O caminho (estreito) para o regresso de Passos ao poder

© ESTELA SILVA/LUSA

© ESTELA SILVA/LUSA

Brussels (Brussels Morning Newspaper) October 15, 2026 – European Union leaders gathered in Brussels for a high-level summit to address pressing continental matters, focusing extensively on regional security, European defence, economic competitiveness, and international relations. The multi-day meeting … Read more
Anderlecht (The Brussels Morning Newspaper) – October 9, 2026 – Dinamo Zagreb host Anderlecht at Stadion Maksimir on Thursday, 15 October 2026, in the second matchday of the UEFA Europa League league phase. Both clubs are seeking their first victory … Read more
The Trump administration provided few details about its process for canceling hundreds of thousands of Affordable Care Act enrollments — even as the next stage of the anti-fraud effort is underway.
(Image credit: Stefani Reynolds)
The Trump administration provided few details about its process for canceling hundreds of thousands of Affordable Care Act enrollments — even as the next stage of the anti-fraud effort is underway.
(Image credit: Stefani Reynolds)
Le idee, Giorgia Meloni, le ha chiare in testa: portare a casa dal Consiglio europeo tutto il buono possibile per l’Italia e la sua economia. Tanto per cominciare, la flessibilità sui conti pubblici, invocata da più parti, a cominciare dagli industriali, e senza la quale ogni intervento a sostegno di famiglie e imprese è praticamente impossibile. Attenzione, bisogna fare un passo indietro. Nei giorni scorsi la Commissione europea ha accordato all’Italia la famosa clausola Nec, che concede uno scostamento di bilancio da 28 miliardi fino al 2028, da mettere a servizio degli investimenti in efficientamento energetico e Difesa. Dunque, almeno nella logica di Bruxelles, l’Ue la sua parte l’ha fatta. Per Palazzo Chigi, invece, il punto di vista è un po’ diverso.
Non solo, infatti, Roma non disdegnerebbe una maggiore flessibilità sul deficit, (al 3,1% e dunque imprigionato, giova ricordarlo, nella procedura di infrazione che salvo sorprese cadrà tra qualche mese, non appena la traiettoria, calcoli del Tesoro alla mano, si riporterà entro fine anno sotto al 3%, per poi risalire al 3,4% nel 2027). Meloni vuole di più, ovvero utilizzare le maggiori risorse già liberate dall’attivazione della citata clausola Nec per forme più pure di sostegno alle imprese e ai nuclei. Tradotto, una delle questioni che porrà Meloni sul tavolo del Consiglio europeo, è permettere ai denari sbloccati dalla flessibilità concessa di confluire direttamente nella manovra, ma con destinazione all’opportunità anche diversa da Difesa e investimenti nell’energia.
Difficile dire l’Europa possa o meno dire di sì. Specialmente in costanza di altre aperture importanti da parte di Bruxelles. Come, per esempio, quella arrivata proprio in queste ore e che riguarda da vicino il decreto Bollette del febbraio scorso. Palazzo Chigi, infatti, ha previsto nel provvedimento un principio di disaccoppiamento del prezzo del gas sul costo dell’elettricità, al fine di porre fine all’eccessiva influenza che il primo ha sulla seconda. “Siamo vicini a una soluzione compatibile con le regole dell’Ue che consentirebbe di attuare la misura proposta, che ridurrebbe in modo efficace l’incidenza dei costi di generazione a gas sul prezzo complessivo dell’elettricità. Dopo discussioni intense e costruttive negli ultimi mesi tra la Commissione e le autorità italiane, si sta delineando un accordo di massima sugli elementi chiave”, hanno chiarito dalla Commissione alla vigilia del Consiglio.
Insomma, l’Italia chiede ma l’Europa, a suo dire, concede. Anche perché c’è la questione Ets sempre sulla sfondo. Roma ne farebbe volentieri a meno, adducendo al meccanismo che tassa il carbone una delle concause dell’aumento del costo dell’energia. Bruxelles, dopo un primo alleviamento dei vincoli, la scorsa estate, non ha più ripreso in mano il dossier. Tutto questo mentre il governo ha tracciato il perimetro della prossima legge di Bilancio. Il Documento programmatico di bilancio (Dpb) 2027, deliberato martedì dal Consiglio dei ministri e trasmesso nella notte alla Commissione europea e al Parlamento, delinea una manovra da circa 23,5 miliardi di euro per il 2027, pari a quasi un punto di Pil di interventi. Le coperture arrivano dal settore finanziario, dai risparmi dei ministeri e dai giochi, mentre la quota destinata a difesa e sicurezza energetica sarà finanziata con la clausola di salvaguardia nazionale.
L’impatto netto sui conti è pari allo 0,54% del Pil nel 2027, circa 13 miliardi, e allo 0,56% nel 2028, per poi ridursi allo 0,15% nel 2029. La bussola resta la stessa degli ultimi anni e qui ci ricollega direttamente al discorso delle richiesta italiane in sede di Consiglio europeo: il governo, si legge, “pone al centro della politica di bilancio la tutela del potere di acquisto delle famiglie, con particolare attenzione a quelle più fragili, nonché il sostegno alle imprese e gli investimenti” in una strategia che punta a rafforzare il potenziale di crescita “in continuità con l’azione già intrapresa dal governo, salvaguardando, al contempo, la sostenibilità della finanza pubblica”. Il quadro definitivo dipenderà però, come detto, dal confronto con Bruxelles. Il testo precisa, infatti, che “la definizione puntuale degli interventi che confluiranno nel disegno di legge di bilancio di prossima presentazione al Parlamento terrà conto degli esiti delle interlocuzioni in corso con le Autorità europee finalizzate alla migliore definizione del perimetro di attivazione della clausola nazionale di salvaguardia”.
Ryanair lascia 13 aeroporti europei tra il 2026 e il 2027, interrompendo progressivamente i collegamenti con diverse delle sue destinazioni più popolari. Alla base di questa decisione ci sono soprattutto i costi aeroportuali, le tasse e le condizioni economiche considerate poco vantaggiose dalla compagnia low cost irlandese.
La principale ragione economica alla base delle cancellazioni è la necessità di contenere i costi. Il modello delle compagnie low cost si fonda sulla capacità di mantenere tariffe competitive attraverso un’elevata produttività degli aeromobili, una gestione efficiente delle operazioni e accordi economici favorevoli con gli aeroporti.
Le tasse sui passeggeri, i diritti aeroportuali e gli altri oneri legati all’utilizzo degli scali possono però incidere sulla convenienza di una rotta. E se a questi costi si aggiungono quelli relativi alla sicurezza, ai servizi aeroportuali e al controllo del traffico aereo in determinati scali o tratte, la conseguenze sono due, ovvero:
La scelta, quindi, non dipende soltanto dalla domanda turistica o dal numero di persone interessate a una destinazione, ma dalle condizioni contrattuali con gli aeroporti e il margine economico ottenibile da ciascun volo.
Alcune delle uscite dalla rete Ryanair sono già avvenute, mentre altre sono programmate per i prossimi mesi o per la fine della stagione invernale 2026 2027.
Ecco l‘elenco degli aeroporti dai quali la compagnia ha interrotto o prevede di interrompere tutti i collegamenti. Dopo Vigo, in Spagna, a gennaio 2026, hanno chiuso a marzo 2026:
Ad agosto 2026 ha chiuso invece a Rodez, in Francia, mentre questo ottobre è prevista la chiusura a:
L’ultimo stop sarà invece a marzo 2027, a Brema, in Germania.
Le date si riferiscono al periodo di interruzione dei collegamenti o alla cessazione prevista delle operazioni. Chi intende partire da o per gli aeroporti interessati dagli stop di ottobre e marzo dovrebbe quindi prima verificare la disponibilità effettiva dei voli.
Tra i collegamenti interessati dalla chiusura dell’aeroporto tedesco figura anche quello con Lamezia Terme, in Calabria. Se l’interruzione prevista per il 27 marzo 2027 sarà confermata nei termini annunciati, chi utilizza questo collegamento per raggiungere Brema dovrà organizzarsi diversamente.
Tuttavia, la compagnia ha specificato che ad essere cancellati saranno i collegamenti diretti. Quindi, rimarranno comunque accessibili le tratte con scalo intermedio, permettendo ai passeggeri di raggiungere la destinazione attraverso coincidenze operative presso altri hub della rete Ryanair.
Tuttavia, nonostante l’uscita dai 13 aeroporti, Ryanair ha programmato per il 2026 una media di 3.272 movimenti giornalieri, il 4% in più rispetto al 2025. L’idea è quella di ridurre la presenza in alcuni scali ma non ridimensionare l’intera attività. Il vettore trasferirà infatti la capacità liberata verso aeroporti che offrono tariffe inferiori, incentivi più vantaggiosi o prospettive di crescita della domanda.
Il meccanismo è quello di un’allocazione selettiva delle risorse. Gli aeromobili vengono destinati ai collegamenti che, secondo le valutazioni della compagnia, possono garantire i risultati migliori.
Il bicchiere mezzo pieno c’è. E si vede. L’accordo tra Cina ed Europa che riduce a 350 mila i veicoli cinesi ibridi importati nel Vecchio continente, può essere un buon modello su cui impostare i futuri rapporti di forza con la Cina. Di questo sono più che convinti gli economisti del Bruegel, secondo i quali l’intesa raggiunta “è coerente con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio e si inserisce in una politica commerciale e industriale altrettanto coerente per il settore automobilistico dell’Ue. Per il settore automobilistico sono inoltre rilevanti le misure di facilitazione degli scambi in materia di controlli sulle esportazioni e un dialogo sugli investimenti”.
Ed è “probabile che approcci simili vengano adottati in altri settori colpiti dall’impennata delle importazioni cinesi. In tali casi, le misure di salvaguardia possono giustificare l’introduzione di quote assegnate sulla base delle quote di importazione relative a un recente periodo rappresentativo. Anche se le misure vengono applicate a tutte le importazioni, l’impatto sul commercio dei fornitori consolidati è di norma limitato. Per questo raggiungere un accordo tempestivo con la Cina sull’assegnazione delle quote (in questo caso le auto, ndr) può contribuire ad allentare le tensioni”.
Di qui una conclusione. “Se l’accordo sui veicoli ibridi venisse effettivamente replicato in altri settori, rappresenterebbe un importante passo avanti nella gestione della concorrenza delle importazioni dalla Cina, evitando un’escalation e rispettando gli impegni internazionali. E dal punto di vista della Cina, introdurrebbe inoltre un elemento di stabilità e prevedibilità nelle relazioni con l’Ue”. Certo, una rondine, in questo caso un accordo, non fa primavera. “È fondamentale verificare la disponibilità della Cina a impegnarsi in nuovi negoziati e in buona fede su questioni quali i sussidi industriali o il ruolo delle imprese a controllo statale. Questi fattori sono alla base delle distorsioni competitive nei settori in cui le importazioni dell’Ue dalla Cina sono aumentate vertiginosamente”.


Da gennaio 2027 è previsto un nuovo aumento delle pensioni per effetto della rivalutazione annuale legata all’inflazione. L’adeguamento, chiamato anche perequazione automatica, serve a proteggere il potere d’acquisto dei pensionati compensando, almeno in parte, l’incremento dei prezzi dei beni e dei servizi.
Gli incrementi, però, non saranno uguali per tutti, perché la rivalutazione varia in base all’importo dell’assegno e alle diverse fasce previste dalla legge.
Le prime stime indicano una possibile rivalutazione del 2,9%, ma la percentuale dovrà essere confermata ufficialmente. Se questa percentuale fosse confermata, gli assegni interessati dalla rivalutazione piena aumenterebbero di 29 euro lordi al mese ogni 1.000 euro di pensione. Tuttavia, bisogna considerare la possibilità che la legge di bilancio 2027 introduca nuove limitazioni per gli assegni medio-alti.
L’adeguamento viene calcolato sulla base della variazione dell’indice dei prezzi al consumo rilevato dall’Istat e recepito attraverso gli appositi provvedimenti ministeriali. A oggi, la percentuale di riferimento è stata determinata tenendo conto dell’andamento dell’inflazione, ma può essere soggetta a un successivo conguaglio e modificata se e quando i dati definitivi a fine anno si discostano dalle stime iniziali.
Per il 2027, la percentuale di rivalutazione dovrà essere stabilita con un decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze, atteso nel mese di novembre 2026. Fino alla pubblicazione del provvedimento, quindi, qualsiasi calcolo relativo agli aumenti del prossimo anno deve essere considerato indicativo.
Il meccanismo di perequazione interessa le pensioni soggette all’adeguamento annuale, ma la percentuale riconosciuta varia in base all’importo complessivo del trattamento e secondo tre fasce, ovvero la rivalutazione è pari al:
Prima di passare al calcolo degli aumenti, bisogna avere chiari alcuni punti. Prima di tutto, facendo riferimento al trattamento minimo Inps nel 2026, il cui importo è pari a 611,85 euro, a oggi:
Prendendo poi come riferimento l’indice ipotetico del 2,9%, le percentuali di rivalutazione sono:
Ora, procedendo con una simulazione che tenga conto di questi valori, quello che emerge è che:
Il calcolo diventa più articolato quando si superano le soglie previste. Per una pensione da 2.500 euro, la rivalutazione piena si applicherebbe fino a 2.447,40 euro, mentre sulla quota restante verrebbe riconosciuta la percentuale ridotta del 90% dell’indice. L’aumento complessivo sarebbe quindi inferiore a quello che si otterrebbe applicando il 2,9% all’intero assegno.
Lo stesso principio vale per le pensioni superiori a cinque volte il minimo. Un trattamento da 3.500 euro beneficerebbe della rivalutazione piena sulla prima fascia, del 90% sulla quota compresa tra quattro e cinque volte il minimo e del 75% sulla parte eccedente. L’incremento complessivo sarebbe di circa 96,53 euro lordi al mese.
Di seguito, una tabella riassuntiva con tutti i possibili aumenti mensili e i nuovi importi stimati.
| Pensione lorda mensile nel 2026 | Aumento mensile stimato | Nuovo importo mensile stimato |
|---|---|---|
| 611,85 euro | 17,74 euro | 629,59 euro |
| 800 euro | 23,20 euro | 823,20 euro |
| 900 euro | 26,10 euro | 926,10 euro |
| 1.000 euro | 29,00 euro | 1.029,00 euro |
| 1.200 euro | 34,80 euro | 1.234,80 euro |
| 1.500 euro | 43,50 euro | 1.543,50 euro |
| 2.000 euro | 58,00 euro | 2.058,00 euro |
| 2.500 euro | circa 72,35 euro | circa 2.572,35 euro |
| 3.000 euro | circa 85,40 euro | circa 3.085,40 euro |
| 3.500 euro | circa 96,53 euro | circa 3.596,53 euro |
Nota: i valori sono simulazioni basate su una rivalutazione ipotetica del 2,9%, con applicazione delle percentuali ordinarie per fasce. Gli importi effettivi dipenderanno dal decreto ministeriale e dalle eventuali modifiche introdotte dalla manovra 2027. Gli arrotondamenti, invece, possono determinare lievi differenze.
Tra le misure allo studio del governo guidato da Giorgia Meloni, già al lavoro sulla manovra 2027, c’è un nuovo bonus per i lavoratori dipendenti, una flat tax sugli aumenti di stipendio riconosciuti agli under 35. L’agevolazione è stata pensata per alleggerire il peso delle imposte sui redditi e rendere più conveniente la crescita professionale delle nuove generazioni, favorendo al tempo stesso il potere d’acquisto delle famiglie.
La flat tax giovani si inserisce in un quadro più ampio di interventi fiscali che l’esecutivo sta valutando per il 2027. L’intervento prevede un’aliquota ridotta al 5% applicata esclusivamente agli aumenti di stipendio, permettendo così al lavoratore di trattenere una quota di retribuzione netta più alta rispetto a quella che otterrebbe applicando l’Irpef ordinaria.
La proposta è stata anticipata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha indicato un possibile costo di circa 350 milioni di euro. Trattandosi di misura ancora allo studio, dovrà essere definita nei dettagli per trovare spazio nella prossima manovra finanziaria. Quello che sappiamo ad oggi, però, è che il meccanismo si differenzierebbe da un bonus erogato direttamente in busta paga o da un contributo economico riconosciuto una tantum.
Per comprendere il meccanismo, ipotizziamo un incremento di stipendio pari a 1.000 euro lordi annui interamente ammesso alla tassazione agevolata. Applicando un’imposta sostitutiva del 5%, a prescindere dal reddito del lavoratore, il prelievo sarebbe pari a 50 euro e resterebbero 950 euro dopo l’applicazione dell’imposta, prima di considerare eventuali contributi previdenziali e gli altri elementi che incidono sul netto.
Al contrario, considerando che l’Irpef si basa su un sistema progressivo, l’imposta da pagare sugli aumenti aumenterebbe con l’aumentare del reddito del lavoratore e, di conseguenza, anche il netto spettante varierebbe. Nel dettaglio, considerando le varie fasce reddituali:
In ogni caso, una riduzione dell’imposta sul reddito – qualora dovesse ottenere l’approvazione del Parlamento ed essere inserita nella legge di bilancio 2027 – comunque non comporterebbe automaticamente una riduzione dei contributi previdenziali dovuti. Se la disciplina non prevedesse deroghe specifiche, infatti, questi continueranno a essere calcolati secondo le regole ordinarie.
Uno dei principali nodi da sciogliere riguarda la tipologia di aumento retributivo che potrebbe beneficiare della flat tax giovani. L’ipotesi annunciata dal ministro dell’Economia si riferisce agli aumenti di stipendio in generale, ma non è ancora disponibile una disciplina definitiva che individui tutte le voci interessate.
Resta da chiarire se la misura riguarderà esclusivamente gli incrementi derivanti dai rinnovi dei contratti collettivi, gli aumenti individuali concordati con il datore di lavoro (per esempio in seguito a una promozione, all’assunzione di nuove responsabilità o a una progressione professionale) oppure anche altre forme di incremento della retribuzione.
Queste forme di retribuzione hanno caratteristiche differenti e potrebbero essere disciplinate da regole specifiche. Non è quindi possibile presumere che tutte siano automaticamente comprese nella flat tax giovani o che le diverse agevolazioni siano cumulabili.