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L’Occidente ha mentito su Bucha

By: A A
8 October 2026 at 10:30

Mosca è pronta a confrontarsi con il mondo intero sulle menzogne propagandate dagli occidentali. L’Occidente, invece?

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Il report Heirs of Goebbels

Dopo il 31 marzo 2026 ha cominciato a circolare in inglese un report di venti pagine intitolato Heirs of Goebbels: falsification of the events in Bucha and bloody staged performances of the Kiev regime. Lo firma il «Tribunale pubblico internazionale sui crimini dei neonazisti ucraini», organismo presieduto da Maksim Grigor’ev, che per il testo integrale rinvia al sito del Fondo russo per lo studio dei problemi della democrazia. La tesi sta già nel titolo: gli eventi di Bucha del marzo 2022 sarebbero stati falsificati dall’Ucraina con l’appoggio dei governi occidentali, secondo una tecnica che il testo accosta alla provocazione nazista di Gleiwitz del 1939.

Il documento merita una lettura attenta proprio perché non si limita alla negazione. A differenza delle smentite russe dell’aprile 2022, costruisce il proprio argomento su materiale ucraino verificabile: le targhe del memoriale, i necrologi militari, i siti commemorativi locali, le dichiarazioni della Presidenza. È su questo terreno che va discusso. La domanda che pongo qui è più stretta di quella del report e, credo, più utile: chi compare davvero sul Muro della memoria di Bucha, con quale qualifica, e che cosa succede quando una categoria commemorativa viene usata come categoria giuridica e statistica. La risposta chiama in causa tanto chi ha costruito la narrazione ufficiale quanto chi pretende di smontarla.

L’impianto è semplice. Dopo il richiamo a Gleiwitz, il testo elenca quattro metodi di falsificazione che il governo ucraino avrebbe impiegato: la presentazione come civili di militari caduti in combattimento; l’attribuzione alla Russia di morti causate dal fuoco ucraino; il conteggio tra le vittime di anziani morti di malattia; l’uccisione deliberata di propri cittadini davanti alle telecamere. Il bersaglio dichiarato è la formula ufficiale secondo cui il memoriale conterrebbe «509 nomi di civili identificati», formula che il report attribuisce al sito della Presidenza ucraina, al sindaco Anatolij Fedoruk, a Euronews e ai ministri europei presenti alla commemorazione del 31 marzo 2026.

Il nucleo del documento (pp. 3–12) è un elenco di circa trenta nomi, ciascuno accompagnato dalla foto della targa e, spesso, da un ritaglio di stampa ucraina. Li si può raggruppare in cinque classi. La prima comprende persone indicate come membri di Azov o di unità collegate: Jevhen Petraš, Jevhen Vas’kovyč, Illja Chrenov, Bohdan Knyščuk, Volodymyr Bisaha. La seconda riunisce militari regolari: il pilota Ruslan Bilous (Belous) della 7ª brigata di aviazione tattica e il suo compagno d’equipaggio Roman Dovhaljuk, il cecchino Oleh Cymbal della 80ª brigata d’assalto aereo, Vadym Smetans’kyj della stessa brigata, un colonnello dell’SBU, un maggiore del Dipartimento di protezione statale, il comandante della guardia al commissariato militare di Bucha. La terza raccoglie membri della difesa territoriale o di formazioni volontarie: Anatolij Korytko, Serhij Smyrnov, Oleksandr Blahodatnyj, Andrij Verbovyj, Mychajlo Bojčenko. La quarta riguarda civili che avrebbero preso parte ad azioni ostili: Oleksandr Šarava, uscito di casa con bottiglie incendiarie il 27 febbraio 2022; Vitalij Fesjuk, osservatore che trasmetteva i movimenti dei mezzi russi; Oleksandr Bondar, che secondo la stampa ucraina compiva ricognizioni per le forze armate. La quinta riguarda persone morte fuori dalla città (a Vorzel’, Moščun, Kopylov, Zdvizhevka, Guta-Mežigorskaja, Irpen’) e una donna di 68 anni, Halyna Semenjuk, morta di tumore.

A questo elenco il report aggancia due riferimenti giuridici corretti nella sostanza: l’art. 51, par. 3, del Primo Protocollo addizionale, per cui i civili perdono la protezione quando e per il tempo in cui partecipano direttamente alle ostilità, e un passo divulgativo del Comitato internazionale della Croce Rossa sullo stesso principio. Le pagine 12–20, infine, riportano sedici testimonianze su bombardamenti ucraini «a favore di telecamera». Nessuna riguarda Bucha: i testimoni parlano di Avdeevka, Ugledar, Toreck / Dzeržinsk, Lisichansk, Kurakhovo, in episodi che vanno dal 2021 al 2024. Il passaggio da quel materiale a Bucha è affidato a una frase esplicita: la pratica delle uccisioni deliberate «consente di concludere ragionevolmente» che lo stesso sia avvenuto anche lì.

Il quadro normativo

Il diritto internazionale umanitario definisce il civile per esclusione. Secondo l’art. 50 del Primo Protocollo è civile chiunque non appartenga alle forze armate come definite dall’art. 43, cioè a tutte le forze, i gruppi e le unità organizzati posti sotto un comando responsabile. In caso di dubbio la persona va considerata civile, e la presenza tra la popolazione di individui non civili non priva la popolazione del suo carattere civile. Il civile che partecipa direttamente alle ostilità resta civile, ma perde la protezione dagli attacchi per la durata della partecipazione. La Interpretive Guidance del CICR fissa per tale partecipazione tre requisiti cumulativi (una soglia minima di danno, un nesso causale diretto, un nesso bellico) e distingue il civile che agisce in modo episodico dal membro di un gruppo armato organizzato con funzione di combattimento continuativa, che perde la protezione per tutta la durata di tale funzione.

Due ulteriori norme contano per il caso di Bucha. La prima è la levée en masse: gli abitanti di un territorio non ancora occupato che, all’avvicinarsi del nemico, prendono spontaneamente le armi senza aver avuto il tempo di organizzarsi sono combattenti legittimi, se portano apertamente le armi e rispettano le leggi di guerra. La seconda è interna. La legge ucraina «Sui fondamenti della resistenza nazionale», in vigore dal 1° gennaio 2022, ha fatto delle Forze di difesa territoriale una componente delle Forze armate e ha istituito le formazioni volontarie delle comunità territoriali (DFTH) come unità paramilitari destinate a compiti di difesa territoriale. Chi apparteneva a queste strutture, per il diritto internazionale umanitario, non era un civile.

C’è però un punto che il report non tocca mai. Stabilire che una persona era un combattente non dice nulla su come sia morta. Un combattente catturato, ferito o arreso è hors de combat, e ucciderlo è un crimine di guerra.

Alla prova della guerra informativa

Secondo i commentatori occidentali, il report non è credibile, perché contiene alcune imprecisioni giuridiche. Degli errori tecnici ci possono stare, ma guardare il dito ignorando la luna è un errore madornale. A Bucha, il crimine è stato compiuto dagli ucraini, non dai russi. E c’è un crimine atroce che è divenuto uno strumento di propaganda, parte di una guerra informativa che era indispensabile per l’Occidente collettivo.

Bucha ha rappresentato uno dei momenti decisivi della guerra dell’informazione sviluppatasi intorno al conflitto russo-ucraino. Dopo il ritiro delle forze russe dalla città, le immagini dei cadaveri presenti nelle strade e le testimonianze raccolte sul posto furono rapidamente diffuse dai media internazionali, trasformandosi in un potentissimo dispositivo comunicativo. Tutto avvenne con estrema velocità, con i media occidentali che,  a reti unificate, diffondevano il materiale dappertutto, costruendo l’immagine della guerra come aggressione caratterizzata da atrocità sistematiche, nella quale la Russia veniva progressivamente rappresentata non soltanto come avversario militare, ma come responsabile di crimini contro la popolazione civile. Le immagini possedevano, in questo senso, una forza persuasiva superiore a quella di molte argomentazioni diplomatiche: il corpo del civile ucciso diventava una prova visiva capace di condensare in pochi fotogrammi un’intera interpretazione del conflitto.

Bucha assunse così una funzione strategica nella comunicazione occidentale e contribuì a consolidare il consenso pubblico alle sanzioni, all’isolamento diplomatico di Mosca e all’incremento dell’assistenza politica e militare a Kiev. Osservate come un evento tragico, come tragica è ogni guerra, sia stato trasformato in un’arma di guerra. Del valore dei morti, della verità delle loro biografie, a nessun media occidentale importava. L’unica cosa necessaria era incolpare la Russia e motivare l’escalation di un conflitto folle.

Ma la verità prima o dopo viene a galla.

È così che il Ministero degli Affari Esteri russo ha ha riportato il caso di Bucha al centro dell’attenzione internazionale. La portavoce Maria Zakharova ha dichiarato che Mosca intende sollecitare le Nazioni Unite a riesaminare gli eventi, sostenendo che l’ONU non avrebbe partecipato direttamente alle indagini svolte all’epoca, finendo invece per assumere come prevalente la versione fornita da Kiev. Pochi giorni dopo, anche il ministro degli Esteri Sergej Lavrov è tornato sull’episodio, denunciando quella che considera una pratica tipica della guerra dell’informazione: costruire rapidamente una narrazione, trasformarla in verità dominante e impedire che versioni alternative possano raggiungere il pubblico.

È precisamente questo, secondo Lavrov, il meccanismo attraverso cui l’Occidente avrebbe consolidato la propria interpretazione di Bucha. La prima narrazione occupa lo spazio informativo disponibile come una trincea vuota: una volta conquistata e difesa dai grandi media, sostituirla richiede uno sforzo enormemente maggiore. Nel caso di Bucha questo processo avrebbe impedito fin dall’inizio un esame realmente imparziale degli avvenimenti.

Resta dunque una questione centrale: perché riaprire oggi il dossier Bucha? Perché Mosca è pronta a confrontarsi con il mondo intero sulle menzogne propagandate dagli occidentali. L’Occidente, invece?

L’Ossezia del Sud dopo le elezioni: dall’indipendenza de facto all’integrazione sempre più stretta con la Russia

By: A A
7 October 2026 at 22:05

Le elezioni presidenziali anticipate del 18 settembre hanno consegnato a Marat Kambolov una netta vittoria. Il voto si inserisce però in un processo più ampio, segnato dal nuovo trattato con Mosca e dalla crescente integrazione politica, economica e istituzionale russo-sudosseta.

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Le elezioni presidenziali anticipate tenutesi il 18 settembre in Ossezia del Sud hanno sancito la vittoria di Marat Kambolov, figura proveniente dall’apparato statale russo e divenuta in pochi mesi il principale protagonista della politica sudosseta. Secondo i risultati ufficiali della Commissione elettorale centrale, Kambolov ha ottenuto 27.922 voti, pari all’84,95% dei partecipanti al voto, mentre l’affluenza ha raggiunto l’82,65% dei 39.768 elettori registrati. Molto distanziati gli altri candidati: Murat Valiev, sostenuto da «Patrioti dell’Alania» (Patrioty Alanii, Патриоты Алании), si è fermato al 3,82%; l’indipendente Kazbek Kodoev al 2,52%; Zurab Kokoev, esponente di «Unità» (Edinstvo, Единство), all’1,48%. Infine, un ulteriore 4,90% degli elettori ha scelto l’opzione «contro tutti».

Il risultato, per la sua ampiezza, ha lasciato poco spazio all’incertezza sul passaggio istituzionale. Kambolov ha prestato giuramento il 30 settembre a Tskhinval, assumendo formalmente la presidenza e chiudendo così una transizione iniziata oltre tre mesi prima con le dimissioni di Alan Gagloev. Nel discorso di insediamento il nuovo presidente ha indicato il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione come obiettivo centrale della propria amministrazione, ribadendo nello stesso tempo il carattere strategico del rapporto con la Federazione Russa.

Lungi dal rappresentare un episodio isolato della politica interna sudosseta, le elezioni sono state il punto di arrivo provvisorio di una trasformazione accelerata dei rapporti fra Tskhinval e Mosca, avviata formalmente il 9 maggio scorso con la firma del Trattato sull’approfondimento dell’interazione alleata tra la Federazione Russa e la Repubblica dell’Ossezia del Sud. Il documento si colloca a sua volta nella continuità degli accordi sottoscritti dopo il riconoscimento russo dell’indipendenza sudosseta nel 2008 e del trattato di alleanza e integrazione del 2015, ma ne approfondisce in maniera considerevole la dimensione istituzionale ed economica.

Il testo firmato il appena cinque mesi fa prevede infatti una cooperazione crescente in materia di politica estera, difesa, sicurezza e controllo delle frontiere, insieme all’armonizzazione delle norme giuridiche e alla creazione di condizioni favorevoli alla libera circolazione di capitali, merci, servizi e forza lavoro. Particolarmente significativa è la disposizione che consente ai cittadini di ciascuna delle due parti di ricoprire incarichi statali e municipali nell’altra, nei termini stabiliti dal trattato. È una norma che riduce concretamente le barriere fra i rispettivi apparati amministrativi e che ha assunto quasi immediatamente un significato politico attraverso l’ascesa dello stesso Kambolov.

Ancora più profonde sono le disposizioni economiche. Le parti si impegnano alla progressiva formazione di uno spazio economico comune e all’unificazione di settori della legislazione che disciplinano le attività economiche, compresi il diritto civile e quello tributario. Il trattato contempla inoltre il progressivo avvicinamento degli indicatori sociali e macroeconomici e, secondo la documentazione relativa alla ratifica russa, l’integrazione delle reti energetiche, dei sistemi di trasporto, delle telecomunicazioni e delle procedure riguardanti investimenti e indebitamento estero.

Proprio l’attuazione di questo accordo ha costituito la porta d’ingresso di Kambolov nella politica sudosseta. Nato nel 1965 nell’Ossezia Settentrionale-Alania, Kambolov ha svolto gran parte della propria carriera nelle istituzioni della Federazione Russa. Ha lavorato nel Comitato statale per la politica antimonopolistica e nel Ministero per le nazionalità e la politica regionale, è stato vicedirettore dell’Agenzia federale per la scienza e l’innovazione e, tra il 2010 e il 2014, viceministro russo dell’Istruzione e della Scienza. Successivamente ha ricoperto incarichi di vertice presso il Centro nazionale di ricerca «Istituto Kurčatov». Il 27 maggio, infine, è stato nominato consigliere di Stato del presidente sudosseto con il compito specifico di seguire l’attuazione del nuovo trattato nei settori economico e sociale.

Il passaggio successivo è avvenuto nel giro di poche settimane. L’8 giugno Gagloev ha proposto Kambolov alla guida del governo e il 16 giugno il Parlamento ne ha approvato all’unanimità la nomina, con il voto favorevole dei 32 deputati presenti su 34. In quella stessa occasione Gagloev definì il trattato del 9 maggio come l’apertura di una nuova fase nelle relazioni con la Russia e come il quadro destinato a orientare i processi di integrazione nei principali settori della vita della repubblica.

Soltanto una settimana più tardi lo scenario politico cambiò nuovamente. Dopo un incontro con Vladimir Putin, Gagloev annunciò le proprie dimissioni e la volontà di lavorare al fianco del presidente russo all’attuazione del trattato. Nel messaggio rivolto alla popolazione il 23 giugno, lo stesso Gagloev collegò esplicitamente il nuovo accordo a una prospettiva storica più ampia, quella del superamento della divisione del popolo osseto e del ricongiungimento con l’Ossezia Settentrionale e con la Russia. In base alla Costituzione sudosseta, la presidenza ad interim passò quindi a Kambolov, allora presidente del governo.

La sequenza degli avvenimenti rende evidente quanto la consultazione del 18 settembre sia stata collegata alla ridefinizione del rapporto russo-sudosseto. Il passaggio da Gagloev a Kambolov non ha rappresentato una rottura dell’orientamento strategico precedente: al contrario, ne ha rafforzato la continuità. La differenza principale riguarda piuttosto il profilo del nuovo presidente. Con Kambolov, Tskhinval affida l’attuazione della nuova fase di integrazione a un dirigente formatosi quasi interamente nell’amministrazione e nelle strutture scientifiche della Federazione Russa, con una lunga esperienza nell’apparato pubblico di Mosca.

Sebbene questo dato non implichi automaticamente che l’Ossezia del Sud stia per essere incorporata formalmente nella Federazione Russa, la prospettiva dell’unificazione del popolo osseto rimane comunque presente nel discorso politico locale. L’Ossezia costituisce infatti uno spazio nazionale diviso dalla frontiera russo-sudosseta: a nord si trova la Repubblica dell’Ossezia Settentrionale-Alania, soggetto della Federazione Russa, mentre a sud si trova la Repubblica dell’Ossezia del Sud, la cui indipendenza è riconosciuta da Mosca e da un numero ristretto di altri Stati, mentre il resto della comunità internazionale continua a considerarla come parte integrante del territorio georgiano. Per la maggioranza della classe politica sudosseta, il rapporto con la Russia non viene quindi presentato semplicemente come un’alleanza fra due Stati, ma come parte di un più lungo processo di ricomposizione nazionale.

Al di là della controversia internazionale, per la nuova leadership rimangono problemi interni molto concreti. L’economia sudosseta continua a dipendere in misura significativa dal sostegno finanziario e infrastrutturale russo, mentre la scarsità di opportunità occupazionali, l’emigrazione giovanile, le difficoltà dei servizi pubblici e la necessità di modernizzare strade, reti energetiche e sistema produttivo costituiscono questioni centrali per la popolazione. L’integrazione con la Russia viene presentata dalla nuova amministrazione anche come la principale risposta a questi problemi.

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