❌

Normal view

Manganelli sul futuro: davvero il problema sono i ragazzi che protestano?

21 October 2026 at 13:51

C’è sempre un momento in cui un Paese si racconta da solo. Non con i discorsi solenni, non con i convegni sulla partecipazione democratica, ma con le immagini che scorrono sui telefoni: studenti che manifestano, cordoni di polizia, cariche, tensioni, piazze trasformate in campi di contrapposizione. È accaduto ancora una volta in Italia. E ogni volta la domanda è la stessa: davvero il problema sono i ragazzi che protestano o il motivo per cui protestano?

Quando gli studenti scendono in piazza, la tentazione del potere è antica quanto il potere stesso: ridurre tutto a una questione di ordine pubblico. È più semplice contare gli agenti che ascoltare le ragioni. Più facile catalogare una protesta come disturbo che interrogarsi sul malessere che la genera. Eppure, dietro quei cortei, c’è una domanda che attraversa l’intera Europa: quale futuro viene consegnato alle nuove generazioni? I giovani europei non sono una generazione distratta o disinteressata, come una certa retorica ama raccontare. Un’indagine Eurobarometro del 2025 mostra che le loro principali preoccupazioni riguardano il costo della vita, la pace e la stabilità globale. Inoltre, quasi quattro giovani su dieci chiedono maggiori investimenti in alloggi accessibili, formazione e sostegno al potere d’acquisto. Non è il programma di qualche frangia estremista. È la fotografia di una generazione che teme di vivere peggio dei propri genitori.

Il dato è ancora più eloquente se si guarda al mercato del lavoro. Nell’Unione Europea il tasso di disoccupazione giovanile resta attorno al 15%, con milioni di under 25 in cerca di un impiego. Dietro la statistica ci sono volti, competenze, aspettative. C’è soprattutto il rischio che l’incertezza diventi una condizione permanente.

In questo contesto, le proteste studentesche non rappresentano una parentesi di agitazione, ma il sintomo di una questione più profonda. Lo studente che manifesta per una scuola più inclusiva, per investimenti nell’istruzione, per la pace o per il clima non sta soltanto avanzando una rivendicazione. Sta chiedendo di essere considerato cittadino del presente e non semplice promessa del domani.

L’Europa, del resto, conosce bene questo fenomeno. Dalla Francia alla Germania, dalla Spagna ai Paesi Bassi, le piazze giovanili sono diventate il luogo in cui si condensano le ansie collettive di una generazione cresciuta tra crisi finanziarie, pandemia, guerre alle porte del continente e aumento del costo della vita. Non è ribellismo romantico. È la ricerca di una prospettiva credibile.

Per questo ogni manganello che colpisce uno studente produce un effetto che va oltre la cronaca. Non perché le forze dell’ordine siano il nemico, ma perché uno Stato democratico dovrebbe sempre considerare la protesta giovanile come una domanda politica prima che un problema di sicurezza. La democrazia non si misura quando tutti sono d’accordo; si misura nella capacità di ascoltare il dissenso senza trasformarlo in un’avversità da contenere. Viene in mente una frase di Don Lorenzo Milani, che conserva una straordinaria attualità: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.” Una società che non ascolta i propri giovani sceglie la seconda strada.

Gli studenti italiani non chiedono privilegi. Chiedono di poter immaginare il proprio futuro senza sentirlo continuamente rinviato. Chiedono una scuola che non sia un parcheggio sociale, un’università accessibile, un lavoro dignitoso, un pianeta abitabile, una pace possibile. Chiedono, in fondo, ciò che ogni generazione ha il diritto di chiedere: una ragione per credere che il domani sarà migliore dell’oggi.

La vera domanda, allora, non è perché gli studenti protestino. La domanda è perché, di fronte a un grido che attraversa l’Europa, ci sia ancora chi scambia una richiesta di futuro per un problema di ordine pubblico. Perché quando i ragazzi scendono in piazza, non stanno occupando la strada. Stanno occupando il vuoto lasciato dalla politica. E quel vuoto, prima o poi, qualcuno dovrà avere il coraggio di colmarlo.

L'articolo Manganelli sul futuro: davvero il problema sono i ragazzi che protestano? proviene da Il Fatto Quotidiano.

A Trieste la Questura impone il “timer” all’assistenza ai migranti. Le associazioni: “Si vieta di aiutare chi ha fame per non disturbare l’aperitivo”

20 October 2026 at 14:35

Assistenza ai profughi con il timer. Fasce orarie, limitazioni e richieste di permessi settimanali per accogliere gli stranieri affamati e bisognosi di cure. Da alcuni giorni Trieste si trova al centro di uno scontro consumato sulla pelle dei migranti della rotta balcanica. Da una parte le disposizioni imposte dalla Questura, con le reazioni favorevoli del centrodestra, a cominciare dal governatore leghista Massimiliano Fedriga. Dall’altra la rete di solidarietà che fa riferimento a Linea d’Ombra e Fornelli Resistenti, impegnata da sette anni in un’attività quotidiana di accoglienza, che ha portato nel capoluogo associazioni e volontari da tutta Italia.

Lo stop è stato imposto da un’ordinanza del questore Lilia Fredella per limitare la presenza in piazza nei giorni del fine settimana. La motivazione? “Prevenire ogni eventuale turbativa delle attività di socialità, intrattenimento, svago, di libera circolazione e delle iniziative economiche che interessano capillarmente questo centro cittadino”. La replica è venuta da Lorena Fornasir, presidente di Linea d’ombra e animatrice con il marito del servizio gratuito, che da alcuni mesi è stato costretto a chiedere permessi settimanali per consentire la presenza nelle strade. “Adesso siamo andati oltre. L’ordinanza si preoccupa degli svaghi della gente, della vita falsa e non di quella vera, di chi arriva dalla rotta balcanica infreddolito, denutrito, ammalato o gravemente ferito da morsi di cani. Qui non si tratta soltanto di fornire il cibo, ma di assicurare vestiti, coperte, una prima assistenza sanitaria che significa anche organizzare i trasporti in ospedale, di dare sostegno morale e quant’altro”.

Dopo alcuni giorni di polemiche, la Questura ha emesso un comunicato di precisazione. “Negli ultimi mesi la situazione in piazza Libertà ha fatto registrare un progressivo degrado, caratterizzato dal verificarsi di ripetuti episodi di violenza, tra cui risse, aggressioni, accoltellamenti, nonché furti e rapine perpetrati ai danni degli stessi cittadini stranieri presenti nell’area. A questi episodi si sono aggiunte condotte legate allo spaccio di stupefacenti e comportamenti contrari alla pubblica decenza”. Questa la spiegazione ufficiale, che limita a due ore (dalle 18 alle 20) la presenza dei volontari, aggiungendo che esiste anche un’altra ragione: “La regolamentazione delle attività nell’area risponde anche alle istanze provenienti dalla stessa cittadinanza, che ha più volte rappresentato l’esigenza di una piena restituzione di piazza Libertà alla sua naturale funzione di spazio pubblico, affinché possa tornare a essere liberamente e serenamente fruibile da parte di tutti”.

Il mondo del volontariato respinge queste considerazioni e ha indirizzato una lettera al prefetto Giuseppe Petronzi, definendo “inaccettabile” l’ordinanza e chiedendo una sua revisione. “Senza di noi le persone migranti corrono il rischio di finire nelle mani dei trafficanti e degli sfruttatori”. In scia si sono posti esponenti del centrosinistra. La consigliera regionale Serena Pellegrino (Avs): “Siamo arrivati al punto inaccettabile di vietare di dare da mangiare a chi è bisognoso, a chi scappa dalle guerre, per non disturbare chi fa l’aperitivo del fine settimana. Trieste è l’emblema di una politica securitaria cieca e punitiva”. Giulia Massolino, consigliere regionale del Patto per l’Autonomia- Civica Fvg: “È un’umiliazione, per Trieste, finire ancora una volta agli onori della cronaca italiana per una scelta che calpesta la dignità delle persone e impedisce persino di distribuire un pasto a chi ne ha bisogno, da parte di associazioni e volontari che colmano le inadempienze delle istituzioni”. Il Partito democratico con la segretaria provinciale Maria Luisa Paglia: “La sicurezza si garantisce contrastando la violenza e la criminalità, non impedendo la solidarietà, proprio per questo è indispensabile distinguere chi commette reati da chi presta assistenza”.

La decisione è stata appoggiata dal governatore Fedriga, d’intesa con l’assessore regionale alla Sicurezza Pierpaolo Roberti: “Piazza Libertà era diventata un’area sottratta ai nostri cittadini, dove si svolgeva di fatto una manifestazione costante che vedeva addirittura lo sventolare di bandiere, senza alcuna autorizzazione. – ha detto – In quell’area negli ultimi mesi si sono verificati due accoltellamenti e gli operatori delle associazioni che distribuiscono pasti sono stati minacciati da spacciatori”. Sulla stessa linea il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza adombra finalità politiche dietro al volontariato. “La Questura ha operato una scelta corretta e opportuna: va nella direzione di quanto abbiamo sempre chiesto come amministrazione comunale e ribadisce il concetto che la città non è un Far West dove alcuni, nascondendosi dietro il concetto nobile di solidarietà, portano avanti azioni politiche. Le regole ci sono e vanno rispettate da tutti”.

L'articolo A Trieste la Questura impone il “timer” all’assistenza ai migranti. Le associazioni: “Si vieta di aiutare chi ha fame per non disturbare l’aperitivo” proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Devo scegliere se pagare l’affitto o lo psichiatra. Mi hanno chiesto anche 700 euro per una stanza”

20 October 2026 at 11:56

“Il lavoro paga poco e la vita costa troppo” è lo slogan dell’assemblea cittadina convocata a Roma da “Piamo casa”, movimento di mobilitazione e protesta contro il caro affitti e la speculazione immobiliare. Le tende degli studenti, in protesta contro il caro affitti, hanno lasciato Montecitorio per spostarsi in piazza del Popolo e oggi sono tornate davanti all’università Sapienza. Tra le voci dei manifestanti c’è quella di Sara, studentessa di 26 anni della facoltà di Storia dell’arte, che da quando non fa più le supplenze come maestra vive in una situazione economica precaria e ha dovuto comunicare alla proprietaria di casa la disdetta dell’affitto, perché non può più permetterselo. “Questo mese ho dovuto scegliere se pagare l’affitto o la psichiatra”, racconta la studentessa, che da un anno è in cura per depressione e disturbo da deficit di attenzione/iperattività, noto come Adhd.

Secondo lei queste proteste possono davvero fare la differenza o rischiano di rivelarsi inefficaci?
Credo che le proteste siano utili, quantomeno per porre l’attenzione sull’emergenza abitativa che c’è in molte città d’Italia, non solo a Roma. Quando riesco anche io vado in piazza a manifestare, faccio volontariato per “Nonna Roma”, che è un’associazione di mutuo soccorso per contrastare la povertà, l’esclusione sociale e le disuguaglianze, quindi provo a fare la mia parte. Spero che in qualche modo le voci di noi studenti in piazza riescano a fare scalpore.

Vede i presupposti per un dialogo con la politica o teme un ulteriore disinteresse?
Sinceramente, anche guardando alle lotte passate, non credo che il governo potrà darci risposte concrete, al massimo un “contentino”, ma niente di rilevante come sempre. L’esempio più recente che mi viene in mente è Spin Time, il centro sociale che a luglio è stato sgomberato dopo un incendio. In via Santa Croce in Gerusalemme c’è stato un presidio per un mese, con le tende e l’assistenza che arrivava da più parti per le persone sfrattate. Ma alla fine si è risolto in un nulla di fatto e non si sa che fine farà l’edificio.

Quali sono le alternative per continuare a vivere e studiare a Roma?
Sto cercando un’altra stanza, con un affitto più accessibile rispetto a quello attuale, ma i prezzi stanno salendo in maniera imbarazzante. Mi hanno chiesto anche 700 euro per una stanza a piazza Bologna (zona universitaria ndr). Se non dovessi trovare un’alternativa sarò costretta a tornare in Abruzzo dai miei e non frequentare più i corsi della magistrale in Storia dell’Arte. L’alternativa sarebbe appoggiarmi ogni tanto a casa di amici, ma con i miei problemi psichiatrici ho bisogno di un posto stabile, altrimenti non reggerei mentalmente.

Quali sono le sue fonti di reddito per pagare un affitto?
Finora i miei genitori mi hanno aiutata, ma adesso sono entrambi senza lavoro per problemi di salute, quindi a casa non ci sono soldi. Fino all’anno scorso mi chiamavano per fare le supplenze in una scuola elementare e con una settimana di lavoro riuscivo a garantirmi almeno l’affitto. Puntavo sul servizio civile, ma non mi hanno presa. Adesso ho iniziato a fare la babysitter, ho fatto per un po’ di tempo la comparsa nei film a Cinecittà, ma mi davano 130 euro per tre giornate in cui non avevo neanche il tempo per bere dell’acqua, infatti ho preso i farmaci a orari sfalsati.

Quali sono le alternative abitative che sta prendendo in considerazione in questo momento?
Ho visto un paio di case, ma quelle che posso permettermi hanno più di quattro persone nell’appartamento – con un solo bagno – oppure sono distanti dall’università. Girano un sacco di annunci truffa purtroppo, incluso un ragazzo che mi ha chiesto se quando vado in bagno mi chiudo a chiave e se per me è un problema fare i miei bisogni davanti a lui o altre persone.

Quali sono i costi che deve sostenere ogni mese?
Oltre all’affitto pago la psicologa e la psichiatra. A questo si aggiungono bollette, sempre più care, condominio, tasse universitarie e dovrò pur mangiare in qualche modo. Questo mese con i 400 euro che avevo a disposizione, ho dovuto decidere cosa pagare. Ho scelto di dare priorità alla mia salute mentale perché dopo il cambio della terapia farmacologica devo monitorare gli effetti collaterali. Quindi l’affitto l’ho pagato con un ritardo di dieci giorni.

Ci sono dei sussidi per coprire almeno le spese per la salute mentale?
La Sapienza l’anno scorso ha erogato un bando di 1000 euro per rimborsare le spese per la salute mentale, con il caricamento delle ricevute. Con la diagnosi di depressione e Adhd non ho diritto a nessun tipo di esenzione dalle tasse universitarie.

E il Servizio sanitario nazionale?
Ho provato a chiedere più volte a Roma, ma dato che sono fuori dalla mia Regione, i tempi si allungano. Con l’impegnativa del medico che prevedeva una visita entro 10 giorni, mi sono rivolta al centro di salute mentale di Teramo a luglio, ma la prima visita disponibile era a novembre.

Come pensa di gestire studio, lavoro e terapia?
Non è semplice e mi sento in ritardo su tutto, un po’ come molti studenti della nostra generazione. Con la laurea triennale in lettere non ti assume nessuno. Fare la maestra di sostegno mi dava un motivo per andare avanti, oltre a un grande aiuto economico. Al momento rimango in attesa di trovare un lavoro, anche perché non so come farò a pagare i prossimi affitti per rimanere nella città in cui ho scelto di vivere.

L'articolo “Devo scegliere se pagare l’affitto o lo psichiatra. Mi hanno chiesto anche 700 euro per una stanza” proviene da Il Fatto Quotidiano.

A Parma la ‘ri-volta’ mancata: allo sciopero degli studenti non si presenta nessuno

19 October 2026 at 13:26

Venerdì 16 ottobre, la peggiore politica ha esaltato le “minacce” rincorse in chat. L’ha definita una concreta possibilità di “rivolta”, alimentando un clima di tensione e paura per lo sciopero indetto il giorno successivo, sabato 17. Le testate online gli hanno dato fiato. Mi confronto con insegnanti e genitori e tutti mi confermano il timore diffuso fra genitori e studenti. C’è già chi ha deciso di stare a casa e chi, da scuola, addirittura invita a rimanere a casa.

I “rivoltosi” indicano in chat i punti precisi in cui avverrà la “rivolta”. Parma è piccola, basta un giro di pedale e sei già arrivato. La mattina di sabato mi faccio un giro, non voglio perdermi lo spettacolo e sarà desolante: più deserti dei due luoghi nevralgici saranno le aule vuote, i corridoi all’intervallo privi di vita, le foto degli insegnanti che mi comunicano che non s’è presentato nessuno. Solo davanti a un liceo qualche decina di studenti apre uno striscione, blocca per alcuni minuti la strada (dio mio!) e urla cose “strane”: no soldi alle armi, sì alla scuola. Giovani che vogliono studiare, pensare con la loro testa: è una minaccia?!

Era un sabato, poniamo che qualcuno abbia fatto fogone (bigiato, fatto sega, ecc), che qualcuno sia stato convinto dai genitori, che altri ancora si siano spaventati… quanto accaduto ha una matrice e ha funzionato: soffiare sul fuoco della paura affinché condizionasse la libertà dei giovani, rinunciando al diritto di sentirsi liberi e scoprendosi tanto fragili da non avere dubbi. Non c’è stata nessuna rivolta, ma la rivoltante strategia ha fatto breccia nella fragilità di una città, di una reazione istituzionale morbida, di un’assenza di assessorati dedicati ai giovani. Cosa accadrà la prossima volta, quando gli studenti, stanchi di vedere soldi bruciati in guerra, aule fatiscenti, classi pollaio, chiederanno ancora il diritto allo studio, uno straccio di Costituzione ancora, cosa accadrà? Nello zaino di uno di questi sarà nascosta una bustina? O scambiata la merenda con una bomba carta?

E’ questo che stiamo sottovalutando e che mi fa più paura, ma non mi paralizza: la possibilità che la prossima volta qualcuno possa nascondere una bottiglia infiammabile in palestra. In fondo è facile e non è nemmeno una novità.

L'articolo A Parma la ‘ri-volta’ mancata: allo sciopero degli studenti non si presenta nessuno proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Gli stranieri in Italia danno molto e ricevono poco”: il rapporto Migrantes sui confini che restano “ben oltre le frontiere”

19 October 2026 at 12:19

Gli ostacoli all’ingresso regolare, i permessi di soggiorno sempre più difficili da ottenere, rinnovare o conservare, il lavoro povero, l’esclusione abitativa. Sono i confini invisibili che producono irregolarità e marginalità anche per chi vive e lavora da anni in Italia. È la denuncia al centro del nuovo Rapporto Immigrazione 2026 di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, presentato oggi a Roma e giunto alla 35esima edizione: mentre la politica italiana ed europea concentra l’attenzione sul controllo delle frontiere e sui rimpatri, le barriere che impediscono l’integrazione continuano a moltiplicarsi. “Viviamo in una stagione storica nella quale si moltiplicano le linee di separazione e si restringono gli spazi dell’incontro”, scrivono i due organismi della Chiesa italiana. “Aumentano i dispositivi di controllo, mentre si indebolisce la capacità di riconoscere l’altro”.

Il rapporto denuncia l'”inefficienza e opacità dei canali regolari di ingresso” e la mancanza di strumenti per ottenere o conservare un permesso di soggiorno, anche quando esistono percorsi concreti di integrazione. Un problema destinato a riproporsi con il decreto Flussi 2027, per il quale il 23 ottobre comincerà la precompilazione delle domande relative a 165mila ingressi programmati dal governo Meloni. L’indagine condotta attraverso le Caritas diocesane torna a fotografare il sistema nel quale l’ingresso formalmente legale può nascondere truffe, debiti e dipendenza dai datori di lavoro: chi arriva può scoprire che l’impiego promesso non esiste e ritrovarsi senza la possibilità di regolarizzare la propria posizione. Come già ha evidenziato anche dalla campagna Ero Straniero, il problema è misurabile. Per il decreto Flussi 2024, su 146.850 quote programmate, risultavano 24.858 permessi di soggiorno in via di rilascio, appena il 16,9%. La campagna stima inoltre che 1.836 persone entrate regolarmente siano rimaste senza titolo. Per il 2025, i dati ancora provvisori raccolti a dicembre indicavano 14.349 permessi su 181.450 quote, il 7,9%, e altre 11.686 persone a rischio di irregolarità. Numeri che non equivalgono a ingressi mancati o a lavoratori diventati tutti irregolari, ma documentano la distanza fra programmazione e risultati. Distanza da tenere a mente visto che a fine 2025, secondo le stime ISMU, in Italia gli stranieri in condizione di soggiorno irregolare erano 339mila, mentre i rimpatri effettuati nell’anno sono stati 6.772. E da confrontare con i risultati della regolarizzazione straordinaria del 2020: 131.764 permessi rilasciati, oltre 140 milioni di euro versati per contributi e oneri amministrativi e una stima di 228 milioni annui di entrate fiscali e previdenziali dalle posizioni emerse. Un’esperienza che dimostra la convenienza economica e sociale di percorsi ordinari di regolarizzazione.

È la direzione indicata da Caritas e Migrantes nel Rapporto 2026, che propone un permesso di soggiorno per “radicamento sociale”, capace di riconoscere chi ha costruito legami stabili nel Paese, insieme a maggiori risorse per il Fondo nazionale per le politiche migratorie. L’obiettivo è evitare che una difficoltà amministrativa cancelli anni di lavoro e integrazione, alimentando nuove condizioni di precarietà e nuova irregolarità alla quale si pretende di rispondere unicamente con qualche migliaio di rimpatri. Ma le proposte vanno oltre e Caritas e Migrantes le mettono in fila nei “Dieci impegni urgenti” presentati insieme al Rapporto. Fermare le politiche che esternalizzano il controllo delle frontiere senza adeguate garanzie sui diritti umani, introdurre un “monitoraggio indipendente” del Patto europeo su migrazione e asilo e ampliare i corridoi umanitari, anche per studio e lavoro. Sul fronte interno sollecitano una “riforma della cittadinanza” che riconosca i percorsi dei giovani cresciuti in Italia, il superamento delle discriminazioni salariali e delle difficoltà di riconoscimento dei titoli di studio, oltre a un ripensamento del welfare, dal quale denunciano che gli stranieri sono “pressoché esclusi” per quanto riguarda le misure contro la povertà. Infine, una richiesta alle istituzioni: rendere disponibili dati pubblici aggiornati e accessibili. Problema col quale si è scontrato anche il Rapporto 2026, in particolare per quelli chiesti al ministero dell’Interno e a quello dell’Istruzione e del Merito. Una carenza che, denunciano Caritas e Migrantes, “non ha consentito di aggiornare alcuni indicatori e di cogliere pienamente le dinamiche più recenti dei flussi e della composizione della popolazione straniera presente nel Paese”.

Disuguaglianze che disegnano altri confini, dunque, e non riguardano solo chi è senza documenti. Al primo gennaio 2026 gli stranieri residenti sono 5,56 milioni, il 9,4% della popolazione. I 2,6 milioni di occupati stranieri hanno generato nel 2025, anche secondo le recenti stime della Fondazione Leone Moressa, 196 miliardi di valore aggiunto, pari al 9,7% del Pil. Eppure il 29% svolge professioni non qualificate, contro l’8% degli italiani. Il reddito medio dichiarato dai contribuenti stranieri è di circa 17mila euro, contro quasi 27mila per i nati in Italia. La sintesi del Rapporto Migrantes: “Danno molto al Paese e ricevono poco”. Una marginalità che si trasmette anche alle nuove generazioni. Tra i giovani con background migratorio, il 30% non studia né lavora, contro il 17% del gruppo di confronto. Persistono divari negli apprendimenti e un maggiore rischio di abbandono scolastico. E avere un’occupazione non garantisce di uscire dalla povertà: tra gli stranieri assistiti dai Centri di ascolto Caritas, il 29,4% è costituito da lavoratori poveri, contro il 17,4% degli utenti italiani. C’è poi la casa, una delle principali barriere all’autonomia e dunque all’integrazione. Il 60% del bilancio delle famiglie straniere è assorbito dai bisogni essenziali; nel confronto europeo riportato dal rapporto, oltre un terzo dei cittadini non comunitari vive in abitazioni sovraffollate, contro circa il 14% dei cittadini nazionali. Un’immigrazione che intanto cambia volto: gli stranieri con almeno 65 anni di età sono oggi 381.209, il 6,9% dei residenti stranieri, contro il 3,7% di dieci anni fa. Crescono così le esigenze di assistenza, cure e stabilità abitativa. L’invito del Rapporto 2026 è a guardare oltre l’emergenza e la logica dei respingimenti. E contesta l’idea che i confini finiscano alle frontiere geografiche: continuano nel lavoro, nella scuola, nella casa e nell’accesso ai diritti. La distinzione proposta è tra il confine che separa e la frontiera che mette in relazione. Perché, ricordano Caritas e Migrantes, “prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone”.

L'articolo “Gli stranieri in Italia danno molto e ricevono poco”: il rapporto Migrantes sui confini che restano “ben oltre le frontiere” proviene da Il Fatto Quotidiano.

La politica si indigna per le violenze ma ignora 300.000 minori in povertà assoluta

19 October 2026 at 10:50

Fa bene la politica tutta ad indignarsi nei confronti dei disperanti atti di violenza da parte di giovani minorenni. Ma la politica quando e come si è interessata a loro? Quando si è indignata a reti unificate contro la violenza degli sfratti che coinvolgono minori? Eppure ogni anno sono circa 20.000 le famiglie che subiscono lo sfratto esecutivo senza alcuna alternativa abitativa. Sono almeno 8/10.000 i minori, anche disabili o che hanno bisogno di cure che vengono sfrattati e messi per strada dall’unico volto dello Stato che vedono: quello della polizia che li mette sul marciapiede.

Eppure sfrattare minori in periodo scolastico mette a rischio il diritto alla formazione, un diritto costituzionale al pari del diritto alla proprietà privata.
Quante volte avete sentito un politico di qualunque versante indignarsi su questo, a rete unificate? Ci sono, nel milione di famiglie in povertà assoluta, ripeto povertà assoluta, 300.000 minori che vivono in affitto, quando la politica, al di là dei comunicati stampa il giorno dei dati Istat, si è indignata ed ha proposto qualcosa di vero e concreto per affrancarli da quella povertà? Quando è stato tolto il reddito di cittadinanza a 400.000 famiglie e con esso il contributo affitto di 280 euro/mese, chi si è indignato.

Quanti minori vivono quella condizione? Solo lo scorso anno in Italia 75.000 abitazioni sono state oggetto di esproprio e, dicono i dati, nel 60% dei casi riguardano famiglie di lavoratori e pensionati che non sono riusciti a pagare ratei di mutui. Quanti sono i minori coinvolti negli espropri? Chi si è indignato a reti unificate per questo? E quando hai la scuola fatiscente spesso persino senza condizionatori o mezzi di prevenzione degli incendi, e ad ogni legge di bilancio sono stati prorogati i termini alle scuole persino per mettere gli estintori chi si è indignato a reti unificate?

Chi si è indignato rispetto a tutti questi atti di violenza sociale di Stato? Quale presidente del Consiglio, ministro, presidente di regione, sindaco e parlamentare si è indignato rispetto a questi atti di violenza? Ed infine se si prospetta ai giovani di essere precari a vita, pure sottopagato, oppure di andare in prima linea in guerra e nel frattempo tanto per formarti sei povero e devi restare povero, è possibile che come si dice a Roma: a qualcuno salti la brocca?

La risposta della politica ai giovani quale è stata? Un coro di no verso atti di violenza certo deprecabili e disperanti, ma nessuno che abbia dato una risposta concreta visibile. Addirittura si riunisce il Consiglio dei ministri. Per deliberare forse atti politici e sociali contro gli atti di violenza di Stato sopra descritti? No lo fa come stato di crisi e approvare ulteriori atti repressivi e anni di galera. E mentre si ciarla di leggi elettorali o primarie o di spiccioli di bollo auto da non pagare che ci costa 2,3 miliardi di euro, sprecati cosi ignobilmente, quale futuro o suggestione si propone ai giovani?

Ce li avevano descritti apatici, seguaci di influencer li scopriamo in piazza contro il carovita, contro il caroaffitti e che dicono no alle smart city fondate su precariato e rider. Si sono fatti vedere, anche sbagliando, ma mentre tutti si sono seduti dalla parte giusta una parte di loro si è messa dalla parte del torto, credo che vadano ascoltati non manganellati.

L'articolo La politica si indigna per le violenze ma ignora 300.000 minori in povertà assoluta proviene da Il Fatto Quotidiano.

Perché spostare i migranti con contratto regolare senza motivo? Succede al CPA di Monastir

16 October 2026 at 12:20

di Roberta Mocci

È possibile prelevare delle persone da un centro di accoglienza e spostarle altrove nonostante un contratto di lavoro regolare? Il fatto che si tratta di migranti ci autorizza a calpestare completamente i loro diritti?

Questo è quello che sta accadendo al CPA di Monastir in provincia di Cagliari dove i richiedenti protezione internazionale vivono, come si sa da anni, in condizioni disumane a causa dell’assenza di spazi adeguati. La maggior parte di loro, dopo la richiesta di protezione internazionale, ha ottenuto un permesso provvisorio che dopo 60 giorni permette loro di lavorare. Queste domande spesso non vengono esaminate per anni, lasciando questi ragazzi in un limbo, sospesi tra la regolarità e l’irregolarità, con i comprensibili timori dei datori di lavoro. Inutile dire che di questa forza lavoro abbiamo enormemente bisogno e molti di loro trovano impiego nelle aziende agricole del Campidano. La loro disponibilità a lavorare senza badare troppo a orari e condizioni di lavoro li rende inoltre particolarmente “interessanti” agli occhi delle aziende. Nonostante questa giungla fatta di incertezze, alcuni di loro ottengono regolari contratti di lavoro, spesso stagionali, ma nel settore la stagionalità significa semplicemente cambiare raccolto e quindi spesso sono impegnati per la maggior parte dell’anno.

Ma arriviamo ai fatti.

Ultimamente si sono verificati numerosi disordini all’interno e fuori dal CPA: vorrei ben vedere come si fa a vivere sereni, in condizioni di sovraffollamento, di scarsa igiene, ragazzi con un passato difficile, un presente complesso e un futuro ancora più incerto e non ci vuole molto a capire che alcuni di loro avrebbero bisogno di un aiuto psicologico. È assolutamente comprensibile la preoccupazione degli abitanti dei paesi vicini, ne hanno tutto il diritto, ma anche qua la percezione di pericolo è superiore alla realtà in seguito alla propaganda anti migranti del nostro lungimirante governo e portata avanti con convinzione da alcuni giornali locali. E siccome investire nell’integrazione non è considerata un’opzione, si è scelto di operare diversamente e di spostare i migranti verso altri centri, dove non si sa.

Bene direte voi, si alleggerisce il carico, saranno stati utilizzati dei criteri per lo spostamento di queste persone, l’obiettivo sarà il loro benessere. E invece pare proprio di no, perché molti di loro erano in possesso di regolare contratto di lavoro. Cioè, proprio coloro che avevano più diritto a restare e avevano iniziato un percorso di integrazione che, non ci vuole molto a capire, inizia proprio dal lavoro, vengono mandati via. E chi in tutto ciò non vede lesi i diritti fondamentali dei migranti pensi ai datori di lavoro agricoli che hanno visto scomparire da un giorno all’altro i loro lavoratori sui quali contavano.

Ma in fondo, a noi cosa cambia? Non lo so, forse nulla, le aziende troveranno un altro disperato disponibile a lavorare dall’alba al tramonto. Ma io mi sono sentita offesa come essere umano. Vedo il realizzarsi di quei sani principi anticostituzionali che tanto piacciono ultimamente ai nostri politici e non solo. Ho paura, che a poco a poco ci si spinga sempre oltre. Che qualcosa sfugga di mano. Perché la storia ci insegna, ma noi non abbiamo imparato.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo Perché spostare i migranti con contratto regolare senza motivo? Succede al CPA di Monastir proviene da Il Fatto Quotidiano.

Screening neonatali a due velocità, la Puglia è già oltre i nuovi Lea: test su oltre 500 malattie contro le 58 garantite a livello nazionale

16 October 2026 at 07:05

Dopo anni di attesa, l’approvazione dei nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) ha finalmente ampliato gli screening neonatali garantiti gratuitamente in tutta Italia. Sulla carta, un passo in avanti verso un accesso più equo alla diagnosi precoce, che però per produrre effetti tangibili dovrà essere effettivamente attuato dai territori, garantendo a tutti i bimbi, indipendentemente dal luogo di nascita, un percorso chiaro e tempestivo di presa in carico. Ora il pannello nazionale dello Screening neonatale esteso (Sne) – un test obbligatorio e gratuito – copre 58 patologie. Nove in più rispetto alle 49 precedentemente garantite a livello nazionale, tra cui l’Atrofia muscolare spinale (Sma), il cui screening era già stato introdotto autonomamente solo da alcune Regioni. Ma questo tentativo di uniformare i diritti dei cittadini non basta a superare le disuguaglianze territoriali. I bimbi nati in Puglia hanno accesso a un servizio molto più avanzato. Tutti i neonati possono accedere gratuitamente, su base volontaria, a uno screening genomico che analizza 433 geni associati a oltre 500 malattie. Una differenza rilevante, che riapre subito il tema delle disparità: a seconda del Cap, aumentano o diminuiscono le possibilità di arrivare a una diagnosi precoce. E, di conseguenza, di intervenire prima della comparsa dei sintomi.

Il programma è diventato strutturale nell’aprile 2025, dopo una prima fase sperimentale. Secondo gli ultimi dati, sono ormai circa 33mila i neonati sottoposti allo screening, con un tasso di adesione del 90,6%. A differenza dello Sne previsto dai Lea, infatti, Genoma-Puglia non è obbligatorio: i genitori, dopo essere stati informati, devono firmare un consenso. In ogni caso, il servizio è totalmente gratuito ed è finanziato dalla Regione con circa 5 milioni di euro l’anno. Il numero di geni indagati, inizialmente più basso, è stato progressivamente ampliato fino agli attuali 433. Ma la differenza rispetto a quanto garantito dai Lea non è solo quantitativa. Lo screening genomico, infatti, oltre a cercare direttamente nel Dna alterazioni associate a un numero molto più ampio di patologie, permette continuamente di aggiornare il pannello di geni e malattie, sulla base delle nuove conoscenze e possibilità di cura. “Possiamo incrementarlo man mano che ci sono nuove scoperte e nuovi trattamenti”, spiega a ilfattoquotidiano.it Mattia Gentile, direttore dell’Unità complessa di Genetica medica dell’ospedale Di Venere della Asl Bari e responsabile clinico di Genoma-Puglia. Lo screening si concentra solo sulle condizioni per le quali scoprire precocemente un rischio può consentire di intervenire con una terapia, con la prevenzione o con controlli mirati. Non su tutto ciò che è scritto nel Dna.

La possibilità di intervenire prima che la malattia si manifesti è decisiva. Per alcune patologie, infatti, aspettare il comparire dei sintomi significa agire quando una parte del danno è già avvenuta. Gentile racconta il caso di una bambina che a circa un mese di vita appariva perfettamente sana, ma nella quale lo screening aveva individuato un’alterazione associata a una malattia che normalmente si sarebbe manifestata mesi più tardi con problemi nello sviluppo neuromotorio. Gli accertamenti successivi hanno confermato il rischio e la terapia è stata avviata subito. “La bambina sta andando bene”, spiega il genetista. Questo non significa però che trovare un’alterazione genetica equivalga automaticamente a diagnosticare una malattia. A una possibile positività devono seguire accertamenti, consulenza e, se necessario, la presa in carico da parte di un centro specializzato. Ed è anche qui che si gioca la possibilità di replicare il modello pugliese: oltre alle tecnologie e ai finanziamenti, servono una rete sanitaria e professionisti in grado di accompagnare rapidamente il bambino dalla segnalazione alla diagnosi e alle eventuali cure.

Negli anni anche altre Regioni, tra cui Toscana, Lombardia ed Emilia-Romagna, hanno anticipato il livello nazionale introducendo autonomamente alcune patologie negli screening o avviando progetti pilota. Ma sul fronte genomico la Puglia rimane un caso a sé. “Il nostro è uno dei programmi più importanti a livello mondiale nella sanità pubblica – sintetizza Gentile -. Nel resto d’Italia esistono sperimentazioni, ma non un servizio strutturale di queste dimensioni offerto a tutta la popolazione neonatale”. Di fatto, mentre una parte d’Italia deve ancora organizzarsi per applicare pienamente gli standard previsti dai nuovi Lea, una Regione è già a un livello ulteriore di prevenzione. Un primo nodo per portare il modello su scala nazionale è quello delle risorse. Il gruppo di Gentile sta lavorando a una valutazione più precisa del rapporto tra costi e benefici, considerando anche quanto può essere risparmiato, in spese sanitarie e assistenziali, evitando diagnosi tardive, ricoveri, disabilità e trattamenti iniziati quando la malattia ha già prodotto conseguenze permanenti. “Ma non è solo un problema di fondi”, avverte il genetista: servono laboratori, personale, centri specialistici e soprattutto un’organizzazione capace di prendere in carico i bambini individuati dallo screening.

La questione è già arrivata in Parlamento. Nel marzo 2025 i senatori Alberto Losacco e Beatrice Lorenzin hanno presentato un disegno di legge per inserire lo screening genomico neonatale nei Lea e offrirlo a tutti i nuovi nati. Il testo è stato assegnato alla commissione Sanità del Senato, ma il suo esame non è ancora iniziato. È la stessa direzione indicata a ilfattoquotidiano.it da Fabiano Amati, avvocato e promotore della legge regionale che ha dato origine a Genoma-Puglia: “Invece di continuare ad aggiungere una malattia alla volta, bisognerebbe inserire nei Lea lo screening genomico”, mantenendo il pannello limitato alle condizioni per le quali esistono terapie o possibilità concrete di intervento. Oggi, osserva, il programma pugliese viene finanziato con risorse proprie della Regione: significa che la possibilità di accedervi continua a dipendere dal territorio in cui si nasce. “È un problema di uguaglianza”, sottolinea Amati. Gentile ricorda che tecnologie che solo pochi anni fa sembravano difficili da utilizzare su larga scala oggi consentono al suo laboratorio di processare centinaia di campioni ogni settimana. La prospettiva dei prossimi anni è che lo screening genomico possa acquisire un ruolo progressivamente sempre più importante nella medicina preventiva. Resta il dubbio se questa evoluzione procederà, com’è successo finora, a velocità diverse da Regione a Regione. O se diventerà un’opportunità garantita a tutti i neonati dal Servizio sanitario nazionale.

L'articolo Screening neonatali a due velocità, la Puglia è già oltre i nuovi Lea: test su oltre 500 malattie contro le 58 garantite a livello nazionale proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Ti resto accanto”, il docufilm che dà la parola ai caregiver familiari

15 October 2026 at 12:21

Creare un docufilm sociale e collettivo con una produzione indipendente e senza scopo di lucro, realizzato con i video fatti con gli smartphone direttamente dai caregiver familiari delle persone con disabilità non autosufficienti. Si tratta del progetto “Ti resto Accanto (Storie di cura e amore)” promosso da Giulio Guerrieri e nato da un’idea di EventiAvanti, realtà attiva nell’organizzazione di live e spettacoli, e di APS PartyVolontario, con il significativo supporto e la collaborazione di CFU- Coordinamento Nazionale Caregiver Familiari Uniti che, tra le varie iniziative di lotta e mobilitazione, ha lanciato sulla piattaforma online IoScelgo la petizione per vedere riconosciuti i caregiver come dei lavoratori, arrivando a quasi 13mile firme (firma qui).

Le finalità del primo docufilm italiano fatto dai video realizzati dai caregiver familiari – sono quelle di dare voce e immagini in particolare ma non solo a genitori e figli caregiver conviventi che si trovano ad affrontare un percorso di vita non semplice, frutto di impegno e fatica quasi no-stop oltre che affetto ed empatia senza però ricevere finora riconoscimenti giuridici, tutele previdenziali, aiuti psicologici dallo Stato. L’obiettivo è quello di portar a conoscenza di più gente possibile una realtà, quella dei caregiver familiari, che è sempre più parte del quotidiano di molti, anche se a volte non ci si accorge, che riguarda in Italia centinaia di migliaia di persone, soprattutto donne over 40 anni. “Il nostro è un progetto no profit e che per ora è totalmente autoprodotto, detto per ora perchè quando non riusciremo ad essere più autosostenibili dovremo per forza chiedere la collaborazione di qualcuno, ma credo che quando arriverà quel momento non saremo noi a chiedere, ma gli aiuti liberi verranno spontanei” dice a ilfattoquotidiano.it Guerrieri, uno degli artefici dell’iniziativa.

Da qualche anno è diventato caregiver dei genitori. “La mia esperienza con la disabilità riguarda amicizie e conoscenze che mi hanno portato a collaborare in attività di intrattenimento con persone portatori prima di tutto di grandi valori umani e poi con disabilità fisica o cognitiva” racconta. Ha prodotto e realizzato finora dei cortometraggi a tematica sociale toccando principalmente temi rivolti alla lotta ad ogni forma di illegalità e alla valorizzazione della memoria storica con degli omaggi ad alcune figure come Peppino Impastato, Lea e Denise Garofalo. Le figure professioniste coinvolte in questo progetto, definito da Guerrieri “inedito per forma, organizzazione e modalità d’esecuzione nel panorama italiano”, fanno parte di un team di tecnici del settore nei vari ruoli, dal montaggio, sceneggiatori, sound design, color correction, music editor e una regia a più mani. “Tra loro mi piace citare la collaborazione con professionisti come l’attrice e regista Lucia Vasini nonché donna-mamma-nonna e caregiver , oltre agli attori e autori Giorgio Centamore e Alessandro Cantarella”, aggiunge.

Viene offerta la possibilità di raccontare momenti della loro vita quotidiana tramite brevi clip di massimo 5 minuti che poi verranno in parte utilizzate per realizzare il docufilm. “Questo è il cuore del progetto”, spiega Guerrieri, “sono loro i veri registi di se stessi, delle loro vite e delle loro storie. E’ importante che siano loro a decidere il momento in cui registrare attimi di cura e amore verso i loro cari. Saranno gli stessi caregiver a scegliere il miglior contributo video che li possa rappresentare e raccontare”. Non tutti conoscono per esperienza diretta la disabilità. Non si rischia di cadere nel pietismo, retorica o pudore? “Direi”, risponde Guerrieri, “che questo rischio potrà avere delle basse probabilità, principalmente per il fatto che i contenuti saranno prodotti da chi è al fianco di queste realtà h24, quasi tutti i giorni dell’anno. Ovviamente”, continua il promotore, “la nostra parte responsabile nella fase di montaggio avrà questo arduo compito di tenere fede a quello che è stato il volere dell’autore. Se alcune scene di video che riceveremo avranno bisogno di rappresentare il frutto di una situazione reale solo apparentemente pietistica, noi ci sentiremo in dovere di dar spazio e visibilità a questo. Idem per quello che sarà il pudore”.

E’ possibile trovare le informazioni in merito al progetto sul sito www.tirestoaccanto.it che accoglie tutti i punti tecnici per i partecipanti. Come prima cosa basta procedere all’iscrizione dalla pagina del sito indicando i propri dati. A questa seguirà l’invio degli organizzatori di un file informativo con le indicazioni base, esempio: girare in formato orizzontale, non utilizzare nessun tipo di musica di sottofondo, durata massima per ogni singolo video 5 minuti, libertà di riprendere o meno i volti dei protagonisti, previa compilazione delle liberatorie nel caso di inquadrature dei volti dei partecipanti al video. Si accettano clip fino al 31 dicembre 2026. “Per quella data”, spiega Guerrieri, “vorremmo aver ricevuto un numero soddisfacente e importante di video per passare poi alla fase della visione e poi montaggio”.

Non sono ancora stati fissati dei tempi esatti per l’uscita pubblica del docufilm ma il promotore confida di “poter esser pronti per la primavera dell’anno prossimo, magari a maggio per la festa della mamma, prima grande caregiver per natura. Ci piacerebbe”, dice Guerrieri, “partecipare a dei festival e trovare una giusta distribuzione per le sale attente alle produzioni indipendenti e alle tematiche sociali. Ovviamente poi lo daremo liberamente anche alle scuole con richieste di organizzare proiezioni a tema con interventi di caregiver dei vari territori regionali e provinciali, con la collaborazione del CFU”. Gli organizzatori attraverso il docufilm chiedono “sicuramente il riconoscimento del caregiver familiare h24 come lavoratore, con adeguate tutele economiche e previdenziali, aspetti che oggi in Italia non esistono e la legge attuale in discussione non garantirà, ma che sono alla base di ogni richiesta dei diretti interessati. Tali riconoscimenti”, conclude Guerrieri, “ancora non sono stati attuati a differenza di altri paesi europei. Noi speriamo di contribuire con il progetto “Ti resto accanto” a dare anche valore e visione al riconoscimento di questi diritti. Per noi è una battaglia di civiltà”.

L'articolo “Ti resto accanto”, il docufilm che dà la parola ai caregiver familiari proviene da Il Fatto Quotidiano.

Ddl Caregiver, ok della Camera. Opposizioni e associazioni contrarie: “Legge che discrimina e soldi insufficienti”

15 October 2026 at 12:20

Via libera della Camera al ddl Caregiver familiari. A votare il 14 ottobre in prima lettura il disegno di legge voluto dal governo Meloni ci sono stati 153 voti favorevoli, 105 contrari e 4 astenuti. L’obiettivo dichiarato dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli (Lega), è quello di riconoscere e tutelare le persone che assistono familiari con disabilità o non autosufficienti, valorizzando il loro ruolo e prevedendo misure di sostegno. Il ddl, peraltro assai osteggiato dagli stessi caregiver familiari conviventi oltre che dal mondo associativo, è passato solo con l’assenso dei deputati della maggioranza di centrodestra, dato che l’opposizione ha espresso in aula valutazioni fortemente critiche.

Va detto che quella sugli assistenti personali familiari delle persone con disabilità in teoria doveva essere una delle pochissime norme bipartisan approvate in questa legislatura ma in pratica questo ampio consenso parlamentare non si è verificato. Anzi. È inoltre importante precisare che quella a Montecitorio è stata solamente la prima tappa, dato che servirà un ulteriore passaggio parlamentare, anche in Senato, quindi non significa ancora che la legge sia definitivamente entrata in vigore. Tutto può succedere e adesso iniziano pure il dibattito in Parlamento sulla legge di Stabilità, allungando i tempi per una eventuale approvazione finale del ddl Caregiver.

Tra le misure illustrate durante l’iter del provvedimento figurano ad esempio il contributo economico limitato per un importo massimo di 400 euro al mese erogati trimestralmente – “in base alle risorse disponibili”, viene precisato nel testo – subordinato a specifici requisiti assai stringenti, uno su tutti il reddito da lavoro annuale lordo fissato alla cifra bassissima di 3mila euro. Vengono stanziati a livello complessivo 260 milioni di euro a decorrere dal 2027, cifra confermata rispetto alle previsioni e peraltro ritenuta “ampiamente insufficiente” come ripetono da mesi associazioni, caregiver familiari conviventi e sindacati.

“Da qui non si tornerà più indietro, ma si potrà solo andare avanti”, ha scritto la ministra Locatelli sui social. Da tutti i partiti di opposizione si sono alzate voci fortemente critiche, come ad esempio il deputato del Pd Marco Furfaro che è intervenuto alla Camera: “In Italia milioni di persone sacrificano il sonno, il lavoro, la salute e la propria indipendenza per prendersi cura di chi amano. E il governo ha costruito una legge che le discrimina”. Protesta anche il M5s che contesta soprattutto i requisiti restrittivi per accedere ai sostegni e propone un’alternativa basata su contributi maggiori. Carmen Di Lauro, componente della Commissione Affari sociali, ha criticato il provvedimento perché “non garantisce un sostegno adeguato alla maggioranza delle persone che prestano assistenza familiare. Si deve fare molto meglio, vogliamo reddito di cura”.

Contattata da ilfattoquotidiano.it Sofia Donato, portavoce della Rete Caregiver Familiari COMMA 255 e una degli esponenti del mondo associativo che ha partecipato anche al Tavolo tecnico per redigere il ddl è critica: “La delusione per il testo approvato e per le criticità ignorate è tanta, ma ancora maggiore è la pochezza del dibattito parlamentare. Si è parlato di assistenza non di cura, sminuendo il valore della convivenza il cui mancato riconoscimento creerebbe una ingiusta discriminazione tra caregiver familiari”. Donato aggiunge che “ancora una volta, è ignorata la condizione dei genitori di figli con disabilità intellettivo-relazionale. Per loro il caregiving non è una scelta. Resta l’amarezza per un Parlamento che non ha seguito il dibattito preliminare ma in Aula ha ripetuto argomenti già esposti, senza dimostrare di averli davvero approfonditi”. “Chi ha seguito i lavori in aula si sarà reso conto che c’è una netta frattura tra destra e sinistra rispetto a come valorizzare e sostenere i caregiver familiari”, commenta Alessandra Corradi, portavoce del coordinamento nazionale Caregiver Familiari Uniti e promotrice di una petizione sul riconoscimento dei caregiver pubblicata sulla piattaforma del Fatto quotidiano Io Scelgo (firma qui). “A fronte dei tentativi fatti dall’opposizione di migliorare il testo del ddl per andare incontro alle reali esigenze delle persone c’è stata la risposta oppositiva della maggioranza. Il testo, così com’è non è un buon testo e la dotazione finanziaria è ridicola”, attacca. “Non si può ignorare la condizione ormai al limite di milioni di caregiver familiari. Ci rimettiamo al Senato e non smetteremo di far sentire la nostra voce”, conclude amareggiata.

L'articolo Ddl Caregiver, ok della Camera. Opposizioni e associazioni contrarie: “Legge che discrimina e soldi insufficienti” proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌