi problemi. Per una ragione molto semplice: perché deve parlare agli italiani. Dicendogli adesso chi sarà il premier in caso di vittoria. Che proposte ha. Com’è fatto questo benedetto campo largo.

L’estate è trascorsa invano, il gran caldo è passato, è iniziato un autunno un po’ umido, e nessun passo avanti è stato fatto. Nulla sul leader, nulla sul programma, nulla sul perimetro della coalizione. Il Pd sembra voglia procedere lentamente perché ha paura che se si vota tra una anno il leader si bruci, si appanni, si sfianchi: che inconsapevolmente cela un bella mancanza di fiducia in Elly Schlein, che il Nazareno considera già vincitrice delle primarie. Ma come? Vuoi fare la presidente del Consiglio e non reggi alcuni mesi di leadership della coalizione?

Se l’obiettivo è governare l’Italia, bisognerà pur cominciare a governare, politicamente, il proprio campo. E reggere qualche mese di leadership non dovrebbe essere considerato uno sport estremo.

Per forza che poi vengono avanti proposte diverse come quella che riguarda Roberto Gualtieri cui ormai molti guardano come il salvatore della Patria. Comunque, l’assemblea nazionale del Pd del 18 porrà fine al tormentone, la candidata alle primarie sarà la segretaria del partito, prorogata perché il suo mandato è scaduto. Da lei ci si attende un discorso chiaro che indichi il percorso da affrontare.

E Giuseppe Conte, l’avvocato del diavolo, cosa vuole fare? E Matteo Renzi riesce o no ad aggregare un centro serio, magari in accordo con Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, e chi candida alle primarie? E quando si incontrano per definire le linee del programma?

Care signore e cari signori del campo largo, è giunto il tempo delle risposte. Di cominciare a dire qualcosa sulla nuova emergenza economica, sulla sicurezza, sulle riforme. E ovviamente sull’Ucraina. La maggioranza ha fatto la sua legge, ora tocca a voi.

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