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Ricercatrice per un progetto Ue sospesa dal suo istituto in Argentina per aver svelato le conseguenze sulla popolazione dell’uso massiccio di agrofarmaci

18 October 2026 at 08:39

Ha eseguito una ricerca sulla presenza di veleni agricoli in esseri umani e animali, nel sudovest di Buenos Aires, coinvolgendo 73 volontari. Lo studio, iniziato nel 2020, finanziato da fondi Ue nell’ambito del progetto Sprint, Sustainable plant protection transition, con l’approvazione dell’Inta, Instituto nacional de tecnología agropecuaria, ha rilevato la presenza di almeno due pesticidi nel sangue del 100% dei volontari coinvolti e di glifosato nelle urine dell’84%. In alcuni test si registra la presenza di decine di fitofarmaci diversi nell’organismo dei volontari. I veleni sono ovunque, anche nella polvere domestica, che nasconde fino a 86 molecole chimiche differenti. L’esito non è piaciuto affatto ai vertici dell’Inta né ai colossi agricoli, i cui rappresentanti siedono nel Consiglio direttivo dell’ente. E ora Virginia Aparicio, 53 anni, responsabile scientifica della ricerca, affronta una procedura di esonero che comporterebbe il licenziamento e l’esclusione da ogni incarico pubblico per i prossimi cinque anni.

“La mia vita è cambiata profondamente”, confida Aparicio a Ilfattoquotidiano.it. Dopo più di vent’anni di lavoro presso l’Inta, affronta una decisione di esonero dalla pubblica amministrazione vincolata a una ricerca scientifica internazionale. “È una decisione che compromette il mio percorso professionale e la mia continuità lavorativa”. L’Inta l’accusa di diverse irregolarità, come l’aver “scavalcato i superiori” e “occultato informazioni“, ma Aparicio ha notificato per iscritto ogni singola azione, protocollo e avanzamento del progetto. Sotto pressione degli agroindustriali, l’ente ha provato a fermare la divulgazione dei risultati, che invece erano già arrivati in Europa. Per rappresaglia, l’Argentina si è formalmente ritirata dal progetto Sprint. Aparicio, già ritenuta la migliore ricercatrice dell’Inta in materia di agrochimici con oltre 150 pubblicazioni e 3.500 citazioni scientifiche dice: “Temo per il mio futuro lavorativo e personale. Ma a preoccuparmi di più è il messaggio che, con questa situazione, viene trasmesso ad altri ricercatori. Produrre e comunicare la conoscenza scientifica può avere ripercussioni negative per chi lo fa”.

Interpellata sui risultati della ricerca, Aparicio racconta: “Ho provato preoccupazione, ma anche un’enorme responsabilità scientifica ed etica. I risultati costituiscono un’evidente esposizione che occorre indagare, comunicare e tenere in considerazione nell’attuazione di politiche pubbliche”. E rilancia con una domanda: “Cosa succede quando i risultati di una ricerca scomodano chi ha potere decisionale?”. La ricercatrice rivendica perciò “l’indipendenza” della scienza pubblica nel “porre domande, ottenere risultati e comunicarli, anche quando mettono in discussione prassi prestabilite e interessi economici”.

La sua ricerca ha non a caso smentito il discorso ufficiale della lobby degli agrofarmaci, secondo cui i fitofarmaci sono “strumenti sicuri per l’uomo e per l’ambiente“, come affermato da Aacrea, Asociación argentina de consorcios regionales de experimentación agrícola. Tesi sostenuta anche da Sociedad rural argentina e Coninagro che in Argentina gestiscono la logistica dell’utilizzo dei prodotti Bayer (già Monsanto) e Syngenta. “Se invece i ricercatori temono di perdere il lavoro per le loro scoperte si favorisce l’autocensura. E questo impoverisce tutta la società”, aggiunge.

Aparicio esorta i colleghi a “difendere la scienza con dignità, indipendenza e rigore” e alla cittadinanza a “tutelare il proprio diritto alla conoscenza”. È una questione di principio: “La ricerca finanziata con fondi pubblici dev’essere posta al servizio del bene comune – osserva – I dati scientifici non appartengono a governi, imprese e ricercatori. La conoscenza che produciamo è un patrimonio della società“.

Negli ultimi giorni, la causa di Aparicio ha riscosso l’adesione di diverse realtà che vanno da sindacati locali a istituti di ricerca esteri. “La sanzione massima contro una ricercatrice per fatti prodotti nell’ambito del suo progetto istituzionale avrebbe conseguenze su tutto il personale e indebolirebbe la ricerca pubblica”, ha denunciato il sindacato nazionale del personale dell’Inta. Reagiscono anche la Facoltà di Agronomia dell’Università di Buenos Aires e la Coordinadora de pueblos fumigados (rete di popoli irrorati) per i quali la procedura contro Aparicio punta a “ostacolare il diritto cittadino di sapere chi inquina i territori”. Anche i rappresentanti del progetto Sprint hanno difeso la trasparenza dell’operato di Aparicio e il rispetto dei protocolli. “È evidente che ciò che abbiamo trovato non è stato conveniente per molte persone”, ha commentato a El País la ricercatrice Violette Geissen, dell’Università di Wageningen (Paesi Bassi) e coordinatrice generale dell’intero progetto. Il governo di Javier Milei, più volte interpellato sulla vicenda, resta in silenzio.

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Un nuovo strumento per tracciare il vero olio italiano, ecco come funzionerà

18 October 2026 at 06:00

La filiera dell’olio d’oliva italiano si prepara a diventare più digitale e trasparente grazie al Documento di accompagnamento elettronico olivicolo (Dao), il nuovo strumento introdotto dal ministero dell’Agricoltura (Masaf) per rafforzare la tracciabilità di olive e olio, contrastare le frodi e tutelare il lavoro degli agricoltori. Il sistema punta a rendere più efficaci i controlli sulle movimentazioni dei prodotti, attraverso l’integrazione con il Sistema informativo agricolo nazionale (Sian) e il Registro telematico dell’olio (Rto).

A cosa serve il Dao

La novità è stata annunciata il 9 ottobre 2026 dal ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, che ha sottolineato l’importanza della digitalizzazione per difendere l’eccellenza dell’olio extravergine italiano e garantire maggiore trasparenza ai consumatori.

L’introduzione del Dao:

  • si inserisce nel percorso di modernizzazione dei sistemi di controllo del settore agricolo e punta a rendere più tempestiva e strutturata la registrazione delle operazioni commerciali e produttive;
  • punta a rafforzare la capacità di ricostruire i percorsi dei prodotti, mettendo in relazione le informazioni disponibili nei sistemi informativi nazionali.

In questo modo, i dati relativi alle movimentazioni possono diventare una risorsa più efficace per verificare la coerenza dei flussi e individuare eventuali anomalie. La digitalizzazione, in questo contesto, non riguarda soltanto la raccolta dei dati, ma anche la possibilità di utilizzarli per programmare i controlli in modo più mirato.

È importante precisare che il Dao rafforza la tracciabilità documentale, ma non equivale, da solo, a una certificazione automatica della qualità dell’olio o della sua origine italiana. Questo perché la capacità di dimostrare la provenienza dipende anche dall’attendibilità delle informazioni registrate e dagli ulteriori controlli previsti dalla normativa.

Come funzionerà la tracciabilità digitale dell’olio

Il nuovo sistema interesserà in particole le principali movimentazioni di olive, olio sfuso e olio confezionato. Ogni operazione sarà registrata digitalmente, consentendo di disporre di informazioni più aggiornate sui passaggi dei prodotti all’interno della filiera olivicola. E con le informazioni disponibili in maniera tempestiva e coerente, si potranno così ricostruire ricostruire i flussi e individuare eventuali discrepanze tra i quantitativi dichiarati e quelli movimentati.

Il provvedimento del Masaf si propone infatti di:

  • rendere più efficiente il lavoro delle imprese, riducendo i tempi previsti per alcune registrazioni e favorendo una gestione più ordinata degli adempimenti;
  • contribuire a superare una gestione frammentata delle informazioni, rendendo i dati più utili sia per le aziende sia per gli organi di controllo.

Di conseguenza, in una filiera nella quale le operazioni risultino maggiormente documentate, anche le verifiche potranno essere organizzate sulla base di elementi informativi più completi.

Cosa cambia per chi vende e per chi acquista

Chi movimenta olive, olio sfuso o olio confezionato dovrà prestare attenzione alla corretta registrazione delle operazioni nel Dao entro i termini previsti (che scendono da sei a tre giorni secondo quanto stabilito dal provvedimento). Nel dettaglio:

  • per produttori, frantoi, confezionatori e commercianti, il nuovo sistema può facilitare la ricostruzione dei passaggi del prodotto e contribuire a individuare eventuali incongruenze nei flussi. Le aziende che operano correttamente potranno beneficiare di una maggiore trasparenza della filiera e di strumenti più efficaci per contrastare le frodi e tutelare il valore delle proprie produzioni (anche se sarà importante adeguare le procedure interne agli obblighi applicabili e seguire le istruzioni operative previste per il Dao);
  • per chi acquista olio, invece, il vantaggio atteso consiste soprattutto in una maggiore capacità di controllo sulla provenienza e sulle movimentazioni dei prodotti commercializzati. Questo può contribuire a proteggere i consumatori da pratiche ingannevoli e a rafforzare la fiducia nelle informazioni fornite dalle aziende, senza però trasformare il Dao in una certificazione automatica dell’origine italiana o della qualità dell’olio. Al momento dell’acquisto restano quindi importanti le indicazioni in etichetta, la provenienza dichiarata e le eventuali certificazioni di qualità, come Dop e Ipg.

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