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Se Trump sgancia gli Usa dalla sicurezza europea. Il monito di Camporini

12 October 2026 at 16:33

Degli Stati Uniti bisogna fidarsi, ma con prudenza. Ne è convinto il generale Vincenzo Camporini, alla luce delle parole di Trump su Zelensky, dell’accordo sul diesel Casa Bianca-Mosca e dell’attacco all’Arabia Saudita portato dagli Houthi. “Se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini”, dice a proposito della Nato.

Trump ha accusato Zelensky di non voler raggiungere un accordo per porre fine alla guerra e di creare problemi al mondo con gli attacchi alle raffinerie russe suggerendo a Kiev di trovare un nuovo leader in grado di raggiungerlo. Queste parole come cambiano lo scenario nell’immediato e soprattutto in un eventuale ormai difficile tavolo diplomatico?

Diciamo che è un distacco ormai formale della politica estera americana da quello che accade in Europa e in Ucraina, quindi dobbiamo prendere atto che a questo punto l’interesse di Trump per la politica europea e per la sicurezza in Europa non è più rilevante. C’è un fatto che io credo sia abbastanza significativo, ovvero le imminenti elezioni di midterm che secondo me stanno scatenando il panico alla Casa Bianca.

In che senso?

Indubbiamente i risultati che si possono prevedere sono molto negativi per i repubblicani e a questo punto bisogna incolpare qualcuno di quello che dispiace all’elettorato americano, come l’aumento del costo dei carburanti. Per cui l’ideale è scaricare la colpa non su chi ha creato il conflitto con l’Iran, ma su chi neutralizza le capacità di raffinazione da parte russa che, come tutto il mondo sa, non essere assolutamente determinante per questo aspetto, ma che lui può far passare come la causa di tutti i mali. Quindi a questo punto lascia Ucraina ed Europa al loro destino.

Per quanto tempo ancora la Nato potrà far finta di nulla?

Abbiamo qualche motivo di seria preoccupazione. C’è in generale una volontà di salvaguardare il principio della solidarietà transatlantica: io stesso faccio parte di un gruppo di lavoro con altri colleghi di altri Paesi per cercare di trovare il modo di attenuare l’attuale situazione. Ma è chiaro che in questo momento se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini.

L’accordo sul diesel tra Trump e Putin che scenari apre anche in seno all’Europa?

Premetto che l’accordo dal punto di vista quantitativo è irrisorio, visto che stiamo parlando del fabbisogno di un paio di giorni del mercato americano quindi nulla che possa significativamente influire sul prezzo del gasolio. Ma dal punto di vista dello scenario europeo, è chiaro che ci sarà qualcuno che avrà la tentazione di usarlo: purtroppo vi sono ambienti che apertamente nutrono simpatie per la posizione di Mosca e che cercheranno di sollecitare un allineamento con il governo americano. In alcuni Paesi questo non ha nessuna possibilità di riuscire ma in altri, come l’Italia, temo di sì perché è particolarmente permeabile alla propaganda di Mosca e certamente qualche voce si leverà in tal senso.

In generale oggi l’Europa è autosufficiente dal punto di vista della difesa?

No, oggi l’Europa non è autosufficiente per una serie di capacità specifiche e non certo dal punto di vista delle forze perché le forze europee sono abbastanza adeguatamente numerose e con equipaggiamenti di ottima qualità. Ma ci sono alcune capacità nel campo delle intelligence, della sorveglianza del territorio, delle comunicazioni, della trasmissione dati, della sorveglianza satellitare e della difesa antimissile che oggettivamente gli europei non hanno mai sviluppato. Se vorranno essere autonomi e avere voce in capitolo sulla scena internazionale dovranno sviluppare nell’immediato futuro, anche se sono cose che non si costruiscono dall’oggi al domani ma richiedono anni.

Secondo la sua opinione l’attacco degli Houthi all’Arabia Saudita ci dice anche che l’ombrello americano non è così esteso come immaginavamo?

Mah, è un ombrello molto randomico, nel senso che gli Stati Uniti hanno un accordo di collaborazione militare con l’Arabia Saudita. Evidentemente la cosa è considerata irrilevante dal punto di vista dell’azione quindi l’attacco è un’ulteriore dimostrazione che degli Stati Uniti bisogna fidarsi ma con molta prudenza.

Casini chiude un’epoca. Ecco cosa mancherà alla politica secondo Cesa

12 October 2026 at 15:05

Ci sono addii che assomigliano più a un passaggio di testimone che a una resa. Dopo quasi 45 anni trascorsi in Parlamento, Pier Ferdinando Casini ha deciso di non ricandidarsi, chiudendo una stagione politica che attraversa la Prima Repubblica, la fine della Democrazia cristiana, il bipolarismo e le trasformazioni più recenti del sistema politico italiano. Una scelta maturata con serenità, senza strappi né retroscena particolari, ma che inevitabilmente riapre una domanda: che cosa perde la politica italiana quando esce di scena uno dei suoi protagonisti più longevi? Per Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc e amico di Casini fin dagli anni della Democrazia cristiana giovanile, il Parlamento perde un pezzo da novanta. Ma il congedo dalle Camere non significa necessariamente la parola fine. Anche perché, osserva Cesa, il prestigio istituzionale dell’ex presidente della Camera lascia ancora aperti scenari importanti. Compreso, un domani, quello del Quirinale.

Lorenzo Cesa, Casini ha annunciato che non si ricandiderà in Parlamento dopo 44 anni. Quando ha maturato questa decisione?

Ne avevamo parlato qualche tempo fa. Poi, due domeniche fa, mi ha telefonato e abbiamo avuto una lunga conversazione. L’ho trovato molto tranquillo e sereno. È una scelta che ha maturato con grande consapevolezza, dopo una vita trascorsa nelle istituzioni. Il prossimo anno saranno 45 anni di attività parlamentare: se si vive questo impegno con la serietà e il senso di responsabilità con cui lo ha vissuto Pier Ferdinando, è inevitabile che, a un certo punto, si senta anche il peso di un percorso così lungo.

C’è anche una ragione politica? Il Parlamento di oggi è molto diverso da quello in cui Casini ha cominciato.

Certamente, il Parlamento è cambiato profondamente rispetto a quello di una volta. Ma non credo che la sua decisione sia riconducibile soltanto a questo. Pier ha attraversato stagioni politiche completamente diverse, ha saputo misurarsi con trasformazioni enormi e compiere scelte difficili nei momenti più delicati. Lo ha fatto mantenendo una grande coerenza e una notevole linearità. Oggi, semplicemente, sente di poter dedicare il proprio tempo anche ad altro. È una decisione personale, che va rispettata.

Che cosa rappresenta, allora, il suo passo indietro per la politica italiana?

Il Parlamento perde un pezzo da novanta. Casini non è soltanto un parlamentare di lunghissimo corso: è una figura che ha attraversato la storia repubblicana senza smarrire il proprio profilo istituzionale. Ha conosciuto la stagione della Democrazia cristiana, la fine dei partiti tradizionali, la nascita del bipolarismo e le successive trasformazioni. In tutti questi passaggi ha dimostrato di saper assumere responsabilità e di non sottrarsi alle decisioni difficili. È un patrimonio di esperienza che non si improvvisa e che, inevitabilmente, mancherà alle istituzioni.

La vostra amicizia nasce proprio negli anni della Dc giovanile. Che cosa ricorda di quel periodo?

Ci siamo conosciuti da ragazzi, durante un’esperienza della Fondazione Adenauer a Berlino. Fanfani nominò Pier vicecommissario del movimento giovanile della Democrazia cristiana e da lì nacque un rapporto che si è trasformato in una grande amicizia. Quando lui arrivò a Roma, il legame si consolidò ulteriormente. Abbiamo condiviso battaglie politiche, momenti difficili e passaggi fondamentali della nostra storia personale. Pier, tra l’altro, è stato il mio testimone di nozze.

Essere democristiani, da giovani, significava anche andare controcorrente?

Soprattutto in certi ambienti. Essere democristiani al liceo, a Bologna, o all’università non era affatto semplice. Noi rappresentavamo l’area più moderata della Dc giovanile e qualcuno avrebbe voluto tenerci ai margini. Insieme ad altri, tra cui Dario Franceschini, conducemmo una battaglia per entrare nel Consiglio nazionale. Fu una stagione di confronto politico autentico, nella quale le differenze si misuravano attraverso le idee e la capacità di costruire una linea. Pier divenne poi vicesegretario nazionale, mentre Marco Follini assunse la presidenza. Erano anni di formazione politica e umana che ci hanno segnato profondamente.

Avete vissuto insieme anche la stagione drammatica del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Che cosa vi ha lasciato quell’esperienza?

Fu un momento terribile. Eravamo giovani, ma ci trovammo davanti a una delle crisi più drammatiche della storia della Repubblica. Ricordo ancora quando esponenti comunisti, liberali e repubblicani vennero a portarci la loro solidarietà in via Arenula, dove aveva sede il movimento giovanile della Dc. Al di là delle divisioni politiche, in quelle ore si percepiva la consapevolezza di essere davanti a una ferita che riguardava l’intero Paese. Esperienze come quella ti insegnano che la politica non è soltanto competizione: è anche responsabilità verso le istituzioni e la comunità nazionale.

Casini, nella sua carriera, è arrivato a un passo dal Quirinale. La mancata elezione al Colle resta una pagina aperta?

Pier arrivò vicinissimo al Quirinale, anche se fu lui stesso, in quella circostanza, a fare un passo indietro. Per una partita del genere bisognerà aspettare ancora qualche anno, ma il suo prestigio istituzionale è comprovato. La sua esperienza, il profilo che ha costruito e il rispetto che si è guadagnato nel corso del tempo restano elementi importanti. La decisione di non ricandidarsi in Parlamento non cancella nulla di tutto questo. Non significa che la sua storia pubblica sia necessariamente conclusa.

Dunque il Quirinale potrebbe essere ancora nel suo orizzonte?

Non farei previsioni, perché sarebbe prematuro. Ma non escluderei a priori che il suo nome possa tornare a essere considerato quando si aprirà quella partita. Casini ha dimostrato di possedere le qualità istituzionali necessarie per ricoprire incarichi di altissimo livello. Il punto, naturalmente, sarà capire quali saranno gli equilibri politici e le condizioni del momento. Oggi bisogna rispettare la sua scelta e il percorso personale che lo ha portato a compierla.

C’è anche una dimensione privata in questa decisione: Casini è diventato nonno.

È una fase nuova della vita, che merita di essere vissuta. Dopo decenni trascorsi tra impegni parlamentari, responsabilità politiche e scadenze istituzionali, è comprensibile che una persona voglia dedicare più tempo agli affetti. Ma, conoscendo Pier, so che continuerà a seguire la politica con attenzione. Quando hai vissuto così a lungo le istituzioni, non smetti semplicemente di interessartene. Cambia il modo di esserci, non necessariamente il legame con la vita pubblica.

Green deal e allanze, in Ue a dare le carte sarà ancora il Ppe. Le previsioni di Cattaneo

12 October 2026 at 14:58

Sta cambiando rapidamente il quadro: politico interno, internazionale, economico. Per questa ragione Manfred Weber ha riunito in queste ore il Ppe a Taormina per fare il punto della situazione, tra progetti da implementare (green, energia, difesa) e obiettivi (come la prossima commissione europea e le elezioni in Francia e Spagna). Non a caso al meeting siciliano sono presenti anche Ursula von der Leyen e Roberta Metsola. Formiche.net ne ha parlato con il deputato di Forza Italia Alessandro Cattaneo, reduce dalla tre giorni di lavoro a Milano promossa da Antonio Tajani.

ALESSANDRO CATTANEO

In vista del vertice di Taormina, ma soprattutto del 2029 come nuovo orizzonte per la Commissione europea di domani, quali sono le strategie del Ppe alla luce del mutevole scenario politico e geopolitico?

Il Ppe si candida autorevolmente, non da oggi, ad essere il baricentro concreto e pragmatico che tuteli i valori europei, rappresenti il ceto medio e quello produttivo, tenendo insieme la coesione europea all’interno di tutta la nostra area. Dico pragmatismo e concretezza perché, nelle ultime legislature europee, si è dovuta fare una mediazione continua con le altre forze, soprattutto socialiste e non di rado le posizioni sono state molto distanti, penso soprattutto all’epoca di Timmermans. Grazie al Ppe però sono state edulcorate, a mio avviso molto in meglio, alcune politiche. C’è ancora tanto da fare, però, penso a un ambientalismo che non abbia una visione fanatica ma che sia pragmatico e in cui le aziende siano alleate per trovare le soluzioni. Penso anche a interpretare i valori europei nella maniera più moderna e migliore possibile: insomma, sta a noi fare tutto ciò.

A proposito di ambientalismo, la data del 2034 verrà spostata in avanti? Quale l’idea del Ppe su questo elemento che sta portando tante preoccupazioni, soprattutto alle aziende dell’automotive?

Io credo che soprattutto sui temi dell’ambiente, la sinistra ha rischiato di farci deragliare secondo una visione che ha mortificato e mette ancor oggi in pericolo molte aziende che invece determinano il progresso della nostra Europea: questo va assolutamente modificato. Noi vogliamo che le tematiche ambientali siano al centro perché tutti sappiamo che il cambiamento climatico è una realtà e dobbiamo quindi ridurre le emissioni di CO2. Questo, ça va sans dire, è assolutamente il tema ed è una priorità anche per il Ppe. Però tutto ciò si si può perseguire sempre consapevoli che l’area europea emette circa il 7% degli inquinanti del mondo. Quindi noi dobbiamo fare la nostra parte ma, ahimè, non siamo determinanti.

Come procedere?

Dobbiamo insieme alle aziende lavorare sull’innovazione del prodotto e su cicli industriali che sappiano risparmiare energia utilizzarne di più verde. È un percorso che assolutamente stiamo facendo però dialogando con le imprese e coi lavoratori si vede che gli obiettivi sono troppo ambiziosi: io sono un ingegnere e so che in queste sfide di innovazione si possono avere accelerazioni o viceversa bisogna avere più pazienza per raggiungere certi obiettivi. Ma insomma l’area europea sta percorrendo tutto questo tragitto di evoluzione. Pensiamo al grande sviluppo delle rinnovabili: dobbiamo andare avanti ma aggiornare passo passo, senza fanatismi e soprattutto tutelando il nostro sistema industriale e difenderci dai grandi competitor come la Cina.

Un esempio di cooperazione positiva?

Il nuovo Regolamento Ue 2025/40 sugli imballaggi, l’esempio del packaging, dimostra che è stato fatto un grande lavoro anche da Forza Italia: significa che con applicazione e metodo siamo riusciti a modificare una legge che avrebbe condannato a morte una filiera italiana di grande valore.

La prossima sfida?

Le case green. La casa è storica priorità di Forza Italia: il parco case italiano ha delle specificità che gli altri Paesi non hanno. C’è una piccola proprietà molto più diffusa, quindi serve una difesa di una logica rispettosa dell’ambiente ma anche che in qualche modo possa incentivare un approccio non punitivo. Infatti stiamo pensando ai fondi messi a disposizione sul comparto energia che ci permetteranno di sforare di circa 7 miliardi di euro nella prossima manovra al fine di indirizzarli sul tema casa magari, con una nuova stagione più sostenibile ed equilibrata sugli ecobonus in edilizia.

Gli ultimi sondaggi dicono che se si votasse oggi sia in Spagna che in Francia, il centrodestra vincerebbe a mani basse. Il prossimo anno si voterà anche in Italia. Sta cambiando la cartina politica dei Paesi membri? E quale il ruolo del Ppe?

Ogni nazione ha dei suoi percorsi, uno diverso dall’altro. Noi come Forza Italia rivendichiamo la nascita del centrodestra ad opera di Berlusconi che ebbe tale intuizione nel 1994, inserendo il bipolarismo in Italia che non c’era. Da allora questa alleanza funziona perché non è un cartello elettorale, ma una squadra con identità simili che riescono a trovare una sintesi, anche alla luce della cultura di governo dei singoli partiti. Noi abbiamo anche provato nelle ultime elezioni europee ad allargare questa esperienza all’Europa: la Germania invece ha un altro tipo di esperienza con un baricentro al centro, però lì si sta consumando proprio in questi mesi la crisi di quell’impostazione. Io penso che possa essere invece un assetto capace di prendere sempre più il sopravvento. Ma in Italia abbiamo già provato i populismi a Palazzo Chigi con il Movimento Cinque Stelle. E gli italiani hanno visto che con quei populisti al governo i problemi non si risolvono ma si aggravano. E che sono delle illusioni quelle che vengono declamate in campagna elettorale rispetto poi a una incapacità di governare, con anche una logica dissennata sui conti pubblici: un’assistenza che diventa assistenzialismo, una visione di Paese che è populista ma direi anche qualunquista. Ed è quanto di più lontano dall’idea di PPe, di Forza Italia e del centrodestra.

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