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“La legge del governo contro le azioni temerarie non protegge quasi nessuno, va cambiata”: il flash-mob di Case Italia con gli ombrelli bucati

22 October 2026 at 16:23

Un decreto recepito in ritardo, in modo a dir poco restrittivo e ignorando le raccomandazioni Ue. Nei fatti, “un’occasione sprecata, che lascerà senza tutele 9 vittime di querele temerarie su 10″. Con un flash mob a Piazza Capranica a Roma, la rete CASE Italia – il gruppo di lavoro italiano della Coalition Against SLAPPs in Europe che riunisce 17 organizzazioni,
da The Good Lobby all’Osservatorio Balcani Caucaso, fino ad Amnesty International Italia, Rete No Bavaglio e tante altre realtà – ha protestato contro il provvedimento con cui è stata recepita in Italia la direttiva europea 2024/1069 contro le azioni temerarie, le cosiddette “cause bavaglio”. In pratica, tutte quelle azioni legali manifestamente infondate, o sproporzionate, avviate prevalentemente da politici, esponenti del mondo imprenditoriale e aziende, con il solo intento di intimidire, silenziare o scoraggiare la partecipazione al dibattito pubblico di giornalisti, attiviste, ricercatrici, whistleblower e, più in generale, di chi esercita il diritto di informare o di esprimere opinioni su questioni di interesse collettivo.

La necessità di recepire la direttiva era l’occasione per fornire le tutele necessarie contro queste azioni, ma alla fine il decreto è stato bocciato dalla società civile come “inefficace e deludente”, dato che addirittura finirà per restringere la portata delle tutele previste dalla direttiva europea contro le SLAPP che colpiscono giornalisti, attiviste e whistleblower.

Il motivo? In attesa della pubblicazione del testo in Gazzetta ufficiale, protesta Case Italia, va in direzione opposta rispetto qualsiasi buona pratica usata dagli altri Stati. L’esecutivo Meloni non ha mai coinvolto la società civile nella discussione sul provvedimento, tanto che l’unica audizione riservata a loro in Parlamento ha visto la partecipazione di soli tre parlamentari M5s e le osservazioni non sono mai state recepite riducendo il processo a “un mero esercizio formale“, come ha ricordato la portavoce Sielke Kelner nel corso del presidio, organizzato proprio a pochi giorni dall’anniversario dell’omicidio ancora impunito della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, avvenuto il 16 ottobre 2017, vittima di una cinquantina di SLAPP.

Ma soprattutto, ha ribadito Kelner, il decreto lascerà fuori la gran parte delle vittime di azioni temerarie. Questo perché “offre protezioni solo ai bersagli di azioni legali temerarie con implicazioni transfrontaliere, escludendo di fatto le controversie domestiche, che rappresentano almeno il 90% dei casi registrati”. Ma c’è di più: perché la direttiva prevedeva una nozione di caso transfrontaliero più ampia, in quanto il testo Ue “stabilisce che un caso può essere considerato transfrontaliero anche quando, ulteriori elementi rilevanti della fattispecie presentano collegamenti con un altro Stato”. Con riferimento all’articolo 5, dove si richiede che “una controversia possa considerarsi priva di implicazioni transfrontaliere soltanto quando, oltre al domicilio delle parti nello stesso Stato membro, tutti gli ulteriori elementi pertinenti alla situazione siano situati unicamente in tale Stato”. Una formulazione che avrebbe permesso di ampliare l’applicazione del testo. Peccato che anche in questo caso il governo Meloni abbia invece deciso di non procedere.

“Avevamo chiesto che il decreto si applicasse anche ai casi nazionali e soprattutto anche ai casi penali, inclusi i procedimenti per diffamazione, tra gli strumenti più usati contro chi informa o critica in Italia. Così invece questa legge finirà per non tutelare nessuno o quasi“. Eppure, in Italia si registra il numero più alto di SLAPP in tutta l’Unione europea, come hanno mostrato i report di CASE Italia.

“Gli ombrelli bucati che abbiamo portato in piazza rappresentano perfettamente una legge che, invece di proteggere chi è sotto attacco, lascia quasi tutti esposti alla pioggia di azioni legali temerarie”, ha attaccato Martina Turola, responsabile comunicazione di The Good Lobby, organizzazione non profit parte della rete CASE Italia. “Per questo oggi lanciamo una petizione in cui chiediamo al Governo e al Parlamento di correggere questa legge“, è l’auspicio delle rete.

In piazza erano presenti anche alcuni esponenti dell’opposizione, come Vittoria Baldino (vicepresidente e deputata M5s), Elisabetta Piccolotti (Avs) e Valentina Grippo (Azione), così come vittime di azioni temerarie, come il comico Daniele Fabbri, querelato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni dopo che in un monologo satirico aveva definito la premier “puzzona” e “caccolosa”: “Mi ha chiesto un risarcimento da 20mila euro per ‘profondi strascichi sulla psiche’. Ora dovrebbe venire a processo in Aula per spiegare questi traumi come sono andati, ma non si è ancora presentata. L’idea che una persona di potere si accanisca contro un artista, neanche di quelli in vista, è un brutto segnale”, ha sottolineato il comico.

“Porteremo all’attenzione della Commissione Ue quella che per noi è una mancanza di conformità con la direttiva, almeno nel tentativo di ampliare la nozione di transfrontaliero”, ha concluso Kelner.

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L’Ue assegna il premio Caruana Galizia a un’inchiesta sulla violazione dei diritti umani nell’accordo Italia-Albania. Ma l’Europa lo considera un modello

22 October 2026 at 07:25

L’assegnazione del Premio giornalistico Daphne Caruana Galizia 2026, in memoria della reporter maltese uccisa per i suoi lavori contro la corruzione, dimostra come, a volte, il destino sia in effetti un cinico baro. Perché il riconoscimento, istituito dal Parlamento europeo, è andato al giornalista italiano Giacomo Zandonini e alla collega olandese Maite Vermeulen per un’inchiesta pubblicata sulla piattaforma giornalistica De Correspondent. L’anomalia, però, sta nel tema trattato dal lavoro vincitore che ha come titolo Rinchiudere i migranti in una gabbia in Albania: l’Italia lo fa, i Paesi Bassi lo vogliono. Un prodotto giornalistico che è allo stesso tempo un atto d’accusa contro la volontà di sempre più Stati membri dell’Ue di rinchiudere i migranti in centri fuori dai propri confini. Un modello che lo stesso Parlamento europeo ha sposato de facto votando a favore dell’ultimo Regolamento Ue sui rimpatri.

Così, la cerimonia che si è tenuta nella sala stampa “Daphne Caruana Galizia” del Parlamento europeo a Strasburgo è diventata l’occasione per mettere l’operato delle istituzioni sotto esame fin dentro la loro ‘casa’. Emblematiche, in questo senso, le dichiarazioni della presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola, pubblicate sul sito dell’Eurocamera e tutte incentrate sulla necessità di difendere la libertà di stampa, ben attenta a non entrare nel merito del lavoro premiato.

A farlo ci hanno pensato gli autori dell’inchiesta che alla stampa hanno dichiarato come la diffusione degli accordi con Paesi terzi per trasferire migranti comporti “rischi per i diritti umani, costi elevati e pochi risultati“: “È diventata quasi una prassi, tra i governi europei, cercare di creare strutture di questo tipo in Paesi terzi – ha dichiarato Vermeulen ricordando che anche il governo olandese sta trattando con il Rwanda – Spero davvero che questo premio e la nostra inchiesta possano servire da monito per i governi europei che stanno accelerando la stipula di tali accordi, mostrando cosa comportino concretamente. Non ho mai visto un accordo con un Paese extra-Ue in cui i diritti umani siano stati adeguatamente tutelati. Peraltro, si tratta di soluzioni estremamente costose che, alla fine, non risolvono nulla“.

Chissà cosa penserà Metsola di queste dichiarazioni, dato che la Plenaria ha approvato, il 17 giugno scorso, il nuovo Regolamento Ue sui rimpatri. Al suo interno, tra le altre cose, si legge che sarà possibile “l’allontanamento verso territori extra-UE, inclusi i cosiddetti ‘centri di rimpatrio‘, possibile sulla base di un accordo”. In poche parole, il Protocollo Italia-Albania oggetto dell’inchiesta è già da mesi un modello di riferimento per le istituzioni Ue e per tutti gli Stati membri.

A premiare il lavoro dei due reporter è stata una giuria indipendente, composta da giornalisti provenienti da tutti i Paesi europei, che ha selezionato dieci finalisti tra le 344 candidature pervenute prima di decretare il vincitore. L’inchiesta è stata pubblicata a gennaio, frutto di un lavoro di ricerca durato quasi due anni. Il focus del lavoro, ha poi spiegato Zandonini, era quello di rendere comprensibile il reale funzionamento dell’accordo Albania-Italia, mostrandone così le criticità, e questo ha richiesto l’analisi di numerosi documenti ufficiali. A questo punto è emersa la scarsa trasparenza delle istituzioni nei confronti della stampa: “Lo scoglio più grande è stato accedere alle informazioni”, confessa, dato che le richieste presentate al governo, al ministero dell’Interno e alle prefetture hanno ottenuto pochi riscontri. Dai Paesi Bassi sono arrivati 70 documenti, tra cui email su incontri, valutazioni e scambi relativi all’intesa tra Italia e Albania. “Dal punto di vista italiano c’è stata paradossalmente molta meno trasparenza, sia sui dati finanziari sia sulle condizioni e il numero e le situazioni delle persone trattenute nei centri”, continua. I giornalisti non hanno ottenuto l’autorizzazione a entrare nei centri e i governi italiano e albanese hanno anche rifiutato di rilasciare dichiarazioni o commentare i dati raccolti. Un modus operandi che, però, l’Ue ha deciso di elevare a modello.

X: @GianniRosini

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