❌

Normal view

Dalle piazze alle minacce esterne. La tempesta perfetta sull’Europa raccontata dall’amb. Mattiolo

19 October 2026 at 16:59

Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Lo dice a Formiche.net l’ambasciatore Luigi Mattiolo, presidente italiano di Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo, già Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Onu, ambasciatore a Tel Aviv, ad Ankara, a Berlino oltre che Consigliere Diplomatico del governo del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.

Caro energia, black bloc, non solo a Parigi, ma purtroppo anche a Milano, ed elezioni alle porte in mezza Europa: è la tempesta perfetta? E come potrà difendersi l’Unione europea?

Innanzitutto concordo con questa definizione di tempesta perfetta, perché effettivamente siamo in una fase in cui ci sono tre fattori esogeni che colpiscono in pieno l’Europa. Il primo, ovviamente, è l’atteggiamento dell’attuale amministrazione americana con riguardo alla difesa euro-atlantica e agli evidenti tentativi di trovare un accordo sull’Ucraina con la Russia, sulla testa dell’Ucraina e sulla testa dell’Europa. Il secondo è la minaccia russa sia che sia ibrida, sia che sia inafferrabile, o anche retorica, ma comunque è sicuramente una minaccia, ed è sicuramente un fattore profondo di destabilizzazione in Europa, visto che ha portato un conflitto che non intende interrompere, evidentemente, nel cuore del continente. Il terzo è la Cina che comunque continua ad agire abbastanza spudoratamente sulle catene di valore di materiali critici e mette in difficoltà profonda l’industria e la capacità manifatturiera europea, con una esportazione direi massiccia se non selvaggia e di beni di consumo a prezzi assolutamente stracciati.

Su tutto questo poi impatta la crisi ucraina…

L’intervento di Zelensky al Consiglio europeo è stato particolarmente preoccupante, non solo perché ha coinciso con una fase in cui l’Ucraina è colpita al cuore nelle sue infrastrutture energetiche e nei suoi obiettivi, che ormai di militare non hanno nulla, ma sono semplicemente legati all’evidente disegno di scoraggiare e demoralizzare e terrorizzare la popolazione civile. Bensì c’è un’Ucraina che lamenta un appoggio strategico americano a dir poco a intermittenza, malgrado i 90 miliardi stanziati l’anno scorso dall’Unione Europea, che ormai, è bene ricordarlo, è l’unica che si fa carico dei costi della difesa ucraina in questa fase. Per cui Zelensky ha denunciato un buco l’anno prossimo di 30-35 miliardi: al momento non si vede dove l’Unione europea potrebbe andare a prendere quel denaro, a meno di non mettere mano alle riserve valutarie russe.

Con quali inconvenienti?

Si aprirebbe un autentico vaso di Pandora e personalmente capisco le perplessità del Belgio che, attraverso il meccanismo di Euroclear, finisce per essere quello giuridicamente responsabile in prima battuta della gestione e della protezione di quelle riserve. Ci sarebbe inoltre un discorso di credibilità dell’Europa come rifugio e detentore di riserve valutarie di qualunque Paese al mondo: ciò potrebbe avere delle ripercussioni gravissime e sarebbe per certi versi senza precedenti. In passato le riserve valutarie di un Paese sono state utilizzate molto spesso, ma si trattava di Paesi sconfitti, dopo un accordo di pace inevitabilmente penalizzante nei loro confronti. Ma non è questo ancora lo scenario, come sappiamo. E in più poi mi ha anche colpito questa annotazione che non voglio chiamare minaccia, perché non lo è, ma diciamo una pesante annotazione di Zelensky che ha detto chiaramente che in caso di sconfitta l’Unione europea dovrebbe far fronte a un’ondata migratoria di profughi. Francamente non penso che sarebbe altrimenti, perché dopo quattro anni di guerra e di martirio non so quanto i cittadini ucraini siano così pronti a cadere sotto il giogo della Russia vincitrice: quindi è chiaro che questo fenomeno andrebbe affrontato.

Come arriva l’Europa?

Nello scorso Consiglio europeo non sono stati fatti grossi passi avanti. Ha affrontato innanzitutto una situazione polarizzata, basta guardare alle violenze che hanno caratterizzato purtroppo le manifestazioni. Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Ma non è tutto.

Ovvero?

Se non si risolverà il terzo fattore di crisi, il bilancio dei prossimi sette anni, sarà credo sempre peggio. A seconda di quanto si troverà un compromesso tra questi grandi Paesi, potrebbe essere ancor più difficile trovare un compromesso, fare delle rinunce, “vendere” alle proprie opinioni pubbliche l’accordo trovato. Se ci fossero dei cambi di coalizione di governo in grandi Paesi europei come Francia e Spagna potrebbero trovarsi al potere delle forze politiche che viceversa hanno tutto l’interesse a mortificare ulteriormente il bilancio comunitario, mettendo assolutamente a repentaglio tutti quelli che sono gli obiettivi di cui parliamo da anni, come l’innovazione, la transizione e la difesa e quant’altro.

Ritiene che proprio in un momento simile, caratterizzato dalle policrisi, così come le ha definite l’altro giorno la Presidente del Consiglio, ci sia l’opportunità per l’Ue di crescere, magari sanando le proprie deficienze. E in che modo visto che si trova con le spalle al muro?

Questa volta sì, l’Ue è proprio messa con le spalle al muro. Ma essere messi con le spalle al muro può significare soccombere oppure tirarsi fuori dall’angolo e quindi fare scelte che solo fino a un momento prima sembravano impensabili. Come? Penso al caro energia, che pesa di più ed è quello che è alla base del disagio sociale che, al di là delle violenze terribili e delle strumentalizzazioni nelle piazze, è un dato di fatto. Io mi auguro, leggendo le conclusioni del Consiglio europeo, che si prenda di petto la questione calmierando i prezzi, tornando su quello che è un cavallo di battaglia dell’Italia da molti anni cioè il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica dal prezzo del gas. Perché in questa fase il primo kilowatt di energia elettrica prodotto con le rinnovabili, nel nostro caso con l’idroelettrico, con l’eolico e soprattutto con il solare, lo paghiamo al prezzo dell’ultimo kilowatt prodotto con il gas: nelle conclusioni del Consiglio europeo si insiste perché la Commissione proponga delle soluzioni su questo fronte. In realtà non è che la Commissione le soluzioni non ce le abbia, è che manca la volontà politica di tutti gli Stati membri perché non tutti sono nelle medesime condizioni. Alcuni hanno una quota di rinnovabili molto maggiore della nostra e quindi non hanno poi questo grande interesse al disaccoppiamento, ma è arrivato il momento di studiare dei meccanismi comuni: uno potrebbe essere quello di restituire al bilanci nazionali gli extraprofitti fatti sui primi kilowatt, visto che sono stati venduti tutti al prezzo dell’ultimo kilowatt. Però è necessario anche lavorare sulla domanda, cioè fare una domanda aggregata fra Stati membri, come l’Unione europea è stata capace di fare nel caso dei vaccini per la pandemia che rimangono un esempio unico, devo dire finora anche non ripetuto, ma sicuramente replicabile sul fronte dell’energia. Infine non va dimenticata la capacità di accumulo.

Come procedere?

Attraverso batterie dieci o venti volte superiori a quelle che esistono sul continente europeo, saremmo finalmente in grado di immagazzinare l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in surplus e utilizzarla banalmente nelle fasce orarie in cui viceversa produciamo energia elettrica con il gas.

Perché un Pd più forte conviene anche agli alleati. La lettura di Nicodemo

19 October 2026 at 15:37

C’è un filo che lega il palco della Cgil, l’assemblea nazionale del Partito democratico e il dibattito, mai sopito, su chi dovrà guidare il centrosinistra nella sfida per Palazzo Chigi. È il filo della leadership, ma anche quello dell’identità: capire se il Pd possa costruire un’alternativa al governo Meloni senza annacquare il proprio profilo e, allo stesso tempo, tenere insieme una coalizione che resta attraversata da sensibilità diverse. Elly Schlein, dopo aver ribadito la propria linea davanti ai vertici e alla platea dem, sembra voler mettere un punto fermo: il candidato premier dovrà essere il leader del partito che raccoglie più voti oppure la scelta passerà dalle primarie. In ogni caso, lei è in prima linea per la corsa a Palazzo Chigi. Per Francesco Nicodemo, esperto di comunicazione politica, è il segnale di una leadership che cerca di consolidarsi dentro il partito e di proiettarsi all’esterno, in una fase segnata anche dalle tensioni di piazza e dal confronto sulla sicurezza. La sua lettura parte da una convinzione: oggi, per il centrosinistra, rafforzare il Pd non significa restringere lo spazio degli alleati, ma aumentare le possibilità di vittoria dell’intera coalizione.

Nicodemo, partiamo dall’assemblea nazionale del Pd. Schlein ha ribadito che il candidato premier sarà il leader del partito che prenderà più voti oppure si passerà dalle primarie. È un modo per chiudere la discussione sulla leadership?

Secondo me ieri Schlein ha ribadito una cosa molto chiara: questa è la via. O il leader del partito che prende più voti è quello indicato per fare il premier, oppure si fanno le primarie. L’assemblea nazionale è il luogo deputato a discutere delle linee politiche del partito e il fatto che lo abbia affermato in questi termini segnala che il Pd è compatto sui propri intendimenti. La candidata del Partito democratico alla presidenza del Consiglio è Elly Schlein.

Eppure, fuori dai luoghi formali, il dibattito nel centrosinistra sembra tutt’altro che chiuso. Si avverte una tensione tra chi punta sulla segretaria e chi immagina una leadership diversa?

A me pare che ci sia una comunità di intenti. Non vedo conflitti palesi. Devo dire che il Pd non mi è mai sembrato così formalmente unito su alcune scelte. Nei luoghi deputati a prendere le decisioni, il mandato verso Schlein è abbastanza chiaro. Poi è naturale che in una comunità politica ci siano sensibilità differenti e che il confronto prosegua. Ma bisogna distinguere il dibattito legittimo dalle divisioni che rischiano di essere raccontate come più profonde di quanto siano.

La segretaria è reduce anche dalla partecipazione alla manifestazione della Cgil. Quanto pesa questa presenza nella costruzione della sua leadership?

Mi sembra in palla. La presenza alla manifestazione della Cgil e l’assemblea del Pd sono due passaggi che giocano a suo favore. Ha mostrato di saper stare nei luoghi del conflitto sociale e, contemporaneamente, di tenere il partito dentro una linea politica riconoscibile. Sono elementi che rafforzano la sua posizione.

Il punto, però, è capire quale identità Schlein voglia dare al Pd. La sua idea di sinistra è un fattore di unità o rischia di allontanare una parte dell’elettorato moderato?

L’identità è esattamente il terreno sul quale Schlein ha vinto il congresso. La sua proposta politica si fonda sull’idea che la sinistra abbia il diritto di governare il Paese, senza dover rinunciare a ciò che rappresenta. Anche il fatto di essere una donna non conforme a determinati schemi costituisce un elemento della sua identità pubblica e politica. Non è una questione di immagine: è una proposta di società. Da questo punto di vista, la sua leadership è uscita rafforzata.

In una fase in cui il centrosinistra discute di alleanze e candidature, insistere sull’identità non rischia di complicare la costruzione della coalizione?

Credo che oggi accada quasi il contrario. Se guardiamo al sistema politico e alla legge elettorale proporzionale, emerge con maggiore chiarezza la necessità che ogni forza politica abbia un’identità riconoscibile. Chi si sente più centrista può scegliere altre proposte, come quelle di Ruffini, Onorato o Renzi. Chi si riconosce in una posizione antisistema può votare il Movimento 5 Stelle. Chi ha una cultura socialdemocratica può scegliere il Pd. La competizione passa anche dalla capacità di dire con chiarezza chi si è e che cosa si vuole fare.

Quindi la stagione delle grandi coalizioni costruite soprattutto per contrapposizione all’avversario è finita?

Non direi che sia finita, ma non basta più. Dal 1994 il centrodestra ha dimostrato una capacità di stare insieme che dall’altra parte è sempre stata più faticosa e accidentata. Oggi, però, l’identità e i valori di sinistra possono rappresentare un fattore premiante. È qualcosa che vediamo anche in Europa. Pensiamo a Pedro Sánchez: la sua piattaforma è fortemente identitaria, socialista, e proprio questa nettezza contribuisce a definirne il profilo. Il centrosinistra deve smettere di considerare la propria identità come un problema da contenere e cominciare a considerarla una risorsa da mettere a valore.

Torniamo alle primarie. Giuseppe Conte ha più volte manifestato la propria disponibilità a parteciparvi. Sarebbe una competizione utile o il rischio è quello di aprire una nuova stagione di conflitti?

Conte ha sempre detto di essere disponibile a correre alle primarie. Io penso che ci sia tutto l’interesse a trasformarle in una competizione dalla quale escano tutti più forti. Ma devono essere davvero primarie di popolo, capaci di mobilitare persone, energie e partecipazione. Se diventano soltanto una contesa tra gruppi dirigenti, con l’obiettivo di misurare i rapporti di forza interni, allora il rischio è concreto. Le primarie devono servire a costruire una leadership riconosciuta e una coalizione più solida. Altrimenti possono produrre l’effetto opposto.

Il Pd, dunque, deve arrivare alla sfida elettorale con una leadership già riconoscibile oppure lasciare aperta la partita fino all’ultimo?

Il centrosinistra vince se il Pd va bene e se la sua leader riesce a spingere. È un dato di fatto, che si vede anche sui territori. Rafforzare il Partito democratico significa innanzitutto rafforzare la coalizione. Per questo gli alleati dovrebbero essere contenti quando la leadership del Pd si consolida: un partito più forte può portare più voti e rendere più competitiva l’intera proposta di governo. Naturalmente, se si sceglierà la strada delle primarie, bisognerà farle nel modo giusto. La competizione non deve indebolire nessuno, ma mettere tutti nelle condizioni di vincere.

In questi giorni, intanto, il dibattito politico è stato attraversato anche dagli scontri e dalle proteste di piazza. Una parte del centrodestra tende a ricondurre questi episodi alla sinistra. È una lettura che condivide?

No, bisogna distinguere i contesti. Non stiamo parlando di manifestazioni sindacali o di iniziative organizzate da un partito, né di qualcosa che possa essere automaticamente ricondotto alla sinistra. Sono situazioni diverse, che vanno affrontate per quello che sono. Il tema riguarda la gestione dell’ordine pubblico, che è una responsabilità in capo al ministero dell’Interno. Fare un’equazione tra episodi di violenza e una determinata area politica rischia di impedire una valutazione seria dei fatti.

La sicurezza, però, è diventata uno dei terreni sui quali il governo Meloni rivendica maggiore iniziativa. La sinistra ha sottovalutato il tema, lasciandolo nelle mani della destra?

La sicurezza è un diritto sacrosanto e penso che a sinistra debba essere considerata alla stregua degli altri diritti fondamentali, come la salute e l’istruzione. Non esiste una contrapposizione tra sicurezza e diritti sociali. Il punto è capire quali strumenti siano davvero efficaci. Aggiungere nuovi reati o varare decreti che non producono risultati concreti non significa necessariamente rendere le persone più sicure. A mio avviso, questo governo non è stato efficace sulla sicurezza. È un tema sul quale servono competenza, capacità di analisi e soluzioni concrete, non soltanto annunci.

Chi potrebbe contribuire a riportare il confronto su un piano più concreto?

Mi piacerebbe vedere Franco Gabrielli ministro dell’Interno. È una persona che ha esperienza e competenza sui temi della sicurezza e dell’ordine pubblico. Credo che su questioni così delicate sia importante affidarsi a figure che conoscano a fondo i problemi e sappiano affrontarli con serietà. La sicurezza non può diventare soltanto uno slogan da campagna elettorale: deve essere una responsabilità di governo.

Alla fine, la sfida del centrosinistra è soprattutto scegliere il proprio candidato o costruire un progetto riconoscibile per il Paese?

Le due cose non sono separate. Una leadership forte serve se riesce a dare una direzione politica e a rendere riconoscibile una proposta. Schlein ha vinto il congresso su una precisa idea di sinistra e oggi il Pd, almeno nei suoi passaggi formali, appare compatto nel sostenerla. Da qui bisogna partire: consolidare il partito, definire una piattaforma credibile e costruire una coalizione che non abbia paura di confrontarsi sulle differenze. Se poi si sceglieranno le primarie, dovranno essere uno strumento di partecipazione e di rafforzamento collettivo. È così che si può provare a vincere, non trasformando la scelta del candidato in una guerra preventiva tra alleati.

L’autonomia europea non sia una ripicca contro gli Usa. Parla Fidanza

19 October 2026 at 11:26

Come ogni anno l’appuntamento promosso dalla Niaf con la floridissima comunità italoamericana, nell’ambito delle celebrazioni del Columbus Day, rappresenta anche l’occasione per fare il punto sulle relazioni bilaterali tra Italia e Stati Uniti. Relazioni che rimangono solidissime, nonostante le recenti divergenze tra Trump e Meloni. Lo dice a Formiche.net il capodelegazione di FdI al Parlamento europeo Carlo Fidanza.

Qual è lo stato delle relazioni Italia-Usa dopo le recenti polemiche?

Il lavoro sulle cose concrete non si è mai fermato, anche grazie all’ottimo contributo dell’ambasciata italiana negli Usa guidata dall’ambasciatore Marco Peronaci e dell’ambasciatore americano a Roma Tillman Fertitta, così come dell’impegno di realtà consolidate come l’American Chamber of Commerce italiana. Continua il flusso di investimenti da un lato e dall’altro. E i due governi hanno positivamente concluso l’accordo sulla Pax Silica, con l’adesione dell’Italia a questa alleanza strategica sui minerali critici che è davvero decisiva se vogliamo realizzare le transizioni senza aumentare la nostra dipendenza dalla Cina.

Quale può essere ruolo geopolitico dell’ Italia?

L’Italia continua a credere nella Nato che oggi più che mai deve trasformarsi da alleanza militare ad alleanza geopolitica, coinvolgendo i Paesi likeminded che sono ancora fuori dall’orbita cinese. L’Italia porta in dote la sua proiezione nel Mediterraneo, la straordinaria intuizione del Piano Mattei per l’Africa, la solidità dei rapporti con i Paesi del Golfo, un protagonismo crescente in America Latina grazie all’allineamento politico con i nuovi governi conservatori del continente, in attesa di ulteriori buone notizie dal Brasile. Questo è il frutto della stabilità del nostro governo e della straordinaria abilità di Giorgia Meloni.

Qual è lo stato di salute del nostro export verso gli Usa?

I dati del nostro export sono eccezionali e crescono anche negli Usa nonostante i dazi. Soffriamo un po’ sul food and wine ma cresciamo grazie alla straordinaria capacità di adattamento della nostra manifattura e grazie ai risultati del settore farmaceutico. Su quest’ultimo, però, bisogna intervenire per limitare i danni derivanti dall’applicazione da parte americana del principio della Most Favoured Nation, che rischia di compromettere competitività e ricerca.

Quali i settori più promettenti?

Oltre alla farmaceutica e alle scienze della vita, ovviamente rimaniamo fortissimi nella meccanica. Abbiamo possibilità di sviluppo importanti nella difesa, estendendo questo concetto allo spazio e al dominio sottomarino, senza dimenticare la cantieristica navale su cui Fincantieri vanta ormai una presenza consolidata negli Usa. E poi abbiamo la grande opportunità di ritagliarci un ruolo nella super-intelligenza fisica, a partire dalla robotica umanoide, che è il luogo dove la super-intelligenza generativa incrocia la manifattura in cui siamo maestri. Senza dimenticare la primogenitura che Giorgia Meloni ha avuto nel porre il tema della governance globale dell’AI, a cui ha dedicato parte importante del G7 italiano, e che ora si arricchisce di una nuova opportunità promossa da AmCham Italy: fare di Milano non soltanto l’hub italiano dell’AI ma la sede di una nuova agenzia mondiale per la governance etica della super-intelligenza.

Cosa deve fare l’Ue?

Il consolidamento degli accordi di Turnberry è fondamentale. Abbiamo sempre sostenuto, a ragione, che un accordo anche non perfetto sarebbe stato meglio di un non accordo e di una conseguente guerra commerciale. L’Ue si è dotata di salvaguardie aggiuntive. Bisogna continuare a lavorare su settori come acciaio e alluminio e anche sulla lista dei prodotti alimentari esclusi dai dazi al 15%. E dobbiamo maneggiare con cura il grande elefante nella stanza, quello della tassazione digitale e delle multe alle Big Tech. Regole chiare e semplificazione sono la risposta. Infine, non dobbiamo sottovalutare l’impatto potenziale che le nuove norme doganali varate dall’amministrazione Usa a fine settembre possono avere sui nostri esportatori, soprattutto sulle Pmi.

L’autonomia strategica europea come va perseguita?

L’Ue fa bene a provare a costruire filiere con una percentuale maggiore di Made in Europe, ma l’autonomia strategica deve rimanere aperta, differenziata per settori in base alla nostra possibilità di costruire catene del valore realmente europee e non soltanto francesi, come vorrebbe qualcuno. Di più, l’autonomia strategica europea non deve essere una ripicca quotidiana contro un alleato ritenuto non più affidabile ma una politica industriale intelligente. Il contrario di quello che l’Ue ha fatto con il Green Deal, che ha massacrato le nostre imprese consegnandoci alla Cina. Da qui la coraggiosa battaglia di Giorgia Meloni contro il sistema Ets. Ecco, sulla transizione green qualche schiaffone arrivato da Trump credo debba aiutare l’Europa ad aprire gli occhi.

Ucraina e Iran: il contributo italiano e le mosse di Bruxelles.

Meloni ha espresso chiaramente il nostro giudizio su questo accordo e il sostegno alla tregua reciproca sulle infrastrutture energetiche. Mi auguro che, superate le midterm, si possa tornare a ragionare di una spinta forte alla pace in Ucraina senza umiliare Kyiv. E poi si deve trovare un modo dignitoso per chiudere questa avventura in Iran mettendo il regime di Teheran nelle condizioni di non nuocere. Il peso della doppia crisi geopolitica si sta rivelando troppo elevato, per l’Europa e per l’Italia in particolare.

Prigionieri di un copione

18 October 2026 at 11:00

 🎭 Due sabati fa siamo partiti dal volo Flydubai e dall’«11 settembre sventato» evocato da Netanyahu: come si scrive un copione prima dei fatti. Sabato scorso siamo scesi nella mente: perché crediamo anche a ciò che non è vero, e chi decide la «gabbia di realtà» dentro cui discutiamo. Stasera facciamo il passo successivo, quello che ci eravamo promessi: quando la cronaca somiglia a un brutto film di fantascienza, dove finisce la realtà e dove comincia la sceneggiatura? Ne parliamo con Stefano Re, esperto di comunicazione e metacomunicazione, e Roberto Quaglia, scrittore e commentatore culturale e geopolitico. Intervista a cura di Jeff Hoffman

Affrontiamo insieme:
🛸 Realtà e fantascienza: quando la distopia smette di essere un genere letterario
🔒 La gabbia di realtà: chi la costruisce, e perché ci discutiamo dentro anche quando non ci crediamo
📺 Il potere dei media: crederci più di quanto crediamo ai nostri occhi
🎞 Hollywoodismo: l’ideologia invisibile che arriva prima dei telegiornali
🚫 Censura delle piattaforme: account sospesi, reportage cancellati, Parlamento che non parla..
⚖ Sovranità rovesciata
🎭 Governare per post: guerre annunciate sui social e kit di sopravvivenza in borsetta
🛡 Autodifesa cognitiva: diffidare soprattutto delle storie che ci piacciono

📚 I libri degli ospiti

Stefano Re
📖 Mindfucking. Dai manuali segreti della CIA al marketing, le tecniche di condizionamento mentale (Arianna Editrice)
📖 Mindfucking 2 (con Lorenzo Ait)
📖 La Scienzah. Quando la scienza si trasforma in fanatismo religioso (Arianna Editrice)
📖 Femdom

Roberto Quaglia
📖Guerra e pace e zombi. Democrazia totalitaria contro mondo multipolare, Youcanprint, 2025
Hollywoodism. The Invisible Ideology, Youcanprint, 2025
📖Il fondamentalismo hollywoodista. Viaggio in Iran alla scoperta dell’invisibile ideologia dell’Occidente, Youcanprint, 2020
📖Il mito dell’11 settembre. I versetti satanici della democrazia occidentale, Youcanprint, 2020

👉 Iscriviti al canale e attiva la campanella 🔔
💬 Scrivi nei commenti: qual è la narrazione che secondo te va smontata per prima?

🎯 SOSTIENI CASA DEL SOLE TV
Casa del Sole TV è un progetto di giornalismo indipendente autofinanziato. Nessun editore, nessun partito.

Per donazioni:
IBAN: IT63P0326822300052392596590
Intestato a: La Casa del Sole Edizioni
Causale: Donazione Casa del Sole TV

Membership YouTube:
👉 https://www.youtube.com/@CasadelSoleTVChannel
💠 Analista Multipolare €5/mese
💠 Inviato della Verità €15/mese
💠 Architetto del Futuro €25/mese

#CasaDelSoleTV #StefanoRe #RobertoQuaglia #JeffHoffman #Propaganda #Narrazioni #Metacomunicazione #GuerraCognitiva #Informazione #Mindfucking #Manipolazione #MediaMainstream #ControInformazione #PensieroCritico

 
 

L'articolo Prigionieri di un copione proviene da Casa del Sole TV.

🔴 Povoleri: dalla sceneggiatura alla guerra

17 October 2026 at 14:15

Un aereo che precipita per migliaia di piedi, un movente che cambia ogni giorno, un premier in campagna elettorale che incontra gli eroi davanti alle telecamere. E un’Europa che chiama pace la prossima tornata di sanzioni. Dopo aver visto come si fabbrica il consenso, entriamo nella sala di montaggio delle notizie di queste settimane: dove la cronaca prende la forma di un film d’azione e lo spettatore riceve il copione prima ancora dei fatti. Quando il cinema ha smesso di ribellarsi? Che ne è stato delle lezioni di Kubrick? Ne parliamo con Federico Povoleri, regista, documentarista e autore della trilogia Sub Limen e di Enigma Kubrick. Intervista a cura di Jeff Hoffman. 🧠 Di cosa parliamo: ✈ Il volo Flydubai FZ1073: lite tra piloti, pista iraniana, radicalizzazione, lupo solitario. Quattro generi narrativi in 48 ore. 🎭 Eroi, cattivi e “11 settembre sventato”: la grammatica hollywoodiana applicata alla cronaca. 🇪🇺 Più armi e più sanzioni per arrivare alla pace: come si costruisce una contraddizione che nessuno nota. 🛡 Qualcuno seguirà l’esempio di Kubrick e dei grandi registi italiani di una volta? George Orwell lo chiamava bipensiero: credere contemporaneamente a due cose opposte senza avvertire il conflitto. Oggi non serve più un Ministero della Verità. Basta un buon montaggio. 📚 LIBRI DELL’OSPITE 📖 Enigma Kubrick. Cosa raccontano davvero i suoi film? 📖 Sub Limen. La tua vita è un inganno (ARPOD / PlaceBook Publishing) 📖 Sub Limen 2. Alla conquista delle menti. Il lato oscuro di Hollywood (ARPOD / PlaceBook Publishing, 2022, prefazione di Massimo Mazzucco) 📖 Sub Limen 3. La Tana del Bianconiglio ▶ LE PRECEDENTI INTERVISTE A FEDERICO POVOLERI 🎥 Come ti fabbricano il consenso    • Come ti fabbricano il consenso   🎥 Federico Povoleri: la fabbrica della guerra    • Federico Povoleri: la fabbrica della guerra   🎥 Il nuovo mondo tra genocidi, trucchi mediatici e simboli esoterici    • Federico Povoleri: il nuovo mondo tra geno…   🎥 Realtà artificiale nella manifattura del consenso    • Realtà artificiale nella manifattura del c…   📡 CASA DEL SOLE TV: informazione libera e indipendente Casa del Sole TV non ha editori forti né finanziamenti pubblici: siamo sostenuti da voi, il nostro pubblico. Se credi nel valore di un’informazione che non tace, aiutaci a continuare. 💳 Bonifico: IBAN IT63P0326822300052392596590 Intestato a: LA CASA DEL SOLE EDIZIONI. Causale: Donazione Casa del Sole TV 🅿 PayPal: paypal.me/casadelsoletv ⏰ Sostegno ricorrente: casadelsole.tv/sostienici ⭐ Membership YouTube 👉    / @casadelsoletvchannel   — Analista Multipolare €5/mese — Inviato della Verità €15/mese — Architetto del Futuro €25/mese 📖 I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN BRICS Scacco Matto (in italiano, inglese, russo) Anche un piccolo contributo fa la differenza. Grazie di cuore! ❤ #FedericoPovoleri #Propaganda #Narrazioni #Flydubai #Netanyahu #GuerraCognitiva #ManifatturaDelConsenso #SubLimen #EnigmaKubrick #Deepfake #Disinformazione #Multipolarismo #CasaDelSoleTV #JeffHoffman

L'articolo 🔴 Povoleri: dalla sceneggiatura alla guerra proviene da Casa del Sole TV.

Trasformare le regole in un vantaggio competitivo. Le sfide dell’AI nella sanità europea secondo Leite (Unite)

17 October 2026 at 09:03

Ricardo Baptista Leite, fondatore e presidente di UNITE Parliamentarians Network for Global Health, guarda all’intelligenza artificiale in sanità dalla prospettiva che unisce governance, innovazione e capacità di implementazione. In questa intervista, pubblicata sull’ultimo numero di Healthcare Policy, spiega perché per l’Europa la vera sfida non sia semplicemente regolare l’AI, ma trasformare le regole in adozione concreta, facendo della “trusted scale” un vantaggio competitivo e indica nell’Italia un possibile laboratorio europeo per tradurre la leadership normativa in risultati clinici ed economici.

L’AI Act dell’Ue viene spesso discusso da una prospettiva normativa. A suo avviso, quali sono le maggiori sfide pratiche che i sistemi sanitari, gli operatori sanitari e gli innovatori devono affrontare nel passaggio dalla conformità normativa all’implementazione nel mondo reale?

La più grande sfida pratica è che la conformità viene troppo spesso trattata come un esercizio giuridico, mentre l’implementazione è fondamentalmente un esercizio di trasformazione del sistema sanitario.

In ambito sanitario, l’AI Act dell’Ue non opera in modo isolato. Le organizzazioni devono gestire la sua interazione con la normativa sui dispositivi medici, la protezione dei dati, lo Spazio europeo dei dati sanitari, la valutazione delle tecnologie sanitarie, gli appalti, i rimborsi e la responsabilità professionale. La difficoltà non consiste semplicemente nello stabilire se un sistema di AI sia conforme. Si tratta di sapere chi è responsabile quando quel sistema viene aggiornato, quando le sue prestazioni cambiano nel tempo, quando si comporta in modo diverso tra diverse popolazioni o quando viene integrato in un complesso flusso di lavoro clinico.

Il rapporto di HealthAI sull’AI Act dell’Ue, presentato lo scorso maggio in collaborazione con il World Economic Forum, ha individuato diverse lacune concrete. La proposta di suddivisione delle responsabilità tra le autorità orizzontali competenti per l’AI e gli organismi di regolamentazione dei dispositivi medici non è ancora stata pienamente testata nella pratica. Gli organismi di valutazione della conformità avranno bisogno di nuove competenze nell’AI e nella data science. I sistemi sanitari e gli innovatori più piccoli hanno inoltre bisogno di indicazioni chiare e accessibili, anziché dover interpretare autonomamente diversi regimi normativi sovrapposti.

Ma esiste un problema altrettanto importante dopo l’approvazione normativa. Uno strumento di AI può essere conforme all’AI Act e ai requisiti relativi ai dispositivi medici e tuttavia non raggiungere mai un paziente perché non esistono un codice di rimborso, un adeguato processo di HTA, un meccanismo di approvvigionamento, un budget per l’implementazione o un piano per la forza lavoro. L’approvazione normativa è quindi necessaria, ma non equivale all’adozione.

La conformità deve essere intesa come il punto di partenza, non come il traguardo. Una reale implementazione e scalabilità richiedono capacità istituzionale, evidenze cliniche, dati interoperabili, preparazione della forza lavoro, percorsi di finanziamento e monitoraggio continuo dopo l’implementazione. Ciò riflette un punto più ampio che ho sottolineato più volte: una governance responsabile non è ciò che impedisce l’adozione. È ciò che rende possibile un’adozione basata sulla fiducia e consente all’AI di andare oltre i progetti pilota isolati.

Il vostro rapporto identifica l’Italia come il primo Stato membro dell’Ue ad adottare una legge nazionale organica sull’AI, evidenziando al tempo stesso la frammentazione regionale e l’assenza di un percorso strutturato per il rimborso degli strumenti clinici basati sull’AI. Cosa dovrebbe fare ora l’Italia per trasformare la leadership legislativa in leadership clinica ed economica?

L’Italia ha già raggiunto un risultato importante: ha fornito una direzione politica e legislativa. La legge n. 132/2025 ha istituito il primo quadro normativo nazionale organico sull’AI adottato da uno Stato membro dell’Ue, comprese disposizioni specifiche per il settore sanitario. Stabilisce che l’AI debba supportare, e non sostituire, i professionisti sanitari; che la responsabilità clinica rimanga umana; e che i pazienti debbano essere informati quando viene utilizzata l’AI. Questa impostazione antropocentrica è coerente con l’approccio europeo e può contribuire a rafforzare la fiducia dell’opinione pubblica.

La lezione che emerge dall’Italia, e dagli altri Paesi esaminati nel nostro rapporto, è che la legislazione è necessaria ma insufficiente. L’Italia deve ora trasformare la leadership normativa in capacità operativa. Il suo sistema sanitario decentralizzato rende questo passaggio particolarmente importante. In assenza di approcci nazionali comuni alla valutazione, agli appalti, alla supervisione e al monitoraggio post-commercializzazione, le diverse regioni potrebbero adottare standard e percorsi differenti. Ciò può produrre disuguaglianze nell’accesso dei pazienti e rendere l’Italia un mercato difficile per gli innovatori, in particolare per le aziende più piccole.

L’opportunità più immediata consiste nel collegare la governance nazionale dell’AI, l’infrastruttura dei dati sanitari e i meccanismi di accesso al mercato. AGENAS (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) sta sviluppando una piattaforma nazionale di AI per l’assistenza primaria e territoriale, progettata per fornire un supporto non vincolante alle decisioni cliniche e alla prevenzione, mantenendo al contempo la responsabilità professionale. L’Italia ha inoltre attivato il programma nazionale 2026-2028 di Health Technology Assessment (HTA) per i dispositivi medici, che individua esplicitamente le piattaforme di AI e le terapie digitali come aree di attenzione. Si tratta di basi promettenti, ma l’HTA deve essere collegato agli appalti, al finanziamento e all’adozione, anziché diventare un ulteriore livello di valutazione isolato.

L’Italia potrebbe diventare un laboratorio europeo per l’implementazione di un’AI affidabile in ambito sanitario: sperimentando forme di supervisione congiunta tra le autorità, stabilendo requisiti probatori riconosciuti a livello nazionale, utilizzando appalti basati sul valore e valutando l’AI su diverse popolazioni regionali e in differenti contesti assistenziali. Il suo successo, in ultima analisi, non sarà giudicato dal numero di strategie o progetti pilota avviati, ma dalla capacità delle tecnologie sicure di migliorare l’assistenza in tutto il Paese.

Con l’AI in ambito sanitario che diventa parte della competizione geopolitica per la leadership tecnologica, come può l’Europa rafforzare la propria autonomia strategica senza frammentare la cooperazione internazionale? Quale ruolo distintivo potrebbe svolgere l’Italia?

L’AI in ambito sanitario è già parte della più ampia competizione geopolitica per la leadership tecnologica. Gli asset rilevanti non si limitano più agli algoritmi. Comprendono capacità di calcolo, infrastrutture cloud, dati sanitari, foundation model, catene di approvvigionamento dei semiconduttori, talenti scientifici, capacità di validazione clinica, ricerca farmaceutica, competenze normative e capacità di implementare la tecnologia su scala di sistema sanitario.

Tuttavia, eviterei di inquadrare tutto questo come una semplice competizione a somma zero tra Europa, Stati Uniti e Cina. La sanità è intrinsecamente interdipendente. Le malattie attraversano i confini, la conoscenza scientifica è globale e i segnali relativi alla sicurezza associati a un sistema di AI implementato in un Paese possono essere estremamente rilevanti per i pazienti di un altro.

L’autonomia strategica, quindi, non dovrebbe significare isolamento tecnologico o completa autosufficienza. Dovrebbe significare che l’Europa dispone della capacità di compiere scelte sovrane e informate: valutare in modo indipendente i sistemi di AI, proteggere e utilizzare responsabilmente i propri dati sanitari, mantenere infrastrutture critiche, sostenere gli innovatori europei ed evitare di diventare completamente dipendente da tecnologie che non è in grado di ispezionare, governare o sostituire.

La stessa Commissione europea collega sempre più l’adozione dell’AI in settori strategici, tra cui sanità, biotecnologie e farmaceutica, alla competitività e alla sovranità tecnologica. La sua Apply AI Strategy e l’AI Continent Action Plan mirano a combinare capacità di calcolo, dati, investimenti, competenze e sostegno all’adozione.

L’Italia può fornire un contributo distintivo attraverso l’AI applicata: validazione clinica, ricerca biomedica, innovazione farmaceutica e nelle tecnologie mediche, manifattura avanzata, assistenza territoriale e primaria e scienza della regolamentazione. Può inoltre fungere da ponte tra le istituzioni europee e la più ampia regione mediterranea.

I vincitori della competizione geopolitica non saranno necessariamente coloro che produrranno il maggior numero di modelli. Potrebbero essere coloro che sapranno integrare in modo sicuro l’AI nell’assistenza sanitaria, produrre evidenze affidabili, rafforzare la propria forza lavoro e generare benefici misurabili per le proprie popolazioni.

Cresce la preoccupazione che la regolamentazione possa rallentare l’innovazione rispetto a concorrenti come Stati Uniti e Cina. Come può l’Europa fare in modo che una governance responsabile dell’AI diventi una fonte di vantaggio competitivo, anziché un vincolo per i suoi sistemi sanitari e per il settore delle scienze della vita?

Il problema dell’Europa non è che regolamenta. Il rischio maggiore è che regolamenti senza creare le condizioni operative che rendano prevedibile la conformità e possibile l’adozione.

Una governance ben progettata può garantire certezza giuridica, ridurre il rischio per gli investimenti e fornire a medici, pazienti e sistemi sanitari la fiducia necessaria per utilizzare nuove tecnologie. In ambito sanitario, la fiducia non è un beneficio etico astratto. È una condizione pratica per l’adozione sul mercato. Una tecnologia di cui i medici non si fidano, che le autorità di regolamentazione non sono in grado di valutare o che i cittadini non sono disposti ad accettare non può raggiungere una diffusione su larga scala, indipendentemente da quanto sia sofisticata.

Ma l’Europa potrà trasformare la governance in un vantaggio competitivo soltanto se affronterà la frammentazione. Un innovatore non dovrebbe essere costretto a confrontarsi con interpretazioni, requisiti probatori, norme sugli appalti e sistemi di rimborso sostanzialmente diversi in ogni Stato membro. L’Europa ha bisogno di un mercato unico per l’innovazione sanitaria affidabile nella pratica, non soltanto nella legge.

Ciò richiede un coordinamento più chiaro tra l’AI Act dell’Ue, la normativa sui dispositivi medici e lo Spazio europeo dei dati sanitari; capacità adeguate tra le autorità di regolamentazione e gli organismi di valutazione della conformità; consulenza scientifica e normativa precoce per gli innovatori; sandbox regolamentari e ambienti di sperimentazione concreti; e percorsi più armonizzati dall’autorizzazione al rimborso e agli appalti. L’EHDS può diventare un importante asset competitivo, ma diverse delle sue componenti operative entreranno progressivamente in funzione, mentre le decisioni relative alla conformità e agli investimenti nell’AI vengono già prese oggi. Sandbox regolamentari, meccanismi di consulenza scientifica precoce e accordi volontari di condivisione dei dati tra sistemi sanitari possono già oggi ridurre la frammentazione e continuare a rafforzare il sistema una volta che l’EHDS sarà pienamente operativo.

L’Europa non dovrebbe cercare di vincere abbassando gli standard di sicurezza o imitando ogni caratteristica dei modelli americano o cinese. Dovrebbe competere attraverso una “trusted scale”: regole chiare, evidenze di alta qualità, accesso a dati sanitari diversificati, istituzioni pubbliche solide e capacità di implementare innovazioni sicure in un mercato di dimensioni continentali.

Come ho sostenuto pubblicamente, la governance non è un ostacolo all’innovazione. Senza sicurezza, evidenze, accountability e fiducia nella regolamentazione, l’AI rimarrà intrappolata nei progetti pilota. Con la giusta governance, può entrare nei sistemi sanitari e generare valore reale.

In sintesi, direi che l’Europa non dovrebbe essere costretta a scegliere tra velocità e sicurezza. Il suo vantaggio competitivo dovrebbe consistere nella capacità di ottenere entrambe.

Nei prossimi due o tre anni, a cosa dovrebbero dare priorità governi, autorità di regolamentazione e industria affinché l’AI produca miglioramenti misurabili negli esiti per i pazienti, nella capacità della forza lavoro, nell’equità e nella sostenibilità dei sistemi sanitari, mantenendo al tempo stesso la fiducia dell’opinione pubblica?

Darei priorità a tre aree.

In primo luogo, i governi devono investire nella capacità di implementazione. Ciò significa chiarire le responsabilità istituzionali, formare le autorità di regolamentazione e sanitarie, ampliare le competenze in materia di AI e data science negli organismi di valutazione della conformità e testare i meccanismi di supervisione prima che incidenti reali ne mettano in luce le lacune. Regole senza istituzioni capaci di applicarle non proteggeranno i pazienti né sosterranno gli innovatori.

In secondo luogo, l’Europa deve costruire percorsi credibili dall’approvazione all’impatto. I governi dovrebbero collegare la regolamentazione con l’HTA, il rimborso, gli appalti pubblici, l’interoperabilità e l’implementazione clinica. Il successo non dovrebbe essere misurato dal numero di strategie sull’AI, progetti pilota o appalti annunciati. Dovrebbe essere misurato attraverso gli esiti per i pazienti, diagnosi più precoci, accesso, equità, esperienza della forza lavoro, produttività e sostenibilità dei sistemi sanitari.

In terzo luogo, abbiamo bisogno di una governance dell’intero ciclo di vita. L’AI è diversa da un farmaco statico o da un dispositivo convenzionale perché le sue prestazioni possono cambiare man mano che i modelli vengono aggiornati, gli ambienti dei dati evolvono e i sistemi vengono implementati in popolazioni differenti. I governi hanno quindi bisogno di registri, tracciabilità delle versioni, monitoraggio delle prestazioni nel mondo reale, meccanismi chiari per la segnalazione degli incidenti e scambio internazionale dei segnali di sicurezza. Questa è una delle ragioni principali per cui HealthAI sta sviluppando meccanismi di collaborazione normativa e di monitoraggio degli eventi avversi tra i Paesi che fanno parte dell’HealthAI Global Regulatory Network.

Queste priorità devono coinvolgere fin dall’inizio i pazienti e i professionisti sanitari. La partecipazione non può essere puramente formale. Le persone interessate dall’AI devono avere un ruolo significativo nella definizione dei rischi accettabili, degli esiti rilevanti e delle condizioni di utilizzo.

Infine, dovremmo evitare quello che ho definito “AI Saviour Complex”. Il semplice inserimento dell’AI in un sistema disfunzionale non risolverà i problemi sottostanti di leadership, organizzazione o incentivi. La tecnologia può amplificare le capacità umane e istituzionali, ma non può sostituirsi alla chiarezza degli obiettivi.

L’obiettivo, quindi, non dovrebbe essere automatizzare i sistemi sanitari di oggi. Dovrebbe essere utilizzare l’AI per contribuire a riprogettarli verso una maggiore prevenzione, personalizzazione, accessibilità e connessione umana.

TUTTI A ROMA 24 OTTOBRE USCIAMO DALLA GUERRA!

16 October 2026 at 20:40

🎙 L’ impegno iniziato da Giulietto Chiesa per l’uscita dell’Italia dalla NATO trova seguito in questo ottobre 2026 dopo una raccolta firme promossa da Moni Ovadia, Alberto Bradanini, Margherita Furlan, Moreno Pasquinelli e tanti altri. L’appuntamento è a Roma il 24 ottobre. Ne parliamo con due dei promotori, Moreno Pasquinelli del Fronte del Dissenso e Filippo Dellepiane. Intervista a cura di Jeff Hoffman

🔥 No al riarmo, no all’esercito europeo, no alla guerra sotto le bandiere NATO e UE.
📜 Articolo 11: l’Italia ripudia la guerra. Lo ricordiamo , visto che chi governa sembra averlo dimenticato da molto tempo
🪖 Basi USA-NATO, sovranità limitata, strategia della tensione, caso Moro: la lunga storia di un Paese a cui non è mai stato permesso di scegliere.

👉 Firma l’appello: fuorilitaliadallaguerra.org
🔔 Iscriviti al canale e attiva le notifiche
💬 Ci vediamo in piazza? Scrivilo nei commenti!

🎯 SOSTIENI CASA DEL SOLE TV
Casa del Sole TV è un progetto di giornalismo indipendente autofinanziato. Nessun editore, nessun partito.

Per donazioni:
IBAN: IT63P0326822300052392596590
Intestato a: La Casa del Sole Edizioni
Causale: Donazione Casa del Sole TV

Membership YouTube:
👉 https://www.youtube.com/@CasadelSoleTVChannel
💠 Analista Multipolare €5/mese
💠 Inviato della Verità €15/mese
💠 Architetto del Futuro €25/mese

#FuoriLItaliaDallaGuerra #24Ottobre #Roma #Pace #Neutralità #Articolo11 #NoNato #NoRiarmo #Sovranità #GiuliettoChiesa #CasaDelSoleTV

Link di riferimento: https://fuorilitaliadallaguerra.org/

L'articolo TUTTI A ROMA 24 OTTOBRE USCIAMO DALLA GUERRA! proviene da Casa del Sole TV.

Theory of Victory, cosa c’è davvero di nuovo nella strategia Nato. Parla Gilli

16 October 2026 at 13:46

“La mia Theory of Victory è semplice”. Così il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato in Europa, ha presentato al Warsaw Security Forum lo schema con cui la Nato intende rispondere a un’eventuale aggressione russa. Lo schema prevede tre fasi: bloccare l’attacco iniziale, logorarne la spinta e infine spezzare le forze nemiche, negando a Mosca la possibilità di conquistare e mantenere territorio alleato. Ma è davvero così semplice? Quanto c’è di nuovo in questa impostazione, l’Alleanza ha le capacità per sostenerla e quale peso avrebbero l’assenza degli Stati Uniti o la tenuta politica dei 32 alleati? Per trovare una risposta a queste domande, Formiche.net si è rivolta ad Andrea Gilli, docente di Studi Strategici presso l’Università di St Andrews, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

La Theory of Victory esposta da Grynkewich sembra scostarsi ulteriormente dalla logica del “tripwire”, a favore di una vera e propria deterrence by denial, volta a difendere il territorio nella sua integrità. È la scelta giusta?

Va ricordato che la deterrence by denial è sempre stata la teoria della deterrenza della Nato, più che una sua theory of victory, più o meno da quando è stata abbandonata la Massive Retaliation di Eisenhower. Il tripwire rispondeva a un’esigenza precisa, quella di evitare un rischio di escalation senza esporre troppe truppe al fuoco avversario, e avere comunque un meccanismo che funzionasse. Se si guardano la Nato Command Structure e la Nato Force Structure, non cambia nulla. Grynkewich non dice che bisognerebbe fare di più. Espone, in modo più o meno chiaro, qualcosa che c’era già. La vera domanda è se questa sia una theory of victory o semplicemente un approccio operativo. Una theory of victory dovrebbe spiegare anche come l’avversario modifica le proprie percezioni e le proprie azioni in base a ciò che facciamo noi. Nel discorso di Grynkewich questo elemento manca.

Ad oggi l’Alleanza dispone delle capacità necessarie (potenza di fuoco, ISR, difesa aerea, attacco a lungo raggio, scorte di munizioni) per tradurre in pratica la struttura indicata dalla Theory of Victory? E le avrebbe anche senza gli Stati Uniti, in particolare negli abilitatori su cui oggi l’Europa dipende da Washington, (intelligence satellitare, rifornimento in volo, Sead, ecc.)?

Grynkewich sostiene, in sostanza, che la Nato è pronta. Resta da verificare se disponga davvero di tutte le capacità necessarie, per esempio in termini di scorte di munizioni o di guerra elettronica. Probabilmente oggi questa theory of victory è applicabile. Bisogna però capire per quanto tempo e con quale intensità, visti questi limiti. Sul piano convenzionale e su quello nucleare l’Alleanza è certamente forte, ma lo è grazie al ruolo degli Stati Uniti. Senza Washington sarebbe molto difficile, proprio per gli abilitatori che citi. A cambiare non sarebbe necessariamente l’esito finale, ma il livello di attrito da sopportare.

Considerando le prossime tornate elettorali, da cui potrebbero uscire vincitrici forze politiche poco favorevoli alla coesione dell’Alleanza, il fatto che 32 nazioni si uniscano per organizzare questo sistema di difesa, che Grynkewich presenta come un punto di forza, non potrebbe rivelarsi piuttosto un punto di debolezza?

La Nato funziona per consenso e, con tutte le critiche che possiamo e vogliamo fare alla Nato, è comunque un framework politico-diplomatico che alla fine ha funzionato, nel senso che si riesce a trovare l’accordo tra queste 32 nazioni che si impegnano. È ovvio che dei cambi di governo possono portare a dei cambiamenti, però ci sono anche 32 alleati. È ovvio che alcuni Paesi pesano più di altri, però il meccanismo è pensato in maniera funzionale. Altro discorso è se tanti Paesi si tirano indietro. Però, se guardiamo alle alternanze di governo che ci sono state in vari Paesi nel corso degli anni, il dissenso spesso è stato su alcune politiche, alcuni atteggiamenti, alcune posizioni. Sul lato militare non c’è nessun Paese che non voglia contribuire alla sicurezza collettiva, almeno finora, e questo ci fa realisticamente pensare che potrebbe continuare ad essere così anche in futuro.

Il Saceur sottolinea la “reattività” di questo approccio, specificando che all’eventuale invasore viene lasciato l’onere dell’escalation. Ma così non gli si lascia anche l’iniziativa, e l’opportunità di trovare un modo per aggirare il sistema difensivo o di manipolarlo a proprio vantaggio? (Sia in modo convenzionale, con uno scenario alla “fronte occidentale 1940”, sia sfruttando operazioni “sotto soglia”).

Il problema di fondo delle risposte militari, come osserva il Saceur, è che non si vuole essere costretti a rispondere in modo sempre più duro, perché questo può provocare un’ulteriore reazione. Serve quindi un approccio che lasci l’avversario con il cerino in mano, costretto a scegliere se incassare il colpo o rilanciare. Grynkewich lo considera un punto di forza perché lascia all’altro il burden of escalation, e la cosa ha senso. D’altro canto, è vero come suggerisci tu che si lascia anche l’iniziativa. Ma la questione non è soltanto relativa a questa theory of victory, ma alla natura stessa della Nato. Essendo un’alleanza difensiva, non vuole, e non può, adottare una postura intrinsecamente più aggressiva che riduca la gamma di scelte dell’avversario. È oggettivamente una criticità, ed è legata alle 32 nazioni di cui parlavamo. Una postura più aggressiva avrebbe forse più senso sul piano militare, ma non sarebbe sostenibile politicamente. Si tratta di un trade-off tra efficacia e consenso, che la Nato risolve in modo non perfetto ma quantomeno accettabile. O almeno, io la vedo così.

Tra l’altro in questa formulazione si può leggere tra le righe una rinuncia al first use nucleare, il beneficio politico c’è, ma il beneficio strategico quanto è pesante?

È giusto sollevare la questione, ma Grynkewich non ne parla, perché il suo discorso resta principalmente sul piano convenzionale. Bisognerebbe guardare alla questione del NC3 americano e capire fino a che punto l’impiego di armi nucleari passi dal Saceur e dal Nuclear Planning Group. Resta quindi una questione aperta di ambiguità, anche sul no first use, e la risposta si trova probabilmente in un documento classificato che la Nato non pubblicherà. Su due piedi direi che la rinuncia non c’è stata, soprattutto con Trump. Il no first use è stato un dibattito più legato agli anni di Obama.

Dagli attacchi in pochi minuti all’AI. Come cambia la cybersecurity secondo Campora (Leonardo)

16 October 2026 at 10:35

La velocità degli attacchi informatici, l’impiego dell’intelligenza artificiale e la necessità di rafforzare la cooperazione europea stanno trasformando la cybersecurity. Temi al centro di Cybertech Europe 2026, a Roma, dove Andrea Campora, managing director della Divisione cyber & security solutions di Leonardo e presidente della European cyber security organisation (Ecso), ha approfondito con Airpress l’evoluzione delle minacce, le strategie di difesa e le prospettive dell’industria europea.

La velocità con cui evolvono le minacce informatiche sta diventando un fattore sempre più determinante nella cybersecurity. In che modo il fattore tempo è diventato una variabile centrale nel confronto tra attaccanti e difensori e come Leonardo affronta questa sfida?

Il tempo è diventato uno degli elementi che meglio rappresentano il cambiamento della cybersecurity. Da vent’anni raccontiamo il fenomeno attraverso il volume degli attacchi, ma oggi a cambiare è soprattutto la loro natura. Viviamo in una società caratterizzata da sistemi digitali autonomi, capaci di interagire con l’ambiente e prendere decisioni. La cybersecurity non è più un’attività di confronto tra specialisti umani supportati dalla tecnologia, ma tra sistemi intelligenti supervisionati da umani.

Nel 2018, secondo alcune statistiche, tra la pubblicazione di una vulnerabilità nel registro Cve (Common vulnerabilities and exposures) e il suo primo sfruttamento passavano in media oltre due anni. Oggi parliamo di ore, talvolta di minuti. I large language model utilizzati come agenti possono individuare vulnerabilità, correlarne diverse di minore entità e sfruttarle prima ancora che siano conosciute, in alcuni casi con un’efficacia notevolmente superiore rispetto ai migliori sistemi specializzati. È quello che definiamo tempo negativo.

C’è poi la corsa contro il tempo nella risposta, che coinvolge tecnologia, procedure e persone. Leonardo oltre 200 clienti nel mondo. Quando individuiamo una vulnerabilità presso uno di loro, dobbiamo capire rapidamente quali altri utilizzino tecnologie esposte allo stesso rischio, valutarne gli impatti e aggiornare le procedure operative.

Per questo parliamo di un “sistema immunitario” della cybersecurity. Individuata una minaccia, occorre distribuire immediatamente le contromisure ai clienti e alle istituzioni. La cooperazione oggi è indispensabile e non riguarda soltanto le informazioni, ma anche le capacità. Chi rimane fuori da questo sistema di fiducia rischia di non riuscire più a difendersi efficacemente.

L’intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo crescente nella cybersecurity, sia nello sviluppo delle minacce sia nelle capacità di difesa. Come sta cambiando concretamente gli strumenti di protezione e quali vantaggi offre nell’individuazione e nella risposta agli attacchi?

L’introduzione dell’intelligenza artificiale è stata progressiva. Nel nostro Global Cybersec Center utilizziamo da molti anni il machine learning per individuare le minacce. Il vero salto di qualità è stato passare dall’impiego dell’IA per singole funzioni, come la rilevazione o l’automazione della risposta, a un approccio multiagente.

Oggi possiamo avere sistemi composti da agenti intelligenti, ciascuno dedicato a una funzione, che interagiscono per rendere più efficace l’intero processo. Collegare queste attività permette agli agenti di analizzare l’ambiente e coordinare le risposte.

Questo cambia anche l’architettura dei sistemi. Non possiamo più affidarci a molteplici prodotti specialistici che operano separatamente. Serve un’unica piattaforma connessa, nella quale le diverse funzioni dialoghino costantemente. È quello che definiamo piattaformizzazione, ormai fondamentale per garantire una difesa efficace.

Lo Zero trust è uno dei modelli sempre più utilizzati per la protezione dei sistemi informatici. Qual è l’approccio di Leonardo e come si inserisce nel più ampio tema della sovranità tecnologica e della sicurezza europea?

In Leonardo adottiamo quello che Forrester definisce un “approccio di sovranità pragmatica”. Non riteniamo necessario reinventare tutto, ma è fondamentale mantenere il controllo sulle capacità e sulle tecnologie dalle quali dipende realmente la nostra sovranità. Per anni abbiamo discusso della sovranità delle infrastrutture in un contesto nel quale queste ospitavano prevalentemente dati passivi e software dal comportamento deterministico. Oggi, con la diffusione degli agenti intelligenti, il governo del dato assume un’importanza ancora maggiore.

Sul fronte dello Zero Trust abbiamo accelerato lo sviluppo tecnologico anche attraverso operazioni societarie, tra cui l’acquisizione della svedese Axiomatics, specializzata nell’autorizzazione, e l’ingresso nel capitale della finlandese SSH, attiva nell’autenticazione e nella sicurezza, di cui Leonardo è diventata il maggiore azionista con il 24,55%.

Lo Zero Trust rappresenta una risposta all’evoluzione delle minacce. Se consideriamo la possibilità di una violazione come un presupposto, dobbiamo abbandonare la fiducia implicita e verificare costantemente identità e dispositivi. Ma anche questo modello deve evolvere. Quando migliaia di agenti possono attaccare contemporaneamente alla velocità delle macchine, lo Zero trust deve utilizzare l’intelligenza artificiale per garantire verifiche altrettanto rapide.

Un altro elemento fondamentale è l’observability, cioè la capacità di valutare i comportamenti. Come possiamo stabilire se un agente con credenziali legittime stia agendo correttamente, soprattutto quando non c’è una persona dietro le sue azioni? Occorre confrontarne il comportamento con criteri e policy prestabiliti.

Se, per esempio, io accedessi nel cuore della notte al file system di un server senza avere responsabilità tecniche che lo giustifichino, il sistema dovrebbe riconoscere un comportamento potenzialmente anomalo. È questa l’evoluzione dello Zero trust in un mondo nel quale, usando una metafora, il nuovo perimetro della sicurezza è l’identità.

Nel contesto di sicurezza attuale, segnato anche dalle tensioni ai confini europei, gli attacchi informatici rappresentano una minaccia sempre più rilevante. Quanto è importante rafforzare il coordinamento tra Paesi, istituzioni e aziende europee per costruire una risposta comune e accrescere la consapevolezza dei rischi cyber?

Riprendo una riflessione dell’ex presidente finlandese Sauli Niinistö, autore di un rapporto sulla preparazione europea in materia di sicurezza e difesa. Le minacce non si fermano ai confini nazionali. La responsabilità della sicurezza appartiene ai singoli Stati, ma questo si concilia difficilmente con la natura transfrontaliera degli attacchi. Condividere le risposte significa renderle più efficaci.

Un esempio riguarda la proposta della Commissione europea di introdurre un single entry point per la segnalazione degli incidenti. Se una multinazionale opera in tutti i 27 Paesi dell’Unione e subisce un attacco, non dovrebbe presentare 27 comunicazioni separate alle rispettive autorità nazionali. Basterebbe un’unica segnalazione, condivisa secondo criteri prestabiliti.

La proposta ha incontrato l’opposizione di diversi Paesi. È un esempio degli ostacoli non soltanto tecnologici, ma anche culturali e organizzativi. Anche come European cyber security organisation (Ecso), che presiedo, abbiamo sostenuto la necessità di superare queste frammentazioni.

C’è poi la competitività industriale. In un mercato globale, la massa critica degli investimenti è determinante. In alcuni comparti tecnologici l’Europa ha perso terreno, mentre nella cybersecurity siamo ancora competitivi. Per mantenere questa posizione servono investimenti condivisi e alleanze europee. Altrimenti, la marginalizzazione diventerà una certezza. La questione sarà soltanto capire in quanti anni.

Guardando all’Italia e all’Europa, quanto siamo realmente preparati a difenderci dagli attacchi informatici? Qual è il livello di protezione raggiunto dalle istituzioni, dalle grandi imprese e dalle aziende più piccole della filiera, considerando anche le conseguenze che un attacco a un’infrastruttura pubblica può avere sull’intero sistema?

La direttiva Nis2 ha rappresentato un importante salto di qualità. Uno dei suoi meriti è aver chiarito ai consigli di amministrazione che la responsabilità della sicurezza informatica non può essere semplicemente delegata, ma rimane in capo agli organi di governo delle imprese. Questo principio, insieme alle altre misure, ha accelerato il cambiamento. Rimane il problema di un’applicazione disomogenea tra i Paesi europei, ma il bilancio è positivo.

Anche l’esperienza di Leonardo dimostra che l’Europa dispone ancora di capacità importanti. Penso al nostro coinvolgimento nel programma Gcap (Global combat air programme) per il caccia di sesta generazione, dove ci occupiamo non soltanto di cybersecurity, ma anche della gestione del dato. Queste esperienze hanno rafforzato la nostra posizione nelle gare europee, presso la Commissione e le altre istituzioni, fino al programma Protected business network della Nato, al quale partecipiamo insieme ad Accenture per accompagnare la trasformazione dell’infrastruttura digitale  per circa 29.000 utenti dell’Alleanza verso il cloud.

La cybersecurity non è soltanto tecnologia. Comprende una componente significativa di servizi e competenze umane, un ambito nel quale l’Europa e le sue università mantengono una posizione di forza. Abbiamo degli svantaggi, ma la competizione è ancora aperta. Sul fronte della protezione, la semplificazione rimane fondamentale.

Resta una preoccupazione legata al nuovo European competitiveness fund, che, a differenza del precedente strumento, non prevede una voce di finanziamento autonoma per la cybersecurity. La sicurezza informatica potrà trovare spazio in programmi più ampi, ma quando viene messa in competizione con altre priorità non è detto che ottenga risorse sufficienti.

Su questo tema abbiamo scritto una lettera aperta alla Commissione europea e contiamo di proseguire il confronto. Non si tratta soltanto di budget, ma della necessità di riconoscere alla protezione cyber una propria autonomia progettuale.

La disponibilità del Pd (anche sull’Ucraina) non è debolezza. Parla Alfieri

15 October 2026 at 16:02

Cinque risoluzioni, un terreno comune ancora da consolidare e una faglia politica che continua a passare per Kyiv. Il confronto sulle comunicazioni di Giorgia Meloni mette alla prova la capacità delle opposizioni di trovare una sintesi sui grandi dossier internazionali, ma è soprattutto sull’Ucraina che si misura la tenuta dell’intesa. Perché se su Gaza, Iran e difesa europea le convergenze appaiono più agevoli, il sostegno militare a Kyiv resta il punto sul quale le diverse sensibilità del centrosinistra rischiano di diventare distanze politiche. La novità, però, c’è: anche il Movimento 5 Stelle ha scelto di non opporsi all’invio di armi, pur declinando la propria posizione con accenti differenti. È da qui che Alessandro Alfieri, senatore del Partito democratico, parte per rivendicare il lavoro di ricomposizione del fronte progressista. Senza nascondere le divergenze, ma con un avvertimento preciso: la disponibilità del Pd a costruire un’alleanza non deve essere scambiata per debolezza. Sullo sfondo, una partita che intreccia la sicurezza europea, il rapporto con Donald Trump e la costruzione dell’alternativa a Giorgia Meloni. Una sfida che, per Alfieri, deve cominciare dal programma, prima ancora che dalla scelta del leader.

Senatore Alfieri, le cinque risoluzioni presentate dalle opposizioni in occasione delle comunicazioni della presidente del Consiglio, che denunciano diverse distanze sul versante dell’aiuto a Kyiv, restituiscono l’immagine di un fronte che ancora una posizione comune non l’ha trovata. Come se lo spiega?

Ci siamo mossi come accade normalmente quando si è all’opposizione e si affrontano questioni di questa portata. Come faceva il centrodestra nella precedente legislatura. Su Gaza, sull’Iran e sulla necessità di rafforzare la difesa europea esiste una condivisione di fondo. Naturalmente non dobbiamo pensare tutti esattamente allo stesso modo: le differenze sono legittime e possono anche consentirci di parlare a un elettorato più ampio. L’importante è che le diverse sensibilità non si traducano in posizioni nettamente contrapposte. Su questi temi abbiamo dimostrato di poter lavorare insieme.

Il nodo, però, resta l’Ucraina. Per la prima volta il Movimento 5 Stelle non si è opposto all’invio di armi a Kyiv, pur formulando la propria posizione in termini differenti. È un passo avanti concreto?

È un elemento politicamente significativo. Non è necessario che ogni forza della coalizione utilizzi le stesse parole o abbia identiche sfumature. Il confronto serve proprio a trovare una sintesi che rispetti le diverse sensibilità, senza compromettere la coerenza della posizione comune. Se vogliamo costruire un’alternativa credibile, dobbiamo dimostrare di saper tenere insieme culture politiche differenti. La condizione è che ci sia una direzione condivisa e che nessuno assuma posizioni incompatibili con l’impianto comune.

La guerra, intanto, prosegue e la popolazione civile continua a pagare un prezzo altissimo. Che cosa si aspetta dal prossimo Consiglio europeo?

Mi aspetto un segnale forte, sia sul fronte delle sanzioni contro la Russia sia sul rinnovo del sostegno all’Ucraina. Dobbiamo far arrivare a Mosca un messaggio inequivocabile: siamo al fianco di Kyiv e non intendiamo arretrare, soprattutto mentre Putin continua a bombardare indiscriminatamente i civili. Non possiamo abbandonare gli ucraini proprio adesso. La credibilità dell’Europa si misura anche dalla capacità di mantenere gli impegni assunti e di non lasciare che la stanchezza o le divisioni interne finiscano per favorire chi ha aggredito un Paese sovrano.

Il sostegno militare, da solo, può bastare a costruire una prospettiva di pace? E, soprattutto, cosa vi aspettate come opposizione?

Serve anche un’iniziativa diplomatica più incisiva. Siamo convinti che occorra lavorare alla figura di un inviato unico e a un’iniziativa capace di aprire una nuova fase, sul modello di Helsinki. Abbiamo bisogno di costruire un’architettura di sicurezza europea adeguata al nuovo scenario internazionale. Non possiamo limitarci a gestire le emergenze: dobbiamo ragionare sulle condizioni che consentano di garantire stabilità e sicurezza nel lungo periodo. Sostenere l’Ucraina e lavorare a una soluzione diplomatica non sono obiettivi in contraddizione. L’Europa deve essere capace di perseguirli entrambi.

In questo quadro, Donald Trump sembra voler ridisegnare gli equilibri internazionali secondo una logica essenzialmente bilaterale. L’Europa rischia di restare spettatrice?

È un rischio che dobbiamo evitare investendo molto di più nella nostra autonomia strategica. Trump tende a leggere le relazioni internazionali attraverso la lente degli affari, dei rapporti bilaterali e dei rapporti di forza. È una visione che rischia di mettere in secondo piano il ruolo delle istituzioni multilaterali e la necessità di costruire equilibri condivisi. L’Unione europea deve essere in grado di difendere i propri interessi, senza dipendere esclusivamente dalle scelte di altri. Per farlo servono una politica estera più incisiva, capacità di difesa e una visione comune. La sicurezza europea non può essere delegata interamente a Washington.

Dalla politica estera alla politica interna. La direzione nazionale del Pd in programma questo weekend arriva in una fase decisiva per la costruzione dell’alternativa a Meloni. Quale risultato prevede?

Mi aspetto un passaggio importante, innanzitutto per dare un segnale di compattezza del Partito democratico. Siamo consapevoli di essere il baricentro dell’alternativa a questo governo e dobbiamo dimostrare di avere una proposta riconoscibile, fondata su priorità chiare. La direzione nazionale deve servire a definire le parole chiave del nostro progetto e a indicare un percorso comprensibile, tanto per le forze politiche con cui vogliamo costruire la coalizione quanto per i cittadini che guardano a noi.

Il nodo della leadership, però, resta sul tavolo. Prima il programma o prima il nome di chi guiderà il centrosinistra?

Per noi viene prima la cornice programmatica. Dobbiamo partire da un tavolo comune nel quale definire gli impegni fondamentali della coalizione. Sarà quel programma a vincolare chiunque verrà scelto per guidarci nella sfida elettorale, uomo o donna che sia. Il tema della leadership è importante, ma non può sostituire la discussione su ciò che vogliamo fare per il Paese. Prima bisogna chiarire dove vogliamo andare, poi individuare le modalità più efficaci per scegliere chi dovrà rappresentarci.

Il centrosinistra arriva da una sconfitta, nel 2022, segnata anche dalla divisione tra le forze che oggi provano a ricostruire un’intesa. Il Pd è disposto a fare un passo indietro per favorire l’unità, specie alla luce da un lato dell’ultima presa di posizione di Schlein e dello sgomitare di Conte?

Abbiamo messo in campo un supplemento di generosità per ricostruire la coalizione con cui ci siamo presentati divisi alle elezioni del 2022. Ma questa disponibilità non deve essere scambiata per debolezza. C’è anche l’orgoglio di una comunità politica che ha una storia, un’identità e un elettorato a cui deve rispondere. L’obiettivo è costruire un’alleanza competitiva, non annullare il Partito democratico. La generosità è utile se permette di arrivare a una sintesi; non può diventare la rinuncia a esprimere la nostra visione del Paese.

Il rischio è che il confronto tra le forze del centrosinistra si trasformi in una trattativa permanente, mentre il governo continua a occupare la scena come si è visto ieri durante l’applauditissimo intervento di Meloni. Come si evita questa impasse?

Dobbiamo fare uno scatto in avanti. Stiamo lavorando perché gli elettori ci percepiscano come una forza di governo, capace non soltanto di contestare le scelte della maggioranza, ma anche di offrire risposte concrete. Serve un percorso riconoscibile, con priorità definite e impegni verificabili. Credo ci sia una consapevolezza crescente della responsabilità che abbiamo davanti. Non possiamo permetterci di deludere chi ci chiede un’alternativa. La credibilità si costruisce dimostrando di sapere dove si vuole portare il Paese e di avere una squadra in grado di farlo.

In definitiva, qual è il messaggio che il Pd deve mandare agli elettori in questa fase?

Che siamo consapevoli della posta in gioco. La sfida non riguarda soltanto la costruzione di una coalizione o la scelta di una leadership, ma la possibilità di offrire all’Italia un’alternativa di governo solida e credibile. Dobbiamo essere capaci di tenere insieme le differenze, senza nasconderle, e di trasformarle in una proposta comune. È questo il passaggio che ci viene richiesto: dimostrare che l’unità non è una formula tattica, ma la premessa per governare.

Vi spiego cosa vuole Trump dalla Russia (e da Zelensky). Conversazione con Savino

13 October 2026 at 16:45

Una tregua proclamata da un soggetto terzo e ignorata dai due belligeranti, un’intesa petrolifera con il Cremlino che scavalca Kyiv e Bruxelles, la richiesta di elezioni presidenziali in un Paese in guerra e in parte occupato. La diplomazia di Trump sul conflitto in Ucraina appare sempre più personalistica e guidata dall’agenda interna, a partire dalle elezioni di midterm e da una guerra con l’Iran che non sta andando come previsto. Fomiche.net ne ha parlato con Giovanni Savino, docente presso l’Università Federico II di Napoli ed esperto di Russia, che legge le mosse della Casa Bianca tra calcoli elettorali, rancori personali e una Russia che non arretra.

Trump ha annunciato una tregua energetica, ma la notte stessa la Russia ha continuato a colpire le infrastrutture ucraine. Oggi Trump insiste che la tregua c’è. Possiamo davvero aspettarcela?

Va detto che anche l’Ucraina continua a colpire obiettivi energetici russi, quindi siamo di fronte a una tregua che esiste soltanto nella mente di Donald Trump. Con ogni probabilità il presidente statunitense ha annunciato qualcosa che rientrava tra le proposte che Witkoff e Kushner avrebbero dovuto portare ai colloqui con Mosca. Quei colloqui, però, non ci sono stati, e anzi il viaggio in Russia previsto nei giorni scorsi è stato rinviato. Il risultato è una tregua che non è una tregua, perché nessuna delle due parti l’ha accettata e nessuna ne ha nemmeno parlato. L’unica indicazione è arrivata da Kyiv, ed è che semplicemente non ne erano stati informati. Cosa aspettarsi, quindi, è difficile da dire, proprio perché la tregua è stata proclamata da un soggetto terzo, cioè il presidente degli Stati Uniti. Certo, un terzo non da poco, ma pur sempre estraneo ai due contendenti. D’altra parte Trump ci ha già abituati a questo genere di annunci, come quando nei mesi scorsi ha dichiarato di aver “sbloccato” lo Stretto di Hormuz. Una tregua che non è una tregua, insomma, non sorprende più di tanto.

Nelle stesse ore Trump ha raggiunto un accordo con Putin sull’importazione di petrolio russo. È una “coltellata alle spalle” del fronte occidentale?

Questo elemento c’è senz’altro, anche perché l’Europa continua a non essere pervenuta. Adotta un pacchetto di sanzioni dopo l’altro, ma nessuno sembra in grado di fermare l’escalation russa di queste settimane, che si gioca meno sul terreno e più nella dimensione aerea. L’accordo raggiunto da Trump ha un valore più politico che economico. Nell’immediato si parla di 300-700 mila barili di diesel, una quantità minima rispetto ai consumi statunitensi e mondiali, e complessivamente di 7 milioni di barili, cioè l’equivalente di due giorni di consumo globale. Il significato politico, invece, è proprio quello che lei sottolineava. Da un lato c’è il tentativo di trovare un’intesa con Putin scavalcando Kyiv, per non parlare dell’Europa, su cui c’è poco da dire. Dall’altro c’è la volontà di arrivare alle elezioni di midterm con qualcosa in mano, visto che la guerra con l’Iran non è finita e non sta andando come previsto. Nei calcoli di Trump, un accordo con Putin potrebbe far scendere i prezzi del diesel, non tanto per i volumi messi sul mercato dalla Russia quanto per l’effetto che avrebbe sulle aspettative, e aiutarlo così a ottenere un buon risultato alle urne. Vedremo.

Intanto Trump è tornato ad attaccare Zelensky, accusandolo di bloccare i negoziati e chiedendo nuove elezioni. Zelensky ha risposto che si potranno fare se Putin concederà una tregua di 60 giorni. Come giudica questo scambio?

Trump ce l’ha con Zelensky da molto tempo, ben prima del suo ritorno alla Casa Bianca. Tutto risale a quando cercò di coinvolgere l’Ucraina nello scandalo sugli affari a Kyiv di Hunter Biden, figlio dell’allora candidato e poi presidente Joe Biden, chiedendo a Zelensky una serie di cose che il presidente ucraino si rifiutò di concedergli. Non mi piace fare psicologismo, ma abbiamo visto che Trump è un personaggio piuttosto vendicativo, e questa inimicizia si è manifestata molte volte. Non stupisce, quindi, che di tanto in tanto si ripetano scenate di questo tipo. Sulla tregua, è vero che Mosca ha continuato a porre condizioni difficilmente accettabili anche per gli americani, e persino per Trump, che pure si è mostrato più volte disposto ad ascoltare le ragioni del Cremlino. Allo stesso tempo, però, in una parte dell’establishment ucraino, come in quello europeo, l’idea di trattare con la Russia resta legata alla convinzione che l’Ucraina stia vincendo la guerra. Non è così, il che non significa che la stia vincendo o stravincendo la Russia, quello a cui assistiamo da anni è uno stallo sanguinoso.

Quanto alle elezioni presidenziali, come valuta la cosa?

La richiesta mi sembra quantomeno complicata. Il Paese è in guerra, e anche con 60 giorni di tregua bisognerebbe organizzare un voto decidendo innanzitutto dove si vota. I russi occupano territori che rivendicano, ma anche aree che non rivendicano, come alcune zone delle regioni di Sumy e Kharkiv. Poi c’è la questione di chi vota e dove votano gli ucraini all’estero. Prima della guerra si stimava che circa un milione e mezzo di ucraini vivessero come rifugiati in Russia: voterebbero anche loro? E quelli che si trovano in Europa? Bisognerebbe poi costruire una rete di osservatori internazionali, e se il diritto di voto venisse esteso ai rifugiati in Russia, resterebbe da capire se sarebbe possibile garantire osservatori indipendenti anche lì. Le domande sono moltissime, e personalmente trovo piuttosto lunare porre il tema di nuove presidenziali in un Paese in guerra, in parte occupato e con un numero enorme di cittadini che vivono fuori dai confini nazionali.

Nella preferenza di Trump per Putin c’è il bisogno di trattare con un pari, un po’ come Putin, che scavalca Europa e Ucraina per parlare solo con Washington?

Sicuramente Trump vuole trattare da pari a pari con chi riconosce come suo pari. Anche qui siamo nel campo della psicologia spicciola, ma è evidente che si trova più a suo agio con Xi Jinping, Vladimir Putin o Narendra Modi che con Ursula von der Leyen o con la povera Giorgia Meloni. C’è quindi l’idea della grande potenza che privilegia il rapporto con altre potenze che, se non sono alla pari, quantomeno contano a livello internazionale. Allo stesso tempo, però, vediamo come tutta una serie di rappresentazioni, dall’Ucraina proxy degli Stati Uniti alla Russia proxy della Cina, siano saltate fin da subito, anche se soprattutto in Italia si fatica a riconoscerlo. Se l’Ucraina fosse un proxy di Washington, oggi staremmo discutendo di chi è pronto a sedersi al tavolo con Mosca. E se la Russia fosse un proxy della Cina, o fosse sensibile al fascino di Trump, che per anni ci è stato descritto come una sorta di emanazione del Cremlino alla Casa Bianca, non si capirebbe perché non accetti un’offerta forse poco generosa sul piano economico ma importante su quello politico. Quest’anno le sanzioni sono state allentate per ben due volte, in primavera con l’attacco all’Iran e ora con l’accordo con Trump. Eppure Mosca non arretra di un millimetro e continua a ritenere che la guerra debba andare avanti.

Meloni presidia la scena. A sinistra? Potrebbe svoltare Calabresi. Parla Piepoli

13 October 2026 at 16:29

Tutto tranquillo. Allineati e coperti: incassato il risultato della legge elettorale il governo prosegue senza scossoni. Nella fotografia scattata da Nicola Piepoli, fondatore di Piepoli Sondaggi, la politica italiana sembra procedere senza grossi traumi: la maggioranza conserva la propria solidità, Giorgia Meloni presidia il centro della scena e il centrosinistra continua a cercare una sintesi che, almeno per ora, resta soprattutto formale. È questa la prima impressione del sondaggista, che legge nel voto sulla legge elettorale un passaggio capace di rafforzare la percezione di continuità dell’esecutivo. Come se, sul piano politico, non fosse successo nulla di particolarmente rilevante. La premier, del resto, sa come trasformare la presenza in consenso. Lo ha dimostrato anche all’assemblea di Assolombarda, dove ha raccolto applausi e si è mossa con la sicurezza di chi sente di avere il controllo della scena. Sul fronte opposto, invece, Giuseppe Conte ed Elly Schlein devono fare i conti con rivalità che rischiano di indebolire qualsiasi tentativo di costruire un’alternativa. In mezzo c’è Roberto Vannacci, che ha sottratto consensi al centrodestra ma, secondo Piepoli, difficilmente potrà trasformare la propria presenza in un fenomeno politico paragonabile agli esordi del Movimento 5 Stelle. Anche perché l’elettore, oggi, sembra più interessato a difendere ciò che possiede che a inseguire nuove avventure. Eppure, tra gli equilibri ancora da definire, c’è una variabile che potrebbe sorprendere: Milano, dove Mario Calabresi potrebbe offrire al centrosinistra un’occasione inattesa.

Piepoli, partiamo dalla legge elettorale. L’impressione è che il governo consideri il passaggio parlamentare una conferma della propria forza. È così?

L’impressione è proprio questa: il governo pensa che non sia accaduto nulla, se non la normale amministrazione, che anzi lo ha rafforzato con l’approvazione della legge elettorale. C’è una rappresentazione di continuità, di un sistema che tiene e che non sembra attraversato da particolari scosse. Naturalmente, la situazione mondiale è un’altra cosa e presenta complessità evidenti. Ma nell’immagine che l’Italia offre di sé, al momento, sembra essere tutto in ordine.

Anche la recente uscita di Giorgia Meloni all’assemblea di Assolombarda ha restituito l’immagine di una premier in pieno controllo della scena. Lei che ha assistito direttamente, che impressione ha avuto?

Meloni ha fatto un bello show. Si è presentata come la padrona dell’Italia e, in quel contesto, aveva le condizioni per farlo. Era a proprio agio, ha raccolto applausi quasi in continuazione. È una grande comunicatrice, sa occupare lo spazio e trasmettere un senso di leadership. Questo, in politica, è un vantaggio competitivo considerevole.

Dunque il centrodestra è in salute?

Nel complesso sì. C’è una perdita di voti, in parte drenati da Vannacci, ma non vedo al momento le condizioni perché questo fenomeno possa crescere ulteriormente. La sua forza appare oscillante verso il basso. Potrebbe restare un partito laterale, capace di conservare uno spazio, ma senza diventare il protagonista di una nuova stagione politica.

Perché esclude che Vannacci possa replicare l’effetto dirompente del Movimento 5 Stelle agli esordi?

Perché manca l’elemento dell’incognito. Quando Beppe Grillo lanciò il Movimento 5 Stelle, c’era qualcosa di radicalmente nuovo, una proposta che intercettava una domanda politica ancora in larga parte inespressa. Oggi quell’effetto non c’è. Vannacci è già riconoscibile e non rappresenta una sorpresa per l’opinione pubblica. Inoltre, il clima sociale è cambiato.

In che senso?

La mentalità generale è difensiva. Le persone sono preoccupate dall’inflazione, dal valore dei propri beni, dalla necessità di proteggere ciò che hanno. In un’atmosfera di questo genere, chi propone una postura offensiva fatica a fare strada. L’elettore, in questa fase, sembra più interessato alla sicurezza delle proprie condizioni che alla prospettiva di una rottura.

Passiamo al centrosinistra. Il tentativo di costruire un’alternativa al governo procede tra incontri, aperture e discussioni sul programma. Quanto può essere competitivo?

Il centrosinistra sta cercando di unirsi con una certa esasperazione. Ma anche se dovesse riuscirci formalmente, qualche voto potrebbe comunque scappare. L’unità politica non produce automaticamente unità elettorale. E poi c’è una questione più generale: a sinistra è difficile fare previsioni perché tutti sembrano avere una storia passata, ma non ancora una storia futura.

È un giudizio che investe direttamente Elly Schlein e Giuseppe Conte?

Certamente. Se vogliono essere competitivi devono uscire dall’invidia reciproca. La competizione tra loro rischia di diventare un ostacolo alla costruzione di un’alternativa credibile. Il problema non è soltanto trovare un accordo, ma superare la rivalità per stabilire chi debba guidare il campo progressista. Finché questa questione rimarrà irrisolta, il centrodestra continuerà ad avere un vantaggio.

La presenza di una leadership riconoscibile come quella di Meloni rende ancora più evidente il problema?

Sì. A destra c’è un cervello pensante, Giorgia Meloni, che riesce a dare una direzione alla coalizione. A sinistra, invece, la ricerca di una sintesi rischia di trasformarsi in una competizione permanente. Per essere competitivi non basta avere i numeri: bisogna riuscire a trasformarli in una proposta politica riconoscibile.

Lei ha evocato la possibilità che Calabresi rappresenti una sorpresa a Milano. Perché proprio lì?

Potrebbe essere una buona sorpresa per il centrosinistra. È una variabile da considerare, perché potrebbe contribuire a modificare gli equilibri e, forse, aiutare anche a superare alcune rivalità interne. Non dico che risolverebbe automaticamente il problema del rapporto tra Conte e Schlein, ma potrebbe introdurre un elemento nuovo in una discussione che rischia di restare prigioniera dei suoi protagonisti abituali.

Resta il tema del centrodestra e della sua capacità di tenere insieme sensibilità differenti. L’accordo elettorale della coalizione è scontato?

Non lo si può dire oggi. Dipenderà anche da come andranno i sondaggi e da quale sarà la convenienza dei diversi partecipanti. La tipologia delle forze in campo rende la questione tutt’altro che automatica. Le alleanze si costruiscono anche sulla base dei rapporti di forza e delle prospettive di ciascuno.

Se dovesse indicare, in definitiva, il principale vantaggio del centrodestra e il limite più evidente del centrosinistra, quale sarebbe?

Il centrodestra dispone di una leadership forte e riconoscibile, capace di comunicare e di mantenere una direzione. Il centrosinistra, invece, deve ancora trovare una prospettiva comune. C’è una frase di Andreotti che rimane immortale: il potere logora chi non ce l’ha. È una battuta, ma contiene anche un’indicazione politica: stare all’opposizione non basta per diventare un’alternativa. Bisogna dimostrare di sapere dove si vuole andare.

Stop all’Ets e acquisti di energia centralizzati. La via europea per sopravvivere a Hormuz secondo Sommella

13 October 2026 at 13:01
ROBERTO SOMMELLA GIORNALISTA

Quando si vive in uno spazio comune, è facile prendersi un raffreddore. E qualcuno, in Europa, il raffreddore ce l’ha: la Francia, un tempo invincibile e dispensatrice di buone politiche insieme alla Germania, oggi decisamente malconcia. Viene da chiedersi, dunque, se l’Italia alle prese con l’ultima manovra del governo Meloni e travolta, come del resto un po’ tutti nel Vecchio continente, rischi di beccarsi qualche bacillo. Formiche.net lo ha chiesto a Roberto Sommella, giornalista, saggista e direttore di MF-Milano Finanza. “L’incendio francese per ora è in piazza”, spiega Sommella, “per le proteste degli studenti. Sui mercati è cresciuto però il rischio Parigi che ci deve far ricordare una cosa: quando sei nell’euro nessuno è immune dal contagio e la crescita dello spread e degli interessi sul debito francese lo dimostra. Noi italiani dovremmo stare al riparo da questo virus, a patto di tagliare il debito e abbassare le tasse per la crescita”.

Eppure, se non si ha proprio la memoria corta, ci si dovrebbe ricordare di quanto l’Italia sia stata massacrata da Bruxelles solo per l’aver sforato il deficit di qualche decimale. Mentre invece Parigi, che oggi viaggia abbondantemente sopra il 5%, è sempre stata trattata con un occhio di riguardo. Ed è lo stesso Sommella a spiegare questo paradosso. “È così, per un motivo molto semplice, le regole sul deficit al 3% le hanno fatte i francesi con la complicità dei tedeschi”. Fin qui il capitolo mercato.

L’altro focolaio è l’energia. Chi importa petrolio e gas, come l’Italia, oltre a rischiare di rimanere a secco di materia prima, sta sperimentando pericolosi aumenti in bolletta. E allora, che fare? “Lo shock energetico che va dall’Ucraina a Hormuz ha solo una possibile risposta che è quella europea: meno tasse sulle emissioni inquinanti, meno Ets, più acquisti centrali di energia ma a condizioni di mercato”, spiega Sommella, facendo sua la proposta dello stesso governo Meloni per un azzeramento, o qualcosa di molto simile, del meccanismo Ets che tassa il carbone.

La discussione si chiude poi sulla necessità per l’Europa di rimanere al passo di Cina e Stati Uniti, investendo decine di miliardi in tecnologia, transizione e Intelligenza Artificiale. In una parola, competitività. Ma come fare a generare quei denari utili alla causa? “Rilanciando l’industria europea. Con il New Green Deal abbiamo fatto regole con cui si vendono in Europa auto cinesi e non europee, ditemi se ha un senso”. E sulla manovra, dalla coperta ancora corta, nulla di nuovo sotto il sole. “Finché avremo 3 mila miliardi di debito e cento miliardi l’anno di evasione fiscale non avremo alternative, con nessun governo di qualsiasi colore politico”.

Se Trump sgancia gli Usa dalla sicurezza europea. Il monito di Camporini

12 October 2026 at 16:33

Degli Stati Uniti bisogna fidarsi, ma con prudenza. Ne è convinto il generale Vincenzo Camporini, alla luce delle parole di Trump su Zelensky, dell’accordo sul diesel Casa Bianca-Mosca e dell’attacco all’Arabia Saudita portato dagli Houthi. “Se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini”, dice a proposito della Nato.

Trump ha accusato Zelensky di non voler raggiungere un accordo per porre fine alla guerra e di creare problemi al mondo con gli attacchi alle raffinerie russe suggerendo a Kiev di trovare un nuovo leader in grado di raggiungerlo. Queste parole come cambiano lo scenario nell’immediato e soprattutto in un eventuale ormai difficile tavolo diplomatico?

Diciamo che è un distacco ormai formale della politica estera americana da quello che accade in Europa e in Ucraina, quindi dobbiamo prendere atto che a questo punto l’interesse di Trump per la politica europea e per la sicurezza in Europa non è più rilevante. C’è un fatto che io credo sia abbastanza significativo, ovvero le imminenti elezioni di midterm che secondo me stanno scatenando il panico alla Casa Bianca.

In che senso?

Indubbiamente i risultati che si possono prevedere sono molto negativi per i repubblicani e a questo punto bisogna incolpare qualcuno di quello che dispiace all’elettorato americano, come l’aumento del costo dei carburanti. Per cui l’ideale è scaricare la colpa non su chi ha creato il conflitto con l’Iran, ma su chi neutralizza le capacità di raffinazione da parte russa che, come tutto il mondo sa, non essere assolutamente determinante per questo aspetto, ma che lui può far passare come la causa di tutti i mali. Quindi a questo punto lascia Ucraina ed Europa al loro destino.

Per quanto tempo ancora la Nato potrà far finta di nulla?

Abbiamo qualche motivo di seria preoccupazione. C’è in generale una volontà di salvaguardare il principio della solidarietà transatlantica: io stesso faccio parte di un gruppo di lavoro con altri colleghi di altri Paesi per cercare di trovare il modo di attenuare l’attuale situazione. Ma è chiaro che in questo momento se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini.

L’accordo sul diesel tra Trump e Putin che scenari apre anche in seno all’Europa?

Premetto che l’accordo dal punto di vista quantitativo è irrisorio, visto che stiamo parlando del fabbisogno di un paio di giorni del mercato americano quindi nulla che possa significativamente influire sul prezzo del gasolio. Ma dal punto di vista dello scenario europeo, è chiaro che ci sarà qualcuno che avrà la tentazione di usarlo: purtroppo vi sono ambienti che apertamente nutrono simpatie per la posizione di Mosca e che cercheranno di sollecitare un allineamento con il governo americano. In alcuni Paesi questo non ha nessuna possibilità di riuscire ma in altri, come l’Italia, temo di sì perché è particolarmente permeabile alla propaganda di Mosca e certamente qualche voce si leverà in tal senso.

In generale oggi l’Europa è autosufficiente dal punto di vista della difesa?

No, oggi l’Europa non è autosufficiente per una serie di capacità specifiche e non certo dal punto di vista delle forze perché le forze europee sono abbastanza adeguatamente numerose e con equipaggiamenti di ottima qualità. Ma ci sono alcune capacità nel campo delle intelligence, della sorveglianza del territorio, delle comunicazioni, della trasmissione dati, della sorveglianza satellitare e della difesa antimissile che oggettivamente gli europei non hanno mai sviluppato. Se vorranno essere autonomi e avere voce in capitolo sulla scena internazionale dovranno sviluppare nell’immediato futuro, anche se sono cose che non si costruiscono dall’oggi al domani ma richiedono anni.

Secondo la sua opinione l’attacco degli Houthi all’Arabia Saudita ci dice anche che l’ombrello americano non è così esteso come immaginavamo?

Mah, è un ombrello molto randomico, nel senso che gli Stati Uniti hanno un accordo di collaborazione militare con l’Arabia Saudita. Evidentemente la cosa è considerata irrilevante dal punto di vista dell’azione quindi l’attacco è un’ulteriore dimostrazione che degli Stati Uniti bisogna fidarsi ma con molta prudenza.

Casini chiude un’epoca. Ecco cosa mancherà alla politica secondo Cesa

12 October 2026 at 15:05

Ci sono addii che assomigliano più a un passaggio di testimone che a una resa. Dopo quasi 45 anni trascorsi in Parlamento, Pier Ferdinando Casini ha deciso di non ricandidarsi, chiudendo una stagione politica che attraversa la Prima Repubblica, la fine della Democrazia cristiana, il bipolarismo e le trasformazioni più recenti del sistema politico italiano. Una scelta maturata con serenità, senza strappi né retroscena particolari, ma che inevitabilmente riapre una domanda: che cosa perde la politica italiana quando esce di scena uno dei suoi protagonisti più longevi? Per Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc e amico di Casini fin dagli anni della Democrazia cristiana giovanile, il Parlamento perde un pezzo da novanta. Ma il congedo dalle Camere non significa necessariamente la parola fine. Anche perché, osserva Cesa, il prestigio istituzionale dell’ex presidente della Camera lascia ancora aperti scenari importanti. Compreso, un domani, quello del Quirinale.

Lorenzo Cesa, Casini ha annunciato che non si ricandiderà in Parlamento dopo 44 anni. Quando ha maturato questa decisione?

Ne avevamo parlato qualche tempo fa. Poi, due domeniche fa, mi ha telefonato e abbiamo avuto una lunga conversazione. L’ho trovato molto tranquillo e sereno. È una scelta che ha maturato con grande consapevolezza, dopo una vita trascorsa nelle istituzioni. Il prossimo anno saranno 45 anni di attività parlamentare: se si vive questo impegno con la serietà e il senso di responsabilità con cui lo ha vissuto Pier Ferdinando, è inevitabile che, a un certo punto, si senta anche il peso di un percorso così lungo.

C’è anche una ragione politica? Il Parlamento di oggi è molto diverso da quello in cui Casini ha cominciato.

Certamente, il Parlamento è cambiato profondamente rispetto a quello di una volta. Ma non credo che la sua decisione sia riconducibile soltanto a questo. Pier ha attraversato stagioni politiche completamente diverse, ha saputo misurarsi con trasformazioni enormi e compiere scelte difficili nei momenti più delicati. Lo ha fatto mantenendo una grande coerenza e una notevole linearità. Oggi, semplicemente, sente di poter dedicare il proprio tempo anche ad altro. È una decisione personale, che va rispettata.

Che cosa rappresenta, allora, il suo passo indietro per la politica italiana?

Il Parlamento perde un pezzo da novanta. Casini non è soltanto un parlamentare di lunghissimo corso: è una figura che ha attraversato la storia repubblicana senza smarrire il proprio profilo istituzionale. Ha conosciuto la stagione della Democrazia cristiana, la fine dei partiti tradizionali, la nascita del bipolarismo e le successive trasformazioni. In tutti questi passaggi ha dimostrato di saper assumere responsabilità e di non sottrarsi alle decisioni difficili. È un patrimonio di esperienza che non si improvvisa e che, inevitabilmente, mancherà alle istituzioni.

La vostra amicizia nasce proprio negli anni della Dc giovanile. Che cosa ricorda di quel periodo?

Ci siamo conosciuti da ragazzi, durante un’esperienza della Fondazione Adenauer a Berlino. Fanfani nominò Pier vicecommissario del movimento giovanile della Democrazia cristiana e da lì nacque un rapporto che si è trasformato in una grande amicizia. Quando lui arrivò a Roma, il legame si consolidò ulteriormente. Abbiamo condiviso battaglie politiche, momenti difficili e passaggi fondamentali della nostra storia personale. Pier, tra l’altro, è stato il mio testimone di nozze.

Essere democristiani, da giovani, significava anche andare controcorrente?

Soprattutto in certi ambienti. Essere democristiani al liceo, a Bologna, o all’università non era affatto semplice. Noi rappresentavamo l’area più moderata della Dc giovanile e qualcuno avrebbe voluto tenerci ai margini. Insieme ad altri, tra cui Dario Franceschini, conducemmo una battaglia per entrare nel Consiglio nazionale. Fu una stagione di confronto politico autentico, nella quale le differenze si misuravano attraverso le idee e la capacità di costruire una linea. Pier divenne poi vicesegretario nazionale, mentre Marco Follini assunse la presidenza. Erano anni di formazione politica e umana che ci hanno segnato profondamente.

Avete vissuto insieme anche la stagione drammatica del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Che cosa vi ha lasciato quell’esperienza?

Fu un momento terribile. Eravamo giovani, ma ci trovammo davanti a una delle crisi più drammatiche della storia della Repubblica. Ricordo ancora quando esponenti comunisti, liberali e repubblicani vennero a portarci la loro solidarietà in via Arenula, dove aveva sede il movimento giovanile della Dc. Al di là delle divisioni politiche, in quelle ore si percepiva la consapevolezza di essere davanti a una ferita che riguardava l’intero Paese. Esperienze come quella ti insegnano che la politica non è soltanto competizione: è anche responsabilità verso le istituzioni e la comunità nazionale.

Casini, nella sua carriera, è arrivato a un passo dal Quirinale. La mancata elezione al Colle resta una pagina aperta?

Pier arrivò vicinissimo al Quirinale, anche se fu lui stesso, in quella circostanza, a fare un passo indietro. Per una partita del genere bisognerà aspettare ancora qualche anno, ma il suo prestigio istituzionale è comprovato. La sua esperienza, il profilo che ha costruito e il rispetto che si è guadagnato nel corso del tempo restano elementi importanti. La decisione di non ricandidarsi in Parlamento non cancella nulla di tutto questo. Non significa che la sua storia pubblica sia necessariamente conclusa.

Dunque il Quirinale potrebbe essere ancora nel suo orizzonte?

Non farei previsioni, perché sarebbe prematuro. Ma non escluderei a priori che il suo nome possa tornare a essere considerato quando si aprirà quella partita. Casini ha dimostrato di possedere le qualità istituzionali necessarie per ricoprire incarichi di altissimo livello. Il punto, naturalmente, sarà capire quali saranno gli equilibri politici e le condizioni del momento. Oggi bisogna rispettare la sua scelta e il percorso personale che lo ha portato a compierla.

C’è anche una dimensione privata in questa decisione: Casini è diventato nonno.

È una fase nuova della vita, che merita di essere vissuta. Dopo decenni trascorsi tra impegni parlamentari, responsabilità politiche e scadenze istituzionali, è comprensibile che una persona voglia dedicare più tempo agli affetti. Ma, conoscendo Pier, so che continuerà a seguire la politica con attenzione. Quando hai vissuto così a lungo le istituzioni, non smetti semplicemente di interessartene. Cambia il modo di esserci, non necessariamente il legame con la vita pubblica.

Green deal e allanze, in Ue a dare le carte sarà ancora il Ppe. Le previsioni di Cattaneo

12 October 2026 at 14:58

Sta cambiando rapidamente il quadro: politico interno, internazionale, economico. Per questa ragione Manfred Weber ha riunito in queste ore il Ppe a Taormina per fare il punto della situazione, tra progetti da implementare (green, energia, difesa) e obiettivi (come la prossima commissione europea e le elezioni in Francia e Spagna). Non a caso al meeting siciliano sono presenti anche Ursula von der Leyen e Roberta Metsola. Formiche.net ne ha parlato con il deputato di Forza Italia Alessandro Cattaneo, reduce dalla tre giorni di lavoro a Milano promossa da Antonio Tajani.

ALESSANDRO CATTANEO

In vista del vertice di Taormina, ma soprattutto del 2029 come nuovo orizzonte per la Commissione europea di domani, quali sono le strategie del Ppe alla luce del mutevole scenario politico e geopolitico?

Il Ppe si candida autorevolmente, non da oggi, ad essere il baricentro concreto e pragmatico che tuteli i valori europei, rappresenti il ceto medio e quello produttivo, tenendo insieme la coesione europea all’interno di tutta la nostra area. Dico pragmatismo e concretezza perché, nelle ultime legislature europee, si è dovuta fare una mediazione continua con le altre forze, soprattutto socialiste e non di rado le posizioni sono state molto distanti, penso soprattutto all’epoca di Timmermans. Grazie al Ppe però sono state edulcorate, a mio avviso molto in meglio, alcune politiche. C’è ancora tanto da fare, però, penso a un ambientalismo che non abbia una visione fanatica ma che sia pragmatico e in cui le aziende siano alleate per trovare le soluzioni. Penso anche a interpretare i valori europei nella maniera più moderna e migliore possibile: insomma, sta a noi fare tutto ciò.

A proposito di ambientalismo, la data del 2034 verrà spostata in avanti? Quale l’idea del Ppe su questo elemento che sta portando tante preoccupazioni, soprattutto alle aziende dell’automotive?

Io credo che soprattutto sui temi dell’ambiente, la sinistra ha rischiato di farci deragliare secondo una visione che ha mortificato e mette ancor oggi in pericolo molte aziende che invece determinano il progresso della nostra Europea: questo va assolutamente modificato. Noi vogliamo che le tematiche ambientali siano al centro perché tutti sappiamo che il cambiamento climatico è una realtà e dobbiamo quindi ridurre le emissioni di CO2. Questo, ça va sans dire, è assolutamente il tema ed è una priorità anche per il Ppe. Però tutto ciò si si può perseguire sempre consapevoli che l’area europea emette circa il 7% degli inquinanti del mondo. Quindi noi dobbiamo fare la nostra parte ma, ahimè, non siamo determinanti.

Come procedere?

Dobbiamo insieme alle aziende lavorare sull’innovazione del prodotto e su cicli industriali che sappiano risparmiare energia utilizzarne di più verde. È un percorso che assolutamente stiamo facendo però dialogando con le imprese e coi lavoratori si vede che gli obiettivi sono troppo ambiziosi: io sono un ingegnere e so che in queste sfide di innovazione si possono avere accelerazioni o viceversa bisogna avere più pazienza per raggiungere certi obiettivi. Ma insomma l’area europea sta percorrendo tutto questo tragitto di evoluzione. Pensiamo al grande sviluppo delle rinnovabili: dobbiamo andare avanti ma aggiornare passo passo, senza fanatismi e soprattutto tutelando il nostro sistema industriale e difenderci dai grandi competitor come la Cina.

Un esempio di cooperazione positiva?

Il nuovo Regolamento Ue 2025/40 sugli imballaggi, l’esempio del packaging, dimostra che è stato fatto un grande lavoro anche da Forza Italia: significa che con applicazione e metodo siamo riusciti a modificare una legge che avrebbe condannato a morte una filiera italiana di grande valore.

La prossima sfida?

Le case green. La casa è storica priorità di Forza Italia: il parco case italiano ha delle specificità che gli altri Paesi non hanno. C’è una piccola proprietà molto più diffusa, quindi serve una difesa di una logica rispettosa dell’ambiente ma anche che in qualche modo possa incentivare un approccio non punitivo. Infatti stiamo pensando ai fondi messi a disposizione sul comparto energia che ci permetteranno di sforare di circa 7 miliardi di euro nella prossima manovra al fine di indirizzarli sul tema casa magari, con una nuova stagione più sostenibile ed equilibrata sugli ecobonus in edilizia.

Gli ultimi sondaggi dicono che se si votasse oggi sia in Spagna che in Francia, il centrodestra vincerebbe a mani basse. Il prossimo anno si voterà anche in Italia. Sta cambiando la cartina politica dei Paesi membri? E quale il ruolo del Ppe?

Ogni nazione ha dei suoi percorsi, uno diverso dall’altro. Noi come Forza Italia rivendichiamo la nascita del centrodestra ad opera di Berlusconi che ebbe tale intuizione nel 1994, inserendo il bipolarismo in Italia che non c’era. Da allora questa alleanza funziona perché non è un cartello elettorale, ma una squadra con identità simili che riescono a trovare una sintesi, anche alla luce della cultura di governo dei singoli partiti. Noi abbiamo anche provato nelle ultime elezioni europee ad allargare questa esperienza all’Europa: la Germania invece ha un altro tipo di esperienza con un baricentro al centro, però lì si sta consumando proprio in questi mesi la crisi di quell’impostazione. Io penso che possa essere invece un assetto capace di prendere sempre più il sopravvento. Ma in Italia abbiamo già provato i populismi a Palazzo Chigi con il Movimento Cinque Stelle. E gli italiani hanno visto che con quei populisti al governo i problemi non si risolvono ma si aggravano. E che sono delle illusioni quelle che vengono declamate in campagna elettorale rispetto poi a una incapacità di governare, con anche una logica dissennata sui conti pubblici: un’assistenza che diventa assistenzialismo, una visione di Paese che è populista ma direi anche qualunquista. Ed è quanto di più lontano dall’idea di PPe, di Forza Italia e del centrodestra.

Nino Galloni: Stato note e lavoro

11 October 2026 at 11:00

Federico Caffè insegnava che l’economia deve servire il lavoro, non la rendita; che la piena occupazione è un dovere dello Stato; che la finanza lasciata a sé stessa diventa un potere senza volto. Quarant’anni dopo, quelle idee tornano d’attualità. 🌍 Nello stretto di Hormuz si torna a colpire le navi e il Brent risale oltre i 100 dollari. 🔥 L’inflazione italiana sale al 4,2 per cento, trascinata da un’energia rincarata del 22 per cento. 🏦 La BCE alza i tassi e il decennale italiano tocca i rendimenti più alti del 2026. 🇪🇺 Bruxelles prepara il pacchetto di sanzioni più ampio dall’inizio della guerra e finanzia Kiev con nuovo debito comune. Chi paga il conto? Famiglie e imprese. Eppure gli italiani possiedono oltre 6.400 miliardi di ricchezza finanziaria, e il manifatturiero italiano torna a crescere. L’Italia potrebbe fare molto di più, partendo dallo stampare statonote e finanziare progetti risolutivi nella Sanità, nell’istruzione e nelle piccole e medie imprese di questo paese. Niente slogan: soluzioni praticabili, con i loro limiti. Ne parliamo con Nino Galloni, economista post-keynesiano, collaboratore di Federico Caffè, già funzionario del Ministero del Bilancio e della Programmazione economica e direttore generale al Ministero del Lavoro. Intervista a cura di Jeff Hoffman Affrontiamo insieme: 📖 Le idee di Federico Caffè e perché oggi fanno paura 💶 Le statonote: come funzionerebbero davvero e chi si opporrebbe 🧾 Moneta fiscale, crediti d’imposta e debiti della Pubblica amministrazione verso le imprese 🏭 La rinascita delle piccole e medie imprese italiane: credito, energia, filiere 🐷 I risparmi degli italiani: come tenerli in Italia prima che li drenino i grandi fondi ⚔ Sanzioni, guerre e Hormuz: quanto costano all’economia reale 🇮🇹 Quali margini di sovranità restano davvero all’Italia ▶ LE INTERVISTE PRECEDENTI CON NINO GALLONI Statonote e spazi di sovranità    • Statonote e spazi di sovranità   Crisi energetica, che ne sarà del fu Belpaese?    • Nino Galloni: crisi energetica, che ne sar…      • 🔴 NINO GALLONI: LA FINE DEL SISTEMA INFINI…   📚 I LIBRI DI NINO GALLONI ▫ Il superamento del capitalismo. Il mondo post-angloamericano. Oltre l’economia della moneta a debito, Arianna Editrice, 2025 (postfazione di Roberta Lasi) ▫ Economia quantistica, irrazionalità e coscienza, Byoblu, 2022 ▫ La rivolta delle coscienze. Siamo troppi, inutili e dannosi?, Byoblu, 2022 ▫ Il grande mutuo. Le ragioni profonde della prossima crisi finanziaria, Editori Riuniti, 2007 ▫ La moneta copernicana (con Marco Della Luna), Nexus Edizioni, 2008 ▫La Sicilia protagonista della rivoluzione sovranista costituzionale, Edizioni Arianna 🎯 SOSTIENI CASA DEL SOLE TV Casa del Sole TV è un progetto di giornalismo indipendente autofinanziato. Nessun editore, nessun partito. Per donazioni: IBAN: IT63P0326822300052392596590 Intestato a: La Casa del Sole Edizioni Causale: Donazione Casa del Sole TV Membership YouTube: 👉    / @casadelsoletvchannel   💠 Analista Multipolare €5/mese 💠 Inviato della Verità €15/mese 💠 Architetto del Futuro €25/mese 📖 I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN BRICS Scacco Matto (disponibile in italiano, inglese, russo) 🔔 Iscrivetevi al canale e attivate la campanella: è grazie a voi che siamo qui ogni sera. #NinoGalloni #FedericoCaffè #Statonote #MonetaFiscale #SovranitàMonetaria #Risparmio #PMI #PiccoleMedieImprese #MadeInItaly #Inflazione #BCE #Spread #Sanzioni #Hormuz #CrisiEnergetica #Italia #CasadelSoleTV #Multipolarismo 📖💶🏭🐷🇮🇹

L'articolo Nino Galloni: Stato note e lavoro proviene da Casa del Sole TV.

La pena di morte è una sconfitta della civiltà. Mons. Paglia rilancia l’appello di papa Leone

10 October 2026 at 15:07

La giustizia non può trasformarsi in vendetta, né la sicurezza collettiva diventare il pretesto per cancellare ogni possibilità di redenzione. È il confine su cui si misura la civiltà di una società, soprattutto quando la pena capitale torna a essere invocata come risposta al male. Le parole di Papa Leone, che definisce la pena di morte inammissibile perché lesiva dell’inviolabilità e della dignità della persona, riaprono una questione che riguarda il diritto, la cultura e la responsabilità della politica. Per monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, il richiamo del Pontefice è molto più di un’indicazione morale: è una direzione spirituale e culturale per un mondo che sembra avere smarrito il senso della fraternità.

Monsignor Paglia, il Papa ha ribadito che la pena di morte è inammissibile e che la tutela del bene comune può essere garantita senza ricorrere alla pena capitale. Che cosa ci dicono queste parole?

Sono parole sante, che disarmano dall’inutilità della vendetta e restituiscono la forza di difendere sempre la vita umana, anche quando è stata ferita e offesa. Il messaggio del Pontefice ci ricorda che la dignità della persona non può essere cancellata neppure dal crimine più grave. La giustizia deve certamente proteggere la società e tutelare le vittime, ma non può rinunciare alla propria umanità. Una società si difende davvero quando non replica alla violenza con un’altra violenza, ma sa affermare il valore della vita anche nelle situazioni più difficili.

Lei parla di inutilità della vendetta. Eppure, in molti Paesi, la pena capitale continua a essere presentata come una risposta efficace alla criminalità.

La vera legittima difesa della società è l’abolizione della pena di morte, come tanti hanno ormai compreso. Continuare a perseguirla e, peggio ancora, trasformarla in uno spettacolo è un segno di inciviltà barbarica. La giustizia non può diventare una rappresentazione pubblica della punizione, nella quale il dolore e la morte vengono esibiti per soddisfare la richiesta di una vendetta collettiva. Il compito delle istituzioni è proteggere i cittadini, impedire che i responsabili di reati gravi possano nuocere ancora e garantire la certezza della pena. Tutto questo è possibile senza sottrarre definitivamente a un essere umano ogni possibilità di redenzione.

Come spiega il ritorno di una simile richiesta di punizione estrema, spesso accompagnata da una forte esposizione mediatica?

Credo che questa sorta di impazzimento crudele del mondo derivi da un arretramento culturale e da un indebolimento della sensibilità umanistica. Prevale un individualismo che porta a credere che eliminare l’altro significhi salvare se stessi. È una convinzione profondamente sbagliata, perché ci fa dimenticare che siamo legati gli uni agli altri. L’altro non è semplicemente qualcuno da cui difendersi o un ostacolo da rimuovere: è una persona con cui condividiamo la stessa umanità. Dobbiamo riscoprire insieme l’indispensabilità della fraternità.

Lei cita anche la scienza, parlando dei legami che uniscono gli esseri umani. Che cosa intende?

La fisica quantistica ci ha abituato a riflettere su una realtà nella quale le relazioni hanno un’importanza fondamentale. Naturalmente, non si tratta di trasformare una teoria scientifica in una dimostrazione automatica di un principio morale. Ma quella riflessione può aiutarci a comprendere quanto sia illusoria l’idea di individui completamente separati gli uni dagli altri. La fraternità deve diventare una scelta politica, spirituale e religiosa. Non possiamo limitarci a riconoscere a parole che siamo legati: dobbiamo tradurre questa consapevolezza nelle istituzioni, nelle leggi e nei comportamenti. L’eliminazione dell’altro è, in fondo, un suicidio anche di se stessi, perché ferisce il tessuto umano sul quale si regge la convivenza.

La spettacolarizzazione della pena capitale rende ancora più grave questa deriva?

Certamente. L’eliminazione dell’altro è un’assoluta insensatezza, che diventa colpa e raddoppia la propria colpa quando viene trasformata in spettacolo. C’è una differenza profonda tra amministrare la giustizia e mettere in scena la morte. Nel secondo caso, la sofferenza viene utilizzata per alimentare emozioni collettive, anziché interrogare le coscienze. Si finisce così per smarrire anche il senso della responsabilità. Una comunità non diventa più sicura perché impara a desiderare la morte di chi ha commesso un delitto; diventa più fragile quando perde la capacità di distinguere la giustizia dalla vendetta.

Il monito del Papa sembra rivolgersi anche alla politica, oltre che alle coscienze individuali. Lei che idea si è fatto?

Assolutamente. Si stanno offuscando verità che un tempo apparivano persino elementari. Viviamo un tempo senza visioni, nel quale l’unica attenzione sembra essere rivolta a se stessi e alla difesa del proprio spazio individuale. In questo contesto, le parole del Papa indicano una direzione spirituale, culturale e anche politica. Non riguardano soltanto i credenti, ma tutti coloro che hanno a cuore la dignità umana e il futuro delle nostre società. La fraternità non è un sentimento astratto: è il fondamento di una convivenza nella quale nessuno può essere considerato definitivamente perduto. È questa la sfida che abbiamo davanti: ricostruire una cultura capace di difendere la vita senza eccezioni e di non confondere mai la forza della giustizia con la crudeltà della vendetta.

Realtà su ordinazione

10 October 2026 at 11:00
🧠 Sabato siamo partiti dal volo Flydubai e dall’«11 settembre sventato» evocato da Netanyahu: come si costruisce un racconto prima dei fatti. Stasera scendiamo un livello più in profondità: perché la nostra mente accetta anche ciò che non è vero, e che cosa accade quando la storia viene riscritta dal potere mentre accade. Ne parliamo con con Stefano Re, criminologo, saggista ed esperto di metacomunicazione, autore di «Mindfucking», e con Roberto Quaglia, scrittore e saggista, autore de «Il mito dell’11 settembre» e de «Il fondamentalismo hollywoodista». Affrontiamo insieme: ✈ Il volo Flydubai una settimana dopo: che cosa resta del racconto quando le conferme non arrivano 🔁 Ripetere per convincere: l’effetto verità illusoria 🧩 Perché le smentite non cancellano la prima versione ⚖ Dissonanza cognitiva: quando i fatti contraddicono ciò in cui crediamo 👥 Credere per appartenere: conformismo e spirale del silenzio 📜 La storia riscritta: Il popolo palestinese che «non esiste» 🕊 Il paradosso della memoria distorta 🛡 Come difendersi, anche dalle contro-narrazioni 📚 I LIBRI DEGLI OSPITI Stefano Re LaScienzah. Quando la scienza si trasforma in fanatismo religioso, Arianna Editrice, 2025 Mindfucking. Dai manuali segreti della CIA al marketing, le tecniche di condizionamento mentale, Arianna Editrice, 2024 (edizione ampliata) Roberto Quaglia Guerra e pace e zombi. Democrazia totalitaria contro mondo multipolare, Youcanprint, 2025 Hollywoodism. The Invisible Ideology, Youcanprint, 2025 Il fondamentalismo hollywoodista. Viaggio in Iran alla scoperta dell’invisibile ideologia dell’Occidente, Youcanprint, 2020 Il mito dell’11 settembre. I versetti satanici della democrazia occidentale, Youcanprint, 2020 🎯 SOSTIENI CASA DEL SOLE TV Casa del Sole TV è un progetto di giornalismo indipendente autofinanziato. Nessun editore, nessun partito. Per donazioni: IBAN: IT63P0326822300052392596590 Intestato a: La Casa del Sole Edizioni Causale: Donazione Casa del Sole TV Membership YouTube: 👉 https://www.youtube.com/@CasadelSoleT… 💠 Analista Multipolare €5/mese 💠 Inviato della Verità €15/mese 💠 Architetto del Futuro €25/mese 📖 I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN BRICS Scacco Matto (disponibile in italiano, inglese, russo) ▶ LA PRIMA PUNTATA Re e Quaglia: il volo Flydubai e l’11 settembre https://www.youtube.com/watch?v=SzUsh… ▶ PRECEDENTI CONVERSAZIONI Stefano Re: giornalismo, metacomunicazione e percezione della realtà https://casadelsole.tv/stefano-re-gio… Stefano Re, Federico Greco: codice Epstein, dal metalinguaggio all’analfabetismo indotto https://casadelsole.tv/stefano-re-fed… 🔔 Iscrivetevi al canale e attivate la campanella: è grazie a voi che siamo qui ogni sera. #StefanoRe #RobertoQuaglia #Propaganda #Narrazioni #GuerraCognitiva #Flydubai #11Settembre #Netanyahu #Gaza #Palestina #Sionismo #Antisionismo #NetureiKarta #Satmar #Metacomunicazione #Psicologia #Disinformazione #CasaDelSoleTV #Multipolarismo 🧠📜🕊✡📡
 
 
 
 
Come è stato realizzato

L'articolo Realtà su ordinazione proviene da Casa del Sole TV.

La legge elettorale e i nuovi equilibri del potere. Cosa cambia secondo Castellani (Luiss)

10 October 2026 at 08:55

C’è una politica che cerca di darsi nuove regole e un’altra che, quando le regole non bastano più, rivendica il diritto di superarle. È dentro questa tensione che si muove il dibattito italiano sulla legge elettorale, ma anche una trasformazione più profonda degli equilibri di potere. Il voto sulla nuova architettura elettorale riapre la partita delle alleanze, ridisegna le convenienze dei leader e lascia sullo sfondo la questione decisiva: quanto contano le regole quando la politica deve misurarsi con emergenze economiche, guerre e instabilità internazionale? Per Lorenzo Castellani, politologo e docente alla Luiss, la nuova legge elettorale non va letta soltanto come uno strumento per stabilire chi governerà. È anche il prodotto di un’impasse istituzionale più ampia, nella quale l’incapacità di realizzare riforme strutturali spinge a intervenire sui meccanismi del consenso. Una riflessione che si salda ai temi del suo ultimo libro, Riserva di carica. La ragion di Stato e il fondamento del potere, pubblicato da Liberilibri: un’indagine sul ritorno della necessità politica e sul rischio che l’eccezione diventi la nuova normalità.

Castellani, partiamo dalla legge elettorale. È una riforma capace di dare stabilità al sistema oppure è possibile che si rivelerà controproducente come sostiene l’opposizione?

Non sono negativo sul nuovo impianto. È una legge elettorale flessibile: se uno dei due poli arriva al 42%, può garantire un vincitore con una maggioranza stabile; se invece non emerge una maggioranza dalle urne, resta spazio per gli accordi parlamentari. Non è necessariamente un difetto. Il sistema lascia aperti diversi scenari e non impone un esito predeterminato.

Le critiche riguardano anche la parità di genere e il rischio di una legge costruita su misura per il centrodestra. Sono obiezioni fondate?

Non condivido la critica sulla parità di genere: la previsione consente di avere metà dei capilista uomini e metà donne. Quanto al centrodestra, non credo sia una legge confezionata per favorirlo. La dinamica delle coalizioni sarebbe stata presente anche con la legge precedente. E il premio può andare anche al centrosinistra, se sarà quest’ultimo a conquistare le condizioni per ottenerlo. Non vedo, quindi, un meccanismo che assegni in partenza la vittoria a una parte.

La partita sembra comunque ruotare intorno a Giorgia Meloni. Che cosa ci dice questa riforma sul suo ruolo nel centrodestra?

Il messaggio è chiaro: Meloni è la leader riconosciuta del centrodestra. Dopo quattro anni di governo, e nonostante la sconfitta al referendum sulla giustizia, conserva una presa politica che non era scontata. La legge le offre margini per valutare le diverse opzioni: decidere se aprire a Roberto Vannacci, capire quali equilibri si determineranno nel campo avversario e osservare come si muoveranno gli altri protagonisti. Non è costretta a sciogliere subito tutti i nodi.

Vannacci, alla luce di questa nuova legge elettorale, che ruolo assume?

Bisogna capire se quel 6-7% sia una quota destinata a crescere oppure un consenso che, pur non aumentando, può risultare decisivo per vincere. Se Fratelli d’Italia resta intorno al 27%, la gestione di Vannacci non è necessariamente difficile. Se invece la sua crescita dovesse arrestarsi, Meloni avrebbe maggiore libertà di scelta: potrebbe decidere più agevolmente se tenerlo dentro la coalizione o lasciarlo fuori. Molto dipenderà anche da ciò che accadrà dall’altra parte.

In che senso?

Se il riferimento del centrosinistra dovesse diventare Giuseppe Conte, si aprirebbe una dinamica interessante anche sul piano delle relazioni internazionali e della collocazione politica. Conte e Vannacci hanno entrambi posizioni che possono essere definite filorusse, pur partendo da percorsi e culture differenti. Questo potrebbe rendere meno semplice per il centrosinistra trasformare la politica estera in una linea di divisione netta rispetto al centrodestra. E al contempo Conte sdoganerebbe Vannacci all’interno di un’eventuale coalizione di governo di centrodestra.

Secondo lei con l’approvazione della legge elettorale si è allungata la legislatura?

È possibile che sposti in avanti la prospettiva della fine della legislatura. Ma non bisogna attribuire tutto alla legge elettorale. Le variabili decisive saranno l’andamento dell’economia, l’inflazione e le condizioni internazionali. Un governo può avere una maggiore convenienza a proseguire il proprio percorso, ma deve fare i conti con la realtà economica e con gli eventi esterni.

Dal confronto elettorale al quadro internazionale. Nel suo ultimo libro, Riserva di carica. La ragion di Stato e il fondamento del potere, sostiene che stiamo entrando in una fase nella quale il potere politico rivendicherà maggiore libertà d’azione. Che cosa è cambiato?

Per molto tempo abbiamo pensato che la politica potesse essere addomesticata da due forze: da un lato il mercato, dall’altro il sistema dei diritti. L’idea era che la competizione economica e le garanzie giuridiche potessero contenere la discrezionalità dei governanti. Ma il ritorno delle guerre, le pressioni migratorie e le emergenze economiche ed energetiche stanno cambiando il quadro. I governi saranno sempre più portati a utilizzare strumenti eccezionali, a derogare alle prassi ordinarie, a cercare di superare il filtro dei giudici e a ricorrere a una legislazione più assertiva, più direttamente legata alle proprie priorità politiche.

Il rischio è che l’emergenza diventi una giustificazione permanente?

Esattamente. Quando le emergenze si moltiplicano, la tentazione è quella di considerare l’eccezione come una modalità ordinaria di governo. Il potere cerca di liberarsi dai vincoli che rallentano le decisioni e di intervenire con maggiore rapidità. Ma il problema è capire dove si arresti questa discrezionalità. In nome della ragion di Stato si possono assumere decisioni necessarie, ma si può anche concentrare un potere eccessivo nelle mani di chi governa.

Che cosa può impedire questa deriva?

La capacità del leader di autocontrollarsi. Nel libro richiamo figure come Charles de Gaulle e Winston Churchill, che si trovarono a governare in contesti straordinari e dovettero misurarsi con il rapporto tra autorità, responsabilità e necessità politica. Non basta che un leader abbia la possibilità di decidere: conta il modo in cui esercita quel potere, la consapevolezza dei suoi limiti e la capacità di distinguere l’interesse dello Stato dalla convenienza contingente del governo.

Questa nuova stagione può portare i governi a entrare in conflitto anche con le corti costituzionali e con il potere giudiziario?

È uno scenario possibile, e in diversi contesti vediamo già tensioni di questo tipo. In nome dell’eccezionalità dei fenomeni, alcune leadership cercheranno di rivendicare decisioni più forti, anche in contrasto con pronunce delle corti, sostenendo che le procedure ordinarie non siano sufficienti a risolvere i problemi. Il punto è che la ragion di Stato non può diventare una formula magica con cui sottrarsi a ogni controllo. Più aumenta la discrezionalità politica, più diventa importante interrogarsi sui limiti e sulle responsabilità di chi la esercita.

Nel libro la metafora della “riserva di carica” richiama una forza che resta nascosta finché non arriva il momento di utilizzarla. È questa la condizione degli Stati contemporanei?

La metafora indica proprio la capacità dello Stato di attingere a una riserva di potere quando la vita politica ordinaria entra in crisi. La guerra è il fattore che più potentemente attiva questa dimensione, ma non è l’unico. Anche le minacce ibride, gli attacchi alle infrastrutture, le operazioni d’influenza e le crisi della sicurezza possono spingere i governi a rivendicare strumenti straordinari. Il problema è che una riserva pensata per le situazioni eccezionali può finire per essere utilizzata sempre più spesso.

Qual è, allora, la sfida per l’Europa?

Gli europei devono tornare a ragionare anche attraverso queste categorie, senza rimuovere il problema del potere e della sicurezza. Per molto tempo abbiamo pensato che il diritto e le istituzioni fossero sufficienti a governare ogni crisi. Oggi dobbiamo riconoscere che esistono situazioni nelle quali la politica rivendica margini di autonomia più ampi. Ma riconoscere questa realtà non significa rinunciare allo Stato di diritto. La sfida è trovare un equilibrio tra la capacità di decidere e la necessità di impedire che l’eccezione diventi la regola.

❌