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La pace da difendere, la sicurezza da costruire. Tutti i protagonisti della festa di Airpress a Villa Blanc

Difendere la pace significa assumersi responsabilità politiche, disporre di capacità militari credibili e poter contare su un’industria in grado di sostenerle. È questo il filo conduttore dell’evento annuale di Airpress, dal titolo Arsenale per la pace, cha ha riunito a Villa Blanc, a Roma, rappresentanti delle istituzioni, vertici delle Forze armate e protagonisti dell’aerospazio e della difesa. Una serata per confrontarsi sul futuro della sicurezza italiana ed europea, nella consapevolezza che deterrenza, innovazione tecnologica e capacità industriali sono parte integrante di una strategia capace di preservare la pace.

La pace, la difesa e la responsabilità della politica

Il rapporto tra deterrenza e sicurezza europea ha attraversato il confronto tra Isabella Rauti, sottosegretario di Stato alla Difesa, Lorenzo Guerini, presidente del Copasir e Alessandro Azzoni, rappresentante permanente d’Italia presso la Nato. Tre prospettive istituzionali diverse, accomunate dall’esigenza di rafforzare le capacità di difesa e, soprattutto, di spiegare ai cittadini le ragioni delle scelte necessarie per garantire la sicurezza.

A richiamare la politica alle proprie responsabilità è stato Guerini, invitandola ad affrontare questi temi “senza mentire all’opinione pubblica per un voto in più”. Il disimpegno americano in Europa impone, secondo il presidente del Copasir, un salto di qualità negli investimenti comuni, nella pianificazione militare e nella cooperazione industriale. Una responsabilità che riguarda anche il rapporto con i cittadini, come ha ricordato Rauti. “Per decenni abbiamo dato la pace per scontata, oggi sappiamo che va difesa ogni giorno”. La deterrenza, nella lettura del sottosegretario, è anzitutto uno strumento per prevenire i conflitti e tutelare le società democratiche.

È su questo rapporto tra sicurezza e consapevolezza pubblica che si è soffermata Flavia Giacobbe, direttore di Formiche e Airpress, spiegando la scelta del titolo. Un richiamo al legame tra capacità di difesa, deterrenza e innovazione, in una stagione di confronto permanente non sempre compresa dall’opinione pubblica italiana.

Una comunità riunita

La fotografia della serata restituisce anche una politica capace di ritrovarsi attorno ai temi della sicurezza. A Villa Blanc erano presenti Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, Maurizio Gasparri, presidente della Commissione Affari esteri e difesa del Senato, Gianfranco Fini, già presidente della Camera, Lorenzo Cesa, presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato e Giulio Terzi di Sant’Agata, presidente della Commissione politiche dell’Ue, insieme a numerosi altri esponenti del Parlamento tra cui Raffaele Nevi, Stefano Graziano, Elena Murelli, Andrea Casu e Lavinia Mennuni.

Accanto alla politica, chi della difesa conosce soprattutto la dimensione operativa. A rappresentare le Forze armate, tra gli altri, il generale Franco Federici, consigliere militare del presidente del Consiglio, il generale Antonio Conserva, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, e l’ammiraglio Fabio Gregori, sottocapo di Stato maggiore della Marina militare. Una presenza che abbracciava anche il settore degli armamenti, con Luisa Riccardi, vicedirettore nazionale degli Armamenti, il generale Luca De Martinis, direttore degli Armamenti aeronautici, e l’ammiraglio Cristiano Nervi, direttore degli Armamenti navali. A completare il quadro delle responsabilità operative, il generale Giovanni Gagliano, comandante delle Forze di supporto al combattimento dell’Esercito, e l’ammiraglio Sergio Liardo, comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto. Non mancava poi l’esperienza di chi ha guidato le Forze armate ai massimi livelli, come gli ex capi di Stato maggiore Vincenzo Camporini, Enrico Credendino e Pietro Serino. Una partecipazione che ha riunito generazioni diverse della leadership militare italiana, tra responsabilità attuali ed esperienza maturata ai vertici.

L’industria e le capacità della difesa

Alle scelte della politica e alle esigenze delle Forze armate devono corrispondere tecnologie, competenze e capacità produttive. Una riflessione che parte dalla necessità di ampliare il concetto stesso di sicurezza, come ha sottolineato Massimo Claudio Comparini, managing director della Space division di Leonardo, richiamando la protezione delle infrastrutture critiche, delle economie e degli spostamenti. Una visione che deve andare “oltre quello che ci porta a pensare solo alle applicazioni militari”, per riconoscere il valore strategico delle tecnologie anche nella dimensione civile.

In questa prospettiva, la solidità della filiera industriale nazionale assume un peso centrale. Per Paolo Graziano, executive chairman di Magnaghi Aerospace Group, l’innovazione nella difesa è essenziale per “preservare le competenze dell’Italia e la sua competitività nel mondo”. Competenze che devono tradursi in capacità produttive, come ha evidenziato Frank Paul Spina, managing director e general manager di Northrop Grumman Italia, sottolineando la necessità di sviluppare capacità “concrete, affidabili e producibili su scala”, in grado di rispondere alle crescenti esigenze operative. Una sicurezza che passa anche dalla resilienza delle infrastrutture e dalla continuità operativa, ambiti nei quali Francesco Miraglia, business unit director government, intelligence & defense di CBRE, ha richiamato il “ruolo strategico” del Facility management.

Accanto a queste realtà, a Villa Blanc erano presenti numerose altre aziende del settore, alcune delle quali hanno anche contribuito a sostenere l’iniziativa, a testimonianza della varietà di competenze industriali che ruotano attorno al mondo della difesa e dell’aerospazio.

Tra confronto politico, vertici militari e industria, la festa di Airpress ha restituito il ritratto di una comunità chiamata a confrontarsi sulle stesse sfide, pur con responsabilità differenti. Un’immagine che riassume lo spirito di Arsenale per la pace, ricordando quanto la sicurezza dipenda dalla capacità di far dialogare scelte politiche, competenze militari, innovazione tecnologica e capacità industriali.

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Taglio tasse, meno sbarchi, più lavoro. I 4 anni del governo Meloni secondo Palazzo Chigi

Il primo governo della storia italiana a superare i quattro anni di vita è l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, con alcuni numeri che danno la cifra dei provvedimenti varati, come il taglio di 140 miliardi di tasse a famiglie e imprese; la riduzione del 70% degli sbarchi illegali; l’aumento di 1,4 milioni di posti di lavoro stabili. Il documento diffuso dal governo elenca in modo sintetico i numeri più importanti e i provvedimenti più significativi approvati e avviati dall’insediamento a oggi.

I numeri sull’occupazione

Quasi un milione e mezzo di posti di lavoro e disoccupazione al 5,6% (era all’8,1% nel 2022). Tra i provvedimenti da citare il salario giusto legato ai contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, il cosiddetto Decreto Primo Maggio; la svolta sulla sicurezza sui posti di lavoro che consiste in più ispettori, sblocco assunzioni in Inail e Inps, raddoppio delle assunzioni previste nell’Ispettorato e più 100 Carabinieri per la tutela del lavoro, oltre al tracciamento dei mancati infortuni, interoperabilità delle banche dati e sperimentazione del badge di cantiere. Sono stati stanziati 30 mln in più per le vittime di infortuni sul lavoro e 26 mln per le borse di studi per i figli superstiti.

Il bilancio

Il governo ha manifestato una particolare attenzione ai costi, dopo l’allegra gestione del super bonus e del reddito di cittadinanza: l’Italia infatti è l’unica Nazione del G7 tornata già dal 2024 in avanzo primario dopo il Covid. Lo scorso 15 ottobre lo spread era a 109 punti, contro i 236 di quattro anni fa, segno di una fiducia da parte dei mercati e degli investitori. Ammonta a tre miliardi e mezzo il risparmio sugli interessi, destinabili a sanità, scuola, senza contare il minor peso fiscale per le famiglie. Sempre restando al comparto economico, la Borsa ha fatto registrare un più 130%, con la possibilità per le famiglie di detenere nel proprio portafogli più titoli. Inoltre c’è il pollice alzato da parte delle principali agenzie di rating, che migliorano il giudizio sull’affidabilità e solidità economica. La zes unica impatta complessivamente per 60 miliardi, che si somma alla decontribuzione al sud da 7 miliardi fino al 2030 per chi assume.

La coesione

Altro capitolo, quello che riguarda la coesione grazie a 34 accordi siglati per lo sviluppo con Regioni, Province autonome e Amministrazioni centrali che si sono manifestati in oltre 50 miliardi di investimenti attivati, tra cui la riqualificazione dell’area di Bagnoli-Coroglio, le Province di Taranto e il Sulcis Iglesiente. Altre intese approvate in CdM sono quelle con Lombardia, Liguria, Piemonte e Veneto che si sommano alla legge per l’attuazione dell’Autonomia differenziata delle Regioni a Statuto ordinario e alla legge delega per la definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP).

Record export

Capitolo export, la voglia di Italia nel mondo cresce, come dimostra la quarta posizione mondiale raggiunta dall’Italia fra le nazioni esportatrici, impreziosita dal valore dell’agroalimentare giunto a 73 miliardi. I numeri inoltre dicono 401,8 mld nei primi 7 mesi del 2026; nuovo record di investimenti diretti esteri (più 12%). La comparazione con altri paesi rivela che il valore dell’export italiano ha superato il Giappone, i BTP decennali mostrano uno spread sceso al di sotto dei titoli francesi, il tasso disoccupazione dal IV trimestre 2025 è sceso sotto la media europea e dell’Eurozona, e infine sono state superate Germania e Uk per pil pro capite.

Infrastrutture e Piano Casa

Alla voce infrastrutture il governo rivendica una serie di iniziative come la riforma del Codice degli appalti e della Governance portuale, il sostegno abitativo (oltre 20 mln nel 2026 per genitori separati o divorziati), il decreto Salva Casa per semplificare e rilanciare il mercato immobiliare, il Nuovo Codice della Strada e i 6,35 mld per 729 interventi sulle infrastrutture idriche. E poi c’è il Piano Casa, che consiste in 10 miliardi per 100mila alloggi in 10 anni, accanto al recupero di 60mila alloggi popolari ora non disponibili, al Fondo per l’Housing sociale e l’emergenza abitativa, agli alloggi a prezzi calmierati, al fondo garanzia mutui prima casa.

Il versante internazionale

Sul versante internazionale, il governo sottolinea il ruolo dell’Italia nel mondo ottenuto con “coerenza e credibilità” di fronte alle crisi geopolitiche. In primis il sostegno all’integrazione dei Balcani Occidentali nella Ue, poi il rinnovato legame con l’America Latina, accanto al sostegno di una pace giusta e duratura in Ucraina, all’impegno per un quadro di pace e stabilità in Medio Oriente, fino alle nuove connessioni con l’Indo-Pacifico e a un rapporto da pari a pari con l’Africa e il Sud Globale. In questo senso si inserisce il ragionamento dedicato alla proiezione globale del Mediterraneo, con Roma player riconosciuto nella Ue, nella Nato e nel G7, senza dimenticare un “rapporto equilibrato con la Cina attraverso il nuovo partenariato strategico”.

Entrando nel merito dei singoli atti spiccano gli interventi a Gaza dove l’Italia è stata la prima Nazione occidentale per evacuazioni sanitarie oltre all’operazione imbastita Food for Gaza; e ancora la riforma della cittadinanza, i maggiori servizi per i connazionali all’estero (dal 2023 rilasciati 2mln di passaporti e oltre 670mila carte d’identità elettroniche) fino alle 16 intese su materie prime critiche e catene di approvvigionamento. Infine l’impegno per le interconnessioni strategiche: corridoio IMEC, corridoio VIII nei Balcani, progetto Elmed.

Una menzione a parte merita il Piano Mattei, che vede ben 18 paesi coinvolti, il doppio rispetto al varo del gennaio 2024. Sono 76 i progetti in corso, per un modello di cooperazione che si poggia su sette linee-obiettivo e che si sta intrecciando sia con progetti Ue come il Global Gateway, sia con le esigenze dei singoli paesi coinvolti, attirando le attenzioni di soggetti internazionali come Banca Mondiale, Banca africana, Commissione europea, Bei, Unione Africana.

Non solo difesa: i nuovi domini strategici

Per quanto riguarda la difesa, l’Italia è presente in 39 missioni con alcune novità, come il ritorno alla guida della missione KFOR nei Balcani, passando per l’impegno concretizzatosi in solidarietà internazionale con aiuti a Gaza, Medio Oriente e sisma in Venezuela. A tal proposito sono molteplici i fronti geopolitici che vedono l’Italia coinvolta, come l’istituzione del Polo nazionale della dimensione subacquea, il lancio del satellite CSG-FM3, i 16 accordi internazionali e le 400 intese tecniche siglati con i partner nei campi della difesa, sicurezza, ricerca e sviluppo tecnologico, la riforma della sanità militare e l’attenzione ai nuovi domini strategici come spazio, cyber, dimensione subacquea e Artico.

Politiche migratorie: un modello anche per l’Ue

Infine la sicurezza: meno 70% di sbarchi e più 55% di rimpatri. I numeri sull’azione svolta da Viminale si legano ad azioni mirate, come la lotta alle reti criminali che di fatto è entrata nel nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Da questo punto di vista va citata l’Alleanza globale contro il traffico di migranti e il rafforzamento di Europol. Gli accordi con i Paesi terzi rappresentano la novità italiana per il contrasto all’immigrazione illegale che trova concreta applicazione nel Memorandum Ue-Tunisia e nel partenariato strategico UE-Egitto. Di fatto l’Italia orienta le politiche migratorie europee grazie al nuovo concetto di Paese terzo sicuro, per cui è stato superato il requisito obbligatorio di collegamento personale tra richiedente asilo e Paese terzo, consentendo, attraverso appositi accordi, l’esame delle richieste di protezione da parte di Paesi terzi sicuri

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La vera malata d’Europa è la Germania, non la Francia. Gros spiega perché

Sì, un rischio di contagio dalla Francia c’è per l’Europa. E comunque, se proprio la si vuol raccontare tutta, la Germania è messa peggio dei cugini d’Oltralpe. Daniel Gros, economista tedesco, direttore dell’Institute for European policymaking presso la Bocconi, la prende di petto quando gli si chiede se la polveriera francese, di cui sabato scorso qualcuno ha visto lo spettro per le vie di Milano, sia un rischio per il Vecchio continente, a quindici anni dal dramma della crisi greca. Mario Draghi, certo, non vede particolari pericoli, arrivando a giudicare del tutto fuorviante e dispersivo anche il solo immaginare un intervento della Bce sul debito francese. Per Gros, invece, un rischio, seppur calcolato e minimo, c’è.

Gros, la Francia è una pentola a pressione. Nessuno vuole tirare fuori dall’armadio i fantasmi della crisi greca. Però…

Un pericolo di contagio, contenuto per il momento, c’è. Dipenderà molto da quello che faranno gli altri Paesi e anche la stessa Bce. Ma il rischio, lo ripeto, c’è.

C’è chi ha fatto notare, con cognizione di causa, che oggi l’Europa sia decisamente più grande e vaccinata rispetto a dieci o quindici anni fa. Stiamo negando il problema provando a nasconderci dietro un dito?

No, oggi l’Europa è certamente più attrezzata di quindici anni fa. E anche per questo molti Paesi stanno meglio di anni fa. Però il vero punto sono le banche: oggi il sistema continentale del credito è molto più robusto e strutturato rispetto al 2008, quando esplose la crisi di Lehman Brothers ci colse impreparati.

Se le dico che oggi la Francia è la grande malata d’Europa, lei è d’accordo?

La Francia non è la Grecia. E comunque, l’economia di Parigi non è poi messa così male. Anzi, le dico di più, cresce più di quella tedesca, se in Europa c’è una grande malata, quella è la Germania.

D’accordo, concesso. Però le immagini delle devastazioni per le strade delle città francesi parlano chiaro. Come si è arrivati a questo?

La Francia, ed è questo il problema più della crescita, ha un sistema politico paralizzata ed è per questo che i conti pubblici sono sfuggiti di mano. Parigi viene da quindici anni di politiche keynesiane, l’austerità l’avrebbe dovuta fare quando le cose andavano meglio di adesso.

Lei ha citato la Germania. In effetti Berlino, tra concorrenza cinese e dipendenza energetica dalla Russia, è messa male. La crisi, drammatica, di Volkswagen sta lì a dimostrarlo. Come si immagina l’ex locomotiva d’Europa tra cinque anni?

Siamo vicini al fondo della valle, i settori energivori stanno lasciando la Germania, mentre il settore automobilistico si sta riconvertendo, passando dalle macchine agli armamenti. Toccando il fondo, forse, ci potrà essere qualche cambiamento significativo.

Parliamo di energia. L’Italia è tra i Paesi in Europa che batte maggiormente i pugni sul tavolo per riformare, se non azzerare, il meccanismo della tassazione del carbonio, l’Ets. Le pare una battaglia giusta?

Francamente, l’ultima cosa che cambierei in Europa è proprio il sistema Ets, che è indolore ed efficace nel ridurre le emissioni. Magari si possono abolire altri regolamenti che impattano sul prezzo dell’energia. Ma l’Ets credo che ci serva.

L’Europa e le banche. Il futuro, viene detto da più parti, è il consolidamento: spalle larghe per competere con i giganti di Cina e Stati Uniti. E l’immancabile mercato unico dei capitali…

Non sono d’accordo. Non vedo il bisogno di aggregazioni per competere con i colossi americani, che fanno profitto dalla loro posizione da oligopolio. Le ricerche non evidenziano economie di scala per le banche oltre una dimensione di bilancio di qualche miliardo.

Insomma?

La competitività delle banche europee dipende meno dall’assenza di un mercato unico dei capitali e più da costi di personale molto rigidi, che rallentano l’adozione di tecnologie. Il caso Commerzbank (la banca tedesca sempre più vicina alle nozze con Unicredit, ndr) ci insegna che è più importante avere un mercato e una concorrenza per corporate control, che un mercato unico dei capitali a livello europeo.

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Terre rare, il riciclo europeo cerca capacità industriale. Il progetto Inspiree

A Ceccano, in provincia di Frosinone, Itelyum sta sviluppando un impianto per recuperare terre rare dai magneti permanenti contenuti nei motori elettrici e nelle apparecchiature elettroniche dismesse. Il progetto Inspiree, autorizzato nel giugno scorso, prevede il trattamento di 2.000 tonnellate annue di magneti, da cui ottenere circa 700 tonnellate di ossalati di terre rare. Sono capacità previste, ancora da realizzare. Quegli ossalati, inoltre, dovranno attraversare altre lavorazioni prima di diventare nuovi magneti destinati alla manifattura.

La distinzione tra recuperare una materia prima e riportarla in una produzione industriale riguarda direttamente il voto con cui il Parlamento europeo, il 20 ottobre, ha approvato la propria posizione sulla revisione del Critical Raw Materials Act: 470 favorevoli, 83 contrari e 108 astensioni. Fra le modifiche figura la possibilità di limitare, a determinate condizioni, le esportazioni di rottami e rifiuti contenenti magneti permanenti. Si tratta di una proposta negoziale, che dovrà essere concordata con il Consiglio; oggi non esiste un divieto già operativo derivante da quel voto.

La posta economica emerge dalla geografia della produzione mondiale. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 la Cina controllava il 91% della raffinazione delle terre rare destinate ai magneti e il 94% della produzione di magneti permanenti sinterizzati. Le difficoltà registrate nel 2025 a seguito delle restrizioni cinesi alle esportazioni hanno mostrato quanto l’industria automobilistica europea sia esposta alla disponibilità di questi componenti. La dipendenza riguarda soprattutto le lavorazioni nelle quali i materiali vengono separati, raffinati e trasformati in prodotti utilizzabili.

Il piano RESourceEU della Commissione, presentato nel dicembre 2025, rileva che nell’Unione viene riciclato meno dell’1% delle terre rare. Una parte dei magneti a fine vita esce dal territorio europeo, rimane inutilizzata o non viene recuperata. Bruxelles stima che iniziative come Inspiree in Italia e alcuni progetti francesi possano contribuire, con materiali e incentivi adeguati, alla futura produzione di 3.800 tonnellate di magneti permanenti: circa un quinto della domanda attuale. La stima descrive un potenziale da sviluppare, lontano da una capacità già disponibile.

Un’impresa che raccoglie magneti dismessi deve trovare acquirenti per il materiale recuperato. Chi lo acquista per trasformarlo deve invece sostenere i costi degli impianti e assicurarsi forniture sufficienti a mantenerli in esercizio. La proposta parlamentare interviene sulla circolazione commerciale dei rottami, mentre l’ampliamento della capacità di trattamento richiede investimenti, autorizzazioni e tempi industriali. Il progetto di Ceccano, passato attraverso un’autorizzazione prima dell’avvio della produzione su scala prevista, rende concreta questa differenza. I volumi trattenuti in Europa andranno considerati insieme a quelli che gli impianti europei sono effettivamente in grado di lavorare.

Gli investimenti devono poi coprire l’intera sequenza produttiva. Dopo il trattamento chimico sono necessarie la conversione dei composti in metalli, la preparazione delle leghe e la fabbricazione dei magneti. Ogni fase comporta tecnologie e rischi differenti. Un aumento delle quantità recuperate può alimentare la filiera soltanto quando le lavorazioni successive trovano capacità adeguata e clienti disposti ad acquistare il prodotto.

Le difficoltà della fase finale sono documentate anche dal caso Gkn Powder Metallurgy. Nel febbraio 2026 Reuters ha ricostruito la rinuncia del gruppo al progetto di una fabbrica europea di magneti permanenti, dopo circa 20 milioni di euro investiti e l’avvio di un impianto pilota in Germania. L’obiettivo era raggiungere 4.000 tonnellate annue entro il 2030. Secondo le fonti citate dall’agenzia, l’attività era stata giudicata estranea al perimetro centrale del gruppo e caratterizzata da prospettive economiche incerte, in un contesto di concorrenza cinese sui costi. Il passaggio dal pilota alla produzione commerciale non è arrivato a compimento.

Per attenuare l’incertezza degli investimenti, il Parlamento propone meccanismi di stabilizzazione dei prezzi e un Centro europeo per le materie prime critiche, con funzioni di coordinamento degli approvvigionamenti, delle scorte e degli acquisti congiunti. L’Eurocamera chiede anche una dotazione di 2 miliardi di euro nel prossimo bilancio pluriennale, ancora da approvare. Strumenti finanziari e coordinamento acquistano utilità quando accompagnano progetti industriali sostenuti da forniture e sbocchi commerciali verificabili. Il solo riconoscimento di un impianto come strategico non ne garantisce la redditività.

La domanda dei produttori finali può contribuire a dare stabilità alla filiera. L’Agenzia internazionale dell’energia calcola che le terre rare incidano per circa il 40% sul costo di un magnete permanente, ma per meno dell’1% sul valore di un’automobile. I costruttori devono dunque confrontare l’eventuale maggior costo di una fornitura diversificata con quello derivante dall’interruzione della produzione. Contratti pluriennali e impegni di acquisto offrirebbero ai produttori europei una base più solida sulla quale programmare i nuovi stabilimenti.

L’Italia dispone di competenze nel trattamento dei rifiuti industriali, nella chimica e nella componentistica destinata all’automotive e all’aerospazio. Inspiree mostra una capacità tecnologica in sviluppo nel recupero, mentre i componenti finali richiedono ulteriori lavorazioni e rapporti industriali con chi li utilizza. La sicurezza degli approvvigionamenti interessa anche l’elettronica e la difesa, settori nei quali qualità, continuità e tracciabilità delle forniture hanno un peso particolare.

Il negoziato tra Parlamento e Consiglio dovrà definire le condizioni delle eventuali restrizioni, tenendo conto della capacità di trasformazione disponibile e degli obblighi commerciali internazionali. Per valutare gli effetti sui mercati serviranno dati più precisi sui flussi dei magneti recuperabili, distinti dalle statistiche aggregate sui rottami. La quantità di metalli, leghe e magneti prodotti nell’Unione con quei materiali, e successivamente acquistati dalla manifattura, offrirà una misura concreta dei risultati raggiunti. Anche la continuità delle forniture dovrà entrare in questa valutazione.

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La rivoluzione e i frangifiamma della democrazia. La riflessione di Sisci

Ci sono due forze convergenti ma distinte alla base delle proteste violente di Milano e, forse, anche di quelle francesi o greche. La prima è il risentimento, lo scontento sociale. È la legna secca che si accumula. La seconda è quello di chi soffia su questo scontento, non per risolvere i problemi, ma per farli crescere. Questa è probabilmente l’operazione che ha contribuito a organizzare la violenza in piazza nei giorni scorsi.

Le due forze convergono poi con la scintilla che può essere l’incidente, anche casuale, durante le manifestazioni pacifiche. L’incidente, naturalmente, può non essere casuale e può essere stato provocato ad arte. Le due forze devono essere affrontate separatamente. Sono entrambe politiche ma hanno bisogno di politiche diverse.

La prima ha bisogno di un’analisi approfondita, misure probabilmente di medio-lungo termine per togliere legna dal fuoco. La seconda, invece, richiede misure tempestive per evitare che il fuoco si trasformi in un incendio.

Il problema oggi, come ottant’anni fa, alla fine della Seconda guerra mondiale, è il nemico dall’altra parte della Cortina, che prima era di ferro e oggi è più tenue, di plastica traforata, perché, a differenza di allora, le comunicazioni tra i due lati sono più trasparenti.

Si fanno sempre più concreti, infatti, i sospetti che ad aizzare le folle siano forze pilotate da Mosca. Esse cercano di raccogliere a Milano o a Parigi successi politici che non riescono a ottenere sui campi di battaglia in Ucraina.

Il metodo è antico. La Germania guglielmina appoggiò e facilitò la rivoluzione bolscevica per liberarsi dalla Russia sul fronte orientale nel 1917. Dopo, l’Unione Sovietica sostenne e organizzò rivoluzioni in tutto il mondo, per un misto di idealismo ed espansione delle proprie ambizioni geopolitiche. Le successive rivoluzioni colorate (non più rosse) sostenute dall’America e dall’Occidente seguivano lo stesso tracciato, ma con molto minore sapienza rispetto ai rivoluzionari professionisti sovietici. Oggi Mosca sembra tornata al suo antico mestiere, che sa fare meglio di chiunque altro: esportare rivoluzione.

Le rivoluzioni sono una cosa seria e, a volte, anche giuste, se ci si oppone a un sistema che non consente la libera partecipazione alla politica. Ma usare la violenza in un sistema aperto, libero sovverte la democrazia e la libertà di tutti e forza la volontà di una minoranza aggressiva su una maggioranza che la può pensare diversamente. Questo non è tollerabile per la sopravvivenza di un sistema democratico, specie se organizzato, in tutto o in parte, da uno Stato non alleato e spesso ostile.

Ciò pone con urgenza la necessità di frangifiamme, bisogna abbattere gli alberi in prossimità del fuoco per evitare che l’incendio si espanda. In altre parole, torna di attualità quello che, nella prima guerra fredda, si chiamava il fattore K: chi era idealmente vicino all’Unione Sovietica non poteva governare.

L’Italia risolse questo problema delicato per una democrazia, concedendo alle forze filo-sovietiche una rappresentanza parlamentare e la libertà di espressione, ma impedendo loro di accedere alle stanze del potere.

Fu un divorzio non facile. Nel 1946 tutte le forze che avevano combattuto il fascismo sedettero insieme per scrivere la Costituzione della Repubblica, ma due anni dopo si divisero tra chi sarebbe andato al governo e chi sarebbe restato all’opposizione. La divisione fondamentale fu tra l’alleanza con l’America, da una parte, e con la Russia, dall’altra.

Oggi si è di fronte allo stesso frangente. I problemi politici che hanno portato all’insoddisfazione e alla furia della gente in piazza a Milano e a Parigi richiedono una risposta politica articolata. Ma le forze che accendono le fiamme, o sono anche solo vicine a quelle fiamme, devono essere escluse dalle leve del governo.

Ciò non significa arrestare tutti i dissidenti; anzi, le voci dissidenti e stridenti devono restare come forza e stimolo della democrazia italiana. Ma se queste forze mirano alla sovversione violenta del sistema democratico, o tifano per essa, non possono ragionevolmente guidare un governo che ha deciso di stare dall’altra parte.

Oppure devono chiedere con chiarezza un cambiamento della posizione internazionale dell’Italia nei confronti dell’Unione europea e della Nato. Lo spartiacque è la guerra in Ucraina.

Ciò pone domande concrete a tutte le forze politiche che legittimamente tifano per la Russia: o cambiano posizione oppure non possono avvicinarsi al governo, o, se sono al governo, devono uscirne. È stato difficile mantenere l’ambiguità finora, ma evidentemente dopo queste violenze diventa pressoché impossibile.

Ciò implica che tutti i partiti, a destra o a sinistra, che si impegneranno nella prossima campagna elettorale dovranno scegliere con chiarezza da che parte stare nella politica internazionale. Concretamente, quindi, Giuseppe Conte, leader del M5s, e Matteo Salvini, leader della Lega. In Francia ci saranno probabilmente scelte analoghe.

Se non si pone questa alternativa politica, si crea una situazione insostenibile: non è possibile cominciare ad affrontare i problemi di medio-lungo termine sul tappeto, e si obbligano le forze dell’ordine a essere non l’ultimo anello di una lunga catena di ordine istituzionale, ma l’unica barriera delle istituzioni contro il caos.

Le barriere isolate, prima o poi cadono e poi c’è il saccheggio della città e la fine delle istituzioni. Il sacco di Roma varrebbe più di quello di Kyiv.

Sarebbe uno smacco enorme per gli Stati Uniti d’America guidati dal presidente Donald Trump: Roma o Parigi sono sue alleate, perché dovrebbe cederle al leader russo Vladimir Putin? Alla vigilia di un autunno che si preannuncia di fuoco, con pochi pompieri e tanti incendiari, l’inizio della soluzione del rovello è forse nelle stanze del Parlamento a Roma.

Le ombre di Alarico, dei cosacchi che abbeverano i loro cavalli nella piazza di San Pietro, sono immagini crude, quasi surreali di tempi andati ma ora si stagliano all’orizzonte forse più concrete di quanto non lo siano state da 40 anni.

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Dal Tap alle terre rare, Roma e Baku rafforzano la partnership industriale

Cooperazione industriale, export rafforzato, nuove strade di investimenti e ulteriori partnership nei settori strategici, come le materie critiche. Italia e Azerbaigian viaggiano spedite verso una nuova stagione di relazioni, fondate su business, cultura e geopolitica, in vista del Business Forum di Baku. Gli ultimi accordi siglati a Roma alla presenza di istituzioni e imprese raccontano tutta la bontà dell’iniziativa “Italy-Azerbaijan: Strengthening Economic and Industrial Cooperation”, organizzata da Confindustria, in collaborazione con il ministero delle Imprese e del Made in Italy, il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e il ministero dell’Economia della Repubblica dell’Azerbaigian.

Gli accordi

La presenza del ministro dell’Economia azero Mikayil Jabbarov, in visita in Italia, racconta i concreti passi in avanti nel rafforzamento delle relazioni bilaterali, anche in vista del Business Forum Italia-Azerbaigian, in programma a Baku entro la fine dell’anno. Primo punto affrontato le prospettive di collaborazione tra i sistemi produttivi dei due Paesi in settori nevralgici, come energia, materie prime critiche, industria mineraria e metallurgica, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali. Dal momento che l’Italia è il primo mercato di destinazione delle esportazioni azere, con un interscambio bilaterale che nel 2025 ha raggiunto gli 8 miliardi di euro, ecco che il futuro delle relazioni tra i due Paesi può essere costruito su una base già ampiamente solida, che è cartina di tornasole per individuare nuove partnership.

Come è noto, la cooperazione energetica è stato uno dei pilastri del partenariato bilaterale, grazie al gasdotto TAP, che ha permesso di inviare in Italia quasi 48 miliardi di metri cubi di gas tra il 2021 e il 2025. Si tratta di un’infrastruttura decisamente strategica per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici italiani ed europei, per cui Baku e Roma intendono mettere a frutto questa buona relazione al fine di lavorare per nuove filiere industriali e tecnologiche. L’incontro, aperto dal vicepresidente di Confindustria per l’Energia, Aurelio Regina, ha approfondito le opportunità di cooperazione tra i due Paesi. Le imprese azere hanno presentato progetti e possibili ambiti di collaborazione, seguiti da incontri B2B con le aziende italiane.

Le voci

“Il partenariato strategico tra Italia e Azerbaigian si rafforza con una nuova prospettiva: affiancare alla consolidata collaborazione energetica tra i nostri Paesi nuovi investimenti azeri nel nostro sistema produttivo”, ha affermato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. “Vogliamo costruire con l’Azerbaigian una partnership tecnologica e industriale che valorizzi le eccellenze italiane nei settori più innovativi, dall’intelligenza artificiale applicata ai processi produttivi, fino alla robotica avanzata. La dichiarazione congiunta sulle materie prime critiche firmata oggi va in questa direzione: unire risorse azere e competenze italiane per diversificare gli approvvigionamenti e promuovere investimenti lungo l’intera filiera, anche con il possibile sostegno del Fondo Nazionale del Made in Italy”, ha aggiunto. “L’Azerbaigian può essere un partner importante anche per il progetto di deposito strategico di materie prime critiche che l’Italia si candida a realizzare a Porto Marghera: un primo sito pilota europeo per proteggere le industrie italiane ed europee dagli shock nelle forniture e rafforzare la nostra autonomia strategica”.

“La cooperazione energetica è un pilastro delle relazioni tra Italia e Azerbaigian, ma oggi abbiamo l’opportunità di rafforzare e ampliare questa partnership a nuovi settori strategici, dalle materie prime critiche alla metallurgia, dall’intelligenza artificiale alle tecnologie digitali. Il nostro export verso l’Azerbaigian ha raggiunto i 432 milioni di euro nel 2025, ma possiamo fare molto di più: secondo le stime del nostro Centro Studi esiste un potenziale aggiuntivo di oltre 110 milioni di euro”, ha dichiarato il Presidente di Confindustria Emanuele Orsini. “L’obiettivo è trasformare queste opportunità in progetti industriali, investimenti e collaborazioni di lungo periodo, valorizzando le competenze e le tecnologie delle nostre imprese e contribuendo alla diversificazione produttiva dell’Azerbaigian. Confindustria è pronta a sostenere questo percorso e a favorire nuove sinergie tra i due sistemi produttivi, anche in vista del prossimo Business Forum di Baku”.

“L’Azerbaigian è un partner strategico per l’Italia, sia sul piano economico che su quello politico e vogliamo rafforzare ulteriormente le opportunità di cooperazione industriale, anche nel settore delle materie prime critiche. La Dichiarazione congiunta sulla cooperazione strategica offrirà una cornice per integrare le competenze italiane con il potenziale minerario azero, lungo l’intera filiera, dall’estrazione alla trasformazione e al riciclo”, ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Le prospettive

La capacità di intercettare le nuove rotte geopolitiche a cavallo tra Caucaso e Mare Nostrum è all’origine dell’intensificarsi delle relazioni tra Italia e Azerbaigian, convinzione che il Governo Meloni ha da subito avuta ben chiara nelle priorità internazionali. Baku rappresenta un peculiare partner che si inserisce alla perfezione nel concetto di Mediterraneo Globale, da dove Roma può tessere nuove relazioni e imprimere un’accelerazione alle proprie priorità. Se in principio il nesso era essenzialmente circoscritto al dossier energetico coagulatosi attorno al TAP, progressivamente le interlocuzioni del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli e di quello delle Imprese e del Made in Italy Urso hanno rafforzato anche le relazioni personali, oltre che di sistema tra i due Paesi. Molto lavoro negli ultimi anni si deve anche all’ambasciatore Rashad Aslanov, che ha da poco lasciato Roma per la nuova destinazione in Turchia.

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Chi è Gurmeher Kaur, leader del movimento degli scarafaggi in India

Da molti mesi, il Cockroach Janta Party dell’India, conosciuto come il Movimento degli Scarafaggi, in riferimento agli esclusi, chiede profondi cambiamenti nel sistema politico indiano. L’ultima protesta, dove hanno partecipato principalmente giovani, esigeva le dimissioni del ministro dell’Istruzione indiano, Dharmendra Pradhan. La manifestazione è diventata violenta, con feriti e detenuti.

Gli “scarafaggi” chiedono anche le dimissioni del commissario elettorale, Gyanesh Kumar. Lo accusano di avere annullato il diritto al voto di circa 130 elettori. Ma tra le richieste ci sono anche più diritti, protezione e autonomia per le donne, dopo il caso di stupro di gruppo di una ragazza di 17 anni a New Delhi alla fine di settembre del 2026, diventato simbolo dello stato precario della sicurezza nel Paese.

Una delle portavoce di questa causa è la giovane attivista Gurmehar Kaur. Nata a Jalandhar nel 1996, si è laureata al Lady Shri Ram College e ha un master all’Università di Oxford. È ambasciatrice dell’organizzazione benefica inglese “Postcards for Peace”, che si dedica a combattere ogni forma di discriminazione. Nel 2017 la rivista Time l’ha definita una “paladina della libertà di parola”, e l’ha considerata uno dei “10 leader della prossima generazione”. Ha scritto un libro autobiografico intitolato “Small Acts of Freedom” e “The Young and the Restless: Youth and Politics in India”.

Il suo attivismo l’ha portata a numerosi arresti. Il prezzo da pagare per le giovani donne che si battono per un cambiamento è molto più alto rispetto agli uomini. Kaur racconta che, mentre i colleghi maschi festeggiano la visibilità nei media, le donne si preparano a minacce di morte, stupro, umiliazioni e altri abusi in rete. Su internet si trovano immagini sessualizzate delle manifestanti create con intelligenza artificiale, inserite tra quelle delle proteste.

In un’intervista all’emittente tedesca Deutsche Welle, Kaur ha spiegato che per lei “la resistenza non può essere un evento isolato. Un giorno e il seguente tornare alla vita quotidiana […] La resistenza è essere presenti e mettere il corpo in prima linea”. Per questo ha deciso di entrare a fare parte del gruppo giovanile del Congresso Nazionale, il primo partito dell’opposizione dell’India.

 

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Doppelgänger, così Mosca costruisce la disinformazione per l’Occidente. Il dossier di The Insider

Doppelgänger? Una struttura che individua le vulnerabilità politiche di ciascun Paese, costruisce il messaggio più adatto per sfruttarle, produce il contenuto e infine ne misura la capacità di penetrazione. Dietro, funzionari dell’Amministrazione presidenziale russa, comunicatori, ex diplomatici, specialisti dei social network e professionisti della propaganda.

Un’inchiesta di The Insider spiega, sulla base della corrispondenza hackerata tra personale dell’Amministrazione presidenziale russa e dipendenti dell’Agency for Social Design (Asd), la struttura che avrebbe coordinato una parte rilevante delle attività della rete conosciuta in Occidente come Doppelgänger.

La documentazione descritta da The Insider permette soprattutto di guardare dietro il prodotto finale della disinformazione, dagli articoli falsi e video manipolati a quello che c’è dietro: riunioni, indicazioni operative, distribuzione delle competenze, studio dei pubblici e valutazioni sull’efficacia delle campagne.

La regia del Cremlino

Secondo i documenti esaminati dalla testata, l’operazione sarebbe stata avviata da Sergei Kiriyenko, primo vicecapo dell’Amministrazione presidenziale russa. La supervisione avrebbe coinvolto in particolare Alexander Kharichev, responsabile della componente rivolta all’Ucraina, e Sofia Zakharova, indicata invece come figura di riferimento per le operazioni destinate ai Paesi occidentali. L’esecuzione del progetto sarebbe stata affidata a Ilya Gambashidze e alla sua Agency for Social Design.

In un rapporto indirizzato all’Amministrazione presidenziale, ricostruisce The Insider, Gambashidze presentava il progetto come uno strumento capace di influenzare l’opinione pubblica dei Paesi bersaglio senza apparire apertamente come propaganda russa. L’obiettivo non era necessariamente convincere un pubblico occidentale ad assumere posizioni esplicitamente filorusse, quanto fare entrare determinate narrative all’interno di discussioni politiche già esistenti.

A luglio 2022, secondo l’inchiesta, era già stato delineato un piano per condurre contemporaneamente la campagna in cinque Paesi europei. Le priorità indicate erano tre: screditare Stati Uniti, Regno Unito e Nato; diffondere la rappresentazione russa della guerra in Ucraina; e, soprattutto sul fronte tedesco, alimentare l’opposizione alle sanzioni.

L’Italia era già un bersaglio nel 2022

L’Italia compare fin dalle prime fasi dell’operazione. Secondo i documenti consultati da The Insider, alla fine di giugno 2022 Doppelgänger era già attivo almeno in Germania, Italia e Regno Unito.

Il sistema prevedeva la pubblicazione sui social network di post collegati a falsi siti che imitavano testate giornalistiche conosciute. Collegamenti agli stessi siti venivano inoltre inseriti nei commenti sotto i contenuti pubblicati da media reali, utilizzando Facebook, Instagram e Telegram. Per promuovere alcuni post venivano investite quotidianamente centinaia di dollari. Con l’obiettivo di alimentare l’ostilità verso i rifugiati ucraini, gli operatori proposero di diffondere una falsa storia secondo cui le ville sequestrate ai cittadini russi sarebbero state consegnate ai profughi provenienti dall’Ucraina, mentre le spese necessarie al loro mantenimento sarebbero state sostenute dai bilanci locali, cercando ci collegare la presenza dei rifugiati alla pressione sulle risorse pubbliche italiane, trasformando una questione internazionale in un potenziale elemento di conflitto politico interno.

L’Agency for Social Design, secondo la documentazione esaminata da The Insider, pensò di commissionare a blogger italiani uno sketch contro le sanzioni alla Russia, senza però rivelare chi fosse davvero il committente. Agli interessati, secondo quella stessa comunicazione, era stato fatto credere che dietro l’incarico ci fosse un partito politico italiano.

Come si costruisce un falso

Il materiale ottenuto da The Insider contiene anche una sorta di manuale per la produzione dei contenuti, dalla realtà aumentata o special report per indicare fotografie, video e screenshot manipolati, fino ai veri e propri fake. Le tecniche previste andavano dalla modifica digitale di un’immagine alla sostituzione dei volti, dal doppiaggio di filmati alla produzione di video su green screen. Tra questi, anche la realizzazione di scene completamente costruite.

Ed è ancora una volta l’Italia a comparire espressamente nelle istruzioni: gli operatori potevano girare in Russia utilizzando oggetti e scenografie capaci di ricreare ambientazioni simili alla Germania, all’Italia o all’Inghilterra, affidando ad attori l’interpretazione delle scene predisposte e intervenendo successivamente con la computer grafica. In alternativa, le riprese potevano essere effettuate direttamente nei Paesi bersaglio.

Un messaggio diverso per ogni pubblico

Dai documenti emerge anche una notevole attenzione alla segmentazione del pubblico. Uno stesso evento poteva essere commentato attraverso identità politiche, nazionali o religiose differenti, in modo da inserirsi contemporaneamente in comunità che partivano da posizioni persino opposte.

The Insider riporta, ad esempio, istruzioni per costruire commenti attribuibili di volta in volta a un cittadino francese medio, a un musulmano francese, a un elettore tedesco di sinistra o a un tedesco di origine turca. Insomma, non era necessario che queste voci sostenessero la stessa argomentazione, ma che potessero inserirsi nella sensibilità del pubblico prescelto.

Lo stesso principio compare poi nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. L’inchiesta ha trovato tra i materiali di un responsabile della campagna alcuni prompt risalenti ad aprile 2024, destinati a generare commenti scritti dal punto di vista di persone con caratteristiche sociali e politiche precise: un francese contrario alle spese per le Olimpiadi, una donna polacca preoccupata per l’inflazione e l’immigrazione ucraina, una cittadina israeliana critica verso i costi della guerra.

Diplomatici, funzionari e specialisti della comunicazione

La ricostruzione di The Insider dedica una parte consistente anche alle persone impiegate nella cosiddetta “European counter-campaign”. Secondo l’inchiesta, alcuni lavoravano formalmente per il Center for Global IT Cooperation, ma provenivano da istituzioni dello Stato russo. Nel 2024 il centro avrebbe assunto circa due dozzine di persone, tra cui ex funzionari del Ministero degli Esteri e laureati dell’MGIMO, l’università moscovita tradizionalmente legata alla formazione della diplomazia russa.

La figura più importante dell’Unione europea viene identificata in Alexey Goltyaev, ex funzionario del Ministero degli Esteri e, dal 2024, dirigente nell’apparato del Consiglio di sicurezza russo. Margarita Klimanova, consigliera dell’Amministrazione presidenziale, avrebbe invece avuto la responsabilità del targeting delle audience, con particolare attenzione ai giovani e alle comunità migranti. Un’altra funzionaria dell’Amministrazione, Ekaterina Sorokova, avrebbe seguito statistiche e calendari, contribuendo a stabilire quali eventi dovessero ricevere maggiore attenzione.

Un significativo passo in avanti rispetto alle tradizionali “fabbriche dei troll”, che affianca alla produzione del contenuto analisi dei pubblici, calendarizzazione, statistiche, distribuzione e valutazione dei risultati.

Dopo Prigozhin?

Secondo The Insider, la dissoluzione dell’apparato mediatico costruito attorno a Yevgeny Prigozhin, dopo la sua morte nell’agosto 2023, avrebbe rappresentato un punto di svolta. Rimasta senza una guida, la precedente infrastruttura della “troll factory”, il progetto coordinato da Kiriyenko sarebbe diventato progressivamente uno dei principali strumenti per la diffusione della disinformazione russa all’estero. Alcuni ex appartenenti alle strutture di Prigozhin sarebbero poi entrati nella distribuzione dei materiali prodotti dall’Agency for Social Design. Parallelamente, professionisti provenienti dai media russi e consulenti politici avrebbero curato video, manifesti, meme e altri prodotti destinati alle differenti campagne. Da qui,  emerge una trasformazione organizzativa importante. La logica della propaganda rimane ma diviene più strutturata: produzione professionale dei contenuti, targeting delle audience e coordinamento con figure riconducibili all’apparato statale.

Online e Onlife?

The Insider afferma di aver ricostruito il coinvolgimento di persone direttamente collegate a Kharichev e all’Agency for Social Design nell’organizzazione di campi di addestramento destinati a operazioni in Europa, dall’interferenza elettorale in Moldova fino a provocazioni e sabotaggi nei Paesi occidentali.

Secondo la testata, un gruppo composto anche da neonazisti e hooligan sarebbe stato addestrato nei Balcani all’utilizzo di droni con esplosivi. The Insider precisa che saranno oggetto della seconda parte dell’indagine. L’immagine restituita dai documenti visionati restituisce una struttura che studia il contesto politico del Paese bersaglio, individua le sue linee di frattura e prova a inserirvi contenuti costruiti per sembrare locali.

Dunque, che fare? Alla base vi è una conoscenza delle nostre divisioni e la capacità di sfruttarle; per difendersi o reagire occorre conoscere le proprie fratture meglio di chi vuole strumentalizzarle e comprendere la logica di chi vuole attaccarci per neutralizzare la sua efficacia.

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Una fusione, tanti dubbi. Vantaggi e ostacoli del matrimonio Tesla-SpaceX

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Witkoff-Putin, un passo avanti ma senza svolte. Cosa si sono detti

Si è concluso l’incontro tra l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e il presidente russo Vladimir Putin, con il primo che avrebbe chiesto al secondo, in base a quanto si apprende sino ad ora, di valutare la ripresa dei negoziati trilaterali con Ucraina e Stati Uniti sospesi da febbraio, e di esaminare nuove proposte per porre fine al conflitto. Mosca avrebbe anche rilasciato Stephen Hubbard, insegnante americano in pensione detenuto in Russia da anni.

Witkoff ha riferito a Putin dei colloqui tenuti ieri a Oslo con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, i leader di Finlandia e Norvegia e rappresentanti europei e della Nato, definiti produttivi. Secondo un funzionario Usa, Kyiv ha presentato nuove proposte e si sono registrati progressi verso un approccio coordinato nei confronti di Mosca. Sul tavolo garanzie di sicurezza per l’Ucraina, un piano economico postbellico e una nuova architettura di sicurezza europea.

L’inviato speciale ha detto di auspicare un confronto sulla ripresa del formato a tre, aggiungendo che anche in assenza di un risultato immediato sarebbe importante discutere il passo successivo, ma il Cremlino ha ribadito che un eventuale incontro con il leader ucraino richiederebbe una lunga preparazione. L’inviato ha consegnato documenti con diverse ipotesi di accordo. Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump, si sarebbe collegato telefonicamente per illustrare ulteriori idee.

Putin si è offerto di aiutare Washington sul dossier nucleare iraniano, facendo leva sui rapporti decennali con Teheran, e ha proposto forniture di fertilizzanti agli agricoltori americani. Il presidente russo ha inoltre indicato di voler discutere un possibile incontro con Trump in Cina il mese prossimo, a cui prenderebbe parte anche il presidente cinese Xi Jinping.

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Il mito della rivolta sociale e la verità sul caos nelle piazze italiane

Le recenti violenze che hanno infiammato il Nord Italia non sono l’esplosione improvvisa di una collera periferica, di uno sfogo metropolitano, bensì l’epifenomeno di una carsicità disconosciuta o rinnegata: l’impellenza del digitale nel reale. Lo spiazzo urbanistico è il terminale concreto di codici e canali informatici sotterranei, ove la rabbia e l’aggressività sono coltivati e ingegnerizzati a suon di clic prima di tradursi in sassi e vetrine infranti assieme alla narrazione del falso spontaneismo giovanile. Dietro la maschera della reazione istintiva si cela una regia meticolosa, capace di smobilitare frange delinquenziali e trasformare il disagio – vero o indotto – in guerriglia urbana orientata. Da cui segue un paradosso tutto italiano: un “patriottismo costituzionale acritico” che venera a parole “la Costituzione più bella del mondo”, ma ostile nel realizzarne persino i fondamentali.

L’articolo 17 sancisce il diritto di riunirsi “pacificamente e senza armi”, un limite invalicabile che i professionisti del disordine calpestano sistematicamente, pretendendo che l’illegalità venga derubricata a comprensibile dissenso. Vien pur tuttavia da chiedersi: perché proprio ora? Cui bono? La risposta non risiede nelle dinamiche del welfare, ma nei manuali di guerra ibrida. La destabilizzazione risponde ai precisi interessi di un movimento filorusso – che in Italia ha radici antiche – mirante alla disgregazione interna dell’Europa: una sorta di ammaliante istigazione al suicidio politico. Iniettare caos nelle liberaldemocrazie occidentali, esasperare le polarizzazioni e logorare l’ordine pubblico, minare la percezione di sicurezza, sono i binari di un conflitto asimmetrico in cui le piazze europee diventano i teatri di uno scontro geopolitico per procura. Sul versante opposto, d’altronde, tutto ciò non potrebbe mai accadere: in Russia, in Iran, in Cina, le contestazioni vengono soffocate sul nascere.

Il supposto pretesto economico – volto a trovare un’eziologia sociale all’episodica violenza – fatica a reggere. I dati macroeconomici evidenziano piuttosto un eccessivo e diffuso risparmio privato delle famiglie, i cosiddetti “poveri benestanti” descritti da Alberto Brambilla (Corriere della Sera, L’Economia, 02-02-2026): un immenso patrimonio liquido bloccato dalla paura – sintomo di una crisi di fiducia e di prospettive – non certo di una miseria materiale assoluta tale da giustificare la brutalità delle sommosse. Ciò che manca è, invece, la declinazione liberale della “libertà nella responsabilità” – quel principio tanto caro a Emma Bonino – secondo cui ogni diritto deve essere esercitato in prospettiva di rispondere degli effetti etici e civili da esso prodotti. Al contrario, assistiamo al tentativo d’accatto di piegare lo “scire per causas” – sempre ben condito di retorica criminologica veteromarxista – al fine di confezionare una qualche causa di giustificazione intrinseca degli agiti delinquenziali.

Sociologi e filosofi sedicenti progressisti corrono a spiegare le “radici profonde” del malessere, compiendo un tragicomico errore logico-giuridico: equiparare lo sfasciare una vetrina all’ingiustizia di un salario da fame. Essi confondono – forse deliberatamente – un contratto squilibrato con un illecito descritto dal codice penale. Senza ovviamente criticare o perlomeno scomodare l’inutilità bellicosa di un sindacato militante ormai ridotto a feticcio ideologico il quale – di quelle retribuzioni miserande – è il principale responsabile. Ma la violenza non è la “rescissione per lesione” di un sinallagma: è un reato. In detto cortocircuito argomentativo, chi sarebbero le vittime? I manifestanti violenti, “presunti esclusi” dal famoso sistema? O i commercianti, i residenti, i lavoratori, gli studenti, i manifestanti pacifici, che hanno subito – senza la suddetta presunzione di esclusione sistemica – una devastazione materiale e psicologica? Il fatto è che nella distruzione si consuma la rivalsa del corpo muto (Leibverstummung), il quale parla in luogo di un discorso ormai amputato: e l’incapacità intellettuale di articolare un pensiero rivendicativo strutturato in parole coerenti si traduce nell’aggressività smodata del corpo che si scaglia contro i simboli di quella agiatezza di cui gode immeritatamente. La verità – illustri commentatori, cari rivoltosi – è che, come direbbe il Marchese Del Grillo, “non c’avete un cazzo da di’…”. Questa è la tragedia. Un’impostura peraltro che non brilla certo per novità. Dov’è l’originalità rispetto al Mark Renton di Trainspotting? I fatti della piazza milanese ricalcano un rifiuto generazionale – e generativo – già visto trent’anni fa:

“Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia… Scegliete il vostro futuro. Ma perché dovrei fare una cosa del genere? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro”.

Meglio distruggere e adagiarsi nel consueto, quieto e canforaceo vittimismo dal rassicurante retrogusto al “miele-strazio”, insomma, piuttosto che impegnarsi e correre il rischio di fallire come “poveracci” in una società competitiva? È questo il proposito? È questo che si vuole rivendicare? Pare la solita cattiva recita orchestrata dai soliti “cattivi registi”, così racchiusi nella loro ombelicalità autoerotica da non riuscire a distinguere un farabutto da un disgraziato. Quasi 5 milioni di italiani – pari a circa il 9% della popolazione – svolge attività di volontariato; di questi, più di 1 milione è rappresentato da giovani, con la fascia tra i 14 e i 17 anni in netta crescita negli ultimi anni. Sarebbe necessario – ogni tanto, eh, senza esagerazioni, per carità! – esaltare la parte sana di una comunità, premiarla, o anche solamente ricordarla, durante i discorsi pubblici. Tra un vaneggiamento e l’altro, si potrebbe trovare un piccolo spazio anche per loro: ne sono convinto.

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Orbita bassa, tensione alta. Cosa sappiamo sul “caso Kosmos 2612”

Ventisei metri al disastro. Tanto sarebbe stata, secondo i dati di tracciamento pubblici, la distanza minima tra il satellite militare russo Kosmos 2612 e l’Iceye X36, satellite radar ad apertura sintetica (Sar) registrato negli Stati Uniti e appartenente alla società di origine finlandese Iceye. L’incontro è avvenuto il 19 ottobre, come riporta The War Zone. LeoLabs, società specializzata nel monitoraggio orbitale, è più prudente e parla di circa 500 metri, che rimane una vicinanza comunque anomala per due oggetti che viaggiano a migliaia di chilometri orari senza alcun coordinamento. Nel 2020 bastò che il Kosmos 2542 si avvicinasse a 150 chilometri da un satellite spia americano per scatenare un caso internazionale. Oggi, la distanza è una frazione di quella.

Il bersaglio non è casuale. Le immagini Sar di Iceye, utilizzabili di giorno, di notte e con qualsiasi condizione meteo, sono impiegate da anni dalle autorità ucraine anche per l’individuazione degli obiettivi, e secondo voci mai confermate l’X36 opererebbe sotto un controllo più diretto di Kyiv. Il Kosmos 2612 fa parte di un gruppo di sei satelliti lanciati da Mosca lo scorso aprile con un unico vettore Soyuz, con ogni probabilità “ispettori” capaci di avvicinarsi ad altri oggetti in orbita. Già a maggio tre di loro avevano sfiorato l’X36, e secondo l’amministratore delegato di Iceye, Rafal Modrzewski, lo spostamento del satellite da parte dell’azienda aveva provocato nuove contromanovre russe.

La fase decisiva è iniziata il 30 settembre, quando il Kosmos 2612 si è riportato sullo stesso piano orbitale e quasi alla stessa quota del bersaglio. L’astrofisico Jonathan McDowell l’ha definito il primo rendez-vous in orbita bassa tra due satelliti attivi senza il consenso di uno dei proprietari. LeoLabs descrive un avvicinamento controllato, l’aggiramento dell’obiettivo, una lunga permanenza nelle sue vicinanze e un allontanamento altrettanto preciso: capacità che richiedono pianificazione, propellente e sensori di bordo sofisticati.

Lo schema è noto. Nel 2020 il Pentagono accusò il Kosmos 2543 di aver testato un’arma antisatellite rilasciando un piccolo oggetto in orbita. La capacità di affiancare un altro veicolo apre a opzioni cinetiche e non: bracci robotici, aerosol per accecare le ottiche, disturbo elettronico, impatto diretto. Ma anche la sola minaccia produce effetti, costringendo il bersaglio a spostarsi, a consumare carburante e a ridurre la propria vita operativa, mentre l’osservazione ravvicinata ne rivela caratteristiche e punti deboli.

Sulle intenzioni di Mosca restano margini di incertezza, con gli analisti che non escludono nulla, dall’intimidazione al sabotaggio, ma anche l’opzione secondo cui quanto osservato non prova un intento ostile ma è compatibile con raccolta di intelligence, coercizione o preparazione di operazioni controspaziali. Ma al di là delle intenzioni, il messaggio è chiaro. Mosca ha dimostrato di poter raggiungere, affiancare e tenere sotto pressione un satellite commerciale occidentale che sostiene lo sforzo bellico ucraino, colpendo proprio quella democratizzazione dello spazio che ha permesso a Kyiv di compensare l’assenza di una costellazione propria. Con palesi ricadute in ambito strategico.

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Underwater e Blue Economy, l’Italia punta su tecnologia e filiera industriale

Le tecnologie che permettono di esplorare i fondali sono le stesse che possono mettere a rischio le infrastrutture posate sul fondo del mare. Da questa contraddizione è partita l’apertura di Blue Planet Economy Expoforum 2026, a Fiera Roma fino al 24 ottobre. Nei due appuntamenti moderati da Flavia Giacobbe, direttore di Formiche, la sicurezza underwater ha incontrato industria, porti e prospettive economiche del Lazio.

La sfida dei fondali

Per Francesco Ruggiero, capitano del Polo nazionale della dimensione subacquea, la trasformazione è già concreta. Robot e droni arrivano oltre tremila metri di profondità, rendendo accessibili anche cavi e gasdotti finora considerati difficilmente raggiungibili. Da qui i 21 progetti del Polo, per 115 milioni di euro, e l’area di prova in costruzione alla Spezia. L’urgenza di portare l’innovazione fuori dai laboratori ha trovato una risposta industriale nell’intervento di Dario Giacomin. Per l’ammiraglio di Fincantieri, sensori, veicoli autonomi e sistemi di comunicazione devono funzionare insieme. Le acquisizioni di aziende specializzate seguono la stessa logica, “trasformare innovazione in capacità operative”.

Dallo spazio alle imprese

Lo stesso ragionamento si estende allo spazio. Luca Vincenzo Maria Salamone, direttore generale dell’Agenzia spaziale italiana, ha richiamato le tecnologie comuni ai due ambienti e il lavoro avviato con la task force e il bando Space&Blue. Ma la competitività non dipende solo dai programmi. WSense, nata nella ricerca universitaria, mostra come un brevetto possa raggiungere i mercati internazionali. Chiara Petrioli, fondatrice dell’azienda, ha ricordato che circa il 30% del personale è rientrato da esperienze all’estero. Per le realtà più piccole, come SubSeaLED di Andrea Bellizzi, inserirsi in una filiera significa trovare interlocutori e accelerare lo sviluppo delle proprie soluzioni. Un sistema del genere richiede anche regole adeguate. L’avvocato Giuseppe Graziano ha riconosciuto i progressi legislativi, indicando però la mancanza di “un corpus iuris organico e completo” per il settore.

Un’economia che parte dai territori

Con la cerimonia inaugurale, il discorso è tornato sulla costa. Fabio Casasoli, amministratore unico di Fiera Roma, ha posto l’accento sugli incontri tra imprese che la manifestazione intende favorire. Per Massimo Guardigli, del Consorzio nautico del Lazio, la nautica è anche una possibilità di lavoro qualificato per i giovani del litorale. Su questo tessuto produttivo si innestano i numeri portati dalla vicepresidente regionale Roberta Angelilli, oltre 38mila imprese legate al mare e 50 milioni di euro investiti dal 2023, con 4 milioni destinati ai Comuni costieri. A Fiumicino, il sindaco Mario Baccini punta su nuovi investimenti portuali e sulla trasformazione del litorale per rafforzare turismo e occupazione. Il potenziale, però, deve ancora essere riconosciuto pienamente. “Roma è l’unica città di mare che c’è al mare e non lo sa”, ha osservato Massimo Tabacchiera, della Camera di commercio di Roma, anticipando una proposta, non ancora approvata, per una struttura dedicata alla Blue Economy.

Le infrastrutture e la conoscenza

Il confronto è tornato così al sistema portuale di Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta, sotto l’Autorità presieduta da Raffaele Latrofa. Cristiano Dionisi, di Unindustria, ha spostato lo sguardo dalle banchine ai collegamenti ferroviari e ai retroporti, annunciando per novembre un accordo tra Confindustria e governo sull’underwater. Per Paolo Guglia, vicepresidente del Cluster BIG, mettere in relazione centri di ricerca e imprese è il modo per evitare che le innovazioni rimangano isolate. La sicurezza resta però una condizione dello sviluppo. Cosimo Nicastro, della Guardia costiera, ha richiamato la necessità di gestire insieme mare, costa ed entroterra. Con Gianmaria Sannino, dell’Enea, il discorso è arrivato alla conoscenza dei fenomeni marini, dalle condizioni dei fondali alle previsioni sull’innalzamento del livello del mare, particolarmente rilevanti per Fiumicino. E poiché nessuna filiera cresce senza persone preparate, Elisa Van Engelenhoven, di ForMare, ha chiuso il percorso sulle nuove professioni, tra shipping ed energie rinnovabili offshore.

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Scatto Ue sulle materie critiche. Al lavoro per un Centro europeo in Veneto

L’Europa accelera sulle materie critiche per bypassare la dipendenza dalla Cina e impedire all’industria continentale di essere ostaggio geopolitico di un monopolista. Il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza la revisione mirata del Critical Raw Materials Act, al contempo verrà creato un Centro europeo per le materie prime critiche. I conservatori di Ecr hanno proposto il Governing Board che garantisca il pieno coinvolgimento degli Stati membri nelle decisioni strategiche.

La plenaria di Strasburgo ha detto sì con 441 voti favorevoli, 83 contrari e 108 astenuti: di fatto ripercorrendo le posizioni più volte espresse dal governo italiano sul tema. Passaggio ripreso da Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, secondo cui i riferimenti sono sia alla limitazione delle esportazioni di rottami e rifiuti contenenti magneti permanenti, sia all’istituzione di un centro europeo per le materie prime critiche. Secondo il ministro di FdI “questa è la strada giusta per realizzare l’autonomia strategica europea, alla quale il nostro Paese sta dando un contributo decisivo, lo dimostra la candidatura italiana a ospitare il primo deposito strategico europeo di materie prime critiche e la recente selezione di cinque progetti italiani tra i 46 individuati dalla Commissione europea nell’ambito della seconda call prevista dal Crma”.

L’Italia ha proposto di istituire a Porto Marghera, in Veneto, il centro di stoccaggio europeo per le materie prime critiche. Si tratta di un polo che è connesso alla rete logistica del nord-est che ha tutte le carte in tavola per essere il principale centro europeo per lo stoccaggio e la gestione strategica di terre rare.

Entrando nello specifico, è prevista anche una “clausola condizionale sul controllo delle esportazioni” tramite la quale la Commissione europea potrà limitare “le esportazioni di rottami e rifiuti contenenti magneti permanenti”, al fine di riciclare i materiali e riutilizzarli all’interno dell’Ue. La Commissione quindi potrà individuare le grandi imprese che utilizzano materie prime critiche come batterie, droni, satelliti o chip per poi far scattare i cosiddetti obblighi di resilienza.

“Mentre Cina, Stati Uniti e Giappone rafforzano le proprie strategie di approvvigionamento, l’Europa deve dotarsi di strumenti altrettanto concreti – ha commentato l’eurodeputato di Ecr/FdI Mariateresa Vivaldini – Il nuovo Centro dovrà sostenere investimenti, acquisti congiunti, accordi di lungo periodo e stock strategici, rafforzando le capacità europee lungo tutta la filiera, dall’estrazione alla trasformazione e al riciclo”.

Come è noto, il Critical Raw Materials Act è stato adottato dal Parlamento europeo nel dicembre di tre anni fa per garantire all’industria l’accesso alle materie prime essenziali per le transizioni verso l’energia pulita: per questa ragione la legge prevede una tabella di marcia serrata come il limite del 2030 entro cui estrarre almeno il 10% del consumo annuo di materie prime strategiche, trasformarne almeno il 40% e riciclarne almeno il 25%. Verrà inoltre garantito che non più del 65% del consumo annuo di qualsiasi materia prima strategica provenga da un singolo Paese terzo.

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Trivellazioni nel Mare del Nord. L’Ue sorride ma per Burnham iniziano i guai

Il Partito Laburista ha approvato nuove trivellazioni nel Mare del Nord. Cosa cambia per Londra e per l’Ue? In primis dal lato interno Burnham affronta una rivolta politica sul clima dopo l’approvazione della misura osteggiata da sinistra e ambientalisti, ma dal punto di vista internazionale di fatto è un’occasione interessante (anche se da mettere in cantiere ben prima delle attuali crisi).

Il neo premier non si è discostato dalla traccia imboccata dai due ministri degli Esteri, Fahnbulleh e dal suo predecessore, Ed Miliband. Infatti all’inizio dell’anno, Burnham ha lasciato intendere di condividere le posizioni del presidente americano Donald Trump che premeva non poco per esplorare in quelle zone, promettendo di adottare un “approccio pragmatico” nella decisione finale. Certo dovrà adesso salvaguardare la “sua” opinione pubblica, per questa ragione si lavora su come permettere agli organismi di regolamentazione di valutare le emissioni di carbonio generate dalla combustione del petrolio e del gas estratti dai due giacimenti.

Risale a due mesi fa la richiesta avanzata da Shell ed Equinor per ottenere l’autorizzazione ambientale. Pochi giorni fa il premier rivolgendosi alla Camera dei Comuni, ha affermato: “Adotterò un approccio pragmatico in merito a petrolio e gas; comunicheremo le nostre decisioni a breve”. Ma secondo un sondaggio condotto da Savanta per l’organizzazione ambientalista E3G, un terzo degli elettori Labour sarebbe meno propenso a votare per loro se dessero il via libera a ulteriori trivellazioni petrolifere nel Mare del Nord.

Per cui se nel nord-est della Scozia, area in cui ha sede gran parte del settore industriale, il Labour crescerebbe, altrove perderebbe: è il motivo vero della prudenza dell’inquilino di Downing street, che solo tre mesi fa prometteva bollette accessibili, crescita industriale e un clima pulito. Di contro il Partito Conservatore, all’opposizione e convinto sostenitore del progetto, ha affermato che, se approvato, il giacimento di Jackdaw potrebbe iniziare a riscaldare 1,4 milioni di case nel Regno Unito già quest’inverno.

Che significa aprire il Mare del Nord? Rosebank è il più grande giacimento di petrolio e gas non ancora sfruttato nel Regno Unito: situato a circa 80 miglia a nord-ovest delle Shetland, conoscerà il suo destino entro fine anno. Ha una capacità produttiva stimata tra i 300 e i 500 milioni di barili di petrolio entro circa 25 anni. Invece il giacimento di Jackdaw che si trova a circa 240 chilometri a est di Aberdeen potrebbe essere collegato alla rete britannica in pochissimo tempo.

A tal proposito il presidente degli Stati Uniti ha scritto il proprio pensiero su Truth Social: “Gli abitanti di Aberdeen, in Scozia, stanno ballando per le strade perché il nuovo Primo Ministro, Andy Burnham, ha dichiarato che aprirà completamente i preziosi giacimenti petroliferi del Mare del Nord!”. Lo scorso agosto BP ha messo in vendita la sua attività petrolifera nel Mare del Nord, dopo 60 anni di produzione nella regione. La vendita potrebbe potenzialmente fruttare a BP due miliardi di sterline.

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La risposta sul no alla violenza sarà corale? L’interrogativo di Merlo

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha fatto un appello recentemente a tutte le forze politiche. In sé un appello banale e persino scontato. E cioè, che tutti i partiti e le forze politiche dicano un no secco e condiviso alla violenza – sempre più drammatica e sempre più inquietante – e, al contempo, impegnarsi tutti a difendere la legittima e costituzionale libertà di manifestazione democratica ma senza alcuna tolleranza nei confronti della deriva violenta. Teppistica o criminale che sia.

Ed è proprio attorno a questo invito, ripeto in sé banale nonché scontato, che paradossalmente e inspiegabilmente emergono i soliti distinguo. Distinguo che legittimano, di conseguenza, le zone d’ombra, i balbettamenti, gli equivoci e in ultimo, ma non per ordine di importanza, una dubbia presa di distanza dalla violenza. E questo per un semplice motivo: visto che la guida politica dell’attuale opposizione è nelle mani della sinistra radicale, massimalista, estremista e populista, l’obiettivo politico di fondo è quello di distruggere il nemico politico. E, di conseguenza, nulla può vedere l’attuale sinistra accomunata con l’attuale maggioranza di governo su nessuna priorità politica. Neanche nella difesa della democrazia e nel pieno e convinto respingimento di ogni forma di violenza politica e di piazza. Perché, alla fine, le parole d’ordine sono sempre quelle di dire “no alla violenza” aggiungendo però sempre un “ma” e un “però”. E proprio quel “ma” e quel “però” portano sempre, e di conseguenza, a privilegiare la comprensione del disagio sociale e, di conseguenza, a capire e a volte anche a giustificare la violenza di piazza che si respinge per principio ma sempre e solo solo formalmente e burocraticamente.

Ora, e al di là delle posizioni dei singoli partiti che sono note e che non richiedono neanche di essere ulteriormente approfondite, si tratta di capire se questo nodo, squisitamente politico, può essere sciolto o meno. E cioè, per essere ancora più chiari e semplici, c’è o meno la volontà per arrivare ad un “no” condiviso della violenza e, nello specifico, della violenza di piazza? Perchè se quel “no condiviso” alla violenza non può essere pronunciato per una insuperabile pregiudiziale politica ed ideologica nei confronti del nemico – cioè l’attuale governo guidato da Giorgia Meloni – si corre il serio rischio di un imbarbarimento progressivo della nostra vita democratica e della stessa messa in discussione della qualità della nostra democrazia e della solidità delle stesse istituzioni democratiche.

Forse è arrivato il momento, al di là delle solite e ormai note e consolidate pregiudiziali ideologiche e politiche, di stringere un “patto costituzionale” come negli anni ‘70 e ‘80 tra le principali formazioni politiche e democratiche del nostro Paese per battere e contrastare la violenza politica. Se questo non dovesse accadere sapremo, alla fine, chi contrasta decisamente la violenza e chi, invece e al contrario, la tollera, la comprende, la capisce e, alla fine, forse anche la giustifica.

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Così la musica unisce e favorisce la pace

Musica e pace vanno molto d’accordo. Non solo perché, come è stato ripetuto tante volte, la musica è aperta a tutti, non ha confini. Ma anche perché si moltiplicano le iniziative per promuovere e sensibilizzare attraverso la musica la ricerca della pace, così in bilico o addirittura  calpestata in questi tempi.

La musica non è solo un mezzo di intrattenimento, ma una vera e propria pratica attiva di diplomazia, educazione e armonia sociale. Artisti come John Lennon hanno unito l’attivismo politico a inni universali come Imagine e Give Peace a Chance, portando il messaggio della nonviolenza nelle case di milioni di persone.

Da ultimo il musicista franco-libanese, che sarà al teatro Arcimboldi di Milano il 4 novembre per JazzMi, ha dichiarato: “Proporre una musica che unisce anzichè dividere è il mio modo di disegnare la pace”. Nipote dello scrittore Amin Maalouf deve la sua fama all’uso di una speciale tromba a quattro pistoni, inventata dal padre, che gli permette di suonare i quarti di tono tipici delle melodie orientali.  Lodevolmente sensibile al tema anche la Fondazione Ducci che ha promosso in Campidoglio a Roma il Concerto per la Pace “Tra le note un’ armonia”, presente un numeroso e qualificato pubblico tra cui gli ambasciatori Enrico De Majo e Renato Mosca de Souza (Brasile), l’economista Merja Tuomas-Kettunen Aalto (storicamente legata all’ambasciata di Finlandia), la scrittrice uruguayana Mirta Gutiérrez de Marques Seré, nonché il sindaco di Chieti Giovanni Legnini.

Come noto la Fondazione Ducci è un’istituzione culturale italiana fondata nel 1999 nata in memoria dell’impegno sociale e culturale dei genitori del fondatore ed animatore ambasciatore Paolo Ducci ed è attivamente impegnata nella promozione del dialogo interculturale e interreligioso e nella ricerca storico-politica ed economico-sociale.

Cura la pubblicazione di studi periodici online, tra cui la rivista mensile “Agenda Geopolitica” , magistralmente diretta dall’ambasciatore Marco Baccin, e i “Pamphlet della Fondazione”.  Promuove, tra l’altro, il  “Premio Ducci per la Pace”, riconoscimento annuale assegnato a personalità che si distinguono nell’ambito della cooperazione e della solidarietà internazionale. L’organizzazione del concerto, iniziata nel 2006, viene riproposta ogni anno quale significativo momento di sensibilizzazione sulla questione  della pace. Per questa edizione l’esecuzione è stata affidata al m.o Luigi Piovano, primo violoncellista dell’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ed al m.o Giuliano Mazzoccante (pianoforte) direttore del teatro Marrucino di Chieti e fondatore e direttore della Music & Art International Academy sempre di Chieti.

Gli artisti, particolarmente applauditi, hanno privilegiato musiche di Ottorino Respighi e Serghei Rachmaninoff. Quest’ultimo compositore mi richiama il ricordo del compianto Maestro Robleto Merolla (1937–2010), celebre tenore drammatico, strettamente legato al Conservatorio Statale di Musica G. Rossini di Pesaro sia come studente (fu l’ultimo allievo del leggendario maestro Arturo Melocchi del quale ha sempre sollecitato una adeguata commemorazione) sia, successivamente, dopo il suo precoce ritiro dalle scene, come apprezzato docente di Canto. Di qui la mia lunga frequentazione con lui in quanto ricoprivo l’incarico di presidente dell’Istituto musicale. Il repertorio e l’insegnamento di Merolla includevano romanze e arie del repertorio lirico e cameristico internazionale tra cui figuravano in particolare anche le romanze e i canti russi di Sergei Rachmaninoff, al quale dedicò un articolato concerto rimasto indimenticato: “Il Canto di Rachmaninoff”.

Prima della esecuzione del Concerto per la Pace nella Sala della Protomoteca il presidente Ducci ha rivolto il saluto della Fondazione ai presenti ponendo in particolare rilievo che oggi per governanti e politici la pace è il primo problema da affrontare respingendo i tentativi di chi intende minacciarla. L’onorevole Fabrizio Cicchitto, dal canto suo, ha sottolineato che nessuno vuole la guerra, a parole però, e non sempre pronunciate in buona fede. Indice dei reali pericoli presenti è l’adesione di Paesi come la Svezia e la Finlandia, da sempre neutrali, alla Nato. Illustrata l’evoluzione della politica internazionale negli ultimi decenni, Cicchitto ha concluso affermando che o l’Europa supera le sue contraddizioni e copre gli spazi che gli Usa stanno lasciando scoperti o i valori su cui si è finora retto l’Occidente  rischiano di essere travolti.

In foto-Presidente della Fondazione Paolo Ducci

 

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Petrolio, così l’India diventa partner strategico per il Venezuela

L’India mette ufficialmente un piede, o forse anche due, nel Venezuela della seconda vita, almeno se il metro di misura è il petrolio. Pochi giorni fa questo giornale ha dato conto delle prime, vere, connessioni tra il Paese degli elefanti e il governo di Caracas, che da quando è stato affidato a Delcy Rodriguez, ha intrapreso la strada del libero mercato e dell’apertura dell’industria del greggio. Adesso sta succedendo, per davvero. Gli Stati Uniti guardano ufficialmente alle raffinerie indiane per aumentare la disponibilità di carburanti sui mercati internazionali, messi sotto pressione dalla guerra in Iran e dalle difficoltà della navigazione nel Golfo. Al centro dell’iniziativa americana c’è, dettaglio anche questo anticipato da Formiche.net, Reliance Industries, il conglomerato controllato da Mukesh Ambani, che Washington vorrebbe coinvolgere in una maggiore lavorazione del petrolio venezuelano.

A indicare questa prospettiva è stato il segretario di Stato americano Marco Rubio, arrivato a Mumbai per una visita di tre giorni. Rubio che ha annunciato l’intenzione di discutere la questione con Ambani e con i dirigenti di Reliance, riconoscendo all’India un ruolo di primo piano nella raffinazione internazionale. D’altronde, il greggio venezuelano presenta caratteristiche che ne rendono complessa la trasformazione in carburanti commerciali. È generalmente più pesante rispetto ad altre qualità di petrolio e richiede impianti dotati di tecnologie specifiche. Le grandi raffinerie indiane, e in particolare quelle di Reliance, dispongono di capacità adatte a trattare anche queste forniture.

Non a caso Rubio ha definito l’India una potenza mondiale della raffinazione, sottolineando che alcune imprese del Paese possiedono inoltre interessi petroliferi già esistenti in Venezuela. Per Washington, questa combinazione di capacità industriale e rapporti commerciali potrebbe contribuire ad aumentare la quantità di prodotti petroliferi disponibili in una fase di forte instabilità energetica. Tutto questo mentre Caracas si avvicina alla cosiddetta quota Trump. Sei mesi fa, quando Washington decise che il tempo di Nicolas Maduro alla guida del Venezuela era finito, l’amministrazione americana indicò in 100 miliardi la mole di investimenti necessaria a rilanciare sul mercato l’industria petrolifera venezuelana, che vale, giova ricordarlo, un quinto delle riserve globali di oro nero. Ora, quell’obiettivo si avvicina.

Il Venezuela punta così a circa 76 miliardi di dollari di investimenti in petrolio e gas nei prossimi cinque anni, ha chiarito in queste ore Rodriguez, in occasione della chiusura di una conferenza sull’energia a Maracaibo, capoluogo dello Stato di Zulia, dove si produce petrolio e dove oltre 150 aziende nazionali ed estere si sono riunite per discutere di investimenti e del ripristino della produzione. Secondo la presidente, il governo di Caracas ha firmato 61 accordi nell’ambito del suo quadro normativo riveduto sugli idrocarburi e sta negoziando altri 44. Il Venezuela avanza a passo spedito.

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