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Dalle piazze alle minacce esterne. La tempesta perfetta sull’Europa raccontata dall’amb. Mattiolo

19 October 2026 at 16:59

Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Lo dice a Formiche.net l’ambasciatore Luigi Mattiolo, presidente italiano di Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo, già Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Onu, ambasciatore a Tel Aviv, ad Ankara, a Berlino oltre che Consigliere Diplomatico del governo del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.

Caro energia, black bloc, non solo a Parigi, ma purtroppo anche a Milano, ed elezioni alle porte in mezza Europa: è la tempesta perfetta? E come potrà difendersi l’Unione europea?

Innanzitutto concordo con questa definizione di tempesta perfetta, perché effettivamente siamo in una fase in cui ci sono tre fattori esogeni che colpiscono in pieno l’Europa. Il primo, ovviamente, è l’atteggiamento dell’attuale amministrazione americana con riguardo alla difesa euro-atlantica e agli evidenti tentativi di trovare un accordo sull’Ucraina con la Russia, sulla testa dell’Ucraina e sulla testa dell’Europa. Il secondo è la minaccia russa sia che sia ibrida, sia che sia inafferrabile, o anche retorica, ma comunque è sicuramente una minaccia, ed è sicuramente un fattore profondo di destabilizzazione in Europa, visto che ha portato un conflitto che non intende interrompere, evidentemente, nel cuore del continente. Il terzo è la Cina che comunque continua ad agire abbastanza spudoratamente sulle catene di valore di materiali critici e mette in difficoltà profonda l’industria e la capacità manifatturiera europea, con una esportazione direi massiccia se non selvaggia e di beni di consumo a prezzi assolutamente stracciati.

Su tutto questo poi impatta la crisi ucraina…

L’intervento di Zelensky al Consiglio europeo è stato particolarmente preoccupante, non solo perché ha coinciso con una fase in cui l’Ucraina è colpita al cuore nelle sue infrastrutture energetiche e nei suoi obiettivi, che ormai di militare non hanno nulla, ma sono semplicemente legati all’evidente disegno di scoraggiare e demoralizzare e terrorizzare la popolazione civile. Bensì c’è un’Ucraina che lamenta un appoggio strategico americano a dir poco a intermittenza, malgrado i 90 miliardi stanziati l’anno scorso dall’Unione Europea, che ormai, è bene ricordarlo, è l’unica che si fa carico dei costi della difesa ucraina in questa fase. Per cui Zelensky ha denunciato un buco l’anno prossimo di 30-35 miliardi: al momento non si vede dove l’Unione europea potrebbe andare a prendere quel denaro, a meno di non mettere mano alle riserve valutarie russe.

Con quali inconvenienti?

Si aprirebbe un autentico vaso di Pandora e personalmente capisco le perplessità del Belgio che, attraverso il meccanismo di Euroclear, finisce per essere quello giuridicamente responsabile in prima battuta della gestione e della protezione di quelle riserve. Ci sarebbe inoltre un discorso di credibilità dell’Europa come rifugio e detentore di riserve valutarie di qualunque Paese al mondo: ciò potrebbe avere delle ripercussioni gravissime e sarebbe per certi versi senza precedenti. In passato le riserve valutarie di un Paese sono state utilizzate molto spesso, ma si trattava di Paesi sconfitti, dopo un accordo di pace inevitabilmente penalizzante nei loro confronti. Ma non è questo ancora lo scenario, come sappiamo. E in più poi mi ha anche colpito questa annotazione che non voglio chiamare minaccia, perché non lo è, ma diciamo una pesante annotazione di Zelensky che ha detto chiaramente che in caso di sconfitta l’Unione europea dovrebbe far fronte a un’ondata migratoria di profughi. Francamente non penso che sarebbe altrimenti, perché dopo quattro anni di guerra e di martirio non so quanto i cittadini ucraini siano così pronti a cadere sotto il giogo della Russia vincitrice: quindi è chiaro che questo fenomeno andrebbe affrontato.

Come arriva l’Europa?

Nello scorso Consiglio europeo non sono stati fatti grossi passi avanti. Ha affrontato innanzitutto una situazione polarizzata, basta guardare alle violenze che hanno caratterizzato purtroppo le manifestazioni. Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Ma non è tutto.

Ovvero?

Se non si risolverà il terzo fattore di crisi, il bilancio dei prossimi sette anni, sarà credo sempre peggio. A seconda di quanto si troverà un compromesso tra questi grandi Paesi, potrebbe essere ancor più difficile trovare un compromesso, fare delle rinunce, “vendere” alle proprie opinioni pubbliche l’accordo trovato. Se ci fossero dei cambi di coalizione di governo in grandi Paesi europei come Francia e Spagna potrebbero trovarsi al potere delle forze politiche che viceversa hanno tutto l’interesse a mortificare ulteriormente il bilancio comunitario, mettendo assolutamente a repentaglio tutti quelli che sono gli obiettivi di cui parliamo da anni, come l’innovazione, la transizione e la difesa e quant’altro.

Ritiene che proprio in un momento simile, caratterizzato dalle policrisi, così come le ha definite l’altro giorno la Presidente del Consiglio, ci sia l’opportunità per l’Ue di crescere, magari sanando le proprie deficienze. E in che modo visto che si trova con le spalle al muro?

Questa volta sì, l’Ue è proprio messa con le spalle al muro. Ma essere messi con le spalle al muro può significare soccombere oppure tirarsi fuori dall’angolo e quindi fare scelte che solo fino a un momento prima sembravano impensabili. Come? Penso al caro energia, che pesa di più ed è quello che è alla base del disagio sociale che, al di là delle violenze terribili e delle strumentalizzazioni nelle piazze, è un dato di fatto. Io mi auguro, leggendo le conclusioni del Consiglio europeo, che si prenda di petto la questione calmierando i prezzi, tornando su quello che è un cavallo di battaglia dell’Italia da molti anni cioè il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica dal prezzo del gas. Perché in questa fase il primo kilowatt di energia elettrica prodotto con le rinnovabili, nel nostro caso con l’idroelettrico, con l’eolico e soprattutto con il solare, lo paghiamo al prezzo dell’ultimo kilowatt prodotto con il gas: nelle conclusioni del Consiglio europeo si insiste perché la Commissione proponga delle soluzioni su questo fronte. In realtà non è che la Commissione le soluzioni non ce le abbia, è che manca la volontà politica di tutti gli Stati membri perché non tutti sono nelle medesime condizioni. Alcuni hanno una quota di rinnovabili molto maggiore della nostra e quindi non hanno poi questo grande interesse al disaccoppiamento, ma è arrivato il momento di studiare dei meccanismi comuni: uno potrebbe essere quello di restituire al bilanci nazionali gli extraprofitti fatti sui primi kilowatt, visto che sono stati venduti tutti al prezzo dell’ultimo kilowatt. Però è necessario anche lavorare sulla domanda, cioè fare una domanda aggregata fra Stati membri, come l’Unione europea è stata capace di fare nel caso dei vaccini per la pandemia che rimangono un esempio unico, devo dire finora anche non ripetuto, ma sicuramente replicabile sul fronte dell’energia. Infine non va dimenticata la capacità di accumulo.

Come procedere?

Attraverso batterie dieci o venti volte superiori a quelle che esistono sul continente europeo, saremmo finalmente in grado di immagazzinare l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in surplus e utilizzarla banalmente nelle fasce orarie in cui viceversa produciamo energia elettrica con il gas.

Perché un Pd più forte conviene anche agli alleati. La lettura di Nicodemo

19 October 2026 at 15:37

C’è un filo che lega il palco della Cgil, l’assemblea nazionale del Partito democratico e il dibattito, mai sopito, su chi dovrà guidare il centrosinistra nella sfida per Palazzo Chigi. È il filo della leadership, ma anche quello dell’identità: capire se il Pd possa costruire un’alternativa al governo Meloni senza annacquare il proprio profilo e, allo stesso tempo, tenere insieme una coalizione che resta attraversata da sensibilità diverse. Elly Schlein, dopo aver ribadito la propria linea davanti ai vertici e alla platea dem, sembra voler mettere un punto fermo: il candidato premier dovrà essere il leader del partito che raccoglie più voti oppure la scelta passerà dalle primarie. In ogni caso, lei è in prima linea per la corsa a Palazzo Chigi. Per Francesco Nicodemo, esperto di comunicazione politica, è il segnale di una leadership che cerca di consolidarsi dentro il partito e di proiettarsi all’esterno, in una fase segnata anche dalle tensioni di piazza e dal confronto sulla sicurezza. La sua lettura parte da una convinzione: oggi, per il centrosinistra, rafforzare il Pd non significa restringere lo spazio degli alleati, ma aumentare le possibilità di vittoria dell’intera coalizione.

Nicodemo, partiamo dall’assemblea nazionale del Pd. Schlein ha ribadito che il candidato premier sarà il leader del partito che prenderà più voti oppure si passerà dalle primarie. È un modo per chiudere la discussione sulla leadership?

Secondo me ieri Schlein ha ribadito una cosa molto chiara: questa è la via. O il leader del partito che prende più voti è quello indicato per fare il premier, oppure si fanno le primarie. L’assemblea nazionale è il luogo deputato a discutere delle linee politiche del partito e il fatto che lo abbia affermato in questi termini segnala che il Pd è compatto sui propri intendimenti. La candidata del Partito democratico alla presidenza del Consiglio è Elly Schlein.

Eppure, fuori dai luoghi formali, il dibattito nel centrosinistra sembra tutt’altro che chiuso. Si avverte una tensione tra chi punta sulla segretaria e chi immagina una leadership diversa?

A me pare che ci sia una comunità di intenti. Non vedo conflitti palesi. Devo dire che il Pd non mi è mai sembrato così formalmente unito su alcune scelte. Nei luoghi deputati a prendere le decisioni, il mandato verso Schlein è abbastanza chiaro. Poi è naturale che in una comunità politica ci siano sensibilità differenti e che il confronto prosegua. Ma bisogna distinguere il dibattito legittimo dalle divisioni che rischiano di essere raccontate come più profonde di quanto siano.

La segretaria è reduce anche dalla partecipazione alla manifestazione della Cgil. Quanto pesa questa presenza nella costruzione della sua leadership?

Mi sembra in palla. La presenza alla manifestazione della Cgil e l’assemblea del Pd sono due passaggi che giocano a suo favore. Ha mostrato di saper stare nei luoghi del conflitto sociale e, contemporaneamente, di tenere il partito dentro una linea politica riconoscibile. Sono elementi che rafforzano la sua posizione.

Il punto, però, è capire quale identità Schlein voglia dare al Pd. La sua idea di sinistra è un fattore di unità o rischia di allontanare una parte dell’elettorato moderato?

L’identità è esattamente il terreno sul quale Schlein ha vinto il congresso. La sua proposta politica si fonda sull’idea che la sinistra abbia il diritto di governare il Paese, senza dover rinunciare a ciò che rappresenta. Anche il fatto di essere una donna non conforme a determinati schemi costituisce un elemento della sua identità pubblica e politica. Non è una questione di immagine: è una proposta di società. Da questo punto di vista, la sua leadership è uscita rafforzata.

In una fase in cui il centrosinistra discute di alleanze e candidature, insistere sull’identità non rischia di complicare la costruzione della coalizione?

Credo che oggi accada quasi il contrario. Se guardiamo al sistema politico e alla legge elettorale proporzionale, emerge con maggiore chiarezza la necessità che ogni forza politica abbia un’identità riconoscibile. Chi si sente più centrista può scegliere altre proposte, come quelle di Ruffini, Onorato o Renzi. Chi si riconosce in una posizione antisistema può votare il Movimento 5 Stelle. Chi ha una cultura socialdemocratica può scegliere il Pd. La competizione passa anche dalla capacità di dire con chiarezza chi si è e che cosa si vuole fare.

Quindi la stagione delle grandi coalizioni costruite soprattutto per contrapposizione all’avversario è finita?

Non direi che sia finita, ma non basta più. Dal 1994 il centrodestra ha dimostrato una capacità di stare insieme che dall’altra parte è sempre stata più faticosa e accidentata. Oggi, però, l’identità e i valori di sinistra possono rappresentare un fattore premiante. È qualcosa che vediamo anche in Europa. Pensiamo a Pedro Sánchez: la sua piattaforma è fortemente identitaria, socialista, e proprio questa nettezza contribuisce a definirne il profilo. Il centrosinistra deve smettere di considerare la propria identità come un problema da contenere e cominciare a considerarla una risorsa da mettere a valore.

Torniamo alle primarie. Giuseppe Conte ha più volte manifestato la propria disponibilità a parteciparvi. Sarebbe una competizione utile o il rischio è quello di aprire una nuova stagione di conflitti?

Conte ha sempre detto di essere disponibile a correre alle primarie. Io penso che ci sia tutto l’interesse a trasformarle in una competizione dalla quale escano tutti più forti. Ma devono essere davvero primarie di popolo, capaci di mobilitare persone, energie e partecipazione. Se diventano soltanto una contesa tra gruppi dirigenti, con l’obiettivo di misurare i rapporti di forza interni, allora il rischio è concreto. Le primarie devono servire a costruire una leadership riconosciuta e una coalizione più solida. Altrimenti possono produrre l’effetto opposto.

Il Pd, dunque, deve arrivare alla sfida elettorale con una leadership già riconoscibile oppure lasciare aperta la partita fino all’ultimo?

Il centrosinistra vince se il Pd va bene e se la sua leader riesce a spingere. È un dato di fatto, che si vede anche sui territori. Rafforzare il Partito democratico significa innanzitutto rafforzare la coalizione. Per questo gli alleati dovrebbero essere contenti quando la leadership del Pd si consolida: un partito più forte può portare più voti e rendere più competitiva l’intera proposta di governo. Naturalmente, se si sceglierà la strada delle primarie, bisognerà farle nel modo giusto. La competizione non deve indebolire nessuno, ma mettere tutti nelle condizioni di vincere.

In questi giorni, intanto, il dibattito politico è stato attraversato anche dagli scontri e dalle proteste di piazza. Una parte del centrodestra tende a ricondurre questi episodi alla sinistra. È una lettura che condivide?

No, bisogna distinguere i contesti. Non stiamo parlando di manifestazioni sindacali o di iniziative organizzate da un partito, né di qualcosa che possa essere automaticamente ricondotto alla sinistra. Sono situazioni diverse, che vanno affrontate per quello che sono. Il tema riguarda la gestione dell’ordine pubblico, che è una responsabilità in capo al ministero dell’Interno. Fare un’equazione tra episodi di violenza e una determinata area politica rischia di impedire una valutazione seria dei fatti.

La sicurezza, però, è diventata uno dei terreni sui quali il governo Meloni rivendica maggiore iniziativa. La sinistra ha sottovalutato il tema, lasciandolo nelle mani della destra?

La sicurezza è un diritto sacrosanto e penso che a sinistra debba essere considerata alla stregua degli altri diritti fondamentali, come la salute e l’istruzione. Non esiste una contrapposizione tra sicurezza e diritti sociali. Il punto è capire quali strumenti siano davvero efficaci. Aggiungere nuovi reati o varare decreti che non producono risultati concreti non significa necessariamente rendere le persone più sicure. A mio avviso, questo governo non è stato efficace sulla sicurezza. È un tema sul quale servono competenza, capacità di analisi e soluzioni concrete, non soltanto annunci.

Chi potrebbe contribuire a riportare il confronto su un piano più concreto?

Mi piacerebbe vedere Franco Gabrielli ministro dell’Interno. È una persona che ha esperienza e competenza sui temi della sicurezza e dell’ordine pubblico. Credo che su questioni così delicate sia importante affidarsi a figure che conoscano a fondo i problemi e sappiano affrontarli con serietà. La sicurezza non può diventare soltanto uno slogan da campagna elettorale: deve essere una responsabilità di governo.

Alla fine, la sfida del centrosinistra è soprattutto scegliere il proprio candidato o costruire un progetto riconoscibile per il Paese?

Le due cose non sono separate. Una leadership forte serve se riesce a dare una direzione politica e a rendere riconoscibile una proposta. Schlein ha vinto il congresso su una precisa idea di sinistra e oggi il Pd, almeno nei suoi passaggi formali, appare compatto nel sostenerla. Da qui bisogna partire: consolidare il partito, definire una piattaforma credibile e costruire una coalizione che non abbia paura di confrontarsi sulle differenze. Se poi si sceglieranno le primarie, dovranno essere uno strumento di partecipazione e di rafforzamento collettivo. È così che si può provare a vincere, non trasformando la scelta del candidato in una guerra preventiva tra alleati.

L’autonomia europea non sia una ripicca contro gli Usa. Parla Fidanza

19 October 2026 at 11:26

Come ogni anno l’appuntamento promosso dalla Niaf con la floridissima comunità italoamericana, nell’ambito delle celebrazioni del Columbus Day, rappresenta anche l’occasione per fare il punto sulle relazioni bilaterali tra Italia e Stati Uniti. Relazioni che rimangono solidissime, nonostante le recenti divergenze tra Trump e Meloni. Lo dice a Formiche.net il capodelegazione di FdI al Parlamento europeo Carlo Fidanza.

Qual è lo stato delle relazioni Italia-Usa dopo le recenti polemiche?

Il lavoro sulle cose concrete non si è mai fermato, anche grazie all’ottimo contributo dell’ambasciata italiana negli Usa guidata dall’ambasciatore Marco Peronaci e dell’ambasciatore americano a Roma Tillman Fertitta, così come dell’impegno di realtà consolidate come l’American Chamber of Commerce italiana. Continua il flusso di investimenti da un lato e dall’altro. E i due governi hanno positivamente concluso l’accordo sulla Pax Silica, con l’adesione dell’Italia a questa alleanza strategica sui minerali critici che è davvero decisiva se vogliamo realizzare le transizioni senza aumentare la nostra dipendenza dalla Cina.

Quale può essere ruolo geopolitico dell’ Italia?

L’Italia continua a credere nella Nato che oggi più che mai deve trasformarsi da alleanza militare ad alleanza geopolitica, coinvolgendo i Paesi likeminded che sono ancora fuori dall’orbita cinese. L’Italia porta in dote la sua proiezione nel Mediterraneo, la straordinaria intuizione del Piano Mattei per l’Africa, la solidità dei rapporti con i Paesi del Golfo, un protagonismo crescente in America Latina grazie all’allineamento politico con i nuovi governi conservatori del continente, in attesa di ulteriori buone notizie dal Brasile. Questo è il frutto della stabilità del nostro governo e della straordinaria abilità di Giorgia Meloni.

Qual è lo stato di salute del nostro export verso gli Usa?

I dati del nostro export sono eccezionali e crescono anche negli Usa nonostante i dazi. Soffriamo un po’ sul food and wine ma cresciamo grazie alla straordinaria capacità di adattamento della nostra manifattura e grazie ai risultati del settore farmaceutico. Su quest’ultimo, però, bisogna intervenire per limitare i danni derivanti dall’applicazione da parte americana del principio della Most Favoured Nation, che rischia di compromettere competitività e ricerca.

Quali i settori più promettenti?

Oltre alla farmaceutica e alle scienze della vita, ovviamente rimaniamo fortissimi nella meccanica. Abbiamo possibilità di sviluppo importanti nella difesa, estendendo questo concetto allo spazio e al dominio sottomarino, senza dimenticare la cantieristica navale su cui Fincantieri vanta ormai una presenza consolidata negli Usa. E poi abbiamo la grande opportunità di ritagliarci un ruolo nella super-intelligenza fisica, a partire dalla robotica umanoide, che è il luogo dove la super-intelligenza generativa incrocia la manifattura in cui siamo maestri. Senza dimenticare la primogenitura che Giorgia Meloni ha avuto nel porre il tema della governance globale dell’AI, a cui ha dedicato parte importante del G7 italiano, e che ora si arricchisce di una nuova opportunità promossa da AmCham Italy: fare di Milano non soltanto l’hub italiano dell’AI ma la sede di una nuova agenzia mondiale per la governance etica della super-intelligenza.

Cosa deve fare l’Ue?

Il consolidamento degli accordi di Turnberry è fondamentale. Abbiamo sempre sostenuto, a ragione, che un accordo anche non perfetto sarebbe stato meglio di un non accordo e di una conseguente guerra commerciale. L’Ue si è dotata di salvaguardie aggiuntive. Bisogna continuare a lavorare su settori come acciaio e alluminio e anche sulla lista dei prodotti alimentari esclusi dai dazi al 15%. E dobbiamo maneggiare con cura il grande elefante nella stanza, quello della tassazione digitale e delle multe alle Big Tech. Regole chiare e semplificazione sono la risposta. Infine, non dobbiamo sottovalutare l’impatto potenziale che le nuove norme doganali varate dall’amministrazione Usa a fine settembre possono avere sui nostri esportatori, soprattutto sulle Pmi.

L’autonomia strategica europea come va perseguita?

L’Ue fa bene a provare a costruire filiere con una percentuale maggiore di Made in Europe, ma l’autonomia strategica deve rimanere aperta, differenziata per settori in base alla nostra possibilità di costruire catene del valore realmente europee e non soltanto francesi, come vorrebbe qualcuno. Di più, l’autonomia strategica europea non deve essere una ripicca quotidiana contro un alleato ritenuto non più affidabile ma una politica industriale intelligente. Il contrario di quello che l’Ue ha fatto con il Green Deal, che ha massacrato le nostre imprese consegnandoci alla Cina. Da qui la coraggiosa battaglia di Giorgia Meloni contro il sistema Ets. Ecco, sulla transizione green qualche schiaffone arrivato da Trump credo debba aiutare l’Europa ad aprire gli occhi.

Ucraina e Iran: il contributo italiano e le mosse di Bruxelles.

Meloni ha espresso chiaramente il nostro giudizio su questo accordo e il sostegno alla tregua reciproca sulle infrastrutture energetiche. Mi auguro che, superate le midterm, si possa tornare a ragionare di una spinta forte alla pace in Ucraina senza umiliare Kyiv. E poi si deve trovare un modo dignitoso per chiudere questa avventura in Iran mettendo il regime di Teheran nelle condizioni di non nuocere. Il peso della doppia crisi geopolitica si sta rivelando troppo elevato, per l’Europa e per l’Italia in particolare.

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