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Cinema e streaming, la rivincita dei film italiani: il pubblico torna in sala e guarda sulle piattaforme. I successi: da Buen Camino a La Grazia

Sorpresa! Il cinema in sala e i film in streaming – in primis i titoli italiani – non si guardano più in cagnesco, anzi si compenetrano con risultati quantitativi di rilievo. C’è grande euforia attorno ai dati snocciolati all’ultima edizione del MIA (Mercato Internazionale dell’Audiovisivo), nella ricerca promossa da ANICA intitolata “Il consumo dei film in Italia: il pubblico tra esperienza in sala e altri schermi”. A partire dalla sottosegretaria del Mibact, Lucia Borgonzoni, che in un affollato panel di addetti ai lavori ha cantato vittoria: “Sembrava che col Covid la sala dovesse scomparire. Si diceva che con le piattaforme i cinema avrebbero chiuso tutti, invece i film (quelli italiani, ndr) vanno visti in tutte le fasi del loro sfruttamento oltre la sala”.

Già, perché cifre e percentuali mostrati dal presidente ANICA, Alessandro Usai, e dal responsabile della ricerca, Michele Casula, dicono che le sale si stanno riprendendo grazie agli under 35 e che molti film italiani già di successo al cinema hanno un’ulteriore lunga vita sulle piattaforme streaming, dove peraltro si sono “accasciati stancamente” (il termine lo ha usato Paolo Orlando di Medusa Film) gli over 50, oramai ben oltre il 50% del pubblico pagante tra le piattaforme online (erano sul 35% dieci anni fa).

Intanto, il motivo di tanti ampi sorrisi tra gli operatori del settore riguarda un primo dato: confrontando il numero di biglietti venduti tra il 2018 e il primo semestre 2019 con quelli del 2025 più il primo semestre 2026, si passa da 29 milioni e 500mila a 29 milioni e 600mila. Insomma, il gap Covid sembra rimarginato.

Ma andiamo con ordine. Sui 68 milioni di ingressi calcolati nel 2025 sono disponibili diversi dati disaggregati. A partire dal fatto che a tirare il rilancio del ritorno in sala sono per il 56% gli under 35 (che rappresentano il 31% della popolazione italiana), con un exploit della fascia 15-24 anni, che stacca più biglietti rispetto al periodo pre-pandemia. Al contrario, gli over 50, che sono il 50% della popolazione, stazionano sul 25%. In pratica, questi ultimi stanno ricominciando a tornare lentamente in sala, ma staccano meno di due biglietti a testa all’anno, mentre gli under 35 sono tra 4 e 5 biglietti a testa.

E ancora: tra il primo semestre 2025 e il primo semestre 2026 si passa da 18 milioni di teste in sala a 22 milioni, escludendo peraltro i risultati di blockbuster campioni d’incassi estivi come Odissea e Spider-Man: Brand New Day, usciti a luglio ’26.

Ma oltre l’ottimismo della matematica c’è qualcosa in più. Perché una parte della ricerca presentata al MIA ha voluto testare anche l’interazione tra sala e streaming, riportando risultati curiosi e inattesi nel lasso temporale di quattro settimane (20 maggio-20 giugno 2026). Sono 32 milioni le visioni di film sul divano di casa, a fronte di 4,2 milioni di biglietti in sala. Su questa cifra il cinema italiano “pesa” per quasi un 20%, contro un 8% in sala nello stesso periodo.

Un risultato ancor più alto se si guarda ai film nuovi, ovvero quelli appena approdati sui servizi pay: su 9,3 milioni di visioni di film nuovi in totale, ben 3 milioni riguardano film italiani, attestandosi sul 32%. “Il cinema italiano va molto bene sui servizi pay, meglio ancora se di produzione recente”, spiegano da ANICA.

Basta guardare la top ten generale, dove sono presenti ben quattro film di produzione italiana, tutti già usciti in sala e con notevole successo di pubblico. Se poi prendiamo la top ten italiana in streaming, svetta sì Buen Camino di Zalone/Nunziante (Netflix), che dopo pochi mesi dalla fine della sua marcia trionfale in sala continua a macinare numeri da capogiro sul piccolo schermo, ma a poche incollature ci sono Diamanti di Ozpetek – visto e rivisto in continuazione da quasi un anno e mezzo – e Le cose non dette di Muccino.

Curioso che poi film che non sono andati benissimo in sala, come Agata Christian, Due cuori e due capanne, La Grazia di Sorrentino e Il Maestro di Di Stefano, siano come rinati in streaming, ricoprendo il quarto, quinto, sesto e settimo posto. Nella top ten Italia delle visioni sul piccolo schermo casalingo o smart, solo all’ottavo posto c’è una produzione esclusiva per l’online di Prime Video: Non è un paese per single. Mentre continua la sua eterna presenza tra i primi dieci film più visti C’è ancora domani della Cortellesi.

Infine, gli uomini sorpassano di nuovo in percentuale le donne sia in sala sia in streaming, mentre comincia a farsi largo una bella percentuale di puristi dello streaming, circa il 30%, che dichiara di non frequentare mai la sala, pur consumando il prodotto film (e tanto cinema italiano) sui servizi pay.

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“Il cinema oggi mi inquieta, non fa ridere. Laura Antonelli è morta sola e povera, ascoltava Radio Maria, parlava con Dio chiamandolo ‘papino’ e diceva che la cocaina era la sua droga”: così Marco Risi

La ricetta per rilanciare il cinema italiano è “mezzi importanti e idee importanti”, ma soprattutto “non bisogna ripetersi”. Marco Risi è un uomo intelligente. Forse un po’ malinconico, sicuramente dallo sguardo acuto e disincantato sulla vita, sul mondo e su quel cinema intrapreso a filo di babbo Dino, uno dei più grandi e sagaci della commedia all’italiana del dopoguerra. In una lunga e bella intervista rilasciata al Corriere, il regista di Mery per sempre e Il Muro di gomma ha aperto lo scrigno dei ricordi, tra cui la sua relazione sentimentale, e la fine tragica, di Laura Antonelli, la difficoltà nel girare film in Italia oggi senza fare flop e ovviamente l’ombra lunga del padre. “Una volta Vittorio Cecchi Gori disse a proposito di suo padre Mario: “Io morirò figlio”, spiega Risi jr. “Con papà tu dovevi sempre adeguarti. Lui quello sforzo non lo faceva. Dovevi sempre trovare la chiave per interessarlo. Quando mi dilungavo nei racconti di una cosa che era accaduta, lui mi guardava e diceva: “Titolo!”, non voleva perdite di tempo inutili – ricorda il regista spiegando che Dino non gli faceva mai complimenti, che era abbastanza duro e che non l’ha mai incoraggiato a fare cinema. “Anche se mi ha aiutato, perché dopo un mio periodo difficile, mi ha voluto con lui per scrivere due film. E una volta mi elogiò perché avevo scritto una scena riuscita e volgarotta per Sono fotogenico. Ma quando gli mostrai Mery per sempre vidi che gli brillavano gli occhi, era soddisfatto, forse persino orgoglioso di me”.

Risi jr. evoca anche momenti di una tenerezza inaudita riesumando dieci ore di girato del padre anziano, magrissimo (“pesava quarantotto chili, io lo stringevo e sentivo le sue ossa”) e la sua lontananza dalla politica: “Era stato socialista nenniano, poi gli piaceva La Malfa, alla fine si era ritratto. Ma non si sentiva parte della comunità dei registi e sceneggiatori che lui avvertiva come troppo impegnati e paventava il rischio che in ragione dell’appartenenza partitica si potesse perdere libertà e autonomia espressiva”. Infine gli ultimi istanti prima della fine nel 2008, con Marco che gira Fortapasc a Castelvolturno e Dino che lo raggiunge incuriosito sul set. Poi l’ultimo abbraccio e l’ultima telefonata qualche giorno dopo: “Al telefono disse che non ne poteva più. Aveva 91 anni e mezzo, una vita enorme e un vissuto straripante. Era stanco, semplicemente stanco. Io gli dissi di resistere, di farlo per me, non per lui. E lui mi ha risposto una cosa bellissima: “Pensa al tuo film”. Il capitolo Laura Antonelli è altrettanto doloroso. Con Marco ci fu un flirt (“non conosceva presunzione, non se la tirava, era bellissima, incredibilmente bella, la più bella del creato”) ma anche l’oblio e il cupio dissolvi di una diva finita in disgrazia che morirà sola e povera: “Di tutte le ricchezze accumulate con il suo lavoro non aveva più nulla. In casa c’erano solo pacchi di pasta, conserva di pomodoro e nell’armadio un solo abito, una specie di palandrana nera. Non aveva la televisione, ascoltava solo Radio Maria. Si sentiva in dialogo con Dio, che chiamava “papino”. Le ho chiesto se a rovinarla fosse stata la cocaina per la quale fu arrestata. Forse quel momento ha cambiato la sua vita. Lei mi ha risposto che no, che la cocaina era la “droga di Dio”.

L’ultimo film girato dal 75enne regista milanese è Il punto di rugiada. Film delizioso e poetico, perfino con una punta di cinismo paterno, eppure zero tituli al botteghino. “È un momento difficile per me e per il cinema italiano. Io ho tre soggetti e una sceneggiatura pronta, ma mi rendo conto che oggi realizzare un film è diventato complicato. Il cinema italiano al box office non va bene ed è un peccato, perché ci sono buoni film. Ma se la gente va in sala, e spesso non sono i più giovani, non vuole vedere un piccolo film sul grande schermo. Ci vogliono mezzi importanti e idee importanti, non bisogna ripetersi”. Poi certo, non sappiamo più ridere come una volta e il cinema ne ha risentito assai: “Ho sorriso vedendo un buon film italiano, Serpenti, ma ridere come si faceva una volta è diventato difficile. È fuori, nel mondo reale, che si trova il grottesco. Ma inquieta, non fa neanche ridere”.

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Tormento, sofferenza ed estasi di Jovanotti: alla Festa di Roma il documentario monumento su Lorenzo Cherubini che non t’aspetti

Non aspettatevi il film concerto. E non aspettatevi nemmeno dichiarazioni riparatorie sulla nidificazione del fratino o della stabilità delle dune dopo i Jova Beach Party. Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti, “special screening” alla Festa di Roma 2026, è la cinematografica ricerca del significato di Rosabella in Quarto potere. Qualcosa di fino ad oggi rimasto nascosto, fragilmente misterioso, che riguarda Lorenzo senza il costume da Jovanotti, supereroe della musica e del divertimento. Quello di Dario Zonta e Carlo Zoratti è sì un fragoroso documentario monumento ma vive di una garbata levità esplorativa, di una sottile intrusione nel privato, di una inequivocabile dimostrazione dell’inesorabile passare del tempo.

Lorenzo scavato, rugoso, segaligno, una specie di corpo nervosamente pasoliniano. Sessantenne dai piedi scalzi nel casale studio di registrazione cortonese, sorta di manichino saltellante della più variopinta serie di cappelli, abiti, collanine, bracciali. “Vivo nel mio mondo, non in quello reale. Nella mia Rimini di Fellini che suppongo sia così”, spiega il cantante in uno dei rari momenti in cui parla fronte macchina. Il fascino, la raffinatezza, e perfino una certa perfettina ruffianeria di Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti sta proprio qui. In questa deviazione documentaristica oltre il didascalico (nel tal anno ha fatto questo, nel tal’altro quest’altro) e le didascalie (vedrete molti personaggi, ma mai la scritta sotto con nome e cognome). È la celebrità che esce dallo straordinario e viene colta non tanto di sorpresa quanto ripresa nella sua ovvia naturale parificata normalità. È il passaggio drastico dal ragazzino caciarone di È qui la festa osannato da ogni conduttore e star di tv e spettacolo (Carrà, Costanzo, Biagi, Vasco e Celentano) all’uomo nuovo gioioso nell’amore e segnato dal dolore della perdita. Le luci del concerto, del resto, si spengono subito.

Va bene la tenda indiana dove truccarsi e meditare prima della danza e della musica sulla spiaggia, ma è subito tempo di fuga oltre il palco, seguito di spalle, al ralenti, accappatoio e asciugamano da boxeur svuotato, di filata dentro un auto che lo porta via. Jovanotti è immediatamente Lorenzo (pardon se il gioco nella scrittura stufa, ma Zonta e Zoratti lo fanno slittare nel film con maggior dolcezza), ed è anche subito quell’incidente in bicicletta del cantautore cortonese nella Repubblica Domenicana nell’estate del 2023. Un tormento che sembra diventare estasi. Lunga riabilitazione, quattro centimetri di osso della gamba in meno, operazione chirurgica delicatissima. E soprattutto la reiterata testimonianza video con lo smartphone, journal intime della disgrazia e del dolore autoprodotta dal paziente ferito senza volere e potere alcuno. Formalmente Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti è un patchwork di fonti visive raccolte per oltre sei anni, ibridazione disinvolta e curiosa, Alina Marazzi o Pietro Marcello style and touch, tra narrazione contemporanea (quattro operatori più Jova in solitaria nel suo letto di dolore), stralci di generico e tematico found footage (Teche Rai e cineteche varie), infine Super8, vhs e minidv della famiglia Cherubini miracolosamente intatti e conservati.

Il risultato in certi slanci di montaggio è drammaturgicamente incredibile come la sequenza surreale eppur insistita dell’evocazione dei pappagalli sul cupolone del Vaticano che il piccolo Lorenzo cerca con il suo/nostro sguardo o quella del ricordo di Umberto, il fratello pilota morto in un incidente aereo, immersa tra le pieghe di una visita al cimitero in collina con il protagonista che sfiora lapidi familiari – e non – aprendo un varco intimo verso la morte. Perché il segreto di quest’opera ispirata e inattesa (Zoratti ha un solo lungometraggio alle spalle, Zonta è stato critico di L’Unità e oggi conduttore di Hollywood Party), non sta tanto nel dove arrivare (la vulnerabilità e la sofferenza del protagonista), ma nel come ci si arriva. I fan comunque avranno di che deliziarsi nel vedere Lorenzo, in compagnia del guru barbuto Rick Rubin, che compone e scompone la sua musica nel suo farsi. In sala come evento speciale dal 24 novembre al 2 dicembre 2026.

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Zustissia, il peso di 33 anni di ingiustizia: il caso Zuncheddu diventa cinema. Fabrizio Ferracane negli Usa sarebbe da Oscar

Zustissia non è il solito film italiano. Partiamo da qui. Da un dato più estetico-produttivo. Perché recensire l’opera prima di Francesco Piras iniziando dal cuore del racconto, i 33 anni di carcere ingiustamente patiti da Beniamino Zuncheddu per un triplice omicidio mai commesso – tratto da una storia vera, si dice di solito al cinema – sarebbe retoricamente più semplice.

Dicevamo che Zustissia è prima di tutto il risultato di un’idea visiva solidamente non convenzionale, senso dell’immagine oltre la banale ripresa dei dialoghi, ricostruzione, esplorazione e restituzione di uno spazio e di un tempo dell’attesa (e della rivincita) come fossero sospesi e astratti oltre il regime dell’ordinarietà. Piras sa dare significato ai propri movimenti di macchina, sa disegnare traiettorie di sguardo attraverso brevi panoramiche circolari, piani sequenza e carrellate, sa mantenere alta la temperatura emotiva sia negli stralci insanguinati tra pecore e ruderi sia nella più classica prossimità di visi e corpi, modello court room movie hollywoodiano.

Regia completa, distinta, amalgamata a un sapiente taglio di scrittura (spiegare i dettagli del caso e della legge, pitturare anime silenti e passive e timidi eroi coraggiosi); poi, ovviamente, la volumetria straordinaria dell’errore giudiziario più lungo d’Italia, viziato realmente da superficialità e volontaria approssimazione inquirente.

La sera del 27 febbraio 1991, mentre si trova in casa a Burcei, nel sud-est della Sardegna, con la sorella e il cognato a guardare in tv la performance dei Tazenda e di Pierangelo Bertoli a Sanremo, il pastore ventiseienne Beniamino Zuncheddu (da carcerato adulto interpretato da Fabrizio Ferracane) viene improvvisamente arrestato dalla polizia. Accusato del brutale omicidio di tre pastori e del ferimento di un altro, avvenuti vicino alle terre in cui pascola con le sue bestie, il giovane verrà condannato all’ergastolo in tre rapidi processi che attraverseranno i tre gradi di giudizio con sedute sprint in nemmeno un anno.

Zuncheddu si dichiara innocente, ma passerà 25 anni in carcere senza mai uscire, anche solo per un permesso, fino a quando, nel 2016, l’avvocato Mauro Trogu (Michele Riondino) prenderà in mano il caso e riuscirà, comunque con immane fatica, a ottenere, a 2021 inoltrato, la revisione del processo con la clamorosa svolta di una nuova prova. Il ferito e testimone oculare, che già nel 1991, nel giro di 40 giorni, aveva cambiato versione dei fatti, afferma definitivamente di non aver riconosciuto Zuncheddu la notte della mattanza e che a suggerirgli di riconoscerlo in una foto segnaletica era stato un agente della Criminalpol.

Immersa in un’atmosfera grigia e rarefatta, la ricostruzione biografica evita il pietismo e cerca la giusta distanza umana e morale; mentre la ricostruzione giuridico-processuale, preceduta dal flashback iniziale dei delitti, che irradia sotterraneamente l’opera in ogni possibile ganglio di senso, si immerge nelle secche di un tunnel prima crudele e cieco, poi paradossalmente kafkiano (il tribunale fa “galleggiare” per mesi il processo di revisione per mille cavilli procedurali).

Il risultato è un levigato racconto in crescendo che tifa evidentemente per i deboli e le vittime, ma che non usa mai sguaiatamente le urla per affermarlo. Gli attori poi non corrono, non sbrodolano, non biascicano in romanesco (il posato pseudo-sardo di Riondino, nella sua mimesi mai sovraccarica, è da antologia): vivono di sguardi, di microespressioni, di lenti movimenti. E Fabrizio Ferracane, nel riprodurre la silenziosa remissività di Zuncheddu, questo farsi tritare da un destino disegnato meschinamente da altri, millimetro dopo millimetro, cellula di invecchiamento dopo cellula, negli Stati Uniti sarebbe da Oscar. Il commento musicale, sussurrato, modello Città di pianura, è di Iosonouncane. Il vero Zuncheddu è uscito di galera dopo 33 anni e 8 mesi, con assoluzione per non aver commesso il fatto.

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