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Vertice Putin-Trump-Xi, l’esperto: “Potremmo trovarci di fronte a un vero punto di svolta”

19 October 2026 at 17:26

Ucraina, un accordo senza Zelensky? Simonini: “Trump può far leva sulla stanchezza degli ucraini”

Mentre i diplomatici lavorano dietro le quinte per definire le geometrie di un possibile vertice trilaterale, la prospettiva di un incontro a tre tra Vladimir Putin, Donald Trump e Xi Jinping ridisegna le coordinate della politica internazionale. Sul tavolo non c’è solo il futuro della guerra in Ucraina, ma il tentativo del Cremlino di accreditarsi come terza potenza ordinatrice del pianeta, estromettendo Kiev e l’Europa per ridurre ogni negoziato a un affare esclusivo tra superpotenze.

Ma un accordo sul conflitto ucraino negoziato senza la partecipazione di Zelensky è davvero realizzabile? Quali sono le reali motivazioni di Mosca e i rischi che corrono le cancellerie europee? E soprattutto, fino a che punto la Cina è disposta a spingersi nel ruolo di mediatrice senza compromettere la propria strategia sull’Indo-Pacifico?

A fare il punto è Franz Simonini, analista geopolitico e firma della rivista Domino, che ad Affaritaliani analizza la fattibilità del summit, gli obiettivi strategici di Mosca, Washington e Pechino e i possibili scenari futuri. 

Quanto è concreta la proposta di Putin di un vertice trilaterale con Trump e Xi Jinping e quali obiettivi strategici persegue Mosca?

La proposta russa di un vertice trilaterale con Stati Uniti e Cina veniva ventilata già da settimane. Avanzata lo scorso settembre, è stata poi rilanciata durante la telefonata del 9 ottobre fra Donald Trump e Vladimir Putin, la stessa che ha visto confermare l’intesa sul gasolio russo e sospendere alcune sanzioni fino all’aprile 2027. Al di là della concretezza della proposta e della scenografia degli incontri, le decisioni maturano sempre prima, nei meandri delle diplomazie.

Epperò gli obiettivi di Mosca appaiono nitidi. Anzitutto estromettere dal tavolo Kiev e le cancellerie europee, ritenute dal Cremlino i principali ostacoli a una soluzione favorevole, così da ridurre «la pace» a un mero affare fra grandi potenze. Di qui il secondo scopo, di natura simbolica, ovvero sedere da pari accanto a Washington e Pechino per restituire alla Russia il rango di potenza ordinatrice ed emanciparsi, almeno in parte, dall’immagine di socio di minoranza della Repubblica popolare.

Infine profittare della fretta della Casa Bianca per incassare il più possibile dalle eventuali trattative, a dispetto delle gravi difficoltà sul campo di battaglia e prima che l’inverno rallenti ulteriormente le operazioni.

Un eventuale accordo sulla guerra in Ucraina senza la partecipazione di Zelensky sarebbe davvero possibile? Quali rischi correrebbero Kiev e l’Europa?

Sul piano tecnico, la sopravvivenza dell’Ucraina è dipesa finora dalla logistica, dalla tecnologia, dai rifornimenti e soprattutto dall’intelligence statunitense. Benché in oltre quattro anni di guerra il paese abbia saputo accrescere la propria produzione autoctona di droni e di altri sistemi d’arma, resta legato a doppio filo alle forniture occidentali.

A ciò si aggiunge la stanchezza della popolazione. Secondo un sondaggio di inizio ottobre, il 62% degli ucraini ritiene che nessuno dei due belligeranti stia prevalendo e il 56% accetterebbe cessioni territoriali in cambio di garanzie di sicurezza americane ed europee. Una spossatezza su cui Washington potrebbe far leva per imporre a Kiev le concessioni necessarie a un compromesso con Mosca, dall’amputazione del Donbass alla neutralità, fino alla rinuncia proprio a quelle garanzie che gli Stati Uniti non intendono offrire in prima persona e che tenterebbero semmai di accollare di straforo agli alleati europei.

Le trattative sono in pieno svolgimento e, tra i rapporti di forza sul campo e l’urgenza washingtoniana di volgersi all’Indo-Pacifico, potremmo trovarci dinanzi a un autentico punto di svolta.

Che cosa cerca di ottenere la Cina da questo incontro e quanto potrebbe rafforzare il proprio ruolo di mediatrice tra Mosca e Washington?

Per Pechino il vertice costituisce allo stesso tempo un’occasione e un’insidia. Ospitare a Shenzhen gli inquilini della Casa Bianca e del Cremlino consacrerebbe simbolicamente la Repubblica popolare come potenza indispensabile, l’unica in grado di favorire la pace. Di converso lo Zhongnanhai sa bene che l’incontro rischierebbe di ridursi a un atto meramente cerimoniale, privo di ricadute concrete se non a proprio detrimento.

In primo luogo, Mosca potrebbe, nei mesi successivi, recuperare margini di manovra al di fuori del rapporto obbligato con il potente vicino, allentando di riflesso la dipendenza che oggi lega le due capitali. In secondo luogo, ed è il punto decisivo, Washington, sgravata parzialmente dall’assillo del quadrante est-europeo, potrebbe concentrare le proprie pressioni sull’Impero di mezzo.

Di qui la prudenza mandarina, sospesa fra la necessità di vestire in pubblico i panni di paladina di un vantaggio reciproco tanto proclamato quanto fittizio e la convenienza di trarre partito dall’impantanamento delle potenze rivali. Con lo sguardo sempre fisso su Taiwan all’interno di un tempo limitato.

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Dalle piazze alle minacce esterne. La tempesta perfetta sull’Europa raccontata dall’amb. Mattiolo

19 October 2026 at 16:59

Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Lo dice a Formiche.net l’ambasciatore Luigi Mattiolo, presidente italiano di Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo, già Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Onu, ambasciatore a Tel Aviv, ad Ankara, a Berlino oltre che Consigliere Diplomatico del governo del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.

Caro energia, black bloc, non solo a Parigi, ma purtroppo anche a Milano, ed elezioni alle porte in mezza Europa: è la tempesta perfetta? E come potrà difendersi l’Unione europea?

Innanzitutto concordo con questa definizione di tempesta perfetta, perché effettivamente siamo in una fase in cui ci sono tre fattori esogeni che colpiscono in pieno l’Europa. Il primo, ovviamente, è l’atteggiamento dell’attuale amministrazione americana con riguardo alla difesa euro-atlantica e agli evidenti tentativi di trovare un accordo sull’Ucraina con la Russia, sulla testa dell’Ucraina e sulla testa dell’Europa. Il secondo è la minaccia russa sia che sia ibrida, sia che sia inafferrabile, o anche retorica, ma comunque è sicuramente una minaccia, ed è sicuramente un fattore profondo di destabilizzazione in Europa, visto che ha portato un conflitto che non intende interrompere, evidentemente, nel cuore del continente. Il terzo è la Cina che comunque continua ad agire abbastanza spudoratamente sulle catene di valore di materiali critici e mette in difficoltà profonda l’industria e la capacità manifatturiera europea, con una esportazione direi massiccia se non selvaggia e di beni di consumo a prezzi assolutamente stracciati.

Su tutto questo poi impatta la crisi ucraina…

L’intervento di Zelensky al Consiglio europeo è stato particolarmente preoccupante, non solo perché ha coinciso con una fase in cui l’Ucraina è colpita al cuore nelle sue infrastrutture energetiche e nei suoi obiettivi, che ormai di militare non hanno nulla, ma sono semplicemente legati all’evidente disegno di scoraggiare e demoralizzare e terrorizzare la popolazione civile. Bensì c’è un’Ucraina che lamenta un appoggio strategico americano a dir poco a intermittenza, malgrado i 90 miliardi stanziati l’anno scorso dall’Unione Europea, che ormai, è bene ricordarlo, è l’unica che si fa carico dei costi della difesa ucraina in questa fase. Per cui Zelensky ha denunciato un buco l’anno prossimo di 30-35 miliardi: al momento non si vede dove l’Unione europea potrebbe andare a prendere quel denaro, a meno di non mettere mano alle riserve valutarie russe.

Con quali inconvenienti?

Si aprirebbe un autentico vaso di Pandora e personalmente capisco le perplessità del Belgio che, attraverso il meccanismo di Euroclear, finisce per essere quello giuridicamente responsabile in prima battuta della gestione e della protezione di quelle riserve. Ci sarebbe inoltre un discorso di credibilità dell’Europa come rifugio e detentore di riserve valutarie di qualunque Paese al mondo: ciò potrebbe avere delle ripercussioni gravissime e sarebbe per certi versi senza precedenti. In passato le riserve valutarie di un Paese sono state utilizzate molto spesso, ma si trattava di Paesi sconfitti, dopo un accordo di pace inevitabilmente penalizzante nei loro confronti. Ma non è questo ancora lo scenario, come sappiamo. E in più poi mi ha anche colpito questa annotazione che non voglio chiamare minaccia, perché non lo è, ma diciamo una pesante annotazione di Zelensky che ha detto chiaramente che in caso di sconfitta l’Unione europea dovrebbe far fronte a un’ondata migratoria di profughi. Francamente non penso che sarebbe altrimenti, perché dopo quattro anni di guerra e di martirio non so quanto i cittadini ucraini siano così pronti a cadere sotto il giogo della Russia vincitrice: quindi è chiaro che questo fenomeno andrebbe affrontato.

Come arriva l’Europa?

Nello scorso Consiglio europeo non sono stati fatti grossi passi avanti. Ha affrontato innanzitutto una situazione polarizzata, basta guardare alle violenze che hanno caratterizzato purtroppo le manifestazioni. Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Ma non è tutto.

Ovvero?

Se non si risolverà il terzo fattore di crisi, il bilancio dei prossimi sette anni, sarà credo sempre peggio. A seconda di quanto si troverà un compromesso tra questi grandi Paesi, potrebbe essere ancor più difficile trovare un compromesso, fare delle rinunce, “vendere” alle proprie opinioni pubbliche l’accordo trovato. Se ci fossero dei cambi di coalizione di governo in grandi Paesi europei come Francia e Spagna potrebbero trovarsi al potere delle forze politiche che viceversa hanno tutto l’interesse a mortificare ulteriormente il bilancio comunitario, mettendo assolutamente a repentaglio tutti quelli che sono gli obiettivi di cui parliamo da anni, come l’innovazione, la transizione e la difesa e quant’altro.

Ritiene che proprio in un momento simile, caratterizzato dalle policrisi, così come le ha definite l’altro giorno la Presidente del Consiglio, ci sia l’opportunità per l’Ue di crescere, magari sanando le proprie deficienze. E in che modo visto che si trova con le spalle al muro?

Questa volta sì, l’Ue è proprio messa con le spalle al muro. Ma essere messi con le spalle al muro può significare soccombere oppure tirarsi fuori dall’angolo e quindi fare scelte che solo fino a un momento prima sembravano impensabili. Come? Penso al caro energia, che pesa di più ed è quello che è alla base del disagio sociale che, al di là delle violenze terribili e delle strumentalizzazioni nelle piazze, è un dato di fatto. Io mi auguro, leggendo le conclusioni del Consiglio europeo, che si prenda di petto la questione calmierando i prezzi, tornando su quello che è un cavallo di battaglia dell’Italia da molti anni cioè il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica dal prezzo del gas. Perché in questa fase il primo kilowatt di energia elettrica prodotto con le rinnovabili, nel nostro caso con l’idroelettrico, con l’eolico e soprattutto con il solare, lo paghiamo al prezzo dell’ultimo kilowatt prodotto con il gas: nelle conclusioni del Consiglio europeo si insiste perché la Commissione proponga delle soluzioni su questo fronte. In realtà non è che la Commissione le soluzioni non ce le abbia, è che manca la volontà politica di tutti gli Stati membri perché non tutti sono nelle medesime condizioni. Alcuni hanno una quota di rinnovabili molto maggiore della nostra e quindi non hanno poi questo grande interesse al disaccoppiamento, ma è arrivato il momento di studiare dei meccanismi comuni: uno potrebbe essere quello di restituire al bilanci nazionali gli extraprofitti fatti sui primi kilowatt, visto che sono stati venduti tutti al prezzo dell’ultimo kilowatt. Però è necessario anche lavorare sulla domanda, cioè fare una domanda aggregata fra Stati membri, come l’Unione europea è stata capace di fare nel caso dei vaccini per la pandemia che rimangono un esempio unico, devo dire finora anche non ripetuto, ma sicuramente replicabile sul fronte dell’energia. Infine non va dimenticata la capacità di accumulo.

Come procedere?

Attraverso batterie dieci o venti volte superiori a quelle che esistono sul continente europeo, saremmo finalmente in grado di immagazzinare l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in surplus e utilizzarla banalmente nelle fasce orarie in cui viceversa produciamo energia elettrica con il gas.

Nuovo allarme di Zelensky: “Starlink non funziona sui droni veloci”. L’esercito ucraino: gli alleati non ci avvisano sui missili balistici

19 October 2026 at 16:19

Il sistema Starlink/Starshield non funziona più “in diversi settori del fronte” in Ucraina per componenti montate sui droni che viaggiano a velocità comprese fra i 130 e i 161 chilometri orari. Volodymyr Zelensky è tornato a denunciare i malfunzionamenti del servizio satellitare gestito dal Pentagono fondamentale per le forze armate di Kiev nell’utilizzare i droni e nell’intercettare quelli nemici.

“Ho tenuto una riunione in videoconferenza sulla situazione nelle regioni dell’Ucraina dopo l’ennesima ondata di attacchi russi. Purtroppo si sono registrati danni a 28 sottostazioni e ad altre importanti infrastrutture energetiche“, ha esordito il presidente ucraino in un messaggio su Telegram. In base a “un rapporto separato del Comandante in Capo delle Forze Armate ucraine basato sulle informazioni ricevute dai reparti riguardo alla situazione dell’uso dei servizi Starlink / Starshield”, ha scritto il capo del governo di Kiev, “registriamo che in diversi settori del fronte le apparecchiature smettono di funzionare a velocità comprese tra 130 e 161 chilometri all’ora. Questo rallenta la nostra logistica al fronte e limita l’uso di droni di vario tipo, in particolare i ‘mid-strike’ e gli intercettori degli ‘Shahed’ a reazione. Oggi questo aspetto deve essere discusso ancora una volta con i partner a tutti i livelli. La velocità è fondamentale per proteggere le vite umane”, ha aggiunto Zelensky in relazione alle informazioni ricevute da Mykhailo Drapaty.

Le autorità militari ucraine continuano a denunciare anche il mancato supporto degli alleati nel trasmettere informazioni sull’arrivo degli attacchi russi. Nella notte del 19 ottobre “ci sono stati due raid con armi balistiche. Uno alle 23.00, il secondo alle 3.00 del mattino”, ha detto il colonnello Yuriy Ignat, portavoce dell’aeronautica militare, in una diretta tv. “Ricordate quando abbiamo avuto 39 missili in quel massiccio attacco?”, ha domandato Ignat riferendosi al massiccio attacco combinato sferrato dalla Russia nella notte del 14 ottobre.

“Anche allora le informazioni da parte dei partner la prima volta non sono arrivate, ma la seconda volta sì – ha proseguito -. In linea di principio, è andata così anche questa notte. Voglio però sottolineare che abbiamo anche fonti nostre che ci informano sui lanci. C’è il campo radar, che viene monitorato nei limiti del possibile”. “Precisiamo ancora una volta che la prima volta le informazioni, per determinate ragioni, non sono effettivamente pervenute. Su questo i nostri esperti stanno approfondendo insieme ai partner, perché non è la prima volta che si verifica una situazione del genere. Per quanto riguarda il raid delle tre di notte”, invece, ha precisato il colonnello, “l’informazione è arrivata”.

Il 16 ottobre a Bruxelles Zelensky aveva specificato che l’Ucraina riceve informazioni da decine di partner internazionali, ma gli Stati Uniti sono la sua unica fonte di informazioni sui lanci di missili balistici. “Molti paesi condividono informazioni con noi – ha detto il leader ucraino -. Stiamo parlando di decine di paesi. Abbiamo sviluppato questo tipo di collaborazione durante la guerra. Si tratta di un aiuto sostanziale e prezioso. Siamo loro grati. Per quanto riguarda la balistica, nello specifico i lanci balistici, riceviamo queste informazioni dagli Stati Uniti d’America“. Zelensky ha specificato meglio il concetto due giorni dopo: “Abbiamo decine di Paesi che ci aiutano – ha ribadito in un’intervista a Meet the Press su NBC News -. Ma solo gli Usa possiedono in esclusiva queste informazioni che ci permettono di essere informati quando la Russia utilizza missili balistici. E non le abbiamo ricevute durante gli attacchi missilistici durati tre giorni”.

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Svitolina-Monfils, la coppia del tennis si separa. Le parole dell’ucraina: “La guerra mi ha segnata, certe battaglie si combattono nel profondo”

19 October 2026 at 12:05

“Questa è la cosa più difficile che abbia mai dovuto condividere“. Inizia così il post di Elina Svitolina, tennista ucraina, in cui annuncia la rottura con il collega e marito Gael Monfils. I due – tra le coppie più amate dal pubblico social tennistico e non – hanno annunciato la separazione con un messaggio scritto proprio dalla tennista ucraina, oggi numero 6 del mondo. “Tutti sanno quanto l’Ucraina significhi per me. Ciò di cui ho parlato raramente è ciò che questa guerra ha lasciato dentro di me. L’anno scorso vi ho detto che avevo bisogno di allontanarmi dal circuito perché non stavo bene emotivamente. Oggi voglio aprirmi un po’ di più. Quello che non avete visto sono le notti insonni, i dubbi e la sensazione di perdere lentamente me stessa”, ha scritto l’ucraina.

Qui il punto focale del messaggio: “Gaël ha visto tutto. Non mi ha mai lasciato la mano. Abbiamo combattuto insieme per molto tempo, con tutte le nostre forze. Ma alcune battaglie si combattono nel profondo di te stesso, e nessun amore esterno può vincerle al posto tuo. Col tempo, ho capito che devo ritrovare me stessa e che non posso farlo all’interno del nostro matrimonio“, ha scritto Svitolina annunciando la fine del rapporto con il tennista francese, che proprio pochi giorni fa ha annunciato il ritiro dal tennis. “È la verità più difficile che abbia mai dovuto affrontare e la cosa più difficile che abbia mai dovuto dire alla persona che amo. Gaël ha ascoltato. Ha rispettato i miei bisogni con una forza e una grazia che non dimenticherò mai”.

Svitolina ha però precisato che è stato un fine rapporto civile, sereno e condiviso: “Gaël mi ha amato nei momenti più belli e in quelli più bui, e io l’ho amato con tutto il cuore. Insieme abbiamo costruito una vita meravigliosa e ci è stato donato il regalo più prezioso di tutti: nostra figlia, Skai. Skai verrà sempre prima di tutto. Il nostro matrimonio sta finendo, ma la nostra famiglia no. Saremo sempre i suoi genitori, fianco a fianco, in ogni fase della sua vita. Sappiate che non c’è nessuno da incolpare. Ci sono solo due persone che si sono amate profondamente e una storia che sta cambiando. Vi chiediamo comprensione e lo spazio di cui abbiamo bisogno per guarire“, ha concluso Svitolina.

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Trump accusa Zelensky: “Non vuole la pace in Ucraina”. Rubio: “Discussioni in corso su vertice del presidente Usa con Xi e Putin”

19 October 2026 at 08:31

Il segretario di Stato Usa Marco Rubio conferma la discussione in corso su un possibile incontro a tre: allo stesso tavolo siederebbero Trump, Xi e Putin. Itanto, il presidente americano ha accusato Zelensky di voler proseguire il conflitto: “Il leader ucraino “non vuole porre fine a questa guerra, e probabilmente non l’ha mai voluto. Avrebbe potuto ottenere un accordo migliore due anni fa di quello che può ottenere ora”, mentre “io voglio che questa guerra finisca!”.

Il possibile vertice Trump-Xi-Putin

Dopo le indiscrezioni del Wall Street Journal, secondo cui Putin avrebbe proposto un vertice a tre con Trump e Xi da svolgersi a Novembre, Rubio ha confermato la discussione sulla possibilità di un incontro. Secondo il segretario di Stato, in ogni caso, nessun piano sul possibile incontro è stato ancora definito: “Credo si stia parlando di un incontro. Non so se sia stato ancora deciso qualcosa”, ha dichiarato.

Trump accusa Zelensky

Il tycoon ha rivendicato il suo impegno “nel processo di negoziazione della pace nella guerra tra Russia e Ucraina”, e di non voler “fare nulla che possa allontanare, in modo sciocco, la Russia dal tavolo delle trattative”. Trump ha sottolineato “grandi progressi, e questo include le attuali negoziazioni sugli ostaggi. Firmare quel documento in questo momento farebbe proprio questo, e io posso firmarlo più tardi, o in qualsiasi momento io voglia!”. Il presidente Usa ha mandato un messaggio a Putin sul versante del Medio Oriente: “Forse ancor più importante, la Russia sta facendo pochissimo, se non nulla, per aiutare la Repubblica Islamica dell’Iran, rispetto a quello che potrebbe fare, e io voglio mantenere le cose così, e lo farò, a meno che persone stupide non si mettano in mezzo”.

Secondo Trump “Zelensky sta utilizzando le raffinerie di diesel in Russia come bersaglio, sapendo che questi attacchi stanno danneggiando seriamente i mercati mondiali del diesel, inclusi quelli negli Stati Uniti. Agricoltori, allevatori e imprese di ogni tipo stanno soffrendo grandemente per questo, ma la Russia, nondimeno, sta inviando, a un prezzo basso, milioni di barili di diesel al mondo”. “A Zelensky non importa, e francamente, con tutti i soldi che l’Europa gli sta dando, e che Joe Biden gli ha dato in passato, lui non vuole porre fine a questa guerra, e probabilmente non l’ha mai voluto”.

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Putin vuole un vertice con Trump e Xi sull’Ucraina, senza Zelensky

19 October 2026 at 06:39

In this image taken from video provided by Russian Presidential Press Service Friday, Oct. 16, 2026, Russian President Vladimir Putin speaks to officers as he visits one of the command posts of the Joint Group of the Russian Forces, in an undisclosed location. (Russian Presidential Press Service via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Vladimir Putin ha proposto un vertice con Donald Trump e Xi Jinping per discutere un accordo che metta fine alla guerra in Ucraina. Il presidente russo vorrebbe tenere l’incontro a novembre, escludendo dai colloqui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Lo riporta il Wall Street Journal, secondo cui il Cremlino punta a sfruttare il riavvicinamento con Washington per arrivare a una soluzione favorevole.

La proposta sarebbe stata avanzata durante la telefonata tra Putin e Trump il 9 ottobre. Secondo le fonti citate dal quotidiano americano, dalla stessa conversazione sarebbe emerso un accordo sull’acquisto di diesel russo da parte degli Stati Uniti e sulla sua commercializzazione sui mercati internazionali. Un’intesa che segnala un ulteriore avvicinamento tra i due leader, mentre Washington ha anche sospeso alcune delle sanzioni contro Mosca. Il vertice trilaterale potrebbe svolgersi a margine del prossimo summit dell’Apec, il forum di cooperazione economica dell’Asia-Pacifico, previsto in Cina a novembre.

Il Cremlino ha confermato che sono in corso discussioni su un possibile incontro. Ma, secondo un alto funzionario statunitense citato dal Wall Street Journal, Trump non ha ancora accettato la proposta. Non è quindi chiaro se il vertice si terrà né quale potrebbe essere il suo ordine del giorno.

L’ipotesi di un negoziato sull’Ucraina senza la partecipazione di Kyjiv dice molto sulla linea politica con cui ci si avvicina a questo ipotetico summit. Putin potrebbe discutere direttamente con Trump e Xi le condizioni per porre fine al conflitto, senza il coinvolgimento del Paese che ha invaso nel febbraio del 2022.

Negli ultimi giorni Trump ha aumentato le critiche a Zelensky, accusandolo di ostacolare la fine della guerra. E ha mostrato una crescente disponibilità a trattare con Mosca.

Per Xi, la proposta presenta vantaggi e rischi. Un incontro con gli altri due leader potrebbe rafforzare il ruolo diplomatico della Cina, ma rischierebbe anche di complicare i suoi rapporti con l’Europa. Il governo cinese dovrebbe inoltre confrontarsi con una questione delicata: sostenere un processo negoziale senza apparire come parte di un’intesa decisa sopra la testa degli ucraini.

La proposta di Putin arriva mentre non si intravedono progressi decisivi verso la fine della guerra. Resta da capire se Trump accetterà di partecipare e se Xi sarà disposto a sedersi al tavolo. Per ora, il progetto è soltanto un’ipotesi diplomatica.

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Guerra in Ucraina, Trump: “Zelensky non vuole la pace”. E Putin gli propone un vertice a tre (ma con la Cina e senza Kiev)

19 October 2026 at 05:07

Donald Trump difende la propria decisione sulla Russia sostenendo di non voler allontanare Mosca dal tavolo dei negoziati e accusa Volodymyr Zelensky di non voler porre fine alla guerra. “Sto negoziando la pace nella guerra tra Russia e Ucraina e non voglio fare nulla che, stupidamente, allontani la Russia dal tavolo delle trattative”, ha scritto il presidente americano in un messaggio su Truth. “Si stanno facendo grandi progressi, anche negli attuali negoziati sugli ostaggi”, ha aggiunto Trump. “Firmare quel documento in questo momento avrebbe quell’effetto, e posso firmarlo più avanti o in qualsiasi momento voglia“, ha proseguito, senza precisare nel messaggio a quale documento si riferisca.

Il presidente ha inoltre collegato la propria posizione al ruolo di Mosca nei confronti di Teheran. “La Russia sta facendo pochissimo, se non nulla, per aiutare la Repubblica islamica dell’Iran rispetto a quanto potrebbe fare, e voglio che continui così”, ha affermato, aggiungendo che manterrà questa situazione “a meno che degli stupidi non si mettano in mezzo”.

Trump ha poi attaccato Zelensky per i raid contro le raffinerie russe che producono diesel, sostenendo che il presidente ucraino sappia che queste operazioni “stanno danneggiando gravemente i mercati mondiali del diesel, compresi quelli degli Stati Uniti”. Secondo Trump, agricoltori, allevatori e imprese di ogni tipo ne stanno soffrendo, mentre la Russia continua a inviare “a basso prezzo milioni di barili di diesel al mondo”.

“A Zelensky non importa e, francamente, con tutti i soldi che l’Europa gli sta dando e che il corrotto Joe Biden gli ha dato in passato, non vuole porre fine a questa guerra e probabilmente non l’ha mai voluto“, ha accusato il presidente americano. “Avrebbe potuto ottenere un accordo migliore due anni fa rispetto a quello che può ottenere adesso”, ha proseguito Trump, descrivendo l’Ucraina come un Paese “a pezzi”, con una larga parte del territorio perduta. Ha inoltre sostenuto che “Kiev abbia perso l’accesso ai mari e che la popolazione maschile sia ridotta, ferita o morta”. “Voglio che questa guerra finisca!”, ha concluso.

Il presidente russo Vladimir Putin ha proposto che lui, il presidente americano Trump e il leader cinese Xi Jinping si incontrino il mese prossimo per discutere dell’Ucraina, nel tentativo di negoziare una conclusione del conflitto quadriennale che favorisca Mosca. Lo scrive il Wall Street Journal. Il piano rappresenta un tentativo da parte di Putin di trarre vantaggio dal miglioramento dei rapporti tra Trump e il leader russo, che ha allarmato l’Ucraina e i suoi alleati a Washington e in Europa. Un vertice di questo tipo – senza il coinvolgimento del presidente ucraino Volodymyr Zelensky – sarebbe senza precedenti e farebbe scattare l’allarme nelle capitali europee e non solo.

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