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Toyota avverte Bruxelles: “Non siamo ospiti in Europa”. E chiede di cambiare le regole sull’auto

16 October 2026 at 14:00

Toyota invita Bruxelles a correggere il tiro sulle regole che guideranno il futuro dell’auto europea. Il messaggio del costruttore giapponese è chiaro: difendere l’industria del Vecchio Continente è necessario, ma senza alzare muri contro i partner commerciali né imporre una transizione elettrica che, almeno per ora, procede più lentamente del previsto. Da qui la proposta di sostituire al tradizionale Made in Europe un più inclusivo Made with Europe, accompagnato da una serie di richieste concrete sulle emissioni e sulle politiche industriali.

“Toyota non è un ospite in Europa. Siamo un produttore europeo e vogliamo che l’industria automobilistica europea abbia successo”, ha dichiarato Yoshihiro Nakata, presidente e CEO di Toyota Motor Europe. Parole che riassumono il senso della proposta e introducono una questione tutt’altro che secondaria: perché escludere Paesi come Giappone, Regno Unito e Turchia, che da decenni partecipano alla produzione automobilistica europea? Secondo Toyota, le nuove regole sui componenti di origine locale dovrebbero tenere conto anche di queste realtà. La Casa propone una quota del 70%, da raggiungere nell’arco di tre anni e senza obblighi sostanziali prima del 2030. Una richiesta che nasce dalla volontà di mantenere aperti gli scambi, ma anche da interessi ben precisi: Toyota dispone di una rete produttiva internazionale che potrebbe risentire di norme troppo restrittive.

Il capitolo più delicato resta però quello delle emissioni, dove i numeri raccontano bene la distanza tra gli obiettivi fissati da Bruxelles e le previsioni del gruppo giapponese. Nel 2030, secondo Toyota, le auto elettriche rappresenteranno circa il 45% delle nuove immatricolazioni europee, mentre per rispettare gli attuali vincoli sulle emissioni servirebbe superare il 55%. Un divario ch si dovrebbe colmare concedendo più tempo ai costruttori, attraverso un sistema di calcolo delle emissioni distribuito su cinque anni, dal 2028 al 2032.

Lo sguardo si spinge poi al 2035, la data simbolo dello stop europeo alle nuove auto con emissioni di CO₂ allo scarico. Toyota propone di fermare l’asticella a una riduzione del 90% anziché del 100%, lasciando spazio anche ai carburanti rinnovabili. Per i veicoli commerciali leggeri chiede obiettivi meno impegnativi: -35% nel 2030 e -80% nel 2035. Del resto, per chi utilizza un furgone ogni giorno, autonomia, tempi di ricarica e capacità di carico non sono dettagli secondari.

Dietro queste richieste c’è una strategia (potremmo definirla multienergia) che Toyota porta avanti da anni: non puntare tutto su una sola tecnologia, ma lasciare convivere elettrico, ibrido, idrogeno e carburanti alternativi. Una strada che oggi incontra le posizioni di diversi costruttori europei, alle prese con una domanda di elettriche inferiore alle attese, costi elevati e concorrenti asiatici sempre più aggressivi.

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La sostenibilità ambientale, sociale ed economica, insieme al benessere animale delle DOP al centro dell’interesse di AECIS

16 October 2026 at 10:19

Per molto tempo il benessere animale è stato raccontato come una questione di sensibilità: si è a favore, difficile essere contrari. Oggi è diventato qualcosa di più preciso. È un parametro di sostenibilità che si misura, si certifica e finisce nelle valutazioni ESG, nei capitolati della grande distribuzione e nelle analisi di rischio di chi finanzia le imprese agroalimentari.

A spostare le cose è stata l’Europa. Dal Trattato di Lisbona del 2009 gli animali sono riconosciuti come esseri senzienti (art. 13): in grado quindi di provare dolore, piacere, emozioni. Da quel principio discendono una responsabilità condivisa fra Commissione e Stati membri e una strategia, Farm to Fork, che al centro del Green Deal ha trasformato la transizione verso sistemi alimentari sostenibili in un obiettivo industriale. E l’Italia è stata la prima in Europa a mettere risorse della Politica Agricola Comune sul benessere degli animali allevati.

Su questo terreno lavora AECIS, Associazione Europea Cultura Innovazione Sostenibilità, nata dall’esperienza di Alti Formaggi (2011) e costituita dai Consorzi di tutela di Provolone Valpadana DOP, Casciotta d’Urbino DOP e Piave DOP. Ed è il terreno del convegno “Sostenibilità in scena”, che l’Associazione dedica alle tre dimensioni in cui la sostenibilità si gioca davvero: ambientale, sociale ed economica. Sono anche le tre chiavi di questa lettura, perché un impegno conta qualcosa solo quando diventa verificabile. E lo strumento che lo rende tale ha un nome: SQNBA.

Che cos’è il SQNBA, in parole semplici

Il Sistema di Qualità Nazionale per il Benessere Animale è uno schema di certificazione nazionale ad adesione volontaria: nessuno è obbligato a entrarci, chi lo fa è perché ci crede. Fissa le regole e i criteri tecnici con cui va condotto l’allevamento, li misura su indicatori costruiti dalla ricerca scientifica e ne affida la verifica a organismi accreditati. Chi aderisce si impegna a tenere livelli di salute e di benessere più alti di quanto già chiedano le norme europee e italiane, a contenere il ricorso agli antibiotici e a rendere l’allevamento più sostenibile nel suo insieme.

Il vantaggio più immediato è l’ordine. Fino a oggi sullo stesso tema convivevano protocolli di certificazione diversi: faticosi da confrontare per un buyer, praticamente illeggibili per chi fa la spesa. Il SQNBA mette ordine e potrebbe diventare l’unico riferimento.

Per ora il Sistema si applica agli allevamenti bovini, da latte e da carne, e suini: sono le specie per cui il Comitato Tecnico Scientifico sul Benessere Animale ha già rilasciato le relative norme tecniche. I requisiti vivono dentro Disciplinari diversi a seconda della specie, dell’indirizzo produttivo e del modo in cui si alleva, ed è previsto che il perimetro si allarghi a tutte le specie di interesse zootecnico.

L’ingresso passa da ClassyFarm, la piattaforma informatica con cui il Ministero della Salute tiene sotto osservazione gli allevamenti e li classifica per livello di rischio. Il veterinario aziendale, o un collega incaricato e in possesso della qualifica, compila la check list dei prerequisiti e il portale risponde con un semaforo: verde se ci sono tutti, rosso se ne manca anche uno. Sul colore incidono anche le verifiche ufficiali già effettuate in stalla.

Ambiente: un animale che sta bene ha bisogno di meno farmaci

La prima ricaduta è insieme ambientale e sanitaria, e parte dal fatto che un animale che vive bene si ammala meno, e un animale che si ammala meno richiede meno trattamenti. Condizioni di allevamento e ricorso ai farmaci sono ormai due variabili che si muovono insieme, e il SQNBA nasce dentro una strategia che punta a ridurre l’antimicrobico resistenza (AMR), uno dei dossier più delicati della sanità pubblica europea.

Non è un principio astratto. Il consumo di antimicrobici e la suscettibilità sono fra le aree che monitora ClassyFarm, insieme al benessere degli animali, alla biosicurezza aziendale e alla fase di macellazione: i dati non restano in un cassetto, entrano in un sistema di classificazione del rischio che viene consultata dall’autorità sanitaria.

La direzione è quella di un modo di allevare più sostenibile, con ricadute positive sull’ambiente e sul tessuto sociale, con risvolti ambientali e sociali positivi e produzioni di qualità più alta. E vale la pena guardare dove sta andando l’Europa: dal 2020 la Commissione sta aggiornando la legislazione sul benessere animale – allevamento, trasporto, abbattimento, fino all’uscita progressiva dalle gabbie – e nella Visione 2025 per l’agricoltura e l’alimentazione ha confermato l’impegno di avvicinare gli standard richiesti anche a ciò che arriva da fuori Unione. Per un’impresa, certificarsi oggi vuol dire farsi trovare pronta.

Sociale: una filiera che si lascia leggere

La definizione più citata ha quasi mezzo secolo. Nel 1976 l’etologo B.O. Hughes descrisse il benessere animale come una condizione di piena salute, tanto fisica quanto psichica, in cui l’animale si trova in equilibrio con l’ambiente che lo circonda. Tre anni dopo il Farm Animal Welfare Council britannico tradusse quel principio nelle Cinque Libertà: niente fame né sete, niente disagio, niente dolore né malattia, la possibilità di comportarsi secondo la propria natura, nessuna paura e nessuno stress. Restano la griglia a cui le norme europee continuano a ispirarsi.

Il passaggio che riguarda da vicino chi compra è che tutto questo diventa visibile. Gli operatori certificati possono portare in chiaro i dati previsti dallo schema per distinguere i propri animali e i propri prodotti: il modo in cui si alleva, lo stabilimento da cui la partita arriva e logo SQNBA in etichetta, con una tracciabilità completa dall’allevamento alla tavola. Non è l’ennesimo bollino da decifrare ma è la possibilità di scegliere sapendo che cosa c’è dietro, nei pochi secondi che si passano davanti al banco frigo.

Ma le stalle gestite secondo standard più alti sono anche posti di lavoro migliori per chi ci passa le giornate. E i formaggi DOP restano parte integrante delle comunità in cui nascono, restano un pezzo delle comunità in cui nascono, perché il valore che producono non si ferma a monte ma si spalma su tutti gli anelli della catena.

Economia: dove si vede il ritorno

Per un’impresa zootecnica il benessere animale non è un costo a fondo perduto. Animali tenuti bene e in salute lasciano il segno su più voci di bilancio: rese più alte, lavoro meno pesante in stalla, una posizione più forte sui mercati, meno esposizione al rischio nella gestione quotidiana, una reputazione che cresce.

Per le filiere a Indicazione Geografica c’è un effetto in più. Affiancare al marchio europeo di qualità certificata, DOP o IGP, il logo SQNBA produce un ritorno di immagine e di valore che supera la semplice addizione di due marchi verificati da terzi perché consolida la credibilità dell’azienda e alzano l’asticella della qualità lungo la stessa linea che le Indicazioni Geografiche battono da decenni, e ridistribuiscono il valore in modo più equo fra tutti gli anelli della catena certificata.

Ci sono poi i costi organizzativi, perché aderire a uno schema di certificazione serio significa scrivere e applicare procedure in ogni angolo della gestione aziendale e in ogni passaggio di mano lungo la filiera – fra allevatore e caseificio, per esempio – per tenere i processi sotto controllo e correggere la rotta appena si devia. È lavoro in più ma non è una duplicazione di adempimenti: è un insieme di azioni coordinate che rafforza gli standard qualitativi di produzione, nel solco di quanto le Indicazioni Geografiche già fanno, e che porta a una distribuzione più equa del valore lungo tutta la filiera certificata.

Tre DOP diverse, un impegno comune

Provolone Valpadana, Casciotta d’Urbino e Piave sono tre mondi distanti: zone di produzione diverse, formaggi diversi e storie diverse. I rispettivi Consorzi condividono però la stessa scelta di fondo, cioè affrontare con serietà il miglioramento della filiera per rispondere alle esigenze di oggi senza scaricarne il conto su chi verrà dopo.

È una posizione coerente con la natura stessa delle denominazioni di origine, che portano la sostenibilità scritta nel proprio codice genetico: standard di sicurezza alti, prodotti con un buon profilo nutrizionale, una ripartizione del guadagno meno sbilanciata, pratiche produttive che rispettano i valori del luogo in cui sono nate.

Quello che mancava era un modo riconoscibile di dimostrarlo. Il SQNBA prende un patrimonio di pratiche spesso già in atto e lo rende certificabile, confrontabile e comunicabile. A un buyer, a un istituto di credito e, soprattutto, a chi legge un’etichetta avendo cinque secondi di attenzione a disposizione.

Ed è il percorso che “Sostenibilità in scena” porta sul palco: ambiente, persone ed economia non come tre capitoli separati di una relazione, ma come tre facce dello stesso lavoro quotidiano di chi produce un formaggio a denominazione di origine.

Le date degli incontri di approfondimento:

10 novembre 2026 – Cadeo (Pc) ore 15-17
La Scottina Relais & Bistrot
Strada del Riglio snc
Loc. Scottina – 29010 Cadeo (PC)

11 novembre 2026 – Invorio (No) ore 15-17
Sala Curioni del Municipio di Invorio
Via G. Curioni 2
28045 Invorio (No)

12 Novembre 2026 – Lodi ore 15-17
Ristorante Isola Caprera
Via Isola Caprera 14 – Lodi

16 Novembre 2026 – Treviso ore 15-17
Ristorante Albronsèr
Via di Sant’Angelo, 162
31100 Treviso (TV)

1° dicembre 2026 – Saronno (Va) ore 15-17
Istituto Prealpi di Saronno
Va San Francesco 13 – Saronno (Va)

In collaborazione con AECIS

 

Le due inflazioni delle regole di bilancio Ue

16 October 2026 at 09:23

L’alta inflazione incide sull’andamento della finanza pubblica e sul funzionamento delle regole europee. Sono due le questioni principali: il trattamento del fiscal drag e i margini di flessibilità rispetto a un percorso di spesa pubblica fissato nel 2024.

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Il Consiglio europeo non trova l’accordo sul bilancio Ue e rinvia il negoziato a novembre

16 October 2026 at 06:00

Il primo giorno del Consiglio europeo a Bruxelles si è concluso senza un accordo sul prossimo bilancio dell’Unione e con forti divisioni sulle politiche energetiche e climatiche. Dopo circa quattordici ore di negoziati, ieri i capi di Stato e di governo dei 27 paesi membri hanno confermato le proprie posizioni sulla spesa europea e discusso a lungo della richiesta di rinviare le nuove regole sulle emissioni dei trasporti e degli edifici. Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha convocato una riunione straordinaria per il 26 novembre, nel tentativo di raggiungere un’intesa sul bilancio entro dicembre. Ma diversi governi hanno già messo in dubbio che la scadenza possa essere rispettata.

Le difficoltà riguardano alcune delle principali scelte economiche e politiche che l’Unione dovrà affrontare nei prossimi anni. Il nuovo bilancio pluriennale, relativo al periodo dal 2028 al 2034, dovrà finanziare le politiche agricole, i programmi per le regioni economicamente più deboli, la ricerca e le nuove priorità europee, tra cui la difesa e la competitività industriale. Allo stesso tempo, i governi devono affrontare l’aumento dei prezzi dell’energia e decidere come conciliare la protezione di famiglie e imprese con gli obiettivi climatici già approvati.

La proposta presentata dalla presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea, che esercita il coordinamento semestrale dei lavori, prevede una dotazione complessiva di circa 1.620 miliardi di euro. È una riduzione significativa rispetto al progetto iniziale della Commissione europea, ma non è bastata a ridurre le distanze tra i governi. I paesi che contribuiscono maggiormente al bilancio comune chiedono ulteriori tagli, mentre quelli che ricevono più finanziamenti contestano la diminuzione delle risorse destinate alle politiche tradizionali.

Da una parte ci sono i sei paesi generalmente definiti frugali: Germania, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Danimarca e Finlandia. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz considera ancora troppo elevato il livello complessivo della spesa e, secondo due diplomatici citati da Politico, ha indicato nei fondi per le regioni economicamente più deboli uno degli ambiti in cui intervenire. Il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha respinto la proposta irlandese, sostenendo che comporterebbe un aumento di quasi il 60 per cento del contributo netto della Svezia. Anche il primo ministro olandese Rob Jetten ha chiesto un bilancio più contenuto, con una maggiore attenzione alla sicurezza, alla competitività e alle nuove esigenze economiche europee.

Sul versante opposto si trovano i cosiddetti Amici della coesione, il gruppo più corposo di 17 paesi che comprende ltalia e Spagna. Il loro obiettivo è salvaguardare i finanziamenti agricoli e quelli destinati a ridurre le disparità economiche tra i territori. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha giudicato insufficiente la proposta irlandese rispetto alle ambizioni dell’Unione, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha escluso la possibilità di accettare ulteriori riduzioni. 

Le divisioni non coincidono però completamente con questi due schieramenti. Alcuni paesi favorevoli a mantenere elevata la spesa europea chiedono anche maggiori investimenti nella difesa, in particolare gli Stati baltici, che attribuiscono particolare importanza alla minaccia russa. La Finlandia, pur facendo parte dei frugali, vuole tutelare i sostegni all’agricoltura. La Francia non ha assunto una posizione definitiva sull’ammontare complessivo del bilancio, dovendo conciliare le proprie priorità europee con le difficoltà delle finanze pubbliche nazionali.

Costa vuole raggiungere un accordo politico entro dicembre 2026, in modo da lasciare tutto il 2027 all’approvazione delle norme necessarie per rendere operativo il bilancio dal primo gennaio 2028. Il calendario elettorale rischia però di complicare ulteriormente le trattative. Nei prossimi mesi sono previste le elezioni politiche in Italia e Polonia, ma soprattutto quelle presidenziali francesi dell’aprile 2027.

Durante la riunione a Bruxelles, il presidente francese Emmanuel Macron ha sostenuto la necessità di chiudere il negoziato entro dicembre. Secondo quattro diplomatici informati delle discussioni e citati da Politico, Macron ha spiegato ai colleghi che, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali francesi, non disporrebbe più del margine politico necessario per sottoscrivere un’intesa. Marine Le Pen è in testa ai sondaggi e ha promesso una forte riduzione del contributo francese al bilancio europeo e ha accusato le istituzioni dell’Unione di voler accelerare il negoziato per impedire al prossimo presidente di partecipare alla decisione.

Non tutti i governi condividono l’urgenza indicata da Macron. Kristersson ha detto di non considerare indispensabile un accordo entro dicembre, mentre Meloni ha ribadito che l’Italia non accetterà un compromesso economicamente svantaggioso soltanto per rispettare una scadenza. Anche il primo ministro lussemburghese Luc Frieden, pur dichiarandosi fiducioso sulla possibilità di concludere entro Natale, ha sostenuto che un eventuale rinvio non rappresenterebbe necessariamente un problema insuperabile.

La distanza tra queste posizioni si ritrova nelle conclusioni ufficiali del vertice. Nel documento approvato questa notte, i leader non hanno assunto un impegno vincolante a raggiungere l’intesa entro dicembre. Si limitano a riconoscere che un accordo entro il 2026 permetterebbe di adottare nel 2027 le disposizioni legislative necessarie a garantire la continuità dei finanziamenti europei dall’inizio del 2028. Un rinvio del compromesso politico non comporterebbe quindi un’immediata interruzione delle risorse europee. Ridurrebbe però il tempo disponibile per completare il successivo percorso legislativo, che richiede anche l’approvazione del Parlamento europeo. La presidente dell’assemblea, Roberta Metsola, ha già avvertito i governi che il Parlamento non si limiterà ad accettare automaticamente le loro decisioni.

Per cercare di superare lo stallo, Costa assumerà direttamente il coordinamento della nuova fase negoziale e presenterà una proposta prima del vertice straordinario del 26 novembre. Secondo le prime indiscrezioni, il presidente del Consiglio europeo intende modificare alcuni aspetti del compromesso irlandese, soprattutto quelli relativi alla flessibilità della spesa e alle nuove entrate comuni.

Tra le ipotesi da approfondire figurano forme di imposizione europea sulle grandi imprese tecnologiche, sulle attività legate alle criptovalute e sul gioco d’azzardo online. Costa esaminerà anche una proposta greca che prevede di destinare al bilancio europeo parte dei futuri ricavi nazionali derivanti dall’assegnazione delle frequenze mobili 6G. Queste soluzioni potrebbero ridurre la necessità di aumentare i contributi versati direttamente dai governi, ma incontrano a loro volta resistenze politiche.

Il presidente cipriota Nikos Christodoulides ha avanzato anche un’ipotesi diversa: ridurre la durata della programmazione finanziaria a tre o quattro anni, sostenendo che le crisi degli ultimi anni hanno dimostrato quanto sia difficile prevedere le esigenze europee su un periodo di sette anni. L’idea presenta tuttavia un ostacolo giuridico, perché le norme attuali dell’Unione stabiliscono una durata minima di cinque anni per il quadro finanziario pluriennale.

Le difficoltà sul bilancio hanno accompagnato un altro confronto particolarmente acceso, quello sulle politiche climatiche e sul costo dell’energia. La discussione, inizialmente dedicata alle misure per contenere i prezzi energetici, si è concentrata per circa tre ore sul sistema europeo di scambio delle quote di emissione e sulla sua estensione ai trasporti stradali e al riscaldamento degli edifici.

Il meccanismo attuale, conosciuto come ETS, impone un costo alle emissioni di anidride carbonica prodotte da impianti industriali e centrali elettriche. Il nuovo sistema, chiamato ETS2, estende il principio ai combustibili utilizzati nei trasporti e negli edifici. La sua applicazione è al centro di un confronto politico perché potrebbe comportare costi aggiuntivi per famiglie e imprese, in una fase in cui i prezzi dell’energia sono già aumentati a causa delle tensioni internazionali e della guerra in Medio Oriente.

Italia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria hanno chiesto di rinviare l’introduzione del nuovo meccanismo almeno fino al 2030. La richiesta ha ottenuto anche il sostegno di altri governi, mentre l’Estonia ha prospettato una revisione ancora più radicale. Secondo le ricostruzioni dei diplomatici presenti al vertice, Roma e i paesi del gruppo di Visegrád hanno insistito sul rischio che i nuovi costi delle emissioni aggravino ulteriormente le difficoltà economiche.

La proposta è stata contrastata da Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi e diversi paesi nordici. Finlandia, Svezia e Danimarca avevano già inviato una lettera alle istituzioni europee per difendere il sistema di scambio delle emissioni, sostenendo che indebolirlo avrebbe compromesso la prevedibilità delle regole sulla quale si basano gli investimenti industriali nelle tecnologie meno inquinanti.

Il compromesso raggiunto non prevede il rinvio richiesto dall’Italia e dagli altri governi. Nelle conclusioni ufficiali, il Consiglio europeo incarica invece la Commissione di aggiornare la valutazione degli effetti dell’ETS2, con particolare attenzione al funzionamento del sistema e ai meccanismi di protezione. La revisione dovrà considerare anche i possibili costi per i consumatori e le attività economiche. Rimane quindi aperta la discussione su eventuali modifiche, senza che sia stata presa una decisione di posticipare l’applicazione delle regole. Per il sistema ETS già esistente, i leader hanno chiesto interventi per rendere il mercato delle emissioni più prevedibile, limitare le oscillazioni dei prezzi della CO₂ e proteggere la competitività industriale. Allo stesso tempo, hanno confermato il ruolo centrale attribuito alla fissazione di un prezzo delle emissioni nella transizione energetica europea.

Sul fronte più immediato dei prezzi dell’energia, il Consiglio ha accolto l’intenzione della Commissione di prolungare il quadro temporaneo degli aiuti di Stato per i settori industriali maggiormente esposti alla crisi. Sono previste inoltre iniziative per migliorare la capacità delle raffinerie europee e favorire, su base volontaria, il coordinamento della domanda energetica. Si tratta di interventi che dovranno essere ulteriormente sviluppati dalla Commissione, non di un pacchetto già integralmente approvato e operativo. Lo scontro sull’energia ha avuto conseguenze anche sulla gestione del vertice. Le discussioni si sono protratte molto oltre il programma iniziale, costringendo Costa a cancellare la conferenza stampa prevista al termine della giornata e a proseguire i negoziati fino a tarda notte.

La prima giornata del vertice ha inoltre affrontato il futuro allargamento dell’Unione europea e le riforme interne necessarie a consentire il funzionamento delle istituzioni con un numero maggiore di Stati membri. Anche in questo caso, il documento finale contiene indicazioni generali, ma non introduce nuove scadenze vincolanti. La seconda giornata del Consiglio europeo, oggi sarà dedicata principalmente alla sicurezza e alla politica estera, con particolare attenzione alla guerra in Ucraina, alla difesa europea e alla gestione dei flussi migratori. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, arrivato a Bruxelles già giovedì per una serie di incontri bilaterali, parteciperà ai colloqui con i leader europei per chiedere ulteriori aiuti militari e finanziari. 

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto a Bruxelles prima del vertice, ha ribadito la proposta di nominare un rappresentante europeo incaricato di dialogare con Russia, Ucraina e Stati Uniti, in modo da garantire una posizione comune dell’Unione negli eventuali negoziati sulla guerra.

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