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L’unico potere rimasto è insultare chi non rispetta gli impegni di lavoro (e chi non paga)

17 October 2026 at 03:45

Più o meno un anno fa, un conoscente simpatico mi chiede un saggio breve per una rivista che nessuno legge e che non ha soldi per pagarmi. Gli dico di sì perché faccio sempre volentieri beneficenza a istituzioni culturali che non avevano ragione d’esistere neanche nel Novecento, figuriamoci adesso, e perché mi dà come scadenza aprile.

Capiterà anche a voi: vi chiedono una cosa per sei, nove, dodici mesi dopo, e voi dite ma certo, tanto quel giorno non verrà mai, e poi invece quel giorno viene sempre e voi avete accettato di andare a un matrimonio in Sicilia il giorno dopo un impegno non differibile a Londra e dovete fare biglietti assurdi e prendere taxi da trecento sterline alle quattro di mattina per arrivare dove avevate promesso d’essere (è un esempio ovviamente di fantasia, non ripenso affatto piangendo a quelle trecento sterline di taxi ogni giorno prima e dopo i pasti).

Il conoscente mi dice che ad aprile assemblano il numero che uscirà a settembre, e io penso che è una brutta fatica essere un’istituzione culturale squattrinata ma che si ostina a percepirsi prestigiosa e dover usare tipografie che ci mettono cinque mesi a stamparti: mi ricorda quegli aristocratici romani che hanno non so quanti pontefici nell’albero genealogico e d’inverno in casa tengono addosso il cappotto perché non possono permettersi la bolletta del gas.

La prima settimana d’aprile il mio romanzo va in tipografia e, libera da quell’incubo che è la chiusura d’un libro, scrivo subito la mia cosina per la PIC (Prestigiosa Istituzione Culturale): sono una che si bulla d’essere sempre puntuale con le consegne, e non sarà la squattrinatezza della PIC a farmi fare un’eccezione. Mando le mie paginette, poi me ne dimentico. Fino a giugno.

A giugno il conoscente mi scrive: ah poi se hai tempo ricordati di scrivermi quella cosa, e io penso che quindi non ha neanche controllato la mail, cialtrone, ma soprattutto che la scadenza era finta e due mesi dopo sono ancora lì a grattarsi la pancia, tipici cialtroni dell’industria culturale.

Lo insulto con moderazione, lui recupera la mail ormai invecchiata, mi ringrazia non molto cerimoniosamente perché come regola gli esponenti dell’industria culturale sono appunto come gli aristocratici decaduti – più hanno le pezze al culo più cercano di darsi un tono – e io torno a disinteressarmi di quel contributo, do per scontato che esca, me ne disoccupo.

Questa settimana – ottobre, quasi novembre – mi scrive una redattrice che mi dice che devo approvare l’impaginato col mio testo cui hanno fatto delle «piccole correzioni». Penso: ah, che tenera, Carneade della PIC che pensa di poter intervenire su un mio testo. Penso anche: ma quindi non usciva a settembre. Quindi la scadenza era doppiamente falsa.

Le scadenze false, lo dico se per caso siete massaie ricche che non hanno mai avuto un committente, si danno in due casi. Con collaboratori di conclamata cialtroneria, cui sai che chiederai una cosa per le otto e loro alle nove ancora non avranno creato il file in cui scriverla. O in quel caso che in psicologia si chiama «proiezione». Mi hanno dato una scadenza falsa perché sono dei cialtroni, ed essendo dei cialtroni danno per scontato lo siano anche gli altri.

Ora, io non vorrei scrivere dieci volte al mese l’articolo sul fatto che nessuno sa più fare nessun lavoro, e vi giuro che questo non è quel genere d’articolo, perché qui stiamo parlando non di chi sa o non sa fare un lavoro, ma della cattiveria del destino che ogni giorno mi fa pagare il fatto di non essermi accollata un marito e otto figli.

Qual è la caratteristica precipua dei mariti? Quella che si debbano ripeter loro le cose cento volte. Qual è la frase più detta dai mariti? «Adesso lo faccio». Caldaia rotta? Idraulico da chiamare? «Adesso lo faccio», «adesso» come i quattordici «adesso» delle quattordici volte in cui gliel’hai già detto. I figli sono tali e quali. I compiti? «Adesso li faccio».

Come Rossella O’Hara giurava che non avrebbe avuto fame mai più, io ho molto presto giurato che non mi sarei annoiata a ricordare a qualcuno che non mi pagava per fargli da segretaria che c’erano delle cose da fare. E la vita mi ha punito: non vuoi ripetere agli eventuali mariti e figli che devono fare il loro dovere? E io ti circonderò di gente che paghi perché faccia il suo dovere, e alla quale devi ripeterlo lo stesso allo sfinimento, sventolando fatture e bonifici. La tua vita sarà un gigantesco «Questa donna pagata io l’ho», ma nessuno sverrà per l’umiliazione: continueranno allegramente a fottersene.

Ho un’avvocato (è una donna, lo dico perché magari passa di qui Carneade della PIC che gongola «ah, Soncini non sa mettere gli apostrofi, vedi che facevo bene a correggerla», mai sospettando che la lingua italiana sia fatta esattamente così: il femminile del sostantivo lo fa l’apostrofo) che deve presentare una citazione in giudizio per mio conto da quattro anni, quasi cinque. Naturalmente non dice «adesso lo faccio», perché le fatture garantiscono una minuscola variazione, rispetto alla comunione dei beni. La frase del(la) professionista che paghi e ciononostante devi inseguire e supplicare è: stavo proprio per farlo.

Ho un commercialista che ogni anno deve farmi un conteggio a settembre, e ogni anno io lo inseguo da settembre a novembre, in un arco drammaturgico che va dalle richieste in toni normali e civili di quelli che si usano tra adulti, ai solleciti garbati, agli insulti, alle minacce, e la risposta è invariabile: stavo proprio per farlo.

L’anno scorso ho stabilito la regola che, per ogni giorno che mi faceva aspettare una risposta, io avrei tardato una settimana a pagargli la prossima fattura: gliel’ho scritto sentendomi risoluta e perentoria e protagonista del mio tempo e della performance.

Quando qualche mese fa mi ha scritto la segretaria facendomi presente che non avevo pagato la fattura annuale, io mica volevo sembrare una che non paga puntualmente: le ho mandato lo screenshot della minaccia minacciosa dell’anno prima come motivazione del mio ritardo. Lei avrà pensato che ero completamente pazza, perché la storia del cinema ci ha insegnato che noi che abbiamo ragione facciamo sempre la figura delle pazze furiose.

Io non so quando la mia vita ha dirazzato. Ero l’incarnazione di quel verso di Daniele Silvestri: io, fondamentalmente, non ho forse mai aspettato niente. Mi ero costruita un’esistenza a misura di egoismo, a misura di indipendenza, a misura di non dover scendere a compromessi coi caratteri degli altri. Poi chissà cos’è successo, e ora eccomi qui, a cercare invano di farmi richiamare dal commercialista, dall’avvocato, dalla manicure che mi ha dato appuntamento all’ora che preferiva lei e poi non riesce a rispettarlo, dal pastificio che deve dirmi se si degna di mettermi da parte i tortellini da cinquanta euro al chilo.

Poi alla Carneade ho scritto che se aveva quel tono mi riprendevo il mio pezzo e care cose a lei e famiglia, e lei penserà che forse non è stata abbastanza gentile (non lo è stata), che forse non è una buona idea darsi tanto più tono quanto meno ce lo si può permettere (non lo è), che forse bisogna essere servili come Richard Gere chiedeva ai commessi d’essere con Julia Roberts, quando una s’incomoda a regalarti un lavoro (bisogna esserlo). Ma la più impresentabile verità è che, se l’inadeguata rappresentante della PIC fosse stata una che pagavo per essere efficiente, avrei tollerato la sua inefficienza, perché tollerarla sarebbe stato sì stremante, ma comunque meno faticoso che cercare un’altra legale, un altro commercialista, un’altra manicure, un altro pastificio.

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Il teppismo degli adolescenti, e gli adulti che li scusano in nome dell’ennui

16 October 2026 at 03:45

Ad aprile erano quarant’anni da quando, vicino a Milano, morì una neonata che se ne stava nella macchina dei genitori inconsapevoli: passarono sotto a un cavalcavia nel momento in cui qualcuno faceva cadere un masso. A dicembre saranno trent’anni da quando, nello stesso modo, morì una giovane donna, vicino Tortona.

Lo dico non per ipotizzare che ci sia qualcosa di nefasto negli anni che finiscono per sei, ma per ricordare a chi era vivo nel Novecento che «sassi dal cavalcavia» era, un po’ come «stragi del sabato sera», un modo in cui chi allora faceva i giornali cercava di ridurre a formula ricevibile quello che resta uno dei più grandi indicibili: nella società del benessere che ha risolto i problemi che minacciavano la vita, dalla fame alla guerra, i ragazzi spesso si annoiano, e per movimentare la noia fanno, con frequenza superiore a quella per noi accettabile, cose violente, cose stupide, cose pericolose, cose criminali.

La storia dei due ragazzini di Roma che un paio di settimane fa così, perché «ci stavamo annoiando», si sono messi a cercare di far cadere la gente per strada, e uno l’hanno fatto cascare dal monopattino e sbattere la testa e finire in coma, è una storia di quelle per cui i giornali diventano matti, perché è come la fine dell’amore secondo Cocciante: non c’è mai una ragione.

Puoi intervistare tutti gli psicologi, fare tutte le analisi del presente, ricostruire tutti i modi in cui l’infanzia è destino e tutte le altre puttanate consolatorie che ci raccontiamo da quando abbiamo inventato la psiche, ma una logica non c’è. Nella cronaca degli interrogatori che c’era sul Corriere di ieri, a un certo punto gli articolisti scrivevano sconsolati: «Nessuna chat, nessuna sfida social». Potessimo almeno dire che è YouTube che li fomenta, che è TikTok, che è qualche diavoleria della modernità, e invece no, son stronzi e basta.

Un mio conoscente che vive a Parigi è stravolto dal fatto che i suoi figli quest’anno non hanno praticamente ancora frequentato la scuola: la valanga di disastri è partita il 17 settembre da uno sciopero dei docenti a Créteil, alla periferia di Parigi, e da lì è diventata affare di studenti che si annoiano quanto quelli di Roma, ma sono abbastanza furbi da procurarsi una copertura ideologica invece di dichiararlo: danno fuoco alle macchine o peggio mica perché sono teppisti senza costrutto, ma perché vogliono migliori condizioni scolastiche.

Ma certo. D’altra parte ai tempi miei si occupava la scuola per le malefatte della Falcucci, mica perché occupare la scuola significava passare la notte fuori senza dover discutere coi genitori dell’orario di rientro.

Il mio conoscente è stravolto dal fatto che la Francia si stia trasformando in un’americanata, un documentario di Michael Moore (a Marsiglia un quattordicenne ha sparato a prof e preside), ma ancor più, non essendo lui francese, dall’orgoglio francese rispetto alle proteste violente: si percepiscono intenti a prendere la Bastiglia, mica equipaggiati di figli teppisti, dello stesso teppismo annoiato e satollo di tutti gli adolescenti d’occidente.

«Il fine giustifica i mezzi», gongolano adolescenti impuniti a giornalisti che non sono lì per prenderli a coppini e dirgli di andare a studiare, ma per non sembrare insensibili al “disagio giovanile”, questa etichetta da titoli di giornale che è perfetta per il tempo rammollito che viviamo, un tempo in cui i genitori pagano lo psicologo ai figli acciocché essi possano lamentarsi di quanto li vessa una società che non li manda in miniera a otto anni o nei campi a dodici. Subito dopo o subito prima, l’immaginetta dello stesso adolescente che bacia Mélenchon svela che non è uno specifico italiano, quello della situazione grave ma non seria.

Per la gioia dei cronisti, le proteste francesi sono piene di video – certo, non sono quelle che abbiamo imparato a chiamare challenge, cioè dichiarati rilanci a chi la spara più grossa, ma forse è arrivato il momento di capire che la sfida (traduzione di “challenge”) non ha bisogno d’essere dichiarata a parole: quando accendi la telecamera del telefono, sei sempre su un palcoscenico, stai sempre sfidando quello che ha preso più like di te, stai sempre gareggiando per quel buco nero che è l’attenzione, quella droga che non basta mai.

Per la gioia dei sociologi, in uno di questi video i ragazzini rappano una canzone sulla quale ci sarebbero stati duemila editoriali trent’anni fa, quando avevamo deciso che la colpa della violenza giovanile era del rap – a spanne direi: prima di cominciare a dare la colpa ai videogiochi, e subito dopo aver finito di darla al cinema. È una canzone il cui io narrante dice di non aver paura dell’inferno, di essere pronto a prenderli uno per uno mentre si fingono morti, al Bataclan. Per chi non avesse memoria per i nomi, il Bataclan è il teatro di Parigi in cui undici anni fa qualcuno riuscì a salvarsi da una strage fingendosi già morto: probabilmente anche gli attentatori di quella sera si annoiavano.

La canzone che cita il Bataclan dice «nessuno mi può fermare tranne Allah», ma a filmarsi mentre la cantano sono – per complicare la giornata a chi pensa che esistano appartenenze e guerre culturali, e non solo ritornelli svuotati di senso per un po’ d’attenzione che ci distragga dalla noia – ragazze bianche dentro una chiesa. Ideologie senza ideologia: cosa può mai andar storto.

Se i ragazzini di Roma si procurano un’appartenenza, se i loro avvocati sono abbastanza furbi da dichiarare che il loro male di vivere è dovuto alle inadeguatezze della scuola o a quelle della politica, magari persino loro riescono a essere considerati utili per qualcuno in cerca di voti: in Francia non è solo Mélenchon, anche il sindaco di Saint-Denis si è fatto filmare in scene di amicizia (non userò la parola «complicità» perché ho fatto voto di continenza) coi manifestanti.

Al processo per quelli dei sassi dal cavalcavia del 1996, il pubblico ministero disse che gli imputati avevano concepito quel passatempo «per scacciare la noia, non sapendo come trascorrere una serata d’inverno, durante il periodo natalizio».

Mi sbaglierò, ma ho l’impressione che una lista elettorale consacrata a scusare tutto in nome dell’ennui sarebbe maggioritaria. Poveri ragazzi, è colpa nostra: non li abbiamo intrattenuti abbastanza.

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Paolo Giordano vuole un computer senza Internet, io lo trovo persino poco paranoico

15 October 2026 at 03:45

Il primo paragrafo è per tutti, e fa così: ieri sul Corriere c’era un articolo di Paolo Giordano sulle sue paranoie tecnologiche, sul suo voler comprare un computer airgapped, cioè che non si sia mai connesso alla rete e che perciò nei film comprano i buoni che vogliono tutelarsi da servizi segreti deviati e Mark Zuckerberg assortiti (l’ultima cui l’ho visto fare è la protagonista di “The Social Reckoning”).

Il secondo paragrafo è quello dove una certa categoria di paranoici deve smettere di leggere, e fa così: ho pensato, leggendo Giordano, diverse cose, su cui nel corso della giornata ho cambiato idea, e alla fine ho pensato che, per scrivere quell’articolo, Giordano si era, con metodo Strasberg, trasformato in Jerry Fletcher.

Il terzo paragrafo è quello all’altezza del quale spero che i più giovani, quelli che hanno inventato quell’ubriaco concetto denominato “spoiler”, abbiano già smesso di leggere, perché sto per dire che Jerry Fletcher era il personaggio interpretato da Mel Gibson in un film di ventinove anni fa, e se andate avanti a leggere farò persino la spericolata scelta di svelarvi come andasse a finire un film che avete avuto ventinove anni di tempo per non perdervi.

Ma prima dobbiamo, come sempre, parlare di me. Le mie paranoie sono intermittenti. Ogni volta che apro l’homebanking dalla connessione d’un bar o simili, penso: ecco, ora mi svuotano il conto – però poi lo faccio lo stesso, perché nella mia vita due forze trainanti esistono, ed esse sono la comodità e la pigrizia.

Sì, potrei organizzarmi e fare quel bonifico al sicuro della mia connessione casalinga (Jerry Fletcher direbbe che non è poi tanto sicura, ma Jerry Fletcher vive nel 1997: mai potrebbe concepire che arrivassimo a trasmettere i nostri dati più sensibili usando la connessione di Mario il barista), ma sono qui, sto bevendo il cappuccino, ho un paio di minuti da buttare: vuoi mettere che comodità?

Sulla cloud, sono paranoica da prima di Giordano, che ha smesso di salvare solo ora il suo romanzo che è certo le multinazionali del male vogliano arrubbargli: io non l’ho proprio mai attivata, ma non perché pensi che Sam Altman mi copierà i compiti, per una ragione molto più alla buona. Ho frequentato per un po’ un tizio che passava le nottate a frugare nelle cloud della gente famosa. Senza – è un’aggravante, mica un’attenuante – alcun fine di lucro: solo per farsi i fatti altrui. Se esiste lui, ne esisteranno migliaia di altri (nessuno di noi è un modello unico), e qualcuno potrebbe avere tanto di quel tempo libero da farsi persino i pochissimo interessanti fatti miei.

Giordano dice anche che non manderà il nuovo libro via mail alla sua agente, perché ha deciso che tutto è intercettabile e bisogna tornare al cartaceo. In questo senso l’editoria è paranoica già da un po’: c’è un tizio (non quello che frequentavo io, un altro: ve l’ho detto che non esistono modelli unici) che crea indirizzi mail somiglianti a quelli di chi lavora nell’editoria, e li usa per domandare pdf di libri in uscita. La vanità è il più pericoloso dei peccati, e un domani io potrei credere che Alessandro Baricco mi stesse davvero scrivendo di mandargli per favore subito la mia ultima fatica, e neppure m’insospettirei perché Baricco dice «ultima fatica» come un dottorando qualunque.

Appoggio il ritorno al cartaceo perché crea un valore in termini di deperibilità e di preziosità: che pensiate al manoscritto di Jo March bruciato dalla sorella in “Piccole donne”, o a quello di Kenneth Branagh buttato nel fiume Hudson dalla ex in “Celebrity”, vi sarà chiaro che un’epica del genere non è a nostra disposizione se ci affidiamo ai file condivisi.

Ieri leggevo su People un’intervista di Billy Crystal su quando, l’anno scorso, la zona di Los Angeles in cui viveva ha iniziato ad andare a fuoco. Lui e la moglie sono andati via, e dopo qualche giorno la casa è stata rasa al suolo dagli incendi, ma quel che mi ha colpito è che sono andati via solo coi vestiti che avevano addosso e neanche una valigia, solo gli album di foto. Le foto del matrimonio dei genitori di Crystal, nato nel 1948, mica stanno sulla cloud: te le metti in tasca, e scappi dall’incendio.

Sull’intervento dell’intelligenza artificiale nella posta, poi, sono stata paranoica dal primo giorno: ho subito disattivato tutto. Giordano racconta di non averlo fatto immediatamente per non avere la casella piena di mail non risposte: l’ia gli separava i messaggi promozionali da quelli personali. Ma, benedetto ragazzo, tutto devo spiegarti: servono più caselle, sennò non ti raccapezzi.

In una tutte le mail commerciali: serve per sapere se sei ancora abbonata al tal giornale e quando arriverà il pacco che hai ordinato a Net-à-porter. In una tutte le mail di lungo corso: è quella che hai da quando eri giovane e ti faceva piacere che le case editrici ti mandassero i libri in omaggio, scrivono lì gli uffici stampa e la gente cui prima o poi risponderai. In una i social: le notifiche non servono assolutamente a nulla, vanno lì a morire. E una è quella che usi, dove ti scrivono quelli per cui lavori o i vecchi amici; se qualcuno confinato alle altre caselle osa scriverti lì, viene subito segnalato come spam.

In questo modo, nell’unica casella che tieni sul telefono non hai mai mail non risposte, e l’intelligenza artificiale la disattivi subito da tutto.

Insomma, ho letto Giordano trovandolo non sufficientemente paranoico, almeno rispetto a quanto lo sono io, che ogni settimana scrivo una newsletter e ogni settimana clicco sul tastino che Substack mette a disposizione: quello che verifica quanta parte della newsletter è stata prodotta da un essere umano. Direte voi: l’hai scritta te, saprai bene che l’ha scritta un’umana, o ti percepisci cyborg? Ci clicco perché mi dà moltissima soddisfazione avere reiterate conferme che il mio giro di frase è così imprevedibile da non sembrare artificiale: mica Pangram sa davvero chi ha scritto cosa, sa solo se gli accostamenti tra le parole che gli dai in pasto li ha già visti in giro.

Poi però nel pomeriggio ho letto, in giro per social, le reazioni all’articolo di Giordano, e mi sono ricordata che una volta avevo scritto di non aver mai usato l’intelligenza artificiale (era vero, lo è ancora), e mi aveva risposto gente stranamente aggressiva, accusandomi di sembrare una che diceva di scrivere con la Olivetti, una luddista, una contraria a quegli spot dello shampoo che ti promettono di farti stare dentro al progresso e alla performance.

È sempre interessante capire le proiezioni che fanno sì che la gente si agiti quando qualcuno dice «io faccio così», o persino «secondo me bisogna fare così»: se la prendono per il nostro bene o per il loro? È perché credono davvero che dire che l’intelligenza artificiale non fa bene alla scrittura (un’ovvietà così ovvia che neanche c’è da argomentarla) sia come voler vietare la tv a colori? O è perché scambiano un editoriale per un disegno di legge che vieterà loro di utilizzare l’intelligenza artificiale per sembrare meno scarsi quando scrivono?

Jerry Fletcher è un tassista, versione meno cupa del Travis Bickle di “Taxi Driver”, e a dare il titolo a “Ipotesi di complotto” è la sua newsletter, “Conspiracy Theory”, che è un ciclostilato che nessun Substack gli paga e nessun Pangram controlla sia davvero il frutto della sua follia e non di qualche cervellone elettronico.

“Ipotesi di complotto” è del 1997, e non c’erano cloud da cui sconnettersi per assicurarti che non ti spiassero: quando Jerry, cioè Mel Gibson, piomba nell’ufficio d’un’avvocatessa che lavora per il ministero di Giustizia (Julia Roberts: erano gli anni in cui i film si costruivano attorno al sorrisone di Julia Roberts, che rendeva ricevibili anche le storie più inquietanti) dicendole che ogni volta che c’è un terremoto lo space shuttle si trova in orbita e il presidente si trova in viaggio all’estero, e quindi lui ha capito che la Nasa sta sperimentando i terremoti come arma, sia Julia sia noialtri nella poltrona del cinema stabiliamo che è un picchiatello.

E infatti ha mille sistemi meccanici per controllare che nessuno gli entri in casa, per fare ciò che noi c’illudiamo di fare usando un computer non connesso all’internet (i sistemi meccanici erano più cinematografabili: oggi quella di Jerry Fletcher sarebbe una storia fatta tutta di prendere a ditate schermi, mica di bottiglie di birra in bilico per controllare che nessuno abbia aperto la porta a tua insaputa).

In quel cinema del 1997 mi venne il dubbio d’essere stata anch’io picchiatella, una decina d’anni prima: Mel dice a Julia che Jerry Garcia dei Grateful Dead non è mica morto, è una messinscena, è un agente segreto inglese, e io avevo passato l’adolescenza a leggere libri che dicevano che Jim Morrison aveva finto di morire e viveva a Parigi. Non è che ci credessi davvero, però li compravo.

Solo che, spero che i paranoici dello spoiler a questo punto siano già passati alla lettura dell’oroscopo, Jerry Fletcher aveva ragione. C’era in effetti un complotto per non farlo parlare, un complotto per non far sapere a Julia Roberts il terribile segreto riguardante la morte del padre, c’erano molti complotti e, come le aveva spiegato lui che era lucido nel suo picchiatellismo, «una buona cospirazione è una cospirazione che non potrai mai provare».

E quindi, se ieri gli amici di Paolo Giordano si sono telefonati per dirsi poverino, mica pensavo stesse così male, a me viene il sospetto che abbia ragione: forse Anthropic sta davvero leggendo tutti i miei appunti, e presto Pangram mi dirà che la mia prosa gli ricorda roba già letta, e sarà allora che saprò che è tutto finito.

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“Digger”, e i film delle sei tornati a farci bisticciare, come “Temptation Island”

13 October 2026 at 03:45

Il declino dell’abitudine di andare al cinema sembrava irreversibile, poi sono arrivati Digger con Tom Cruise, “The Social Reckoning” e persino ”L’Odissea” a dimostrare che era solo perché non c’era nulla di interessante da vedere, per poi discuterci su

La regola l’ha codificata Anthony Lane, critico cinematografico del New Yorker, scrivendo un ritratto di Michael Haneke a settembre del 2009, e l’ha usata per spiegare “Il nastro bianco”, che allora era già passato a Cannes ma non era ancora uscito nei cinema americani.

Come regola generale, scriveva Lane, il cinema si divide in film delle sei e film delle nove, e la maggior parte appartiene all’insieme “film delle nove”. «Torni a casa dal lavoro, mangi qualcosa al volo, vai al cinema, e ti godi lo spettacolo». E dopo, che è il dettaglio che fa la differenza, vai a dormire.

Dopo i film che ha senso vedere alle sei, no. Servono una prenotazione al ristorante e gli amici giusti. «Ne avrai bisogno perché, se tutto va secondo i piani, passerai la seconda metà della serata a ribaltare il film, il suo impatto e il suo senso, da un lato e dall’altro».

Prima di arrivare a dire che “Il nastro bianco” era un film delle sei, Lane ci forniva la sua tassonomia. «”Persona” è un film da sei di pomeriggio, anche se poi al ristorante non avrete fame. Lo è anche “Il cacciatore”, mentre “Platoon”, per quanto rumoroso e furibondo, va benissimo alle nove».

C’è anche, in quella paginetta di Lane, una tassonomia del ceto medio complessato, anche se lui non lo chiama così, e anche se caratteristica precipua del ceto medio complessato e dei suoi film è non ritenersi tali. «A voce alta” è un film da nove di sera che pensa d’essere un film da sei di pomeriggio. “Ricomincio da capo” è il contrario». (“A voce alta” è quello in cui Kate Winslet è una nazista analfabeta, “Ricomincio da capo” è quello in cui Bill Murray si risveglia sempre nella stessa giornata).

Penso alla tassonomia di Lane da dieci giorni, cioè da quando ho iniziato a ricevere telefonate solo di sera, da gente che era uscita da “Digger”. Tra le persone con cui parlo abitualmente, ce ne sono solo due che in questi dieci giorni non mi hanno chiamata per parlare di “Digger”, ed è perché sono due persone che non vanno al cinema. Era dal 2010 che, della gente che non va al cinema, non pensavo: poverini.

Non andare al cinema è una cosa abbastanza normale, ormai, talmente normale che non abbiamo più gli anticorpi per quei piccoli inconvenienti di quando non vedi il film a casa tua. Domenica mattina sono andata a rivedere “Digger”, e il cinema era abbastanza pieno, e un po’ di gente è entrata in ritardo e invece di vergognarsi della propria maleducazione e sedersi dove capitava ha indugiato con la torcia del telefono accesa a cercare proprio il posto che aveva prenotato, facendo anche alzare gente già seduta, per disturbare meglio.

Succede ogni volta, e io ogni volta li insulto profusamente – disturbando la sala almeno quanto loro – e ogni volta mi chiedo se sia stato sempre così o se, quando andare al cinema era una cosa normale, mi sembrasse anche più normale che gli esseri umani fossero imperfetti. Così come, ogni volta che esco da un film bruttino furibonda del suo permettersi d’essere bruttino quando io ho fatto l’immane fatica d’andare fino al cinema, mi domando se fossi più tollerante dei film inutili quando andare al cinema era abituale come andare al bar.

Giovedì sono andata a vedere “The Social Reckoning”, e prima del film c’erano alcuni trailer di film italiani così orrendi ma così orrendi che mi sono detta sì va bene, le maestranze vanno fatte lavorare, due spicci in cultura è giusto continuare a investirli per non ritrovarci con ex truccatori e attrezzisti che fanno i fattorini di Glovo, però come si può pensare che uno, per vedere questa roba, cerchi una babysitter, prenda la macchina, vada al cinema, cerchi parcheggio, spenda dei soldi in più oltre a quelli che ogni mesi butta in abbonamenti alle piattaforme?

È chiaro che è ormai un’impresa eroica, e tu in cambio dell’impresa eroica non puoi darmi Filippo Timi che fa Gino Cecchettin (è ovviamente l’esempio sbagliato, quel film nello specifico incasserà tantissimo, perché andandoci dici al mondo che sei una persona perbene e vai vedere un film delle nove che pensa d’essere un film delle sei: sarà il nuovo “Naza”).

Tuttavia, “Digger” arriva in un anno in cui non è l’unica eccezione. Persino di “The Social Reckoning”, per quanto non piaccia a nessuno, ci sono cose da dire (io e uno dei miei Luminari Culturali di riferimento non riusciamo a convenire sulla ragione della sbagliatezza di Jeremy Strong: per lui è un limite di scrittura, per me della sua faccia). Quest’estate ho discusso parecchio persino dell’“Odissea”, quel film in cui Ulisse è un reduce del Vietnam e Calipso è la sua insegnante di yoga.

È iniziata un anno fa, quando abbiamo cominciato a discutere di “Una battaglia dopo l’altra”, che ho dovuto rivedere per sapere come cominciasse perché la prima volta al cinema entrava la gente in ritardo e mi distraevo a redarguirli.

Fanno, in un anno, quattro film da sei di pomeriggio, dopo non so quanti anni in cui si discuteva di Sanremo e di “Temptation Island”, ma se andavi al cinema eri uno strano che parlava di cose che capiva solo lui, un po’ come se avessi avuto l’hobby della filatelia. Qualche tempo fa su TikTok ho visto una ventenne che diceva che lei era cresciuta in una famiglia povera e lo capiva dal fatto che tutti andavano al cinema ma lei no. Ma sei cresciuta negli anni dello streaming: chi è che andava al cinema?

Pensavo fosse ormai irreversibile, del cinema parlavamo noialtri vegliardi cresciuti negli anni in cui davvero ci si andava, e qualche ragazzina con desiderio mimetico che giurava che quando era piccola tutti andassero al cinema. Al presente, nessuno. Pensavo c’entrasse la comodità del vedere le cose a casa, i prezzi dei biglietti in un paese con gli stipendi fermi alla lira, il fatto che le idee fossero finite e lo star system pure. E invece era che non c’erano abbastanza film da sei di pomeriggio.

Che, dopo, ti facessero venir voglia di bisticciare con lo stesso impeto con cui alzavi la voce per capire se avesse più torto Oronzo o Valentina (“Temptation” 2018), o se fosse meno peggio il vestito di Bianca Balti o quello di Miriam Leone (Sanremo 2025).

Poi è arrivata la stagione cinematografica 2025/2026, e ci siamo ritrovati a discutere di quanto fossero imbecilli quelli che, di “Una battaglia dopo l’altra”, notavano l’inseguimento sulle dune, stretti parenti di quelli che pensavano che Alessia (“Temptation” 2024) facesse bene a riprendersi Lino; di quanto non capissero niente gli adattatori di “Digger”, quelli che avevano trasformato il dualismo tra «essere vivi» e «vivere» in un’alternanza tra «vivere» e «sopravvivere» che sarebbe potuta essere un tatuaggio di Giovanni (“Temptation” 2026); e persino di quanto fosse liberatoria l’ultima mezz’ora dell’“Odissea”, quella in cui finalmente Matt Damon diventa Bruce Willis e mena tutti: era da quando Amadeus finalmente chiudeva il televoto alle due e mezza di notte, che non provavamo un tale sollievo. Solo che, al cinema, puoi provarlo prima di cena, e andare a dormire a un’ora decente.

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Il Nobel a Anne Carson, e la voragine di senso del ridicolo

10 October 2026 at 03:45

Canadian poet Anne Carson, winner of the 2026 Nobel Prize in Literature, performs her work "Antigonick" at the Moderna Museet art gallery in Stockholm, Sweden, Aug. 5, 2025. (Pontus Lundahl/TT News Agency via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Mi pare che a questo punto si tratti di una regola, la chiameremo: il rituale della sospensione del senso del ridicolo negli anni pari. È una variazione impercettibile nelle decisioni, ma tragicomica nelle conseguenze, e riguarda una cosa di cui a nessuna persona normale importa niente: il Nobel per la Letteratura.

Il primo Nobel per la Letteratura è del 1901. Virginia Woolf e James Joyce avevano diciannove anni, Marcel Proust ne aveva trenta. Nessuno dei tre lo prese mai. Ernest Hemingway di anni ne aveva due, e il Nobel l’avrebbe preso a cinquantacinque, costituendo una luminosa eccezione.

C’è ogni tanto, nella storia dei Nobel per la Letteratura, qualcuno che esiste nell’unico modo in cui la letteratura esiste: essendo capace d’insegnare qualcosa ai futuri scolari, ma anche avendo dei lettori che la leggono per diletto. Se si dà una sola delle due condizioni, l’opera è trascurabile.

Ogni tanto arrivano Hemingway, o Pirandello, o Toni Morrison, o Gabriel García Márquez, e soddisfano entrambe le condizioni – ma sono pochissimi. Poi certo, i fissati coi premi non si capacitano che Philip Roth non l’abbia preso, e forse anche lui non si dava pace, ma spero più che per la gloria per i soldi (il Nobel mica è lo Strega: è il milione di Bonaventura, però di euro).

Roth sarebbe stato un Hemingway: uno che ti pare ovvio vinca il Nobel, ma anche uno di cui, se non sei gravemente analfabeta, qualche libro l’hai letto. Sarebbe quindi stato una minoranza, anche prima del rituale degli anni pari.

Il rituale degli anni pari è uno dei favolosi lasciti di quell’amnistia delle scarse che è stato il MeToo. Nel 2018 il Nobel per la Letteratura non viene assegnato, c’erano state delle accuse dentro l’organizzazione (vuoi che non ci fosse almeno un maniaco sessuale anche lì) e si rimandò al 2019 quando ne furono assegnati due.

Questo condusse al mio tweet preferito in vent’anni di quel derelitto social network. Quando nel 2019 annunciarono che il Nobel per il 2018 sarebbe stato retroattivamente assegnato a Olga Tokarczuk, e quello per il 2019 a Peter Handke, una intellettuale locale sbuffò che era il solito maschilismo: proprio non ce la facevano a darlo solo a una donna.

Da allora la regola non ha mai sbagliato: non importa che i libri li conosca qualcuno, che abbiano lasciato un segno nella storia della letteratura, che valgano qualcosa. Anzi, se non li conosce nessuno meglio: non ci piace interrompere la tradizione di «XY ha vinto il Nobel per la Letteratura» «E chi è?». L’unica cosa importante è: gli anni pari premiamo una donna.

Ora, c’è qualche nome di cui ogni tanto i Luminari Culturali sospirano che certo, dovrebbe ottenere il Nobel – Margaret Atwood, Don DeLillo – ma siamo seri: li davano a gente irrilevante negli anni in cui la letteratura esisteva, possiamo pretendere che trovino dei Venerati Maestri da premiare ora che i Venerati Maestri si sono estinti?

In questo contesto c’è il problema degli anni pari. Che sono uguali a tutti gli altri – premiano gente che non abbiamo mai letto in vita nostra – ma risvegliano le già amnistiate scarse, che ovviamente più sono scarse più si percepiscono geni incompresi, più sono scarse più ritengono che il mondo non le omaggi come meritano, più sono scarse più è colpa del patriarcato, più sono scarse più sono convinte che se fossero uomini loro sarebbe il regno e loro la potenza e la gloria nei secoli, più sono scarse più sono in cerca d’improbabili rivalse. Negli anni pari, dalla Tokarczuk in poi, ha sempre vinto una donna, e ogni volta sembrava il finale del film della Cortellesi, però con conquiste immaginarie e telecamere del telefono accese in faccia.

Non ha fatto eccezione la reazione al Nobel a Anne Carson, che sono tutte corse a scaricare su Kindle per dichiararla poetessa preferita da sempre, postando pagine che sono poesie come io sono étoile della Scala: quello che con carità interpretativa si definisce «verso libero» e che significa che sei troppo scarsa per riuscire a seguire la metrica e a fare rima, ma vuoi fare la poetessa lo stesso. I versi liberi sono un piano didattico personalizzato, quello che tocca approntare per i figli non sveglissimi d’una società in cui nessuno è scemo, ognuno è genio a modo suo.

Le poesie di Anne Carson fanno sembrare Brunello Robertetti una Marianne Moore. Brunello Robertetti è la parodia di poeta immaginata da Corrado Guzzanti – il quale, incidentalmente, meriterebbe il Nobel per la Letteratura assai più di DeLillo; Marianne Moore è una poetessa gigantesca che l’accademia della prima metà del Novecento riteneva «troppo sofisticata» – incidentalmente, un’altra che il Nobel non l’ha preso e se lo sarebbe meritato assai più di quelle del successivo welfare degli anni pari. 

Certo che è pieno di maschi che, ci fossimo prese il disturbo di leggerli prima o dopo il bonifico da un milione, ci sarebbero risultati altrettanto scarsi, ma il fatto è che sono appunto maschi: rappresentano solo loro stessi. Se vince una donna quella non può essere scarsa, quella vince a nome di tua nonna che andò a lavorare a undici anni mentre i fratelli si laureavano, a nome della tua bisnonna che non aveva diritto di voto, se vince una donna vinco un po’ anch’io, e non posso dire che io sono scarsa, anche perché l’autocritica è un privilegio maschile: a una donna che non si percepisca meritevole del Nobel si precipiteranno tutti a dire che deve volersi più bene.

Ma la voragine più voragine di senso del ridicolo è colpa di quei sadici del New Yorker, che avevano un video del 2024, di Anne Carson intervistata ai National Books Awards, e naturalmente l’hanno pubblicato. E la povera intervistatrice chiedeva a Carson un libro dell’ultimo anno che consigliasse, e lei, come una supplente di lettere del Parini, diceva che lei mica legge i libri nuovi.

Che va benissimo, neanch’io leggo i libri nuovi, aderiamo tutti alla regola di Martin Amis (e di molti altri) che la letteratura debba superare l’esame del tempo, ma a dirlo sei subito ceto medio complessato che si percepisce colto perché legge i classici. Non ho niente contro il ceto medio complessato, ho tante amiche ceto medio complessato, e si sono tutte precipitate a ripostare sdilinquendosi d’ammirazione Anne che si copriva di ridicolo dicendo che i libri che legge lei sono tutti del 500 avanti Cristo, invero un’epoca editorialmente ricchissima.

Quando la poracrista del New Yorker le chiedeva un titolo specifico, un bel tascabile con un blurb di Eschilo, cosa diceva Anne? Dai che indovinate. Ma certo, Omero. Con Omero non sbagli mai, anche se certo, ora piace a troppi, questo Christopher Nolan ha sputtanato il sofisticato consumo culturale di noialtre cresciute a “Pollon”, ma l’intervista è del 2024: oggi Anne non darebbe mai quella risposta per paura di sembrare connivente con un percepito non sufficientemente alto (in “Digger” c’è un dialogo in cui uno dice che la percezione è realtà e l’altro risponde che la percezione è solo percezione, e io mi sento solissima nella seconda posizione).

Pensavamo che sotto Annie Ernaux, Nobel nel 2022 coi suoi penzierini da diario delle medie, non si potesse scendere, e invece infinita è la capacità dell’industria culturale di andare incontro a un pubblico sempre più determinato a percepirsi colto senza sforzarsi, sempre più determinato a specchiarsi in totem che non lo complessino: se il Nobel l’ha preso questa, diamine, io almeno un Bagutta me lo merito.

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