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Voli low cost a rischio nel 2027, Ryanair avverte: in arrivo aumenti fino al 20%

20 October 2026 at 16:13

L’era dei voli low cost potrebbe essere finita. Nel 2027 le tariffe aeree in Europa potrebbero registrare rincari record fino al 20%, mettendo a segno uno degli aumenti più marcati della loro storia recente.

A lanciare l’allarme è Michael O’Leary, ceo di Ryanair, secondo cui le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e il conseguente caro-petrolio rischiano di travolgere i margini operativi di tutto il comparto.

Le dichiarazioni del ceo di Ryanair

Nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Bruxelles nella giornata di oggi, il numero uno del primo vettore low cost europeo ha tracciato uno scenario di forte rincaro per i prossimi dodici mesi:

vedremo, a mio avviso, il più grande aumento delle tariffe aeree mai registrato in Europa

ha dichiarato O’Leary, sottolineando come neanche un incremento così marcato dei prezzi dei biglietti e degli eventuali supplementi carburante possa bastare a compensare la violenta impennata dei costi energetici.

Perché le compagnie aeree low cost rischiano perdite

Il fattore di maggiore vulnerabilità per le compagnie risiede nella gestione delle coperture finanziarie contro le oscillazioni del carburante. Ryanair e tutti gli altri vettori europei che finora hanno permesso a una generazione intera di volare a prezzi contenuti si trovano ad affrontare questo periodo ampiamente scoperti rispetto al rincaro del greggio.

O’Leary ha spiegato che Ryanair è coperta soltanto per il 15% del fabbisogno del prossimo anno. Questo significa che l‘85% del carburante necessario per garantire il servizio resta esposto alle oscillazioni del mercato.

A complicare il quadro c’è anche il cambio delle abitudini dei viaggiatori, che tendono a posticipare sempre di più l’acquisto dei biglietti, rendendo complessa e imprevedibile la pianificazione operativa dei voli.

La combinazione tra caro-carburante e pressione fiscale porterà il vettore a ridurre la propria presenza in Francia e Belgio in risposta all’aumento delle imposte locali, mentre sul fronte industriale si attende per gennaio la consegna del primo Boeing 737 Max 10 (con altri 16 aeromobili previsti entro aprile) per cercare di efficientare i consumi.

Il tramonto del low cost

I titoli del settore riflettono già la gravità della crisi: Ryanair ha ceduto fino al 2,1% in borsa, con una flessione del 25% da inizio anno che rischia di rendere il 2026 l’anno peggiore per il titolo dal 2018.

Secondo O’Leary, questa morsa tra caro-petrolio, fisco e vincoli operativi ridisegnerà il mercato, spingendo fuori le compagnie più fragili.

Il settore mostra già i primi segnali di riassestamento. Vettori come Air Baltic e la spagnola Volotea sono impegnati in complessi processi di ristrutturazione aziendale. Lufthansa ha superato Air France-Klm nell’acquisizione di una quota della portoghese Tap, mentre il fondo Apollo Global Management valuta il rilevamento di EasyJet.

Volkswagen verso il blocco degli stipendi di tutti i 660mila dipendenti fino al 2030

20 October 2026 at 11:15

Tegola per i dipendenti Volkswagen di tutto il mondo: per loro quattro anni senza aumenti di stipendio, e proprio mentre l’inflazione continua a rosicchiare il potere d’acquisto.

È lo scenario che potrebbe attendere circa 660mila dipendenti di Volkswagen in tutto il mondo, dopo l’indicazione del consiglio di amministrazione di congelare le retribuzioni ai livelli del 2026 fino al 2030.

Volkswagen, stipendi bloccati fino al 2030

Il piano, riportato dalla stampa tedesca, ha infervorato i sindacati, già in allarme per la crisi del Gruppo Volkswagen.

La richiesta sarebbe stata trasmessa ai responsabili delle risorse umane nei diversi Paesi e, secondo le ricostruzioni, le nuove linee guida sarebbero operative dal quarto trimestre del 2026.

Volkswagen non ha commentato l’indiscrezione, ma ha annunciato che avvierà a breve le trattative per il contratto collettivo con IG Metall, il principale sindacato metalmeccanico tedesco.

Secondo le stime riportate dal quotidiano Süddeutsche Zeitung, il potere d’acquisto dei dipendenti potrebbe diminuire fino al -10% nei prossimi anni a causa dell’inflazione.

Volkswagen verso la ristrutturazione

Il congelamento delle retribuzioni sarebbe solo una delle misure sul tavolo. Secondo la stampa tedesca sarebbero in fase di valutazione anche (alcune iniziative sono già note per la verità):

  • la riduzione della retribuzione variabile legata a risultati e obiettivi;
  • il taglio dei benefit;
  • orientamento alla maggiore produttività aumentando l’efficienza sul lavoro;
  • più flessibilità negli orari di lavoro;
  • riduzione degli straordinari;
  • tagli al personale.

Il Global Works Council di Volkswagen (il Consiglio mondiale dei rappresentanti dei lavoratori del Gruppo Volkswagen) ha contestato l’idea che il consiglio di amministrazione possa imporre dall’alto anni di perdite salariali reali a centinaia di migliaia di lavoratori. E c’è poi una contestazione relativa alla sostanza: secondo i calcoli del Consiglio, persino un dimezzamento del tutto irrealistico della scala salariale interna ridurrebbe il costo di un veicolo soltanto del 5%.

Lo scontro si preannuncia durissimo, anche in considerazione del fatto che IG Metall punta invece a chiedere aumenti salariali del 5% per l’intera categoria dei metalmeccanici.

Volkswagen, licenziamenti e chiusure: le ipotesi

A settembre il Gruppo ha concordato con i rappresentanti dei lavoratori il raddoppio dei tagli occupazionali previsti, portando l’obiettivo a 100mila posti di lavoro, pari a circa il 15% della forza lavoro.

Il piano si accompagna alla possibile chiusura di quattro stabilimenti tedeschi:

  • Emden;
  • Hannover;
  • Zwickau;
  • Neckarsulm.

Le decisioni sulle fabbriche sono attese nel 2027, mentre per il sito di Osnabrück è stata raggiunta un’intesa preliminare con il fondo israeliano Aurelius Capital per una riconversione in un polo tecnologico dedicato alla sicurezza e alla difesa.

L’obiettivo è ottenere risparmi per miliardi di euro. Il Gruppo vuole inoltre tornare a un rendimento operativo di almeno l’8% entro il 2030.

Nel terzo trimestre, le consegne globali del Gruppo sono diminuite del -14,3%. Il calo ha raggiunto il -38,5% in Cina, mentre in Nord America la flessione è stata del -5,8% e in Europa occidentale del -2,8%. Ad agosto, l’amministratore delegato Oliver Blume aveva definito la situazione “più che critica”. In Europa la domanda è in diminuzione e gli impianti del Gruppo presentano una sovraccapacità stimata in circa 500mila veicoli all’anno.

A pesare sono diversi fattori:

  • la domanda più debole in Cina;
  • i dazi statunitensi;
  • la crescente concorrenza nel mercato europeo.

Ma la difficoltà non riguarda soltanto Volkswagen: secondo l’Ifo (Istituto per la ricerca economica di Monaco), l’industria automobilistica tedesca, considerando costruttori e indotto, ha già perso 123mila posti di lavoro dal 2019.

Teatro alla Scala, oggi lo sciopero dei lavoratori alla prima del Faust: “Per garantire l’eccellenza bisogna retribuirla adeguatamente”

20 October 2026 at 07:07

Oggi i lavoratori del Teatro alla Scala incroceranno le braccia in occasione della prima del Faust di Charles Gounod. Dopo il fallimento delle trattative con la direzione, i sindacati hanno confermato lo sciopero per l’intera giornata, mettendo a rischio uno degli appuntamenti più attesi della stagione. Al centro della vertenza c’è il rinnovo del contratto: i dipendenti chiedono di recuperare il potere d’acquisto perso negli ultimi anni, mentre il confronto con la direzione si è arenato sulle risorse da destinare agli aumenti. “Il lavoro va riconosciuto, altrimenti rischiamo di perderlo“, dice a ilfattoquotidiano.it Alberto Rota, corista della Scala dal 1997. “È un’eccellenza internazionale, ma non viene valorizzata abbastanza sul piano economico”. La mobilitazione è stata votata il 12 ottobre da un’assemblea alla quale hanno partecipato oltre 450 lavoratori: un solo voto contrario e quattro astensioni.

Una convergenza ampia, che riunisce orchestra, coro, ballo, tecnici, maestranze e personale amministrativo. Per Paolo Puglisi, della Slc-Cgil, il problema è semplice: “Non chiediamo neanche un euro di aumento. Chiediamo di difendere i salari dall’inflazione“. La piattaforma sindacale prevede un incremento del 15% della retribuzione annua lorda, per recuperare almeno in parte quanto perso negli ultimi anni, e un meccanismo di adeguamento futuro legato all’indice dei prezzi. Il contratto precedente, spiega Puglisi, era stato rinviato durante la pandemia, quando la chiusura del teatro aveva fatto crollare gli incassi della biglietteria. Il rinnovo successivo aveva previsto un recupero del 5%, mentre l’inflazione continuava a correre.

Secondo i calcoli sindacali, negli ultimi anni il costo della vita ha eroso tra il 23 e il 24% del potere d’acquisto dei dipendenti. La richiesta è quindi di recuperare la differenza, con un aumento del 15% dal primo gennaio 2027 e adeguamenti successivi collegati all’inflazione rilevata dall’Istat. “Abbiamo rinviato il contratto perché eravamo in una situazione economica disperata”, ricostruisce Rota. “Ma adesso ci troviamo con uno stipendio che non è misero, che però viene eroso dall’inflazione che galoppa”. Il problema, per il corista, non riguarda soltanto la busta paga. È il riconoscimento di un lavoro che richiede preparazione, disponibilità e un impegno quotidiano, spesso serale e nei fine settimana. “Chi vuole studiare musica, diventare scenografo o tecnico di palcoscenico pensa alla Scala come a un punto d’arrivo. È un’aspirazione che va riconosciuta anche economicamente”.

Francesco Lattuada, violista dell’orchestra, lavora alla Scala dal 1997 ed è assunto stabilmente dal 1999. Anche per lui la protesta nasce da un divario che si è allargato nel tempo. “Con il contratto post-Covid abbiamo ottenuto un piccolo recupero del 5%, ma l’inflazione era già in forte crescita. Adesso vogliamo recuperare almeno parzialmente gli oltre venti punti percentuali persi”. Le richieste erano state presentate prima dell’estate, ma i primi incontri non hanno prodotto risultati concreti. Da qui la decisione di passare alle iniziative di protesta.

Il nodo è anche quello del costo della vita a Milano, che rende sempre più difficile attrarre professionisti e mantenere l’eccellenza delle maestranze. Puglisi racconta che da anni il teatro fatica a trovare candidati per alcuni concorsi: per il posto di prima viola, rimasto vacante dopo un pensionamento, le selezioni vanno avanti da tre anni senza individuare una soluzione. “Perché non vengono a fare i concorsi alla Scala? Perché la città è troppo cara, l’impegno richiesto è notevole e lo stipendio non è adeguato a tutto questo”. Il rischio, avverte il sindacalista, è che il prestigio del teatro non basti più a convincere i migliori musicisti a trasferirsi a Milano. La questione riguarda anche le altre professionalità. Dietro una rappresentazione ci sono centinaia di lavoratori che montano e smontano scenografie, movimentano strutture sospese, preparano costumi e organizzano i cambi di scena.

“Ci sono 250–300 lavoratori che ogni giorno, sera e notte, devono allestire quello che va in scena e preparare lo spettacolo successivo”, spiega Puglisi. Un’attività che comporta turni pesanti, stress e rischi per la sicurezza, anche quando il pubblico vede soltanto il risultato finale. Nella vertenza rientrano anche questioni normative: indennità, orari, inquadramenti e la situazione di una ventina di lavoratori intermittenti che i sindacati vorrebbero trasformare in dipendenti a tempo pieno. Ma la priorità resta il recupero salariale. Dopo aver respinto la proposta iniziale della direzione di rinviare il rinnovo e riconoscere una tantum, le organizzazioni sindacali hanno dichiarato lo stato di agitazione. Il 12 ottobre l’assemblea ha votato lo sciopero; il successivo incontro con il sovrintendente Fortunato Ortombina non ha sbloccato la trattativa. Il 20 ottobre è previsto anche un presidio dei lavoratori, prima davanti al teatro e poi a Palazzo Marino, sede del Comune.

Per Puglisi la vertenza apre anche una questione politica: quanto sono disposti a investire gli enti pubblici in un’istituzione che rappresenta un’eccellenza culturale italiana? Il sindacalista contesta il peso limitato, a suo giudizio, dei contributi pubblici rispetto al bilancio della Scala. Cita i quattro milioni di euro annui del Comune di Milano e i contributi regionali, sostenendo che il finanziamento pubblico dovrebbe garantire almeno il sostegno alla struttura e alle persone che la fanno funzionare. “La Scala incassa quasi 40 milioni di euro dalla biglietteria. I privati sono importanti, ma gli enti pubblici devono farsi carico di questa eccellenza”.

Rota condivide la preoccupazione. “Stiamo facendo di tutto per realizzare spettacoli al livello che il pubblico si aspetta. La direzione si impegna, gli sponsor privati ci sostengono e anche chi compra un biglietto fa sacrifici economici per venire alla Scala. Ma bisogna considerare che si tratta di un’istituzione con una partecipazione pubblica“. Per il corista, la contraddizione è proprio questa: “La Scala viene venduta come un fiore all’occhiello a livello internazionale, ma tutte le maestranze devono essere valorizzate. Se non riconosciamo il lavoro, rischiamo di perdere quel patrimonio”.

Lo sciopero di oggi potrebbe essere soltanto il primo passaggio. Le organizzazioni sindacali hanno annunciato il presidio e non escludono ulteriori iniziative se la trattativa non ripartirà su basi concrete. Intanto, la protesta della Scala si inserisce in una mobilitazione più ampia del settore dello spettacolo, che ha annunciato per il 27 ottobre una giornata di sciopero dei dipendenti dei teatri e degli scritturati. La questione, dunque, va oltre una singola prima: riguarda la sostenibilità del lavoro culturale e la possibilità di continuare a garantire produzioni di alto livello senza scaricare sui lavoratori il costo della perdita di potere d’acquisto. “Quando si chiede alle persone di lavorare sempre sul pezzo e di garantire l’eccellenza, bisogna anche retribuirle adeguatamente”, conclude Puglisi. “Altrimenti non si va avanti”.

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Così le guerre in Ucraina e Medio Oriente hanno fatto esplodere i prezzi, alimentato rabbia nelle piazze e blocchi delle merci. Mentre i salari ristagnano

20 October 2026 at 07:05

Ci sono le spirali inflazionistiche ravvicinate causate dalle guerre in Ucraina e in Medio Oriente dietro le proteste di piazza contro il carovita che tra sabato e domenica a Milano sono degenerate in violenze e saccheggi. E sono legati a doppio filo alle conseguenze dei conflitti pure i blocchi degli autotrasportatori che iniziano a svuotare gli scaffali dei supermercati al Sud. Per capirlo basta mettere in fila qualche numero sull’andamento dei prezzi negli ultimi cinque anni: un boom alimentato dai costi dell’energia e dei carburanti mandati alle stelle dall’invasione russa e poi dagli attacchi statunitensi e israeliani che hanno innescato la guerra con l’Iran. Se poi si tiene conto che nel frattempo le buste paga sono rimaste stagnanti e nel capoluogo lombardo gli affitti e i prezzi delle case sono volati alle stelle complici gli enormi investimenti dei fondi immobiliari, ecco il mix che fa scendere in strada studenti e collettivi pacifici e insieme a loro qualche centinaio di giovani e giovanissimi che sono e si sentono ai margini e rispondono con la devastazione. Il governo sembra intenzionato a rispondere con l’ennesima stretta sulla sicurezza. Che del resto non costa nulla, a differenza delle misure per la “tutela del potere di acquisto delle famiglie, con particolare attenzione a quelle più fragili”, promesse nel Documento programmatico di bilancio ma per le quali di risorse, nella prossima manovra, ce ne saranno ben poche.

Con la guerra in Ucraina prezzi su del 17% in quattro anni

Mentre la guerriglia urbana monopolizza l’attenzione e rischia di oscurare le oggettive ragioni di malcontento sociale, conviene riavvolgere il nastro per ricostruire quanto i fronti di battaglia abbiano impattato sulla vita di tutti. L’offensiva di Mosca contro Kiev è iniziata nel febbraio 2022, quando i mercati energetici erano già sotto pressione causa eccesso di domanda di materie prime nella fase post Covid. E ha immediatamente fatto impennare i prezzi di gas ed elettricità. Poi, con l’usuale effetto domino che passa per l’aumento dei costi di trasporto, i rincari si sono trasmessi al resto dell’economia. L’Istat ha registrato per quell’anno una crescita media dell’inflazione dell’8,1%, la più alta dal 1985, con il “carrello della spesa” (il paniere che contiene beni essenziali come cibo e prodotti per la cura della casa e della persona) a +13,1%. L’anno dopo l’indice ha fatto segnare un altro progresso fuori scala, +5,7%. Tra 2024 e 2025 la situazione si è normalizzata. Ma indietro non si è tornati: ai consumatori è rimasto in eredità un livello dei prezzi più alto del 17% rispetto a quattro anni prima. Alimentari e bevande sono lievitati ancora di più, di oltre il 27%.

Il salasso dopo l’escalation in Medio Oriente

Era appena tornata la calma quando, nel marzo 2026, ci ha pensato Donald Trump a riaccendere la miccia, con l’attacco congiunto con Israele all’Iran e la nuova escalation in Medio Oriente. Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz le ripercussioni sui mercati energetici sono state immediate. Nei primi 28 giorni del conflitto, ha calcolato il Consiglio Ue, i prezzi europei del gas sono saliti di circa il 70% e quelli del petrolio del 50%, facendo lievitare di 13 miliardi di euro la fattura delle importazioni di combustibili fossili dell’Unione. Gli effetti hanno man mano travolto i consumatori italiani, nonostante gli oltre 2 miliardi spesi dal governo per finanziare piccoli (e regressivi) tagli delle accise sui carburanti. A settembre l’inflazione è risalita al 4,2% su base annua, dal 3,3% di agosto. Agricoltori e autotrasportatori lamentano di non poter andare avanti senza aiuti strutturali. Per le famiglie i nuovi aumenti si sono sommati alla stangata precedente e il risultato è stato un salasso: tra luglio 2020 e luglio 2026 il costo del cibo è schizzato del 30% e le spese per la casa del 43%.

La casa inaccessibile

Il mercato immobiliare, i cui squilibri in Spagna hanno innescato la mobilitazione sfociata nella convocazione di elezioni anticipate, è un tassello cruciale. Secondo l’Osservatorio Casa Abbordabile promosso dal Politecnico di Milano, nel 2024 i canoni dei nuovi contratti di locazione sono aumentati del 6,8% sull’anno prima mentre i salari medi sono cresciuti solo del 4,2% e quelli degli impiegati appena del 2,6%. Non solo: tra 2020 e 2024 la quota dei contratti a lungo termine è scesa dal 64,3% al 51%, mentre quella di locazioni temporanee, per studenti e brevi è salita dal 34% al 49%. I dati dell’Agenzia delle Entrate dicono che nel 2024 l’affitto medio era già di 17,3 euro al metro quadro al mese: significa, calcola Bankitalia, che per un’abitazione di 75 metri quadrati il canone annuo assorbiva oltre il 30% del reddito medio netto dei residenti, superando il 40% nelle zone più periferiche e arrivando al 70% nella cerchia più interna. In base agli annunci sul portale idealista nel terzo trimestre 2026 la cifra media è di 22,4 euro al metro quadro al mese. Sul fronte delle compravendite va peggio: nel 2024, un operaio con un reddito netto medio di 1.542 euro al mese poteva permettersi di acquistare con un mutuo dalla rata sostenibile la bellezza di 16 metri quadri di casa. Per un impiegato, con 2.707 euro netti medi mensili, la superficie abbordabile era di 22 metri quadrati. Dal 2015 la metratura che un lavoratore con qualifiche medio-basse può permettersi di acquistare si è ridotta del 27,7%. Chi vive del suo stipendio deve scegliere tra andarsene e tagliare su tutto il resto.

I salari al palo

A fronte dello sprint dell’inflazione, gli stipendi italiani hanno continuato ad arrancare. A differenza che in quasi tutti gli altri Paesi avanzati, i salari reali – cioè la quantità di beni e servizi che il lavoratore può effettivamente comprare con quel che guadagna – non sono nemmeno tornati ai livelli del 2021. L’Ocse nel suo Employment Outlook di luglio ha calcolato che nel primo trimestre 2026, nonostante una crescita anno su anno dell’1,3%, erano ancora del 6,1% più bassi rispetto allo stesso periodo di cinque anni prima. Quella ovviamente è la media, che soprattutto nella città regina delle disuguaglianze di reddito tra residenti nei quartieri storicamente ricchi o “riqualificati” e chi abita nei quartieri periferici dice poco. Ma la stessa organizzazione parigina nell’ultimo rapporto sull’economia italiana dà un elemento in più: “Sebbene la crescita dell’occupazione abbia interessato in particolare i lavori meno qualificati e a bassa retribuzione, i relativi salari lordi sono aumentati meno rispetto a quelli dei lavoratori con redditi più elevati”.

I trentenni senza futuro descritti dall’Ocse

Il combinato disposto di “salari relativamente bassi, elevata incidenza dei contratti a tempo determinato e aspettative di una crescita salariale modesta e di una progressione di carriera lenta”, annota l’Ocse, spinge “molti giovani italiani a emigrare o a rimanere fuori dal mondo del lavoro”. Segue quella che, letta in questi giorni, sembra una lunga lista di motivi per scendere in piazza: “Non solo i salari sono generalmente bassi”, si legge, “ma tendono anche ad aumentare in base all’anzianità di servizio piuttosto che alla performance o alle qualifiche, e l’aumento avviene in età relativamente avanzata. Rispetto ai loro coetanei in Germania, ad esempio, i lavoratori in Italia percepiscono in media salari simili all’età di 20 anni, al momento del primo ingresso nel mondo del lavoro, ma in seguito i loro salari rimangono pressoché invariati, mentre quelli dei loro coetanei tedeschi arrivano a più del doppio nei successivi dieci anni di lavoro. Per raggiungere lo stesso livello salariale medio di un trentenne tedesco, un lavoratore italiano deve in media attendere fino alla fine dei quarant’anni“. “Pertanto”, è la conclusione, “i giovani sono esposti a un rischio di povertà più elevato rispetto alle generazioni precedenti”. Un circolo vizioso in cui la fuga all’estero riduce la crescita potenziale del Paese e contribuisce alla stagnazione. Nulla che giustifichi violenze, ma molto materiale per chi abbia interesse a capire perché la rabbia sociale cresce e le risposte securitarie hanno fatto il loro tempo.

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Sciopero trasporti e forni spenti fino al 20 ottobre: da novembre prezzi su di pane e farina

19 October 2026 at 09:17

Le proteste del settore trasporti non accennano a rientrare, trascinando nella mobilitazione diversi altri comparti produttivi del Paese. Ai blocchi degli autotrasportatori e alle rivendicazioni degli agricoltori si sono uniti in modo compatto anche i panificatori artigianali. Nato inizialmente come un fermo di 48 ore, il blocco è stato esteso fino al 20 ottobre, spingendo il Governo ad anticipare i tavoli di confronto con le categorie in protesta.

La situazione rischia di paralizzare l’approvvigionamento di un bene primario come il pane, con la filiera dell’arte bianca stretta tra l’esplosione dei costi di gestione e la difficoltà nel reperire le materie prime.

Perché anche i fornai hanno incrociato le braccia

A spingere i panificatori a spegnere i forni sono molteplici fattori ormai insostenibili. I costi dell’energia elettrica e del gas necessari per alimentarli sono arrivati a livelli critici, mentre il fermo del trasporto merci iniziato il 16 ottobre, in coincidenza con la Giornata mondiale del pane fresco, sta bloccando le consegne di grano e farine dai mulini ai laboratori.

A gravare sui bilanci dei piccoli artigiani si aggiungono le spese di confezionamento, aumentate fino al 50%, il rincaro del gasolio per le consegne e le storture imposte dalla Grande distribuzione organizzata, come le trattenute sui rincari al dettaglio e l’obbligo di farsi carico del pane invenduto. In queste condizioni, per molti panifici proseguire la produzione significa lavorare in perdita.

Dal 1° novembre aumentano i prezzi delle farine

Oltre ai disagi immediati, all’orizzonte si profila un’ulteriore stangata per le famiglie. I principali impianti di macinazione hanno infatti già inviato i nuovi listini delle farine alimentari, che prevedono aumenti di circa 10 euro al quintale ed entreranno in vigore a partire dal prossimo 1° novembre.

L’impatto economico si farà sentire in modo particolare sul pane di prima fascia e sulla grande distribuzione, dove la tariffa base passerà da circa 3,00 a 3,80 euro al chilo, fino a ripercuotersi su tutti i prodotti derivati da forno: dai biscotti ai grissini, fino alle fette biscottate, alle pizze e agli impasti surgelati.

Mettendo a confronto le stime con i dati ufficiali Istat del 2025, che certificavano un prezzo medio nazionale di 3,90 euro al kg con oscillazioni tra i 3,00 euro kg della Gdo e i 5,00 euro dei panifici del Nord, l’effetto degli aumenti sarà diversificato a seconda del canale d’acquisto:

Canale d’acquisto Media 2025 Stima dal 1° novembre Variazione annua
Gdo 3,00 euro al kg 3,80 euro al kg +26,67% (+0,80 euro)
Media nazionale generale (Istat) 3,90 euro al kg 3,80 €/kg -2,56% (-0,10 euro)

Corsa alle scorte nei supermercati

L’annuncio del prolungamento dello sciopero fino al 20 ottobre e la prospettiva dei rincari imminenti hanno scatenato la corsa agli acquisti. Nelle regioni del Mezzogiorno, dove i blocchi e i presidi autostradali proseguono ormai da quattro giorni consecutivi, si registrano lunghe code presso i panifici di quartiere, mentre nei supermercati si segnalano i primi scaffali vuoti nei reparti dedicati a farina, lievito e prodotti da forno a lunga conservazione.

Senza interventi strutturali sul costo dell’energia, dei carburanti e sul contrasto alle pratiche commerciali sleali lungo la filiera, le associazioni di categoria avvertono che il rischio di nuove mobilitazioni resta concreto.

Assegno Unico 2027, in arrivo gli aumenti per l’inflazione: i nuovi importi e le fasce Isee

19 October 2026 at 06:56

L’aggettivo caro, nella sua declinazione economica, continuerà ad accompagnare qualsiasi aspetto della vita degli italiani. Con l’inflazione che continua a erodere la capacità di spesa, si prevedono adeguamenti generali degli stipendi, ma anche delle misure previdenziali legate all’assistenza alla natalità, come l’Assegno Unico.

Si stima una rivalutazione del bonus intorno al 2,9%, con il conseguente adeguamento dei criteri di accesso per nucleo familiare. Le prime erogazioni con i valori aggiornati avverranno a partire dai mesi di febbraio e marzo del prossimo anno.

Rivalutazione Isee e nuovi importi per i figli

L’adeguamento non riguarda solo le somme erogate, ma anche le fasce Isee di riferimento. La soglia per accedere all’importo massimo salirà a circa 17.975,10 euro, rispetto ai 17.468,51 euro del 2026, mentre il limite oltre il quale viene corrisposta la quota minima passerà a oltre 47.933,61 euro. Una misura che risponde alla necessità di venire incontro al ceto medio, che soffre maggiormente la pressione fiscale.

Per un figlio minorenne, l’assegno base potrà raggiungere i 209,70 euro al mese, contro i 203,80 euro attuali, con un incremento di 5,90 euro mensili. Per chi si trova a cavallo tra due scaglioni, il ricalcolo combinato delle tabelle e la nuova soglia Isee potrà generare un beneficio complessivo superiore ai 100 euro su base annua.

Tipologia di quota o maggiorazione Importo 2026 Stima 2027 Aumento mensile
Massimo per figli minorenni (Isee base) 203,80 euro 209,70 euro 5,90 euro
Minimo per figli minorenni (Isee alto) 58,30 euro 60,00 euro 1,70 euro
Massimo figli maggiorenni (18-20 anni) 99,10 euro 102,00 euro 2,90 euro
Maggiorazione dal terzo figlio in poi 99,10 euro 102,00 euro 2,90 euro
Maggiorazione genitore secondo percettore 34,90 euro 35,90 euro 1,00 euro

Qual è l’impatto sulle famiglie numerose

L’effetto dell’adeguamento risulterà più evidente per i nuclei familiari con più figli a carico, che beneficeranno non solo dell’incremento dell’importo base per l’Assegno Unico, ma anche del ricalcolo delle singole quote aggiuntive.

Proviamo a fare due conti. Un nucleo con tre figli minorenni collocato in prima fascia Isee potrà contare su un incremento di 17,70 euro al mese per la quota base, 5,90 euro per ciascun figlio, a cui si aggiungerà l’aumento di 2,90 euro per il terzo nato, che sale da 99,10 a 102 euro mensili.

Complessivamente, per questa tipologia di famiglia l’aumento sarà di 20,60 euro al mese, che si traducono in circa 247 euro in più spalmati nell’arco dell’anno. In ogni caso, bisognerà attendere la pubblicazione delle circolari ufficiali dell’Inps per la conferma dei coefficienti definitivi e il calendario di erogazione dei conguagli.

Spesa alimentare, la crisi costringe a comprare meno: a cosa stanno rinunciando le famiglie

18 October 2026 at 06:00

La crisi del costo della vita continua a pesare sulle abitudini di acquisto degli italiani e il carrello della spesa diventa sempre più vuoto. Eppure, oggi, le famiglie italiane spendono più soldi al supermercato. Il budget destinato all’acquisto di alimenti e bevande è aumentato, per via dei rincari e dell’inflazione galoppante degli ultimi anni, così per riuscire a contenere le uscite si riducono le quantità e si rinuncia, sempre più spesso, alla qualità dei prodotti.

Come è cambiata la spesa delle famiglie italiane

Nel 2025, secondo i dati Istat pubblicati a ottobre 2026:

  • la spesa mensile per alimentari e bevande analcoliche è passata da 533 a 552 euro;
  • mentre la quota del bilancio familiare destinata a questa voce è salita dal 19,3% al 19,8%.

Quasi un quinto della spesa complessiva è stato quindi assorbito dall’acquisto di beni di prima necessità. A causa dell’aumento dei prezzi, nello stesso periodo risulta che tra le famiglie italiane:

  • il 29,4% ha dichiarato di aver limitato la spesa per il cibo, riducendo le quantità acquistate oppure scegliendo prodotti di qualità inferiore;
  • il 33,8% ha ridotto la quota della spesa destinata alle bevande.

I rincari hanno reso più difficile mantenere le stesse abitudini di consumo, obbligando molti nuclei a riorganizzare il budget della spesa, valutando attentamente quali prodotti acquistare, in quali quantità e con quale frequenza. Per questo motivo, secondo Assoutenti, gli ulteriori aumenti dei prezzi registrati nel 2026 rischiano di aggravare la situazione.

A cosa rinunciano le famiglie quando fanno la spesa

Quando la capacità di acquistare cibo a sufficienza diventa più importante di scegliere liberamente cosa portare in tavola, il modo in cui il prezzo condiziona le proprie abitudini si configura come il primo segnale di povertà alimentare.

Un’analisi pubblicata da ActionAid in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione evidenzia proprio questo fenomeno. La difficoltà economica può riguardare sia la disponibilità materiale di cibo sia l’accesso a un’alimentazione adeguata e la possibilità di vivere i pasti come un momento di condivisione.

Quando una famiglia deve risparmiare, infatti, il cibo può diventare una delle voci sulle quali intervenire più facilmente rispetto ad altre spese difficilmente comprimibili, come il canone di affitto, il mutuo o le bollette sempre più care. E il risultato è un progressivo impoverimento delle possibilità di scelta. Non necessariamente si smette di acquistare alimenti, ma diventa più difficile mantenere la stessa qualità e varietà.

Quante sono le persone in difficoltà in Italia

ActionAid ha individuato oltre 6,4 milioni di persone in difficoltà in Italia nel 2024, pari al 12,7% della popolazione (di questi, circa 2,2 milioni sono risultati essere a rischio di povertà assoluta o relativa). Il dato è stato elaborato attraverso l’indice Dams, che prende in considerazione la possibilità economica di permettersi almeno una volta ogni due giorni un pasto con carne, pollo o pesce (oppure un equivalente vegetariano), e quella di incontrarsi con amici o familiari per mangiare o bere qualcosa almeno una volta al mese.

Al di là del proprio reddito, qualcuno può avere problemi economici anche quando non rientra formalmente nelle fasce a rischio di povertà, soprattutto se una parte consistente delle sue entrate – come già detto – viene assorbita da spese obbligatorie. Inoltre, l’andamento della deprivazione alimentare è andato sempre più peggiorando dopo il miglioramento registrato negli anni immediatamente successivi alla pandemia. L’incidenza era passata dal 14,1% nel 2019 al 10,5% nel 2022, per poi risalire all’11,8% nel 2023 e al 12,7% nel 2024. Rispetto all’anno precedente, le persone coinvolte sono aumentate di quasi 470mila unità.

Le categorie più a rischio

Le conseguenze della povertà alimentare si manifestano in modo diverso a seconda della composizione del nucleo familiare, della disponibilità economica e delle spese da sostenere. Tra i gruppi più esposti figurano:

  • le famiglie numerose;
  • i genitori soli;
  • le persone che devono destinare una parte consistente del reddito all’abitazione.

Da quello che è emerso dal rapporto di ActionAid, inoltre, nel 2024:

  • circa 430mila minori di 16 anni risultavano in condizione di deprivazione alimentare materiale o sociale, oppure entrambe. Le difficoltà sono aumentate soprattutto nella fascia tra i 6 e gli 11 anni. In questo gruppo, la deprivazione materiale è passata dal 2% del 2021 al 2,8% del 2024, mentre quella sociale è salita dal 3,8% al 6,8% (quest’ultimo indicatore comprende anche la possibilità di invitare amici a casa per giocare o mangiare insieme);
  • la deprivazione alimentare nello stesso periodo ha raggiunto anche gli affittuari, per la precisione il 22,6% tra chi viveva in un’abitazione in affitto agevolato e il 20,9% tra chi pagava un canone a prezzo di mercato.

La casa rappresenta una delle principali voci di spesa e lascia poco spazio di manovra quando il costo della vita aumenta. Tuttavia, a confermare che il fenomeno si stesse estendendo è soprattutto il dato su chi invece una casa ce l’ha. Tra i proprietari senza mutuo, infatti, la deprivazione alimentare è cresciuta, passando dall’8,9% al 10,8%.

Bankitalia: “Con forti rincari delle materie prime e aumento dell’inflazione nel 2027 e 2028 sarà recessione”

16 October 2026 at 14:30

La Banca d’Italia conferma le stime sul Pil diffuse nei giorni scorsi in Parlamento, riviste al rialzo rispetto a giugno, ma avvisa della forte incertezza che in caso di scenario avverso e un nuovo balzo del greggio potrebbe ridurre la crescita a zero quest’anno e portarla in negativo nei due successivi. Nelle proiezioni macroeconomiche per l’Italia nel triennio 2026-28 la crescita del pil prevista per il 2026 è a +1%, che si ferma a +0,9% tenendo conto delle variazioni stimate su dati trimestrali destagionalizzati e corretti per il numero di giornate lavorative. Per il 2027 la previsione è di +0,7 e 0,8%. Ma, spiega il bollettino economico, in caso di “rincari particolarmente marcati delle materie prime” e di un aumento dell’inflazione la recessione sarebbe alle porte, con il pil in calo di 0,3% in entrambi gli anni.

Rispetto alle proiezioni di giugno di Palazzo Koch le stime di crescita sono riviste al rialzo per 0,4 punti percentuali nel 2026 e 0,3 punti nel 2027. La revisione per l’anno in corso è riconducibile a un impatto della crisi energetica meno marcato delle attese e al buon andamento degli investimenti connessi con la transizione digitale ed energetica e, nel trimestre estivo, del turismo. All’andamento del pil nel 2027 contribuiscono anche le ipotizzate misure di aumento di spesa per la difesa e la sicurezza energetica. I maggiori tassi di interesse agiscono in direzione opposta, frenando l’attività e compensando gli impulsi espansivi nel 2028. Le proiezioni di inflazione sono riviste al rialzo nel 2026 e 2027, rispettivamente per 0,1 e 0,4 punti percentuali, e al ribasso nel 2028, per 0,2 punti percentuali. Dipende soprattutto dal nuovo profilo ipotizzato per i prezzi dei beni energetici, più elevato in particolare per il gas.

”L’andamento dell’attività economica e dell’inflazione dipenderà in misura rilevante dagli sviluppi del conflitto in Medio Oriente e dalle conseguenti ripercussioni sui prezzi delle materie prime energetiche: il perdurare di quotazioni elevate potrebbe determinare un’inflazione ancora più alta e persistente e comprimere la crescita”, sottolinea Via Nazionale. Che ha esaminato una serie di scenari ipotetici sull’evoluzione della crisi mediorientale, caratterizzati da andamenti diversi dei prezzi delle materie prime, definiti in linea con la metodologia utilizzata dalla Bce per gli scenari riferiti all’area dell’euro. In uno scenario “severo”, con “rincari particolarmente marcati delle materie prime, la crescita del Pil è inferiore a quella dello scenario di base per quasi 2 punti percentuali cumulativamente nel triennio di previsione” mentre “l’inflazione è più elevata per oltre 3 punti percentuali, concentrati soprattutto nel 2027”.

In uno scenario avverso ma meno estremo, “gli effetti sull’attività economica e l’inflazione sarebbero qualitativamente analoghi, ma più contenuti” mentre in un’ipotesi più favorevole, “in cui l’andamento dei prezzi energetici sarebbe più moderato che nello scenario di base, la crescita è più elevata, per 0,4 punti percentuali cumulativamente nel triennio” e “l’inflazione scendere di circa mezzo punto percentuale”.

“L’attività economica globale ha mostrato una tenuta superiore alle attese, nonostante il protrarsi delle tensioni geopolitiche”, si legge. “La crescita ha continuato a beneficiare degli investimenti connessi con l’intelligenza artificiale (IA), che hanno contribuito ad attenuare gli effetti del rincaro dei prodotti energetici, seppure in misura diversa tra i principali paesi. La domanda interna rimane robusta negli Stati Uniti, mentre in Cina la crescita è sostenuta dagli scambi con l’estero. Al netto dei prodotti energetici la dinamica del commercio si sarebbe mantenuta solida, alimentata dalla domanda di beni per l’IA”.

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Inflazione ai massimi da tre anni: 4,2% a settembre. Dalle bollette alla spesa, i dati degli aumenti record

16 October 2026 at 12:39

L’inflazione in Italia sale al 4,2% a settembre, ai massimi da tre anni. A spingerla sono soprattutto i rincari dell’energia e degli alimentari freschi. L’Istat conferma così la sua stima preliminare, con l’indice nazionale dei prezzi al consumo aumenta dello 0,7% rispetto ad agosto, mentre su base annua la crescita sale dal 3,3% al 4,2%. Ad essere colpite sono soprattutto le famiglie con minori disponibilità: nel terzo trimestre 2026 i prezzi sono aumentati del 4,4% per i nuclei con bassi livelli di spesa, contro il 2,9% di quelli con i livelli più alti.

I prezzi dei beni energetici, principali responsabili dell’impennata, salgono del 22,6% su base annua, contro il 17,1% di agosto. Ancora più marcati gli aumenti degli energetici regolamentati, come luce e gas quando a stabilire il prezzo è un’autorità pubblica e non il mercato, passati dal 18,6% al 25,8%, mentre quelli non regolamentati accelerano dal 17% al 22,5%. Su base mensile i rincari sono rispettivamente del 5,8% e del 4,6%. La dinamica investe anche gli alimentari, con una crescita annua che passa dall’1% all’1,7%, interamente dovuta ai prodotti non lavorati, saliti dal 3,8% al 5,5%. Il cosiddetto “carrello della spesa” accelera dallo 0,9% all’1,5%, mentre i prodotti acquistati più frequentemente registrano rincari del 5,2%, contro il 4,3% di agosto. Aumentano anche i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+2,9%) e quelli relativi ai trasporti (+1,6%).

Particolarmente pesanti i rincari di frutta e verdura. Secondo le elaborazioni di Adusbef, su base annua i carciofi aumentano del 28%, le fragole del 27,2%, i pomodori del 19,3%, cavolfiori e broccoli del 18,7%. L’Unione Nazionale Consumatori segnala che, nel solo mese di settembre, i pomodori sono rincarati del 21,1%, le zucchine del 16,7% e i cetrioli del 14,8%. Per le associazioni, a pesare sono i maggiori costi dell’energia, dei carburanti e dei trasporti, oltre ai fattori climatici. Le associazioni dei consumatori parlano di “una batosta per i consumatori”, secondo il Codacons, che stima una maggiore spesa di 1.389 euro a famiglia, mentre per l’Unione Nazionale Consumatori si tratta di 1.116 euro. Per il presidente Massimiliano Dona “siamo solo all’inizio”, avvertendo del rischio di ulteriori rincari con l’arrivo delle bollette invernali.

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Istat, export italiano a +9% ad agosto ma cala il volume del venduto: effetto inflazione

16 October 2026 at 11:32

L’Istat ha rilasciato l’analisi delle performance del commercio estero dell’Italia. Nel mese di agosto le esportazioni hanno tenuto dal punto di vista del valore, registrando una crescita tendenziale del 9%. Tuttavia, il volume delle vendite aumenta solo dell’1,9% rispetto all’anno precedente.

Se rispetto all’anno precedente i valori sono migliori, rispetto a luglio 2026 si registra una lieve flessione congiunturale: -1,5% l’export, -1,6% l’import. Un dato, quest’ultimo, in parte condizionato dalle importanti consegne di navi e imbarcazioni registrate il mese prima. Al netto di questo fattore, la flessione congiunturale dell’export si ridimensiona a un più contenuto -0,4%.

Quali sono i Paesi e i settori che spingono la crescita

A trainare le vendite sono i mercati extra-Ue che, nonostante i dazi e le tensioni geopolitiche, sono aumentati del 16,7% su base annua. Rallenta invece l’esportazione verso l’area comunitaria, che si arresta a un modesto +1,6%.

Tra le destinazioni che registrano i maggiori incrementi delle nostre vendite all’estero troviamo:

  • Svizzera (+57,1%)
  • Cina (+32,7%)
  • Stati Uniti (+31,2%)
  • Paesi OPEC (+17,8%)

L’apporto negativo del nostro export si spiega con la diminuzione dei traffici con la Francia (-8,3%), storico partner continentale.

I settori chiave che guidano la volata dell’export in valore ad agosto sono:

  • autoveicoli (+55,8%)
  • prodotti petroliferi raffinati (+55,4%)
  • metalli di base e prodotti in metallo (+26,5%)
  • altri mezzi di trasporto (+17,2%)
  • alimentari, bevande e tabacco (+5,4%)

Tra i comparti in contrazione si segnala unicamente la vendita di macchinari e apparecchiature (-1,4%). Un freno per quello che è storicamente uno dei pilastro dell’export italiano si spiega dal rallentamento degli investimenti industriali in Europa e dal rinvio dell’acquisto di beni strumentali da parte delle imprese estere.

Effetto inflazione: perché i fatturati salgono ma le merci no

Il divario tra la crescita dell’export in valore (+9,0%) e quella in volume (+1,9%) si spiega facilmente con l’inflazione. L’aumento del fatturato della nostra manifattura è per larga parte drogato dall’incremento dei costi di vendita.

Il fenomeno risulta ancora più evidente sul fronte delle importazioni, che ad agosto aumentano del 9,7% in valore ma registrano una contrazione del 2,4% in volume. In sostanza, l’Italia sta importando meno beni fisici, ma li sta pagando molto di più.

Bilancio finale

Il saldo commerciale globale dell’Italia ad agosto si conferma positivo per 1.773 milioni di euro, a fronte di un avanzo nei prodotti non energetici pari a 6.925 milioni. A pesare sui conti nazionali è però il peggioramento del deficit energetico, che sale a 5,15 miliardi di euro rispetto ai 3,43 miliardi registrati un anno fa.

Nei primi otto mesi del 2026, l’avanzo commerciale, ottenuto dalla differenza tra import ed export, sale comunque a 34,7 miliardi di euro, contro i 32,5 miliardi dello stesso periodo del 2025.

Cos’è il deficit energetico

Per deficit energetico si intende la differenza tra il valore di petrolio greggio, gas ed elettricità che l’Italia acquista e quello delle materie energetiche (come carburanti raffinati e lubrificanti) che vende fuori dai confini.

Poiché l’Italia è un Paese strutturalmente trasformatore e dipendente dalle materie prime estere, la bolletta energetica è perennemente in rosso. L’aumento del 7,3% su base annua dei prezzi all’importazione ad agosto si è tradotto in un costo maggiore per le nostre filiere industriali, drenando risorse al surplus generato dalle esportazioni non energetiche.

Inflazione al 4,2%, quali prezzi al consumo sono in aumento e di quanto

16 October 2026 at 10:24

L’inflazione accelera in Italia e passa dal 3,3% di agosto al 4,2% di settembre 2026. Lo conferma l’Istat, con la rilevazione relativa ai dati definitivi sui prezzi al consumo.

La variazione congiunturale è pari al +0,7%. A pesare soprattutto l’aumento dei costi dell’energia e degli alimentari freschi. Il rialzo riguarda anche il carrello della spesa in generale, la cui crescita annua passa dallo 0,9% all’1,5%.

Aumenta l’inflazione in Italia

Entrando nello specifico, i beni energetici regolamentati passano dal +18,6% al +25,8%, mentre quelli non regolamentati vanno dal +17% al +22,5%.

L’inflazione di fondo si porta a +1,6% (da +1,5%) e la variazione media annua, acquisita a settembre, a +3,1%. Per inflazione di fondo si intende una misura dei prezzi al consumo che esclude le componenti più volatili, ovvero l’energia e i beni alimentari non lavorati. Questo lo stato dell’inflazione al netto dei soli beni energetici: da +1,7% a +2%.

L’inflazione acquisita per il 2026 è pari a +3,1% per l’indice generale e a +1,9% per la componente di fondo.

Per quanto riguarda l’inflazione nel suo complesso, viene così confermata la stima preliminare.

L’energia

I prezzi, in generale, sono spinti dalla nuova accelerazione dei prezzi dei beni energetici. Quando aumenta l’energia, infatti, costa di più produrre le merci ed anche distribuirle. E le aziende hanno meno soldi da investire in innovazione e personale. E, a cascata, interi settori vedono aumentare i prezzi.

Servizi, beni e trasporti

Aumentano anche i prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +2,6% a + 2,9%), mentre anche i trasporti registrano una crescita più sostenuta su base annua (da +0,8% a + 1,6%).

La crescita dei prezzi dei beni passa dal +4,1% al +5,4%. Supera, dunque, la crescita dei prezzi relativa ai servizi (da +2,4% a +2,6%). Il differenziale tra il comparto passa così da -1,7 a -2,8 punti percentuali.

Questo l’andamento dei prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona: da +0,9% a +1,5%. E qui si mostra l’andamento dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto: da +4,3% a +5,2%.

Qui sotto l’andamento degli indici dei prezzi al consumo Nic per divisione di spesa a settembre 2026 (Nic sta per l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività):

Divisione di Spesa Inflazione (%)
Prodotti alimentari e bevande analcoliche +2,1
Bevande alcoliche e tabacchi +2,5
Abbigliamento e calzature +0,8
Abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili +6,2
Arredamenti, apparecchi per uso domestico e manutenzione corrente dell’abitazione +1,8
Sanità +1,1
Trasporti +4,8
Informazione e comunicazione -0,2
Ricreazione, sport e cultura +1,3
Servizi di istruzione +1,4
Servizi di ristorazione e servizi di alloggio +4,2
Servizi finanziari e assicurativi +2,9
Assistenza alla persona, protezione sociale e beni e servizi vari +3,1
Indice generale +3,1

Come viene evidenziato, aumenta tutto con un’unica eccezione: quella che riguarda i servizi relativi all’informazione e alla comunicazione (-0,2%). È possibile ipotizzare che, di fronte all’aumento del costo della vita, famiglie e imprese prestino maggiore attenzione a queste spese anche se il dato sui prezzi, da solo, non consente di stabilire se sia effettivamente diminuita la domanda.

Il peso per le famiglie

E per quanto riguarda le famiglie? Nel terzo trimestre del 2026, l’aumento dei prezzi misurato dall’indice armonizzato IPCA è stato più elevato per i nuclei con livelli di spesa più bassi (+4,4%) rispetto a quelli con livelli di spesa più alti (+2,9%). Traduzione: chi stava male, ora sta anche peggio.

Si ricorda, per concludere, che negli ultimi 25 anni i prezzi sono aumentati fino al +120%.

Le due inflazioni delle regole di bilancio Ue

16 October 2026 at 09:23

L’alta inflazione incide sull’andamento della finanza pubblica e sul funzionamento delle regole europee. Sono due le questioni principali: il trattamento del fiscal drag e i margini di flessibilità rispetto a un percorso di spesa pubblica fissato nel 2024.

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Rivalutazione pensioni da gennaio 2027, di quanto aumentano gli assegni? La simulazione

15 October 2026 at 06:00

Da gennaio 2027 è previsto un nuovo aumento delle pensioni per effetto della rivalutazione annuale legata all’inflazione. L’adeguamento, chiamato anche perequazione automatica, serve a proteggere il potere d’acquisto dei pensionati compensando, almeno in parte, l’incremento dei prezzi dei beni e dei servizi.

Gli incrementi, però, non saranno uguali per tutti, perché la rivalutazione varia in base all’importo dell’assegno e alle diverse fasce previste dalla legge.

Perequazione 2027, la stima dell’indice e i tempi del decreto

Le prime stime indicano una possibile rivalutazione del 2,9%, ma la percentuale dovrà essere confermata ufficialmente. Se questa percentuale fosse confermata, gli assegni interessati dalla rivalutazione piena aumenterebbero di 29 euro lordi al mese ogni 1.000 euro di pensione. Tuttavia, bisogna considerare la possibilità che la legge di bilancio 2027 introduca nuove limitazioni per gli assegni medio-alti.

L’adeguamento viene calcolato sulla base della variazione dell’indice dei prezzi al consumo rilevato dall’Istat e recepito attraverso gli appositi provvedimenti ministeriali. A oggi, la percentuale di riferimento è stata determinata tenendo conto dell’andamento dell’inflazione, ma può essere soggetta a un successivo conguaglio e modificata se e quando i dati definitivi a fine anno si discostano dalle stime iniziali.

Per il 2027, la percentuale di rivalutazione dovrà essere stabilita con un decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze, atteso nel mese di novembre 2026. Fino alla pubblicazione del provvedimento, quindi, qualsiasi calcolo relativo agli aumenti del prossimo anno deve essere considerato indicativo.

Come funziona la rivalutazione degli assegni

Il meccanismo di perequazione interessa le pensioni soggette all’adeguamento annuale, ma la percentuale riconosciuta varia in base all’importo complessivo del trattamento e secondo tre fasce, ovvero la rivalutazione è pari al:

  • 100% (di 2,9%) per le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo Inps;
  • 90% per la quota di pensione compresa tra quattro e cinque volte il trattamento minimo;
  • 75% per la quota che supera cinque volte il trattamento minimo.

Simulazione calcolo

Prima di passare al calcolo degli aumenti, bisogna avere chiari alcuni punti. Prima di tutto, facendo riferimento al trattamento minimo Inps nel 2026, il cui importo è pari a 611,85 euro, a oggi:

  • un importo fino a quattro volte l’assegno minimo corrisponde a 2.447,40 euro mensili;
  • un importo pari a cinque volte il minimo corrisponde invece a 3.059,25 euro mensili.

Prendendo poi come riferimento l’indice ipotetico del 2,9%, le percentuali di rivalutazione sono:

  • 2,9% (ovvero il 100%);
  • 2,61% (il 90% di 2,9%);
  • 2,18% (il 75% di 2,9%).

Ora, procedendo con una simulazione che tenga conto di questi valori, quello che emerge è che:

  • per le pensioni fino a quattro volte il minimo, l’aumento sarebbe proporzionale all’importo dell’assegno. Chi percepisce una pensione lorda di 900 euro potrebbe ricevere circa 26 euro in più al mese, mentre per un trattamento da 1.200 euro l’incremento sarebbe di quasi 35 euro;
  • per un assegno da 1.500 euro, invece, l’aumento teorico arriverebbe a 43,50 euro mensili. Su una pensione da 2.000 euro, la rivalutazione produrrebbe un incremento di circa 58 euro al mese.

Il calcolo diventa più articolato quando si superano le soglie previste. Per una pensione da 2.500 euro, la rivalutazione piena si applicherebbe fino a 2.447,40 euro, mentre sulla quota restante verrebbe riconosciuta la percentuale ridotta del 90% dell’indice. L’aumento complessivo sarebbe quindi inferiore a quello che si otterrebbe applicando il 2,9% all’intero assegno.

Lo stesso principio vale per le pensioni superiori a cinque volte il minimo. Un trattamento da 3.500 euro beneficerebbe della rivalutazione piena sulla prima fascia, del 90% sulla quota compresa tra quattro e cinque volte il minimo e del 75% sulla parte eccedente. L’incremento complessivo sarebbe di circa 96,53 euro lordi al mese.

Di seguito, una tabella riassuntiva con tutti i possibili aumenti mensili e i nuovi importi stimati.

Pensione lorda mensile nel 2026 Aumento mensile stimato Nuovo importo mensile stimato
611,85 euro 17,74 euro 629,59 euro
800 euro 23,20 euro 823,20 euro
900 euro 26,10 euro 926,10 euro
1.000 euro 29,00 euro 1.029,00 euro
1.200 euro 34,80 euro 1.234,80 euro
1.500 euro 43,50 euro 1.543,50 euro
2.000 euro 58,00 euro 2.058,00 euro
2.500 euro circa 72,35 euro circa 2.572,35 euro
3.000 euro circa 85,40 euro circa 3.085,40 euro
3.500 euro circa 96,53 euro circa 3.596,53 euro

Nota: i valori sono simulazioni basate su una rivalutazione ipotetica del 2,9%, con applicazione delle percentuali ordinarie per fasce. Gli importi effettivi dipenderanno dal decreto ministeriale e dalle eventuali modifiche introdotte dalla manovra 2027. Gli arrotondamenti, invece, possono determinare lievi differenze.

In 25 anni i prezzi di spesa e utenze sono raddoppiati, fino a +120% per le famiglie

14 October 2026 at 15:04

Negli ultimi 25 anni i beni e i servizi primari sono aumentati, costano il doppio. E i dati, secondo l’analisi del Codacons, sono destinati a peggiorare nel 2026. Alla base dell’analisi ci sono i numeri dell’Istat del report “Storie di dati” che racconta le trasformazioni dell’Italia, l’inflazione, il ruolo delle crisi energetiche, ma anche l’evoluzione dei prezzi tra i prodotti e l’Italia nel contesto europeo. Quello che ne emerge è che i prezzi sono cresciuti a un ritmo molto più sostenuto rispetto all’inflazione media.

I numeri dell’Istat confermerebbero i numerosi allarmi lanciati negli ultimi anni dal Codacons circa l’andamento dei listini al dettaglio in Italia. Come spiega l’associazione, prezzi e tariffe crescono di anno in anno, ma le voci indispensabili per le famiglie subiscono gli aumenti maggiori e in alcuni casi beni e servizi costano il doppio rispetto a 25 anni fa. È il caso dell’abitazione, delle utenze, degli alimenti, tutte spese alle quali una famiglia non può rinunciare trattandosi di beni primari.

Prezzi +63% tra il 2000 e il 2025

Si esce dal supermercato con la metà delle buste di un tempo e l’Istat ci conferma questa sensazione individuale. I numeri infatti mostrano l’andamento collettivo di un’Italia che tra il 2000 e il 2025 ha visto i prezzi in media aumentare del 63%. In alcuni casi i prezzi sono cresciuti di oltre il 100%, come quelli legati a case, utenze, alcolici, tabacchi e servizi finanziari.

Il report “Storie di dati” dell’Istat fotografa un periodo molto più lungo degli ultimi 25 anni, addirittura risale ai primi anni dall’Unità d’Italia. Quello che interessa a noi oggi però sono i prezzi di beni e servizi dal 2000 in poi.

Cosa è aumentato?

Mentre la crescita generale dell’indice dei prezzi al consumo tocca il 63%, ci sono voci di spesa che vedono un aumento anche superiore al 100%, per esempio è il caso del dato aggregato di abitazione e utenze; altre voci invece aumentano, ma rimangono inferiori al 30% come per i servizi di istruzione e sanità.

Alcuni dati:

  • abitazione e utenze domestiche +120%;
  • alimentari +90%.

Quasi un secolo di aumenti

Il racconto che fa l’Istat è quello di un andamento dei prezzi che nel breve e nel lungo periodo mostra differenze significative in termini di intensità e persistenza. I prezzi dei beni sono cresciuti di meno perché rispetto ai servizi c’è stato un progresso nella produttività del lavoro e nell’esposizione alla concorrenza internazionale.

Infatti, dalla metà degli anni ’50 i prezzi dei beni sono aumentati di circa 30 volte, mentre quelli dei servizi di circa 60. Come racconta l’Istat, questo aumento diversificato si può spiegare con lo sviluppo dell’industria, dove i beni possono essere prodotti impiegando meno lavoro o sprecando meno risorse, mentre per quanto riguarda i servizi la componente lavorativa continua ad avere un peso maggiore.

Negli anni ’70 e poi negli anni ’80 i prezzi hanno subito una forte accelerazione in corrispondenza degli shock petroliferi e delle tensioni inflazionistiche dei due decenni. Solo a partire dalla metà degli anni ’80 i prezzi hanno iniziato a rallentare, ma dagli anni 2000 fino ai giorni nostri, per effetto della crescita più contenuta dei prezzi dei beni, la differenza tra prodotti e servizi è tornata ad aumentare.

C’è poi lo shock energetico del 2022 che ha determinato l’impennata dei prezzi dei beni anche fino a oltre il 100% e, nell’ultimo triennio, la situazione di instabilità ha mantenuto i prezzi più o meno stabili (quindi alti). All’inizio del 2026, con il conflitto nel Golfo Persico, ci si trova ad aspettare una nuova impennata dei prezzi.

L’aumento dei prezzi dell’energia

In particolare, il focus è sull’aumento dei prezzi dell’energia registrato sia dopo l’invasione russa dell’Ucraina, sia quello attuale dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Andrea De Panizza, economista e dirigente di ricerca dell’Istat, ha spiegato che:

La crescita dei prezzi al consumo di energia nel 2022 è stata addirittura superiore rispetto alle fiammate inflazionistiche degli anni ’60.

Eppure l’impatto è risultato più contenuto per la diversa durata degli aumenti e le condizioni economiche. De Panizza aggiunge anche che, nelle crisi petrolifere del passato, i rincari si erano protratti a lungo e si attivava un meccanismo di indicizzazione salariale che oggi è assente.

Il Nobel per l’economia 2026 a Robert Hall e Michael Woodford

14 October 2026 at 09:25

Il premio 2026 riconosce il contributo dei due studiosi alle “fondamenta microeconomiche della stabilizzazione macroeconomica”. Li unisce il ruolo delle aspettative sul futuro: consumatori e imprese decidono oggi in base a ciò che si aspettano accadrà domani.

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Aumento tabacchi, nuovi prezzi dal 14 ottobre: rincari per sigari, trinciati e prodotti da inalazione

14 October 2026 at 08:03

Scatta un nuovo aumento dei tabacchi: a partire dal 14 ottobre 2026 salgono i prezzi al dettaglio di diverse categorie di prodotti da fumo e da inalazione.

Per una volta le sigarette sono esenti dai rincari. Ad essere rivisti sono invece i listini di alcuni sigari, tabacchi trinciati, tabacchi da inalazione senza combustione e prodotti assimilati. In totale sono 13 le marche (per 28 prodotti) a ritrovarsi con il prezzo di vendita ritoccato.

Prezzo dei tabacchi in aumento

A comunicarlo è l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che ha pubblicato sul proprio portale le determine contenenti i tariffari aggiornati. Nella sezione “Novità” del sito ufficiale (adm.gov.it) è possibile consultare i nuovi listini, che vengono riportati anche nella sezione “I prezzi dei tabacchi”.

Per comodità, si riporta il tutto qui di seguito.

Sigari

  • Verticale Toscano Extravecchio – 14,99985 euro;
  • Attimi Toscano Extra Stagionato – 30 euro.

Trinciati

  • Manila – 10,90 euro;
  • Golden Blend’S Virginia – 10,90 euro;
  • Pueblo Classic – 8,20 euro;
  • Pueblo Burley Blend – 8,20 euro;
  • Pueblo Classic 70 – 18,80 euro;
  • Pueblo Blue – 8,20 euro;
  • Golden Blend’S Virginia 30 – 8,20 euro;
  • Golden Blend’S Virginia Gt – 8,20 euro;
  • Pueblo Blue 70 – 18,80 euro;
  • Ign Il Gusto Nostrano – 8,00 euro;
  • Pueblo Pink – 8,20 euro.

Tabacchi da inalazione senza combustione e prodotti a essi assimilati

  • Bronze Tobacco – 4 euro;
  • Blue Tobacco – 4 euro;
  • Bright Yellow Tobacco – 4 euro;
  • Velvet Copper Tobacco – 4 euro;
  • Warm Amber Tobacco – 4 euro;
  • Flora Pink Tobacco – 4 euro;
  • Bold Magenta Tobacco – 4 euro;
  • Polar Green Tobacco – 4 euro;
  • Isenzia – Forrest Purple Crush – 4 euro;
  • Isenzia – Summer Red Crush – 4 euro;
  • Isenzia – Ice Blue Crush – 4 euro;
  • Isenzia Sunset Coral Crush – 4 euro;
  • Gold Tobacco – 4 euro;
  • Red Tobacco – 4 euro;
  • Silver Tobacco – 4 euro.

I nuovi prezzi sono già operativi presso tutte le tabaccherie e rivendite autorizzate sul territorio nazionale.

I rincari delle sigarette nel 2026

Quest’ultima volta i fumatori di sigarette sono stati “graziati”. Ma si ricorda che nel corso dell’anno il prezzo delle bionde era già stato tirato su da precedenti rincari.

E non è tutto: nel corso del 2027, in conformità alle stime contenute nella relazione tecnica alla legge di Bilancio 2026, è previsto un rincaro delle sigarette attorno ai 25 centesimi a pacchetto. Si tratta di una stima media che, quindi, può oscillare da un minimo a un massimo a seconda del marchio. Nel corso del 2026, invece, il rincaro medio a pacchetto è stato di circa 15 centesimi.

Sigarette e altri tabacchi, come viene determinato il prezzo

Il prezzo di vendita al pubblico dei tabacchi lavorati è fissato dall’Agenzia Dogane e Monopoli, a partire da quello stabilito dai produttori o importatori. Poi, sui prezzi di vendita al dettaglio si innestano alcune voci:

  • accisa;
  • Iva;
  • aggio;
  • quota al fornitore.

Ma non è tutto: gli importatori di tabacchi lavorati da Paesi extra Ue devono pagare anche un dazio.

I prezzi di vendita al pubblico dei tabacchi lavorati sono inseriti nelle tabelle di ripartizione del sito ufficiale Adm, divise per tipologia di prodotti, che evidenziano le singole voci di cui si compone il prezzo.

Tutte le categorie sono assoggettate all’Iva nella misura del 22% del prezzo di vendita al pubblico (al netto dell’Iva stessa) e all’aggio spettante al rivenditore al dettaglio, pari al 10% del prezzo di vendita.

Drenaggio fiscale da 35,4 miliardi: cosa cambia per stipendi e pensioni

14 October 2026 at 07:19

L’inflazione torna a pesare sui conti pubblici e sulle tasse. Da un lato aumenta alcune voci di spesa dello Stato, come pensioni, assegno unico, acquisti della Pubblica amministrazione e interessi sul debito. Dall’altro lato spinge le entrate fiscali, soprattutto attraverso Iva e Irpef. Nel caso dell’Irpef il meccanismo si chiama fiscal drag, o drenaggio fiscale. Si verifica quando i redditi nominali aumentano per rincorrere l’inflazione, ma gli scaglioni e le soglie fiscali non vengono adeguati allo stesso ritmo. Il risultato è che il contribuente può pagare più imposte anche senza un reale aumento del potere d’acquisto.

L’ipotesi taglio Irpef al ceto medio

Il tema entra nel confronto sulla prossima manovra e si lega alla proposta di tagliare l’Irpef per il ceto medio. L’ipotesi discussa prevede di alzare da 50mila a 60mila euro la soglia di reddito a cui si applica l’aliquota del 33%.

La misura è sostenuta da una parte della maggioranza, ma presenta un costo rilevante: circa 2,7 miliardi di euro all’anno. Una cifra importante, soprattutto in una manovra che, al netto dell’extradeficit da clausola, potrebbe valere complessivamente tra 7 e 8 miliardi di euro, coperture permettendo.

In merito all’ipotesi taglio Irpef, il vicepremier Antonio Tajani ha dichiarato: “Sul nuovo taglio Irpef bisogna assolutamente procedere”. Il viceministro all’Economia Maurizio Leo ha invece precisato: “Non è stata presa ancora alcuna decisione”.

Più gettito, ma non più coperture

Il gettito prodotto dal fiscal drag non può essere considerato automaticamente una nuova copertura per finanziare altre spese. L’Irpef aggiuntiva generata dall’aumento nominale dei redditi è già inserita nei tendenziali di finanza pubblica, cioè nelle previsioni su deficit e debito a legislazione vigente.

Una parte dell’aumento del gettito atteso dalle imposte dirette tra quest’anno e il 2029 deriva proprio da questo effetto. La crescita prevista è pari al 9,3%. Il drenaggio fiscale contribuisce quindi alla traiettoria dei conti pubblici concordata con l’Unione europea, ma non libera automaticamente margini per interventi aggiuntivi.

I numeri del drenaggio fiscale

Secondo le stime del ministero dell’Economia, il fiscal drag dovrebbe produrre 4,4 miliardi di euro quest’anno. Nel 2027 sono attesi altri 3,4 miliardi, nel 2028 2,4 miliardi e nel 2029 2,8 miliardi. Il meccanismo però ha effetti che si sommano nel tempo. Il gettito generato in un anno si ripete anche negli anni successivi. Per questo, in termini cumulati, il drenaggio fiscale potrebbe portare 35,4 miliardi di euro in quattro anni.

Il fiscal drag nasce dall’effetto combinato tra aumento dei redditi nominali e struttura progressiva dell’Irpef. Quando stipendi e pensioni salgono per compensare il caro prezzi, una parte di questi aumenti può finire in scaglioni fiscali più alti o ridurre il peso relativo di detrazioni e soglie.

In pratica, il reddito cresce sulla carta, ma spesso serve solo a compensare l’inflazione. Se il sistema fiscale non viene aggiornato, il prelievo aumenta. Per questo il drenaggio fiscale può generare più gettito per lo Stato, ma non corrisponde necessariamente a una maggiore ricchezza reale per famiglie e lavoratori.

Perché l’effetto del drenaggio fiscale può pesare sui redditi

Il Documento programmatico di finanza pubblica si basa sull’inflazione registrata fino ad agosto dall’indice Foi, riferito alle famiglie di operai e impiegati. Se l’inflazione dovesse restare elevata più a lungo, l’effetto del fiscal drag potrebbe diventare ancora più significativo. Negli anni recenti l’Ufficio parlamentare di bilancio ha stimato che tra il 2021 e il 2023 l’inflazione abbia generato un gettito extra da 25 miliardi l’anno.

Le riforme Irpef hanno compensato integralmente l’effetto per i redditi fino a 32mila euro annui, ma senza indicizzazione degli scaglioni il drenaggio fiscale tende a ripresentarsi. Senza nuovi interventi, l’effetto può riguardare sia le fasce più basse sia il ceto medio, soprattutto quando gli aumenti nominali dei redditi non si traducono in un reale aumento del potere d’acquisto.

Btp per battere l’inflazione, tra l’asta del 13 ottobre e i Btp Valore

By: matrun
11 October 2026 at 06:00

A settembre l’inflazione in Italia ha raggiunto il 4,2%. I risparmiatori rischiano quindi di vedere i propri capitali non investiti perdere rapidamente di valore reale, a causa dell’aumento dei prezzi. In questi casi, molto spesso, gli italiani cercano rifugio nei Btp per difendere i propri risparmi attraverso le cedole.

In passato lo Stato aveva emesso titoli indicizzati all’inflazione proprio per queste evenienze. Per il 2026 non sono previste emissioni simili, ci sono però alcuni Btp tradizionali che stanno per essere immessi sul mercato con cedole relativamente alte e ci sono anche i Btp Valore, che verranno emessi nella seconda parte di ottobre. Quali titoli hanno rendimenti più alti dell’inflazione?

I Btp all’asta il 13 ottobre battono l’inflazione?

Anche se l’inflazione al momento è del 4,2%, difficilmente rimarrà così alta per tutta la durata di vita dei Btp all’asta il 13 ottobre, che va da 3 a 7 fino a 15 anni. Prendere questa misura come base potrebbe quindi essere troppo rigido come approccio per valutare i rendimenti dei Btp. In generale, se si tiene conto di un periodo abbastanza lungo di tempo, l’inflazione di un’economia sana tende verso il 2%.

Il Btp a 3 anni in scadenza a settembre 2029

Il primo titolo da prendere in considerazione è il più breve, quello a 3 anni, codice Isin IT0005716839. Ha una cedola del 3,00% ed è la settima tranche di un Btp che oggi il mercato prezza a 98,10. Il suo rendimento lordo è quindi del 3,70%, che si riduce al 3,24% se si applicano le tasse. Questo rendimento:

  • non batte l’inflazione attuale del 4,2%;
  • batte l’inflazione media del 2%.

Essendo però un titolo così a breve termine, è anche meno probabile che l’inflazione si avvicini alla media durante la sua vita rimanente. È quindi necessario considerare che l’inflazione potrebbe rimanere sufficientemente alta per un periodo di tempo abbastanza lungo da superare il rendimento del titolo di Stato.

Il Btp a 7 anni con scadenza a settembre 2033

Il Btp con codice Isin IT0005722845 scade tra 7 anni e ha un rendimento leggermente migliore del precedente. Il lordo arriva al 4,12% tra prezzo e cedola, quindi al netto tocca il 3,60%. Anche in questo caso, quindi:

  • non batte l’inflazione attuale del 4,2%;
  • batte l’inflazione media del 2%.

Dalla sua, rispetto al precedente, il Btp a 7 anni ha la durata più lunga, quindi una probabilità maggiore che l’inflazione, in media, torni nel frattempo al 2%. Questo però significa vincolare il denaro per più tempo se si vuole ottenere il risultato sperato.

Il Btp a 15 anni con scadenza a ottobre 2041

Il titolo di Stato che più può contare sull’appianamento verso il 2% dell’inflazione è il Btp a 15 anni. Tra cedola e prezzo, il suo rendimento è del 4,58% lordo, che diventa un 4,01% netto. Quindi:

  • si avvicina a battere l’inflazione attuale del 4,2%;
  • batte l’inflazione media del 2%.

Il rendimento di questo titolo è sicuramente il migliore, ma non bisogna dimenticarsi che si parla di vincolare il capitale per 15 anni, a meno di non vendere il Btp quando se ne ha bisogno, con il rischio però che il prezzo sia sceso e, di conseguenza, che il rendimento peggiori.

I Btp Valore e l’inflazione

Un’altra occasione per investire in Btp arriverà il 19 ottobre, con i Btp Valore e i Btp Valore insieme. Le cedole e i rendimenti di questi strumenti saranno comunicati solo il 16 ottobre. Avranno gli stessi rendimenti a scadenza, ma con due diverse tipologie di pagamento della cedola diverso:

  • Il Btp Valore avrà una cedola step up 2+2+1;
  • Il Btp Valore Insieme avrà un’unica cedola a scadenza.

Questi titoli hanno il vantaggio di essere dedicati agli investitori retail, ai privati, al momento dell’emissione. Questo potrebbe renderli gli strumenti giusti per difendere i risparmi privati dall’inflazione.

All’università più fondi, ma meno risorse reali per studente

24 September 2026 at 08:59

La crescita nominale dei fondi universitari nasconde una riduzione delle risorse reali per studente. Durante il governo Meloni, gli aumenti dei finanziamenti hanno sostanzialmente compensato l’inflazione, ma non l’ampliamento del numero degli iscritti.

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