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Prosegue la protesta degli autotrasportatori in Puglia e Calabria per il caro carburanti. Bus gratis a Reggio per 8 giorni

17 October 2026 at 11:55

Il caro carburanti alimenta la protesta degli autotrasportatori e del mondo agricolo, con mobilitazioni in Calabria e nel Foggiano. Le manifestazioni denunciano l’aumento dei costi di gestione e chiedono interventi concreti per sostenere imprese e produttori, alle prese con difficoltà economiche sempre più pesanti.

In Calabria la protesta degli autotrasportatori prosegue da oltre 24 ore. Numerosi mezzi pesanti sono fermi lungo la Statale 18, nell’Alto Tirreno cosentino, con presìdi a Santa Maria del Cedro, Tortora e Guardia Piemontese, anche nell’area della rotatoria. La mobilitazione, avviata alla mezzanotte del 16 ottobre e annunciata fino al 20, potrebbe provocare rallentamenti nei tratti interessati. Al centro della contestazione ci sono il prezzo del gasolio e i costi di gestione, che secondo i manifestanti mettono a rischio la sostenibilità delle aziende di trasporto. Nel Foggiano, intanto, va avanti da lunedì 12 ottobre il presidio nei pressi del casello autostradale di Poggio Imperiale, lungo l’A14. In piazza agricoltori, olivicoltori e autotrasportatori, uniti dalla protesta contro il costo del carburante e le difficoltà del comparto agricolo. I manifestanti stanno valutando anche la possibilità di portare la mobilitazione a Roma nei prossimi giorni.

“Stiamo pensando di recarci su Roma per farci sentire da chi governa davvero le nostre vite. Qui noi non ce la facciamo più”, ha dichiarato Rocco Romagnolo, rappresentante del comitato olivicoltori di Carpino. “Le aziende agricole sono al collasso”, ha aggiunto, invitando i politici a raggiungere il presidio per verificare direttamente le condizioni in cui operano i produttori. Alla manifestazione hanno partecipato numerosi sindaci del territorio e il presidente della Provincia di Foggia, Giuseppe Nobiletti, che ha chiesto un intervento delle istituzioni: “Roma deve fare la sua parte e anche la Regione”. Presenti anche studenti e il vescovo di San Severo, Giuseppe Mengoli, che ha espresso vicinanza a chi vive una situazione di difficoltà, sottolineando la necessità di ascoltare un disagio diffuso. A rappresentare la protesta anche un asinello, presentato ironicamente dal proprietario come il possibile “futuro mezzo di trasporto”, e un manifesto con la scritta “Stato assente” affisso su un trattore. Segni di una mobilitazione che, tra costi crescenti e richieste di sostegno, punta a portare all’attenzione nazionale le difficoltà di chi lavora nei campi e sulle strade.

Intanto il sindaco di Reggio Calabria, Francesco Cannizzaro, risponde all’emergenza carburanti rendendo gratuito il trasporto pubblico urbano ed extraurbano per otto giorni. Da giorni, gli agricoltori e gli autotrasportatori del Sud Italia sono in protesta contro il caro carburante e per il sindaco di Forza Italia rendere gli autobus Atam gratuiti per poco più di una settimana rappresenta “un gesto concreto di attenzione verso la comunità”. Per Cannizzaro, “un sindaco può fare poco di fronte a una crisi che investe l’intero Paese, ma qualcosa può comunque fare”.

L’aumento dei prezzi pesa sui bilanci familiari e sulla libertà di movimento e il comune di Reggio Calabria “è il primo in assoluto in Italia ad adottare una misura di questo genere in un momento così delicato”, ha comunicato in una nota il Municipio. Il provvedimento punta a promuovere anche l’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico per una mobilità più sostenibile, anche se in una regione come la Calabria il modo principale per spostarsi resta l’automobile, in alcuni casi anche l’unico possibile.

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Screening neonatali a due velocità, la Puglia è già oltre i nuovi Lea: test su oltre 500 malattie contro le 58 garantite a livello nazionale

16 October 2026 at 07:05

Dopo anni di attesa, l’approvazione dei nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) ha finalmente ampliato gli screening neonatali garantiti gratuitamente in tutta Italia. Sulla carta, un passo in avanti verso un accesso più equo alla diagnosi precoce, che però per produrre effetti tangibili dovrà essere effettivamente attuato dai territori, garantendo a tutti i bimbi, indipendentemente dal luogo di nascita, un percorso chiaro e tempestivo di presa in carico. Ora il pannello nazionale dello Screening neonatale esteso (Sne) – un test obbligatorio e gratuito – copre 58 patologie. Nove in più rispetto alle 49 precedentemente garantite a livello nazionale, tra cui l’Atrofia muscolare spinale (Sma), il cui screening era già stato introdotto autonomamente solo da alcune Regioni. Ma questo tentativo di uniformare i diritti dei cittadini non basta a superare le disuguaglianze territoriali. I bimbi nati in Puglia hanno accesso a un servizio molto più avanzato. Tutti i neonati possono accedere gratuitamente, su base volontaria, a uno screening genomico che analizza 433 geni associati a oltre 500 malattie. Una differenza rilevante, che riapre subito il tema delle disparità: a seconda del Cap, aumentano o diminuiscono le possibilità di arrivare a una diagnosi precoce. E, di conseguenza, di intervenire prima della comparsa dei sintomi.

Il programma è diventato strutturale nell’aprile 2025, dopo una prima fase sperimentale. Secondo gli ultimi dati, sono ormai circa 33mila i neonati sottoposti allo screening, con un tasso di adesione del 90,6%. A differenza dello Sne previsto dai Lea, infatti, Genoma-Puglia non è obbligatorio: i genitori, dopo essere stati informati, devono firmare un consenso. In ogni caso, il servizio è totalmente gratuito ed è finanziato dalla Regione con circa 5 milioni di euro l’anno. Il numero di geni indagati, inizialmente più basso, è stato progressivamente ampliato fino agli attuali 433. Ma la differenza rispetto a quanto garantito dai Lea non è solo quantitativa. Lo screening genomico, infatti, oltre a cercare direttamente nel Dna alterazioni associate a un numero molto più ampio di patologie, permette continuamente di aggiornare il pannello di geni e malattie, sulla base delle nuove conoscenze e possibilità di cura. “Possiamo incrementarlo man mano che ci sono nuove scoperte e nuovi trattamenti”, spiega a ilfattoquotidiano.it Mattia Gentile, direttore dell’Unità complessa di Genetica medica dell’ospedale Di Venere della Asl Bari e responsabile clinico di Genoma-Puglia. Lo screening si concentra solo sulle condizioni per le quali scoprire precocemente un rischio può consentire di intervenire con una terapia, con la prevenzione o con controlli mirati. Non su tutto ciò che è scritto nel Dna.

La possibilità di intervenire prima che la malattia si manifesti è decisiva. Per alcune patologie, infatti, aspettare il comparire dei sintomi significa agire quando una parte del danno è già avvenuta. Gentile racconta il caso di una bambina che a circa un mese di vita appariva perfettamente sana, ma nella quale lo screening aveva individuato un’alterazione associata a una malattia che normalmente si sarebbe manifestata mesi più tardi con problemi nello sviluppo neuromotorio. Gli accertamenti successivi hanno confermato il rischio e la terapia è stata avviata subito. “La bambina sta andando bene”, spiega il genetista. Questo non significa però che trovare un’alterazione genetica equivalga automaticamente a diagnosticare una malattia. A una possibile positività devono seguire accertamenti, consulenza e, se necessario, la presa in carico da parte di un centro specializzato. Ed è anche qui che si gioca la possibilità di replicare il modello pugliese: oltre alle tecnologie e ai finanziamenti, servono una rete sanitaria e professionisti in grado di accompagnare rapidamente il bambino dalla segnalazione alla diagnosi e alle eventuali cure.

Negli anni anche altre Regioni, tra cui Toscana, Lombardia ed Emilia-Romagna, hanno anticipato il livello nazionale introducendo autonomamente alcune patologie negli screening o avviando progetti pilota. Ma sul fronte genomico la Puglia rimane un caso a sé. “Il nostro è uno dei programmi più importanti a livello mondiale nella sanità pubblica – sintetizza Gentile -. Nel resto d’Italia esistono sperimentazioni, ma non un servizio strutturale di queste dimensioni offerto a tutta la popolazione neonatale”. Di fatto, mentre una parte d’Italia deve ancora organizzarsi per applicare pienamente gli standard previsti dai nuovi Lea, una Regione è già a un livello ulteriore di prevenzione. Un primo nodo per portare il modello su scala nazionale è quello delle risorse. Il gruppo di Gentile sta lavorando a una valutazione più precisa del rapporto tra costi e benefici, considerando anche quanto può essere risparmiato, in spese sanitarie e assistenziali, evitando diagnosi tardive, ricoveri, disabilità e trattamenti iniziati quando la malattia ha già prodotto conseguenze permanenti. “Ma non è solo un problema di fondi”, avverte il genetista: servono laboratori, personale, centri specialistici e soprattutto un’organizzazione capace di prendere in carico i bambini individuati dallo screening.

La questione è già arrivata in Parlamento. Nel marzo 2025 i senatori Alberto Losacco e Beatrice Lorenzin hanno presentato un disegno di legge per inserire lo screening genomico neonatale nei Lea e offrirlo a tutti i nuovi nati. Il testo è stato assegnato alla commissione Sanità del Senato, ma il suo esame non è ancora iniziato. È la stessa direzione indicata a ilfattoquotidiano.it da Fabiano Amati, avvocato e promotore della legge regionale che ha dato origine a Genoma-Puglia: “Invece di continuare ad aggiungere una malattia alla volta, bisognerebbe inserire nei Lea lo screening genomico”, mantenendo il pannello limitato alle condizioni per le quali esistono terapie o possibilità concrete di intervento. Oggi, osserva, il programma pugliese viene finanziato con risorse proprie della Regione: significa che la possibilità di accedervi continua a dipendere dal territorio in cui si nasce. “È un problema di uguaglianza”, sottolinea Amati. Gentile ricorda che tecnologie che solo pochi anni fa sembravano difficili da utilizzare su larga scala oggi consentono al suo laboratorio di processare centinaia di campioni ogni settimana. La prospettiva dei prossimi anni è che lo screening genomico possa acquisire un ruolo progressivamente sempre più importante nella medicina preventiva. Resta il dubbio se questa evoluzione procederà, com’è successo finora, a velocità diverse da Regione a Regione. O se diventerà un’opportunità garantita a tutti i neonati dal Servizio sanitario nazionale.

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Carburante esaurito e scaffali vuoti, l’Ilva blocca il Sud: rischio stop nazionale

16 October 2026 at 07:04

I blocchi degli operai dell’Ilva di Taranto, degli autotrasportatori e degli agricoltori stanno mostrando i loro effetti: le pompe di benzina appendono cartelli con la scritta “carburante esaurito” e nei supermercati gli scaffali sono vuoti.

La disponibilità ridotta di carburanti si fa sentire in ampie zone di Puglia e Calabria, dove per tutto il giorno (e anche la notte) sono state registrate lunghe code alle stazioni di servizio. Situazione critica segnalata nella provincia salentina, a Foggia, in Basilicata, nel Cosentino e nel Catanzarese.

Carburante esaurito: in quali regioni

Dal 12 ottobre, da quando gli operai dell’Ilva di Taranto hanno bloccato la raffineria Eni, le scorte di carburante hanno iniziato a scarseggiare. Per chi si muove in aereo e, peggio ancora, per chi si muove su strada, iniziano a diffondersi bollettini e cartelli con la scritta “carburanti esauriti”.

Così all’aeroporto di Bari si parte ancora, ma senza bagaglio per alleggerire il peso; mentre gli automobilisti cercano benzina e diesel anche di notte, alle volte senza successo.

È quello che sta avvenendo in diverse regioni d’Italia:

  • Puglia;
  • Basilicata;
  • Calabria.

Si tratta delle regioni che si riforniscono alla raffineria Eni di Taranto. A dare i numeri della carenza sono i sindacati di categoria: in Puglia sono rimasti a secco 7 distributori su 10. A Matera la polizia è dovuta intervenire per regolare il traffico nei pressi di alcune stazioni di servizio, mentre in Calabria aumentano i controlli in vista delle manifestazioni contro il caro carburanti promosse da agricoltori e autotrasportatori.

Verso il blocco nazionale

Le proteste a Taranto, quelle degli agricoltori e quelle degli autotrasportatori si stanno intrecciando in una non volontaria maxi manifestazione contro il caro carburanti. Nei prossimi giorni i blocchi all’Ilva potrebbero esaurirsi perché i sindacati hanno ottenuto la convocazione a Palazzo Chigi il 27 ottobre, mentre la protesta degli altri due settori potrebbe decollare.

Il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, spiega:

La situazione è molto preoccupante perché l’eccesso di prezzo che sta subendo l’autotrasporto ha generato una situazione di alta tensione fra le imprese del settore che è sfociata in proteste spontanee in alcune aree del Paese.

Proteste che si stanno allargando soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia, dove si stanno organizzando blocchi stradali spontanei, non proclamati da associazioni di categoria. Per Russo “si stanno muovendo nell’ambito della disperazione degli imprenditori”.

Cosa chiedono al Governo

Anche se si tratta di proteste spontanee, il rappresentante di Conftrasporto ricorda al Governo la promessa fatta: le risorse stanziate e non ancora arrivate per il caro carburante. Che comunque non basterebbero, fanno notare: servirebbero tariffe fisse e il riconoscimento dei ristori anche a veicoli Euro 4 e di classe inferiore. Secondo Russo si dovrebbe mantenere l’impegno di prevedere ulteriori stanziamenti di risorse qualora il caro gasolio dovesse continuare ad avere queste dinamiche di prezzo.

Il rischio, prosegue, è che i focolai di protesta si compattino in un unico grande fronte. Anche per questo è stata chiesta una convocazione urgente delle associazioni, che il Ministero delle Infrastrutture ha accolto sempre per il 27 ottobre.

Scaffali vuoti: l’appello del settore agroalimentare

Anche dal settore degli agricoltori arriva il malcontento. In queste ore, con i serbatoi dei camion vuoti, si stanno registrando difficoltà di approvvigionamento nei supermercati. Iniziano infatti a scarseggiare i prodotti freschi come frutta e verdura.

Raffaella Altamura, presidente di Confesercenti Puglia, fotografa la situazione:

Se nei prossimi giorni non arriveranno segnali concreti o provvedimenti da parte del governo, le ripercussioni finiranno per incidere direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini.

Raffaele Drei, presidente di Confcooperative Agroalimentare, sottolinea la necessità di evitare che la protesta finisca per penalizzare produzioni che per loro natura non possono attendere.

Chiede agli autotrasportatori di pensare agli agricoltori come alleati, garantendo la circolazione di prodotti ortofrutticoli freschi e deperibili “che non possono attendere ai margini delle strade”.

Scarseggia il carburante in Puglia e Calabria: le lunghe file (anche di notte) a caccia di benzina e diesel

Una coda chilometrica in uno dei pochi distributori con ancora qualche disponibilità di benzina e diesel, mercoledì, a Catanzaro nella zona del viadotto Bisantis, all’ingresso della città. E poi le decine di auto in fila, durante la notte, per fare un pieno a San Giovanni in Fiore, nel Cosentino. Ancora: decine di veicoli incolonnati davanti a una stazione di servizio a Brindisi, sempre di sera, senza che tutti siano riusciti a effettuare il rifornimento, impiegando fino a due ore per trovare una pompa che erogava ancora gasolio.

Ci sono decine di video che circolano sui social e reperiti da Ilfattoquotidiano.it che testimoniano la situazione che stanno vivendo gli abitanti della Puglia e della Calabria, due delle regioni che dipendono dal carburante in uscita dalla raffineria Eni di Taranto, i cui varchi sono bloccati da lunedì dal picchetto degli operai dell’Ilva, in sciopero contro il governo per chiedere interventi in grado di evitare la cassa integrazione per oltre 7.000 persone dopo la chiusura dell’area a caldo, in seguito a un decreto della Corte d’Appello di Milano.

Le autocisterne bloccate all’interno da quattro giorni hanno portato molti distributori a esaurire diesel e benzina, così i cittadini stanno prendendo d’assalto quei pochi che hanno ancora disponibilità. La situazione è ulteriormente complicata dallo sciopero del mondo agricolo e dell’autrostrasporto, in atto in entrambe le regioni per chiedere al governo misure mirate contro il caro carburante che sta mettendo in ginocchio le imprese.

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“Benzina e diesel finiti”: la Puglia in crisi per la protesta di Ilva. Centinaia di stazioni di servizio senza carburanti

15 October 2026 at 13:35

Lo sciopero dei lavoratori tarantini di Ilva sta mettendo in ginocchio la Puglia. Sono centinaia le stazioni di servizio senza carburante dopo quattro giorni di picchetto degli operai davanti ai cancelli della raffineria Eni di Taranto, da dove le autocisterne non possono più uscire. Nel video di Local Team, le pompe di benzina a Cerignola, nel Foggiano, che hanno esaurito benzina e diesel giovedì.

Dalla raffineria di Taranto partono i rifornimenti per gran parte della Puglia e della Calabria, altra regione in forte sofferenza in questi giorni. Da mercoledì si segnalano lunghe code, anche notturne, davanti a quelle stazioni di servizio che hanno ancora disponibilità o che, essendo servite da altri impianti, riescono a rifornirsi.

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Proteste Ilva e agricoltori: pompe di benzina a secco in Puglia e Calabria e code anche di notte per il pieno

15 October 2026 at 13:02

Quattro giorni di blocchi degli operai dell’Ilva davanti alla raffineria Eni di Taranto e autotrasportatori in sciopero insieme agli agricoltori hanno ridotto la disponibilità di carburante in ampie zone di Puglia e Calabria, dove si segnalano lunghe code anche notturne davanti alle stazioni di servizio che, in molti casi, hanno completamente esaurito le scorte di benzina e diesel. Le proteste, in entrambi i casi rivolte contro il governo Meloni, stanno gettando nel caos la mobilità urbana e creando non poche difficoltà agli automobilisti. La situazione è particolarmente critica nelle province salentine, a Foggia, nel Cosentino e nel Catanzarese.

L’emergenza è nata in seguito al combinato disposto di due proteste, quella degli operai dell’Ilva – arrivata oggi al quarto giorno – che da lunedì presidiano la statale jonica 106 bloccando i varchi della raffineria Eni e quella del mondo agricolo e olivicolo, insieme agli autotrasportatori. I primi sono in sciopero dopo la chiusura dell’area a caldo dell’acciaieria che costringerà nei prossimi mesi a un uso quasi totale della cassa integrazione e chiedono al governo di intervenire con norme specifiche legate a prepensionamenti e riconoscimento della legge sull’amianto. Agricoltori e autotrasportatori, che da giorni bloccano i caselli autostradali nel Foggiano e da venerdì manifesteranno anche in Calabria, hanno deciso di scendere in strada contro il caro carburante che pesa sui bilanci di aziende e imprese.

Nel corso dei giorni sono via via cresciuti i disagi con le pompe di benzina che hanno iniziato ad affiggere i cartelli “carburante esaurito”. Un numero aumentato di ora in ora e che ormai coinvolge la maggior parte delle stazioni di servizio di diverse compagnie, non solo quelle di Enilive. La stragrande maggioranza dei distributori ha ormai esaurito benzina e diesel nel Cosentino. Mercoledì a Catanzaro era rimasto un solo distributore attivo e si è creata una fila chilometrica, mentre nel Foggiano iniziano a registrarsi disagi anche nelle consegne delle merci nei supermercati tra il blocco dei tir e la carenza di gasolio. A Brindisi, giovedì notte, si segnalavano file interminabili e alcuni cittadini riferiscono di impiegato fino a due ore per un rifornimento. Una situazione complicata dalla psicosi scatenatasi tra i cittadini che, dopo i primi giorni, hanno iniziato a prendere d’assalto le stazioni di servizio per fare il pieno e mettersi al riparo da possibili, ulteriori e ancora più gravi carenze di carburante. Decine le segnalazioni di file interminabili di auto incolonnate in attesa del proprio turno.

La crisi logistica che sta interessando la rete di distribuzione, legata alle difficoltà nelle consegne e alle ripercussioni sul comparto, si scontra ora con la tensione sociale sul territorio. Venerdì la situazione dovrebbe complicarsi ulteriormente in Calabria, dove sono previsti presidi e mobilitazioni da parte degli agricoltori e degli operatori del settore a Rende, a Montalto Uffugo, sullo Ionio e sul Tirreno cosentino. Una protesta che si preannuncia fortemente partecipata e che intende richiamare con forza l’attenzione del governo sulle criticità ormai croniche che da mesi mettono in ginocchio l’intera filiera, dal costo insostenibile del gasolio fino alla profonda crisi di mercato.

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Ex Ilva, cassa integrazione fino a giugno 2027: sciopero e proteste a Taranto e Genova

14 October 2026 at 09:10

Proseguono gli scioperi e le manifestazioni dei lavoratori dell’ex Ilva. La cassa integrazione per i dipendenti dello stabilimento e dell’indotto è stata prevista fino a giugno 2027, ma il decreto del Governo non ha fermato le mobilitazioni.

Gli stabilimenti di Taranto, Genova e Novi Ligure fanno tutti parte di Acciaierie d’Italia, ma dipendono dalla produzione tarantina per l’approvvigionamento di acciaio. Uno stop a Taranto si traduce quindi in uno shock per tutta la filiera.

Ex Ilva fra proteste e scioperi

Il punto di scontro è il futuro industriale dell’acciaieria: i lavoratori chiedono garanzie sulla continuità produttiva, sulla disponibilità delle materie prime e sul rilancio degli impianti.

A Taranto lo sciopero a oltranza è accompagnato dai blocchi stradali, che stanno provocando ripercussioni sui trasporti pubblici e sui rifornimenti di carburante.

A Genova, invece, i dipendenti chiedono di poter continuare a lavorare e di ricevere i rotoli di lamiera necessari ad alimentare le linee produttive.

Ex Ilva, cosa prevede il decreto del Governo

Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che attiva la cassa integrazione fino al 30 giugno 2027 per circa 10.000 lavoratori dell’ex Ilva. E la misura riguarda anche migliaia di dipendenti delle aziende dell’indotto.

Acciaierie d’Italia è in amministrazione straordinaria sotto il controllo pubblico e ormai da anni il Governo cerca di venderla.

Oltre agli ammortizzatori sociali, il piano prevede programmi di ricollocamento e riconversione in lavori di pubblica utilità sul territorio.

Sono inoltre contemplati sgravi e contributi fino a 20.000 euro per lavoratore alle aziende che assumeranno a tempo indeterminato dipendenti dell’ex Ilva.

Il costo complessivo del provvedimento ammonta a 187 milioni di euro. Nella cifra è compreso anche un prestito da 40,5 milioni di euro destinato ad Acciaierie d’Italia.

La ministra del Lavoro Marina Calderone ha spiegato che il decreto comprende anche misure per il rilancio dell’azienda e del territorio.

Lavoratori contro la cassa integrazione

Lavoratori e sindacati considerano le misure insufficienti e chiedono una sola cosa, come detto: certezza per il futuro occupazionale. Ma tra le rivendicazioni figurano la decarbonizzazione e l’introduzione dei forni elettrici.

Si chiedono anche misure che consentano il pensionamento anticipato per chi svolge mansioni usuranti o è stato esposto all’amianto e agli agenti inquinanti, oltre a incentivi per l’esodo volontario.

Che succede a Taranto

La protesta a Taranto è arrivata alla terza giornata. I presidi sulle principali vie di accesso alla città, insieme ai blocchi che interessano la raffineria Eni, stanno ostacolando i rifornimenti di carburante. La situazione ha costretto a ridurre il servizio di circolazione degli autobus urbani per mercoledì 14 ottobre. Garantite soltanto le corse scolastiche, nelle fasce orarie dalle 6 alle 9 e dalle 12 alle 15.

Problemi di approvvigionamento anche per Aeroporti di Puglia. Le strade statali interessate dai blocchi risultano chiuse al transito da due giorni.

La situazione a Genova

La crisi coinvolge anche lo stabilimento di Genova Cornigliano, dove i dipendenti hanno trascorso la seconda notte in tenda davanti alla Prefettura. La protesta è entrata nella terza giornata e i lavoratori chiedono impegni scritti.

I dipendenti chiedono che arrivino i coils, i rotoli di lamiera necessari per alimentare le linee produttive, e contestano l’ipotesi di ricorrere alla cassa integrazione mentre lo stabilimento potrebbe continuare a lavorare. La scadenza indicata dalla gestione commissariale per lo stop degli impianti e il ricorso agli ammortizzatori sociali è il 15 novembre.

Il nodo della chiusura di Taranto e l’udienza del 20 ottobre

Tutto, come è evidente, parte dalla situazione di Taranto. Alla fine di luglio, la Corte d’appello di Milano ha stabilito la chiusura entro il 28 ottobre dell’area a caldo, la parte più importante dell’impianto ma anche quella maggiormente inquinante. Acciaierie d’Italia ha presentato due richieste per sospendere la chiusura, ma entrambe sono state respinte. Per il 20 ottobre è fissata l’udienza davanti alla Corte di Cassazione, chiamata a confermare o annullare la decisione della Corte d’appello.

Ex Ilva Taranto, stop produzione anche agli stabilimenti di Genova e Novi Ligure: lavoratori in sciopero

12 October 2026 at 09:08

Dopo aver appreso la notizia del possibile blocco della produzione nello stabilimento di Cornigliano e Novi Ligure a metà novembre, i lavoratori dell’ex Ilva sono scesi in sciopero, fermando la produzione per 24 ore. L’ingresso agli impianti è attualmente ostruito con mezzi pesanti. Anche a Taranto sono in corso mobilitazioni.

Secondo le dichiarazioni di Acciaierie d’Italia, che ha in gestione temporanea e straordinaria i centri dell’ex Ilva, la decisione non sarebbe altro che l’effetto di vincoli giudiziari e degli intoppi dell’approvvigionamento di materie prime alla casa madre di Taranto, da cui dipende la produzione degli altri due siti.

La lettera della Sindaca Salis al Ministro Urso

La mobilitazione, proclamata dalle rappresentanze sindacali unitarie (Fiom, Fim e Uilm) a seguito del tavolo a Palazzo Chigi, ha trovato l’immediata solidarietà anche della Sindaca Silvia Salis.

Si acquisti materiale sul mercato [internazionale] per garantire la produzione.

Secondo l’Amministratrice di Genova, che dovrebbe essere scesa in piazza in solidarietà ai lavoratori di Cornigliano, è inaccettabile lo stop della produzione di un asset strategico dello Stato, che registrerebbe un rialzo della domanda.

Nel frattempo a Taranto

Contemporaneamente all’assemblea di due ore nel parcheggio della direzione, un gruppo di lavoratori ha occupato un tratto della statale 106 verso la raffineria Eni. Non sono esclusi altri blocchi stradali e le iniziative di protesta potrebbero proseguire nei prossimi giorni

Gli operai chiedono al Governo garanzie diverse dalla prosecuzione della cassa integrazione. I sindacati chiedono:

  • un piano industriale di decarbonizzazione che riguardi tutti i siti;
  • un piano sociale che tuteli i lavoratori diretti e in appalto:
  • un piano di risarcimento per danni alla salute;
  • la presenza continua dello Stato come garante della transizione e della tutela occupazionale.

La cronologia dei provvedimenti Ex Ilva

La catena dei provvedimenti che ha condotto alla paralisi produttiva origina dal decreto del 27 luglio emesso dal Tribunale di Milano, seguito dalle prescrizioni della Corte d’Appello che hanno fissato in 90 giorni il termine ultimo per fermare l’area a caldo a Taranto.

L’11 settembre la Corte d’Appello di Milano respinge il primo ricorso presentato da Acciaierie d’Italia per ottenere una dilazione dei tempi. Le disposizioni imponevano il taglio delle emissioni di polveri sottili e la rimozione dell’amianto dalle coperture degli altiforni. Le prescrizioni sono state giudicate irrealizzabili dall’azienda, almeno nei tempi previsti dall’ordinanza, con la presentazione da parte del Mimit di un progetto di conversione green della fabbrica.

Il 5 ottobre i giudici milanesi negano anche la seconda istanza del ricorso, che chiedeva di mantenere gli altiforni almeno in fase di pre-riscaldo fino al verdetto della Suprema Corte.

Il 20 ottobre, infatti, è fissata l’udienza in Cassazione sui ricorsi straordinari per scongiurare lo spegnimento.

La replica di AdI alla Sindaca Salis

Oltre alle scadenze imposte dai giudici, Acciaierie d’Italia ha motivato il blocco anticipato delle strutture di Taranto con precise ragioni di tutela contabile. L’acquisto di nuove scorte da impiegare oltre il limite del 25 ottobre avrebbe infatti danneggiato i creditori per avere come unico risultato la conservazione di materiale inutilizzato nei magazzini.

Inoltre, la strada suggerita dalla Sindaca Salis è stata giudicata inagibile. I tempi d’attesa per le materie prime necessarie sono lunghi e comunque non è semplice reperire sul mercato internazionale semilavorati rispondenti ai requisiti tecnici richiesti dalla clientela.

Tutti gli occhi del settore industriale sono ora puntati sull’appuntamento di martedì 20 ottobre in Cassazione: il parere favorevole della

Affitti in aumento del 33,2% in 6 anni, Milano la più cara ma a crescere maggiormente è Bari

By: matrun
11 October 2026 at 09:55

Una ricerca promossa da Immobiliare.it ha rilevato gli aumenti degli affitti in Italia tra il 2020 a il 2026, trovando che, in media, nel nostro Paese i canoni sono aumentati del 33,2% in 6 anni, a fronte di un’inflazione totale di circa il 20%. Il costo delle case sta quindi aumentando più rapidamente di quello della vita.

I dati differiscono molto tra città. Inaspettatamente, Milano è tra quelle che cresce di meno. Già sei anni fa, però, partiva da un costo medio che era più alto di buona parte di quello delle altre grandi città oggi. Le crescite più repentine sono avvenute invece a Bari e a Genova.

Quanto sono aumentati gli affitti in Italia dal 2020

La ricerca di Immobiliare.it prende in considerazione un periodo di forte inflazione per l’Italia, in cui l’aumento dei prezzi ha spesso superato la media del 2% annuo che dovrebbe rappresentare il riferimento per il lungo periodo.

Nonostante questo, la crescita dei canoni nelle grandi città ha superato di gran lunga l’inflazione. Un segnale che le città sono in crisi abitativa: c’è troppa domanda, a causa delle migrazioni dalle aree interne del Paese, e poca offerta.

L’aumento degli affitti nelle città del Nord

Al Nord la città con gli aumenti più forti è stata Genova, che in 6 anni ha visto i canoni crescere di oltre il 48%. A sorpresa, quella con meno crescita è Milano, ma questo dato va contestualizzato. Già nel 2020 il capoluogo lombardo aveva canoni medi di 19,7 euro al metro quadro. Sei anni dopo solo una città italiana, Firenze, è riuscita a superare quella cifra.

La classifica degli affitti più costosi al Nord recita:

  1. Milano, 22,3 euro al metro quadro (+13,4%);
  2. Venezia, 15,5 euro al metro quadro (+25,4%);
  3. Torino, 13 euro al metro quadro (+37,9%);
  4. Verona, 12,3 euro al metro quadro (+18,0%);
  5. Genova, 11,2 euro al metro quadro (+48,1%).

Il Centro, tra prezzi alti e grande crescita

Le città del Centro presentano al contempo prezzi molto alti degli affitti e una crescita tra le più intense d’Italia. Firenze è l’emblema di questa combinazione, seconda in assoluto in Italia dietro Milano a oltre 21 euro al metro quadro di canone medio ma con un aumento oltre la media nazionale.

La classifica delle città con gli affitti più costosi del Centro Italia recita quindi:

  1. Firenze, 21,7 euro al metro quadro (+38,1%);
  2. Roma, 19,1 euro al metro quadro (+29,9%);
  3. Bologna, 16,5 euro al metro quadro (+18,3%).

 

La rincorsa delle città del Sud

Il Sud è l’area geografica in cui gli affitti sono rimasti più accessibili. Anche in città molto attrattive come Napoli, i canoni rimangono sotto quelli delle grandi città del Nord. Si registrano però alcuni casi di forte crescita, che segnalano una grande migrazione dalle aree interne in via di spopolamento.

Le città con gli affitti più costosi al Sud sono:

  1. Napoli, 15,3 euro al metro quadro (+25,5%);
  2. Bari, 13 euro al metro quadro (+52,9%);
  3. Catania, 9,7 euro al metro quadro (+24,4%);
  4. Palermo, 9,7 euro al metro quadro (+35,8%).

Le soluzioni alla crisi abitativa

Paolo Giabardo, direttore generale di Immobiliare.it, ha commentato la ricerca segnalando due possibili soluzioni a questa situazione:

  • l’immissione sul mercato del gran numero di alloggi sfitti presenti in Italia;
  • la costruzione di più abitazioni.

Entrambe però hanno dei limiti. Molti degli alloggi sfitti non si trovano nelle città che sono soggette alla crisi abitativa. I progetti immobiliari di larga scala richiedono tempo ed enormi investimenti, soprattutto in un momento in cui anche i terreni delle aree sotto pressione hanno prezzi sopra la media.

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