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La Lombardia prova a fermare lo spopolamento delle Alpi puntando sui giovani imprenditori

22 October 2026 at 15:40

Regione Lombardia sceglie la leva dell’impresa per affrontare uno dei problemi più persistenti delle aree alpine: la difficoltà di offrire ai giovani prospettive economiche sufficienti a convincerli a restare. Una questione che ora entra nell’agenda della cooperazione europea grazie alla proposta presentata dall’assessore regionale allo Sviluppo economico Guido Guidesi, approvata a Lindau, in Germania, durante l’Assemblea generale di EUSALP. La Dichiarazione adottata al termine dell’incontro riconosce ufficialmente l’iniziativa lombarda e apre un percorso comune per sostenere l’imprenditorialità giovanile nei territori montani. A coordinarlo sarà Regione Lombardia.

Il mandato ottenuto a Lindau ha un peso politico preciso. La Regione guiderà il confronto tra amministrazioni alpine chiamate a individuare strumenti condivisi per favorire la nascita di nuove imprese. Il problema è noto: nei territori montani la possibilità di costruire un’attività economica si scontra con difficoltà che possono scoraggiare gli investimenti e alimentare la partenza delle nuove generazioni. Su queste condizioni Guidesi intende concentrare il lavoro, portando la questione anche all’attenzione della Commissione europea.

C’è però una distanza da colmare tra l’accordo istituzionale e gli interventi concreti. La missione, denominata Giovani imprenditori per le Alpi: valorizzare la prossima generazione di talenti alpini, parte con il riconoscimento delle regioni coinvolte e un programma che dovrà produrre risultati entro il 2027. Le politiche comuni sono ancora da costruire.

Il terreno di confronto è ampio. EUSALP, la Strategia dell’Unione europea per la Regione Alpina, riunisce 48 regioni appartenenti a sette Paesi, dall’Italia all’Austria, dalla Francia alla Germania, fino a Slovenia, Svizzera e Liechtenstein. Amministrazioni che operano in sistemi economici differenti, ma condividono la necessità di mantenere vive comunità nelle quali la presenza di imprese e opportunità professionali può incidere sulle scelte delle nuove generazioni. Regione Lombardia cercherà di individuare soluzioni utilizzabili nei diversi territori, partendo dalle esperienze già maturate a livello regionale.

A Lindau è emersa anche una questione meno immediata, che riguarda le condizioni necessarie per fare impresa. Un giovane può avere un progetto imprenditoriale, ma la scelta di realizzarlo in montagna dipende anche dalla possibilità di trovare casa e dalla disponibilità dei servizi. Il primo laboratorio operativo della missione, organizzato all’Inselhalle, si è concentrato proprio su questi aspetti. Giovani e rappresentanti istituzionali delle regioni alpine hanno discusso delle difficoltà legate alla vita nei territori montani, attraverso domande interattive e momenti di confronto diretto. I contributi raccolti serviranno a orientare le prossime attività.

Per Guidesi, la capacità di trattenere le nuove generazioni passa dalla costruzione di opportunità economiche credibili. «Il futuro dei nostri territori dipende dalla capacità di offrire opportunità concrete ai giovani», ha dichiarato l’assessore, indicando nella collaborazione tra le regioni uno strumento per migliorare le politiche esistenti e rappresentare a Bruxelles le esigenze specifiche delle aree alpine.

La scelta di Regione Lombardia è dunque quella di mettere l’imprenditorialità giovanile al centro del confronto sul futuro delle montagne. La nascita di nuove attività può contribuire al ricambio generazionale e alla tenuta economica delle comunità, dove la riduzione della popolazione rende più difficile mantenere servizi e occupazione. Resta da individuare quali strumenti possano favorire concretamente questo processo e quali esperienze regionali siano applicabili anche altrove.

La Dichiarazione di Lindau ha formalizzato l’avvio del percorso, approvando la Nota di missione lombarda. Nella stessa assemblea EUSALP ha riconosciuto altre due iniziative, dedicate all’economia circolare nel settore tessile e alla sostenibilità dei grandi eventi sportivi. Per il progetto sull’imprenditorialità giovanile, Regione Lombardia lavorerà con le regioni partner e con il Consiglio dei giovani EUSALP. Saranno coinvolti anche i Gruppi d’Azione della Strategia alpina ed esperti scientifici.

La prima fase prevede la raccolta di dati e una ricognizione delle politiche regionali già adottate. Il confronto proseguirà attraverso consultazioni e laboratori con i giovani, per individuare gli ostacoli più ricorrenti e verificare quali soluzioni possano essere condivise. Un lavoro che dovrà tenere conto delle differenze tra i territori, evitando di considerare le aree alpine come un unico contesto economico.

Il calendario fissa già una scadenza. Entro la fine del 2027 Regione Lombardia dovrà arrivare a un quadro comune di riferimento per le politiche di sostegno all’imprenditorialità giovanile. Il documento sarà presentato all’Assemblea generale EUSALP e potrà essere utilizzato dalle amministrazioni regionali per orientare i propri interventi e avanzare proposte condivise alla Commissione europea.

L’eventuale passaggio successivo è previsto nel 2028, con la possibilità di avviare un progetto pilota sulla base dei risultati ottenuti. Per ora l’iniziativa non definisce nuove misure operative né un pacchetto di finanziamenti. Il confronto dovrà stabilire quali interventi proporre e su quali priorità trovare un accordo. Nel frattempo cambierà anche la guida politica della cooperazione alpina. La presidenza EUSALP passerà dalla Baviera alla Francia per il 2027. Sarà sotto la presidenza francese che Regione Lombardia dovrà portare a compimento il lavoro avviato a Lindau, presentando alle altre amministrazioni alpine le proposte elaborate insieme ai giovani e ai territori coinvolti.

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Per Nordio “è molto probabile che la mafia sfrutti proteste camionisti”. Il Pd: “Se conosce elementi concreti vada nelle sedi competenti”

22 October 2026 at 15:25

“Riguardo alle infiltrazioni mafiose nelle proteste dei camionisti, direi che vi è una forte probabilità che vi sia una strumentalizzazione e una infiltrazione, proprio per le ragioni che abbiamo detto adesso. Un illustre procuratore della Repubblica, in tema di referendum aveva detto che per il Sì avrebbe votato la camorra, ma ha vinto il No e quindi vuol dire che camorra e criminalità organizzata non governano proprio nulla. Però che ci siano e possano infiltrarsi e sfruttino questa situazione questo è altamente probabile”. Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a Sky Tg24. “Da sempre si dice che l’infiltrazione mafiosa in certe regioni d’Italia è tentacolare ed è capillare, addirittura qualche volta si è detto che certe regioni erano governate dalla criminalità organizzata, cosa in cui non ho mai creduto, però – ha sottolineato Nordio – che le mafie ci siano e possano infiltrarsi in una situazione di questo tipo mi pare altamente probabile”.

Per quanto riguarda invece l’intenzione del governo di intervenire sul blocco pacifico dei camionisti, il Guardasigilli ha ricordato che “il diritto al dissenso, allo sciopero, alla manifestazione anche vigorosa non può mai compromettere il diritto al lavoro e il diritto degli altri, quindi in un certo modo bisogna pure intervenire per evitare che a chi vuole lavorare venga impedito di lavorare e chi invece manifesta legittimamente per le situazioni di disagio che tutti conosciamo abbia comunque il diritto di protestare. Non è facile trovare la combinazione ma si è sempre trovata negli anni passati e si troverà anche adesso vista anche un’emergenza, chiamiamola così, alimentare di cui tutti abbiamo conoscenza soprattutto dell’Italia meridionale”.

A rispondere è Debora Serracchiani, deputata e responsabile Giustizia del Partito democratico: “Aver perso il referendum non è servito a niente. Il ministro Nordio continua, giorno dopo giorno, a ricordarci la sua inadeguatezza. Comprendiamo il lutto politico per aver visto bocciare una riforma sulla quale aveva messo la faccia, ma a un certo punto le sconfitte andrebbero anche elaborate, soprattutto quando si ricoprono incarichi istituzionali”. “Invece Nordio continua a essere ossessionato da quel voto e oggi arriva ad associare, in modo del tutto improbabile, la vittoria del No al referendum alle possibili infiltrazioni mafiose nelle proteste dei camionisti. Un ragionamento che non sta in piedi e che rischia soltanto di alimentare confusione su una questione seria come quella della presenza della criminalità organizzata nelle mobilitazioni sociali. Se il ministro è a conoscenza di elementi concreti su possibili infiltrazioni mafiose, li riferisca nelle sedi competenti, con la serietà che il suo ruolo impone. Se invece si tratta soltanto di supposizioni, eviti di lanciare allarmi sulla base di associazioni tanto azzardate. La lotta alla mafia merita rigore, non dichiarazioni estemporanee né il tentativo di riportare continuamente il dibattito sul referendum perso”.

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La grande preoccupazione di Salvini: “Legame comunisti-islamisti”. Ma non ci sono evidenze in Italia: “Quello che accade in Francia può accadere anche qui”

22 October 2026 at 15:17

“La mia grande preoccupazione non sono gli hacker russi, ma il legame tra comunisti e islamisti”. Il vicepremier Matteo Salvini e la Lega hanno “le idee chiare”. Il timore riguarda “il legame tra estremismo islamico e estremismo di sinistra che in Francia si sta vedendo all’opera”. Ma quando gli si chiede se ci sono evidenze in Italia su questo legame, la prende alla larga: “Quando si affaccia il primo tribunale islamico in Italia a Padova vuol dire che siamo sull’orlo del burrone. E la sinistra ci va a braccetto”. Secondo il vicepremier questo “legame in altri paesi è ormai evidente e non vorrei arrivare anche in Italia”. E quando gli si prova a richiedere quali sarebbero le evidenze di questa connessione in Italia, la risposta è questa: “Quello che accade in Francia, accade anche in Italia”.

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D’Orsi: “Putin dietro le proteste di Milano? Ci hanno imbottito i crani con la storia dei russi cattivi ma ora il giochino si sta rompendo”

22 October 2026 at 15:13

“Contemporaneamente ci imbottiscono i crani ma quegli stessi crani poi provano a spaccarli col manganello”. Lo storico Angelo d’Orsi prende in prestito Antonio Gramsci per descrivere il rapporto tra propaganda e repressione, mentre in Italia si discute delle proteste giovanili contro il carovita e delle violenze che hanno accompagnato le manifestazioni di Milano. Ospite di Battitori liberi, su Radio Cusano, d’Orsi, già ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino e fondatore del movimento Agorà, contesta duramente le interpretazioni che chiamano in causa la Russia di Vladimir Putin come possibile regista dei disordini, prendendo di mira soprattutto l’ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari e le ricostruzioni sulla guerra ibrida evocate dal ministro della Difesa Guido Crosetto.
A innescare la discussione sono le parole pronunciate da Molinari a Tagadà, su La7: Savino Balzano riassume sarcasticamente la lettura delle proteste con un “Ha stato Putin”, mentre Gianluca Fabi chiede a d’Orsi come confuterebbe davanti a una platea di studenti le interpretazioni di Molinari e Crosetto.

“Intanto bisognerebbe superare la crisi di ilarità che queste interpretazioni suscitano – esordisce lo storico, che riserva all’ex direttore di Repubblica parole particolarmente dure – Molinari non è nuovo a questo genere di posizioni. Due settimane fa, intervistato da un’altra sedicente giornalista in televisione, di cui preferisco non fare il nome e neanche il cognome, alla domanda su come interpretasse l’aumento del prezzo del gasolio e della benzina alle pompe, ha risposto con grande sicumera che la responsabilità primaria era certamente di Putin”.
E rincara la dose: “Credo che Molinari andrebbe messo davvero in condizione di smettere di scrivere. È il principale responsabile dell’ondata russofobica che attraversa l’Italia da parecchi anni. E non dal 2022, ma almeno dal 2014. Basta andare a sfogliare i giornali dove lui scrive”.
Ma al di là dell’attacco personale, il professore insiste sulla necessità di sottoporre a verifica le informazioni, a cominciare dalla loro provenienza: “Noi dobbiamo fare sempre la critica delle fonti, che è una delle procedure tipiche dello storico. Quando arriva una notizia, un’informazione, un messaggio, devi capire: da dove arriva? Chi è che ci dà questa informazione? Chi fornisce questa comunicazione? Quindi, già pensando alla fonte, capisci che non è credibile”.

Per spiegare ai suoi studenti quello che considera il carattere “fallace e farlocco” della tesi sulle interferenze russe, d’Orsi si affida ancora a Gramsci e alla distinzione tra senso comune e buon senso. Il primo, osserva, si forma attraverso immagini, parole e messaggi assorbiti quotidianamente dai mezzi di comunicazione, spesso senza alcuna consapevolezza critica:“Entrano dentro di te come una specie di virus. Gramsci usa l’espressione: ‘Ci hanno imbottito i crani’”. E il messaggio che, secondo lo storico, viene inoculato da anni nell’opinione pubblica è che “i russi sono cattivi e ci vogliono aggredire”.
Il professore invita quindi a recuperare il buon senso e a interrogarsi sulle ragioni concrete di un’eventuale interferenza del Cremlino nelle manifestazioni italiane: “Ma perché Putin dovrebbe avere tutto questo tempo e questa possibilità di intervenire in tutti i disordini del mondo?”. E ricorda come il presidente russo venga chiamato in causa anche in vicende politiche assai lontane dall’Italia, comprese le elezioni brasiliane.
Poi ribadisce: “Quale sarebbe l’interesse di Putin? Putin davvero ha tutto questo tempo libero? Lui ha le sue gatte da pelare e problemi seri. E voi immaginate che la Russia si debba mettere a intervenire nelle vicende interne dell’Italia?”. E richiama il recente viaggio in Russia, dove ha constatato una crescente stanchezza per la guerra, pur in presenza di un consenso che descrive come ancora altissimo nei confronti del presidente.
Quando Fabi richiama il possibile ruolo di TikTok, YouTube e degli strumenti digitali, la replica arriva immediata: “Sì, con gli algoritmi. Quando non si hanno spiegazioni credibili si ricorre a questo”.

Il discorso si sposta quindi sul rapporto tra costruzione del consenso e uso della forza. Balzano osserva che le spiegazioni fondate sull’onnipresenza di Putin rischiano ormai di apparire grottesche e chiede quali prove, documenti o elementi fattuali vengano presentati a sostegno di simili ricostruzioni. Ma avverte anche che l’eventuale perdita di efficacia della propaganda non rappresenta necessariamente una buona notizia, perché alla persuasione può subentrare la coercizione.
D’Orsi condivide l’opinione dello scrittore e torna a Gramsci, stavolta attraverso il concetto di moderno cesarismo: “Gramsci diceva che il moderno cesarismo non è più militare ma è poliziesco. Vuol dire che contemporaneamente ci imbottiscono i crani ma quegli stessi crani poi provano a spaccarli col manganello”. Una formula che lo storico applica alle immagini degli scontri di questi giorni: “Ci sono due elementi: l’elemento di persuasione più o meno occulta che lavora e l’elemento di coercizione fisica che abbiamo visto in questi giorni”.

Secondo d’Orsi, però, il meccanismo comincia a mostrare le sue crepe: “Adesso il giochino si sta rompendo, non funziona più. E non ci sono solo io a pensarlo, ma migliaia di persone che dicono: il re è nudo. Non potete continuare”.
Il professore difende quindi le ragioni degli studenti che scendono in piazza, distinguendo il disagio sociale dalle violenze commesse durante le manifestazioni. Alla domanda di Fabi sulla buona fede dei giovani manifestanti, cita il filosofo francese Emmanuel Mounier e una sua riflessione del 1945: “La révolution attire les effusifs, les confusifs, les diffusifs”. In sostanza, spiega, “dove c’è rivoluzione, c’è casino. C’è sempre qualcuno che si infila per fare casino. Sempre”.
Questo, tuttavia, non cambia il suo giudizio sul significato delle mobilitazioni: “Io lodo questi ragazzi che scendono in piazza, perché danno la sveglia al Paese. E non si può dire che questi sono gli sdraiati di Michele Serra o dei bamboccioni. No, sono persone che stanno patendo l’esclusione sociale nella maniera più drammatica che noi vediamo e quindi dicono basta”.

Lo storico, condividendo pienamente le parole pronunciate dal filosofo Massimo Cacciari a Otto e mezzo, cita le proteste in Francia e in Spagna, individuando nel malessere sociale il filo che le unisce: “C’è qualcosa che collega tutto questo e non è certamente Putin o il desiderio di spaccare tutto. C’è il desiderio di dire basta e di dire no. Questi stanno lottando per la propria vita. E non per il futuro ma per il presente, perché gli stiamo rubando il presente. Come si fa a non capire?”.
Per il fondatore di Agorà, il nodo focale resta la condizione materiale di chi protesta. “Qui c’è una rivolta sociale”, afferma, raccontando di essere stato pochi giorni prima in Calabria, dove ha incontrato agricoltori e autotrasportatori impegnati nei blocchi. Uno di loro gli ha riferito di vendere i pomodori a 10 centesimi al chilo, la stessa cifra percepita dal padre quindici o vent’anni prima. D’Orsi osserva: “Oggi sono andato alla bancarella del mercato: sapete a quanto vendevano i pomodori? A 6,5 euro al chilo. E io mi sono rifiutato di comprarli”.

Nella parte conclusiva dell’intervista, Fabi gli chiede quale direzione stia prendendo la guerra in Ucraina. La risposta dello storico è affidata a due scenari, il primo dei quali passa attraverso un accordo tra Donald Trump e Vladimir Putin, senza ulteriori ostacoli da parte dei governi europei: “L’Europa la smetta di mettersi di traverso e accetti che Trump porti avanti la trattativa con Putin. Così si arriva alla fine della guerra”.
D’Orsi racconta di avere parlato durante il soggiorno in Russia con candidati alle elezioni e rappresentanti di partito incontrati nei seggi. E rivela: “Tutti mi hanno detto che non vedono l’ora che finisca la guerra con l’Ucraina. Ma a quali condizioni? Ovviamente mi hanno detto che il Donbass è russo e che non mollano sul Donbass. Gli ho chiesto provocatoriamente: ma la Crimea? Mi hanno riso in faccia. La Crimea per loro è russa, è fuori discussione”.
D’Orsi ritiene quindi che il riconoscimento delle rivendicazioni territoriali di Mosca possa aprire la strada alla conclusione del conflitto: “Se si accetta che il Donbass e le due repubbliche di Lugansk e Donetsk siano, come sono ormai anche a livello costituzionale, parte della Russia, la guerra finisce”.
L’alternativa, nella sua analisi, è la prosecuzione della guerra, con conseguenze potenzialmente devastanti per Kiev. E nel mirino torna l’Europa, insieme al Regno Unito: “Se l’Europa continua a mettersi di mezzo, includendo anche la Gran Bretagna, dove a mio avviso c’è tutta la gran regia, questa guerra non finirà. E vuol dire che l’Ucraina sparirà come nazione”.

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Felipe González cree que Sánchez tiene opciones en los comicios generales “si Milei visita España 15 veces más”

22 October 2026 at 14:33

El expresidente del Gobierno Felipe González ha entrado en la precampaña, pero no para apoyar al PSOE, el partido del que fue secretario general durante 23 años. Preguntado durante un acto en el Círculo Empresarial de Málaga sobre cuál va a ser su preferencia electoral en las elecciones generales del 29 de noviembre, ha justificado por qué va a votar en blanco: “Si me siento representado, voto por alguien que me represente. Si no, voto en blanco. Es un voto positivo, no es una abstención. Explica lo que siento, la carencia de representación”.

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© EPV

El expresidente del Gobierno Felipe González interviene este jueves en el Círculo Empresarial de Málaga.

Salvini dice che i 500 parà che arriveranno a Milano per l’ordine pubblico saranno “pronti a intervenire con i Lince e i droni”

22 October 2026 at 14:32

Cinquecento parà pronti a intervenire anche con i mezzi lince e droni militari. Dopo il consiglio dei ministri a cui ha partecipato in streaming dalla Prefettura di Milano, il vicepremier Matteo Salvini racconta ai cronisti le misure che saranno prese in vista delle possibili proteste del fine settimana. “Avere 500 parà della Folgore, con un’età media superiore ai 40 anni e che hanno fatto esperienze all’estero, in tante piazze milanesi, per me è una garanzia” ha detto Salvini ma quando gli viene chiesto in che modo potranno intervenire a livello pratico risponde così: “Saranno preparati a intervenire in vista della normativa vigente. Non andranno in giro a fare cose strane”. Sabato e domenica Salvini sarà impegnato con il congresso della Lega: “Ho detto al prefetto che avremo anche 1500 delegati leghisti pronti a intervenire in caso di necessità”.

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“O grande problema não está no turismo”. Sarmento aponta falta de oferta como motivo da crise na habitação

22 October 2026 at 15:59

O ministro das Finanças, Joaquim Miranda Sarmento, afasta o turismo como principal responsável pela crise da habitação em Portugal e aponta a escassez de casas construídas na última década como a causa central da subida dos preços. Em entrevista ao canal norte-americano CNBC, o governante defende que a resposta passa por aumentar significativamente a oferta, através da construção de habitação pública, de incentivos fiscais e de alterações às regras do mercado de arrendamento.

“O grande problema não está no turismo. Deve-se sobretudo ao facto de termos tido uma oferta de habitação muito reduzida durante uma década”, afirmou Miranda Sarmento, quando questionado sobre o impacto das plataformas de alojamento turístico, como a Airbnb, nos preços das casas.

Na perspetiva do ministro, o desequilíbrio entre a procura e a oferta explica a escalada dos preços. “Esta foi a primeira década em que a procura ultrapassou a oferta, o que, naturalmente, fez subir os preços”, sustentou.

O governante rejeitou, contudo, que a pressão sobre o mercado resulte apenas de um aumento da procura face a períodos anteriores. “O problema não é a procura, porque, nos últimos dez anos, esta foi inferior à registada nas décadas anteriores”, argumentou, atribuindo a evolução dos preços à quebra da construção em Portugal.

“Durante uma década, praticamente não se construíram casas em Portugal”, afirmou, relacionando esta situação com a crise económica e financeira de 2008 a 2014, que atingiu fortemente o setor da construção. “Muitas empresas faliram e muitas pessoas que trabalhavam na construção civil mudaram-se para outros setores ou emigraram para outros países”, explicou.

Para Miranda Sarmento, a solução passa por aumentar o número de casas disponíveis no mercado. “Precisamos de mais oferta para responder à procura, em vez de nos concentrarmos tanto em restringi-la”, defendeu.

Para inverter a escassez de habitação, o Governo está a apostar no reforço da construção, incluindo de habitação pública, recorrendo a fundos europeus e a financiamento público nacional. Entre as medidas destacadas pelo ministro estão também “a redução do IVA na construção de 23% para 6%, a diminuição dos impostos sobre os rendimentos prediais e a flexibilização do mercado de arrendamento”.

Segundo Miranda Sarmento, o conjunto de medidas pretende incentivar a construção e colocar mais casas disponíveis para arrendar. O objetivo é aumentar a oferta a médio prazo, criando condições para aliviar a pressão sobre os preços.

“Aquilo que estamos a fazer, e que temos vindo a observar nos últimos anos, é um aumento da oferta. É esse o caminho que precisamos de continuar a seguir”, afirmou.

O ministro considera que o reforço da construção é igualmente necessário para responder às necessidades de uma economia que procura atrair mais trabalhadores qualificados. “Estamos a atrair cada vez mais trabalhadores qualificados e pessoas que vêm para trabalhar na nossa economia“, sublinhou, acrescentando que Portugal tem de disponibilizar habitação tanto para esses profissionais como para os cidadãos nacionais. “Precisamos de ter casas para essas pessoas e, naturalmente, também para os cidadãos portugueses”, afirmou, insistindo que a solução exige um aumento substancial do parque habitacional.

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"Aquilo que estamos a fazer, e que temos vindo a observar nos últimos anos, é um aumento da oferta. É esse o caminho que precisamos de continuar a seguir.”

Joaquim Miranda Sarmento

Ministro de Estado e das Finanças

Questionado sobre as respostas do Governo à insatisfação social provocada pelo custo de vida, Miranda Sarmento reconheceu que a habitação é uma das principais preocupações do Executivo. “Os nossos protestos têm sido muito pacíficos, mas é evidente que esta é uma das principais preocupações do Governo”, afirmou, referindo-se às manifestações em Portugal contra o custo de vida, incluindo os preços dos combustíveis e, sobretudo, os encargos com a habitação.

O ministro considera que o problema não se resolve apenas com medidas destinadas a limitar a procura. “A única forma de disponibilizar essas casas e reduzir os preços passa por um aumento substancial da oferta”, argumentou. E reforçou: “Essa é a única forma sustentável de reduzir os preços das casas”.

Miranda Sarmento não avançou, durante a entrevista, metas quantitativas para o aumento da oferta nem prazos concretos para o impacto de cada medida. A expectativa do Governo é que os incentivos à construção, o investimento em habitação pública e a flexibilização do mercado de arrendamento produzam resultados a médio prazo.

Sobre a capacidade de os governos europeus em responder às preocupações dos cidadãos, num contexto de dívida pública elevada e de limitações orçamentais. Miranda Sarmento destacou a situação das contas públicas portuguesas, afirmando que o país tem um excedente orçamental e está a reduzir a dívida pública.

“No próximo ano, [a dívida pública] ficará abaixo dos 85% do PIB”, afirmou o ministro, contrastando a posição portuguesa com a de países como França, cujo défice, segundo referiu, ronda 5% do Produto Interno Bruto (PIB).

Ainda assim, considerou que os desafios europeus vão além das contas públicas. “Precisamos de resolver os problemas da produtividade e da competitividade a nível europeu”, defendeu, alertando que a economia europeia cresce menos do que a norte-americana.

“Sem crescimento económico, é impossível ter salários mais elevados e dispor dos recursos necessários para melhorar os serviços públicos e reforçar o apoio social”, concluiu.

Gestão Ricardo Maia é investigada por licitação de R$ 15,7 milhões

22 October 2026 at 15:52
Mesmo com a negação do pedido cautelar de suspensão por perda de objeto, órgão de contas vai investigar indícios de irregularidades no Pregão Eletrônico nº 036/2026, como agrupamento indevido de itens e desclassificação sumária de propostas_Apesar da decisão do Tribunal de Contas dos Municípios do Estado da Bahia (TCM-BA) em indeferir a medida cautelar que buscava a suspensão imediata do Pregão Eletrônico nº 036/2026, a Prefeitura de Tucano permanece no centro das atenções do órgão de fiscalização.Certame milionário O certame, milionário e estimado em R$ 15.735.837,88, prevê a aquisição de materiais didáticos, pedagógicos, itens de armarinho e brinquedos pedagógicos para atender às secretarias municipais sob o regime de Sistema de Registro de Preços.A representação foi movida pela empresa ACHOU Distribuição e Comércio Ltda. e aponta diretamente a conduta do prefeito Ricardo Maia Chaves de Souza Filho e da pregoeira Ana Paula Solposto Nogueira.Irregularidades apontadasA denúncia faz alertas graves sobre o descumprimento das normas vigentes de compras públicas e a afronta às diretrizes da Nova Lei de Licitações (Lei Federal nº 14.133/2021):Lote 21 "Megabloco" sem Estudo Técnico: a gestão municipal reuniu cerca de 93 itens distintos no Lote 21 — avaliado sozinho em mais de R$ 1,5 milhão — sem a devida apresentação do Estudo Técnico Preliminar (ETP) que justificasse tecnicamente a escolha pelo agrupamento, o que pode ter comprometido a ampla concorrência.Uso de "Piso Automático" de Preços: foi questionada a aplicação do item 8.11 do edital como mecanismo de corte sumário nos Lotes 1, 2 e 3. A prefeitura usou a regra para inabilitar propostas com valor inferior a 75% do orçamento estimado sem realizar as diligências prévias obrigatórias para averiguar a real exequibilidade dos preços. Negativa cautelarAo avaliar o pedido de urgência, a Relatoria do TCM-BA indeferiu a liminar para paralisação imediata da licitação. O principal motivo técnico foi a perda do objeto cautelar, uma vez que, em consulta ao sistema BLL Compras, constatou-se que a Prefeitura de Tucano já havia homologado o procedimento licitatório.A relatoria pontuou ainda que a denunciante apresentou dados parciais coletados durante a sessão pública. No Lote 21, por exemplo, o tribunal anotou a participação de 21 propostas cadastradas e 15 empresas classificadas, resultando em um desconto de 48,36% sobre o valor estimado — elemento que, em análise preliminar, afastou a tese de restrição à competitividade para fins de concessão de liminar.Julgamento de méritoA manutenção do contrato não encerra o caso nem absolve os gestores. O relator fez questão de registrar que a decisão cautelar não valida as possíveis falhas cometidas pela administração municipal.Pontos críticos apontados na denúncia — como a ausência de clareza nos prazos de entrega no Termo de Referência, a falta de comprovação do ETP e a sistemática de desclassificação sem diligência prévia — vão ser submetidos ao exame aprofundado no julgamento final de mérito.O processo vai seguir o rito regular de Denúncia no TCM-BA. O prefeito Ricardo Maia e a pregoeira Ana Paula Nogueira vão ser notificados para apresentar defesa formal, além de serem obrigados a enviar a cópia integral do processo administrativo ao tribunal.

Dalle primarie alle piazze, quando la politica non parla più alla società. L’analisi di Valbruzzi

22 October 2026 at 15:42

C’è una politica che discute di leadership, candidature e assetti interni, mentre una parte della società manifesta un malcontento che fatica a trovare rappresentanza. È in questa frattura che si incrociano alcune delle principali questioni del dibattito pubblico: il campo largo alle prese con le primarie, la Lega che si avvicina al congresso senza aver sciolto il nodo della propria identità, le proteste che attraversano il Paese e un governo costretto a fare i conti con margini di bilancio sempre più stretti. Per Marco Valbruzzi, politologo che insegna Scienza politica all’Università Federico II di Napoli, il problema non riguarda soltanto la tenuta degli attuali equilibri politici, ma la capacità stessa dei partiti di interpretare trasformazioni sociali che procedono a velocità differenti. Un’analisi che si intreccia con il suo ultimo libro, Democrazie e no, appena uscito nelle librerie per Utet. Con una distinzione decisiva: il dissenso non è una patologia della democrazia, mentre lo è l’incapacità della rappresentanza di costruire un dialogo con chi protesta.

Professore, partiamo dal centrosinistra. Le primarie del campo largo potrebbero allargarsi oltre Elly Schlein e Giuseppe Conte. Il pluralismo delle candidature è una risorsa o rischia di trasformare la competizione in una resa dei conti tra leader?

Il campo largo ha di fronte a sé un’occasione irripetibile: proprio mentre il governo attraversa una fase critica sul piano del consenso, dovrebbe essere in grado di proporre un’alternativa credibile a Giorgia Meloni e alle sue politiche. Invece, si sta attorcigliando su se stesso, discutendo dei propri problemi anziché di quelli degli italiani. Se ormai le primarie non si possono evitare, devono diventare l’inizio della campagna elettorale del centrosinistra, non la conclusione della competizione interna tra Conte e Schlein. Si facciano, dunque, bene e in fretta, garantendo agli elettori una scelta autentica e il pluralismo delle candidature. Altrimenti, sarà l’ennesima occasione persa.

Le piazze, intanto, raccontano un malessere che assume forme differenti. Quanto pesa la radicalizzazione del dissenso e quanto l’incapacità dei partiti di intercettarlo?

In questo momento esistono due proteste molto diverse, anche nelle modalità, al Nord e al Sud. Le mobilitazioni studentesche nelle grandi metropoli post-industriali del Nord si muovono in una dimensione distante da quella dei partiti e dei loro rappresentanti. I giovani vivono nel digitale e seguono comportamenti che rispondono alla logica degli algoritmi; i partiti sono ancora immersi nell’analogico e nei ritmi della politica organizzata. Sono due mondi che non comunicano. Non basteranno decreti o misure di ordine pubblico a risolvere il problema. Al Sud, invece, le proteste seguono ritmi più vicini a quelli della politica partitica, ma il contrasto con il governo è netto. Qui è in gioco anche la lunga luna di miele di Meloni con gli italiani. Le risposte non possono arrivare attraverso annunci anticipati sui social, ma richiedono provvedimenti economici che, in questa fase, il governo fatica a permettersi.

Passiamo alla Lega. L’ipotesi di una candidatura di Garavaglia al congresso può rappresentare un’alternativa a Salvini oppure siamo davanti soprattutto a una partita sulle liste elettorali?

Più che un congresso fondato su mozioni e visioni alternative della Lega, mi sembra una conta in vista della composizione delle liste per le prossime elezioni politiche. Il ruolo di Garavaglia è quello di garantire a sé e alla minoranza interna una quota di candidature per il prossimo Parlamento, evitando che Salvini e i salviniani esercitino un controllo pieno. Nel frattempo, il partito continuerà a vivere in una sorta di limbo, senza risolvere la propria crisi d’identità e, di conseguenza, quella della leadership. Il congresso, insomma, rischia di regolare i rapporti di forza interni senza affrontare le ragioni profonde della difficoltà politica della Lega.

Se il Carroccio dovesse cambiare pelle, quali conseguenze ci sarebbero per gli equilibri del centrodestra e per i rapporti tra Salvini, Meloni e Tajani?

In vista del 2027, il centrodestra resterà congelato nella sua composizione storica, quella proposta e imposta per la prima volta da Berlusconi. Ma se la coalizione dovesse uscire sconfitta dalle urne, potremmo assistere alla fine del centrodestra nella sua versione della Seconda Repubblica. Si aprirebbe allora una fase di rimescolamento, che imporrebbe da un lato una ridefinizione interna alla Lega e dall’altro un rapporto meno conflittuale con Futuro Nazionale. Il punto è che gli equilibri attuali possono reggere finché la coalizione mantiene la prospettiva di governare. Una sconfitta elettorale, invece, rimetterebbe in discussione non soltanto i rapporti tra i leader, ma anche il modello politico sul quale il centrodestra si è retto negli ultimi decenni.

Primarie, proteste e leadership in discussione: siamo davanti a una fisiologica ridefinizione degli equilibri democratici o a una crisi più profonda della rappresentanza?

Le proteste, anche quelle smodate e incontrollate delle ultime settimane, fanno parte della democrazia. La sua forza sta proprio nella capacità di assorbire, con tempi e strumenti diversi, le forme radicali di dissenso e opposizione che attraversano la società. Ce lo insegna la storia delle democrazie, compresa quella italiana. L’elemento nuovo di questa fase è però l’incapacità strutturale della rappresentanza partitica di costruire ponti stabili con il mondo nel quale vivono le nuove generazioni. Negli anni Sessanta e Settanta, partiti e movimenti, pur entrando spesso in conflitto, condividevano linguaggi e una grammatica politica comune. Oggi quei mondi sembrano vivere su pianeti diversi. È questa distanza, più ancora della radicalità delle singole proteste, a porre un problema alla democrazia italiana.

L’ultima questione riguarda la manovra economica. Quanto spazio ha il governo per tenere insieme taglio delle tasse, sostegno alle famiglie e crescita, senza compromettere gli obiettivi di bilancio?

Le manovre del ministro Giorgetti sono sempre state orientate alla salvaguardia degli equilibri di bilancio, ma mai come quest’anno il governo deve fare i conti con proteste sociali e di piazza che potrebbero essere arginate più efficacemente attraverso stanziamenti incisivi. Meloni ha provato a forzare la mano nella trattativa con l’Europa per ampliare i margini di manovra, ottenendo risultati limitati, al netto della flessibilità sulle spese energetiche e di difesa, che consentirà comunque al Paese di respirare. L’impossibilità di costruire una manovra pienamente elettorale, orientata ad allargare il consenso in vista delle prossime politiche, è uno dei fattori che potrebbero spingere il governo a rinviare al prossimo autunno l’appuntamento elettorale, nella speranza che le proteste, soprattutto al Sud, si attenuino. Il problema è che i vincoli finanziari restringono lo spazio delle risposte economiche proprio nel momento in cui la pressione sociale richiederebbe interventi più consistenti.

Jerônimo quer ampliar tempo integral e criar programa para formar professores

22 October 2026 at 15:26
Uma das prioridades do governador reeleito da Bahia, Jerônimo Rodrigues (PT), para o novo mandato é universalizar a oferta de escolas de Tempo Integral no estado. Em entrevista exclusiva ao A TARDE nesta quinta-feira, 22, o petista afirmou que a expectativa é chegar a cerca de 800 unidades nesse modelo. Atualmente, a rede estadual conta com mais de 740 escolas em funcionamento ou modernizadas.“Meu programa diz que vou universalizar, e eu preciso de um presidente que goste de Educação de Tempo Integral, que bote Pé-de-Meia e possa nos ajudar neste aspecto. [Quero] buscar ao máximo para termos as escolas de tempo integral funcionando na rede estadual”, afirmou.Jerônimo também defendeu o apoio aos municípios para ampliar a oferta desde a educação infantil. Segundo ele, o contato com a jornada ampliada desde a creche e os primeiros anos do ensino fundamental pode ajudar a construir uma cultura de valorização do Tempo Integral.“Quando o estudante começa desde a creche, depois o Fundamental I e II, tendo o direito e conhecendo o que é ficar mais tempo na escola, não cria aquela resistência de dizer: ‘poxa, vou ficar na escola 6h, 7h, 8h’. Então, se começar desde criança, cria-se a cultura de que o Tempo Integral é importante para a formação do conhecimento, envolvimento social com práticas de esporte e cultura e, ainda, uma proteção”, explicou.Incentivo à carreira docenteOutra iniciativa destacada pelo governador é a criação de um programa para estimular os jovens a ingressarem na carreira docente. A proposta será elaborada em parceria com as quatro universidades estaduais da Bahia: Universidade do Estado da Bahia (Uneb), Universidade Estadual de Feira de Santana (Uefs), Universidade Estadual de Santa Cruz (Uesc) e Universidade Estadual do Sudoeste da Bahia (Uesb).“Vamos fazer um desenho com o Conselho Estadual de Educação, com as quatro universidades estaduais, e vou chamar também as federais, pois quero criar um programa que estimule essa meninada a querer ser professor”, declarou.A iniciativa surge em meio às dificuldades de renovação do quadro docente no país. Em setembro de 2026, a segunda edição da pesquisa 'Apagão dos Professores: o desafio da renovação dos professores no Brasil', realizada pelo Instituto Semesp, apontou uma redução no número de professores mais jovens e um aumento expressivo de profissionais com 60 anos ou mais na rede pública.De acordo com o levantamento, entre 2015 e 2025, o número de professores do ensino médio com até 24 anos caiu 31,1%, passando de 17,3 mil para 11,9 mil. No mesmo período, o contingente de docentes com 60 anos ou mais cresceu 104,5%, saltando de 18,2 mil para 37,3 mil.Segundo o Instituto Semesp, o envelhecimento do quadro docente, com o aumento da proporção de profissionais próximos da aposentadoria, e a contratação intensiva de professores temporários e terceirizados estão entre os fatores que podem dificultar a renovação da rede pública de ensino.Concursos públicosQuestionado sobre a convocação de aprovados em concursos públicos da educação estadual, Jerônimo garantiu que os chamamentos terão continuidade. O governador afirmou que os candidatos dentro do limite previsto nos editais já foram convocados e antecipou a publicação de um novo processo seletivo pelo Regime Especial de Direito Administrativo (Reda).“Não vou abrir mão de nada. Nós zeramos os concursos públicos da rede estadual da Bahia, até ali, na linha de corte, todo mundo foi chamado. Vamos publicar nesta semana ou na outra o Reda”, afirmou.O petista também sinalizou a expectativa de novos concursos públicos para a área da educação, mas não informou datas para a realização dos certames. “A nossa expectativa é que a educação tenha mais concursos, porque é uma população [que] está na expectativa. Só não vou dizer datas, mas está, sim, na expectativa nossa ter concursos para a educação”, concluiu.Assista a entrevista completa:

Flávio Bolsonaro visita o pai em Brasília na véspera de debate com Lula na TV Globo

22 October 2026 at 15:20

A poucos dias do segundo turno das eleições presidenciais, Flávio Bolsonaro (PL) esteve com o pai, Jair Bolsonaro, na manhã desta quinta-feira (22), em Brasília. O senador, que disputa a Presidência da República, chegou pouco antes das 8h ao condomínio Solar de Brasília, no Jardim Botânico, onde o ex-presidente cumpre prisão domiciliar.

O encontro durou aproximadamente uma hora. Flávio deixou o local sem falar com jornalistas e não comentou o motivo da visita.

A reunião ocorreu um dia antes do debate entre o candidato do PL e o presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT), marcado para sexta-feira (23), na TV Globo. O confronto televisivo está previsto para três dias antes do segundo turno.

Esta é a terceira vez que pai e filho se encontram desde o fim da restrição de 90 dias às visitas a Jair Bolsonaro, determinada pelo ministro Alexandre de Moraes, do Supremo Tribunal Federal (STF).

Condenação de Jair Bolsonaro e compromissos de Flávio

O ex-presidente foi condenado pelo STF, em 2025, a 27 anos e três meses de prisão por tentativa de golpe de Estado. Desde agosto do ano passado, ele está preso e cumpre prisão domiciliar no Distrito Federal.

A agenda oficial de Flávio Bolsonaro indica que ele permanece em Brasília nesta manhã, sem compromissos públicos previstos. Para a noite, o senador tem uma transmissão ao vivo marcada para as 19h.

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Malcontento e minacce ibride, perché la crisi francese è un test per l’Europa

22 October 2026 at 15:00

La Francia attraversa una fase estremamente delicata, stretta tra il malcontento di una parte della società, la crescente sfiducia nelle istituzioni e un esecutivo chiamato a confrontarsi con una crisi politica, economica e sociale di ampia portata. Tra proteste, mobilitazioni studentesche e tensioni nelle principali città del Paese, Emmanuel Macron deve fare i conti con un quadro sempre più complesso, mentre la tenuta delle istituzioni francesi è sottoposta a una pressione significativa. A questa dimensione interna se ne aggiunge un’altra, che Parigi non può permettersi di trascurare: il rischio che attori stranieri ostili sfruttino le fratture della società per alimentare instabilità e polarizzazione, indebolendo ulteriormente la fiducia nelle istituzioni.

È questo l’allarme che arriva dalla Francia e che riguarda da vicino l’intera Europa. Secondo quanto riportato da fonti francesi, le possibili attività di influenza e ingerenza sarebbero riconducibili a reti straniere di matrice russa, algerina e iraniana. Un quadro che richiama l’attenzione sulla capacità delle democrazie europee di individuare e contrastare le minacce ibride, soprattutto quando queste si innestano su tensioni sociali già esistenti. La questione non è soltanto comprendere le ragioni del malcontento francese, ma anche verificare se e in quale misura eventuali attori esterni possano sfruttarlo per amplificare le divisioni e indebolire la fiducia nelle democrazie occidentali.

Di fronte a una crisi che richiede lucidità e tempestività, il confronto sulle misure necessarie a garantire la sicurezza si intreccia con una questione più ampia: la capacità dello Stato di riconoscere e affrontare le nuove forme di minaccia asimmetrica. Non si tratta di ricondurre ogni protesta a una regia esterna, né di sottovalutare le cause interne del malcontento. Si tratta, piuttosto, di evitare che la dimensione internazionale delle possibili operazioni di destabilizzazione venga esclusa dall’analisi prima ancora di essere verificata.

Il rischio è che le tensioni sociali, sommandosi a campagne di disinformazione e operazioni di influenza straniera, diventino un moltiplicatore di instabilità e uno strumento di pressione sulle istituzioni nazionali. La cosiddetta “guerra ibrida”, del resto, non richiede necessariamente un intervento diretto sul terreno: può agire attraverso la manipolazione del dibattito pubblico, la diffusione di narrazioni divisive e la delegittimazione delle autorità. In questo contesto, distinguere il dissenso autentico dalle eventuali operazioni di ingerenza ostile rappresenta una delle sfide centrali per la sicurezza democratica.

La sfida per la République non riguarda, dunque, soltanto il mantenimento dell’ordine pubblico, ma anche la tutela della sovranità nazionale e della coesione sociale. Affrontare la crisi esclusivamente come una questione interna potrebbe significare trascurarne la possibile dimensione geopolitica. Al tempo stesso, attribuire alle reti straniere la responsabilità delle proteste in assenza di riscontri solidi rischierebbe di distogliere l’attenzione dalle cause politiche e sociali del malcontento, compromettendo la qualità dell’analisi.

È in questa prospettiva che la crisi francese assume una rilevanza europea. Eventuali attività di influenza riconducibili a reti straniere, qualora documentate, non riguarderebbero soltanto Parigi, ma chiamerebbero in causa la sicurezza e la resilienza democratica dell’intera Unione. La questione investe la capacità degli Stati membri di proteggere le proprie istituzioni, salvaguardare lo spazio informativo e impedire che le vulnerabilità interne di un singolo Paese diventino strumenti di pressione nelle mani di attori esterni.

L’allarme relativo alle possibili ingerenze di reti russe, algerine e iraniane merita pertanto attenzione e una risposta coordinata da parte delle democrazie europee. Occorrono una maggiore cooperazione d’intelligence, strumenti più efficaci per contrastare la disinformazione e una strategia comune per individuare e affrontare le possibili interferenze straniere.

La crisi francese, in definitiva, non riguarda soltanto la leadership di Emmanuel Macron o la stabilità dell’esecutivo transalpino. È, soprattutto, un banco di prova per l’intera Europa. Ignorare il rischio di ingerenze esterne sarebbe un errore grave; considerarle dimostrate senza riscontri concreti lo sarebbe altrettanto. Tra questi due estremi si colloca la responsabilità strategica delle democrazie europee: riconoscere le minacce, verificarne le origini e contrastarle attraverso una risposta comune, prima che le fragilità di un singolo Paese possano ripercuotersi sulla sicurezza dell’intero continente.

Esperanza Aguirre, la jefa que no sabía nada

22 October 2026 at 14:57
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A Esperanza Aguirre se le ocurrió hace 25 años que era una buena idea construir un campo de golf en el centro de Madrid, concretamente en el barrio de Chamberí. Ahí había nueve hectáreas dedicadas a un helipuerto y pensó que una zona verde podría venir bien al vecindario. A ella se le ocurrió pero quien lo ejecutó como presidente del Canal de Isabel II -propietario de los terrenos- y vicepresidente suyo fue Ignacio González. De paso este modificó los pliegos y se adjudicó a una empresa vinculada a su hermano y su cuñado. 

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Criar benefícios fiscais “é tentação fácil” para resolver problemas, diz ex-secretário de Estado

22 October 2026 at 14:50

O antigo secretário de Estado dos Assuntos Fiscais Nuno Félix afirmou, esta quinta-feira, que a criação de benefícios fiscais “é uma tentação fácil” para responder a problemas, sendo necessário pensar na competitividade global do sistema fiscal, desde logo no IRC.

“Existe, muitas vezes, a perceção de que criar um benefício fiscal pode permitir resolver o problema sem exigir financiamento, dotação orçamental, sem se gastar dinheiro”, mas em muitos casos isso representa “uma ilusão”, avisou o ex-governante do último executivo de António Costa (PS), numa audição no parlamento, no grupo de trabalho para a avaliação dos benefícios fiscais, que funciona na Comissão de Orçamento, Finanças e Administração Pública (COFAP).

Para o diplomata, que foi igualmente subdiretor-geral da Autoridade Tributária e Aduaneira (AT) para a relação com o contribuinte, os incentivos fiscais podem, nalguns casos, responder a problemas socioeconómicos, servindo finalidades extrafiscais e fazendo crescer a economia, mas, “em muitos outros”, há uma “verdadeira perda de receita”.

Os incentivos “custam também muito na burocracia, na complexidade para os cidadãos, as empresas e a própria administração [pública]”, disse.

“Poucas são as entidades que resistem a pedir mais um benefício fiscal”, seja representantes do tecido empresarial ou de outras forças da sociedade, “porque está instalada esta mesma perceção da facilidade do benefício fiscal para a promoção” económica, pontuou o ex-governante do último executivo de António Costa (PS).

Na mesma audição foram ouvidos os antigos secretários de Estado dos Assuntos Fiscais Carlos Lobo (2008-2009) e Sérgio Vasques (2009-2011), dos dois governos de José Sócrates (PS), que fizeram considerações semelhantes sobre a forma como os benefícios nos impostos são encarados.

Dando como exemplo a resposta à crise na habitação, Carlos Lobo afirmou que “não são os benefícios fiscais que vão resolver” o problema, frisando que “os benefícios fiscais não são a fonte do remédio para todos os males”.

Carlos Lobo disse que a avaliação dos incentivos dados pelo Estado através dos impostos tem falhado, esperando-se demasiado dos benefícios para prosseguir outras políticas como um “cavalo de Troia” na expectativa de que funcionará como a resposta para “todos os males”.

O fiscalista referiu ainda que se realizam análises de despesa fiscal, mas não uma ponderação de custo-benefício, que avalie os reais efeitos económicos.

Se um benefício funciona e gera despesa fiscal, passa a ser um alvo a abater e ninguém analisa os efeitos económicos da política que é prosseguida, alertou, insistindo que é necessário criar métricas para a análise de desempenho.

Também Sérgio Vasques afirmou que o quadro legal e regimental em vigor permite “ao governo e aos partidos apresentarem propostas de criação de benefícios fiscais sem que estejam obrigados a qualquer esforço de fundamentação”, o que considerou ser “realmente dramático”.

O professor de direito defendeu ainda ser essencial reabilitar o centro de estudos fiscais da AT e que os partidos e as associações empresariais a criarem centros de competências na área dos benefícios fiscais.

“Não fomos capazes de criar, junto do parlamento, do ministério [das Finanças], centros de conhecimento capazes de gizar e de monitorar medidas de política fiscal com cabeça, tronco e membros. Isso é um sério problema”, apontou, dizendo ser necessário “propor medidas solidamente fundamentadas”.

Nuno Santos Félix salientou a necessidade de haver um consenso político-partidário, para que as reformas neste setor criem uma perspetiva de previsibilidade e de estabilidade para os cidadãos, as empresas e a AT.

O ex-governante sublinhou que há alguns Estados-membros da União Europeia (Estónia e Letónia e Polónia) que “olham para o tema dos benefícios fiscais de uma forma integrada no conjunto do sistema fiscal”, discutindo qual deve ser o regime global transversal de tributação em sede de IRC.

“[Se nos] focarmos só nos benefícios fiscais, podemos correr o risco de estar a conduzir olhando para o retrovisor, quando o que precisamos é de uma visão alargada sobre a competitividade do nosso sistema fiscal”, salientou o o ex-governante do último executivo de António Costa (PS).

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