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Cuba, catastrofe sociale e umanitaria

By: A A
21 October 2026 at 22:05

Gli errori compiuti negli ultimi decenni dal Partito Comunista di Cuba e il criminale e pluridecennale embargo statunitense, rinvigorito e rafforzato negli ultimi mesi da Marco Rubio a nome dell’amministrazione statunitense stanno portando Cuba verso la catastrofe sociale e umanitaria.

Segue nostro Telegram.

Oggi Cuba è intanto un’isola spopolata. Di dodici milioni di cubani, almeno un milione e mezzo se ne erano già andati prima del 2020 e due milioni e mezzo hanno abbandonato l’isola tra il 2021 e il 2026, massimamente attraverso il Nicaragua, nazione che dalla primavera del corrente anno ha interrotto l’accesso senza visto per i cubani. Oggi nell’isola son dunque rimaste solo otto milioni di persone.

Ad andarsene sono stati principalmente i giovani, tra i venti e quarant’anni, per altro altamente qualificati in ragione dell’istruzione gratuita, possibile fino all’università grazie al socialismo. Una dipartita che compromette di fatto il futuro dell’isola a prescindere dagli sviluppi futuri, avendo questa situazione determinato la perdita di almeno una generazione. I più maligni oppositori dicono che questi giovani “abbiano votato con i piedi”, ovvero abbiano espresso la loro lontananza dal sistema socialista andandosene, certamente la drammatica aggressione economica statunitense ha avuto negli anni un peso rilevante nel convincerli a cercare altrove maggior fortuna.

Tuttavia oggi a Cuba i problemi si moltiplicano, anche perché le rimesse da parte dei parenti all’estero sono azzerate o quasi. Soprattutto perché in molti casi hanno smesso di arrivare, bloccate dal terrorismo bancario esercitato con brutale coercizione dal Tesoro statunitense contro tutte le banche di qualsiasi nazione, per cercare di strangolare più ancora che l’economia dell’isola già al collasso, i cubani stessi, secondariamente perché se non si hanno cinquanta dollari per comprarsi una gallina, si devono spendere tre dollari per acquistare un uovo. Con uno stipendio medio di dodici dollari un medico o un professore dovrebbe vivere con un uovo a settimana e nulla più, una pensionata o un pensionato con tre uova al mese. Lo storico sistema della “livreta”, che garantiva almeno riso e fagioli neri per tutti, è totalmente collassato e le mense per i bisognosi recentemente istituite dal governo sopperiscono al dramma alimentare solo parzialmente e nelle situazioni più estreme, in particolare per gli anziani indigenti.

Di più, nell’isola non c’è mai stata povertà. Probabilmente una vita a volte difficile, ma sempre dignitosa. Oggi non è più così, la stretta economica ha imposto una violenta povertà che si sta trasformando in miseria, la quale a sua volta porta alla creazione informale di bande, principalmente di disperati, dedite al saccheggio, per la prima volta dal 1959, inizio della Rivoluzione, Cuba sta diventando un luogo incapace di garantire quella sicurezza che è sempre stata un vanto, una certezza e un orgoglio per i cubani.

La stretta sul petrolio e sul carburante ha conseguenze devastanti. Da gennaio il blocco marittimo statunitense intorno all’isola e la fine del sostegno petrolifero venezuelano hanno assestato un colpo distruttivo e incalcolabile, il cui danno, prima ancora che economico, è  umanitario.

Non solo è del tutto impossibile la raccolta dell’immondizia, venendo ora bruciata a sera negli angoli delle strade, dopo che alcuni anziani vi hanno rovistato alla ricerca di un poco probabile companatico, ma neppure i vigili del fuoco o le forze dell’ordine hanno più benzina, meno che mai i trattori in campagna, le macchine estrattive nel settore minerario, le ambulanze nelle città. Si va in ospedale con il carretto trainato dal cavallo, ammesso che ci sia il cavallo, se si sta in campagna solo il medico locale può intervenire, ovviamente come può e con gli strumenti che ha.

Peggiore la situazione negli ospedali, la mancanza di medicine, l’assenza di elettricità, visto che le centrali elettriche regionali a diesel oggi sono tutte e del tutto ferme, la mancanza di carburante per i generatori di emergenza interni alle strutture sanitarie, hanno spento le sale operatorie e non solo, con il tramonto tutti i reparti non possono che passare nella modalità del riposo in attesa dell’alba successiva. Si opera come prima dell’avvento dell’elettricità agli albori del Novecento, con la volontà, l’intelligenza medico – scientifica e l’abnegazione del personale medico e sanitario cubano, che è e resta tra i più preparati e generosi del mondo, come migliaia di missioni di solidarietà in ogni angolo della terra hanno sempre dimostrato. Tuttavia questo non impedisce che persone di tutte le età, dai bambini agli anziani, muoiano per assenza di cure e di medicamenti.

Si moltiplicano le notizie di personale medico e infermieristico il quale, straziato da questa silenziosa carneficina imposta dal violento ed estremo embargo di questi ultimi mesi, decide di abbandonare il lavoro tra le lacrime per una comprensibile crisi psicologica ed emotiva dovuta all’impotenza e all’impossibilità di assolvere al lavoro sanitario. Un dramma nel dramma, del tutto comprensibile, ma non meno straziante.

I blocchi contro le compagnie aeree, l’assenza di cherosene per ripartire una volta atterrati all’Avana, la possibilità incerta di trovare forse un ciclo – taxi per raggiungere il centro della capitale, pagandolo non meno di cinquanta dollari, che è diventato il prezzo al mercato nero di un litro di benzina per le automobili, di fatto del tutto scomparse dalle strade, più ancora che negli anni del “Periodo especial” negli anni ‘90 del XX secolo, quando almeno ambulanze, automobili della polizia, camion della raccolta dei rifiuti ancora circolavano, hanno azzerato il turismo, stroncando tutte le sue ricadute economiche, a partire dal rum e dai sigari, portando alla definitiva cancellazione di Cuba dalle mete dei viaggi organizzati, prima provenienti da ogni parte del globo terracqueo.

Le campagne, già di loro poco produttive, finiti i fertilizzanti e i pesticidi, fermi i trattori, sono del tutto incapaci di soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione. L’autosufficienza e i tre raccolti annui, mirabilmente e mirabolantemente promessi dagli infuocati discorsi di Fidel Castro nei primi anni della Rivoluzione non solo non si sono mai realizzati, ma con la fine dell’Unione Sovietica e l’apertura al turismo, con l’opportunità in quel tempo di reperire alimentari a prezzi contenuti sul mercato globale e globalizzato, hanno portato allora a non valutare a pieno la necessità di implementare, modernizzare, rafforzare il settore primario, che resta sempre e comunque decisivo per ogni nazione. La produzione è del tutto deficitaria, da qualche mese affidata alla buona volontà di chi lavora la terra, sostenendosi adesso con un vecchio aratro di legno e un mulo o un asino, quando va bene e se c’è, a tirarlo.

Gli zuccherifici sono fermi, così si è tornati a raccogliere la canna da zucchero con il machete e la molitura si realizza con i macchinari se si trova un po’ di benzina e soprattutto i pezzi di ricambio di fatto irreperibili, un’altra disgrazia che comporta continui guasti, all’occorrenza si provvede con i muli che girano le antiche macine di pietra, se son rimaste nei cortili delle aziende. Come se non bastasse il criminale embargo, ecco che i disastri naturali hanno dato il loro nefasto contributo al disfacimento dell’agricoltura cubana, i violenti uragani che hanno devastato l’isola in questi ultimi anni hanno colpito decine di migliaia di ettari di colture, massimamente di canna da zucchero, uccidendo anche decine di migliaia di animali da allevamento. Metà degli zuccherifici per cronica obsolescenza sono stati chiusi con l’avvento del nuovo secolo, molti contadini e operai del settore, qualificati e specializzati grazie all’eccellenza dell’istruzione agraria cubana, hanno abbandonato l’isola trovando facilmente lavoro in tutte le nazioni ispanofone del continente americano.

Il devastante disastro di tutta questa situazione ha di fatto compromesso totalmente la produzione zuccheriera. Nell’anno 1989, l’ultimo del campo socialista e del COMECON, i cubani hanno prodotto otto milioni di tonnellate di zucchero grezzo, mai raggiunte prima e mai più eguagliate dopo quella data, anche perché allora gli zuccherifici funzionanti erano oltre un centinaio e oggi una decina. Ancora nel 2019, anno pre – covid, la produzione ha toccato un milione di tonnellate. Nel 2025, a fronte di una programmazione statale di un quarto di milione di tonnellate, l’isola è riuscita a raccogliere e produrre solo 150mila tonnellate di zucchero, il dato più basso dell’ultimo secolo e mezzo, ovvero a partire dal 1875. Per l’anno in corso 2026 sono difficili le stime, ma vi è la certezza di un evidente calo, con il rischio di un clamoroso e drammatico dimezzamento della produzione del 2025.

Tutta l’attività estrattiva è quasi ferma, se si può forse ancora arare un campo con un zappa, diventa difficile nel 2026 immaginare di scendere in miniera con un piccone. I macchinari di perforazione, estrazione e trasporto in superficie senza carburante restano all’aria aperta a prendere ruggine.

Le ricchezze minerarie non sono poche: nichel in provincia di Holguín, cobalto con riserve tra le più rilevanti a livello globale, cromo nella provincia di Camagüey e destinato all’industria metallurgica e alla produzione di acciaio inossidabile anch’esse del tutto bloccate mancando l’energia per far funzionare le fabbriche, zinco e piombo destinati a una implementazione estrattiva mai avvenuta per gli evidenti motivi di embargo e scarsità di manodopera, che anche in questo caso spesso ha lasciato l’isola.

A fronte di tutto questo l’attaccamento del popolo cubano alle sue istituzioni è ammirevole, al pari dell’amicizia e della solidarietà di nazioni come la Russia e la Cina, quest’ultima capace in questi difficili circostanze di intraprendere una fenomenale campagna di implementazione della capacità di raccolta dell’energia solare attraverso i pannelli fotovoltaici.

Tuttavia la situazione è drammatica e resta difficile elucubrare ipotesi politiche per il futuro, rendendo possibile paventare scenari di ogni sorta.

Resta la tragedia di un un popolo incolpevole, martirizzato dall’imperialismo statunitense per evidente e irriducibile odio politico.

Milan apoia boicote de torcedores contra a Udinese por ingressos caros

21 October 2026 at 16:49

O Milan declarou apoio aos torcedores que planejam boicotar a partida contra a Udinese, neste domingo (25), pelo Campeonato Italiano. O protesto é motivado pelo alto preço dos ingressos destinados aos visitantes, que custam 65 euros (cerca de R$ 400).

Em comunicado, o clube afirmou que os valores excessivos podem ampliar as divisões entre as equipes e prejudicar os esforços para fortalecer a imagem do futebol italiano.

“A projeção internacional do futebol italiano depende muito da lealdade e da paixão dos torcedores de clubes como o Milan”, declarou o clube.

“Cobrar preços excessivos desses mesmos torcedores em jogos fora de casa não é apenas injusto, mas também prejudica a união da liga, em um momento em que o futebol italiano precisa se unir para competir com a Premier League e outras ligas europeias.”

Milan propõe limite para ingressos de visitantes

O Milan também pediu à Serie A, a liga que organiza a primeira divisão italiana, que considere estabelecer um teto para os preços dos ingressos destinados aos torcedores visitantes em todas as partidas do campeonato.

Como exemplo, o clube citou a Premier League, da Inglaterra, que estabelece um limite de 30 libras (cerca de R$ 200) para ingressos de visitantes.

Além disso, o Milan advertiu que poderá adotar uma política de reciprocidade. Pela proposta, torcedores de clubes que cobrarem valores acima da média dos milanistas em jogos fora de casa poderão pagar mais caro para acompanhar suas equipes no San Siro, estádio do clube, respeitando os regulamentos da liga.

Segundo o Milan, a receita adicional seria destinada à Fondazione Milan, instituição ligada ao clube que desenvolve iniciativas sociais e beneficentes.

“O futebol italiano não pode se tornar mais forte tratando os torcedores de maneira diferente de acordo com o tamanho de seus clubes”, acrescentou a equipe.

Preço dos ingressos é alvo de protestos da torcida

A insatisfação com os preços dos ingressos não é recente entre os torcedores do Milan. O grupo organizado Curva Sud já havia boicotado uma partida fora de casa contra a Juventus, em 2023, em protesto contra os valores cobrados.

Na temporada passada, o grupo voltou a criticar os preços praticados nos confrontos contra a Juventus e também acusou o Torino de cobrar valores excessivos dos torcedores visitantes.

O debate sobre o custo dos ingressos ganhou força com a cobrança por medidas que tornem as partidas mais acessíveis aos torcedores e preservem a participação das torcidas nos estádios.

Juventus e Milan ficam fora da Champions League após quase 35 anos

 

Cosa sta realmente accadendo al confine tra Iran e Pakistan

By: A A
21 October 2026 at 10:30

Non c’è modo di combattere l’Impero senza aggirare il suo controllo sul sistema finanziario internazionale.

Segue nostro Telegram.

Si sta già scatenando il finimondo quando si tratta di indagare su ciò che sta realmente accadendo in relazione agli ultimi, decisamente oscuri, movimenti legati agli Stati Uniti sul territorio e nelle acque pakistane. Dopo una prima analisi su Transition Protocol – che, come ammesso, non ha fornito tutte le risposte necessarie – abbiamo approfondito l’argomento con un’analisi molto più completa, supportata da diverse fonti.

Ciò che stiamo osservando in diversi punti nevralgici della connettività terrestre estremamente delicata tra Iran e Pakistan non è una chiusura totale delle frontiere, bensì un delicato equilibrio su due fronti da parte di Islamabad tra l’enorme morsa finanziaria di Washington e l’ancora di salvezza strategica di Teheran.

Ecco quindi a che punto siamo, integrando i dati verificati con le nostre ultime consultazioni.

Il punto chiave: il fattore scatenante dal punto di vista normativo è stata una misura di sanzioni bancarie, non solo la sicurezza delle frontiere.

Sebbene i funzionari provinciali del Balochistan abbiano pubblicamente attribuito la sospensione di sabato in due nodi chiave, Taftan e Gabd–Rimdan, a motivi di sicurezza, antiterrorismo e lotta al contrabbando, ciò che conta di più è l’esatto meccanismo relativo a un memorandum emanato venerdì scorso dal Ministero del Commercio pakistano.

Tale memorandum ha immediatamente revocato la proroga del 3 ottobre relativa all’esenzione dal Modulo Elettronico di Importazione (EIF) per le merci importate dall’Iran, e ha coinciso con l’ordine impartito da Islamabad di chiudere il valico di frontiera dell’Agenzia Federale di Investigazione (FIA) a Taftan.

L’aspetto fondamentale è che, senza l’esenzione dall’EIF, gli importatori pakistani devono gestire gli acquisti iraniani attraverso i canali bancari ufficiali pakistani – cosa che le sanzioni statunitensi, ovviamente, rendono assolutamente impossibile.

Peyman Sanandaji, presidente della Commissione Trasporti della Camera di Commercio di Teheran, ha confermato ufficialmente che è proprio il rispetto delle sanzioni bancarie (l’abbandono dell’EIF) ad aver bloccato le esportazioni iraniane verso il Pakistan.

Lo shock immediato ai valichi ufficiali è stato notevole: sono a rischio oltre 4.000 tonnellate di importazioni giornaliere di GPL iraniano attraverso Gabd–Rimdan. L’ex presidente della Camera di Commercio di Quetta, Ayoub Miryani, ha riferito che oltre 2.000 container sono bloccati nella sola Gabd–Rimdan, con altre centinaia di autocarri merci in coda a Taftan.

Ma perché sta accadendo proprio ora? A causa della spiacevole coincidenza tra la rata del FMI del 7 ottobre che il Pakistan doveva pagare e l’«Operazione Economic Outcast» del Tesoro imperiale statunitense.

Nell’ambito dell’«Operazione Economic Outcast», Washington ha concesso ai paesi terzi una «scadenza ben definita per interrompere» i collegamenti commerciali con l’Iran, pena l’espulsione dal sistema finanziario statunitense. A ciò hanno fatto seguito le designazioni dell’OFAC del 1° ottobre contro le reti ferroviarie terrestri e industriali iraniane e le azioni dell’8 ottobre contro 17 petroliere della «flotta ombra».

Ma poi, il 7 ottobre – appena nove giorni prima che il Ministero del Commercio revocasse la deroga EIF – Islamabad ha raggiunto un accordo con il FMI sulla quarta revisione della sua Extended Fund Facility per sbloccare 1,21 miliardi di dollari. Ciò richiede ancora l’approvazione del Consiglio esecutivo del FMI.

Naturalmente non esiste alcun documento pubblico che dimostri un ordine diretto da parte degli Stati Uniti o del FMI di chiudere i confini tra Iran e Pakistan. Tuttavia, fonti di Islamabad hanno sottolineato che lasciare in vigore una deroga a tempo indeterminato sugli strumenti bancari in vista del voto del Consiglio del FMI era diventato per il Pakistan un punto di vulnerabilità insostenibile in materia di sanzioni.

Le fonti di Islamabad sostengono con fermezza che la mossa fosse accompagnata da autentiche preoccupazioni in materia di controsabotaggio e silenziosamente coordinata tra Islamabad e Teheran (corsivo mio), affinché la sospensione non compromettesse i rapporti bilaterali.

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha pubblicamente definito l’interruzione una pausa temporanea dovuta a «problemi tecnici» e a «misure precauzionali».

Da parte loro, fonti ufficiali pakistane hanno insistito sul fatto che i controlli più rigorosi costituiscono una misura congiunta di antiterrorismo che riflette la «reciproca comprensione» con Teheran a seguito di un’impennata degli attacchi nel Sistan-Baluchistan, delle imboscate autostradali e di un attacco marittimo avvenuto l’11 ottobre contro imbarcazioni della Guardia Costiera pakistana al largo di Jiwani – che i funzionari pakistani hanno attribuito ad «attori stranieri» intenti a sabotare la mediazione del Pakistan nell’accordo di pace con l’Iran.

Si torna allo stesso vecchio schema dei salafiti-jihadisti strumentalizzati e manipolati dai soliti sospetti.

L’unica telefonata pubblicamente confermata tra il vice primo ministro Ishaq Dar e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha avuto luogo domenica 18 ottobre – due giorni dopo il memorandum del 16 ottobre – e i resoconti ufficiali menzionano solo la diplomazia regionale e la riunione dell’OIC a Baghdad.

Pertanto, il coordinamento preventivo a livello di vice primo ministro Dar e ministro degli Esteri Araghchi, così come gli arresti specifici per sabotaggio, fanno parte della nostra stessa cronaca.

Esportazioni asimmetriche di generi alimentari e rotte informali

In sintesi, le merci continuano a attraversare i confini. Islamabad ha deliberatamente lasciato in essere le esportazioni pakistane di prodotti deperibili e alimentari verso l’Iran. Prodotti deperibili essenziali – tra cui pomodori, patate e cipolle – continuano a circolare, insieme ai tradizionali flussi di petrolio e carburante, attraverso il poroso confine lungo 909 km.

La documentazione normativa ne spiega il motivo: otto mesi fa, il Pakistan ha emanato una deroga separata relativa agli strumenti bancari, specificamente per dieci prodotti alimentari esportati via terra verso l’Iran (elencando esplicitamente riso, patate, cipolle, pomodori, carne e frutta), oltre ai prodotti farmaceutici.

La Camera di Commercio di Teheran ha confermato sabato scorso che, mentre le esportazioni iraniane verso il Pakistan sono bloccate dalla norma EIF, le importazioni dal Pakistan verso l’Iran proseguono, e il commercio informale di carburante e il commercio transfrontaliero attraverso il Baluchistan operano già per un valore stimato compreso tra 800 milioni e oltre 1 miliardo di dollari all’anno al di fuori dei canali doganali ufficiali.

Si dovrebbe prestare particolare attenzione ai porti di Gwadar e Karachi, nonché all’architettura complessiva del transito Cina-Iran. Secondo le nostre fonti, il transito di merci provenienti da paesi terzi e quello tra Cina e Iran attraverso il Pakistan rimane protetto.

A livello giuridico, un documento che descrive in dettaglio il transito delle merci attraverso il Pakistan ha stabilito sei corridoi di transito terrestri designati che collegano Gwadar, Karachi e Port Qasim a Gabd e Taftan per le merci provenienti da paesi terzi dirette in Iran, sotto la garanzia di una banca.

Inoltre, una notifica del Federal Board of Revenue dello scorso giugno ha formalmente designato la stazione ferroviaria di Taftan come stazione doganale terrestre, mentre i ministri iraniani e pakistani promuovono il corridoio ferroviario per collegare la Cina all’Iran e all’Europa.

Tuttavia, permangono due vincoli operativi molto complessi.

La modernizzazione della linea ferroviaria Quetta-Taftan è ancora ufficialmente classificata come un progetto di potenziamento; inoltre, la designazione da parte dell’OFAC, avvenuta il 1° ottobre, della Compagnia Ferroviaria della Repubblica Islamica dell’Iran (RAI) era esplicitamente volta a ostacolare il passaggio di Teheran dalle rotte marittime bloccate al trasporto ferroviario.

Per riassumere: ci vuole una maestria eccezionale per affrontare l’Impero della Pirateria. Islamabad ha messo in atto una manovra classica e ben calibrata: revocare visibilmente la deroga formale alle importazioni EIF a Taftan e Gabd–Rimdan per proteggere la sua tranche in sospeso da 1,21 miliardi di dollari del FMI e le banche pakistane dalle sanzioni secondarie del Tesoro statunitense.

E nel contempo ha mantenuto attive con Teheran le esportazioni alimentari pakistane, i canali informali di confine e gli accordi di transito con paesi terzi.

Se ciò rimarrà un breve riassetto amministrativo o si consoliderà in un punto di strozzatura più duraturo sarà deciso da tre indicatori nel corso delle prossime due settimane:

  1. Una notifica modificata relativa all’EIF o al baratto da parte del Ministero del Commercio.
  2. Sdoganamento separato per le merci in transito verso Gwadar/Karachi.
  3. Movimenti documentati di merci lungo il collegamento ferroviario Taftan–Zahedan.

Possa questa lezione rimanere impressa nelle terre rare affinché l’intero Sud del mondo rifletta: non c’è modo di combattere l’Impero senza aggirare il suo controllo sul sistema finanziario internazionale.

Lo Spirito di Shanghai: un bilancio dei primi 25 anni della SCO

By: A A
20 October 2026 at 23:40

Dallo “Shanghai Spirit” alla Dichiarazione di Bishkek, questa organizzazione, che pone la sicurezza al primo posto, privilegia il pragmatismo rispetto all’ideologia.

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La sicurezza prima di tutto

Il recente vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), tenutosi a Bishkek, ha segnato il venticinquesimo anniversario della nascita di quella che, nel panorama delle istituzioni internazionali, rappresenta un caso di studio particolarmente interessante. Nata dalle ceneri delle misure di fiducia sovietico-cinesi e trasformata in organizzazione a tutti gli effetti nel 2001, la SCO ha attraversato un quarto di secolo consolidando un’architettura istituzionale che oggi funziona in modo efficace: riunioni annuali del Consiglio dei Capi di Stato, incontri regolari a livello interministeriale, e una cooperazione quotidiana che si sviluppa su binari sempre più articolati.

Tuttavia, l’anniversario offre l’occasione per una riflessione che va oltre la mera celebrazione. La domanda che emerge con forza è: quale ruolo giocano i valori all’interno della SCO? E come si rapporta questa dimensione valoriale con quella, apparentemente più pragmatica, della sicurezza e della cooperazione funzionale? L’analisi dei documenti fondativi e delle dichiarazioni successive rivela una traiettoria complessa, che merita di essere esaminata in profondità.

Fin dalle sue origini, la SCO ha posto la cooperazione in materia di sicurezza come una delle sue priorità principali. Questa scelta non è casuale: la preistoria dell’organizzazione affonda le radici nelle misure di fiducia sovietico-cinesi, sia sulle questioni di confine che sugli aspetti più ampi della sicurezza reciproca. Il “Shanghai Five”, gruppo informale che precedeva la nascita ufficiale dell’SCO, aveva proprio nella gestione delle questioni di sicurezza e nella costruzione di fiducia tra i membri il suo collante principale.

Questa specializzazione originaria ha avuto conseguenze durature. Anche quando, nel corso degli anni, l’SCO ha ampliato il proprio raggio d’azione a settori sempre più diversificati, la sicurezza è rimasta il fulcro attorno al quale si è sviluppata l’intera architettura organizzativa. In un certo senso, come nota acutamente l’analisi, l’SCO può ancora essere definita un’organizzazione internazionale specializzata, focalizzata su una singola priorità principale, nonostante la sua evoluzione verso forme di cooperazione più comprensivo.

Il confronto con i BRICS, struttura di cooperazione genuinamente omnicomprensiva che opera in un’ampia gamma di campi, risulta particolarmente illuminante. Mentre i BRICS hanno sviluppato nel tempo una piattaforma valoriale sempre più articolata, con dichiarazioni che dedicano ampio spazio a questioni di valori comuni e condivisi, l’SCO ha mantenuto un approccio più marcatamente operativo e meno declamatorio sul piano assiologico.

La Carta dell’SCO: principi senza valori

Un dato particolarmente significativo emerge dall’analisi del documento fondativo dell’SCO. La Carta, firmata il 7 giugno 2002 ed entrata in vigore il 19 settembre 2003, non menziona affatto il termine “valori”. Al suo posto, troviamo un articolo dedicato, l’articolo 2, intitolato significativamente “Principi”. È su questi principi che l’SCO basa la propria attività.

Questi principi includono: rispetto reciproco per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini statali; non aggressione; non interferenza negli affari interni; non uso della forza nelle relazioni internazionali; uguaglianza di tutti gli Stati membri; risoluzione pacifica delle controversie tra Stati membri; non targeting dell’SCO contro altri Stati. Un principio particolarmente rivelatore è quello dell’attuazione graduale delle azioni congiunte in aree di interesse comune.

Quest’ultimo principio, quello della “phased implementation”, spiega molto del funzionamento dell’SCO e delle aspettative, talvolta eccessive, che si generano attorno alla sua attività. La delusione che talvolta accompagna il giudizio sull’organizzazione — quel “nulla accade oltre i vertici” che circola in certi ambienti — trova proprio in questo principio la sua spiegazione. Non si tratta di un difetto, ma di una scelta deliberata e costitutiva: procedere per gradi, consolidare i risultati raggiunti, evitare passi falsi.

L’assenza del termine “valori” dalla Carta dell’SCO è perfettamente spiegabile e non diminuisce affatto il livello di fiducia reciproca tra gli Stati membri. Vale la pena ricordare che, anche nel caso dei BRICS, il termine “valori” non fu una caratteristica immediata delle dichiarazioni finali, affermandosi stabilmente solo a partire dalla metà degli anni 2010. Prima di allora, il termine utilizzato per caratterizzare la coesione interna dei BRICS era, tra gli altri, proprio “principi”, esattamente come per l’SCO.

Il contesto storico e l’evoluzione del lessico valoriale

Nel 2002, il termine “valori” non era ancora politicamente di moda come lo è oggi, ed era usato piuttosto raramente nei documenti dei principali Paesi del mondo non occidentale. In quel periodo, in questi Paesi — Russia inclusa — la parola “valori” era più spesso postulata nel lessico politico in senso negativo, come “valori imposti dall’Occidente”, e quindi come qualcosa che richiedeva resistenza.

La consapevolezza che questo è un gioco che si può giocare in due, e che per rafforzare efficacemente la solidarietà tra i Paesi non occidentali era necessario formulare una propria piattaforma di valori condivisi, arrivò molto più tardi. E il lavoro per garantire che i valori non occidentali siano percepiti come comprensibili, attraenti e allo stesso tempo non banali — non semplicemente nello stile “siamo per tutte le cose buone e contro tutte le cose cattive” — continua ancora oggi, con successi alterni.

Questo ritardo nell’elaborazione di una piattaforma valoriale esplicita non significa però che l’SCO sia priva di una dimensione assiologica. Al contrario, essa esiste, ma si esprime attraverso categorie diverse da quelle del lessico valoriale occidentale: i “principi” e, soprattutto, lo “spirito”.

Un dato cronologicamente significativo emerge dall’analisi comparata dei documenti dell’SCO e dei BRICS: rispetto a un termine particolare — e alla sua rilevanza sostanziale — l’SCO ha notevolmente anticipato i BRICS. Si tratta del termine “spirito”.

Nelle dichiarazioni dei vertici annuali dei BRICS, il termine “spirito dei BRICS” e i suoi elementi costitutivi apparvero per la prima volta durante la presidenza cinese del 2017. Lo “spirito” scomparve poi dai documenti dei BRICS per diversi anni. Il termine ritornò nel 2022, ancora una volta durante la presidenza cinese. Ma successivamente, in tutte le dichiarazioni dei vertici BRICS del 2023-25, i cui progetti iniziali furono preparati da altri Paesi, il termine “spirito dei BRICS” fu costantemente presente.

Nel caso dell’SCO, invece, il termine “spirito” apparve nella primissima dichiarazione successiva al vertice di Shanghai del 15 giugno 2001, quando lo “Shanghai Five”, precedentemente esistente come raggruppamento informale, fu trasformato in un’organizzazione internazionale a tutti gli effetti. In questa dichiarazione, lo “spirito di Shanghai” fu menzionato come punto separato, caratterizzato da fiducia reciproca, beneficio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto per la diversità culturale e aspirazione allo sviluppo condiviso.

È evidente che il termine “spirito” affonda le sue radici, innanzitutto, nella tradizione politica cinese contemporanea, poiché in ogni caso è apparso per la prima volta in documenti di anni in cui i vertici si tenevano in Cina. Questa è, in un certo senso, una peculiarità cinese. Detto questo, il termine “spirito”, anche se non immediatamente, si è poi stabilmente affermato nelle dichiarazioni dei BRICS; e nel caso dell’SCO, un anno dopo, nel 2002, quando il vertice si tenne non in Cina ma a San Pietroburgo, il termine “spirito” entrò nel preambolo della Carta dell’SCO.

Nella Carta, tuttavia, l’epiteto “Shanghai” scomparve in relazione allo spirito; lì si fa riferimento semplicemente allo “spirito di fiducia reciproca, beneficio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto per la diversità culturale e aspirazione allo sviluppo condiviso”.

L’approccio civilizzazione e la sua evoluzione

Di particolare rilevanza per l’ideologia politica odierna è l’approccio civilizzazionale riflesso nella Dichiarazione di Shanghai del 2001. Essa notava specificamente il “rispetto reciproco e la fiducia reciproca tra Stati appartenenti a civiltà diverse e portatori di tradizioni culturali differenti”. Un anno dopo, tuttavia, la menzione delle civiltà scomparve dal preambolo della Carta dell’SCO.

Questo movimento di apparizione e scomparsa del lessico civilizzazionale è significativo. Da un lato, riflette la sensibilità cinese per le questioni di identità culturale e di diversità; dall’altro, mostra la cautela degli altri membri nell’adottare un linguaggio che potesse essere percepito come troppo marcatamente ideologico o potenzialmente divisivo.

Se esaminiamo il preambolo dell’attuale Dichiarazione di Bishkek del Consiglio dei Capi di Stato dell’SCO del 1° settembre 2026, troviamo che essa enfatizza il “fermo impegno verso gli obiettivi e i principi sanciti nella Carta dell’SCO, nonché verso il ulteriore rafforzamento del buon vicinato, dell’amicizia e dell’efficace cooperazione multilaterale”. Inoltre, questa dichiarazione impiega ancora una volta proprio il termine “spirito di Shanghai”, che è incarnato nei principi esposti nel preambolo della Carta dell’SCO.

È chiaro che, poiché gli elementi costitutivi di questo spirito dell’SCO sono fissati nel testo legale della Carta, le loro formulazioni rimangono incrollabili anche a venticinque anni di distanza. Qui sta la differenza tra lo spirito dell’SCO e lo spirito dei BRICS, dove, di anno in anno, vari elementi di questo spirito vengono aggiunti o rimossi dai Paesi che esercitano la presidenza, a seconda delle loro particolarità nazionali. E la definizione dello spirito dei BRICS risulta, ogni anno, almeno leggermente diversa.

Nel caso dell’SCO, invece, è significativo che l’epiteto “Shanghai” sia ritornato — un epiteto che, a differenza dello spirito stesso, non è legalmente fissato. Questo ritorno segnala una volontà politica di rivendicare l’eredità originaria dell’organizzazione, in un momento in cui la competizione tra potenze per la definizione dei valori globali si fa sempre più intensa.

Quanto pesa questo anniversario

Se rileggiamo passo passo le dichiarazioni dei vertici dell’SCO rivela variazioni significative nel trattamento della dimensione valoriale. L’attenzione particolare dedicata nella Dichiarazione di Bishkek all’impegno dell’SCO verso lo spirito di Shanghai e i principi dell’SCO non è particolarmente tipica delle altre dichiarazioni dei vertici degli ultimi anni.

Per esempio, nelle dichiarazioni successive ai vertici “non anniversari”, il preambolo è praticamente assente, e la descrizione della situazione internazionale e delle sfide alla sicurezza inizia fin dall’inizio. Nelle dichiarazioni emesse ad Astana nel 2024, a Delhi nel 2023 e a Mosca nel 2020, né lo “spirito di Shanghai” né semplicemente lo “spirito” sono menzionati (sebbene la dichiarazione di Mosca contenga il termine “spazio SCO”). Nelle dichiarazioni emesse a Tianjin nel 2025 (naturalmente), a Samarcanda nel 2022 e a Bishkek nel 2019, c’è una menzione dello “spirito di Shanghai”, ma essa è collocata non all’inizio del testo ma in profondità nella prima sezione.

È chiaro che il carattere specifico dell’attuale dichiarazione è spiegato dalla sua natura anniversaria; la dichiarazione emessa a Dushanbe per il precedente anniversario — il ventesimo, nel 2021 — fu composta esattamente allo stesso modo, con un lungo preambolo che menziona lo spirito di Shanghai e l’impegno verso i principi. Questo è altamente significativo: gli anniversari offrono l’occasione per un’affermazione più esplicita dell’identità valoriale dell’organizzazione, mentre nei vertici ordinari prevale un approccio più pragmatico e orientato alle questioni contingenti.

Il contributo indiano e la prospettiva dei “4 M”

In questo quadro, assume particolare interesse la prospettiva indiana sull’SCO. Le iniziative dell’India nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai si sono concentrate su questioni economiche, riflettendo il desiderio di costruire cooperazione economica con gli Stati dell’Asia Centrale al fine di migliorare il proprio posizionamento regionale e rafforzare il multilateralismo.

Secondo Anil Trigunayat, l’SCO può senza dubbio contribuire alla collaborazione regionale aderendo al principio delle “4 M”: i membri devono abbracciare il Rispetto Reciproco (Mutual Respect), l’Interesse Reciproco (Mutual Interest), la Sensibilità Reciproca (Mutual Sensitivity) e il Beneficio Reciproco (Mutual Benefit) affinché il gruppo possa emergere più forte e più rilevante.

Questa formulazione è significativa perché mostra come, dal punto di vista indiano, la dimensione valoriale dell’SCO non risieda tanto in una piattaforma ideologica esplicita, quanto in un insieme di principi operativi che guidano la cooperazione quotidiana. L’India, con la sua tradizione di non allineamento e la sua sensibilità per la sovranità nazionale, si trova naturalmente a proprio agio in un’organizzazione che privilegia i principi sui valori, e che evita di imporre una visione ideologica comune.

 Verso un prospero futuro

L’analisi della dimensione valoriale dell’SCO a venticinque anni dalla sua fondazione rivela un quadro complesso e sfumato. Da un lato, l’organizzazione non ha mai sviluppato una piattaforma valoriale esplicita paragonabile a quella dei BRICS o di altre strutture di cooperazione. Dall’altro, essa possiede una solida base di principi, sanciti nella Carta, e uno “spirito” che, pur non essendo definito in termini valoriali, costituisce un potente collante identitario.

Questa configurazione non è un caso, ma riflette la storia e la natura dell’organizzazione. Nata come strumento di costruzione di fiducia in materia di sicurezza, l’SCO ha privilegiato la concretezza dei principi operativi rispetto all’astrattezza delle dichiarazioni valoriali. La sua specializzazione funzionale, il suo carattere istituzionalizzato, e il principio della attuazione graduale hanno contribuito a mantenere l’organizzazione ancorata a una dimensione pragmatica, evitando le derive ideologiche che talvolta caratterizzano altri consessi internazionali.

Tuttavia, il ritorno dello “spirito di Shanghai” nella Dichiarazione di Bishkek, in occasione del venticinquesimo anniversario, segnala una crescente consapevolezza dell’importanza della dimensione identitaria e valoriale. In un’era di competizione globale sempre più intensa, in cui la definizione dei valori e dei principi che devono guidare l’ordine internazionale è essa stessa oggetto di contesa, l’SCO si trova a dover bilanciare la sua tradizionale prudenza con la necessità di affermare con maggiore chiarezza la propria identità.

L’analisi terminologica dei testi, e delle piattaforme valoriali che essi riflettono, non è che un tassello del quadro molto più ampio della cooperazione pratica tra i Paesi dell’SCO realizzata in questi venticinque anni. Ma è un tassello significativo, perché rivela come un’organizzazione nata per la sicurezza sia progressivamente divenuta anche un laboratorio di elaborazione di un linguaggio comune, di principi condivisi e di uno spirito collettivo. E in un mondo in cui la battaglia per la definizione dei valori globali è destinata a intensificarsi, questo laboratorio potrebbe rivelarsi più importante di quanto non appaia a prima vista.

La sfida per l’SCO, nei prossimi venticinque anni, sarà quella di preservare la propria specificità — la concretezza dei principi, la gradualità dell’azione, la centralità della sicurezza — senza rinunciare a elaborare una visione del mondo che, senza essere ideologica, sia capace di attrarre e di unire. Un compito non facile, ma che l’organizzazione ha dimostrato, in questi primi venticinque anni, di poter affrontare con successo.

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