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Elezioni di midterm: Trump scivola ancora nei sondaggi e i repubblicani spendono milioni per conquistare Stati un tempo “sicuri”

21 October 2026 at 07:01

A due settimane dal voto, per i repubblicani si profila un appuntamento elettorale di metà mandato a rischio, anche negli Stati che il Gop pensava certi. A gettare un’ombra cupa sul capo della Casa Bianca sono i sondaggi che lo riguardano: Donald Trump scivola ancora, ai nuovi minimi storici. Le prospettive dei repubblicani per mantenere il risicato controllo del Congresso si assottigliano con il tycoon che vede il suo gradimento attestarsi al 33%, in base a una rilevazione di Washington Post-Abc News-Ipsos. La disapprovazione nei suoi confronti sale al 66%, con il 52% fortemente contrario verso la sua azione politica. La perdita netta di consenso sfiora il 4% rispetto a un sondaggio di luglio e l’8% su uno fatto a ottobre del 2025, con il paradosso che ora, per la prima volta in oltre un decennio, i democratici sono considerati più affidabili del Grand Old Party sui dossier economici. Neanche il tesoretto di quasi un miliardo di dollari, almeno per ora, è riuscito a dare slancio ai repubblicani, a fronte di un elettorato alle prese con la frustrazione per la congiuntura economica, tra inflazione e costo della vita e carburanti alle stelle, e l’impopolarità della guerra in Iran. Dal Labor Day di inizio settembre al 14 ottobre, i gruppi repubblicani hanno investito oltre 740 milioni nelle elezioni per il Congresso, secondo un’analisi di Cnbc sui dati di AdImpact. Una cifra enorme che include almeno 220 milioni spesi da gruppi legati a Trump e con Elon Musk, il patron di SpaceX e Tesla, che ha donato altri 276 milioni di dollari a gruppi repubblicani, contribuendo a far raggiungere al Senate Leadership Fund, il super Pac dei repubblicani, un risultato record in un singolo trimestre.

Eppure, la massiccia campagna di spesa ha a malapena modificato lo scenario politico. Secondo le medie dei sondaggi di FiftyPlusOne, i dem sono in vantaggio in nove delle sfide più combattute per il Senato: Alaska, Georgia, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Minnesota, New Hampshire, Carolina del Nord, Ohio e Texas. Al punto che i repubblicani hanno spostato sempre più fondi dall’attacco alla difesa, investendo risorse in stati un tempo considerati sicuri, come Texas, Kansas e Nebraska, e ritirandosi dalle competizioni in Carolina del Nord e per la Camera. Oltre a fare leva su tematiche come la presenza di atleti transgender negli sport femminili, la sicurezza delle frontiere e il socialismo come elementi chiave per convincere gli elettori che i democratici sono troppo estremisti.

L’appuntamento delle elezioni di midterm scalda anche la campagna elettorale per le prossime presidenziali. Sul fronte repubblicano, il vicepresidente Usa JD Vance segnala l’importanza del voto del 3 novembre, anche ai fini delle scelte personali. “C’è, ovviamente, la possibilità che non mi candidi” alle presidenziali del 2028, afferma il vicepresidente a Cbs News, ribadendo che la riserva sarà sciolta dopo le elezioni in quella che, per la prima volta, è stata presentata come una decisione “familiare”, capace di tenere nella giusta considerazione le esigenze dei quattro figli piccoli e il punto di vista di sua moglie sulla politica.

Uno scenario che spiega la prudenza di Vance sul nodo del 2028. Dall’altra parte, sul fronte dem, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, stella dei dem progressisti, è corsa in soccorso di Abdul El-Sayed, il candidato dem progressista al Senato Usa in Michigan, impegnato in una sfida serrata contro l’ex deputato repubblicano Mike Rogers. Ha alimentato nuove speculazioni sul suo futuro politico e sulle sue ambizioni presidenziali dopo l’inedito contributo da 1 milione di dollari dato alla campagna di El-Sayed. “Non voglio svegliarmi il 4 novembre rimpiangendo di non aver fatto abbastanza per contrastare le campagne diffamatorie contro Abdul. Sto dando tutto ciò che posso in questa battaglia”, ha detto Ocasio-Cortez. La sua mossa, per gli osservati, potrebbe segnalare la sua volontà di vedere un maggior numero di progressisti dei Democratic Socialists of America (Dsa), contribuendo al cambio della direzione del dibattito politico a Washington. In vista del grande salto del 2028.

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Controllo della firma, ID senza foto e voto per posta: ecco come funziona il voto nei 50 Stati Usa

21 October 2026 at 07:01

Ridisegno dei collegi elettorali. Restrizioni al voto per posta. Requisiti di identificazione più severi. Riduzione dei seggi e dell’orario di apertura delle urne. Sono alcune delle misure che i repubblicani Usa hanno introdotto, o cercato di introdurre, in vista del midterm del 3 novembre. Il partito di Donald Trump afferma di voler garantire un corretto svolgimento delle elezioni. Per i critici, il G.O.P. ha paura del risultato elettorale e cerca di limitare il diritto di voto. A evidenziare le difficoltà di tenuta del sistema è comunque un intrico contorto di procedure, in cui la gestione delle elezioni viene lasciata ai singoli Stati e dove quindi si tratta di coordinare 50 differenti eventi elettorali. Vediamo, nei limiti del possibile, di mettere un po’ di ordine su come si voterà il prossimo 3 novembre.

REQUISITI DI BASE – Ci sono poche regole che tutti gli Stati devono rispettare. Anzitutto l’Election Day, il giorno delle elezioni, che è lo stesso in tutti gli Stati Uniti e che deve sempre cadere nel martedì successivo al primo lunedì di novembre, negli anni pari. Per votare, bisogna aver compiuto 18 anni, essere cittadini degli Stati Uniti, e non essere stati soggetti a procedure di revoca o sospensione dei diritti civili (anche in questo caso, le regole sul voto di detenuti o ex detenuti variano da Stato a Stato).

AL SEGGIO – L’elettore fa la fila al seggio (si spera non troppo lunga), entra, fornisce il proprio nome e cognome – una ID, nel caso lo Stato lo richieda – e firma il registro elettorale. A quel punto, gli viene consegnata la scheda, che più che una scheda è un lenzuolo – non a caso, viene definito blanket ballot o jumbo ballot – in quanto si è spesso chiamati a votare per cariche diverse: presidente, membri del Congresso, membri dei parlamenti statali, governatore, sceriffo, referendum e così via. L’elettore raggiunge quindi la cabina, dove con una penna nera sigla i propri candidati. La scheda viene poi collocata dall’elettore stesso in uno scanner elettronico, che registra automaticamente il voto. Tutto questo vale, appunto, solo se la scheda è cartacea. In molte circoscrizioni viene infatti messo a disposizione un sistema di voto elettronico, o DRE (Direct-Recording Elettronica). L’elettore sceglie i propri candidati sullo schermo attraverso il touchscreen. La macchina quindi stampa un modulo che l’elettore può controllare e posizionare in uno scanner ottico, che conteggia il voto e l’archivia. Resta comunque la prova fisica del voto, che serve per eventuali controlli e riconteggi in caso di contestazioni – e sappiamo quante ce ne siano state negli ultimi anni.

SENZA BISOGNO DI RECARSI AL SEGGIO – L’Election Day cade di martedì, un giorno lavorativo come gli altri. Per favorire la partecipazione al voto, negli ultimi anni molti Stati hanno potenziato soluzioni alternative come l’early voting, il voto anticipato, che può avvenire in due modi: di persona (in-person early voting), presentandosi agli appositi seggi approntati prima del giorno elettorale o depositando la scheda nelle urne predisposte (drop box); o per posta (mail-in/postal voting). Anche in questo caso, non esiste una regola valida su tutto il territorio Usa, ma ogni Stato stabilisce regole proprie quanto a durata e modalità dell’early voting. 47 Stati su 50, oltre al Distretto di Columbia, consentono il voto anticipato di persona – le eccezioni sono Alabama, Mississippi e New Hampshire. Alcuni Stati consentono di votare fino a 46 giorni prima dell’Election Day – tra questi il South Dakota e il Minnesota. Altri, come il Kentucky, aprono l’early voting a soli 5 giorni dal voto. Tutti i 50 Stati americani consentono poi il voto per posta, anche qui con procedure diverse. In alcuni Stati, l’elettore può richiedere di votare per posta senza dover fornire alcuna giustificazione. In altri, bisogna fornire una ragione: malattia, età avanzata, assenza per motivi di lavoro dall’indirizzo di residenza. Ci sono però Stati, tra questi Washington, Oregon, Colorado, dove il voto per posta è prevalente e la scheda viene inviata automaticamente a casa a tutti gli aventi diritto.

IL DOCUMENTO DI IDENTITA’ – Molta della più recente discussione sulle regole elettorali si è concentrata sul tipo di documento da esibire al momento del voto. 36 Stati richiedono la presentazione di un documento di identità per poter esprimere il voto. In 24 tra questi, l’ID deve avere la foto – quindi patente, passaporto, carta d’identità statale. Se l’elettore non ne è in possesso, può comunque esprimere quello che viene definito un “voto provvisorio”, che verrà conteggiato in modo definitivo alla presentazione di una ID nei giorni immediatamente successivi. Altri 14 Stati, oltre al Distretto di Columbia, non richiedono una ID; sono, con l’eccezione dell’Iowa, Stati a maggioranza democratica. In questa parte del Paese si ritiene che l’identità sia stata verificata in precedenza, al momento dell’iscrizione nelle liste elettorali. È anche possibile, per il responsabile del seggio, confrontare la firma dell’elettore con quella presente sul registro ufficiale. In alcuni Stati, per dimostrare l’identità, è possibile esibire bollette nominali o presentare una dichiarazione giurata. La scelta di non rendere obbligatoria la presentazione di un documento di identità risponde a diverse considerazioni. Anzitutto, non esiste un vero problema di falsificazione del voto. A titolo di esempio, Heritage Foundation ha trovato solo 36 casi riconducibili a brogli nelle elezioni degli ultimi 40 anni in Pennsylvania. Il problema, negli Stati Uniti, non è tanto evitare i brogli, quanto far sì che la gente vada a votare. Esistono poi problemi legati proprio al tipo di documenti richiesti. Milioni di americani, in particolare quelli con i redditi più bassi, non hanno una ID con foto. Un sondaggio del 2024 ha per esempio rivelato che ben 21 milioni di americani in età di voto non hanno una patente valida. Ancora più alto il numero di chi non ha il passaporto. Spesso non hanno una ID con foto gli anziani, che non guidano e che non si recano di frequente all’estero. Gli Stati Uniti sono poi un Paese con una forte mobilità interna. Chi ha da poco cambiato residenza, può non avere avuto il tempo di aggiornare i propri dati. Ci sono poi gli studenti che vivono nei campus, lontani dal loro indirizzo di residenza e che non hanno la patente. E ci sono milioni di homeless, anche loro privi di documenti di identità, non per questo inabili a votare. L’ID con foto diventa quindi soprattutto un modo per limitare il diritto di voto per milioni di americani.

COME LIMITARE IL DIRITTO DI VOTO – La richiesta di una ID con foto è solo uno tra gli strumenti utilizzati – in particolare dai repubblicani – per restringere il numero il diritto di voto. Ci si è rivolti a molto altro. Anzitutto al gerrymandering, il ridisegno dei confini dei distretti in modo da concentrare il voto bianco – di solito più favorevole al G.O.P. – diluendo invece quello delle minoranze, che tendono a votare democratico. Si è poi cercato di agire sulle condizioni fisiche, materiali, del voto. Hanno ridotto le finestre temporali per potere votare per posta North Carolina, Arkansas, Montana, Utah, South Dakota, Arizona. In Georgia si sono ridotti i tempi per richiedere le schede postali e limitato il numero delle urne di drop-box dove collocare le schede. Il Texas ha reso più severi i requisiti di identificazione per il voto postale e imposto limiti di orario al voto anticipato. L’Ohio ha eliminato giorni di voto anticipato e ridotto le finestre temporali per la richiesta e la restituzione delle schede. La Florida ha limitato la possibilità di chiedere le schede elettorali per posta per più cicli consecutivi. Esiste poi un divieto di fornire acqua e cibo a chi si trova in fila. È una proibizione variamente declinata nei diversi Stati, anche se il caso più clamoroso è quello della Georgia, dove nel 2021 è stato approvato l’Election Integrity Act, che proibisce l’offerta di regali, denaro, cibo, bevande a chi si trova in fila alle urne. I repubblicani sostengono che i gruppi progressisti portino la gente a votare promettendo regalie – secondo i critici, la questione è se pane e acqua per chi è in fila da ore possano essere considerati “regali”. Per le elezioni del prossimo 3 novembre, l’amministrazione Usa ha comunque deciso di non invitare gli osservatori internazionali dell’Osce. Si tratta di una svolta storica: negli ultimi 24 anni, l’Osce ha regolarmente monitorato procedure e svolgimento delle elezioni statunitensi. In compenso, l’amministrazione non esclude l’invio ai seggi di truppe dell’esercito e della Guardia Nazionale, oltre ad agenti federali armati, tra questi quelli dell’Ice. Secondo la Casa Bianca, si tratterebbe di un modo per assicurare un corretto svolgimento del voto. Per democratici e gruppi per i diritti. Trump e i repubblicani cercano chiaramente di intimidire gli elettori.

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Elezioni midterm, “Trump non accetterà l’esito del voto. Prepariamoci a qualsiasi eventualità”. Funzionari della sicurezza lanciano l’allarme

21 October 2026 at 04:54

I funzionari della sicurezza nazionale degli Stati Uniti si stanno preparando in segreto alla possibilità che il Presidente Donald Trump si rifiuti di accettare i risultati delle elezioni di metà mandato. Mentre numerosi sondaggi prevedono una forte ondata blu – il colore dei democratici – alle urne il 3 novembre, un ristretto gruppo di funzionari sta gettando le basi, insieme ai governi dei singoli Stati e ad alcuni membri del Congresso, per proteggere la democrazia. Lo ha riferito il ‘Washington Post’. Il gruppo comprende dieci funzionari, in carica ed ex, del dipartimento della Difesa, appartenenti a diverse aree dello spettro politico, secondo quanto riportato dal Post. A preoccuparli è il rischio che il Presidente, 80 anni, sacrifichi l’integrità della nazione pur di mantenere il suo partito al potere. “Tutti hanno detto: siamo preoccupati, ma non sappiamo cosa fare”, ha ammesso una fonte al Post. “L’esito che auspichiamo è che gli Stati siano preparati ad affrontare qualsiasi eventualità, qualora dovesse presentarsi”, ha aggiunto.

Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, commentando le elezioni di midterm, in programma il 3 novembre, ha detto che “il Presidente perde sempre, per qualsiasi ragione, alle midterm”. “Chiunque sia, repubblicano o democratico, grande Presidente o Presidente pessimo, perde per qualche ragione”, ha aggiunto, parlando con i giornalisti.

La Cnn ha minacciato il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di intraprendere nuove azioni legali se continuerà a impedire ai giornalisti dell’emittente di salire a bordo dell’Air Force One e di accedere allo Studio Ovale. In una nuova lettera indirizzata al dipartimento di Giustizia, l’avvocato della Cnn Theodore Boutrous scrive che il divieto interferisce illegalmente con la possibilità dell’emittente di svolgere i propri compiti nell’ambito del press pool, il gruppo ristretto di giornalisti che segue il presidente e condivide le informazioni con gli altri media. Boutrous ha dato a Trump tempo fino alle 17 di giovedì per ripristinare l’accesso, prima che la rete avvii una nuova azione legale.

“Questi tentativi di ritorsione e discriminazione nei confronti della Cnn, basati sui contenuti della sua copertura giornalistica, sono sbagliati, controproducenti e illegali”, scrive Boutrous nella lettera, ottenuta dal Washington Sun. “Se queste misure dovessero continuare, la Cnn non avrà altra scelta che tornare in tribunale per difendere i propri diritti ed è pronta a battersi per tutto il tempo necessario a tutelarli”. Il mese scorso Cnn, Ms Now e Politico hanno intentato una causa congiunta contro l’amministrazione Trump, dopo che quest’ultima aveva vietato ai loro giornalisti di accedere al complesso della Casa Bianca.

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