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Priorità e prospettive in Artico. La strategia italiana e il libro bianco del Cnr

7 October 2026 at 15:41

Scienza, spazio e geopolitica trovano una sintesi nell’Artico e l’Italia si approccia, come meglio non poteva fare, all’international artic year 2032. Lo spunto viene dalla Conferenza Nazionale Polare ideata e coordinata dal Cnr in collaborazione con Enea, Ingv e Ogs, con il patrocinio dei mnisteri della Difesa e dell’Università e della Ricerca. Per la prima volta la comunità scientifica italiana impegnata nelle regioni polari si è incontrata per confrontarsi sugli ultimi dati e avanzamenti della ricerca e per definire priorità e prospettive.

Una tre giorni con più di 200 partecipanti per dare fiato a proposte e priorità che confluiranno in un White Paper. Il documento costituirà uno strumento strategico per orientare le future politiche italiane dedicate all’Artico, all’Antartide e al Terzo Polo (Himalaya, Karakorum e Altopiano del Tibet), territori sempre più cruciali per comprendere le dinamiche del clima globale. Punto di partenza la consapevolezza che il tema polare è non solo strategico, ma parte integrante della visione politica di ogni paese, Italia compresa. Numerosi i progetti a cui l’Italia prende parte con successo, come Boomerang, Apegaia, Epica, Stazione Concordia assieme alla Francia, o Ice Memory che conserva carote di ghiaccio di tutto il mondo e ha il sigillo Unesco che le attribuisce il respiro internazionale.

In questo senso trova applicazione il Piano nazionale Artico del Governo che, come più volte osservato dal presidente del consiglio Giorgia Meloni, intende occuparsi a fondo di questa area del mondo. Non a caso il ministero degli Esteri ha presentato da tempo la strategia italiana sull’Artico, con l’obiettivo di preservare l’area artica come zona di pace e cooperazione, contribuire alla sicurezza della regione, sostenere le imprese che volessero investire lì e favorire la ricerca.

Un passaggio ribadito dall’ambasciatore Agostino Pinna, Inviato Speciale del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per l’Artico, secondo cui la tradizione scientifica italiana è un elemento che consente all’Italia di essere soggetto autorevole e credibile. A breve verrà diffusa anche la strategia Ue sull’Artico, connessa alla questione securitaria legata alle minacce ibride. Molte cose che accadono in Artico infatti hanno poi riflesso in Ue, come le materie prime, lo spazio, le rotte, l’energia. Ma anche la pace, visto che lì operano assieme Russia e Usa, nonostante i venti di guerra in Ucraina e Iran. “Il lavoro di questi tre giorni segna un passo importante verso una visione condivisa della ricerca pubblica italiana nelle regioni polari”, ha dichiarato il Presidente del Cnr, Andrea Lenzi. “L’impegno del Cnr nelle scienze polari affonda le proprie radici in decenni di ricerca, dati e conoscenze, sviluppati nell’ambito dei Programmi per l’Artico e per l’Antartide sostenuti dal ministero dell’Università e della Ricerca. Un patrimonio costruito sulla collaborazione, sul dialogo con le comunità indigene e sulla responsabilità di offrire risposte solide alle sfide ambientali e climatiche del presente e del futuro”.

“I profondi cambiamenti che stanno interessando l’Artico, l’Antartide e il cosiddetto Terzo Polo himalayano – la più vasta riserva di ghiaccio del pianeta al di fuori delle regioni polari – hanno ripercussioni sempre più rilevanti sugli equilibri climatici, sugli ecosistemi e sulla società a livello globale”, ha commentato la Presidente Enea, Francesca Mariotti. “In questo scenario, la ricerca svolta dall’Italia e dall’Enea negli ambienti più estremi della Terra assume un ruolo cruciale. Un’attività di questo tipo richiede competenze scientifiche, come quelle che mettiamo in campo in Artico, ma nulla sarebbe possibile senza le infrastrutture e il supporto logistico che Enea garantisce, con un’efficiente macchina organizzativa, da oltre 40 anni in Antartide”.

Deas porta il made in Italy della cybersicurezza a Kuala Lumpur

7 October 2026 at 15:21

DEAS Cyber+ porta a Kuala Lumpur tecnologie sviluppate in Italia per l’analisi dei malware e la protezione dei dati sensibili. La società sta partecipando in questi giorni a CyberDSA 2026, appuntamento asiatico dedicato alla cyber defence, dove presenta Heimdall-Sandbox, piattaforma proprietaria pensata per analizzare software sospetti in un ambiente isolato e completamente offline.

La presenza al CyberDSA si inserisce in un mercato in cui cybersicurezza e intelligenza artificiale sono sempre più intrecciate. L’edizione 2026 ruota anche attorno al tema della sovranità del dato, centrale per organizzazioni che gestiscono informazioni strategiche e non possono trasferire campioni o artefatti verso infrastrutture esterne.

Analizzare il malware in ambiente controllato

Heimdall-Sandbox consente di eseguire un sample sospetto e osservarne il comportamento mentre interagisce con il sistema. L’analista può seguire processi, file e memoria, intervenendo sull’ambiente di prova in tempo reale.

Il cuore della piattaforma è AlluQL, linguaggio sviluppato internamente da DEAS e utilizzato anche per oltre 700 regole di detection mappate sul framework Mitre Att&Ck. La stessa architettura permette inoltre ad agenti di intelligenza artificiale e ad altri strumenti di sicurezza di interagire con la sandbox attraverso interfacce dedicate.

Il nodo della sovranità del dato

La scelta di mantenere l’analisi offline risponde alla necessità di evitare che informazioni sensibili escano dall’infrastruttura dell’organizzazione. Un campione malevolo può infatti contenere credenziali, documenti o riferimenti alla rete interna, rendendo il controllo sul dato parte integrante della sicurezza.

“La presenza di DEAS in contesti internazionali come CyberDSA testimonia l’interesse crescente verso competenze e tecnologie sviluppate in Italia. Il nostro Paese possiede professionalità di altissimo livello e può esportare non soltanto prodotti, ma capacità tecnologica, conoscenza e sicurezza. È un Made in Italy meno visibile di quello tradizionale, ma sempre più strategico”, ha sottolineato Stefania Ranzato, fondatrice di DEAS.

Per l’azienda, Kuala Lumpur rappresenta quindi anche un passaggio nella crescita internazionale, con l’obiettivo di portare all’estero tecnologia proprietaria mantenendo in Italia competenze e proprietà intellettuale.

Il test missilistico di Macron guarda a Est e a Ovest. Ecco perché interessa tutti

7 October 2026 at 14:39

La Francia ha testato per la prima volta il suo nuovo missile balistico M51.3, conducendo un test nelle acque dell’Oceano Atlantico. Il lancio, seguito personalmente da Emmanuel Macron e diffuso sui canali mediatici dell’Eliseo, è stato volutamente pubblicizzato per dare maggiore risonanza all’evento e consegnare un messaggio: la Francia sta rafforzando le proprie capacità nucleari strategiche. Ma la domanda più interessante è un’altra. A chi è rivolto questo messaggio?

Il lancio e le parole di Macron

A effettuare il lancio, al largo della Bretagna, è stato il sottomarino Le Vigilant della Marine Nationale e il missile, sprovvisto di testata nucleare, è caduto nell’Atlantico settentrionale, a diverse centinaia di chilometri dalla costa. Si è trattato del tredicesimo lancio del programma M51 e il settimo di una sua variante lanciata da un sottomarino, tutti “ovviamente condotti senza testata nucleare”, come ha tenuto a precisare il Ministero della difesa francese. L’ultimo test live-fire risale infatti al 1996, sotto la presidenza di Jacques Chirac. Macron stesso ha assistito al lancio dalla fregata Auvergne e, rivolgendosi ai militari a bordo, ha affermato: “Per la Francia (…) è una formidabile dimostrazione di credibilità e una tappa importante. Oggi siamo più forti. E penso che il messaggio sia stato ricevuto forte e chiaro, ovunque dovesse essere ricevuto”. 

Il missile M51 e il suo posto nella Force de frappe

Prodotto da ArianeGroup (la stessa società che costruisce il lanciatore spaziale pesante Ariane 6), l’M51 è un missile balistico a tre stadi a propellente solido, dal peso superiore alle 50 tonnellate e con una gittata stimata intorno ai 9.500 chilometri, in grado di trasportare da quattro a sei testate a rientro indipendente, altrimenti note come Mirv. Ognuno dei quattro sottomarini classe Le Triomphant in servizio presso la Marine Nationale può imbarcarne fino a 16 e, secondo quanto dichiarato da ArianeGroup, il missile può raggiungere un’altitudine di 2mila chilometri e una velocità di rientro pari a Mach 20. La prima versione risale al 2006, mentre la variante M51.3 è entrata ufficialmente in servizio nell’ottobre del 2025, insieme alla testata Tno-2, le cui specifiche rimangono segrete.

L’M51 rappresenta la spina dorsale della deterrenza nucleare francese, la cui continuità operativa è garantita dalla turnazione dei quattro sottomarini classe Le Triomphant attualmente in servizio. A questa componente sottomarina si affianca la componente aerea, in capo alle Forces Aériennes Stratégiques e alla Marine nationale, che impiega il Rafale armato con il missile Asmpa-R, entrato in servizio nel 2025 e con una gittata di circa 600 chilometri. L’ultima conta delle testate a disposizione di Parigi riporta la cifra di 290 ordigni nucleari, ma a marzo scorso lo stesso Macron ha annunciato che l’arsenale verrà ampliato nei prossimi anni e che i numeri esatti non saranno più resi pubblici.

A chi era rivolto il test?

Macron ha parlato di un messaggio ricevuto “ovunque dovesse essere ricevuto”. Ma, esattamente, chi doveva riceverlo? Probabilmente, questo lancio in grande stile si è rivolto a un’ampia platea di attori. Il primo destinatario è sicuramente l’Alleanza Atlantica, Washington inclusa. Con questo lancio la Francia ha voluto ribadire di rimanere, pur con tutte le sue attuali fragilità economiche e politiche, una potenza nucleare della Nato e di star dando seguito agli annunci dell’ultimo anno relativi all’espansione dell’arsenale nucleare nazionale. Tale dimostrazione è infatti funzionale alla strategia di allargamento della dissuasion avancée, la deterrenza avanzata che la Francia sta portando avanti con alcuni partner europei, in particolare a Est, dove Parigi intende presentarsi come un partner strategico affidabile e un deterrence provider per gli Stati più esposti nei confronti della Russia. Un modello che, vale la pena ricordarlo, resta distinto dal nuclear sharing a guida americana e che prevede che, all’interno di singoli accordi bilaterali, l’Eliseo mantenga l’autorità esclusiva sull’eventuale decisione di impiegare le testate.

Il secondo destinatario è, di conseguenza, proprio la Russia. Il messaggio è che l’Europa (seppur intesa in questo caso forse più come un’estensione della Francia) sta costruendo una sua forma di deterrenza strategica, indipendente da Washington e mirata a scoraggiare eventuali fughe in avanti da parte del Cremlino sul fianco orientale, soprattutto nell’area del Baltico. 

Infine, c’è un terzo attore a cui questo test era rivolto: Berlino. Non che ci siano venti di guerra tra Francia e Germania, ma la portata del riarmo tedesco non è passata inosservata a Parigi, la quale sta facendo i suoi calcoli. Se i piani tedeschi rispetteranno tempi e promesse della Zeitenwende, entro il 2039 la Germania disporrà delle più potenti forze convenzionali d’Europa e, benché Macron abbia dichiarato che entro un decennio il bilancio delle Forze armate francesi sarà raddoppiato, la Francia (come qualsiasi altro Paese europeo) sa di non poter reggere il confronto con la disponibilità finanziaria tedesca. Ottant’anni di pace e di costruzione congiunta del progetto comune europeo non sono passati in secondo piano, ma l’equilibrio strategico tra Francia e Germania rimane una costante della geopolitica europea attraverso i secoli. Stante questa premessa, e non potendo eguagliare i tedeschi sul piano convenzionale, i francesi hanno deciso di puntare sull’unica cosa che Berlino (per ora, almeno) non ha e non può comprare: l’atomica. 

25-year-old Natalia, born in Russia, served in the Israeli army, returned to Ukraine during the full-scale invasion, and join the Armed Forces of Ukraine

7 October 2026 at 11:10

25-year-old natalia born russia served israeli army returned ukraine during full-scale invasion join armed forces · post fellow soldiers service courtesy natalia/nv nataliia_israel_army news ukrainian reports

Natalia is 25 years old and from Odesa. She has served in two armies—the Israeli and Ukrainian militaries. In the Armed Forces of Ukraine, she has, among other things, carried out missions as part of a UAV, FPV drone, and strike-wing crew on the Zaporizhzhia and Kupiansk fronts, NV reported on 5 October.

During the Russo-Ukrainian war, women in Ukraine have the right to voluntarily enlist in the military. As of March, more than 75,000 women were serving in the armed forces, more than 55,000 of them as service members, the commander-in-chief said, and their number has been growing every year. Recently, discussion around the mandatory mobilization of women has intensified. Keith Kellogg, former US Special Presidential Envoy for Ukraine under President Donald Trump, said that he considered mobilizing women in Ukraine appropriate. In response, Iryna Vereshchuk, Deputy Head of the Office of the President of Ukraine, said she would rather see more missiles and more will from the United States than advice to mobilize women.

In Israel, Natalia served in a search-and-rescue brigade as a rescue soldier and in the engineering corps during a deployment along the northern border.

Natalia was born in Russia’s Saint Petersburg but does not remember her life there

The young woman was born in St. Petersburg, where her family lived at the time. When she was a year and a half old, her mother returned to Odesa with her and her older son. Natalia says she remembers her life exclusively in Ukraine.

She spent the first nearly two years studying at Lviv University, but later decided to leave the university and look for other educational opportunities. Natalia studied, among other places, in Denmark through a scholarship program. After completing it, she planned to enroll at a European university to study sound engineering, but the coronavirus pandemic began at that time.

She moved to Israel under a program for Jewish youth at the end of 2020. After the program ended, due to quarantine restrictions and closed airports, Natalia faced a choice: obtain a work visa or acquire citizenship under the Law of Return. She chose the latter—and with it, she also became obligated to perform military service.

In May 2022, Natalia joined the Israeli military and chose a combat unit.

“When the war started in Israel itself, I still had six months of mandatory service left. I was discharged and immediately transferred to reserve service. Once I managed to resolve all the bureaucratic issues so that this would not be considered desertion, I returned to Ukraine,” the young woman says.

Natalia returned to Ukraine in March 2025, and in August signed a contract with the Armed Forces of Ukraine.

Natalia (right) and her fellow servicewoman. Photo courtesy of Natalia/NV
Natalia (right) and her fellow servicewoman. Photo courtesy of Natalia/NV

“The army—both Israeli and Ukrainian—gives you a deeper understanding of what society is made of”

Among the advantages of the Ukrainian army, she highlights its ability to quickly adapt to circumstances. In particular, she mentions the use of drones, OSINT, and solving complex technological tasks with minimal resources.

“The West could learn from this situational agility. They often spend huge budgets on developments that should be cheap and mass-produced,” the veteran says.

However, such Ukrainian ingenuity is largely a consequence of a lack of funding, Natalia notes.

In the Israeli military, Natalia highlights society’s readiness for the constant threat of war and more systematic planning of military service.

“There, preparation for and perception of the army begin at school: by the age of 14–15, teenagers already understand where they want to go, what skills they need, and undergo selection for special or intelligence units,” the young woman says.

She then gives the opposite example of the situation in Ukraine.

A Ukrainian female soldier with a call sign "Tsyhancha" went from FPV operator to piloting the Heavy Shot bomber. Image: The 125th Separate Heavy Mechanized Brigade
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This Ukrainian female soldier flies one of war’s heaviest drones. She turns down promotion twice to keep doing it

“In Ukraine, with very rare exceptions, people hide until they are mobilized, and suddenly face the reality of conscription without having any understanding of the system,” the veteran says.

Asked how adapted the Ukrainian army is to women, she answered: “In no way,” adding that the Israeli army is “also largely not fully adapted.”

In Ukraine, this is reflected, in particular, in the provision of clothing and equipment that often does not correspond to women’s sizes and physiology. She says she had to purchase her own anatomically fitted body armor. She cited the example of veteran Natalia Lishchyshyna, who had her breasts amputated due to prolonged wearing of body armor that was not adapted to the female anatomy.

In Israel, by contrast, there is a practice of reimbursing expenses for equipment that service members purchase at their own expense.

Serving in the military in both countries provides an opportunity to better understand what society is actually made of, the young woman says.

“The army—both Israeli and Ukrainian—gives you a deeper understanding of what society is made of. You encounter people you would never have crossed paths with in your civilian bubble because of differences in views or socioeconomic circumstances,” Natalia says.

She believes this makes it easier to accept mistakes, difficulties, and new challenges.

The Ukrainian army is not adapted to women in any way, Natalia says

In Natalia’s view, the problem is not only the living and working conditions but, above all, the lack of mechanisms necessary for the systematic mandatory mobilization of women. At the same time, she believes voluntary recruitment should be encouraged and expanded.

One of the problems is the lack of a legal procedure for temporary childcare in cases when both parents are simultaneously carrying out combat missions, Natalia says, stressing that she means the period of their service, rather than situations involving the death of one of the parents.

Another shortcoming is insufficient protection against sexual violence and harassment in the Ukrainian military.

“Here, any complaint goes through the direct chain of command. If the commander is not interested in resolving the problem or is involved in it themselves, the woman is left defenseless,” the veteran says.

In Israel, by contrast, there is a separate hotline and mechanisms for documenting such cases without directly approaching a commander.

Natalia (second from left) during her service in the Israeli army. Photo courtesy of Natalia/NV
Natalia (second from left) during her service in the Israeli army. Photo courtesy of Natalia/NV

Women in combat positions can also still be taken insufficiently seriously, denied participation in combat missions, or transferred to staff positions without their consent.

Natalia also emphasizes the lack of systematic military training for civilian women “at any level” and gives school education as an example.

“Even with the weak level of the school curriculum for the subject ‘Defense of Ukraine,’ boys had at least some basic knowledge. Girls were not involved in it at all,” the veteran says.

For now, Natalia believes that women’s military service should remain voluntary, as society as a whole is still not ready to fully accept women in the military.

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