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Elezioni di midterm, Trump è sotto di dieci punti. Popolarità del presidente al minimo storico: ecco a quanto è scesa

22 October 2026 at 04:49

Il Partito Democratico entra nella fase finale della campagna elettorale per le elezioni di midterm con un vantaggio di 10 punti percentuali sui Repubblicani a livello nazionale. Lo dicono i risultati dell’ultimo sondaggio della Cnn, secondo cui più di tre quarti degli elettori vedono in queste elezioni l’opportunità di un cambiamento. La popolarità del presidente Usa, Donald Trump, è scesa al 32%, nuovo minimo storico: gli elettori esprimono una diffusa insoddisfazione sia per l’economia che per lo stato del Paese.

Sentimenti negativi penalizzano il Partito Repubblicano nel suo tentativo di mantenere il controllo del Congresso, anche se alcuni elettori esprimono scetticismo sul fatto che una vittoria democratica possa portare a miglioramenti significativi. Il vantaggio dei Democratici (49% contro 39%) è il più ampio registrato nei sondaggi della Cnn da poco prima delle elezioni del 2020, e si basa su ampi margini tra i tradizionali pilastri che sostengono il partito, come gli elettori afroamericani, gli ispanici, le donne e i giovani adulti.

“Chi è il tizio che ha sferrato il pugno, mi è piaciuto molto“. Lo ha detto il presidente Usa, Donald Trump, dopo che un manifestante in South Carolina è stato colpito da un pugno da un suo sostenitore. Durante un comizio del presidente all’Università di Clemson, è salita la tensione e diversi contestatori sono stati allontanati. A quanto pare, riferisce il Guardian, un manifestante è stato colpito con un pugno da un partecipante al comizio e Trump non ha nascosto la sua soddisfazione.

“È stato fantastico, amico. Wow. Mi è piaciuto tantissimo“, ha detto il presidente. “Chi è quello che ha tirato il pugno?”, ha aggiunto. “Mi hai ricordato Evander. Il vero Holyfield”, ha detto riferendosi all’ex campione dei pesi massimi. Bisogna dar loro atto del loro merito. Ci vuole coraggio per farlo”. Sui social sono stati diffusi video che mostrano un altro presunto sostenitore del presidente mentre colpisce alla nuca un altro manifestante, che è stato poi scortato fuori dalla polizia.

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Elezioni di midterm: Trump scivola ancora nei sondaggi e i repubblicani spendono milioni per conquistare Stati un tempo “sicuri”

21 October 2026 at 07:01

A due settimane dal voto, per i repubblicani si profila un appuntamento elettorale di metà mandato a rischio, anche negli Stati che il Gop pensava certi. A gettare un’ombra cupa sul capo della Casa Bianca sono i sondaggi che lo riguardano: Donald Trump scivola ancora, ai nuovi minimi storici. Le prospettive dei repubblicani per mantenere il risicato controllo del Congresso si assottigliano con il tycoon che vede il suo gradimento attestarsi al 33%, in base a una rilevazione di Washington Post-Abc News-Ipsos. La disapprovazione nei suoi confronti sale al 66%, con il 52% fortemente contrario verso la sua azione politica. La perdita netta di consenso sfiora il 4% rispetto a un sondaggio di luglio e l’8% su uno fatto a ottobre del 2025, con il paradosso che ora, per la prima volta in oltre un decennio, i democratici sono considerati più affidabili del Grand Old Party sui dossier economici. Neanche il tesoretto di quasi un miliardo di dollari, almeno per ora, è riuscito a dare slancio ai repubblicani, a fronte di un elettorato alle prese con la frustrazione per la congiuntura economica, tra inflazione e costo della vita e carburanti alle stelle, e l’impopolarità della guerra in Iran. Dal Labor Day di inizio settembre al 14 ottobre, i gruppi repubblicani hanno investito oltre 740 milioni nelle elezioni per il Congresso, secondo un’analisi di Cnbc sui dati di AdImpact. Una cifra enorme che include almeno 220 milioni spesi da gruppi legati a Trump e con Elon Musk, il patron di SpaceX e Tesla, che ha donato altri 276 milioni di dollari a gruppi repubblicani, contribuendo a far raggiungere al Senate Leadership Fund, il super Pac dei repubblicani, un risultato record in un singolo trimestre.

Eppure, la massiccia campagna di spesa ha a malapena modificato lo scenario politico. Secondo le medie dei sondaggi di FiftyPlusOne, i dem sono in vantaggio in nove delle sfide più combattute per il Senato: Alaska, Georgia, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Minnesota, New Hampshire, Carolina del Nord, Ohio e Texas. Al punto che i repubblicani hanno spostato sempre più fondi dall’attacco alla difesa, investendo risorse in stati un tempo considerati sicuri, come Texas, Kansas e Nebraska, e ritirandosi dalle competizioni in Carolina del Nord e per la Camera. Oltre a fare leva su tematiche come la presenza di atleti transgender negli sport femminili, la sicurezza delle frontiere e il socialismo come elementi chiave per convincere gli elettori che i democratici sono troppo estremisti.

L’appuntamento delle elezioni di midterm scalda anche la campagna elettorale per le prossime presidenziali. Sul fronte repubblicano, il vicepresidente Usa JD Vance segnala l’importanza del voto del 3 novembre, anche ai fini delle scelte personali. “C’è, ovviamente, la possibilità che non mi candidi” alle presidenziali del 2028, afferma il vicepresidente a Cbs News, ribadendo che la riserva sarà sciolta dopo le elezioni in quella che, per la prima volta, è stata presentata come una decisione “familiare”, capace di tenere nella giusta considerazione le esigenze dei quattro figli piccoli e il punto di vista di sua moglie sulla politica.

Uno scenario che spiega la prudenza di Vance sul nodo del 2028. Dall’altra parte, sul fronte dem, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, stella dei dem progressisti, è corsa in soccorso di Abdul El-Sayed, il candidato dem progressista al Senato Usa in Michigan, impegnato in una sfida serrata contro l’ex deputato repubblicano Mike Rogers. Ha alimentato nuove speculazioni sul suo futuro politico e sulle sue ambizioni presidenziali dopo l’inedito contributo da 1 milione di dollari dato alla campagna di El-Sayed. “Non voglio svegliarmi il 4 novembre rimpiangendo di non aver fatto abbastanza per contrastare le campagne diffamatorie contro Abdul. Sto dando tutto ciò che posso in questa battaglia”, ha detto Ocasio-Cortez. La sua mossa, per gli osservati, potrebbe segnalare la sua volontà di vedere un maggior numero di progressisti dei Democratic Socialists of America (Dsa), contribuendo al cambio della direzione del dibattito politico a Washington. In vista del grande salto del 2028.

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Controllo della firma, ID senza foto e voto per posta: ecco come funziona il voto nei 50 Stati Usa

21 October 2026 at 07:01

Ridisegno dei collegi elettorali. Restrizioni al voto per posta. Requisiti di identificazione più severi. Riduzione dei seggi e dell’orario di apertura delle urne. Sono alcune delle misure che i repubblicani Usa hanno introdotto, o cercato di introdurre, in vista del midterm del 3 novembre. Il partito di Donald Trump afferma di voler garantire un corretto svolgimento delle elezioni. Per i critici, il G.O.P. ha paura del risultato elettorale e cerca di limitare il diritto di voto. A evidenziare le difficoltà di tenuta del sistema è comunque un intrico contorto di procedure, in cui la gestione delle elezioni viene lasciata ai singoli Stati e dove quindi si tratta di coordinare 50 differenti eventi elettorali. Vediamo, nei limiti del possibile, di mettere un po’ di ordine su come si voterà il prossimo 3 novembre.

REQUISITI DI BASE – Ci sono poche regole che tutti gli Stati devono rispettare. Anzitutto l’Election Day, il giorno delle elezioni, che è lo stesso in tutti gli Stati Uniti e che deve sempre cadere nel martedì successivo al primo lunedì di novembre, negli anni pari. Per votare, bisogna aver compiuto 18 anni, essere cittadini degli Stati Uniti, e non essere stati soggetti a procedure di revoca o sospensione dei diritti civili (anche in questo caso, le regole sul voto di detenuti o ex detenuti variano da Stato a Stato).

AL SEGGIO – L’elettore fa la fila al seggio (si spera non troppo lunga), entra, fornisce il proprio nome e cognome – una ID, nel caso lo Stato lo richieda – e firma il registro elettorale. A quel punto, gli viene consegnata la scheda, che più che una scheda è un lenzuolo – non a caso, viene definito blanket ballot o jumbo ballot – in quanto si è spesso chiamati a votare per cariche diverse: presidente, membri del Congresso, membri dei parlamenti statali, governatore, sceriffo, referendum e così via. L’elettore raggiunge quindi la cabina, dove con una penna nera sigla i propri candidati. La scheda viene poi collocata dall’elettore stesso in uno scanner elettronico, che registra automaticamente il voto. Tutto questo vale, appunto, solo se la scheda è cartacea. In molte circoscrizioni viene infatti messo a disposizione un sistema di voto elettronico, o DRE (Direct-Recording Elettronica). L’elettore sceglie i propri candidati sullo schermo attraverso il touchscreen. La macchina quindi stampa un modulo che l’elettore può controllare e posizionare in uno scanner ottico, che conteggia il voto e l’archivia. Resta comunque la prova fisica del voto, che serve per eventuali controlli e riconteggi in caso di contestazioni – e sappiamo quante ce ne siano state negli ultimi anni.

SENZA BISOGNO DI RECARSI AL SEGGIO – L’Election Day cade di martedì, un giorno lavorativo come gli altri. Per favorire la partecipazione al voto, negli ultimi anni molti Stati hanno potenziato soluzioni alternative come l’early voting, il voto anticipato, che può avvenire in due modi: di persona (in-person early voting), presentandosi agli appositi seggi approntati prima del giorno elettorale o depositando la scheda nelle urne predisposte (drop box); o per posta (mail-in/postal voting). Anche in questo caso, non esiste una regola valida su tutto il territorio Usa, ma ogni Stato stabilisce regole proprie quanto a durata e modalità dell’early voting. 47 Stati su 50, oltre al Distretto di Columbia, consentono il voto anticipato di persona – le eccezioni sono Alabama, Mississippi e New Hampshire. Alcuni Stati consentono di votare fino a 46 giorni prima dell’Election Day – tra questi il South Dakota e il Minnesota. Altri, come il Kentucky, aprono l’early voting a soli 5 giorni dal voto. Tutti i 50 Stati americani consentono poi il voto per posta, anche qui con procedure diverse. In alcuni Stati, l’elettore può richiedere di votare per posta senza dover fornire alcuna giustificazione. In altri, bisogna fornire una ragione: malattia, età avanzata, assenza per motivi di lavoro dall’indirizzo di residenza. Ci sono però Stati, tra questi Washington, Oregon, Colorado, dove il voto per posta è prevalente e la scheda viene inviata automaticamente a casa a tutti gli aventi diritto.

IL DOCUMENTO DI IDENTITA’ – Molta della più recente discussione sulle regole elettorali si è concentrata sul tipo di documento da esibire al momento del voto. 36 Stati richiedono la presentazione di un documento di identità per poter esprimere il voto. In 24 tra questi, l’ID deve avere la foto – quindi patente, passaporto, carta d’identità statale. Se l’elettore non ne è in possesso, può comunque esprimere quello che viene definito un “voto provvisorio”, che verrà conteggiato in modo definitivo alla presentazione di una ID nei giorni immediatamente successivi. Altri 14 Stati, oltre al Distretto di Columbia, non richiedono una ID; sono, con l’eccezione dell’Iowa, Stati a maggioranza democratica. In questa parte del Paese si ritiene che l’identità sia stata verificata in precedenza, al momento dell’iscrizione nelle liste elettorali. È anche possibile, per il responsabile del seggio, confrontare la firma dell’elettore con quella presente sul registro ufficiale. In alcuni Stati, per dimostrare l’identità, è possibile esibire bollette nominali o presentare una dichiarazione giurata. La scelta di non rendere obbligatoria la presentazione di un documento di identità risponde a diverse considerazioni. Anzitutto, non esiste un vero problema di falsificazione del voto. A titolo di esempio, Heritage Foundation ha trovato solo 36 casi riconducibili a brogli nelle elezioni degli ultimi 40 anni in Pennsylvania. Il problema, negli Stati Uniti, non è tanto evitare i brogli, quanto far sì che la gente vada a votare. Esistono poi problemi legati proprio al tipo di documenti richiesti. Milioni di americani, in particolare quelli con i redditi più bassi, non hanno una ID con foto. Un sondaggio del 2024 ha per esempio rivelato che ben 21 milioni di americani in età di voto non hanno una patente valida. Ancora più alto il numero di chi non ha il passaporto. Spesso non hanno una ID con foto gli anziani, che non guidano e che non si recano di frequente all’estero. Gli Stati Uniti sono poi un Paese con una forte mobilità interna. Chi ha da poco cambiato residenza, può non avere avuto il tempo di aggiornare i propri dati. Ci sono poi gli studenti che vivono nei campus, lontani dal loro indirizzo di residenza e che non hanno la patente. E ci sono milioni di homeless, anche loro privi di documenti di identità, non per questo inabili a votare. L’ID con foto diventa quindi soprattutto un modo per limitare il diritto di voto per milioni di americani.

COME LIMITARE IL DIRITTO DI VOTO – La richiesta di una ID con foto è solo uno tra gli strumenti utilizzati – in particolare dai repubblicani – per restringere il numero il diritto di voto. Ci si è rivolti a molto altro. Anzitutto al gerrymandering, il ridisegno dei confini dei distretti in modo da concentrare il voto bianco – di solito più favorevole al G.O.P. – diluendo invece quello delle minoranze, che tendono a votare democratico. Si è poi cercato di agire sulle condizioni fisiche, materiali, del voto. Hanno ridotto le finestre temporali per potere votare per posta North Carolina, Arkansas, Montana, Utah, South Dakota, Arizona. In Georgia si sono ridotti i tempi per richiedere le schede postali e limitato il numero delle urne di drop-box dove collocare le schede. Il Texas ha reso più severi i requisiti di identificazione per il voto postale e imposto limiti di orario al voto anticipato. L’Ohio ha eliminato giorni di voto anticipato e ridotto le finestre temporali per la richiesta e la restituzione delle schede. La Florida ha limitato la possibilità di chiedere le schede elettorali per posta per più cicli consecutivi. Esiste poi un divieto di fornire acqua e cibo a chi si trova in fila. È una proibizione variamente declinata nei diversi Stati, anche se il caso più clamoroso è quello della Georgia, dove nel 2021 è stato approvato l’Election Integrity Act, che proibisce l’offerta di regali, denaro, cibo, bevande a chi si trova in fila alle urne. I repubblicani sostengono che i gruppi progressisti portino la gente a votare promettendo regalie – secondo i critici, la questione è se pane e acqua per chi è in fila da ore possano essere considerati “regali”. Per le elezioni del prossimo 3 novembre, l’amministrazione Usa ha comunque deciso di non invitare gli osservatori internazionali dell’Osce. Si tratta di una svolta storica: negli ultimi 24 anni, l’Osce ha regolarmente monitorato procedure e svolgimento delle elezioni statunitensi. In compenso, l’amministrazione non esclude l’invio ai seggi di truppe dell’esercito e della Guardia Nazionale, oltre ad agenti federali armati, tra questi quelli dell’Ice. Secondo la Casa Bianca, si tratterebbe di un modo per assicurare un corretto svolgimento del voto. Per democratici e gruppi per i diritti. Trump e i repubblicani cercano chiaramente di intimidire gli elettori.

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Auto, dazi ed elettrico. Cosa potrebbe cambiare negli USA dopo il voto di Midterm

By: F. Q.
19 October 2026 at 13:00

Le elezioni americane di metà mandato del 3 novembre potrebbero cambiare gli equilibri della politica industriale degli Stati Uniti, con conseguenze per i costruttori automobilistici e la filiera dei componenti. Una vittoria democratica alla Camera e al Senato, scenario considerato possibile dai sondaggi, darebbe al Congresso maggiori strumenti per intervenire sulle scelte dell’amministrazione Trump in materia di dazi, accordi commerciali e mobilità elettrica.

Secondo un’analisi della testata specializzata Automotive News, il ritorno dei democratici alla guida delle due Camere aprirebbe una fase di confronto con la Casa Bianca su alcune delle questioni che condizionano gli investimenti del settore. Trump conserverebbe il potere di veto, ma il Congresso potrebbe avviare indagini sulle politiche commerciali, convocare i responsabili delle agenzie federali e cercare di limitare l’autorità presidenziale.

Per l’industria automobilistica il primo nodo riguarda i dazi, che incidono sulle importazioni, sui costi di produzione, sui prezzi delle vetture e sull’organizzazione delle catene di fornitura. Un Congresso democratico potrebbe sottoporre a maggiori controlli le misure adottate dall’amministrazione, senza arrivare alla loro cancellazione. Anche tra i democratici, del resto, la difesa della produzione nazionale e dell’occupazione industriale resta una priorità.

Un passaggio sarà la revisione dell’USMCA, l’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada. I tre Paesi ospitano una rete di stabilimenti e fornitori nella quale componenti e veicoli attraversano più volte le frontiere prima di arrivare sul mercato. La revisione prevista nel luglio 2027 potrebbe modificare le condizioni degli scambi e incidere sulle strategie produttive dei gruppi presenti in Nord America: il Congresso potrebbe influenzare il negoziato, chiedendo maggiori garanzie e controlli.

L’altro fronte è quello dell’elettrificazione. La politica di Trump ha ridotto il sostegno normativo alla diffusione delle auto a batteria, mentre diversi costruttori hanno investito nella produzione di veicoli elettrici e accumulatori. Una maggioranza democratica potrebbe tentare di recuperare parte delle misure a favore della transizione, incontrando però i limiti imposti dal potere presidenziale.

A pesare sarà anche il risultato delle elezioni in California, che ha fissato l’obiettivo di arrivare al 100% di vendite di nuove auto a zero emissioni nel 2035, una scadenza adottata da altri Stati americani. La normativa è al centro di una controversia giudiziaria dopo gli interventi del Congresso contro l’autonomia regolatoria californiana. Il prossimo governatore, con il democratico Xavier Becerra favorito, avrà un ruolo nella definizione della strategia. Le sue dichiarazioni hanno alternato il sostegno all’obiettivo del 2035 alla richiesta di considerare costi e infrastrutture.

Un’altra occasione di confronto potrebbe arrivare nel 2027, quando gli Stati Uniti rischiano di raggiungere il tetto del debito federale. I democratici potrebbero utilizzare il negoziato per ottenere concessioni anche sulle politiche energetiche e sui trasporti.

Per i costruttori, l’esito delle elezioni non comporterebbe dunque un cambio immediato delle regole. Potrebbe invece incidere sui tempi e sui contenuti delle decisioni che riguardano importazioni, produzione e investimenti nell’elettrico. Questioni sulle quali l’industria deve programmare attività e risorse con anni di anticipo.

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Trump scommette sull’intesa con Putin come biglietto da visita per il voto di midterm: così l’Ucraina potrebbe diventare centrale alle elezioni

18 October 2026 at 08:16

È una scommessa che, per Donald Trump, non sarà facile vincere. La scommessa è il cosiddetto “diesel deal”, l’accordo stipulato tra il presidente Usa e Vladimir Putin per la fornitura sul mercato statunitense e globale di migliaia di tonnellate di diesel. L’obiettivo dichiarato è bloccare l’aumento record dei costi energetici negli Stati Uniti e riuscire a farlo in modo consistente e rapido, prima delle elezioni di midterm del 3 novembre. Con lo stesso obiettivo, il tycoon ha poi deciso di sospendere le sanzioni nei confronti di Mosca. Gli elementi in gioco sono però molti, molto incerti, tali da rendere la strategia di Trump un azzardo, prima ancora che una scommessa.

Il “diesel deal” è una storia globale, che dalle pianure del Montana porta all’Iran e dall’Iran alla Russia. L’evento da cui partire è sicuramente il 28 febbraio 2026, quando i jet militari Usa lanciano le prime bombe su Teheran. Il midterm è ancora lontano e gli americani sono certi della vittoria totale nel giro di “4/5 settimane”. Cosa è successo è noto. Nonostante i proclami di Trump, la vittoria non c’è stata e gli Stati Uniti le hanno tentate tutte – minaccia di distruzione, aperture al negoziato, promessa di affari miliardari per gli ayatollah – prima di rendersi conto che le cose non sono andate come previsto. È a questo punto – più o meno nel corso dell’estate 2026 – che tra i responsabili dell’amministrazione si fa strada la possibilità più temuta, quella di un voto di midterm a guerra in corso, Stretto di Hormuz chiuso, americani furibondi per l’esorbitante costo della vita. A Washington si cerca quindi di correre ai ripari e il riparo trovato ha un nome: Ucraina. Un conflitto dimenticato per mesi, lasciato tragicamente vivacchiare perché considerato insolubile, torna improvvisamente d’attualità.

È chiaro ciò cui Trump e i suoi pensano, nel disegnare il “diesel deal”. Pensano di aggirare il “problema Iran” promuovendo un accordo tra Mosca e Kiev che faccia affluire sul mercato centinaia di migliaia di tonnellate di diesel e serva come calmiere dei prezzi. Trump sa ovviamente molto bene che europei e soprattutto ucraini non sono per nulla convinti da una strategia che appare come una resa di fronte alle richieste del Cremlino. Il suo problema in questo momento non sono però europei e ucraini, bensì gli agricoltori del Montana, l’industria manifatturiera e siderurgica del Midwest, i consumatori delle grandi città, tutti gli americani che subiscono costi della vita troppo alti e che il 3 novembre andranno a votare. È in nome della difesa del voto repubblicano, e della sua sopravvivenza politica, che il presidente riapre il canale d’affari con la Russia di Putin e abbandona gli ucraini al loro destino.

Il “diesel deal” è quindi ciò che dovrebbe risollevare l’America dalla crisi in cui è precipitata a partire dal 28 febbraio scorso. Le incognite sono però molte. Perché il piano abbia successo, gli Stati Uniti hanno anzitutto bisogno di piegare le resistenze degli ucraini. I messaggi partiti nei giorni scorsi da Washington, direzione Kiev, sono molto chiari. Trump ha chiesto agli ucraini di sospendere gli attacchi sulle raffinerie russe, mentre i russi continuano tranquillamente a bombardare le infrastrutture energetiche ucraine. Ancora Trump si è scatenato in una filippica contro Volodymyr Zelensky, chiedendone le dimissioni. L’esercito ucraino ha quindi perso, senza preavviso, l’accesso a una versione militare di Starlink, Starshield, pagata dal Pentagono e che ha sinora consentito di scambiarsi intelligence sul campo di battaglia. Ci sono pochi dubbi sul fatto che il “diesel deal” rappresenti la morsa che Mosca e Washington stringono attorno alle speranze di Kiev di opporsi all’invasione russa. Non sembra, almeno per ora, che il piano abbia sicuro successo. L’intervista di Zelensky al Financial Times giovedì, con l’annuncio della ripresa delle operazioni militari sulle raffinerie russe, è una sfida ai piani di Trump e la prova che l’Ucraina non ritiene inevitabile una conclusione del conflitto ai suoi danni.

Ciò in cui Zelensky confida, oltre all’immutato appoggio europeo, è infatti l’aleatorietà del piano. L’intesa con la Russia viola anzitutto l’Ending Importation of Russian Oil Act del 2022 che vieta l’importazione di prodotti energetici russi sino a quando Mosca non porrà fine alla guerra, riconoscendo l’integrità territoriale dell’Ucraina. Trump potrebbe certo, lo ha fatto altre volte, trascurare il dettato della legge e impegnarsi in una prova di forza con il Congresso. In questo caso, dovrà però affrontare non solo l’ostilità dei Democratici, ma anche la resistenza di vasti settori del suo partito. “L’accordo che hai concluso con il presidente Putin il 9 ottobre non porterà a cose giuste, né andrà a vantaggio degli americani. L’accordo è un regalo al nostro avversario e un tradimento nei confronti dei nostri alleati. Deve essere revocato”, ha scritto in una lettera un gruppo bipartisan di senatori, tra cui i repubblicani Mitch McConnell, Alan Armstrong e John Cornyn. Ci sono poi i ricorsi in tribunale per violazione della legge del 2022 ed eccesso di potere esecutivo che affluiranno sicuramente numerosi da parte di associazioni, membri del Congresso, soggetti commerciali.

Ci sono infine due altri elementi che rendono così incerto il futuro del dell’intesa. Anzitutto, non si sa quanto la Russia sia in grado di sostenerla in termini produttivi. Gli attacchi dei droni ucraini hanno seriamente danneggiato gli impianti di raffinazione. La ripresa delle operazioni militari, orgogliosamente rivendicata da Zelensky, rischia di aggravare la situazione e rendere impraticabile il rispetto dei target di esportazione fissati. Quelle esportazioni non rappresentano del resto l’affare del secolo per Mosca – le 300 tonnellate iniziali valgono circa 400 milioni di dollari – e si può supporre che Putin non sia disponibile a svuotare il mercato interno per salvare Trump al midterm. Per il capo del Cremlino, il “diesel deal” ha un valore soprattutto politico, più che economico, in quanto segnala come Trump abbia deciso di scaricare Zelensky. C’è infine quella che potrebbe diventare la pietra tombale sull’intesa. L’accordo risolve molto poco. I volumi fissati per le esportazioni sono troppo bassi, le raffinerie russe troppo malmesse, la crisi energetica troppo profonda e carica di ostacoli logistici. Non sarà insomma l’accordo con Putin a risollevare Trump. Come in altre fasi della sua irresistibile ascesa, il presidente ha sperato che un annuncio, una promessa, la rappresentazione di qualcosa che non c’è bastasse a ridargli lo slancio perduto. È un gioco che oggi, in America, non funziona forse più.

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Marcia indietro di Trump sull’esecuzione dell’autore della strage di Fort Hood: “Non sarà giustiziato in diretta streaming”

15 October 2026 at 15:41

Donald Trump ha dovuto fare un passo indietro sull’esecuzione in diretta streaming di Nidal Malik Hasan, l’ex soldato autore della strage nella base di Fort Hood del 2009, nella quale uccise 13 suoi commilitoni. Le proteste bipartisan, l’opposizione della Chiesa e anche il rifiuto di una parte dell’esercito di prendere parte all’uccisione dell’ex militare hanno reso quello che doveva essere l’atto più eclatante dell’amministrazione in vista del midterm, quello che avrebbe dovuto compiacere l’ala più estremista del mondo MAGA, in un boomerang.

Il presidente, come spesso accade, ha dato l’annuncio sul suo social Truth: “Morirà, come previsto, davanti a un plotone d’esecuzione, ma l’evento non sarà trasmesso in streaming – ha scritto il tycoon – Tuttavia, i familiari più stretti delle vittime potranno assistere all’esecuzione di persona, se lo desiderano. Meritano di vedere la giustizia in azione”.

Sulla questione da giorni è in corso un dibattito molto intenso negli Stati Uniti. Critiche sono arrivate non solo dalle opposizioni, ma anche da membri del Congresso tra le file repubblicane. Anche il vicepresidente JD Vance aveva preannunciato che, nel caso fosse stata trasmessa, non avrebbe guardato l’esecuzione. Un indirizzo contrario era arrivato anche da Papa Leone XIV e dai Vescovi americani, mentre 60 militari avevano chiesto di essere esentati dalla partecipazione all’uccisione di Hasan. La trovata di Hegseth si stava quindi trasformando in un autogol e Donald Trump ha tentato di rimediare con una smentita.

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Trump valuta di colpire l’Iran prima delle elezioni di midterm

9 October 2026 at 03:45

President Donald Trump speaks with reporters before boarding Marine One on the South Lawn of the White House, Wednesday, Oct. 7, 2026, in Washington. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

Di tutte le scelte impulsive e scriteriate di Donald Trump, la guerra in Iran è forse quella che più di tutte gli si è ritorta contro. Il conflitto è impopolare, i prezzi della benzina sono aumentati e i candidati repubblicani temono che l’argomento possa essere la causa di un risultato disastroso al voto del 3 novembre. Anche per questo nelle ultime settimane si era instaurata una specie di regola non scritta: niente nuovi grandi attacchi americani prima delle elezioni di midterm. Una certezza che adesso si sta sbriciolando, come tutte le certezze che pensiamo acquisite ai tempi di Trump.

La Casa Bianca ha chiesto al Pentagono di preparare opzioni per nuovi attacchi contro obiettivi iraniani che potrebbero essere eseguiti anche prima del voto. La notizia l’ha data ieri l’Atlantic dopo aver sentito diversi funzionari dell’amministrazione. I piani vengono elaborati dal Central Command, il comando militare che coordina le operazioni americane nella regione. «La dimensione e gli obiettivi degli attacchi potenziali, così come l’eventualità che l’amministrazione decida infine di procedere, sono ancora oggetto di discussione», scrive l’Atlantic, ma il semplice fatto che il Pentagono stia preparando delle opzioni è significativo.

Il ragionamento alla Casa Bianca è soprattutto politico. Trump vuole abbassare il prezzo della benzina e mostrare agli elettori di essere riuscito a ottenere un risultato dalla guerra. Anche i sostenitori di una nuova azione riconoscono che «attacchi limitati non basterebbero, da soli, a riportare l’Iran al tavolo dei negoziati, a ripristinare la sicurezza dei trasporti attraverso lo stretto di Hormuz o a far scendere il prezzo della benzina prima del giorno delle elezioni», scrive l’Atlantic. La loro speranza è che una nuova operazione, dopo mesi di relativa calma, permetta invece a Trump di mostrare la propria forza e di rivendicare una qualche forma di vittoria, dando ai repubblicani una spinta necessaria verso il voto.

Eppure in questi mesi la guerra ha già dimostrato di poter produrre l’effetto contrario. Il petrolio è arrivato quasi a 118 dollari al barile nella primavera scorsa e anche dopo le successive discese è rimasto intorno ai cento dollari. La benzina negli Stati Uniti costa in media 4,37 dollari al gallone, contro poco meno di tre dollari prima dell’inizio dell’offensiva americana e israeliana del 28 febbraio. «L’azione militare non ha fatto nulla per abbassare i prezzi del petrolio; ha fatto esattamente il contrario», ha detto all’Atlantic Will Walldorf, professore alla Wake Forest University e senior fellow di Defense Priorities.

A Linkiesta l’abbiamo detto fin dall’inizio, Trump fa annunci roboanti per risolvere militarmente problemi che prima dell’inizio della guerra semplicemente non esistevano. E dal punto di vista elettorale non è un problema da poco, perché nei due rami del Congresso la maggioranza repubblicana è a rischio, e anche per molti candidati repubblicani in tutto il Paese il contraccolpo dell’improvvisazione trumpiana potrebbe costare caro. Un esempio su tutti: Ken Paxton, candidato repubblicano al Senato in Texas, ha detto in privato ai suoi finanziatori che l’aumento dei prezzi di benzina e diesel provocato dalla guerra è «di gran lunga il nostro problema più grande».

Va detto anche che Trump ieri sera ha provato a smentire la notizia di un attacco. «Non attaccheremo l’Iran in nessun momento prima delle elezioni di medio termine che si terranno negli Stati Uniti il ​​3 novembre», ha scritto su Truth, il suo social. Ma i suoi annunci, roboanti o meno, vanno sempre presi con le pinze. Soprattutto perché il primo a smentirli potrebbe essere lo stesso Trump, anche nelle prossime ore.

A Washington si teme anche che sia Teheran a voler sfruttare le settimane che precedono le elezioni. A inizio settimana, Semafor scriveva che alcuni funzionari dell’amministrazione considerano concreta la possibilità che l’Iran cerchi di danneggiare politicamente Trump prima delle midterm. «Potrebbero voler infliggere dei danni al presidente prima delle elezioni», ha detto a Semafor un funzionario dell’amministrazione, ipotizzando una possibile iniziativa iraniana nelle prossime settimane.

«L’Iran sta guardando il calendario e sa che si avvicinano le elezioni», ha scritto ancora l’Atlantic citando un consigliere dell’amministrazione. Ed è proprio questo a rendere più complicato il calcolo americano: un attacco prima del voto potrebbe servire a Trump per dimostrare forza, ma potrebbe anche riportare la guerra al centro della campagna elettorale, con conseguenze indesiderate – anche sulla sicurezza delle circa cinquantamila truppe americane in Medio Oriente.

La situazione sempre più intricata è dettata dal grado di improvvisazione, sempre più elevato, dell’amministrazione Trump. La Casa Bianca avrebbe voluto arrivare alle midterm con la guerra fuori dalle prime pagine e con il prezzo della benzina in discesa. Ma per ottenere entrambe le cose Trump sta valutando un nuovo attacco: farebbe tutto il necessario per poter dichiarare una vittoria, anche a costo di mandare tutto all’aria riaccendendo una guerra impopolare nel momento peggiore possibile.

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