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Caro carburante, Alemanno cacciato dal presidio di Cerignola: “Non fate passerelle sulla nostra pelle”

19 October 2026 at 18:16

Al casello di Cerignola Est, sulla A16, la protesta contro il caro carburante e la crisi dell’agricoltura ha un confine preciso: quello che separa la solidarietà dalla passerella politica. E quando Gianni Alemanno, ex ministro dell’Agricoltura ed esponente di Futuro Nazionale, si presenta al presidio allestito nei pressi della stazione Eni, quel confine diventa una linea invalicabile. Ad accoglierlo non ci sono strette di mano e applausi, ma contestazioni, voci concitate e un invito inequivocabile ad andarsene, rivolto a lui e ai suoi collaboratori. A guidare la protesta è Vincenzo Pinnelli, promotore e leader del presidio cerignolano. Gli agricoltori e gli autotrasportatori sono lì da giorni, con le loro rivendicazioni e una rabbia che non ha bisogno di megafoni per farsi sentire.

“Sapevamo che sarebbero arrivati alcuni politici a fare passerella. Vogliono utilizzare la nostra battaglia per la campagna elettorale, ma i problemi sono altri”, spiega Pinnelli, ricostruendo quanto accaduto. La visita di Alemanno, racconta, era stata preannunciata. “Non ci interessava particolarmente, ma non cacciamo nessuno. Gli accordi, però con tutti, Alemanno compreso, sono chiari: niente dirette televisive e niente conferenze stampa. Quando è arrivato, sono spuntati una decina di microfoni e telecamere, con giornalisti che in dieci giorni di protesta non avevamo mai visto. Ci siamo innervositi e abbiamo reagito“.

Nel confronto, il leader del presidio non ha usato mezzi termini: “A tutti i politici: non marciate sul sangue nostro a venirvi a fare la campagna elettorale. Qui a Cerignola e in tutta la Capitanta non siete ben accetti. Voi non siete nessuno, siete nostri dipendenti“. Una frase che riassume il sentimento di chi, davanti ai costi che divorano i margini delle aziende e a un futuro sempre più incerto, non vuole diventare lo sfondo di una campagna elettorale.

Attorno a lui, altri manifestanti contestano l’ex sindaco di Roma ora nelle fila del generale Vannacci, scandendo parole che suonano come un avvertimento a tutta la politica: “Tu ora vieni perché ci sono le elezioni e pensi agli autotrasportatori – spiega con tono deciso un altro autotrasportatore presente nell’area di servizio di Cerignola – non hai capito che te ne devi andare da qua. Non vi permettiamo di farlo sulla nostra pelle, sulla nostra crisi e sui nostri sacrifici. I comizi fateli dall’altra parte dove siete abituati a ventilare promesse. Qui non vi cacciamo ma non saremo il vostro sfondo per le dirette televisive“.

E il bersaglio, precisa Pinnelli, non è soltanto una parte politica. “Anche le passerelle dentro le sedi di partito, di destra e sinistra, non aiutano la nostra battaglia. A oggi nessuno di quelli che siedono in Parlamento ha saputo dare risposte al settore”. A Cerignola, dunque, il messaggio è bipartisan: la protesta non è in cerca di padrini, ma di soluzioni. E chi arriva per trasformarla in una vetrina rischia di trovare la porta chiusa. Anche se si chiama Gianni Alemanno o Roberto Vannacci.

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Il caro gasolio ferma i camion, il pane sta finendo e il contadino foggiano torna all’asino: la protesta bussa a Roma

17 October 2026 at 18:46

Se il futuro dell’agricoltura italiana ha quattro zampe e si chiama Susy, forse il problema non è l’asino. È quanto costa far partire un trattore. Al casello dell’A14, dove da lunedì 12 ottobre agricoltori, olivicoltori e autotrasportatori presidiano la strada contro il caro carburante, la protesta assume i contorni di un ritorno al passato. Claudio Delia, agricoltore di San Marco in Lamis e titolare di un’azienda a Lesina, accompagna il suo asinello e indica il paradosso di una terra che non riesce più a permettersi i mezzi per coltivarla. “La nostra agricoltura è al collasso. Forse lei sarà il nostro futuro”, dice guardando Susy. “Cinquant’anni fa l’asino era indispensabile nei campi. Oggi rischia di tornare a esserlo perché non riusciamo più a sostenere i costi della tecnologia. Il gasolio costa troppo, tutto è aumentato”.

Non è nostalgia contadina: è il conto economico di aziende che rischiano di fermarsi. Mentre si invoca l’agricoltura 4.0, chi produce cibo teme di non riuscire più a pagare il carburante necessario per raccoglierlo. Pochi chilometri più in là, a Candela, torna in scena Maja, il cavallo di Massimiliano Accetturo. Da agosto il giardiniere ha lasciato l’auto a casa per spostarsi a cavallo, trasformando una provocazione contro i prezzi della benzina in un gesto quotidiano di protesta. Ora Maja è diventato uno dei simboli della mobilitazione nei piccoli comuni, accanto agli autotrasportatori e agli agricoltori che presidiano il casello da quasi una settimana.

Qui, nella mattinata, la tensione è salita quando un autotrasportatore ha tentato di oltrepassare il blocco, rischiando di investire alcuni manifestanti. La protesta non cancella il conflitto con chi deve lavorare e non vuole aderire agli scioperi: a Lucera, intanto, a un’autocisterna sono state forate le ruote e non si sarebbe trovato un gommista disponibile a ripararle. La crisi, però, non resta ai margini dell’autostrada. Entra nei negozi, raggiunge i frigoriferi e arriva fino ai forni. Al Conad di Lucera gli scaffali sono semivuoti: pesce, carne e frutta non arrivano da giorni, mentre scarseggiano i prodotti freschi da banco frigo. Anche i distributori di carburante sono a secco in diverse località interessate dalle difficoltà di approvvigionamento.

E il pane rischia di diventare il prossimo problema. Antonio, fornaio da tre generazioni, mostra il limite oltre il quale non si può andare: “La farina basta fino a domani. Lunedì saremo costretti a bloccare la produzione di pane e derivati”. Quando si ferma il trasporto, la protesta smette di essere una vertenza di categoria e diventa una questione quotidiana per tutti. A Cerignola, venerdì erano circa cinquemila le persone scese in piazza contro il caro benzina, con il vescovo Fabio Ciollaro in mezzo ai manifestanti. Sabato a Poggio Imperiale arrivano sindaci e amministratori, insieme al presidente della Provincia di Foggia, Giuseppe Nobiletti. “Siamo al fianco dei nostri produttori, dei nostri agricoltori, di tutto il comparto in sofferenza”, dice. “Roma deve fare la sua parte e anche la Regione”. Rocco Romagnolo, del Comitato olivicoltori di Carpino, rilancia: “Le aziende agricole sono al collasso. Stiamo pensando di recarci a Roma per farci sentire da chi governa davvero le nostre vite”.

La sensazione, tra i presidi, è che i piccoli comuni siano rimasti soli a gestire un’emergenza che a livello nazionale fatica a trovare spazio. Nicandro Vigilante, rappresentante degli autotrasportatori, mette sul tavolo due richieste in una surreale telefonata al ministro Matteo Salvini che va in scena in viva voce al centro della folla dei manifestanti. Partecipare direttamente agli incontri istituzionali, senza essere rappresentati da sigle sindacali, e riconoscere il carburante professionale come bene di primaria necessità è la richiesta senza ma e senza se. “Fare il pieno a uno dei nostri mezzi oggi costa 2.500 euro. Nella migliore delle ipotesi percorriamo circa 2.500 chilometri. Un veicolo industriale ne fa 15-20mila al mese: il carburante supera i due terzi del costo del trasporto. Non riusciamo più a sostenerlo”.

Dall’altra parte del telefono arriva la promessa di provare a organizzare un incontro: “Mi faccio dare un nome dai siciliani, un nome dai calabresi, due nomi dai pugliesi e facciamo una roba del genere – spiega Salvini – Io ho appuntamento in prefettura martedì mattina alle 10, per un tavolo tecnico istituzionale formale dopo convocherò un altro incontro con voi”. La formula è prudente, la risposta non chiude la partita. Per i manifestanti, però, il punto è esserci: non soltanto essere ascoltati, ma sedere al tavolo dove si decide. Intanto i motori restano fermi e la voce non si abbassa. Tra Candela e Poggio Imperiale, Maja e Susy raccontano meglio di molti discorsi la contraddizione di queste campagne: mentre la politica parla di innovazione e competitività, chi trasporta merci e coltiva la terra rischia di tornare a cavallo o a dorso d’asino. Non per scelta ecologica, ma perché il progresso, senza un prezzo sostenibile, diventa un lusso. E quando manca il gasolio, insieme ai camion possono fermarsi anche il pane, i supermercati e un pezzo di economia italiana.

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La protesta del mondo agricolo contro il caro gasolio alle porte d’ingresso della Puglia: “L’Italia rischia di fare la fame, nessuno ci ascolta”

15 October 2026 at 14:48

Il rumore dei motori, qui, ha lasciato il posto al silenzio dei camion fermi. Al casello autostradale di Candela, porta d’ingresso e d’uscita della Puglia, il traffico si è trasformato in una lunga attesa. I tir sono parcheggiati uno accanto all’altro, gli autotrasportatori si radunano a discutere, gli agricoltori raccontano conti che non tornano più. Sono trascorsi circa cinque giorni dall’inizio della protesta e la sensazione, tra chi presidia le strade, è che questa volta non si possa semplicemente aspettare che passi la tempesta.

“Non chiediamo l’elemosina, ma dignità”, è il grido che accompagna la mobilitazione di autotrasportatori, olivicoltori, agricoltori, armatori e ambulanti della provincia di Foggia. Una protesta che nasce dal caro carburante, ma che affonda le radici in una crisi più profonda: produrre costa sempre di più, vendere rende sempre meno. E quando il lavoro non basta a pagare le spese, fermarsi diventa, paradossalmente, l’unico modo per provare a sopravvivere.

Il casello di Candela è uno dei punti simbolo di questa battaglia. Non soltanto perché rappresenta un nodo strategico per chi trasporta merci da e verso la Puglia, ma perché qui si incontrano due mondi che da tempo condividono lo stesso problema: il costo crescente di ogni giornata di lavoro. Da una parte i camionisti, schiacciati dal prezzo del gasolio e dai pedaggi autostradali; dall’altra gli agricoltori, alle prese con carburanti, concimi, lavorazioni e raccolti che spesso non garantiscono neppure il recupero delle spese.

“Tra un po’ non riusciremo neanche a mettere a tavola un piatto”, racconta Leonardo Di Stefano, imprenditore agricolo. La sua non è soltanto una lamentela sul prezzo del gasolio. È il ritratto di un settore che si sente stretto tra costi in salita e ricavi in caduta libera. “Il costo di una cisterna di gasolio è triplicato, mentre si dimezza il prezzo che ci viene corrisposto per il prodotto agricolo. La cosa più amara è che fanno finta che questa protesta non esista. Non parla nessuno, né le tv nazionali né i giornali. Siamo soli, noi e la nostra protesta”.

Il punto più doloroso, per molti olivicoltori, è l’olio extravergine della scorsa annata. Nei frantoi sono stati lavorati e stoccati ettolitri di prodotto, frutto di mesi di fatica, di raccolta e di investimenti. Un patrimonio agricolo che adesso rischia di trasformarsi in un peso. Il prezzo è sceso vertiginosamente e piazzare le scorte sul mercato è diventato sempre più difficile. Il risultato è un paradosso che in queste campagne si conosce bene: si produce un alimento prezioso, si sostiene il costo di tutte le lavorazioni necessarie, ma poi non si riesce a venderlo a condizioni economicamente sostenibili. Le cisterne sono piene, i magazzini custodiscono il lavoro di un’intera stagione e i conti restano in rosso. L’olio diventa così il manifesto di una crisi che non riguarda soltanto chi possiede un uliveto. Quando il produttore non riesce a recuperare i costi, si indebolisce una filiera fatta di frantoi, trasportatori, commercianti e lavoratori. E quando questa filiera si ferma, le conseguenze arrivano molto più lontano dei confini di un’azienda agricola.

La rabbia, intanto, si sposta lungo le strade della Capitanata. I presidi interessano anche i varchi di Poggio Imperiale, sull’A14, Cerignola, dove la protesta ha coinvolto anche tratti urbani, e Foggia, nella zona del Green Park. Altri punti di mobilitazione sono stati segnalati sulla Statale 17, nell’agro di Lucera, nell’area di servizio La Torre Petroli, al bivio di Ripalta sulla Statale 16 e agli accessi di Manfredonia. Una geografia di camion, trattori e mezzi da lavoro che racconta la dimensione territoriale della protesta. A Poggio Imperiale, alcuni olivicoltori sono arrivati dal Gargano settentrionale percorrendo circa cinquanta chilometri sui trattori. Un viaggio che, più che una manifestazione, somiglia a una richiesta di soccorso. L’appello rivolto ai cittadini, ai lavoratori, ai giovani, alle famiglie e soprattutto ai sindaci del Gargano è quello di non lasciare soli i manifestanti. “Quando muore l’agricoltura, muore un pezzo del nostro territorio”, è il messaggio che accompagna la mobilitazione.

A Cerignola, tir e furgoni hanno attraversato il corso principale della città, portando la protesta nel cuore della vita quotidiana. E proprio qui emerge una contraddizione difficile da ignorare: chi manifesta chiede attenzione per un sistema produttivo in difficoltà, ma il blocco delle merci finisce inevitabilmente per coinvolgere anche cittadini e attività commerciali. La protesta, infatti, comincia a produrre effetti concreti sulla vita di tutti i giorni. Le difficoltà nei rifornimenti stanno facendo scarseggiare il carburante in diverse stazioni di servizio, mentre nei supermercati iniziano a mancare alcuni prodotti: è il punto in cui la crisi di una categoria diventa un problema collettivo.

“Ieri, per fare benzina, ho dovuto affrontare una coda di tre chilometri e mezzo. Sembrava scoppiata la guerra”, racconta un automobilista. “Ma, nonostante questo, siamo vicini alla protesta, perché anche noi, con questo caro carburante, siamo messi alle strette”. Una testimonianza che restituisce il clima di queste ore. La rabbia non è soltanto quella di chi ha lasciato il camion nel piazzale o il trattore ai margini della carreggiata. È anche quella di chi deve usare l’automobile per andare al lavoro, accompagnare i figli o raggiungere un ospedale e si ritrova a fare i conti con il prezzo dei rifornimenti. La solidarietà convive con il disagio, mentre cresce il timore che la situazione possa aggravarsi se non arriveranno risposte.

Per gli autotrasportatori, la scelta di tenere fermi i mezzi è diventata una questione di convenienza economica. In alcuni casi, lavorare significa spendere più di quanto si riesca a guadagnare. Pasquale Spinetti, autotrasportatore, non usa giri di parole: “Oggi conviene mantenere fermo il camion invece di muoversi”. La sua richiesta è rivolta direttamente al governo: “Vogliamo andare a Roma per spiegare alla presidente Meloni che il bollo auto tolto non serve a nulla se non possiamo manco prenderla l’auto. Per noi autotrasportatori è un vero delirio, sono aumentati tutti i costi. Oltre al carburante, anche l’autostrada ogni anno è sempre più cara, per un servizio spesso vergognoso. Questa situazione è per noi la morte e se noi moriamo l’Italia fa la fame”.

Le rivendicazioni degli organizzatori riguardano i costi minimi di sicurezza, un tetto massimo al prezzo del gasolio specifico per la categoria, la riduzione dei pedaggi autostradali, maggiore flessibilità nell’applicazione delle norme del Codice della strada e lo sblocco immediato del credito destinato agli autotrasportatori per il 2026. Non una sola misura, dunque, ma una serie di interventi che, secondo i manifestanti, dovrebbero impedire alle imprese di continuare a lavorare in perdita. La richiesta degli agricoltori è altrettanto urgente: riportare al centro il valore del prodotto, contrastare la svalutazione delle produzioni e garantire condizioni che consentano alle aziende di recuperare almeno i costi sostenuti.

C’è, però, un’altra questione che torna continuamente nelle conversazioni ai bordi della strada. È quella del silenzio mediatico. Tra i manifestanti prevale la convinzione che la protesta non abbia ricevuto l’attenzione che merita, soprattutto sulle principali reti televisive nazionali, accusate dai partecipanti di non aver dato sufficiente spazio a una mobilitazione che sta interessando diversi punti nevralgici della provincia e che rischia di incidere sulla distribuzione delle merci. “Siamo qui da giorni, ma sembra che non esistiamo”, è il sentimento che accomuna molti dei presenti. Una denuncia che non riguarda soltanto la visibilità della protesta, ma il timore di restare senza interlocutori. Se nessuno racconta quello che accade, sostengono i manifestanti, il rischio è che le loro richieste restino confinate alle strade bloccate della Capitanata. La mobilitazione, tuttavia, non è priva di tensioni. In alcuni casi si sono verificati contrasti con chi non intendeva aderire al blocco, compresi automobilisti e conducenti di mezzi pesanti. Sono stati segnalati episodi di danneggiamento, tra cui le gomme forate di un camion, e un tir colpito da pietre lanciate da un cavalcavia. Episodi che non rappresentano il senso delle rivendicazioni, ma che mostrano quanto sia delicato un presidio capace di condizionare la circolazione e la vita economica del territorio.

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