❌

Normal view

Al Governo servono 10 miliardi per la Manovra: taglio alle pensioni, nuove tasse o extraprofitti

By: matrun
11 October 2026 at 11:55

Secondo il Documento programmatico di finanza pubblica la Manovra finanziaria per il 2027 ha al momento a disposizione circa 15 miliardi di euro per le misure che il Governo vuole implementare. Pochi, sufficienti a malapena per la riforma dell’Irpef che sembra essere il punto fermo di questa legge di bilancio.

Il quotidiano La Repubblica ha quindi esplorato le possibili strade che il Governo avrebbe ipotizzato di intraprendere in caso volesse rendere questa Manovra più simile alle precedenti in dimensioni. Si va dalla tassazione degli extraprofitti al taglio dell’adeguamento delle pensioni, fino a nuove imposte su tabacco e gioco.

Il Governo vuole 10 miliardi in più per la Manovra

La Manovra prevista dal Dpb è minima, circa 15 miliardi di euro, tra le più ridotte del recente passato. Anche aggiungendo la flessibilità concessa dall’Ue per fare deficit in più, i fondi a disposizione sono pochissimi, in un momento in cui tutti i partiti della maggioranza vorrebbero assecondare il proprio elettorato con misure precise in vista delle elezioni del 2027.

Sarebbe quindi necessaria un’ulteriore iniezione di denaro, ma visto che il deficit non può più essere toccato, i fondi vanno trovati altrove. Se il bilancio deve rimanere lo stesso, le opzioni sono due:

  • tagliare le spese, riducendo quindi le uscite;
  • aumentare le tasse, facendo crescere le entrate.

La tassazione degli extraprofitti

Rientrano nella seconda categoria le tasse sui cosiddetti extraprofitti. Da una parte, il Governo vorrebbe un altro contributo da banche e assicurazioni. Questa volta, però, i tassi di interesse non sono stati alti per molti mesi, quindi rispetto agli anni scorsi l’Esecutivo non può chiedere molto: al massimo 3 miliardi di euro.

Ci sarebbero le aziende energetiche. I prezzi del petrolio hanno permesso di generare più entrate del previsto alle grandi imprese del settore. Il problema, come fu per le banche, è identificare cosa significhi “extraprofitto”. C’è poi sempre il rischio che queste aziende, per recuperare quanto perduto in tasse, alzino i prezzi facendo ricadere il peso della nuova imposta sui consumatori.

Il taglio dell’adeguamento delle pensioni all’inflazione

L’altra idea per raccogliere molti fondi in una sola volta è toccare le pensioni. Non una scelta popolare, ma negli anni passati, altri governi, come quello Draghi, hanno attuato un taglio che non è stato percepito come particolarmente duro sulla popolazione e che anche la Corte costituzionale, che deve difendere il “diritto acquisito” della pensione, ha accettato.

Si tratta della riduzione dell’adeguamento all’inflazione per le pensioni più alte. Ogni anno, l’Inps aumenta le pensioni di una percentuale sufficiente a contrastare l’inflazione dell’anno precedente. Con l’aumento dei prezzi al 4,2% a settembre, nel 2027 questa spesa potrebbe essere importante.

L’idea è quella di tagliare questo aumento all’aumentare della pensione, partendo, si ipotizza, da quelle superiori a tre volte la minima e aumentando la riduzione più l’assegno diventa alto. L’importo non calerebbe rispetto al 2026, aumenterebbe solo di meno. I primi a essere colpiti sarebbero i pensionati con 24.272,20 euro di pensione lorda annua.

Nuove tasse o tasse più alte?

Ci sono poi una serie di piccole tasse e imposte che potrebbero essere aumentate per racimolare alcuni milioni da aggiungere alla Manovra:

  • le tasse sul tabacco;
  • le tasse sul gioco d’azzardo;
  • la tassa sui pacchi extra Ue.

Ci sarebbe anche l’ipotesi di smettere di rimandare la plastic tax e la sugar tax, che porterebbero gettiti significativi. Qui, però, la probabilità che le aziende scarichino il peso della nuova imposta sui consumatori è altissima. Sarebbe quindi una misura molto impopolare, difficilmente approvabile prima delle elezioni.

Perché la Manovra 2027 è così “piccola”?

Come ha fatto il Governo a ritrovarsi con una Manovra di soli 15 miliardi di euro? Tutto parte dalle politiche di bilancio dell’Esecutivo che, fin dal primo momento, sono state molto conservative. L’obiettivo è sempre stato quello di far rientrare l’Italia sotto il 3% di rapporto tra deficit e Pil, con vari benefici:

  • riduzione del costo del debito accumulato;
  • uscita dalle procedure per deficit eccessivo dell’Ue;
  • riduzione del costo del nuovo debito, attraverso il calo dei rendimenti dei titoli di Stato.

Un piano per avviare la spesa pubblica verso un circolo virtuoso e far uscire l’Italia dallo stato di indebitamento eccessivo che la affligge dagli anni ’90. Piano che però si è scontrato nel 2026 con un imprevisto: la guerra in Iran.

La crescita ha rallentato e questo ha ridotto gli introiti fiscali. L’inflazione è aumentata e con essa i tassi di interesse, spinti anche da una crisi mondiale del debito di Stati e società private. Il risultato è stato la mancata uscita anticipata dalla procedura per deficit eccessivo nel 2026, su cui il Governo puntava e che avrebbe sbloccato molti fondi per la Manovra 2027.

Chi rischia di pagare il conto

Tra le strade allo studio, quella sulle pensioni è la più delicata. Il meccanismo ipotizzato non toccherebbe direttamente gli assegni, ma la loro rivalutazione all’inflazione, quindi l’adeguamento annuale al costo della vita.

Mirino rivolto su quelli che sono i trattamenti più alti, ovvero soprattutto una soglia indicata intorno ai 24.272,20 euro lordi l’anno.

Superato questo livello, la rivalutazione verrebbe riconosciuta solo in parte, con una riduzione che cresce all’aumentare dell’importo. Una misura che poco vantaggio garantisce sul fronte politico, ma che avrebbe una netta utilità e già in passato ha superato il vaglio della Corte costituzionale. Per i pensionati sotto quella soglia, invece, l’adeguamento resterebbe pieno.

Niente accise mobili, il Governo frena sugli sconti dopo il ritorno del price cap

By: matrun
11 October 2026 at 10:35

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Ansa il Governo avrebbe deciso di rimandare l’attivazione delle accise mobili sui carburanti, dopo che le compagnie petrolifere hanno deciso, venerdì 9 ottobre, di reintrodurre il price cap a 2,19 euro al litro per il diesel.

Una scelta che permette all’esecutivo di accumulare ancora più extragettito dall’Iva che si applica in percentuale sul costo, molto alto, dei carburanti. In questo modo il Governo dovrebbe avere circa 170 milioni di euro da utilizzare per interventi straordinari dopo il 31 ottobre, quando il price cap dovrebbe terminare.

Niente accise mobili, per ora

Il Governo aveva ipotizzato di attivare le cosiddette accise mobili dopo che, lo scorso 5 ottobre, erano tornate in vigore tutte le tasse sui carburanti. Le accise mobili sono un sistema di sconto che si basa su un meccanismo della tassazione dei carburanti:

  • le accise sono fisse, calcolate in un certo numero di euro al litro;
  • l’Iva, l’altra tassa che grava sui carburanti, è percentuale, quindi aumenta all’aumentare del prezzo.

Questo significa che, quando i prezzi dei carburanti crescono, cresce anche il gettito di tasse che viene pagato allo Stato dai distributori. Le accise mobili sono l’idea di utilizzare questo gettito in eccesso per abbassare le accise.

Perché il price cap era aumentato

Negli scorsi giorni le aziende petrolifere che avevano aderito all’iniziativa del price cap, limitando i prezzi massimi del diesel a 2,19 euro al litro e della benzina a 1,99 euro al litro, avevano aumentato i prezzi di circa 7 centesimi.

Questo era accaduto perché lo scorso 5 ottobre era scaduto anche l’ultimo sconto sulle accise previsto nei mesi scorsi per contrastare l’aumento dei prezzi del diesel. Le società del settore, visto l’aumento delle tasse, avevano scaricato questo costo extra sui clienti. Il 9 ottobre, però, è stato annunciato che i prezzi del price cap torneranno quelli precedenti.

L’extragettito per novembre

La scelta di non attivare le accise mobili ha due conseguenze:

  • i prezzi dei carburanti rimarranno alti, per il momento;
  • lo Stato potrà accantonare l’extragettito dell’Iva sui carburanti.

Questo potrebbe permettere al Governo di intervenire in futuro in maniera più decisa sulle accise, in particolare a partire dal 31 ottobre, la data in cui l’iniziativa del price cap dovrebbe scadere. A quel punto lo Stato dovrebbe aver accumulato tra i 160 e i 170 milioni di euro, che potrebbe utilizzare nel caso in cui i prezzi siano ancora troppo alti.

Quanto costano i carburanti in Italia

Il prezzo dei carburanti in Italia sta calando negli ultimi giorni. Il costo medio attuale è di:

  • 2,038 euro al litro per la benzina;
  • 2,260 euro al litro per il diesel;
  • 0,790 euro al litro per il gpl;
  • 1,926 euro al litro per il metano.

Il calo è dovuto principalmente al fatto che il traffico nello Stretto di Hormuz sta tornando ai livelli precedenti alla guerra. Hanno avuto poco effetto invece sia l’annuncio del rilascio delle riserve strategiche dei Paesi del G7, sia l’accordo tra Trump e Putin sulle esportazioni russe. Quest’ultimo è particolarmente insignificante, visto che la Russia sarà autorizzata a esportare in totale nei prossimi 4 mesi una quantità di diesel che il mondo consuma in meno di 12 ore.

Affitti in aumento del 33,2% in 6 anni, Milano la più cara ma a crescere maggiormente è Bari

By: matrun
11 October 2026 at 09:55

Una ricerca promossa da Immobiliare.it ha rilevato gli aumenti degli affitti in Italia tra il 2020 a il 2026, trovando che, in media, nel nostro Paese i canoni sono aumentati del 33,2% in 6 anni, a fronte di un’inflazione totale di circa il 20%. Il costo delle case sta quindi aumentando più rapidamente di quello della vita.

I dati differiscono molto tra città. Inaspettatamente, Milano è tra quelle che cresce di meno. Già sei anni fa, però, partiva da un costo medio che era più alto di buona parte di quello delle altre grandi città oggi. Le crescite più repentine sono avvenute invece a Bari e a Genova.

Quanto sono aumentati gli affitti in Italia dal 2020

La ricerca di Immobiliare.it prende in considerazione un periodo di forte inflazione per l’Italia, in cui l’aumento dei prezzi ha spesso superato la media del 2% annuo che dovrebbe rappresentare il riferimento per il lungo periodo.

Nonostante questo, la crescita dei canoni nelle grandi città ha superato di gran lunga l’inflazione. Un segnale che le città sono in crisi abitativa: c’è troppa domanda, a causa delle migrazioni dalle aree interne del Paese, e poca offerta.

L’aumento degli affitti nelle città del Nord

Al Nord la città con gli aumenti più forti è stata Genova, che in 6 anni ha visto i canoni crescere di oltre il 48%. A sorpresa, quella con meno crescita è Milano, ma questo dato va contestualizzato. Già nel 2020 il capoluogo lombardo aveva canoni medi di 19,7 euro al metro quadro. Sei anni dopo solo una città italiana, Firenze, è riuscita a superare quella cifra.

La classifica degli affitti più costosi al Nord recita:

  1. Milano, 22,3 euro al metro quadro (+13,4%);
  2. Venezia, 15,5 euro al metro quadro (+25,4%);
  3. Torino, 13 euro al metro quadro (+37,9%);
  4. Verona, 12,3 euro al metro quadro (+18,0%);
  5. Genova, 11,2 euro al metro quadro (+48,1%).

Il Centro, tra prezzi alti e grande crescita

Le città del Centro presentano al contempo prezzi molto alti degli affitti e una crescita tra le più intense d’Italia. Firenze è l’emblema di questa combinazione, seconda in assoluto in Italia dietro Milano a oltre 21 euro al metro quadro di canone medio ma con un aumento oltre la media nazionale.

La classifica delle città con gli affitti più costosi del Centro Italia recita quindi:

  1. Firenze, 21,7 euro al metro quadro (+38,1%);
  2. Roma, 19,1 euro al metro quadro (+29,9%);
  3. Bologna, 16,5 euro al metro quadro (+18,3%).

 

La rincorsa delle città del Sud

Il Sud è l’area geografica in cui gli affitti sono rimasti più accessibili. Anche in città molto attrattive come Napoli, i canoni rimangono sotto quelli delle grandi città del Nord. Si registrano però alcuni casi di forte crescita, che segnalano una grande migrazione dalle aree interne in via di spopolamento.

Le città con gli affitti più costosi al Sud sono:

  1. Napoli, 15,3 euro al metro quadro (+25,5%);
  2. Bari, 13 euro al metro quadro (+52,9%);
  3. Catania, 9,7 euro al metro quadro (+24,4%);
  4. Palermo, 9,7 euro al metro quadro (+35,8%).

Le soluzioni alla crisi abitativa

Paolo Giabardo, direttore generale di Immobiliare.it, ha commentato la ricerca segnalando due possibili soluzioni a questa situazione:

  • l’immissione sul mercato del gran numero di alloggi sfitti presenti in Italia;
  • la costruzione di più abitazioni.

Entrambe però hanno dei limiti. Molti degli alloggi sfitti non si trovano nelle città che sono soggette alla crisi abitativa. I progetti immobiliari di larga scala richiedono tempo ed enormi investimenti, soprattutto in un momento in cui anche i terreni delle aree sotto pressione hanno prezzi sopra la media.

Btp per battere l’inflazione, tra l’asta del 13 ottobre e i Btp Valore

By: matrun
11 October 2026 at 06:00

A settembre l’inflazione in Italia ha raggiunto il 4,2%. I risparmiatori rischiano quindi di vedere i propri capitali non investiti perdere rapidamente di valore reale, a causa dell’aumento dei prezzi. In questi casi, molto spesso, gli italiani cercano rifugio nei Btp per difendere i propri risparmi attraverso le cedole.

In passato lo Stato aveva emesso titoli indicizzati all’inflazione proprio per queste evenienze. Per il 2026 non sono previste emissioni simili, ci sono però alcuni Btp tradizionali che stanno per essere immessi sul mercato con cedole relativamente alte e ci sono anche i Btp Valore, che verranno emessi nella seconda parte di ottobre. Quali titoli hanno rendimenti più alti dell’inflazione?

I Btp all’asta il 13 ottobre battono l’inflazione?

Anche se l’inflazione al momento è del 4,2%, difficilmente rimarrà così alta per tutta la durata di vita dei Btp all’asta il 13 ottobre, che va da 3 a 7 fino a 15 anni. Prendere questa misura come base potrebbe quindi essere troppo rigido come approccio per valutare i rendimenti dei Btp. In generale, se si tiene conto di un periodo abbastanza lungo di tempo, l’inflazione di un’economia sana tende verso il 2%.

Il Btp a 3 anni in scadenza a settembre 2029

Il primo titolo da prendere in considerazione è il più breve, quello a 3 anni, codice Isin IT0005716839. Ha una cedola del 3,00% ed è la settima tranche di un Btp che oggi il mercato prezza a 98,10. Il suo rendimento lordo è quindi del 3,70%, che si riduce al 3,24% se si applicano le tasse. Questo rendimento:

  • non batte l’inflazione attuale del 4,2%;
  • batte l’inflazione media del 2%.

Essendo però un titolo così a breve termine, è anche meno probabile che l’inflazione si avvicini alla media durante la sua vita rimanente. È quindi necessario considerare che l’inflazione potrebbe rimanere sufficientemente alta per un periodo di tempo abbastanza lungo da superare il rendimento del titolo di Stato.

Il Btp a 7 anni con scadenza a settembre 2033

Il Btp con codice Isin IT0005722845 scade tra 7 anni e ha un rendimento leggermente migliore del precedente. Il lordo arriva al 4,12% tra prezzo e cedola, quindi al netto tocca il 3,60%. Anche in questo caso, quindi:

  • non batte l’inflazione attuale del 4,2%;
  • batte l’inflazione media del 2%.

Dalla sua, rispetto al precedente, il Btp a 7 anni ha la durata più lunga, quindi una probabilità maggiore che l’inflazione, in media, torni nel frattempo al 2%. Questo però significa vincolare il denaro per più tempo se si vuole ottenere il risultato sperato.

Il Btp a 15 anni con scadenza a ottobre 2041

Il titolo di Stato che più può contare sull’appianamento verso il 2% dell’inflazione è il Btp a 15 anni. Tra cedola e prezzo, il suo rendimento è del 4,58% lordo, che diventa un 4,01% netto. Quindi:

  • si avvicina a battere l’inflazione attuale del 4,2%;
  • batte l’inflazione media del 2%.

Il rendimento di questo titolo è sicuramente il migliore, ma non bisogna dimenticarsi che si parla di vincolare il capitale per 15 anni, a meno di non vendere il Btp quando se ne ha bisogno, con il rischio però che il prezzo sia sceso e, di conseguenza, che il rendimento peggiori.

I Btp Valore e l’inflazione

Un’altra occasione per investire in Btp arriverà il 19 ottobre, con i Btp Valore e i Btp Valore insieme. Le cedole e i rendimenti di questi strumenti saranno comunicati solo il 16 ottobre. Avranno gli stessi rendimenti a scadenza, ma con due diverse tipologie di pagamento della cedola diverso:

  • Il Btp Valore avrà una cedola step up 2+2+1;
  • Il Btp Valore Insieme avrà un’unica cedola a scadenza.

Questi titoli hanno il vantaggio di essere dedicati agli investitori retail, ai privati, al momento dell’emissione. Questo potrebbe renderli gli strumenti giusti per difendere i risparmi privati dall’inflazione.

❌