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How United Airlines became a link in Israel’s weapons supply chain

4 October 2026 at 20:09

United Airlines has been sending military hardware to Israel on passenger flights, right under your feet.

A new report from the People’s Embargo for Palestine, the Palestinian Youth Movement, and others documents 2,761 shipments of military cargo to Israeli weapons manufacturers and military institutions, including Elbit Systems, Lockheed Martin Israel, Nevatim Airbase, and the Israeli Ministry of Defense. Belal Elsiesy, organizer with the PYM and the People’s Arms Embargo, joins Zoe Alexandra to break down the findings.

With cargo including F-35 bomb release units used to drop 2,000-pound bombs on Gaza, Merkava tank sights, and “hunter-killer” machine gunner sights destined for Elbit, Elsiesy argues civilian airports are a critical point of intervention. He also discusses what’s behind Elbit’s US rebrand as 26 Defense, how campaigns against Maersk and FedEx have targeted the weak links in Israel’s weapons supply chain, and why the airline’s silence on the #NoWeaponsOnUnited campaign is a good reason to act now.

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🔴 NINO GALLONI: LA FINE DEL SISTEMA INFINITO DELLA CREAZIONE DELLA MONETA

4 October 2026 at 17:35

Dal 2008 in poi le banche centrali hanno inondato il mondo di liquidità: salvataggi bancari, acquisti di titoli, debito pubblico finanziato a tassi vicini allo zero. Oggi lo scenario si rovescia. L’inflazione italiana sale al 4,2 per cento, trascinata da un’energia che costa il 22 per cento in più di un anno fa. Il gasolio supera i 2,30 euro al litro, il petrolio oscilla attorno ai 100 dollari sotto il peso della crisi di Hormuz, e la BCE risponde alzando i tassi per la seconda volta quest’anno. Mentre l’Occidente stringe il credito, i BRICS e il Sud globale accumulano oro e costruiscono canali di pagamento che aggirano il dollaro. Fino a quando potrà reggere un sistema fondato sulla creazione illimitata di moneta? E chi pagherà il conto quando la macchina si fermerà? Dalla politica monetaria ai ricordi di chi ha visto da dentro lo smantellamento della programmazione economica italiana. Ne parliamo con Nino Galloni, economista post-keynesiano, collaboratore di Federico Caffè, già funzionario del Ministero del Bilancio e della Programmazione economica e direttore generale al Ministero del Lavoro. Intervista a cura di Jeff Hoffman Affrontiamo insieme: 🖨 Banche centrali e creazione di moneta: quanto può durare ancora? 🏦 La BCE alza i tassi contro un’inflazione da energia: medicina giusta o errore? ⛽ Carburanti, bollette e inflazione: chi incassa mentre noi paghiamo 💵 Dollaro, oro e debito americano: il tramonto di una valuta di riserva 🌍 BRICS e Sud globale: l’architettura del mondo multipolare 📚 Federico Caffè, il maestro scomparso, e il prezzo della coerenza 🏛 La chiusura del Ministero del Bilancio: quando l’Italia ha smesso di programmare 📜 La Carta di Roma, le tesi del 2008 e il confronto con Washington 🇮🇹🇪🇺 Italia ed Europa: esiste una via d’uscita dalla subalternità? 📚 I LIBRI DI NINO GALLONI ▫ Il superamento del capitalismo. Il mondo post-angloamericano. Oltre l’economia della moneta a debito, Arianna Editrice, 2025 (postfazione di Roberta Lasi) ▫ Economia quantistica, irrazionalità e coscienza, Byoblu, 2022 ▫ La rivolta delle coscienze. Siamo troppi, inutili e dannosi?, Byoblu, 2022 ▫ Il grande mutuo. Le ragioni profonde della prossima crisi finanziaria, Editori Riuniti, 2007 ▫ La moneta copernicana (con Marco Della Luna), Nexus Edizioni, 2008 ▫La Sicilia protagonista della rivoluzione sovranista costituzionale, Edizioni Arianna ▶ LE INTERVISTE PRECEDENTI Crisi energetica, che ne sarà del fu Belpaese?    • Nino Galloni: crisi energetica, che ne sar…   Statonote e spazi di sovranità    • Statonote e spazi di sovranità   Dedollarizzazione controllata    • 🚨NINO GALLONI DEDOLLARIZZAZIONE CONTROLLATA   🎯 SOSTIENI CASA DEL SOLE TV Casa del Sole TV è un progetto di giornalismo indipendente autofinanziato. Nessun editore, nessun partito. Per donazioni: IBAN: IT63P0326822300052392596590 Intestato a: La Casa del Sole Edizioni Causale: Donazione Casa del Sole TV Membership YouTube: 👉    / @casadelsoletvchannel   💠 Analista Multipolare €5/mese 💠 Inviato della Verità €15/mese 💠 Architetto del Futuro €25/mese 📖 I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN BRICS Scacco Matto (disponibile in italiano, inglese, russo) 🔔 Iscrivetevi al canale e attivate la campanella: è grazie a voi che siamo qui ogni sera. #NinoGalloni #FedericoCaffè #BancheCentrali #BCE #Inflazione #SovranitàMonetaria #Dollaro #Dedollarizzazione #Oro #BRICS #SudGlobale #CrisiEnergetica #Carburanti #MinisteroDelBilancio #Italia #Europa #CasadelSoleTV #JeffHoffman #MargheritaFurlan #Multipolarismo

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Chi scrive il copione?

4 October 2026 at 17:33

✈ Un volo da Dubai a Tel Aviv, una colluttazione in cabina, un atterraggio d’emergenza in Arabia Saudita. Il movente è ancora ignoto, ma la cornice è arrivata subito: attacco jihadista, nuovo 11 settembre sventato, eroi a bordo. Come si costruisce un racconto prima dei fatti, e a chi serve? “Gli USA giurano di sconfiggere chiunque sia il nemico contro cui siamo in guerra”, titolò la rivista satirica The Onion all’indomani dell’11 settembre. L’attacco al giornalismo fu senza precedenti. Asfaltate le organizzazioni sindacali, rovesciate come calzini le associazioni di giornalisti. Ne parliamo con Stefano Re, criminologo, saggista ed esperto di metacomunicazione, e con Roberto Quaglia, scrittore di fantascienza e saggista. Due sguardi complementari: chi studia come un messaggio comunica il modo in cui deve essere letto, e chi da venticinque anni smonta i miti fondativi della propaganda occidentale. Affrontiamo insieme: 🧠 Metacomunicazione dell’emergenza: parole, immagini e tempi con cui si fissa una cornice 🗓 L’11 settembre come unità di misura di ogni minaccia, venticinque anni dopo 🎬 Il dirottamento come genere cinematografico: eroi, cattivi e lieto fine già scritti 🚩 Falsa bandiera: i casi documentati della storia e il confine con il sospetto automatico 🖼 Realtà ritoccata: fotografie ufficiali, video virali, immagini sintetiche 🕵 Profilo criminologico: attentato pianificato, gesto suicida o ancora nessuna delle due cose 🌍 Lo stesso volo raccontato da Tel Aviv e dai media arabi 📚 I LIBRI DEGLI OSPITI Stefano Re LaScienzah. Quando la scienza si trasforma in fanatismo religioso, Arianna Editrice, 2025 Mindfucking. Dai manuali segreti della CIA al marketing, le tecniche di condizionamento mentale, Arianna Editrice, 2024 (edizione ampliata) Roberto Quaglia Guerra e pace e zombi. Democrazia totalitaria contro mondo multipolare, Youcanprint, 2025 Hollywoodism. The Invisible Ideology, Youcanprint, 2025 Il fondamentalismo hollywoodista. Viaggio in Iran alla scoperta dell’invisibile ideologia dell’Occidente, Youcanprint, 2020 Il mito dell’11 settembre. I versetti satanici della democrazia occidentale, Youcanprint, 2020 🎯 SOSTIENI CASA DEL SOLE TV Casa del Sole TV è un progetto di giornalismo indipendente autofinanziato. Nessun editore, nessun partito. Per donazioni: IBAN: IT63P0326822300052392596590 Intestato a: La Casa del Sole Edizioni Causale: Donazione Casa del Sole TV Membership YouTube: 👉    / @casadelsoletvchannel   💠 Analista Multipolare €5/mese 💠 Inviato della Verità €15/mese 💠 Architetto del Futuro €25/mese 📖 I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN BRICS Scacco Matto (disponibile in italiano, inglese, russo) 🔔 Iscrivetevi al canale e attivate la campanella: è grazie a voi che siamo qui ogni sera. #StefanoRe #RobertoQuaglia #Flydubai #11Settembre #FalsaBandiera #FalseFlag #Netanyahu #Metacomunicazione #Propaganda #GuerraCognitiva #Narrazioni #Mindfucking #Hollywoodismo #CasaDelSoleTV #Multipolarismo

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The Saudi-Israeli war on Yemen’s resistance: Intelligence sharing, civilian targets & sectarian propaganda

By: aletho
4 October 2026 at 16:06
By Robert Inlakesh | MintPress News | October 2, 2026

Scrambling to halt the ongoing offensive of Yemen’s Armed Forces, Israel and Saudi Arabia have strengthened ties through a joint covert campaign aimed at salvaging what remains of their supremacy in the Red Sea region. Tel Aviv and Riyadh’s losses of key military strongholds in Yemen’s Western coast, has ushered in a new era of soft-normalisation.

Saudi Arabia has carried out hundreds of airstrikes in Yemen, resulting in thousands of casualties since its renewed bombing campaign began this July. It now heavily relies on Israeli targeting intelligence backing in order to conduct dozens of strikes across Yemeni territory on a daily basis, including attacks on civilian market places and residential buildings.

Meanwhile, Israeli officials heaped praise on Riyadh this Wednesday for facilitating the first ever commercial flight between Israel and Saudi, following the Kingdom’s intervention to aid Israeli passengers on-board a Flydubai plane that was forced to undergo an emergency landing.

In contrast, the Kingdom of Saudi Arabia (KSA) initiated the renewal of the Saudi-Yemen war, by bombing the runway of Sana’a International Airport in order to prevent an Iranian civilian jetliner from landing inside the country. This measure was taken to enforce a long-standing aerial blockade on Yemen, while Israeli aircraft freely use Saudi airspace.

Riyadh’s pivot to the Israeli orbit entails a covertly coordinated campaign centered around Yemen, bearing regional consequences – from joint intelligence operations, target bank sharing, direct meetings between officials and a calibrated propaganda campaign.

In early September, Israel’s national broadcaster Kan News reported that Tel Aviv had begun supplying intelligence to aid Saudi Arabia in building up a target bank to strike inside of Yemen. Neither side has any formal diplomatic ties and yet Israel is already aiding Saudi Arabia in the military sphere — a development that would usually be a major regional scandal, yet the primarily Gulf State funded Arabic-language media has all but ignored it.

Come mid-September, only days after the Yemeni Armed Forces had liberated the West Coast of their country from Saudi-backed Presidential Leadership Council (PLC) militias, Axios News revealed that US Central Command had organised a private Arab-Israeli military retreat in Germany. At the private retreat, both Israeli and Saudi military officials were able to directly discuss issues concerning Iran and Yemen’s Ansarallah-led government.

Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman recently visited Cairo, formally meeting Egyptian President Abdel-Fattah el-Sissi to discuss issues of trade and foreign affairs. On the sidelines of this trip, CENCTOM officials repeatedly presented a proposal to form a regional command structure and coordination mechanism, that would include Israel, in order to properly confront the Ansarallah-led forces in Yemen.

Even more damning is that when Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu visited Abu Dhabi on September 27, he didn’t only attend a meeting with Emirati-ruler Mohamed bin Zayed – according to Israeli Channel 14 News, Netanyahu also secretly met with a Saudi delegate.

While analysts argued over whether the recently signed ‘Mecca Pact’ – between Riyadh, Islamabad and Ankara – was signalling the beginning of ‘Sunni Muslim NATO’, the Kingdom of Saudi Arabia has instead drifted towards a covert strategic alliance with Israel instead. Collusion between the two leaderships – which between them rule over all three of the Islamic Holy Sites – has reached historic heights.

Targeting Civilians And Sectarian Propaganda

A notable outcome of Saudi Arabia’s collaboration with Israel, is a marked uptick in the number of reported civilian massacres that have been taking place. The corporate media’s reporting on such attacks have drawn enormous parallels to the way similar strikes were covered in the Gaza Strip.

Take for example a recent strike carried out by Saudi fighter jets in the Taiz governorate, which killed at least seven civilians in a marketplace and destroyed a food storage site. When Reuters reported on the story, they ran with the following headline: “Seven people killed in strike on market in Yemen, Houthi-run health ministry says”

Just as the corporate media labelled Gaza’s Ministry of Health as “Hamas-run”, it uses “Houthi-run” in Yemen as a rhetorical tactic to detract from the veracity of the claim being made. In Gaza, Hamas is indeed the political Party that heads the local government of the territory, technically making this linguistic trick somewhat accurate, despite it being clear cut propaganda. However, in the case of Yemen it isn’t even vaguely accurate, as the political Party that controls the government is called Ansarallah, “the Houthis” are a family from northern Yemen.

Saudi Airstrikes also targeted other civilian locations such as residential buildings in the Mokha Port area, recently taken over by the Ansarallah-led government’s forces, killing at least 6. While US Central Command has been cited as arguing that Tel Aviv’s targeting data provided to Riyadh is essential, there has been no evidence that the intelligence provided has led to any material change on the battlefield.

It is not currently possible to verify whether the civilian infrastructure struck by Saudi Arabia’s airforce were targets located by Israeli intelligence gathering efforts or not, it is clear that Israel’s own strikes on Yemen have killed overwhelmingly civilians.

Both Israel and Saudi Arabia do indeed have shared interests in Yemen. Both seek the overthrow of the nation’s Sana’a based government. The recent capture of the Bab al-Mandab coastline by the Yemeni Armed Forces threatens both Tel Aviv and Riyadh, as they are the only two nations which Sana’a has reason to impose a blockade on.

The Yemeni imposed blockade on Israel, beginning in late 2023, completely bankrupted the southern Israeli Port of Eilat. This measure was taken in support of Gaza and the blockade ended with the implementation of the October 8, 2025 ceasefire. In the case of Saudi Arabia, a blockade has been imposed upon them in the Red Sea as a retaliatory measure against the long-standing Saudi blockade of Yemen.

This has led to a joint Saudi-Israeli propaganda campaign, seeking to depict the Yemeni control over their own territory as a threat to international maritime navigation and trade, something that Yemen’s officials have explicitly denied

A prominent propaganda theme is the weaponisation of religious authorities and the deliberate spread of sectarianism. Take prominent Saudi Islamic Scholar Dr. Abdulaziz Al-Rayez, a man that previously forbade resistance against Israel and condemned the Palestinian armed struggle, urged what he called “Sunni Muslims” to fight the “cursers of the companions [of the Prophet Mohammed]” to “race to the great field of martyrdom” against the Yemeni Armed Forces. Al-Rayez promotes factually inaccurate sectarianism, deeming the Sana’a based government as an evil Shia opposition to a righteous Saudi-backed Sunni force.

Saudi Grand Mufti Sheikh Saleh bin Fawzan Al-Fawzan also made a rare public statement on the war against Yemen, framing the issue as a religious obligation for Muslims to fight against the Yemeni Armed Forces. Additionally a top Saudi-linked Pakistani cleric, infamous for praising Osama bin Laden as “a Muslim warrior”, deemed Ansarallah to be “terrorists” and claimed that they are not even Muslims.

Across Gulf State owned Arabic-language media there has been a virulently anti-Ansarallah coverage of the war, with various pundits attempting to claim that the Zaydi Muslim sect in Yemen are conspiring with Iran to usher in a Shia Muslim tyranny across West Asia; aimed oppressing the Sunni majority.

While Saudi Arabia conspires alongside Israel to strike targets across Yemen and its officials meet with their Israeli counterparts, a concerted propaganda effort attempts to convince the region’s public that Riyadh is the victim; weaponising sectarianism as a means of distracting from its continued pivot towards the Israeli sphere of influence.


Robert Inlakesh is a political analyst, journalist and documentary filmmaker currently based in London, UK. He has reported from and lived in the occupied Palestinian territories and hosts the show ‘Palestine Files’. Director of ‘Steal of the Century: Trump’s Palestine-Israel Catastrophe’. Follow him on Twitter @falasteen47

Prévoyance des indépendants ? ou le prix du statut

4 October 2026 at 12:21

Par Eric V.

Deux chiffres qui ne vont pas ensemble. Un artisan en arrêt maladie touche au maximum 65,84 euros par jour. Un libéral, pour la même maladie, 197,51. Même pays, même année, même dos bloqué. La variable n'est pas le risque : c'est la caisse. Voici les quatre garanties qu'il faut couvrir soi-même.

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Ce que vous toucherez le jour où vous ne pourrez plus travailler ne dépend ni de ce que vous avez perdu, ni de ce que vous avez cotisé, ni de la gravité de ce qui vous arrive. Cela dépend de la caisse à laquelle votre métier vous a affilié. Je voudrais le montrer sur les quatre garanties qui comptent vraiment, et dire lesquelles il faut couvrir soi-même — parce qu'aucun régime obligatoire ne les couvre, et parce que l'État le sait si bien qu'il a rendu la dépense déductible.

Je dois dire d'où je parle. J'ai fondé Tripalio, qui publie des données sur les conventions collectives et les régimes de protection sociale complémentaire. C'est un lien, et je ne vais pas l'enterrer en note de bas de page. Mais je n'ai aucun contrat à vous placer et aucune commission à percevoir sur ce que vous souscrirez, je me permets d'aller au point essentiel !

Depuis juin, tout le monde commente le même document : le baromètre CSA Prévoyance TNS publié par MetLife France, qui établit que 44 % des travailleurs non salariés disposent d'une prévoyance complémentaire, et que le prix est le premier frein pour 60 % de ceux qui n'en ont pas. C'est une brillante illustration de la façon dont on manque un sujet. On y lit un problème de pouvoir d'achat là où il y a un problème d'architecture. Le même baromètre donne pourtant l'information décisive, et personne ne la relève : 62 % des indépendants ne tiendraient pas plus d'un mois avec les seules prestations obligatoires. Ce n'est pas que la prévoyance soit chère. C'est que le socle n'en est pas un.

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Le même dos, trois tarifs

Prenons une hernie discale, trois semaines d'arrêt, trois personnes de quarante-cinq ans qui gagnent chacune 80 000 euros par an.

La première est artisan. Son indemnité journalière vaut un sept-cent-trentième de son revenu annuel moyen des trois dernières années, et ce revenu est retenu dans la limite du plafond de la Sécurité sociale, fixé à 48 060 euros pour 2026. Soit 65,84 euros par jour, au mieux, après trois jours de carence, et à condition de justifier de douze mois d'affiliation continue. Si son revenu moyen des trois années passées est inférieur à 4 582 euros, elle ne touche rien du tout.

Bilan de notre portefeuille Barbell au 2 octobre 2026 : +2,66 %, et pourquoi ce chiffre ne veut pas dire ce qu'il a l'air de dire

4 October 2026 at 11:38

Par Vincent Clairmont

Troisième exercice de transparence depuis l'article de doctrine du 24 mai. La part valorisable de l'allocation est repassée en territoire positif après le bilan négatif de juillet. Je publie le tableau, puis je publie le calcul qui en annule l'essentiel. Aucun pourcentage ne bouge.

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Entre le 29 mai et le 2 octobre 2026, soit 126 jours, l'once d'or est passée de 4 460 à 4 143,66 dollars, soit −7,09 %. Le Bitcoin est monté de 73 500 à 86 000 dollars, soit +17,01 %. Le bon du Trésor américain à trois mois rendait 4,00 % le 1er octobre, contre 3,75 % fin mai. Et l'euro s'est déprécié face au dollar, de 1,1644 à 1,1225.

Je reprends l'exercice dans l'ordre du bilan de juillet : ce que la doctrine a modifié, ce que l'allocation a produit, et ce que le chiffre cache.

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1. Ce qui a bougé dans la doctrine : aucun pourcentage, une clarification

L'allocation de référence du 24 mai — 30 % or physique, 25 % T-bills, 20 % foncier de qualité, 5 % devises tierces pour la branche sûre ; 10 % Bitcoin, 5 % options longues, 5 % capital-risque pour la branche risquée — n'a pas varié d'un point depuis le 29 mai. Les quatre règles d'exécution posées en juin et juillet tiennent : les deux axes, l'épargne de précaution hors Barbell, le DCA accéléré sur correction de plus de 10 %, le rééquilibrage daté de janvier 2027.

Une seule chose s'est ajoutée, le 27 septembre puis le 4 octobre, et elle est négative : j'ai maintenu 0 % d'obligations souveraines de la zone euro alors que l'OAT à dix ans passait de 4,66 % à 4,92 %. C'est une position qui coûte visiblement de l'argent, et je la réaffirme ici pour qu'on ne puisse pas dire plus tard qu'elle a été discrètement abandonnée.

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2. Le bilan chiffré, sur un portefeuille de 100 000 euros

Valorisation au 2 octobre 2026 pour une entrée au 29 mai, aux taux de référence de la Banque centrale européenne.

PosteInvestiValeur au 2 oct.Écart%
Or physique (30 %)30 000 €28 913 €−1 087 €−3,62 %
T-bills 3-6 mois (25 %)25 000 €26 280 €+1 280 €+5,12 %
Foncier de qualité (20 %)20 000 €20 000 €0 €0,00 %
Bitcoin (10 %)10 000 €12 137 €+2 137 €+21,37 %
Devises tierces (5 %)5 000 €5 061 €+61 €+1,23 %
Sous-total valorisable90 000 €92 391 €+2 391 €+2,66 %
Options longues + capital-risque (10 %)10 000 €non valorisables : primes non cotées, participations illiquides

3. Lecture poste par poste

L'or supporte encore la perte, mais moins qu'en juillet. En dollars, le métal recule

OAT à 4,92 %, or sous 4 200 dollars, budget déposé : le point patrimonial du 4 octobre

4 October 2026 at 11:12

Par Vincent Clairmont

Chaque dimanche, je passe en revue ce que la semaine a changé pour votre épargne. Cette semaine : taux souverains, or et argent, budget 2027, apport-cession, taxe foncière, livrets réglementés, bitcoin et devises.

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Le taux à dix ans de l'État français a touché 4,92 % le jeudi 1er octobre, plus haut depuis 2002, contre 3,62 % pour le Bund allemand : 131 points de base d'écart. La veille, à 4,77 %, la France empruntait déjà plus cher que l'Italie (BTP à 4,559 %). L'once d'or s'échangeait le 3 octobre à 4 143,66 dollars (3 682,92 euros), en repli de 26 % sur son record du 29 janvier (5 602 dollars). L'Insee a publié le 30 septembre une inflation de 3,0 % sur un an en septembre, au-dessus des attentes. Le projet de loi de finances pour 2027 a été présenté en Conseil des ministres le 1er octobre : 54 milliards d'euros d'effort, déficit ramené à 5 % du PIB contre 5,4 % en 2026.

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Je reprends ces dossiers un par un.

Taux souverains : la France paie plus cher que l'Italie

L'OAT — obligation assimilable du Trésor, le titre de dette à dix ans de l'État — a pris 113 points de base depuis juillet, la plus forte hausse trimestrielle depuis 1987,

Will the European Parliament Unlock Hungary’s Frozen €4.2 Billion This Week?

4 October 2026 at 10:24

The European Parliament’s debate on Monday, October 5th, comes at an awkward moment for Brussels. After years of confrontation with Viktor Orbán, the European Commission now believes Hungary has done enough to justify releasing €4.2 billion in cohesion funding and restoring full access to Erasmus+ and Horizon Europe.

The question before MEPs is therefore deceptively simple: have the conditions really been met, or has Brussels simply found a convenient political moment to declare victory?

The answer matters well beyond Hungary. The original dispute was not some abstract quarrel over Brussels etiquette. In 2022, the EU suspended €6.3 billion in Hungarian cohesion funding after identifying deficiencies in public procurement, conflicts of interest, corruption controls and the effectiveness of prosecutorial action. The conditionality mechanism was deliberately designed to make access to EU taxpayers’ money dependent upon safeguards for the rule of law and the protection of the EU budget.

That principle is important. If membership of the EU means anything, it cannot mean that governments receive billions regardless of whether public money is properly administered.

But Hungary has changed politically. Viktor Orbán’s 16-year rule ended with Péter Magyar’s decisive election victory in April. Magyar campaigned partly on repairing Hungary’s relationship with Brussels and unlocking the billions frozen during the Orbán years. His government subsequently notified the Commission that it had implemented the required reforms.

The Commission has now accepted that argument — albeit partially. Its September 23rd proposal says Hungary has addressed the rule-of-law breaches affecting the EU budget, citing improvements in public procurement, the anti-corruption framework, prevention of conflicts of interest and prosecutorial effectiveness. If the Council approves the proposal, €4.2 billion in cohesion commitments will be reinstated and Hungarian students and researchers will regain full access to Erasmus+ and Horizon Europe.

That is a substantial political prize for Magyar, and a substantial test for the EU.

The danger for Brussels is obvious. Having spent years insisting that European money must not subsidise corruption or institutional capture, the Commission cannot now appear to have changed the rules simply because a more congenial government has arrived in Budapest.

There is, however, an equally serious danger on the other side. If Hungary has genuinely implemented the reforms demanded by Brussels, continuing to withhold money would make the conditionality mechanism look less like a defence of European values and more like a political punishment system. That would be profoundly damaging. Rules that apply only to governments Brussels likes are not rules at all.

This is why Monday’s debate matters – and the €4.2 billion is only part of the story.

The Commission has made clear that other Hungarian funds remain blocked. Around €3.5 billion is affected by a separate mechanism, including approximately €2.7 billion linked to horizontal conditions concerning the EU Charter of Fundamental Rights, including academic freedom, LGBTI rights and asylum.

Meanwhile, Hungary is still seeking access to roughly €10 billion under the Recovery and Resilience Facility. The new Hungarian recovery plan includes measures on anti-corruption, public procurement, transparency, judicial independence and stakeholder participation, with payments tied to the achievement of specific milestones.

So this is not a clean victory for either side.

For Magyar, the release of €4.2 billion demonstrates that his strategy of accommodation with Brussels is delivering tangible results. For the Commission, it provides an opportunity to demonstrate that conditionality can work: reforms are made, the Commission verifies them, and money is released.

But the real test will come afterwards. Brussels must monitor whether the reforms survive political pressure. Anti-corruption bodies must remain genuinely independent. Public procurement must be transparent. Prosecutorial safeguards must work in practice rather than merely on paper. And the judiciary must be capable of challenging the government when necessary.

That is where the European Parliament should concentrate its fire. The temptation will be to turn Monday’s debate into another referendum on Viktor Orbán. That would be yesterday’s argument. Orbán has gone. The more important question is whether Hungary’s new government has actually dismantled the machinery that generated the dispute.

There is a wider lesson here for the European Union.

Conditionality can only work if Brussels is prepared both to withhold money when standards are breached and to release it when standards are met. Anything else undermines the credibility of the entire system.

The Commission says Hungary has crossed that threshold. The Council must now decide whether it agrees.

MEPs should therefore resist both triumphalism and cynicism, if the reforms are real, Hungary should get its money.

If they are cosmetic, Brussels should keep the cheque in the drawer.

Brussels Moves to Release €4.2bn to Hungary as Magyar Unwinds Orbán-Era Dispute

Redes, moral, identificação e mais: o que as eleições revelam, mas não aparece nas urnas

4 October 2026 at 08:00

No próximo domingo (4), os eleitores brasileiros irão votar em seus representantes para os cargos de presidente, governadores, senadores e deputados. Apesar da possibilidade da decisão para os cargos executivos ser definida apenas em um segundo turno e estender os prazos das campanhas eleitorais, a pauta política não deve se restringir apenas às vésperas de votação. Entender e acompanhar a atuação de cada cargo e partidos é fundamental para o desenvolvimento do país nos próximos anos.

Além do presidente e governadores de todas as unidades da federação, também serão definidas 513 cadeiras na Câmara e 54 das 81 do Senado. Para a cientista política Tathiana Chicarino, entrevistada no Pauta Pública desta semana, em um cenário de crescente personalização da política, os papéis dos partidos e do Legislativo muitas vezes ficam em segundo plano. Na conversa com Andrea Dip, ela também chama atenção para a forma como escândalos políticos e de corrupção ocupam o debate eleitoral, principalmente em período de campanha, e acabam transformando a política em espetáculo.

Coordenadora do curso de sociologia e política da Fundação Escola de Sociologia e Política de São Paulo (Fesp-SP) e pesquisadora do Observatório de Conflitos Online da Universidade Federal do ABC (UFABC), Chicarino afirma que “as eleições já têm um teor bastante personalizado e passa a ser consumida numa lógica entre bem e mal, com um enredo como se fosse uma novela ou um folhetim, e isso é muito despolitizante” e acrescenta que a política precisa ser trazida novamente para o debate público.

Leia os principais pontos da conversa e ouça o podcast completo abaixo.

EP 236 Eleições 2026 além da disputa presidencial – com Tathiana Chicarino

2 de outubro de 2026 · Cientista política explica o papel dos partidos, das redes sociais e do Congresso nas eleições de 2026

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Às vésperas das eleições, sob as atuais denúncias e conflitos envolvendo o Supremo Tribunal Federal (STF), os debates sobre as propostas políticas ficaram em segundo plano. Porém, a composição do Supremo depende diretamente de quem ocupa a presidência da República e o Senado Federal. Por que o Congresso Nacional é peça central na disputa de poder? E qual a importância de entendermos a atuação de cada cargo político e da relevância dessas eleições?

A gente costuma dizer que desde por volta de 2013, embora tenham eventos anteriores a isso, como a crise econômica de 2008, de 2010 em diante, inaugurou-se uma “década crítica” em que uma série de crises, de hegemonia e escândalos, vão perpassando nossa política institucional. Tivemos junho de 2013, Lava Jato; 2018, eleição do Bolsonaro, e agora mais uma eleição que, de novo, reforçamos sua importância, que se insere nessa conjuntura um pouco mais ampla.

Olhando para o STF, podemos até traçar um pouco antes, com o Mensalão. Em toda a dinâmica de espetacularização que o poder judiciário vem tendo no Brasil, a partir dos anos 2000, o Mensalão é um momento muito importante. Historicamente, a gente dá muito mais atenção às eleições dos cargos majoritários: presidência da república, governo de estado e prefeituras. As eleições já têm um teor bastante personalizado, então, quem é o candidato? O que aquele candidato representa em oposição a uma outra personalidade política?

No nosso período de construção de um sistema partidário no Brasil, por volta dos anos 1930, quando começamos a estruturar partidos políticos, temos um período de ditadura. Depois uma quadra democrática, a primeira com certa estabilidade – mas bem longe de ser Estado [Democrático de Direito]. Tem Juscelino Kubitschek quase não assumindo; Jânio Quadros renunciando; golpe [de 1964]… Quer dizer, os partidos, que estavam se estruturando, tendo alguma capacidade de articulação nacional e também de identificação, isso também é interrompido ali com a ditadura. Que depois vem a Arena e o MDB. Com a redemocratização, em 1979, abre-se uma lei orgânica de partidos e aí a possibilidade de criação de vários partidos.

O Partido dos Trabalhadores (PT), partido com a maior identificação partidária, é criado nesse contexto. De lá para cá, temos muitos partidos. É claro que, com algumas legislações de cláusula de desempenho – a chamada cláusula de barreira também –, se tenta diminuir o número de partidos políticos. Ainda assim, são muitos partidos e as pessoas mal conseguem identificar quais partidos são e qual a diferença entre um e outro. Vira tudo uma coisa grande, homogênea e disforme, chamada Centrão, e, do outro lado, o PT.

Mas, quando a gente fala de cargos do legislativo, é fundamental entendermos essa estrutura partidária. Porque, para deputados estaduais, federais e vereadores, nós votamos no partido, não votamos na pessoa em primeiro lugar. Nós votamos no partido e dizemos quem gostaríamos que ocupasse a cadeira que o partido porventura venha a ganhar.

O nosso trabalho é quase ranquear os candidatos. Assim, fica muito difícil para as pessoas entenderem as crises institucionais, que se estendem. Além das pessoas conseguirem pouco identificar o papel dos partidos no legislativo, essa eleição ainda foi completamente capturada por todo o discurso de escândalo político e de corrupção. É uma eleição bastante complexa desse ponto de vista.

Com as redes sociais, temos visto um crescimento justamente nessa personificação de quem ocupa os cargos políticos e menos destaque no peso institucional partidário, mesmo em projetos políticos, na composição do Congresso. Porque, na verdade, as campanhas políticas não acabam nunca, elas continuam online ininterruptamente e de uma maneira totalmente personificada. Então, quais são os efeitos e riscos dessa personalização e dessa espetacularização da política?

A espetacularização da política não é de agora, mas ela se intensifica. Então, o que seria essa espetacularização da política? É a gente consumir a política como uma mercadoria, e, sendo uma mercadoria: “eu vou escolher aquilo que mais me convém, se serve mais para mim, se tem mais status’. Enfim, ela passa a ser uma dinâmica bastante individualizante e muito pouco responsável, na qual as pessoas “se tornam muito pouco responsáveis por aquilo que consomem”. E política não é assim.

O político que está lá, eleito por nós, não é o nosso funcionário. Não é assim que funciona a política. A política tem como base interação e coletividade. Então, uma vez que votei, consumi, pronto, paguei, minha responsabilidade acabou. A espetacularização é exatamente isso: consumir a política a partir da mercadoria, da imagem do espetáculo, enquanto uma passividade. “Eu sou a plateia e o espetáculo está ali, e eu estou consumindo aquele espetáculo”.

Porque a lógica algorítmica das plataformas vai tracionar ainda mais esse tipo de conteúdo e adicionando a isso, uma camada de personalização, que tem relação com o histórico da construção da política no Brasil, especialmente em um sistema presidencialista.

Não importa o meu perfil – se eu estou em um coletivo ou partido político – as redes tracionam ainda muitos conteúdos que são individualizantes, de indivíduos personalizados. Então, esses dois elementos, a personalização e a espetacularização, ganham ainda mais fôlego, mais ênfase nesse contexto de plataformização, e aí coloca-se uma terceira: o escândalo.

A escandalização da política, que também temos passado em alguns momentos de lá para cá – e eu estou falando dessa década crítica de 2013 – tendo como marco importante esse processo de escandalização. A política passa a ser consumida numa lógica entre o “bem e o mal”, entre o “mocinho e o bandido”, tem um enredo que acompanha-se como se fosse uma novela, um folhetim. Isso é muito despolitizante, porque a política fica capturada nesse contexto pela moral. Então, “a moral diz o que é certo, o que é errado, o que é o bom, o que é o mal” e aí as pessoas ficam até um pouco confusas. “Nossa, mas ele era bonzinho, agora não é mais?”

E por quê? Porque a política é tratada dessa maneira, a partir da moralização. Também temos outras questões, como o corte neoliberal nas nossas vidas como um todo, na nossa vida, no trabalho e também na política, que puxa para uma superindividualização. Tudo isso que estamos vivendo.

Agora, como sair disso? A política precisa ser trazida novamente para o debate, a política, política mesmo, a discordância, a busca por consensos, ainda que sejam consensos temporários. Porém, dentro dessa década tem sido complexo trabalhar isso. Em termos, como de Antonio Gramsci (1891-1937), estamos passando por uma crise de hegemonia. Nessa década crítica em que é muito difícil encontrarmos um sentido de direção política.

Por isso que a eleição é importante, mas ela é um momento. Se tratarmos a eleição como algo que vai resolver todos os nossos problemas, ano que vem, vamos voltar aqui e falar “nossa, e as instituições, hein?”

Inclusive vimos isso acontecer na passagem de Bolsonaro para Lula em 2023. Quando Lula é eleito, então pensa-se que “acabou a extrema direita no Brasil”; depois quando Bolsonaro é preso, pensa-se “acabou a extrema direita e o bolsonarismo no Brasil”. Mas estamos vendo que não é assim. Como se deu a movimentação da direita, nesse caso?

É interessante trazer essa questão do Bolsonaro, enquanto a vitória eleitoral em 2018. Eu falo muito isso: “ele não é como um raio de luz que apareceu no céu azul, de repente. Nossa, ninguém estava vendo e, de repente, um candidato de extrema direita é eleito”. A construção já vinha acontecendo nas redes, desde pelo menos 2010. Por uma rearticulação das chamadas “novas direitas”, articulando-se com uma direita mais tradicional, uma direita muito radical, uma direita das “viúvas da ditadura”.

Todos esses movimentos ajudaram a rearticular essa direita, que passa a não ter mais vergonha e encontra em Bolsonaro um projeto político viável, do ponto de vista eleitoral. E isso não aconteceu só no Brasil; também pode-se pensar isso nos Estados Unidos, em outros países em que a extrema direita também passa a ter essa viabilidade eleitoral. Mas não foi uma derrota em 2018. Eles elegeram uma série de senadores, deputados, governadores, e em 2022 também, com muita estratégia, com táticas muito claras.

Então, isso está acontecendo de forma sistemática desde 2010. Em 2018, tem esse momento importante da vitória à presidência da República. De fato, a cadeira de presidente importa, tem muito poder, tem capacidade de desarticular projetos políticos que estão em andamento, em disputa, tem um processo de desinstitucionalização muito grande, de rompimento de política pública. O retrocesso é muito grande; perder uma presidência da República é algo muito importante, mas não resolve todos os problemas. – Como eu estava falando – o Jair Bolsonaro perde em 2022, é preso, julgado e, ainda assim, existe uma força política e social bastante expressiva.

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