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Meloni “nana borgatara”: bufera per il post di un pm di Roma sulla premier. Lui: “Mi hanno hackerato il profilo”

19 October 2026 at 18:02

“La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia”. Il poco elegante post è comparso domenica sera sul profilo Facebook di Alessandro Di Cicco, pm della Procura di Roma, subito dopo l’annuncio della premier di Giorgia Meloni di non voler firmare il decreto sull’aumento delle retribuzioni ai magistrati, imposto da una sentenza del Consiglio di Stato. Un’uscita contro cui si è scagliata in coro la destra con i suoi rappresentanti al Consiglio superiore della magistratura. E anche l’Associazione nazionale magistrati ha preso le distanze”con fermezza”: “Il rispetto istituzionale è il prerequisito di ogni interlocuzione fra magistratura e governo. Per questo riteniamo profondamente inappropriate le parole” del sostituto procuratore, ha affermato in una nota la giunta esecutiva del sindaco delle toghe.

Il magistrato, però, ha negato la paternità del post: “Ho appena presentato una denuncia perché il mio profilo Facebook è stato hackerato. Me ne sono accorto nella serata di ieri, quando ho immediatamente cancellato il post, bloccando il mio profilo e segnalando l’accaduto anche a Meta. Una cosa è non condividere le posizioni della premier, altro è insultare”, ha detto alle agenzie di stampa. Il testo della denuncia, presentata al commissariato del palazzo di Giustizia di Roma, è stato riportato dall’AdnKronos: “In data 19 ottobre 2026 alle ore 12 ricevevo sul mio account personale, avente nome “Di Cicco Alessandro”, della piattaforma social Facebook alcune notifiche riconducibili ad attività non compiute da me su tale piattaforma, pertanto mi rendevo conto che ignoti vi avevano fatto accesso a mia insaputa senza essere autorizzato”.

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Taricone e Smutniak, in Mustang la memoria si fa cinema: alla Festa di Roma quattro registe raccontano perdita, amore e desiderio

19 October 2026 at 17:01

La memoria, la sparizione, la violenza della natura e quella dell’amore, che può distruggere o creare. Per quanto distinti e distanti per sguardi, generi e formati, hanno motivi di intreccio i film di quattro registe italiane presenti fra la 21esima Festa del cinema di Roma e Alice nella Città. Metterli accanto non svilisce l’importanza di alcuno di loro, anzi.

Al suo secondo documentario, Kasia Smutniak si espone con Mustang (nel concorso Progressive Cinema), mettendo in scena i ricordi di un vissuto personale che sfociano in un’impresa “più grande di noi”, dove per noi intende se stessa, il compianto compagno Pietro Taricone e la loro figlia Sophie. Luogo/personaggio di questo racconto privato e universale è il Mustang, territorio nepalese al confine con il Tibet, dove Kasia e Pietro erano stati insieme agli inizi della loro relazione. Taricone aveva fatto riprese di ogni cosa, “anche della più inutile”. Una volta rientrati, si erano ripromessi di tornare e aiutare le comunità di quei luoghi. Poi la tragedia della morte di Pietro e il ritorno di Smutniak con la figlia di sei anni. Da allora, l’attrice e regista polacca si è recata regolarmente nel Mustang, finché, nel 2013, insieme alla nativa Kunzum, ha avviato, con la Fondazione Pietro Taricone, il progetto di costruzione di una scuola laddove non esisteva nulla per i ragazzi. Ma è solo nel 2018 che ha iniziato a raccogliere i materiali foto-audiovisivi del passato, immaginando di comporre il progetto di un documentario.

“Nel frattempo mia figlia è cresciuta, è andata da sola a 19 anni nel Mustang e ha voluto fare la voce narrante del film”, ha spiegato Smutniak. Insomma, una genesi ad alto tasso di emotività che unisce, tuttavia, la buona causa del sostegno a una comunità remota, i cui tempi restano imparagonabili con quelli occidentali. Ma è lì, con gli abitanti nepalesi e tibetani di quegli scenari mozzafiato, che Kasia e Sophie hanno ritrovato se stesse e, soprattutto, il sorriso. “Ho voluto fare questo film per aggrapparmi ai pochi gesti che accendono un lume di speranza in un momento così buio per l’umanità. Queste persone sono speciali, vivono pensando alla felicità, la studiano, per loro essere felici non è un concetto astratto, è qualcosa di raggiungibile”. Questo film, commovente e insieme mosaico di spazi, tempi e formati, come lo è la sovrapposizione dei materiali montati, è la chiusura di un cerchio nella vita di Smutniak, ma è anche “un manuale per la felicità” donato a tutti coloro che desiderano elaborare un lutto, una perdita, un frammento irrisolto di memoria. Da vedere in sala anche per la sua imponenza visiva, a partire dal 23 novembre.

Connesso a Mustang per il tema della perdita, intesa soprattutto come “sparizione” dal campo visivo per relegarsi in quello della memoria, ma anche per la presenza di una natura imponente, è Idda di Irene Dionisio, collocato in Alice nella Città dopo l’apprezzamento ottenuto al Festival di Toronto. Al suo secondo lungometraggio di finzione, l’artista visiva e cineasta torinese si è cimentata nel racconto di due giovani amiche, Adele “Idda” e Sofia, che si ritrovano a Catania con l’intento di risalire le pendici dell’Etna. L’obiettivo è cercare il leggendario soffio del vulcano-femmina, anch’esso chiamato come una delle due protagoniste, Idda. Rarefatto, dotato di un notevole studio visivo e sonoro, a tratti perturbante, Idda diventa quasi immediatamente un teorema metafisico e metaforico, sia sull’essenza femminea sia sul valore trascendente dell’immagine stampata. Interpretato dalle migliori esponenti della nuovissima generazione di attrici, Tecla Insolia e Romana Maggiora Vergano, il film procede verso un sacro Graal inevitabile, inscritto nella “paura del buio” di cui soffre la vivace e folle Sofia, interpretata da un’appassionata Vergano.

Ed è proprio la giovane interprete romana a fare da cerniera con Desiderio di Michela Cescon, liberamente ispirato al romanzo di Giorgio Montefoschi del 2020, in cui Romana Maggiora Vergano incarna Livia, anima inquieta, bella e ribelle, di cui si innamora perdutamente Matteo, interpretato da un convincente Enrico Borello. Sono giovani e inesperti al loro primo incontro: lui è uno studente universitario di Lettere, lei una nullafacente ricchissima e viziata nella Roma di fine anni Ottanta. Vogliono scoprire insieme un bosco, ma la separazione, dovuta alla partenza della ragazza per Londra (“mia madre mi ha iscritto a una scuola d’arte, parto domani”), si protrae per anni.

Al ritorno della giovane nella Capitale, Matteo è ormai giornalista e sposato, con prole. Quanto accadrà tra loro appartiene all’universo dell’amour fou, del melò letterario e cinematografico a cui tanto ha guardato Cescon per imbastire questo suo secondo, raffinatissimo lungometraggio. Un genere diverso dal noir Occhi blu, con cui aveva esordito alla regia nel 2021, ma altrettanto impegnativo: dalla scrittura densa a otto mani alla cura visiva (il DOP è Luca Bigazzi), fino all’attenzione, ovvia, alle interpretazioni, da cui un’attrice esperta e talentuosa come lei ha voluto il massimo. Il risultato è un buon melò, forse troppo orientato alla perfezione più che alla passione di un “desiderio” che, talvolta, resta immobilizzato fra le parole.

L’amore, invece, sboccia ancor meglio delle rose che profumano il giardino della grande villa di Marrakesh dell’ormai malata terminale Fanny Ardant. Il riferimento è al nuovo lavoro da regista di Ginevra Elkann, Le rose di Marrakesh, un piccolo e delicatissimo romanzo di emancipazione femminile racchiuso fra le mura di un ricco palazzo nella città marocchina. La vita si consuma tra la stanza di Isabelle, la padrona francese, quella di Leila, la sua giovane cameriera marocchina che nasconde un segreto, e il giardino che l’anziana proprietaria desidera ricolmo di verde e fiori rigogliosi. “Un film sulla memoria, e sull’amore che teniamo in silenzio”, spiega Elkann, sottolineando quanto l’elemento evocativo costituisca l’essenza di questo suo film, interamente parlato in francese e marocchino. Un racconto che assomiglia a una favola, una favola che rispecchia la vita, ma, purtroppo, un film «cinematograficamente» troppo esile per rimanere nella memoria.

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Stadio Roma, assolti De Vito, Mezzacapo, Lanzalone, Bardelli e Statuto. Prescrizione per Centemero e Manzoni

19 October 2026 at 13:21

La III sezione della Corte d’Appello di Roma ha ribaltato la sentenza di primo grado nel maxi processo sul progetto dello stadio di Roma che sarebbe dovuto sorgere a Tor di Valle. I giudici hanno assolto l’ex presidente dell’Assemblea capitolina Marcello De Vito, l’avvocato Camillo Mezzacapo e Luca Lanzalone, che in primo grado erano stati condannati rispettivamente a 8 anni e 8 mesi, 9 anni e 3 anni di reclusione.

Assolti anche gli imputati Gianluca Bardelli e Giuseppe Statuto, mentre per l’imprenditore Luca Parnasi la pena è stata ridotta a tre mesi, dai due anni stabiliti in primo grado nell’aprile 2024. Rideterminata anche la condanna per Adriano Palozzi, scesa da un anno e dieci mesi a otto mesi. La Corte ha inoltre dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Giulio Centemero, ex tesoriere della Lega, e di Andrea Manzoni.

L’inchiesta, coordinata dall’allora procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo, contestava agli imputati, a seconda delle rispettive posizioni, reati che andavano dalla corruzione al traffico di influenze illecite fino al finanziamento illecito. Diversi imputati erano già stati assolti in primo grado. Tra loro Francesco Bonifazi, ex tesoriere del Pd, l’ex assessore regionale Michele Civita, Gianluca Talone, Domenico Petrolo, Fortunato Pititto, Fabio Serini, Claudio Santini, Francesco Prosperetti e Davide Bordoni. Nell’elenco figurano anche Giampaolo Gola, Nabor Zafiri, Paolo Desideri e Vanessa Adabire Aznar.

Al c’erano il progetto dello stadio dell’As Roma avviato dal presidente James Pallotta – poi revocato con l’arrivo del nuovo patron Dan Friedkin – nell’area dell’ex Ippodromo di Tor di Valle e le manovre politiche per far sì che l’amministrazione pentastellata guidata da Virginia Raggi (inizialmente contraria) potesse avallare la realizzazione dell’opera. L’inchiesta deflagrò nel marzo 2019 con gli arresti ordinati dalla Procura di Roma, tra cui quello dell’allora presidente dell’Assemblea capitolina, De Vito, e del “facilitatore” Lanzalone, accusati di aver preso soldi e utilità per oliare i meccanismi e portare il progetto di Parnasi a buon fine.

Le accuse a Centemero riguardavano un finanziamento da 250mila euro erogato dalla Immobiliare Pentapigna srl e finito nelle casse della “Più voci”, onlus di area leghista. I soldi, per i pm, erano arrivati in due tranche: un primo bonifico da 125mila è stato emesso il primo dicembre 2015, un secondo con lo stesso importo è arrivato a febbraio del 2016. Si trattava di contributi “erogati – secondo il capo di imputazione – in assenza di delibera da parte dell’organo sociale competente e senza l’annotazione dell’erogazione nel bilancio di esercizio”. In passato Centemero aveva sempre spiegato che quei versamenti erano regolari e che neanche un centesimo era andato al partito di Matteo Salvini.

Ma la procura era convinta che la “Più Voci” fosse un’associazione “riconducibile alla Lega Nord quale sua diretta emanazione e comunque costituente una sua articolazione”. Per quanto riguarda Bonifazi, i fatti contestati riguardavano 150mila euro pagati dalla Immobiliare Pentapigna Srl, società in passato riconducibile all’imprenditore romano, a cavallo delle elezioni politiche alla Fondazione Eyu il 22 febbraio 2018. Per i pm il pagamento era solo un modo per camuffare il contributo economico, ma il giudice ha assolto Bonifazi sia in primo che secondo grado.

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La foto di Ultimo in Curva Sud diventa un caso: abbraccio con l’ultrà di estrema destra dall’ingombrante passato

19 October 2026 at 10:02

Dalle folle oceaniche dei concerti al tifo senza filtri della Curva Sud. Per Ultimo, al secolo Niccolò Moriconi, la passione giallorossa non conosce posti numerati né salottini riservati. Ma stavolta, più della partita, a conquistare la scena è stata una fotografia. E il protagonista involontario di una storia decisamente meno romantica delle sue canzoni.

Sabato sera, durante Roma-Genoa (finita 2-0 per i padroni di casa), il cantautore si è sistemato nel cuore del tifo romanista, tra cori, bandiere e abbracci. Una scelta popolare, perfettamente coerente con la sua immagine di ragazzo della Capitale rimasto legato alle proprie radici. Peccato che uno degli scatti della serata lo ritragga sorridente accanto a Gino Vasselli, soprannominato Ginetto, personaggio assai conosciuto negli ambienti ultras e nelle cronache giudiziarie.

Chi è Ginetto, il capo ultrà con precedenti giudiziari

Vasselli è uno dei volti di Insurrezione Giallorossa, gruppo della Curva Sud riconoscibile dallo striscione con il teschio. Il suo nome è legato soprattutto a San Lorenzo, quartiere romano dove calcio, militanza politica e storie di strada hanno talvolta incrociato percorsi tutt’altro che rassicuranti. Nel febbraio 2021 venne arrestato insieme al fratello durante un’operazione antidroga in un locale di via Tiburtina. Gli investigatori sequestrarono hashish, cocaina e ben 175 bombe carta artigianali. Un arsenale poco compatibile con l’idea dello stadio come luogo di semplice divertimento.

La foto di Ultimo in Curva Sud diventa un caso: abbraccio con l’ultrà di estrema destra dall’ingombrante passato

Dalla Curva Sud all’estrema destra: i legami familiari

Il curriculum delle frequentazioni familiari aggiunge un altro capitolo. Vasselli è infatti cognato di Giuliano Castellino, esponente dell’estrema destra condannato definitivamente per l’assalto alla sede nazionale della Cgil. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, il passato di Ginetto comprende anche il coinvolgimento nell’aggressione incendiaria contro un senzatetto a San Lorenzo nel 2004. Una vicenda che riporta alla stagione più violenta dell’estremismo romano.

La foto di Ultimo in Curva Sud diventa un caso: abbraccio con l’ultrà di estrema destra dall’ingombrante passato
In Curva Sud, col cappellino del Palermo

E Ultimo? Qui occorre distinguere la fotografia dalle conclusioni. Un abbraccio allo stadio non costituisce una dichiarazione politica, né dimostra condivisione di idee, comportamenti o precedenti giudiziari. Resta però l’imbarazzo mediatico: il cantante che riempie gli stadi, amatissimo dai giovanissimi, immortalato accanto a un personaggio dalla biografia controversa. Una foto che vale mille commenti, ma certamente non mille prove.

Del resto, in Curva Sud basta un attimo per passare dal coro alla polemica. E questa volta, per Ultimo, il ritornello rischia di essere meno piacevole del previsto…

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Famiglie fuori asse, legami imperfetti e identità in cerca di sé: il cinema tra commedia, disordine affettivo e fiabe oltre i confini del reale

19 October 2026 at 06:30

“È andata così”. E comunque “noi, un po’ meglio”. L’importante è che, sebbene assomigliamo ad “alberi erranti”, non diventiamo “solo un’illusione“. Giocare con i titoli fa bene al cinema, soprattutto quando la 21ª Festa del Cinema di Roma celebra la famiglia. E lo fa nelle sue declinazioni più diverse, distanti, folli, tenere e — come si dice ormai da anni — disfunzionali.

Quattro opere contemporanee si cimentano nel raccontarla, tra la Festa del Cinema di Roma e Alice nella Città: dal nuovo, bellissimo film di Daniele Luchetti, Noi, un po’ meglio, con la dolcissima coppia formata da Elio Germano e Maria Chiara Giannetta, alle prese con il dubbio se intraprendere o meno il percorso dell’adozione, allo spassoso È andata così di Gianni Zanasi, in cui abbondano i figli “naturali”, così come i compagni e i mariti, grazie a una generosa Valentina Lodovini.

Si passa poi all’esplosivo Just an illusion – Una famiglia quasi perfetta dei francesi Olivier Nakache ed Éric Toledano, in cui il figlio preadolescente interpretato da Louis Garrel scompiglia un consesso familiare apparentemente quieto, per arrivare alla fiaba di respiro epico di Salvatore Mereu, che scardina le radici di padri, madri e figli con i suoi Alberi erranti. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, soprattutto sul versante del cinema italiano.

Gianni Zanasi, che da sempre osserva la famiglia estraendone gli aspetti più scompigliati, in È andata così ne mette in scena una perfettamente “orizzontale”: una madre, due figli avuti da altrettanti padri e un marito da cui non ha avuto figli. Tutti insieme appassionatamente. O, meglio, almeno fino a quando non si intromettono gli operatori sociali, intenzionati a imporre un ordine là dove a regnare è il più felice dei disordini. E, come spesso accade nel cinema del regista emiliano, ad aggiustare le cose è la metanarrazione, in questo caso affidata al teatro terapeutico.

Molto bene tutti gli attori, tra cui spiccano il solito impeccabile Valerio Mastandrea, un irrequieto Michele Riondino e un serafico Leonardo Lidi, ultimamente presenza sempre più piacevole nel cinema italiano (alla Festa recita anche ne Il ministero dell’amore).

Tutti e tre amano Valentina Lodovini, che dà il meglio di sé nel registro della commedia, non esattamente il più congeniale alla sua cifra interpretativa. Finirà in un’amorevole caciara, come è giusto che sia. Con questa divertente famigliola, sceneggiata da Zanasi e Ciarrapico, il pubblico potrà divertirsi nelle sale a partire dal 26 novembre.

Il divertimento cresce ulteriormente grazie alla formidabile coppia del cinema francese Olivier Nakache ed Éric Toledano — gli autori del fenomeno al botteghino Quasi amici — che, con Just an illusion – Una famiglia quasi perfetta, ci riportano alla metà degli anni Ottanta per raccontare la famiglia Dayan: il classico quartetto composto dai genitori e da due figli. Si tratta, però, di una famiglia che riunisce storie migratorie assai diverse tra loro, quasi contrapposte. La madre, la splendida Camille Cottin, è un’ebrea algerina arrivata in Francia dopo essere stata costretta a lasciare il Paese in seguito alla guerra d’Algeria; il padre, interpretato da un perfetto Louis Garrel, è anch’egli ebreo, ma originario del Marocco, da cui è emigrato Oltralpe insieme alla famiglia.

I due figli, il maggiore Arnaud e il più piccolo Vincent, sono così alle prese con una questione identitaria che li porta a chiedersi ripetutamente se siano ebrei, arabi, africani o francesi. La risposta è che sono una sintesi di tutto questo, proprio come suggeriscono le radici dei due registi. Un concetto che conduce la commedia verso importanti riflessioni identitarie, politiche e culturali, senza mai smarrire la sua preziosa levità narrativa. Il punto di vista è affidato al più piccolo dei Dayan che, alle soglie della pubertà, assapora i primi turbamenti sentimentali mentre osserva le difficoltà di un padre disoccupato e di una madre che prova ad affacciarsi alla modernità imparando a usare i primi computer. Ne emerge un affresco tenero, un romanzo di formazione umana e sociale di notevole qualità per scrittura, regia e interpretazioni. L’uscita è prevista per l’inizio del 2027.

Su toni e registri completamente diversi da quelli della commedia si colloca invece il nuovo, ambizioso e imponente lavoro di Salvatore Mereu, Alberi erranti, nel programma di Alice nella Città. Presentato con successo in concorso all’ultimo Festival di Locarno, il film segna il primo vero distacco narrativo e linguistico di Mereu dalla natìa Sardegna, benché sia stato girato proprio sull’isola.

Della durata di tre ore, il film mette al centro tre personaggi che attraversano l’infanzia e la giovinezza, appartenenti a classi sociali diverse e legati alle rispettive famiglie da rapporti differenti, in particolare con i padri. Ispirato al romanzo Alberi erranti e naufraghi di Alberto Capitta (edizioni Il Maestrale), che Mereu definisce “un libro senza appigli” se non quelli legati all’anima, il settimo lungometraggio del cineasta di Dorgali chiede allo spettatore la stessa fiducia che si riserva alle fiabe.

Perché “la favola è la favola”: si accettano così ellissi temporali, nevicate e sparizioni improvvise, osmosi tra natura e mondo animale, innamoramenti folgoranti, luoghi senza nome e geografie incerte, ma anche infinite tracce metafisiche e simboliche disseminate sui volti, sui corpi e nelle parole dei numerosi personaggi. A interpretarli sono, tra gli altri, attori di primo piano come Massimo Popolizio e Alessandro Haber, accanto ai più giovani Romeo Perrone e Giulia Maenza.

Un film radicale, misterioso, raffinatissimo che, pur non essendo privo di qualche caduta e di alcune eccedenze di lunghezza, ha il coraggio e la capacità di spingere lo sguardo oltre i confini del visibile. Il film arriverà nelle sale il 29 ottobre.

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C’è del buono in Danimarca: Provstgaard e Isaksen, gli scudieri di Gattuso

19 October 2026 at 05:13

C’è del buono in Danimarca. E se ne giova la Lazio di Rino Gattuso che contro ogni pronostico torna da Torino con tre gol, il primato in classifica in condominio con l’Inter e la certezza di avere le potenzialità per giocarsi un campionato se non di vertice assoluto,  di alto livello. Lo 0 -3 allo Stadium lascia in eredità, oltre a una Juventus chiamata a interrogarsi seriamente, una Lazio che può ambire all’Europa. Anche quella che conta.

Il sacro fuoco danese: i risultati si vedono in campo

C’è del buono in Danimarca: Provstgaard e Isaksen, gli scudieri di Gattuso

l segreto non è poi così segreto: personalità, coraggio e cultura del lavoro. Sono queste le basi su cui Gattuso ha costruito la mentalità del gruppo, trasformando la fiducia in un elemento concreto anche sul campo. I risultati, come raccontano i protagonisti della sfida di Torino, sono il frutto di un ambiente in cui entusiasmo e qualità si alimentano a vicenda. A spiegare cosa si respira nello spogliatoio è Oliver Provstgaard, che sottolinea il valore di un gruppo capace di affrontare ogni avversario senza timori. «Mi godo il calcio e il campo, gli sforzi ripagano e non ho mai vissuto un gruppo come quello che ho trovato”. Sulla stessa linea Gustav Isaksen, che individua nella fiducia uno degli elementi decisivi per affrontare le partite con la giusta mentalità. “Questa squadra ha il fuoco dentro, siamo venuti a Torino con la sensazione di poter vincere. Sentiamo la fiducia, la assorbiamo. Questo ci permette di giocare meglio», spiega il connazionale di Provstgaard.

È la Lazio di Gattuso: numeri da record e un gruppo granitico

C’è del buono in Danimarca: Provstgaard e Isaksen, gli scudieri di Gattuso

Al netto delle prodezze individuali, è evidentemente la Lazio di Gennaro Gattuso. Arrivato fra lo scetticismo, ha numeri da record assoluti. Nessuna Lazio, neanche quella scudettata di Mastrelli del 1974 e di Eriksson del 2000, è partita così forte. La squadra ammirata a Torino non è solo coraggio. Ha identità di gioco, personalità, grinta, organizzazione, lettura della partita. Nonché la capacità di trasformare in energia positiva una situazione quanto mai complessa dal punto di vista ambientale e renderla trascinante per un gruppo diventato granitico. Quanto basta per totalizzare sei vittorie e un pareggio in sette giornate. La vittoria allo Stadium, fra l’altro, toglie anche ogni dubbio sulla capacità di reggere il confronto negli scontri diretti. Una vittoria con la Juventus e un pareggio con il Milan, per una squadra che non ha ambizioni di titolo ma di zona Europa, si traducono in un segnale forte e chiaro al campionato.

Piedi per terra e lavoro: la strada è tracciata

C’è del buono in Danimarca: Provstgaard e Isaksen, gli scudieri di Gattuso
Oliver Provstgaard esulta dopo il gol dello 0-1

La classifica è da stropicciarsi gli occhi,  anche alla luce delle premesse di inizio campionato. La squadra, abbandonata dai tifosi all’Olimpico, dopo l’enorme amarezza di una eliminazione da incubo contro il Mantova in Coppa Italia,  si è rialzata. Gattuso ha ribaltato stagione e prospettive, ma non gli si parli di rivincite. Il tecnico biancoceleste non ne cerca. Vuole semplicemente svolgere il proprio compito impegnandosi al massimo. Ed è evidente che la sua Lazio sia lo specchio dei dettami del tecnico. Coraggiosa, determinata e coesa alla ricerca dell’obiettivo complice una campagna acquisti condotta alla ricerca di elementi di spessore umano prima ancora che tecnico.  Con queste premesse, di partite se ne perdono poche, ma il tecnico è stato chiaro. L’entusiasmo non deve trasformarsi in presunzione. E la sensazione è che il messaggio sia stato recepito. Nessun volo pindarico, la strada è tracciata ed è da percorrere pancia a terra e con l’elmetto. 

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19 ottobre 2007 – La Fontana di Trevi si tinge di rosso. Arte futurista o vandalismo?

19 October 2026 at 05:12

Un secchio di colorante trasforma il monumento più famoso di Roma in una gigantesca vasca color sangue. L’autore è Graziano Cecchini, provocatore futurista che scatena uno scandalo internazionale. E dieci anni dopo, non pago, concede il bis.

Il 19 ottobre 2007 Roma si sveglia con la solita Fontana di Trevi e si ritrova, nel pomeriggio, con una versione decisamente meno rassicurante del capolavoro barocco. L’acqua cristallina diventa improvvisamente rossa, di un rosso intenso, quasi cinematografico. Altro che La dolce vita di Fellini: questa volta la fontana sembra uscita da un film di Dario Argento.

Sono circa le 16.30 quando un uomo si avvicina al monumento progettato da Nicola Salvi, rovescia nella vasca un contenitore di liquido colorante e si dilegua tra i turisti. Bastano pochi istanti perché l’acqua cambi completamente aspetto. Macchine fotografiche impazzite, passanti increduli e vigili urbani chiamati a gestire un’emergenza decisamente fuori programma.

Il gesto viene rivendicato dalla sigla Ftm Azione Futurista 2007. Dietro l’operazione c’è Graziano Cecchini, provocatore romano che si richiama all’avanguardia futurista e che soltanto nei giorni successivi ammetterà pubblicamente di essere l’autore del blitz.

Dal futurismo allo scandalo internazionale

Cecchini rivendica il valore artistico e provocatorio della sua iniziativa. Il rosso vuole scuotere una città che considera culturalmente addormentata, trasformando uno dei suoi simboli più conosciuti in un manifesto vivente. Ma la provocazione divide immediatamente l’opinione pubblica. Per alcuni è una spettacolare performance artistica, per altri un gesto vandalico contro un monumento di valore inestimabile. La discussione investe anche la natura del colorante e i possibili danni alla fontana.

L’immagine dell’acqua rossa fa il giro del mondo. Un risultato mediatico che probabilmente supera qualsiasi aspettativa dello stesso autore: Roma, per una volta, non conquista le prime pagine per il traffico o la politica, ma per una fontana trasformata in una gigantesca installazione contemporanea.

Dieci anni dopo, il bis

La storia non finisce nel 2007. Il 26 ottobre 2017, esattamente dieci anni dopo, Cecchini torna alla Fontana di Trevi e ripete la provocazione, versando nuovamente colorante rosso nella vasca. Questa volta viene fermato dagli agenti della Polizia Locale. Il dibattito si riaccende: arte o teppismo? Libertà espressiva o sfregio al patrimonio culturale? Resta un’immagine diventata parte della memoria contemporanea della Capitale: quella della Fontana di Trevi che, per qualche ora, abbandona l’azzurro delle cartoline e si veste di rosso. Perché a Roma anche una fontana, ogni tanto, decide di fare la rivoluzione.

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