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Travaglio sul Nove: “Le proteste degli studenti sono la resa dei conti di una politica lontana dalle esigenze delle persone”

By: F. Q.
18 October 2026 at 12:21

“È ovvio e naturale che questa sia la resa dei conti rispetto a una politica che viaggia lontana anni luce dalle esigenze delle persone”. Queste le parole di Marco Travaglio, ospite di Accordi & Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi tutti i sabati sul Nove, commentando le proteste contro il riarmo, il caro carburante e i decreti scuola. “Da un lato c’è quella che Papa Francesco chiamò la guerra mondiale a pezzi, che sta saldandosi a poco a poco e dall’altra parte c’è una rivolta europea a pezzi che sta saldandosi a poco a poco e sta mettendo insieme generazioni diverse”.

“I francesi denunciano topi nelle loro classi e poi leggono le leggi finanziarie” – ha continuato il diretto de il Fatto Quotidiano . “Siamo alla fine dell’anno, quindi ciascun governo presenta la sua manovra di bilancio per l’anno successivo e vedono che per le armi i soldi si trovano, per la scuola e per la sanità non si trovano e quindi si incazzano”, ha concluso Travaglio.

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I presidi italiani guadagnano tre volte gli insegnanti: il rapporto Eurydice fotografa il record europeo

18 October 2026 at 08:40

I presidi italiani guadagnano quasi tre volte tanto gli insegnanti della scuola secondaria di primo grado. A dirlo è il rapporto sugli “Stipendi dei capi d’istituto in Europa” pubblicato da Eurydice, che ha preso in esame i dirigenti impiegati a tempo pieno e in possesso di una piena qualifica, in 37 Paesi. L’Italia è al primo posto per differenza retributiva tra presidi e insegnanti. Dietro di noi, in seconda e terza posizione, Irlanda e Paesi Bassi. Nel grafico presentato, gli stipendi sono espressi in standard di potere d’acquisto (Pps): la retribuzione media annua lorda effettiva dei dirigenti scolastici raggiunge circa centomila unità di potere d’acquisto standard, contro circa 35 mila dei docenti.

Il rapporto è quindi vicino a 2,9 a uno, con una differenza di circa 65 mila Pps, la più elevata tra i sistemi educativi del vecchio continente. Non è un caso, infatti, se Il Fatto Quotidiano ha lanciato la campagna “Il futuro non si arma, si insegna” organizzando una petizione per chiedere che gli stipendi dei professori siano adeguati alle medie europee: “La professione docente – cita la raccolta firme – richiede preparazione universitaria, aggiornamento professionale continuo, responsabilità educative e formative, lavoro di progettazione, valutazione, relazione con studenti e famiglie: un impegno che non si esaurisce certo nelle ore trascorse in aula. Nonostante tali responsabilità, gli insegnanti italiani continuano a percepire retribuzioni molto più basse rispetto a quelle dei colleghi di numerosi Paesi europei”.

Considerazioni suffragate dai numeri di Eurydice, che mette in evidenza come in alcuni Stati la forbice si stringa: in Austria le retribuzioni medie sono pari a circa 85 mila Pps per i capi di istituto e 60 mila per i docenti, mentre in Francia il confronto è tra circa 63 mila e 43 mila Pps. Differenti anche i modi con cui vengono stabiliti gli stipendi, che spaziano da sistemi in cui vengono decisi dalle autorità di livello superiore o da contratti collettivi ad altri in cui la retribuzione viene negoziata dal capo di istituto con l’amministrazione locale o con il consiglio scolastico. In Norvegia e in Estonia, ad esempio, i capi di istituto negoziano i loro contratti individualmente con le autorità municipali o con il consiglio scolastico.

A fare la differenza tra i presidi e gli insegnanti (Italia compresa) sono anche le indennità aggiuntive, non previste per i maestri e i professori. Oltre allo stipendio ordinario, figurano i risultati professionali, il servizio in territori svantaggiati o remoti, il possesso di qualifiche ulteriori e lo svolgimento di lavoro straordinario. Le indennità aggiuntive possono riconoscere diversi aspetti delle responsabilità e delle condizioni di lavoro dei capi di istituto, sebbene la loro applicazione vari tra i diversi livelli di istruzione.

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Dove sono i numeri dell’Istruzione? Sul sito spariti i report, al loro posto comunicati trionfali

18 October 2026 at 05:53

Il ministro Valditara conosce bene il valore dei dati: forse per questo ha deciso di tenerseli per sé. Da tempo, e senza alcuna spiegazione, il sito del Ministero dell’Istruzione e del Merito ha smesso di pubblicare i report che per decenni hanno permesso a chiunque – ricercatori, giornalisti, famiglie – di verificare in proprio lo stato del nostro sistema educativo. Al loro posto, comunicati stampa imbottiti di numeri scelti, commentati dalla voce spesso trionfale del ministro.

A maggio è toccato all’indagine Eurostat sulle forze di lavoro e ai miglioramenti miracolosi in materia di early leavers, indicatore indiretto della dispersione scolastica. 4.3 punti in meno in Calabria, 3.3 in Campania, progressi in Puglia, Sardegna, Sicilia. Regioni abitualmente fanalini di coda dell’Europa che ottengono per la prima volta risultati migliori rispetto a quelli di grandi Paesi europei come la Germania. “Dal 2023 al 2025 abbiamo restituito prospettive e opportunità a mezzo milione di giovani”. A inizio ottobre è stata la volta di Ocse-Pisa 2025: competenze degli studenti “significativamente superiori alla media”, segno di “una situazione di solidità per il nostro sistema di istruzione”. Prodigi che gli esperti non si spiegano e che lasciano increduli dirigenti e insegnanti del Sud alle prese con i problemi di sempre. In mezzo, una raffica di comunicati e note ministeriali, fino a una lunga rettifica perfino al Procuratore della Corte dei Conti.

Tutto bene, se non fosse che verificare il racconto del ministro è diventato quasi impossibile, come mostra un rapido giro sul sito del MIM. Il “Focus sui dati di avvio dell’anno scolastico”, pubblicato puntualmente per oltre un decennio dall’Ufficio di statistica, si è fermato al 20 settembre 2024. Quanti studenti, quante classi, quanti insegnanti, come sono distribuiti sul territorio: del settembre 2025 nessuna traccia, e nemmeno di quello appena trascorso. Due anni scolastici partiti al buio.

Il report sugli alunni con disabilità sul sito del MIM è fermo al 2022/23: per numeri recenti bisogna rivolgersi all’Istat. Gli Open Data, presentati come garanzia di “trasparenza amministrativa e partecipazione”, non si aggiornano dal 1° settembre 2025. E quando qualcosa esce, il timing è perlomeno sospetto: il report sulla dispersione, già vecchio di quattro anni, è stato diffuso il 28 dicembre, tra il panettone e il cenone, come pure l’interessante indagine longitudinale costruita sull’anagrafe degli studenti – dati ben più solidi di quelli Eurostat – anch’essa congelata al 2021/22. L’ultimo report sugli alunni con cittadinanza non italiana, relativo al 2022/23, è uscito l’8 agosto 2024, a redazioni chiuse per ferie.

Ed è questa la perdita più grave. Nata nel 1996, l’indagine sugli alunni con background migratorio ha cessato le pubblicazioni senza una parola dopo quasi trent’anni di onorato servizio, malgrado sia stata un punto di riferimento essenziale per la comprensione del fenomeno e la progettazione di politiche educative più adeguate per farvi fronte, spesso in anticipo sulla politica: fu lei, nel 2007/08, a registrare per prima la distinzione statistica tra alunni stranieri nati in Italia e ragazzi di recente immigrazione (NAI, neo arrivati in Italia), due realtà con bisogni diversissimi. Quasi vent’anni dopo il Parlamento non riesce ancora a dare la cittadinanza a chi nasce qui, e chi si è occupato del tetto del 30% di alunni stranieri per classe voluto dal governo Meloni si è dovuto accontentare di dati vecchi di tre anni.

Il paradosso è che i dati esistono: vengono raccolti, elaborati, custoditi dall’ufficio statistico del ministero. Semplicemente, non vengono diffusi, in barba al decreto legislativo 33/2013 che definisce la trasparenza come “accessibilità totale dei dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni”, allo scopo di “favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche”. Mesi fa la responsabile scuola del Pd, Irene Manzi, ha chiesto conto al ministro con un’interrogazione scritta del Focus mancante e dei numeri reali su iscritti, organici e distribuzione degli studenti. Non ha ricevuto risposta.

Viene allora il sospetto che i dati si pubblichino solo quando fanno comodo. Ma che cosa c’è di pericoloso in una tabella? Forse proprio questo: i numeri danno un nome ai problemi, consentono confronti. In tempi di disinformazione, il dato documentato è l’argine più solido contro le percezioni e contro la propaganda.

Don Milani lo sapeva. In “Lettera a una professoressa” i ragazzi di Barbiana raccontavano i loro “viaggi al Ministero e all’Istat per i dati mancanti, giornate intere alla calcolatrice”, per poi provare a tradurre quei numeri “in lingua di ogni giorno”. Oggi, a quei ragazzi, il viaggio al Ministero non basterebbe più.

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