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Perché gli uomini fanno fatica a perdere peso? Uno studio mostra le differenze di genere

16 October 2026 at 10:01

Cosa c’è dietro le difficoltà a perdere peso di molti uomini che fanno i conti con un Indice di Massa Corporea (BMI) elevato? La risposta, che crea una vera e propria differenza di genere, passerebbe anche attraverso la mancanza di un “target” maschile, con programmi dietetici tradizionali che sono spesso percepiti come troppo restrittivi e rivolti principalmente alle donne.

Ad indicare questa ed altre interessanti ipotesi è una ricerca, pubblicata sulla rivista PLOS One e condotta dall’Anglia Ruskin University, in Inghilterra. Si tratta della prima valutazione accademica ad indagare le motivazioni che spingono gli uomini a perdere peso, le loro esperienze personali e gli approcci che trovano più efficaci.

Cosa emerge

La ricerca ha coinvolto 24 uomini del Regno Unito, di età pari o superiore a 30 anni, che avevano avuto esperienze di sovrappeso. I partecipanti avevano precedentemente preso parte a un programma di dimagrimento o stavano pianificando di perdere peso nel prossimo futuro.

Cosa è emerso? Lo studio ha rilevato che gli uomini spesso associavano la dieta alla privazione dei cibi che apprezzavano ed erano riluttanti ad adottare approcci che percepivano come eccessivamente faticosi. Soprattutto, un tema ricorrente in tutti i focus group è stata la percezione che la dieta sia un’attività prevalentemente femminile. I partecipanti hanno descritto le conversazioni sulle diete come più comunemente associate alle donne, spesso attraverso i social media e le riviste, e la maggior parte di loro ha espresso il timore di sentirsi a disagio e imbarazzati nell’affrontarle.

Lo studio ha rilevato anche che gli uomini erano più propensi a rifiutare un programma dietetico se percepito come incentrato sulle donne o troppo restrittivo. Tuttavia, i partecipanti hanno reagito in modo più positivo quando la dieta veniva presentata come una sfida competitiva o un’attività da condividere con la partner.

In due è meglio

Il supporto del coniuge è emerso come un fattore chiave per aiutare i partecipanti a mantenere l’impegno a lungo termine nel percorso di perdita di peso, come ha affermato un partecipante: “Per me, è stato fondamentale avere il supporto di mia moglie. Senza di esso, non ce l’avrei fatta”. Infatti, molti partecipanti hanno dichiarato che i cambiamenti nella loro alimentazione sono stati in gran parte orchestrati dalla partner, che consideravano più esperta e competente in materia di diete.

I ricercatori suggeriscono che i programmi pensati per gli uomini potrebbero essere più efficaci se si concentrassero su progressi visibili e su elementi di sfida o competizione, piuttosto che sui tradizionali messaggi sulle diete, e potrebbero anche includere sport o altre forme di attività fisica.

Attenzione a obiettivi e parole

Lo studio ha anche scoperto che, affinché i programmi per la perdita di peso siano attraenti per gli uomini, dovrebbero prevedere risultati rapidi, ricompense immediate e un certo grado di competizione sociale incentrata sui miglioramenti estetici, prima ancora che sui requisiti specifici di salute. Non solo: la terminologia dovrebbe evitare ‘diete’ e ‘mettersi a dieta’ ed inquadrare invece la perdita di peso come una sfida personale positiva. Lo studio suggerisce anche che le iniziative rivolte alle coppie potrebbero essere particolarmente efficaci.

La situazione in Italia

Quasi un adulto italiano su due convive con un peso superiore a quello considerato salutare e il quadro non mostra sostanziali segnali di miglioramento. Nel biennio 2024-2025 il 43% degli adulti italiani risulta in eccesso ponderale: circa il 32% è in sovrappeso e oltre il 10% presenta obesità. Il fenomeno aumenta con l’età, è più frequente tra gli uomini e colpisce maggiormente le persone con minore istruzione o maggiori difficoltà economiche. Le Regioni del Sud continuano a presentare i valori più elevati e in Campania l’eccesso ponderale interessa oltre la metà della popolazione adulta.

È la fotografia tracciata dai nuovi dati della sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità, presentati da Valentina Minardi in occasione del Congresso nazionale della Società Italiana dell’Obesità (SIO) WiP 2026, in corso a Palermo. Un quadro nel quale l’obesità rimane sostanzialmente stabile nel tempo, mentre persistono importanti disuguaglianze sociali e territoriali. Ma un secondo elemento emerge dalla sorveglianza: meno della metà degli intervistati riferisce di avere ricevuto dagli operatori sanitari indicazioni sul controllo del peso, nonostante il consiglio sanitario aumenti significativamente l’adozione di comportamenti salutari.

“I dati confermano un fenomeno sostanzialmente stabile nel tempo, ma mostrano il persistere di importanti disuguaglianze. L’eccesso ponderale aumenta con l’età, è più frequente fra gli uomini e interessa maggiormente le persone con un livello di istruzione più basso o con maggiori difficoltà economiche, oltre a essere più diffuso nelle Regioni del Sud. Un altro elemento sul quale è importante richiamare l’attenzione riguarda il ruolo degli operatori sanitari: meno della metà degli intervistati riferisce di aver ricevuto indicazioni sul controllo del peso, nonostante sappiamo che il consiglio di un professionista sanitario aumenta significativamente la probabilità di adottare comportamenti più salutari”

spiega Valentina Minardi, ricercatrice del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute (Cnapps) dell’Istituto Superiore di Sanità.

“È proprio da questa fotografia che dobbiamo partire. Abbiamo finalmente riconosciuto l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante, ma dobbiamo ancora imparare a intercettarla e prenderla in carico come tale. Le disuguaglianze sociali e territoriali ci dicono che non possiamo lasciare al singolo cittadino la responsabilità di trovare da solo una risposta. Il riconoscimento della malattia deve tradursi in prevenzione, diagnosi precoce e percorsi di cura concretamente accessibili”

prosegue Silvio Buscemi, Presidente della Società Italiana dell’Obesità e professore di Nutrizione Clinica all’Università di Palermo.

Manifestazione 17 ottobre a Roma, Cgil chiama “La Via Maestra”: orario e percorso

16 October 2026 at 08:51

Per la Cgil, la politica non si sta concentrando sui problemi degli italiani, che sono i salari, la sanità, la scuola, il fisco, l’ambiente e la pace. Al contrario si spendono soldi in armi e si volta la testa di fronte agli studenti nelle tende per il caro affitti, agli agricoltori, agli autotrasportatori e agli operai che da giorni stanno bloccando strade e attività.

È da qui che parte La Via Maestra, una manifestazione nazionale che si radunerà in Piazza della Repubblica a Roma il 17 ottobre, a partire dalle 13:30, fino a raggiungere Piazza del Popolo.

Manifestazione 17 ottobre: La Via Maestra

Si chiama “La Via Maestra” la manifestazione della Cgil e di oltre 100 associazioni che si sono riunite per rilanciare “un nuovo protagonismo sociale” e “la piena attuazione della Carta Costituzionale”. Come si legge sul sito della Cgil Milano, si tratta di una mobilitazione resa necessaria di fronte a una “torsione autoritaria del Paese, ma anche in Europa e nel mondo”.

Tra i tanti temi, uno molto sentito è la pace, perché questa non passa attraverso la conversione dell’economia in un’economia di guerra.

Altri temi toccati nella piazza del 17 ottobre saranno:

  • fisco;
  • welfare pubblico universalistico;
  • ambiente;
  • lavoro e occupazione;
  • emergenza salariale;
  • contrasto alla precarietà;
  • disuguaglianze e divari territoriali;
  • democrazia costituzionale.

Orari e percorso

La manifestazione nazionale “La Via Maestra” è in programma per sabato 17 ottobre. Le associazioni che si sono unite alla chiamata della Cgil si ritroveranno a Roma per chiedere politiche che rimettano al centro lavoro, diritti, casa, sanità e le nuove generazioni.

Il raduno è previsto in Piazza della Repubblica intorno alle 13:30. La partenza dipenderà dalle persone in arrivo, ma si stima un orario di conclusione del corteo intorno alle ore 17:00 a Piazza del Popolo.

Cosa chiede la Cgil

Il segretario generale, Maurizio Landini, denuncia il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro e le difficoltà che colpiscono soprattutto i giovani. Per questo, per il leader del sindacato, è arrivato il momento di “far emergere i bisogni reali del Paese” e di costruire un fronte comune capace di “unire le lotte sociali che sono in campo sul lavoro, per il diritto allo studio, per il diritto alla casa, per una sanità che funzioni”.

Nel suo intervento, Landini ha richiamato l’attenzione anche sui lavoratori dell’Ilva in sciopero a Genova, Taranto e Alessandria, chiedendo che non venga interrotta quell’attività affinché l’Italia non diventi l’unico Paese industriale al mondo dove la produzione di acciaio viene cancellata.

Poi il focus critico sull’aumento delle spese militari (pari a 14 miliardi) annunciato dal governo:

Oggi noi abbiamo bisogno di investire sul lavoro perché non sia precario, sugli stipendi perché si arrivi alla fine del mese, per la scuola, per la sanità pubblica, per il diritto alla casa.

 

Screening neonatali a due velocità, la Puglia è già oltre i nuovi Lea: test su oltre 500 malattie contro le 58 garantite a livello nazionale

16 October 2026 at 07:05

Dopo anni di attesa, l’approvazione dei nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) ha finalmente ampliato gli screening neonatali garantiti gratuitamente in tutta Italia. Sulla carta, un passo in avanti verso un accesso più equo alla diagnosi precoce, che però per produrre effetti tangibili dovrà essere effettivamente attuato dai territori, garantendo a tutti i bimbi, indipendentemente dal luogo di nascita, un percorso chiaro e tempestivo di presa in carico. Ora il pannello nazionale dello Screening neonatale esteso (Sne) – un test obbligatorio e gratuito – copre 58 patologie. Nove in più rispetto alle 49 precedentemente garantite a livello nazionale, tra cui l’Atrofia muscolare spinale (Sma), il cui screening era già stato introdotto autonomamente solo da alcune Regioni. Ma questo tentativo di uniformare i diritti dei cittadini non basta a superare le disuguaglianze territoriali. I bimbi nati in Puglia hanno accesso a un servizio molto più avanzato. Tutti i neonati possono accedere gratuitamente, su base volontaria, a uno screening genomico che analizza 433 geni associati a oltre 500 malattie. Una differenza rilevante, che riapre subito il tema delle disparità: a seconda del Cap, aumentano o diminuiscono le possibilità di arrivare a una diagnosi precoce. E, di conseguenza, di intervenire prima della comparsa dei sintomi.

Il programma è diventato strutturale nell’aprile 2025, dopo una prima fase sperimentale. Secondo gli ultimi dati, sono ormai circa 33mila i neonati sottoposti allo screening, con un tasso di adesione del 90,6%. A differenza dello Sne previsto dai Lea, infatti, Genoma-Puglia non è obbligatorio: i genitori, dopo essere stati informati, devono firmare un consenso. In ogni caso, il servizio è totalmente gratuito ed è finanziato dalla Regione con circa 5 milioni di euro l’anno. Il numero di geni indagati, inizialmente più basso, è stato progressivamente ampliato fino agli attuali 433. Ma la differenza rispetto a quanto garantito dai Lea non è solo quantitativa. Lo screening genomico, infatti, oltre a cercare direttamente nel Dna alterazioni associate a un numero molto più ampio di patologie, permette continuamente di aggiornare il pannello di geni e malattie, sulla base delle nuove conoscenze e possibilità di cura. “Possiamo incrementarlo man mano che ci sono nuove scoperte e nuovi trattamenti”, spiega a ilfattoquotidiano.it Mattia Gentile, direttore dell’Unità complessa di Genetica medica dell’ospedale Di Venere della Asl Bari e responsabile clinico di Genoma-Puglia. Lo screening si concentra solo sulle condizioni per le quali scoprire precocemente un rischio può consentire di intervenire con una terapia, con la prevenzione o con controlli mirati. Non su tutto ciò che è scritto nel Dna.

La possibilità di intervenire prima che la malattia si manifesti è decisiva. Per alcune patologie, infatti, aspettare il comparire dei sintomi significa agire quando una parte del danno è già avvenuta. Gentile racconta il caso di una bambina che a circa un mese di vita appariva perfettamente sana, ma nella quale lo screening aveva individuato un’alterazione associata a una malattia che normalmente si sarebbe manifestata mesi più tardi con problemi nello sviluppo neuromotorio. Gli accertamenti successivi hanno confermato il rischio e la terapia è stata avviata subito. “La bambina sta andando bene”, spiega il genetista. Questo non significa però che trovare un’alterazione genetica equivalga automaticamente a diagnosticare una malattia. A una possibile positività devono seguire accertamenti, consulenza e, se necessario, la presa in carico da parte di un centro specializzato. Ed è anche qui che si gioca la possibilità di replicare il modello pugliese: oltre alle tecnologie e ai finanziamenti, servono una rete sanitaria e professionisti in grado di accompagnare rapidamente il bambino dalla segnalazione alla diagnosi e alle eventuali cure.

Negli anni anche altre Regioni, tra cui Toscana, Lombardia ed Emilia-Romagna, hanno anticipato il livello nazionale introducendo autonomamente alcune patologie negli screening o avviando progetti pilota. Ma sul fronte genomico la Puglia rimane un caso a sé. “Il nostro è uno dei programmi più importanti a livello mondiale nella sanità pubblica – sintetizza Gentile -. Nel resto d’Italia esistono sperimentazioni, ma non un servizio strutturale di queste dimensioni offerto a tutta la popolazione neonatale”. Di fatto, mentre una parte d’Italia deve ancora organizzarsi per applicare pienamente gli standard previsti dai nuovi Lea, una Regione è già a un livello ulteriore di prevenzione. Un primo nodo per portare il modello su scala nazionale è quello delle risorse. Il gruppo di Gentile sta lavorando a una valutazione più precisa del rapporto tra costi e benefici, considerando anche quanto può essere risparmiato, in spese sanitarie e assistenziali, evitando diagnosi tardive, ricoveri, disabilità e trattamenti iniziati quando la malattia ha già prodotto conseguenze permanenti. “Ma non è solo un problema di fondi”, avverte il genetista: servono laboratori, personale, centri specialistici e soprattutto un’organizzazione capace di prendere in carico i bambini individuati dallo screening.

La questione è già arrivata in Parlamento. Nel marzo 2025 i senatori Alberto Losacco e Beatrice Lorenzin hanno presentato un disegno di legge per inserire lo screening genomico neonatale nei Lea e offrirlo a tutti i nuovi nati. Il testo è stato assegnato alla commissione Sanità del Senato, ma il suo esame non è ancora iniziato. È la stessa direzione indicata a ilfattoquotidiano.it da Fabiano Amati, avvocato e promotore della legge regionale che ha dato origine a Genoma-Puglia: “Invece di continuare ad aggiungere una malattia alla volta, bisognerebbe inserire nei Lea lo screening genomico”, mantenendo il pannello limitato alle condizioni per le quali esistono terapie o possibilità concrete di intervento. Oggi, osserva, il programma pugliese viene finanziato con risorse proprie della Regione: significa che la possibilità di accedervi continua a dipendere dal territorio in cui si nasce. “È un problema di uguaglianza”, sottolinea Amati. Gentile ricorda che tecnologie che solo pochi anni fa sembravano difficili da utilizzare su larga scala oggi consentono al suo laboratorio di processare centinaia di campioni ogni settimana. La prospettiva dei prossimi anni è che lo screening genomico possa acquisire un ruolo progressivamente sempre più importante nella medicina preventiva. Resta il dubbio se questa evoluzione procederà, com’è successo finora, a velocità diverse da Regione a Regione. O se diventerà un’opportunità garantita a tutti i neonati dal Servizio sanitario nazionale.

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