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Mearsheimer, Caracciolo, e i realisti che chiamano geopolitica la resa a Putin

21 October 2026 at 11:37

Figures depicting US President Donald Trump and Russian President Vladimir Putin, right, are displayed at Marienplatz square, as part of a protest against fossil energy by the environment organisation Greenpeace during the Munich Security Conference in Munich, Germany, Friday, Feb. 13, 2026. (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

Nell’altro articolo che la Linea pubblica oggi si legge cosa prevede lo «Scenario buono» per il 2036 presentato dall’oligarca Konstantin Malofeev al Forum economico di San Pietroburgo: presa di Odesa e Kharkiv, riduzione dell’Ucraina a uno Stato-moncone vassallo di Mosca, crisi dell’americanocentrismo e disgregazione dell’Unione europea. La domanda più interessante, oggi, non è chi condivida questo programma a Mosca, ma quanti lavorino ormai – per ideologia, per fatalismo accademico o per puro calcolo personale – a realizzarlo in Occidente o a disegnarne la mappa.

Non c’è solo la pattuglia dei propagandisti militanti: ex militari americani come Douglas Macgregor o Scott Ritter, che definiscono Odesa «città russa» e auspicano apertamente la marcia su Kyjiv, o intellettuali europei come il demografo francese Emmanuel Todd, che all’Accademia delle Scienze di Mosca celebra la vittoria della Russia «conservatrice e rassicurante» sull’Unione europea prossima all’implosione. E non ci sono soltanto i prescrittivi della resa immediata, da Jeffrey Sachs che dalle colonne della Tass intima a Kyjiv di cedere subito se non vuole perdere tutta la costa del Mar Nero, fino alle nostre caricature mediatiche, da Marco Travaglio a Michele Santoro, da Angelo D’Orsi ad Alessandro Di Battista, da Elena Basile a Ginevra Bompiani e compagnia bella.

Il caso intellettualmente più insidioso riguarda chi non si dichiara affatto filorusso, ma pretende di limitarsi a descrivere la realtà in nome della scienza politica o della geopolitica. I due campioni di questa scuola, sulle due sponde dell’Atlantico, sono il politologo dell’Università di Chicago John Mearsheimer e il direttore di Limes Lucio Caracciolo.

Partono da premesse opposte sulla natura del regime russo: Mearsheimer nega che Putin volesse conquistare l’Ucraina e ricostruire un impero e attribuisce la guerra soprattutto all’Occidente e alla Nato, pur ammettendo che a invadere è stato Putin. Caracciolo riconosce la radice imperiale del mito della Novorossija da Kharkiv a Odesa, la tratta come un dato eterno della storia russa. Eppure sul quadro finale combaciano: un’Ucraina ridotta a Stato residuo disfunzionale, «dysfunctional rump state», nelle parole di Mearsheimer; una Russia che prevale e un’Europa senza peso strategico che, per Caracciolo, non essendo un soggetto geopolitico unico, non può avere alcun ruolo. Non è identità di programma, è identità di mappa.

Nel caso di Caracciolo, il corto circuito di questo metodo è palese. Fino alla vigilia del 24 febbraio 2022 scriveva che Vladimir Putin «non attaccherà l’Ucraina (checché ne dicano gli Usa)», perché marciare su Kyjiv sarebbe stato un suicidio strategico. Dal giorno successivo, quella stessa invasione prima giudicata folle è diventata, per magia deterministica, una guerra che «la Russia non può perdere» e in cui l’Ucraina, definita «un’invenzione di Lenin e Stalin» dalla vaga identità, è condannata per legge demografica e geografica alla disfatta.

Prevedere non è volere. Ma una previsione ripetuta per anni, che dalle riviste passa ai consigli a Kyjiv di cedere, smette di essere pura descrizione; e quando sbaglia sul punto decisivo, come accadde a Caracciolo alla vigilia del 24 febbraio, il metodo andrebbe messo in discussione, non rivenduto come lucidità.

Non stupisce che quattro firme storiche del comitato scientifico e redazionale di Limes – Federigo Argentieri, Franz Gustincich, Giorgio Arfaras e il generale Vincenzo Camporini – si siano dimesse denunciando una deriva «filorussa e antieuropeista». Camporini ha colto il punto teorico decisivo: «La geopolitica senza etica e senza diritto internazionale diventa pura contabilità della forza».

Oggi quella «contabilità della forza» dei realisti di cattedra ha trovato il suo braccio esecutivo nel transazionalismo di Donald Trump. Che non è nemmeno più un realismo spregiudicato: il realista classico sacrifica la solidarietà internazionale in nome dell’interesse nazionale e della tenuta delle alleanze nel lungo periodo; il transazionalista sacrifica tutti e due – l’interesse internazionale e quello nazionale americano – sull’altare del prossimo sondaggio, del prossimo affare, del prossimo turno elettorale. Non è soltanto una politica senza ideali: è una politica senza Stato, privatizzata ad uso del leader.

I fatti di queste settimane lo mostrano. Il 9 ottobre, dopo una telefonata con Putin e a pochi giorni dal voto di metà mandato del 3 novembre, Trump ha sospeso fino ad aprile le sanzioni sul gasolio russo per frenare i prezzi alla pompa. Il giorno dopo ha chiesto apertamente che l’Ucraina si trovi un nuovo presidente, accusando gli attacchi di Kyjiv alle raffinerie russe di far salire il prezzo del carburante. Il 16 ottobre, con un ordine esecutivo che invoca l’interesse nazionale, ha congelato dazi e nuove sanzioni previsti dalla legge Graham. Mosca ha parlato di momento storico. Il cerchio si chiude: la dottrina imperiale del Cremlino, il mercantilismo privato della Casa Bianca e il determinismo geopolitico dei nostri analisti convergono sullo stesso punto, cancellare la libertà dei popoli e il diritto internazionale come fastidiosi ostacoli al negozio tra i forti. I nazionalisti russi lo chiamano «Scenario buono», Trump lo chiama «deal», i nostri geopolitici lo chiamano «realtà». Ma la mappa che ci mettono davanti è sempre la stessa.

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Se l’Ucraina cede, l’Europa finisce a pezzi

21 October 2026 at 06:39

Volodymyr Zelensky

«L’Europa deve aiutare l’Ucraina e l’Ucraina aiuterà sempre l’Europa: siamo parte di un insieme», ha detto ieri Volodymyr Zelensky nella sua intervista al Corriere della Sera. E Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito, sempre ieri in un’intervista a Bloomberg che, «l’Europa sottovaluta la minaccia russa»: secondo lui Vladimir Putin punta a destabilizzare l’intero ordine politico europeo, non solo l’Ucraina.

Se le loro parole non sono sufficienti, basta leggere cosa scrivono, da anni e senza troppi giri di frase, gli analisti russi. Nello scenario «positivo» suggerito da molti di loro, l’Ucraina perde Kyjiv, Odesa e Kharkiv, e l’Unione europea si disgrega. Non è una caricatura confezionata a Bruxelles per spaventare gli elettori e convincerli a spendere in armamenti.

È il futuro auspicato in un rapporto dell’Istituto Tsargrad presentato da Konstantin Malofeev al Forum economico internazionale di San Pietroburgo del giugno 2025, con il contributo di Aleksandr Dugin. Per l’Ucraina sono previste diverse sistemazioni: annessione alla Russia, Stato cuscinetto completamente subordinato a Mosca, nuovo Stato slavo orientale. La possibilità che gli ucraini decidano da soli non figura nel catalogo.

L’orizzonte è il 2036. Per il 2050 si prevede una Russia alla guida della sicurezza e della giustizia mondiale. Prima si cancellano le libertà dei vicini, poi si amministra la giustizia del pianeta. Il programma ha almeno il pregio della chiarezza.

Si dirà: sono gli estremisti. Certamente non stiamo leggendo una deliberazione del governo russo. La distinzione conta e va mantenuta: Malofeev e Dugin parlano dai margini del potere, non dal suo centro. Ma liquidare queste proposte come fantasie marginali diventa difficile quando se ne ritrovano gli elementi negli scritti di analisti autorevoli, nelle pubblicazioni di istituzioni prestigiose e nei mezzi d’informazione di Stato.

Il caso più significativo è Dmitrij Trenin, già direttore del Carnegie Moscow Center e oggi membro del Consiglio scientifico del Consiglio russo per gli affari internazionali. In un articolo pubblicato nel maggio 2025, sostiene che l’Unione europea e la Nato resteranno avversari e che le prospettive dei rapporti con l’Europa risiedono esclusivamente nelle relazioni bilaterali. Invita a sfruttare le divergenze fra europei e americani e a tenersi pronti a beneficiare dei cambiamenti politici nei paesi dell’Unione. Nello stesso testo contempla attacchi contro obiettivi logistici, industriali e politico-militari europei, fino all’impiego di armi nucleari nei casi estremi.

La logica politica è leggibile: trattare con i singoli Stati, ciascuno con le proprie vulnerabilità e convenienze, mentre l’Europa organizzata viene considerata un avversario permanente. Per noi l’integrazione è una costruzione incompiuta, spesso esasperante. Per questa corrente del pensiero strategico russo è un ostacolo. Un motivo in più per riflettere prima di smontarla.

Certo, l’Unione europea non è una costruzione fragile solo perché qualcuno a Mosca la vorrebbe tale. Ha problemi endogeni, e continuerà ad averne. Ma un’Ucraina ridotta a vassallo o a zona grigia permanente aggiungerebbe un fattore di pressione esterna strutturale: flussi di profughi, competizione energetica, polarizzazione politica interna e un precedente di successo per chi punta a negoziare separatamente con ogni capitale. Non è la causa unica di una possibile disgregazione, è l’acceleratore più potente di quelle che già esistono.

C’è anche la minaccia nucleare, ricorrente negli interventi di Putin. Sergej Karaganov aveva già proposto nel 2023 di restituire credibilità alla minaccia atomica, abbassando la soglia del suo impiego e contemplando un attacco contro un paese europeo per spezzare la determinazione occidentale nel sostenere Kyjiv. La formula è quella di un’escalation presentata come mezzo per evitare una catastrofe maggiore. È il ricatto, per quanto poco credibile, che pretende anche gratitudine: cedete, perché vi stiamo salvando da quello che potremmo farvi.

Il progetto per l’Ucraina era stato esposto ancora più brutalmente da Timofej Sergejcev, commentatore di RIA Novosti, subito dopo l’invasione, nell’aprile 2022. La «denazificazione» avrebbe comportato «de-ucrainizzazione», repressione ideologica, censura nella cultura e nell’istruzione, rieducazione per almeno una generazione. Il paese sottoposto a questo trattamento non avrebbe potuto essere sovrano. Un’eventuale Ucraina residua sarebbe rimasta sotto la minaccia di nuovi interventi militari. La neutralità, in questo disegno, è il nome diplomatico dell’obbedienza.

È questo che dovrebbe entrare nelle nostre discussioni sulla pace. Un negoziato va giudicato dalla libertà che lascia agli aggrediti e dalle garanzie che impediscono una nuova aggressione. Se l’Ucraina sopravvive soltanto a condizione di obbedire, il conflitto viene sospeso lasciando all’aggressore il potere di riaprirlo. Se l’Europa rinuncia alla propria capacità di difesa per rassicurare chi la minaccia, rende quella minaccia più efficace.

Prima di dividerci su come trattare con Mosca, sarebbe utile domandarci perché la nostra divisione le piaccia tanto. Il Cremlino non lo nasconde. Quando Washington ha pubblicato la nuova Strategia per la sicurezza nazionale, accusando le istituzioni europee di avere aspettative irrealistiche sulla guerra, un politologo vicino a Putin ha esultato: l’isolata, ormai, sarebbe l’Europa. A luglio Dmitry Peskov elogiava la disponibilità di Trump ad ascoltare ciò che Putin gli riferisce. A inizio ottobre, Trump ha sospeso le sanzioni energetiche contro la Russia per tornare a comprare gasolio russo e ha rimproverato Zelensky per non convocare elezioni, mentre Kaja Kallas e i ministri degli Esteri europei ribadivano che solo la pressione funziona.

Perché dovremmo aiutare la Russia, come suggerisce Donald Trump coi fatti e con le parole, a realizzare il suo scenario migliore?

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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