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Plano da AMAL quer combater a forte dependência do automóvel no Algarve
O diagnóstico está feito: três em cada quatro deslocações pendulares no Algarve são feitas de automóvel, uma em cada cinco a pé ou de bicicleta e só uma parcela residual de autocarro ou comboio.
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Loulé exige revisão urgente do PROT Algarve para responder à crise da habitação
A Câmara pede um regime excecional para disponibilizar solo para habitação acessível, financiamento ajustado aos custos de construção e mais poder para os municípios.
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Manana Cissé, légende vivante des Ballets africains de Guinée
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70 miliardi e scorte di Patriot. Cosa chiede Zelensky all’Ue per l’inverno
Chiede i Patriot all’Ue, prevede un’invasione di profughi in caso di sconfitta, fa i conti della serva sulle risorse che gli occorrono per il prossimo anno, incassa il supporto di alcuni senatori americani critici sul depotenziamento di Starlink per le difese ucraine. Volodymyr Zelensky, ospite del Consiglio Europeo, fa il punto sullo stato della guerra e delle relazioni politiche a supporto della sua parte, con una consapevolezza di base: se Washington sta mollando Kyiv, Bruxelles no.
“Per Putin non è mai abbastanza, ci vuole distruggere – parte in quarta – e poi vorrà di più e ancora di più. Ora sta mettendo alla prova i Paesi Nato con questi droni. Siamo di fronte a un’escalation”. Il tema è allo stesso tempo bellico, economico, geopolitico e militare. Perché se è vero come è vero che dagli europei ha ricevuto solo sostegno (“comprendono che la nostra posizione è totalmente giustificata”), mette l’accento sul ruolo americano. Quando dice che Putin darà ascolto all’America se eserciterà pressione fa riferimento alle tante persone presenti negli Stati Uniti “dal cuore nobile che desiderano sinceramente la sconfitta del male e che l’Ucraina rimanga salda. Sono proprio queste le persone che hanno aiutato l’Europa a difendere la propria libertà, che hanno combattuto durante lo sbarco in Normandia, che hanno vinto la Guerra Fredda e che vogliono il meglio per l’Europa. Persone che desiderano essere alleate, non dividere o umiliare l’Europa. Credo che la maggior parte degli americani la pensi ancora così. E, in ultima analisi, sarà il popolo americano a dire la sua”.
Una stoccata a quella minoranza che invece vorrebbe togliergli gli aiuti. In questo senso va letto il suo riferimento all’accordo Russia-Usa sul diesel che è stato “una sorpresa per tutti”, mentre per quanto riguarda il rapporto con Trump annuncia che “ci sarà nei prossimi giorni un incontro tra i negoziatori, col presidente abbiamo sempre temi da discutere”.
Ma oltre agli auspici ci sono previsioni e richieste. Sulle prime spicca lo scenario che si potrebbe abbattere sull’Europa in caso di caduta di Kyiv, ovvero 20 milioni di profughi ucraini, “perché ci distruggeranno, ci spingeranno fuori per questo vi chiediamo di difendere il nostro Paese”. La parte del leone in questo senso la sta facendo il nuovo strumento di guerra che risponde al nome di drone. Putin “sta già testando i droni sui Paesi europei, sull’Ucraina sono arrivati migliaia di droni. Migliaia. E gli americani dicono che è difficile parlare con Zelensky, che è più facile parlare con Putin”, come a voler rimarcare il passaggio iniziale. Sulle seconde, ecco la lista della spesa: altri 70 miliardi per i 2027, “per tenere a bada la Russia”, oltre agli intercettori per i sistemi Patriot (Pac-2 e Pac-3). Quelli disponibili in Europa permetteranno all’Ucraina di superare l’inverno e tutti i leader sono a conoscenza di questo pacchetto. La questione è sul tavolo dei paesi Ue, che stanno riflettendo sul da farsi.
Quel che è certo è che arriveranno presto nuovi F-16, verosimilmente entro la fine dell’anno. Infine una considerazione sull’accordo Trump-Putin sul gasolio: “ci ha sorpresi, non possiamo accettarlo”. Il timore di Zelensky è che il passo successivo verta un altro accordo simile sul gas, oppure l’esenzione da nuove sanzioni legate ai sistemi bancari, ad alcuni individui o all’industria chimica.
Tutto finito? Per nulla. Alcuni senatori americani hanno richiesto un’indagine urgente sulle interruzioni della rete Starlink in Ucraina, lo strumento che Musk aveva offerto a Kyiv per indirizzare i droni verso gli obiettivi russi. E in una missiva indirizzata all’ispettore generale del dipartimento della Difesa i senatori esprimono “grave preoccupazione” in merito al depotenziamento della rete, perché queste restrizioni “avrebbero compromesso la capacità dell’Ucraina di condurre operazioni difensive contro gli attacchi russi, effettuati tramite droni e missili, diretti verso le infrastrutture civili”.
- RFI Actualités
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Harvard's bet on SpaceX helped its endowment grow faster than the S&P 500

Matt Rourke/AP
- Harvard's endowment returned a five-year high of 27.1% in the 12 months to June 30, besting the S&P 500.
- The Ivy League college counted a $2.2 billion SpaceX stake as its top Q2 portfolio holding by far.
- Harvard's endowment grew to almost $68 billion after accounting for taxes, gifts, and distributions.
Harvard University delivered its best investment return in five years as its bet on SpaceX boosted its stock portfolio.
The elite college's endowment returned 27.1% in the fiscal year ended June 30, its annual financial report revealed on Thursday. That comfortably outpaced the benchmark S&P 500's 22.3% total return over the same period.
After accounting for taxes, distributions, and gifts, Harvard's endowment grew by $11 billion to nearly $68 billion.
Harvard Management Company's stake in Elon Musk's maker of Starship rockets, Starlink satellites, and AI chatbot Grok was worth $2.2 billion at the end of June, per its second-quarter portfolio disclosure.
SpaceX was its number-one holding, more than six times more valuable than its second-biggest position, a sub-$350 million stake in Taiwan Semiconductor.
Its next-largest positions — each worth over $150 million — were Cerebras, Amazon, Alphabet, and Nvidia. Its 19 holdings at the end of June were together worth about $4.3 billion, more than double the portfolio's $1.8 billion value three months earlier.
Harvard said the strong performance of its endowment, which is nearly 400 years old and comprises about 15,000 individual funds, helped it weather the "abrupt termination of federal research grants" by the Trump administration.
It's worth noting that 13-F portfolio disclosures are a snapshot of a fund's US stock holdings on a certain date. They don't include foreign-listed stocks, non-stock assets like bonds or real estate, private investments, or stocks sold short.
Harvard said that as of June 30, 14% of its endowment was invested in public equities, 29% in hedge funds, 46% in private equity, 4% in real estate, and the balance elsewhere.
Harvard declined to comment when contacted by Business Insider.
SpaceX's valuation has whipsawed since the aerospace company went public on June 12. Its market capitalization topped $2.4 trillion on June 20, then tanked to $1.4 trillion by August 1, and has since rallied to around $2 trillion.
Musk's company posted a 92% year-on-year revenue jump for the quarter ended June, helping narrow its net loss from $1 billion to $541 million.
The world's richest man recently posted on X that he sees a path for SpaceX to be worth "orders of magnitude more than the current Earth economy," implying its stock could rise at least 6,000-fold to $12 quadrillion over time.
He later clarified that wasn't a "statement of extreme confidence," but he believes the probability of achieving that valuation is "not zero." On October 14, he said he expects SpaceX to be worth more than $100 trillion in the next 10 years.
Harvard is one of several shareholders to reveal a sizable stake in SpaceX. Google parent Alphabet reported a roughly 4% stake valued at $94 billion as of the end of June. Longtime Musk associate Peter Thiel disclosed a 3.2% position worth $73 billion held by his Founders Fund and related entities. AI chipmaker Nvidia has a $21 billion stake.
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- Affaritaliani.it
- Meloni forza il negoziato sull’ETS: Bruxelles apre ai correttivi, ora la prova dei costi per l’industria
Meloni forza il negoziato sull’ETS: Bruxelles apre ai correttivi, ora la prova dei costi per l’industria
ETS, il pressing di Meloni e il nodo competitività: cosa ha ottenuto l’Italia a Bruxelles
Poco prima della partenza per Bruxelles, Giorgia Meloni avrebbe avuto, secondo fonti a lei vicine, una breve conversazione con Emanuele Orsini, presidente di Confindustria. L’indiscrezione, anche se da confermare, si inserisce in quel costante dialogo tra governo e imprese, nel quale il costo dell’energia e le regole europee sulle emissioni occupano da mesi un posto centrale. Ed è proprio su quel terreno che la premier ha concentrato una parte significativa del negoziato al Consiglio europeo.
«La questione, in fondo, è piuttosto semplice: che senso ha chiedere alle imprese europee di competere sui mercati internazionali se poi vengono costrette a sostenere costi che i loro concorrenti americani o asiatici non hanno? È attorno a questo interrogativo che Giorgia Meloni ha costruito una delle partite più delicate del Consiglio europeo di Bruxelles», racconta una fonte diplomatica di stanza a Bruxelles.
Per arrivare a un’intesa sull’ETS, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, ci sono volute ore di discussioni e una mediazione conclusa nella notte. Meloni non ha ottenuto la sospensione del meccanismo né il rinvio dell’ETS2 invocato dall’Italia e da altri governi, ma nelle conclusioni compare una richiesta precisa alla Commissione: aggiornare la valutazione degli effetti dell’ETS2, a partire dalla sua struttura e dalle misure di salvaguardia.
Al tempo stesso, i Ventisette sollecitano interventi contro l’eccessiva volatilità del prezzo della CO₂ e richiamano esplicitamente la necessità di proteggere la competitività industriale. Per capire perché Roma abbia insistito tanto sull’ETS basta guardare i bilanci delle imprese italiane, già alle prese con un costo dell’energia che pesa sulla competitività. Il sistema europeo impone agli impianti industriali interessati di restituire quote corrispondenti alle emissioni prodotte. Una parte è ancora assegnata gratuitamente; le altre vanno comprate sul mercato.
Il meccanismo serve a incentivare la riduzione della CO₂. Ma quando le tecnologie necessarie per tagliare le emissioni sono costose, o non ancora disponibili su scala industriale, il conto rischia di diventare pesante. Nell’acciaio, nel cemento, nella chimica, nel vetro e nella ceramica al costo diretto delle emissioni può aggiungersi quello indiretto dell’elettricità. Per le imprese italiane, già esposte a prezzi dell’energia spesso elevati, la combinazione può diventare particolarmente difficile da sostenere. Il pericolo non è soltanto una contrazione dei margini. È il cosiddetto carbon leakage: produzioni che si spostano in Paesi dove i vincoli sulle emissioni sono meno onerosi, con il rischio di perdere occupazione e capacità industriale in Europa senza ridurre le emissioni complessive a livello mondiale.
È una delle ragioni per cui Bruxelles ha introdotto anche il CBAM, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere; restano tuttavia questioni aperte, tra cui la protezione delle esportazioni europee. È su questo nodo che Adolfo Urso insiste da tempo. Il 26 febbraio, al termine del confronto con i ministri dei Paesi riuniti nel formato Friends of Industry, il titolare del MIMIT aveva chiesto di sospendere l’ETS in attesa di una revisione profonda dei parametri di riferimento, delle quote gratuite e del calendario della loro progressiva eliminazione. Aveva inoltre sollecitato uno strumento stabile di sostegno alle imprese esportatrici.
Urso, insomma, non chiedeva qualche correttivo di facciata. A suo giudizio, bisognava intervenire sulle regole che rischiano di rendere sempre meno conveniente produrre in Europa. Un altro passaggio si è avuto l’8 aprile, quando Urso ha incontrato a Roma Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione per la prosperità e la strategia industriale. Nel bilaterale si è discusso anche della revisione dell’ETS e delle preoccupazioni delle imprese sui benchmark, i parametri che concorrono a determinare le quote assegnate gratuitamente. Il confronto con Séjourné mostra come il dossier sia stato seguito non soltanto a Palazzo Chigi, ma anche nei rapporti diretti tra il ministero e l’esecutivo europeo. Al vertice la discussione è ripartita da qui.
L’Italia ha trovato punti di contatto con la Polonia e con alcuni governi dell’Europa centro-orientale, preoccupati per il peso della transizione sui sistemi produttivi. Altri Stati hanno insistito perché non venissero indeboliti gli impegni climatici già assunti. Alla fine è prevalsa una mediazione: l’ETS resta uno strumento centrale della politica europea, ma nelle conclusioni trovano spazio la volatilità del prezzo della CO₂, i rincari dell’elettricità e le ricadute sulla competitività delle imprese. C’è poi una distinzione importante.
L’ETS2, richiamato esplicitamente nelle conclusioni, riguarda i combustibili utilizzati negli edifici e nel trasporto stradale: le sue ricadute interesserebbero soprattutto il riscaldamento e i carburanti. L’ETS tradizionale, invece, riguarda direttamente gli impianti dei settori energivori, le quote gratuite e il rischio di delocalizzazione. Sono due questioni diverse, ma entrambe incidono sui costi della transizione. Ed è su questi costi che il governo italiano vuole continuare a incalzare Bruxelles.
Per Confindustria, che da mesi segnala il peso dell’energia e la necessità di regole sostenibili per la manifattura, il passaggio europeo può offrire uno spazio di confronto ulteriore. Sarebbe però prematuro parlare di una riforma già ottenuta. Il Consiglio ha chiesto ai colegislatori di accelerare il lavoro sulla riserva stabilizzatrice del mercato e alla Commissione di riesaminare gli impatti dell’ETS2. Non ha deliberato la sospensione dell’ETS né fissato il rinvio dell’ETS2 al 2030.
Per Meloni il risultato politico sta nell’aver portato le richieste di correzione dentro un testo condiviso dai leader europei, dopo mesi di pressioni italiane e di interlocuzioni condotte anche da Urso con la Commissione. La partita, però, non si è chiusa nella notte di Bruxelles. Si sposta adesso negli uffici della Commissione e nei successivi negoziati, dove si deciderà quanto di quelle richieste finirà davvero nelle regole. Per le imprese, alle prese ogni giorno con il prezzo dell’energia, le dichiarazioni di principio non bastano. Servono provvedimenti. E soprattutto risultati.
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Saúde. Madeira aposta em tecnologia no serviço público

© JOÃO PORFÍRIO/OBSERVADOR
Michael Carrick says Man Utd have ‘moved on’ from Lisandro Martinez outburst

ZERO opõe-se à Barragem da Foupana por risco para o saramugo
Ambientalistas exigem uma decisão ambiental desfavorável e sobretudo, a garantia de imparcialidade sobre eventuais conflitos de interesses.
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