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Trump scommette sull’intesa con Putin come biglietto da visita per il voto di midterm: così l’Ucraina potrebbe diventare centrale alle elezioni

18 October 2026 at 08:16

È una scommessa che, per Donald Trump, non sarà facile vincere. La scommessa è il cosiddetto “diesel deal”, l’accordo stipulato tra il presidente Usa e Vladimir Putin per la fornitura sul mercato statunitense e globale di migliaia di tonnellate di diesel. L’obiettivo dichiarato è bloccare l’aumento record dei costi energetici negli Stati Uniti e riuscire a farlo in modo consistente e rapido, prima delle elezioni di midterm del 3 novembre. Con lo stesso obiettivo, il tycoon ha poi deciso di sospendere le sanzioni nei confronti di Mosca. Gli elementi in gioco sono però molti, molto incerti, tali da rendere la strategia di Trump un azzardo, prima ancora che una scommessa.

Il “diesel deal” è una storia globale, che dalle pianure del Montana porta all’Iran e dall’Iran alla Russia. L’evento da cui partire è sicuramente il 28 febbraio 2026, quando i jet militari Usa lanciano le prime bombe su Teheran. Il midterm è ancora lontano e gli americani sono certi della vittoria totale nel giro di “4/5 settimane”. Cosa è successo è noto. Nonostante i proclami di Trump, la vittoria non c’è stata e gli Stati Uniti le hanno tentate tutte – minaccia di distruzione, aperture al negoziato, promessa di affari miliardari per gli ayatollah – prima di rendersi conto che le cose non sono andate come previsto. È a questo punto – più o meno nel corso dell’estate 2026 – che tra i responsabili dell’amministrazione si fa strada la possibilità più temuta, quella di un voto di midterm a guerra in corso, Stretto di Hormuz chiuso, americani furibondi per l’esorbitante costo della vita. A Washington si cerca quindi di correre ai ripari e il riparo trovato ha un nome: Ucraina. Un conflitto dimenticato per mesi, lasciato tragicamente vivacchiare perché considerato insolubile, torna improvvisamente d’attualità.

È chiaro ciò cui Trump e i suoi pensano, nel disegnare il “diesel deal”. Pensano di aggirare il “problema Iran” promuovendo un accordo tra Mosca e Kiev che faccia affluire sul mercato centinaia di migliaia di tonnellate di diesel e serva come calmiere dei prezzi. Trump sa ovviamente molto bene che europei e soprattutto ucraini non sono per nulla convinti da una strategia che appare come una resa di fronte alle richieste del Cremlino. Il suo problema in questo momento non sono però europei e ucraini, bensì gli agricoltori del Montana, l’industria manifatturiera e siderurgica del Midwest, i consumatori delle grandi città, tutti gli americani che subiscono costi della vita troppo alti e che il 3 novembre andranno a votare. È in nome della difesa del voto repubblicano, e della sua sopravvivenza politica, che il presidente riapre il canale d’affari con la Russia di Putin e abbandona gli ucraini al loro destino.

Il “diesel deal” è quindi ciò che dovrebbe risollevare l’America dalla crisi in cui è precipitata a partire dal 28 febbraio scorso. Le incognite sono però molte. Perché il piano abbia successo, gli Stati Uniti hanno anzitutto bisogno di piegare le resistenze degli ucraini. I messaggi partiti nei giorni scorsi da Washington, direzione Kiev, sono molto chiari. Trump ha chiesto agli ucraini di sospendere gli attacchi sulle raffinerie russe, mentre i russi continuano tranquillamente a bombardare le infrastrutture energetiche ucraine. Ancora Trump si è scatenato in una filippica contro Volodymyr Zelensky, chiedendone le dimissioni. L’esercito ucraino ha quindi perso, senza preavviso, l’accesso a una versione militare di Starlink, Starshield, pagata dal Pentagono e che ha sinora consentito di scambiarsi intelligence sul campo di battaglia. Ci sono pochi dubbi sul fatto che il “diesel deal” rappresenti la morsa che Mosca e Washington stringono attorno alle speranze di Kiev di opporsi all’invasione russa. Non sembra, almeno per ora, che il piano abbia sicuro successo. L’intervista di Zelensky al Financial Times giovedì, con l’annuncio della ripresa delle operazioni militari sulle raffinerie russe, è una sfida ai piani di Trump e la prova che l’Ucraina non ritiene inevitabile una conclusione del conflitto ai suoi danni.

Ciò in cui Zelensky confida, oltre all’immutato appoggio europeo, è infatti l’aleatorietà del piano. L’intesa con la Russia viola anzitutto l’Ending Importation of Russian Oil Act del 2022 che vieta l’importazione di prodotti energetici russi sino a quando Mosca non porrà fine alla guerra, riconoscendo l’integrità territoriale dell’Ucraina. Trump potrebbe certo, lo ha fatto altre volte, trascurare il dettato della legge e impegnarsi in una prova di forza con il Congresso. In questo caso, dovrà però affrontare non solo l’ostilità dei Democratici, ma anche la resistenza di vasti settori del suo partito. “L’accordo che hai concluso con il presidente Putin il 9 ottobre non porterà a cose giuste, né andrà a vantaggio degli americani. L’accordo è un regalo al nostro avversario e un tradimento nei confronti dei nostri alleati. Deve essere revocato”, ha scritto in una lettera un gruppo bipartisan di senatori, tra cui i repubblicani Mitch McConnell, Alan Armstrong e John Cornyn. Ci sono poi i ricorsi in tribunale per violazione della legge del 2022 ed eccesso di potere esecutivo che affluiranno sicuramente numerosi da parte di associazioni, membri del Congresso, soggetti commerciali.

Ci sono infine due altri elementi che rendono così incerto il futuro del dell’intesa. Anzitutto, non si sa quanto la Russia sia in grado di sostenerla in termini produttivi. Gli attacchi dei droni ucraini hanno seriamente danneggiato gli impianti di raffinazione. La ripresa delle operazioni militari, orgogliosamente rivendicata da Zelensky, rischia di aggravare la situazione e rendere impraticabile il rispetto dei target di esportazione fissati. Quelle esportazioni non rappresentano del resto l’affare del secolo per Mosca – le 300 tonnellate iniziali valgono circa 400 milioni di dollari – e si può supporre che Putin non sia disponibile a svuotare il mercato interno per salvare Trump al midterm. Per il capo del Cremlino, il “diesel deal” ha un valore soprattutto politico, più che economico, in quanto segnala come Trump abbia deciso di scaricare Zelensky. C’è infine quella che potrebbe diventare la pietra tombale sull’intesa. L’accordo risolve molto poco. I volumi fissati per le esportazioni sono troppo bassi, le raffinerie russe troppo malmesse, la crisi energetica troppo profonda e carica di ostacoli logistici. Non sarà insomma l’accordo con Putin a risollevare Trump. Come in altre fasi della sua irresistibile ascesa, il presidente ha sperato che un annuncio, una promessa, la rappresentazione di qualcosa che non c’è bastasse a ridargli lo slancio perduto. È un gioco che oggi, in America, non funziona forse più.

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El otoño que se come: siete productos típicos que marcan los sabores en diferentes rincones de España

17 October 2026 at 21:11

El otoño que se come: siete productos típicos que marcan los sabores en diferentes rincones de España

Castañas, membrillo, azafrán, pimientos del piquillo y otros productos encuentran en el otoño su mejor momento. Viajamos a los lugares donde forman parte de la identidad local

Seis buenas razones para viajar en otoño (y seis destinos que lo demuestran)

Después de un verano largo, el otoño se coge con ganas. Ya apetece abrigarse, salir al campo a pisar hojas, ver otros colores y, también, disfrutar de otros sabores. Es tiempo de castañas asadas, de salir al monte en busca de setas, de preparar dulces con membrillo y de aprovechar productos que llegan a su mejor momento durante estos meses. Algunos forman parte de la cocina de toda la vida y otros están ligados a tradiciones que se repiten cada año en distintos rincones de España.

Además, detrás de muchos de ellos hay mucho más que una receta. El clima, el paisaje y la forma de trabajar el campo han hecho que determinados pueblos y comarcas se asocien a productos muy concretos. Algunos cuentan incluso con denominaciones de origen que protegen su calidad y su vínculo con el territorio.

Por esa razón, en este recorrido gastronómico por España nos vamos a Galicia para hablar de castañas, a los bosques de Soria para buscar setas y a Puente Genil, en Córdoba, para conocer la tradición del membrillo. También nos esperan el azafrán de Castilla-La Mancha, las granadas de Elche, los pimientos del piquillo de Lodosa y las manzanas de sidra de Villaviciosa. Siete productos muy distintos que nos ayudan a descubrir el otoño a través de sus sabores y de las costumbres que los rodean.

Castañas de Galicia, mucho más que un fruto de otoño

En Galicia, los castaños forman parte del paisaje desde hace siglos, sobre todo en las zonas del interior de Lugo y Ourense. Sus bosques, conocidos como soutos, han tenido una gran importancia en la vida rural. Durante mucho tiempo, las castañas fueron un alimento básico, hasta el punto de que se las llegó a conocer como el pan de los pobres. También se aprovechaba la madera del árbol, así que su valor iba mucho más allá de la cosecha otoñal.

Temporada de castañas.
Temporada de castañas.

La tradición sigue muy presente en el magosto, una celebración popular en la que las castañas se asan al fuego y se comparten con familia y amigos. En muchas zonas se acompañan de chorizo asado y vino nuevo, en una reunión que sirve para celebrar el final de la cosecha. Ourense es uno de los lugares donde esta costumbre tiene más arraigo, aunque también se mantiene en pueblos y comarcas de toda Galicia. Si visitas la región en otoño, es una buena ocasión para probar las castañas recién asadas y conocer una de sus tradiciones más populares.

Setas de Soria, una cita con el bosque

Hablar de setas en otoño es hablar de Soria. Sus pinares y otros bosques reúnen condiciones favorables para la aparición de distintas especies, y la búsqueda de hongos se ha convertido en un atractivo para quienes disfrutan del campo y la gastronomía. Entre los ejemplares más apreciados están el níscalo, el boletus y la seta de cardo, que tienen sabores y características muy diferentes y dan mucho juego en la cocina.

Setas en Soria.
Setas en Soria.

La temporada también invita a conocer el entorno natural de la provincia, pero conviene tener en cuenta algunas normas antes de salir con la cesta. La recolección está regulada y puede requerir un permiso según la zona, por lo que es importante informarse previamente. Y si no tienes experiencia, mejor no fiarse de una identificación hecha a ojo: hay especies tóxicas que pueden confundirse con otras comestibles. Una ruta guiada con alguien que conozca bien la micología es una buena manera de disfrutar de la actividad con seguridad.

Membrillo de Puente Genil, tradición dulce en Córdoba

En Puente Genil, al sur de la provincia de Córdoba, el membrillo tiene un papel destacado en la economía agrícola y en la gastronomía local. El cultivo de estos árboles forma parte del paisaje de la zona, donde los campos de membrilleros conviven con los olivares. La recolección se concentra en los meses de otoño y se puede prolongar hasta finales de diciembre, cuando la fruta llega a las cocinas para convertirse en uno de los dulces más conocidos de la localidad.

Membrillos y dulce de membrillo.
Membrillos y dulce de membrillo.

La elaboración más característica es la carne de membrillo, una preparación que se obtiene cocinando la fruta durante bastante tiempo hasta conseguir una textura firme y un sabor concentrado. Su origen está ligado a la necesidad de conservar el fruto y aprovecharlo durante más tiempo, pero hoy es habitual encontrarlo como acompañamiento de quesos o como ingrediente en otras recetas. También se utiliza para preparar mermeladas, compotas y confituras. Por lo que no te faltan opciones para llevarte un dulce recuerdo a casa.

Azafrán de Castilla-La Mancha, una cosecha delicada

A finales de octubre, cuando el otoño ya se nota en los campos manchegos, empieza habitualmente la temporada del azafrán. La flor, de color violeta, aparece durante un periodo muy breve y debe recogerse a primera hora de la mañana. No es un trabajo que permita demasiadas distracciones: cada flor se abre para extraer a mano sus tres estigmas, que son las hebras rojas que después se utilizarán como especia.

Recogida de azafrán en Castilla-La Mancha.
Recogida de azafrán en Castilla-La Mancha.

Tras la recolección llega otra fase clave, el tostado que permite deshidratar las hebras y desarrollar su aroma, color y sabor. La Denominación de Origen Protegida Azafrán de La Mancha reconoce la relación entre este producto, su zona de cultivo y los conocimientos tradicionales necesarios para elaborarlo. En la cocina se utiliza en arroces, guisos, legumbres y muchas otras preparaciones. Su sabor es intenso, así que basta con añadir unas pocas hebras para darle su personalidad al plato.

Granada mollar de Elche, el sabor del Mediterráneo

Elche y otras localidades del sur de Alicante son el territorio de la granada mollar, una variedad autóctona que destaca por su dulzor y por tener las semillas tiernas y fáciles de comer. Su temporada se extiende de octubre a enero, así que el otoño es un buen momento para encontrarla en su mejor etapa. El cultivo del granado está muy ligado a la agricultura de esta zona mediterránea y cuenta con una larga historia, como muestran los restos de granadas hallados en el yacimiento arqueológico de La Alcudia, en Elche.

Granada mollar de Elche.
Granada mollar de Elche.

La Granada Mollar de Elche cuenta con Denominación de Origen Protegida desde 2016 y la distinción ampara su producción en 40 municipios de las comarcas alicantinas del Baix Vinalopó, la Vega Baja y l’Alacantí. Además de comerla fresca, la granada se puede añadir a ensaladas y otros platos, en los que aporta un punto dulce y una textura crujiente. Es una fruta muy vinculada al paisaje local y una buena excusa para descubrir la tradición agrícola de esta parte de Alicante.

Pimiento del piquillo de Lodosa, en Navarra

En el suroeste de Navarra, alrededor de Lodosa, el otoño coincide con la recolección del pimiento del piquillo, que se recoge a mano cuando alcanza su característico color rojo intenso. Su nombre no tiene que ver con el picante, como a veces se piensa, sino con la forma puntiaguda y ligeramente curvada del fruto. Es un pimiento dulce, de carne fina, que se ha convertido en uno de los productos más reconocibles de la gastronomía navarra.

Pimiento del piquillo en Navarra.
Pimiento del piquillo en Navarra.

La Denominación de Origen Protegida ampara los piquillos cultivados y elaborados en ocho municipios de la zona. Sin duda, una de las claves de su preparación es el asado directo a la llama. Después se pelan, se les quitan las semillas y se limpian a mano, sin sumergirlos en agua para conservar mejor su aroma y sabor. Lo más habitual es encontrarlos en conserva, enteros o en tiras, y son muy versátiles en la cocina: pueden servirse como guarnición, rellenarse o acompañar platos de pescado y carne.

Manzana de sidra de Villaviciosa, tradición asturiana

Villaviciosa, en Asturias, es conocida como la capital manzanera y forma parte de la Comarca de la Sidra. Las plantaciones de manzanos, llamadas pumaradas, dibujan buena parte del paisaje local y están estrechamente relacionadas con una tradición sidrera muy arraigada. El otoño es el momento de la cosecha, cuando las manzanas recogidas en los campos inician el recorrido que las llevará a convertirse en sidra.

Festival de La Manzana de Villaviciosa.
Festival de La Manzana de Villaviciosa.

La cultura de la manzana se puede conocer también a través de las actividades y celebraciones populares que se organizan en la localidad, con propuestas gastronómicas, exposiciones, talleres y catas. Otra forma de acercarse a esta tradición es recorrer la Comarca de la Sidra para conocer las pumaradas y los llagares, los lugares donde se elabora la bebida. Porque en Villaviciosa la manzana no es solo un fruto de temporada, verás que forma parte de la vida cotidiana y de una cultura que se reconoce tanto en el paisaje como en la mesa.

Garlasco, Italia

17 October 2026 at 16:16

Aveva ragione nonna Luigia, nata sul finire del XIX secolo, che aveva frequentato solo la seconda elementare: stai lontano dalla giustizia, ripeteva col dito puntato. Intendeva insegnare l’onestà che accompagnò la sua lunga vita, ma anche consigliare di tenersi alla larga dai meccanismi legali, dai cavilli di giudici e avvocati. Armata della diffidenza dei poveri, aveva ragione. Il caso dell’omicidio di Garlasco, un inestricabile garbuglio giudiziario, ne è la prova.

L’assassinio della giovane Chiara Poggi nel 2007 è ancora irrisolto, nonostante la dubbia condanna del fidanzato Alberto Stasi dopo cinque processi e due iniziali assoluzioni. Il guazzabuglio parla di possibile corruzione di pubblici ufficiali, prove scientifiche occultate o manipolate. Nelle indagini contro il nuovo indiziato, Andrea Sempio, come per  Stasi- in semilibertà dopo un decennio di gattabuia- le prove scarseggiano. Si punta sugli indizi, in un oceano di perizie e controperizie, tra vere o false indiscrezioni. Manca la verità, benché quella processuale, il giudicato penale, indichi nello Stasi l’assassino.  Non sarebbe l’unico errore giudiziario o il solo caso irrisolto, se l’ex “biondino dagli occhi di ghiaccio” fosse innocente. Ciò che rende unico il caso Garlasco –vince la sineddoche, la figura retorica che identifica il tutto con la parte- è qualcosa di più.

Il processo, l’ indagine, il livoroso dibattito fine a se stesso vanno in scena ogni giorno sulle reti nazionali pubbliche e private, sui giornali e sulle reti sociali. Si sono formati schieramenti a favore o contro i due accusati, in un quotidiano tritacarne mediatico che non risparmia nessuno. Molte vite sono state spezzate, oltre a quella della vittima. Molte altre si esibiscono alle luci della ribalta in un impressionante girotondo di avvocati, periti, consulenti delle più varie specialità, genetisti, criminologi, criminalisti (?) psicologi, psichiatri, giuristi, attorniati da un coro querulo e petulante di giornalisti, opinionisti assortiti, nani e ballerine. Ciascuno si ritaglia non solo il quarto d’ora di celebrità alla Andy Warhol, ma difende con le unghie e con i denti una rendita di posizione e copiosi redditi. Avvocati e consulenti delle parti, figuranti e figure di contorno, ma soprattutto gli addetti del circo mediatico, lucrano sulla vittima di un omicidio notorietà, pubblicità, reddito. Il  parterre delle innumerevoli trasmissioni televisive diventano attori retribuiti impegnati a gareggiare a chi la spara più grossa e a chi sfodera l’ultima indiscrezione.

Conta anche l’ immagine: assistiamo a sfilate di moda mentre i conduttori aizzano sapientemente battibecchi, liti, zuffe da cortile tra signori e signore un attimo prima sussiegosi, compunti distillatori della loro scienza (genetisti, giuristi, psicoterapeuti) o delle ultime notizie ( giornalisti e opinionisti).  Un mestieraccio, ammettiamolo, che costringe a compulsare infiniti tomi di consulenze, atti giudiziari, perizie e controperizie. Si è costituita una nuova categoria di esperti, i garlaschesi. Il punto è però che tutto nasce da una giovane assassinata, senza pace neppure nella tomba. Nulla conta il dolore della famiglia quotidianamente esposto al pubblico tra dettagli macabri, particolari intimi, squarci di vita che dovrebbero appartenere alla sfera privata.

Mille processi celebrati nell’arena mediatica, con una giuria popolare grande come l’Italia, ma tre famiglie soffrono e sono distrutte. Oltre a quella della povera Chiara, gli Stasi ( il babbo morì di crepacuore) e i Sempio che lottano per salvare il figlio. E’ sicura la rovina economica. Molti sciacalli pasteggiano e troppi avvoltoi svolazzano. Ne è prova l’accanimento dei periti divi televisivi, dei giornalisti “investigativi””, di avvocati esibizionisti, l’evidente acredine che li divide, segno che ciascuno gioca una partita personale estranea alla giustizia e al dramma di tanti anni fa.

Crolla la reputazione del reparto scientifico dei Carabinieri, colpito da faide, dispareri, errori, carenze clamorose. Ufficiali e sottufficiali dell’Arma sono sospettati di corruzione, oltreché di imperizia. Qualcuno balbetta giustificazioni dinanzi alle telecamere, dalle quali dovrebbe tenersi lontano per dignità personale e rispetto della divisa. Mentre il circo mediatico e le opposte fazioni di esperti sono chiaramente interessate a continuare il macabro ma lucroso gioco, resiste la triste verità fattuale: da qualche parte c’è un assassinio . Giusto, nonna, meglio lontani dalla giustizia , una parola di cui di cui non si sa se ridere o piangere. Turba il basso livello della classi cosiddette colte. Tali dovrebbero essere magistrati, legali, consulenti, periti delle più svariate scienze, giornalisti. Invece sono nani e ballerine che danzano al ritmo imposto dalla comunicazione, da interessi non sempre limpidi, dal narcisismo. Soffre la famiglia della morta, crolla la vita del nuovo indagato, sperano nella revisione del processo il condannato e sua madre. Quanto è stato speso, in denaro pubblico, parcelle, fatture, compensi televisivi e altri mille rivoli per non accertare un bel nulla?

Se anche Sempio venisse condannato – il che è assai dubbio- una nuova verità giudiziaria non sarebbe necessariamente la verità dei fatti. La sorte di Stasi è appesa a un cortocircuito. Si può istruire un nuovo processo – in tribunale, non in tv, sulla stampa o nei social media –in presenza di una condanna definitiva a carico di un altro imputato? E la revisione del primo processo, quando e come potrà avvenire? Insomma, stai lontano dalla giustizia. Se non ti mettono in mezzo, con la rovina personale, la devastazione della famiglia, della condizione economica, la fine della sfera  privata. Domanda fintamente ingenua: l’esercito di protagonisti, esperti, giornalisti, legali, figuranti mediatici, vuole la verità ? Garlasco è un reddito sicuro: che guaio se qualcuno confessasse o uscisse come il coniglio dal cappello del prestigiatore, la prova regina che incastra l’assassino. Quanti disoccupati, quanti redditi sfumati. Sulla pelle di una poveretta e di chi è nel tritacarne.

L’ Italia di Garlasco trasforma una tragedia in rappresentazione dalle mille repliche, con compagnie di giro che si contendono gli spettatori. Pare evidente la sconfitta, il discredito delle indagini scientifiche. Meglio i vecchi metodi di ieri, fiuto e osservazione, o l’epopea scientista, il baraccone di chi tutto sa e risolve ogni enigma con gli occhi sul microscopio, coadiuvato da quadrate legioni di psicologi, psichiatri, esperti di scena del crimine, analisti “personologici”pronti ad offrire la soluzione che incastra   il cattivo ? La triste realtà è che un cattivo esiste e che qualcuno campa di indagini, pareri, opinioni a fattura.

Stai lontano dalla giustizia, a Garlasco, ma anche Trieste e Pietracatella. Altri romanzi d’appendice aumentano le puntate sulla pelle di morti innocenti e di presunti colpevoli. Cinque anni fa una sessantenne triestina venne ritrovata morta in un bosco avvolta in sacchetti dell’immondizia e legata. Incredibile verdetto iniziale: suicidio. Dopo cinque anni e la trasformazione in mostro del marito, un eccentrico anziano dall’improbabile abbigliamento, emergono vari DNA estranei al coniuge, agli amici e alla famiglia della poveretta. Vittima due volte, poiché da anni la sua vita è stata dissezionata, i suoi veri o presunti amori resi di pubblico dominio. Quanto al marito- probabilmente estraneo- è solo e  in bolletta. Del killer nessuna traccia, a parte quelle biologiche di Ignoto X.

Non è solo la sconfitta della giustizia; crolla il credito dell’intero sistema. E’ una ben piccola e decadente Italia, quella che opera nel settore della giustizia. Piccola come Pietracatella, il paesino in cui sono state avvelenate madre e figlia con una sostanza quasi sconosciuta. Indagini scientifiche, analisi affidate a un istituto tedesco, perquisizioni finanche nei computer delle scuole. Non sappiamo se l’assassino/a tremi o rida. E’ questa la tragedia ulteriore, come a Trieste, Garlasco e forse altrove. Chi tutela le vittime, i loro cari, chi dà un termine alle sofferenze di chi non è potuto stare lontano dalla giustizia? Chi scaccia sciacalli e avvoltoi, chi restituisce dignità alla stessa giustizia, nella quale dobbiamo pur confidare ? Garlasco, Italia.

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L’era del post-lavoro non sarà la fine dell’occupazione, ma un nuovo modo di organizzare le aziende

17 October 2026 at 03:45

Sentiamo ripetere continuamente che le in- credibili tecnologie in arrivo elimineranno la quasi totalità dei lavori. Forse tutto questo è vero. Al momento non sembra però che il risultato delle nuove tecnologie sia quello di elimina- re lavoro. Il lavoro sicuramente cambierà (come, d’altra parte, è sempre cambiato), ma che venga eliminato non è poi così si- curo. Anche in Giappone, che più di ogni altro Paese ha fatto la scelta di affidarsi alle nuove tecnologie, non si vede la scomparsa del lavoro, nemmeno nei settori in cui la robotica e le nuove tecnologie vengono usate più massicciamente. A livello di scenario possibile, è ovviamente concepibile la possibilità di una società senza lavoro, ma non credo che questo sia il punto centrale.

Molto più interessante è capire che l’idea contemporanea di lavoro è uno strato superficiale minimo dell’esperienza storica di lavoro. Dobbiamo stare attenti a non dare per scontato che l’esperienza degli ultimi cento o centocinquant’anni rappresenti un punto di arrivo senza alternative. D’altra parte, l’idea che il lavoro non sia la fonte onnicomprensiva della nostra identità è già visibile oggi, soprattutto tra i giovani. Cerchiamo di non dare per scontato che l’esperienza delle ultime generazioni sia universale. Il mondo del lavoro dalle 9 alle 5 rappresenta solo un breve istante dell’esperienza umana.

Se questo è vero, una società del post-lavoro non significa un modello in cui le persone occupano il proprio tempo libero giocando ai videogiochi, bevendo e drogandosi. Casomai, una società del post-lavoro è uno spazio in cui la natura del lavoro è stata radicalmente trasformata e l’occupazione tradizionale è diventata in gran parte obsoleta a causa del progresso tecnologi- co, di nuovi modelli sociali e di nuovi modelli organizzativi. Il progresso tecnologico sarà certamente importante, ma non sarà l’unico elemento determinante. I cambiamenti socia- li, per esempio l’invecchiamento della popolazione, saranno altrettanto rilevanti. A mio giudizio, l’elemento fondamentale della società del post-lavoro sarà quello dei cambiamenti organizzativi.

Il post-lavoro sarà lavoro che non dipenderà dagli attuali modelli organizzativi, che non si baserà su imprese tradizionali e sulla differenza tayloristica fra chi decide e chi esegue. Potrebbe anche essere una società che assume il modello cooperativo come suo fondamentale principio organizzativo e valoriale. Per capire come potrebbe essere una società che mette al centro del suo funzionamento il modello dell’impresa cooperativa non dobbiamo pensare alla salute dell’attuale movimento cooperativo. Vediamo invece le potenzialità del modello.

Già oggi, i dati raccolti da Erdal mostrano che molte aziende possedute dai lavoratori danno ottimi risultati, sono spesso più produttive, sopravvivono meglio delle aziende tradizionali nei periodi difficili, durano più a lungo, hanno un turnover dei dipendenti basso e offrono pure buoni servizi: i loro clienti tendono a valutarle più positivamente rispetto alla concorrenza strutturata in modo convenzionale6 . Il problema, caso- mai, risiede nell’ortodossia economica che proprio non riesce a credere che aziende di proprietà dei dipendenti possano es- sere la norma. Il nodo da affrontare diventa pertanto quel- lo della sottostante teoria economica.

Tratto da “Pensare l’impensabile” di Roberto Poli, Egea, 160 pagine, 18,81 euro

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Escocia por primera vez: guía práctica para organizar un viaje a tu medida

16 October 2026 at 23:28

Escocia por primera vez: guía práctica para organizar un viaje a tu medida

Cuándo viajar, cuántos días dedicarle, cómo moverse o qué llevar en la maleta. Además de algunos consejos prácticos para lidiar con los molestos 'midges'

Seis buenas razones para viajar en otoño (y seis destinos que lo demuestran)

Escocia es uno de esos destinos que dan mucho juego a la hora de organizar un viaje. Puedes dedicar unos días a conocer Edimburgo y Glasgow, recorrer castillos con siglos de historia o salir a la carretera para descubrir lagos, montañas, bosques y pequeños pueblos. Y si tienes tiempo para adentrarte en las Highlands o llegar hasta la isla de Skye, encontrarás algunos de los paisajes más conocidos del país.

Lo bueno es que hay muchas formas de conocer Escocia y no necesitas hacer un viaje larguísimo para disfrutarlo. Eso sí, conviene organizar bien la ruta, porque las distancias pueden engañar y algunas carreteras son más lentas de lo que parecen en el mapa. También hay que contar con un tiempo bastante cambiante, reservar alojamiento con antelación en las zonas más visitadas y decidir cómo te vas a mover, especialmente si quieres recorrer el país por tu cuenta.

Para ayudarte a preparar el viaje, hemos reunido algunos consejos que merece la pena tener en cuenta antes de salir. Veremos cuál es la mejor época para ir, cuántos días necesitas, qué opciones tienes para moverte y qué debes saber si te planteas viajar en autocaravana. También hablaremos de la documentación, el presupuesto, qué llevar en la maleta y cómo lidiar con los midges, esos pequeños mosquitos que pueden convertirse en una auténtica lata cuando pasas tiempo al aire libre. Con todo esto bajo control, será mucho más fácil disfrutar del que sin duda es uno de los países que más enamora cuando lo visitas.

El viaducto de Glenfinnan y el tren de vapor Jacobite, en Escocia.
El viaducto de Glenfinnan y el tren de vapor Jacobite, en Escocia.

Cuándo viajar a Escocia

Entre mayo y septiembre encontrarás días más largos y más horas de luz para recorrer el país, algo que se agradece si quieres conocer las Highlands o hacer rutas a pie. Julio y agosto son meses muy concurridos, así que el alojamiento puede salir más caro y conviene reservar con tiempo.

La primavera y el otoño también son buenas opciones, aunque el tiempo puede cambiar bastante. En invierno hay menos horas de luz y algunos lugares turísticos reducen sus horarios o cierran por temporada. Vayas cuando vayas, lleva ropa impermeable y vístete por capas. En Escocia puedes empezar el día con sol y acabar buscando refugio de la lluvia, así que mejor no confiarse.

Cuántos días necesitas para conocer Escocia

Con una semana puedes combinar Edimburgo con una primera toma de contacto con las Highlands. Si tienes diez días para conocer Escocia, podrás plantearte una ruta más completa por Inverness, el lago Ness, Glencoe, el castillo de Eilean Donan y la isla de Skye. Con dos semanas tendrás más margen para explorar las Tierras Altas o añadir alguna isla, como Mull o Arran.

Lo importante es no querer abarcar demasiado. Las distancias engañan y algunas carreteras son estrechas, por lo que un trayecto que parece corto puede llevarte más tiempo del previsto. Calcula bien los desplazamientos y deja hueco para las paradas. Al fin y al cabo, no querrás pasarte el viaje mirando el reloj en lugar de disfrutar del paisaje.

Cómo moverse por Escocia

Si quieres descubrir zonas rurales y parar donde te apetezca, alquilar un coche es una opción muy práctica. Recuerda que se conduce por la izquierda y que las distancias se indican en millas. En algunas carreteras estrechas de las Highlands encontrarás passing places, ensanchamientos que permiten que dos vehículos se crucen. Conduce con calma y evita, si puedes, hacer muchos kilómetros de noche.

También puedes moverte en tren y autobús entre ciudades como Edimburgo, Glasgow, Stirling e Inverness. Es una buena alternativa si prefieres no conducir, aunque llegar a algunos castillos y espacios naturales puede requerir conexiones o excursiones organizadas. Para visitar determinadas islas tendrás que coger un ferri. En verano, comprueba los horarios y reserva con antelación si vas a embarcar con tu vehículo.

Las peludas vacas escocesas.
Las peludas vacas escocesas.

Viajar por Escocia en autocaravana

Si te gusta viajar con la casa a cuestas, Escocia puede ser un destino estupendo para recorrer en autocaravana o cámper. Lo más habitual si llegas en avión es alquilarla allí, pero comprueba dónde se recoge porque no siempre está cerca del aeropuerto. Antes de salir, pide que te expliquen cómo funcionan los depósitos de agua, el vaciado de aguas residuales, la calefacción y el resto del equipamiento. Ten en cuenta que conducir un vehículo grande por la izquierda y por carreteras estrechas requiere cierta atención, especialmente si no tienes experiencia.

Y ojo con la pernocta, porque no puedes dar por hecho que está permitido dormir en cualquier aparcamiento. Comprueba las normas locales y busca campings o áreas para autocaravanas, donde además podrás encontrar servicios como agua, electricidad y puntos de vaciado. Aplicaciones como Park4Night o CaraMaps ayudan a localizar lugares para pasar la noche y consultar opiniones de otros viajeros, aunque conviene verificar siempre la información. La autocaravana te da libertad, pero tendrás que planificar algo más la ruta y los servicios. Para visitar Edimburgo o Glasgow, suele ser más cómodo dejarla aparcada fuera del centro.

Los midges, los pequeños mosquitos que pueden darte la lata

Si viajas a Escocia entre finales de primavera y comienzos del otoño, hay algo que quizá esperarías encontrar en un país más tropical pero no aquí: los midges. Son insectos diminutos que pueden aparecer en grandes cantidades y cuyas picaduras resultan bastante molestas. Suelen dar más guerra en zonas húmedas y resguardadas del viento, así que pueden complicarte una caminata o una parada junto a un lago.

La solución es ir preparado. Lleva repelente y utiliza ropa que cubra brazos y piernas. El viento dificulta que vuelen, por lo que los lugares más expuestos suelen ser más agradables que los rincones protegidos. No dejes que te quite las ganas de viajar, pero acuérdate de ellos al preparar la mochila.

Documentación, sanidad y seguro de viaje

Para viajar desde España al Reino Unido necesitas un pasaporte en vigor y una autorización electrónica de viaje conocida como ETA (Electronic Travel Authorisation), obligatoria en Reino Unido desde 2025 y que debes tramitar antes de salir. Comprueba los requisitos actualizados en la web oficial del Gobierno británico y solicita la autorización por sus canales oficiales. Así evitarás páginas intermediarias que cobran más por hacer el trámite.

En cuanto a la sanidad, lleva tu Tarjeta Sanitaria Europea, que permite acceder a la asistencia sanitaria pública necesaria durante una estancia temporal si cumples los requisitos. Eso sí, no sustituye a un seguro de viaje, que puede cubrir gastos que la tarjeta no contempla, como la repatriación o incluso problemas con el equipaje.

Neist Point, el punto más occidental de la Isla de Skye. En Escocia.
Neist Point, el punto más occidental de la Isla de Skye. En Escocia.

Dinero y presupuesto

La moneda es la libra esterlina y podrás pagar con tarjeta en muchos sitios. Antes de viajar, revisa si tu banco aplica comisiones por pagar o sacar dinero en otra moneda. Para hacerte una idea, calcula aproximadamente entre 100 y 180 libras por persona y día para un viaje con alojamiento, comidas, transporte y algunas visitas de pago. Es una estimación orientativa para organizar las cuentas, ya que el gasto puede variar bastante según la época, el tipo de alojamiento y si te mueves en transporte público o alquilas un coche.

Dónde alojarse en Escocia

Elige el alojamiento según la ruta, en lugar de intentar visitar todo el país desde una sola base. Edimburgo y Glasgow son buenas opciones para unos días de turismo urbano, pero para recorrer las Highlands, te convendrá repartir las noches entre distintas localidades. En verano reserva con antelación, especialmente en Skye y otros lugares populares. Si viajas en autocaravana, comprueba también dónde puedes pernoctar.

Qué comer en Escocia

Aprovecha para probar algunos platos típicos, como el haggis, que suele servirse con neeps and tatties (nabo y patata), el Scotch broth o el clásico fish and chips. Para algo dulce, busca el cranachan o prueba el shortbread, unas galletas de mantequilla muy populares.

Ten en cuenta que se cena bastante antes que en España, sobre todo fuera de las grandes ciudades. Si terminas una excursión a última hora, comprueba los horarios para no quedarte sin opciones.

Internet, móvil e idioma

Consulta las condiciones de tu tarifa móvil para el Reino Unido, porque el roaming puede no estar incluido como en los países de la Unión Europea. Si los datos salen caros, puedes valorar una eSIM o una tarjeta local. Descarga también mapas para utilizarlos sin conexión, sobre todo si vas a recorrer zonas rurales donde la cobertura puede fallar.

El idioma habitual es el inglés, aunque en algunas zonas también se habla gaélico escocés. Los acentos pueden costar un poco al principio, pero te acostumbrarás. Y si alguna conversación se te resiste, una aplicación de traducción siempre puede echarte una mano.

Edimburgo.
Edimburgo.

Qué llevar en la maleta

No te compliques, pero ve preparado para la lluvia. Mete una chaqueta impermeable, ropa de abrigo incluso si viajas en verano y calzado cómodo, mejor si es resistente al agua. Añade un adaptador para los enchufes británicos de tipo G y una mochila pequeña para las excursiones. Si viajas en los meses de mayor presencia de midges, no te olvides del repelente.

Qué lugares incluir en la ruta

Si es tu primera visita, empieza por Edimburgo, con su castillo, la Royal Mile y el casco histórico. Glasgow merece también un hueco si te interesan los museos, la arquitectura y la vida cultural. Fuera de las ciudades, Stirling es una parada interesante por su castillo y su historia, mientras que Glencoe ofrece algunos de los paisajes más conocidos de las Highlands.

Si tienes tiempo, añade Inverness y el lago Ness, con las ruinas del castillo de Urquhart a orillas del agua. Y, si puedes alargar el viaje, reserva unos días para la isla de Skye y una parada en el castillo de Eilean Donan. No hace falta verlo todo de una vez, simplemente elige los lugares que mejor encajen con tus días disponibles y disfruta también del camino.

“Così l’Ugl ha difeso l’azienda per salvare il suo delegato”: l’inchiesta di “Mi Manda Rai Tre” su Autogrill

16 October 2026 at 17:34

Dopo il servizio di Far West, andato in onda un anno fa su Rai3, che faceva luce sulle condizioni igieniche e di lavoro all’interno di Autogrill, il sindacato Ugl difese subito l’azienda e definì “piangenti in anonimato” i dipendenti intervistati. Oggi, a un anno di distanza, viene fuori un audio privato in cui il segretario generale di Ugl Terziario dice di avere usato quel comunicato, da lui firmato, come una sorta di merce di scambio per evitare il licenziamento di un loro delegato, che in quel periodo rischiava di essere messo alla porta dal colosso della ristorazione. A scoprire la traccia è la trasmissione Mi Manda Rai Tre, che andrà in onda domani mattina alle 8 con il servizio completo.

Riepiloghiamo. A ottobre 2025, il giornalista Andrea Sceresini ha raccolto una serie di testimonianze a volto coperto da parte di lavoratori Autogrill: questi raccontavano turni estenuanti, continua pressione da parte dei capi, timori per la sicurezza soprattutto nelle ore notturne e anche una serie di falle nelle pulizie. C’era chi ammetteva di fare ricorso a psicofarmaci per poter sopportare lo stress a cui si è sottoposti svolgendo questo lavoro, chi sosteneva di non sentirsi tranquillo quando, di notte, si è da soli a gestire l’intero ristorante. Dopo l’uscita di questo servizio dalla durata di oltre otto minuti, l’Ugl Terziario rispose con un comunicato dal titolo surreale: “Il Far West della disinformazione”. E poi una serie di valutazioni: “Ci rendiamo conto – scriveva – che i lavoratori Autogrill in versione ‘pentiti di mafia’ facciano maggiore audience ma, con il massimo rispetto per gli anonimi intervistati, c’era una strada più semplice”.

Perché l’Ugl volle minimizzare queste testimonianze che raccontavano di lavoratori sull’orlo della disperazione, le stesse persone che i sindacati dovrebbero difendere e rappresentare? Una parte della risposta è nel servizio che i telespettatori potranno vedere domani su Mi Manda Rai Tre. La registrazione esclusiva riguarda una riunione a cui partecipava proprio Luigi Giulio De Mitri Pugno, segretario Ugl Terziario. Dalla sua stessa voce sembra emergere che il comunicato era stato quantomeno preannunciato a un dirigente di Autogrill e, infatti, De Mitri Pugno racconta di un manager che lo aveva ringraziato per la solidarietà e lui aveva risposto “ma che grazie per la solidarietà, mi devi fare un bonifico”. Quel bonifico era una metafora, non si trattava di soldi ma del salvataggio del delegato a rischio licenziamento. Mi Manda Rai Tre ha sentito De Mitri Pugno che ha escluso di aver concordato con l’azienda il comunicato, ha persino ipotizzato che l’audio sia stato creato con l’intelligenza artificiale per poi rivendicare di aver evitato un licenziamento.

L’Ugl è un sindacato vicino al centrodestra nel quale ha militato a lungo l’attuale sottosegretario leghista al Lavoro, Claudio Durigon. In questi anni, soprattutto Durigon ha spesso proposto norme per rompere il “monopolio” di Cgil, Cisl e Uil per favorire le altre sigle, tra le quali la stessa Ugl. Sebbene in diverse situazioni sia a fianco dei tre confederali, negli scorsi anni l’Ugl ha fatto parlare di sé anche per essere stato l’unico sindacato disposto a firmare il contratto dei rider accettando le condizioni volute dalle piattaforme del food delivery.

Tutte le puntate de Lo Stato delle Cose sono su Raiplay.it

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Samsung ha qualche dubbio sullo Snapdragon 8 Elite Extreme Gen 6: il Galaxy S27 Ultra potrebbe arrivare con l'Exynos 2700

16 October 2026 at 11:54
Nelle ultime settimane sono aumentate le segnalazioni di problemi relativi al nuovo processore Qualcomm, che, spinto al limite, non sarebbe così stabile. Sembra che anche Samsung abbia espresso preoccupazione, ma potrebbe essere una strategia per passare ad Exynos e risparmiare.... Leggi tutto

NVIDIA RTX Spark: AI, lavoro e gioco con tanta autonomia. È la svolta per ARM su Windows?

15 October 2026 at 17:12
Dopo mesi di attesa possiamo finalmente dire come va la nuova piattaforma RTX Spark, il primo SoC integrato di NVIDIA per Windows basato su architettura Blackwell e CPU ARM. Lo facciamo sul laptop simbolo di questa generazione, il nuovo Surface Laptop Ultra, che abbiamo spremuto, nella versione da 128 GB di RAM, per oltre una settimana. ... Leggi tutto

Il creditore non perde mai: l’effetto Cantillon

14 October 2026 at 16:33

Ogni volta che scoppia una crisi finanziaria, si discute su quali sacrifici deve fare il debitore.

Aggiustamenti economici, tagli, cessioni di attività produttive, privatizzazioni: conosciamo la ricetta a memoria.

Ciò che nessuno discute è l’altra parte del problema: se ogni debito ha due lati, perché accettiamo che sia solo il debitore a pagare il conto mentre il diritto del creditore rimane intatto?

Il creditore applica interessi in quanto assume un rischio; il tasso premia l’eventualità di non essere pagato. Quando il rischio si concretizza, il sistema interviene per proteggere il creditore e scaricare la perdita su altri.

I profitti vengono privatizzati nei periodi di prosperità; in tempi di crisi, il costo è socializzato attraverso ristrutturazioni, tasse, riduzione della spesa pubblica, diminuzione dei salari. Il meccanismo agisce spietatamente in mezzo al naufragio.

Quando un privato, un’azienda, uno Stato (il debitore “sovrano”) è in difficoltà, i creditori esigono tassi d’interesse più elevati motivati dall’aumento del rischio. Il risultato è una trappola mortale: si paga di più quando si è più fragili.

La crisi fa aumentare i tassi d’interesse, i quali fanno schizzare alle stelle il debito; i costi aggiuntivi determinano una crisi ancora più grave. È un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire.

I governi hanno accettato questo gioco infernale perché hanno bisogno di rifinanziare il debito in scadenza, coprire le spese correnti o evitare l’insolvenza. Più profonda è la dipendenza dal credito, minore è l’autonomia dei governi, degli Stati, dei popoli.

È l’effetto perverso di avere ceduto la sovranità monetaria agli organismi finanziari privati, creatori di moneta dal nulla. Quella dipendenza porta alla sottomissione politica.

Nessuno è sovrano in balia del mercato finanziario, ma non è una legge di natura! Uno Stato può fissare un tetto ai costi finanziari, rinegoziare i termini, tagliare i tassi esorbitanti, dare priorità al capitale originario rispetto alla speculazione.

Può concentrarsi sul rafforzamento del risparmio interno e liberarsi dal giogo esterno. Soprattutto, dovrebbe riprendere in mano la leva della creazione e della gestione monetaria.

Intraprendere questa strada ha conseguenze: contenziosi, crollo delle obbligazioni, chiusure dei mercati, attacchi speculativi, possibilità di guerre. Il dilemma non è tecnico, ma politico.

Se devo cento euro e ne ho sessanta, i quaranta mancanti non svaniscono nel nulla. La questione è chi se ne farà carico: il creditore con una ragionevole riduzione del debito, o i cittadini con la recessione, l’inflazione, le pensioni tagliate, la svendita di beni pubblici?

Il dibattito non verte sulla possibilità di perdite, ma su chi dovrà pagarle, benché raramente venga ammesso.

Il gergo finanziario è una maschera: disciplina fiscale, fiducia del mercato, sostenibilità sono termini che celano spietate decisioni favorevoli al creditore. Raramente viene ammesso che il debito pubblico è aritmeticamente impagabile.

Garantire il pagamento a scapito di salari, pensioni, opere pubbliche, cessione della sovranità è una scelta ideologica. Imporre una riduzione del debito o frenare gli abusi nei tassi e nelle condizioni del credito è un’altra.

La neutralità non esiste: si sceglie sempre chi sacrificare. Il sistema dominante ha trasformato la tutela dei creditori in un imperativo sacro.

Se il creditore perde anche un solo centesimo, il credito sfuma e la fiducia si dissolve, dicono. Preservare quella fiducia può però distruggere il tessuto produttivo, mandare in bancarotta le aziende, svendere le risorse, indebolire la capacità di rimborso futuro.

Il credito cessa di essere un motore di sviluppo per diventare strumento di dominio. Attraverso gli interessi composti e le penali imposte dai creditori, si determina un effetto valanga.

Il debitore strozzato vende a prezzo stracciato, il capitale finanziario acquista a saldo; un gigantesco aspirapolvere risucchia la ricchezza verso l’alto.

Un’azienda fallita non svanisce: passa di mano. La casa pignorata cambia proprietario. La crisi non distrugge i beni materiali, li consegna agli speculatori.

L’indebitamento è un meccanismo concepito per ridisegnare la mappa del potere. Con l’indiscutibile alibi di maggiore rischio, maggiore rendimento, chi è in difficoltà viene deliberatamente soffocato.

Se la priorità fosse davvero il recupero del credito, stringere il cappio rappresenterebbe una brutale contraddizione. Il tasso esorbitante non copre un rischio: accelera per scelta il tracollo del debitore.

La storia e la cultura hanno sostenuto per secoli ciò che la modernità ha cancellato: i diritti del creditore non sono illimitati. Nell’antichità l’usura era illegale ed esistevano leggi di remissione periodica dei debiti, dal giubileo biblico ai precetti cristiani sino all’Islam.

Il capitalismo contemporaneo ha dissolto ogni vincolo etico. Spogliato il credito da criteri morali e gli Stati dal potere finanziario, resta il sangue del debitore. La risposta del sistema è esigere altro sangue.

O la società protegge i profitti speculativi, oppure il creditore si assume il rischio per il quale ha preteso alti tassi di interesse. Entrambe sono decisioni politiche.

Accettare che tutti possano perdere – il lavoratore il suo impiego, il commerciante il suo capitale, la famiglia la sua casa e lo Stato i suoi beni – tranne il creditore, mina qualsiasi principio di equità a favore di un sistema legalizzato in cui il capitale finanziario impone le sue regole in totale impunità.

La tesi di Marco Della Luna è che il sistema finanziario – apolide e nemico dei popoli – con il dominio dell’emissione monetaria in mano ai grandi banchieri, ha realizzato un perfetto “effetto Cantillon”.

I monopolisti “sono i primi percettori della moneta che creano dal nulla (fiat currency), accreditandola a se stessi e immettendola nella società in forma di prestiti a interesse o di prezzo per l’acquisto di assets”.

L’immissione crea inflazione che non li danneggia, giacché la moneta è prodotta a costo zero. L’oligarchia degli emittenti denaro – autoproclamati proprietari di un bene inesistente prima dell’artificio contabile – diventano creditori universali.

Per sostenere i profitti hanno bisogno di continua domanda di prestiti, più elevata in tempi di crisi, pandemie, guerre. Il settore produttivo deperisce a favore di bolle speculative, opportunità di rendita monopolistica per la cupola finanziaria.

L’ortodossia economica, falsamente, considera neutrale la moneta: se raddoppia la quantità di denaro in circolazione, nel tempo raddoppiano i prezzi e i rapporti restano invariati.

Più zeri, stessa economia reale. Chi si arricchisce e chi si impoverisce non dipenderebbe dalla moneta, ma dal merito e dal mercato.

L’economista Richard Cantillon nel XVII secolo scoprì che non è così: la moneta dipende dal punto di entrata. Il denaro non piove uniformemente dal cielo: entra nel sistema in punti precisi e, da lì, si propaga come un’onda. L’ordine di arrivo dellìonda decide chi vince.

In una miniera i primi a spendere l’oro estratto sono i minatori: comprano inizialmente ai prezzi di ieri. I commercianti incassano e spendono a loro volta; l’onda si allarga e i prezzi cominciano a salire.

Quando l’onda raggiunge i margini del sistema, a chi vive di salario o rendita fissa, a chi non ha relazione con la miniera, il denaro arriva nella forma di prezzi più alti. Per i primi riceventi, la moneta nuova è potere d’acquisto, per gli ultimi, inflazione.

Stesso fenomeno, effetti opposti. A decidere è la posizione nel flusso. Lungo il percorso la ricchezza si trasferisce da chi è lontano dal rubinetto a chi è vicino. Dopo la crisi del 2008, le banche centrali hanno creato moneta in misura mai vista, il cosiddetto quantitative easing.

Migliaia di miliardi entravano in circolo solo comprando titoli finanziari dalle istituzioni bancarie. Il rubinetto è la cupola finanziaria, il primo ricevente il sistema bancario. Meglio del mago Houdini.

Il risultato è stato quello che Cantillon prevedeva per la miniera. I prezzi degli asset – azioni, obbligazioni, immobili, aziende – sono andati alle stelle. I salari sono rimasti uguali, ossia, in termini reali, sono diminuiti progressivamente.

La minoranza ricca possiede beni e titoli in misura superiore a ogni periodo passato. Il commerciante, l’operaio e l’impiegato non hanno sperimentato alcun quantitative easing.

Hanno ricevuto inflazione; prima quella degli asset, che li escludevano dalla casa di proprietà e dal risparmio investito; poi l’aumento dei prezzi al consumo che svalutava il reddito.

Due volte in coda all’onda, due volte a pagare il conto di denaro che hanno toccato per ultimi. Nessun complotto: basta l’architettura del sistema, disegnata in modo che la moneta entri dal lato di chi già possiede quasi tutto.

Conta dove sei rispetto al flusso. La pratica di indebitarsi dove il denaro costa meno per investire altrove è un aspetto dello stesso principio: chi ha credito a basso costo guadagna la differenza per il solo fatto di avere accesso. Il sistema remunera la posizione.

Il tasso d’inflazione è una media che riassume l’aumento dei prezzi come se l’onda arrivasse a tutti nello stesso momento. L’effetto Cantillon dimostra il contrario: vale la sequenza, l’ordine temporale dell’onda. Il dato aggregato cancella l’ordine temporale della redistribuzione asimmetrica.

La statistica appiattisce per riassumere. Misuriamo l’altezza dell’acqua trascurando la direzione della corrente. Cantillon torna nel dibattito degli economisti eterodossi perché anni di rubinetto spalancato ai soliti noti ha reso visibile il meccanismo.

La moneta entra sempre dallo stesso lato e ogni onda allarga la distanza tra chi sta alla fonte e chi alla foce. Finché la struttura politica e finanziaria resta invariata, non c’è spazio per la tutela del bene comune: ogni governo è al servizio degli interessi dei monopolisti della moneta.

Non resta, conclude Della Luna, che “sabotare ogni azione di governo diretta contro la gente. Smascherarla, resisterle, attaccarla nei tribunali e nei giornali, versare molta sabbia nel motore. Comportarsi come gli abitanti una nazione occupata da una potenza razziatrice”.

L'articolo Il creditore non perde mai: l’effetto Cantillon proviene da Blondet & Friends.

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