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Destra plebea, sinistra patrizia

Tra le polemiche estive, una è interessante, benché trattata dagli interessati con il corto respiro della politica italiana. Il presidente del PD Stefano Bonaccini, tipico prodotto della nomenclatura di sinistra ma personalità equilibrata – potremmo chiamarlo Stefano Bonaccioni – ha affermato in un evento del suo partito che “il voto al primo e al secondo Trump, il voto per la Brexit qualche anno fa. Il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia alla Meloni, prima a Salvini oggi forse a Vannacci, è un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e di chi sta peggio economicamente”. Contra factum non valet argumentum: è la verità accertata da ogni indagine sociologica e empirica.

Con grande velocità e maestria comunicativa, Giorgia Meloni – l’unico vero attivo della coalizione che capeggia – ha replicato così “Quelli che votano per loro sono cittadini colti, consapevoli e intelligenti, mentre quelli che votano per noi sarebbero ignoranti da compatire, quando non da rieducare.” Colpito e affondato. Il punto è che entrambi hanno ragione e torto allo stesso tempo. Soprattutto non riescono a cogliere l’importanza storica di quanto osservano da mestieranti della politica preoccupati più del consenso immediato che delle ricadute di quanto osservano. Ebbene sì, due spettri si aggirano per la terra del tramonto, la sinistra patrizia e la destra plebea. E’ una novità, ma non del tutto: la rivoluzione francese, madre di tutte le rivoluzioni, la fecero avvocati, intellettuali e nobilotti di città, l’opposizione venne dagli strati popolari e contadini, sterminati in autentici genocidi come in Vandea. Fu la liberalissima legge Le Chapelier (1791) ad abolire i corpi intermedi e a lasciare indifeso il popolo dinanzi alla forza impersonale della neonata “nation” (il potere legale) e dell’economia.

Per buona parte del secolo XIX, la sinistra fu liberale, nelle varie accezioni del termine. La violenza sfruttatrice del nuovo potere generò la reazione socialista e comunista; i liberali divennero la destra, egemonizzando i conservatori. Si torna alle origini. I vincenti da un lato, i perdenti dall’altro. Cambia la segnaletica, non la sostanza. Sfumata la mistica marxista del proletariato, leva della rivoluzione comunista, è rimasto ciò che i postmarxisti francofortesi – in particolare Adorno e Horkheimer – compresero un secolo fa: i proletari non sono affatto una classe rivoluzionaria. Lottano per uscire dalla loro condizione e diventare borghesi. Furono loro, con Marcuse, a individuare nuovi gruppi “rivoluzionari”: le donne, le minoranze etniche e sessuali, i giovani visti come classe a parte, le comunità prive di rilievo sociale.

La sinistra – diventata progressista e tornata in qualche modo liberale ( le parole generiche multiuso attraggono sempre) ha imparato la lezione e si è messa dalla parte dei vincenti. Quelli veri, le oligarchie economiche e finanziarie liberatesi a loro volta dai principi di ieri in nome del nuovo dio immanente, il mercato diventato globale, onnipotente. Conquistato potere dopo aver affollato determinate facoltà universitarie e aver conquistato le casematte del potere ( eterogenesi dei fini del pensiero di Gramsci!) è ovvio che questi ceti– molto numerosi e quasi sempre garantiti – non vogliano mollarlo: per questo votano a sinistra. Poiché la loro formazione è prevalentemente giuridico-amministrativa, sociologica, filosofica, psicologica, si considerano gli unici illuminati. E’ un ampio ceto snob, con una crescente percentuale femminile . E’ a suo agio nei centri commerciali, ama le novità di ogni genere, specie tecnologiche, è affascinata dai cosiddetti “ diritti” (dinanzi ai doveri si ritrae scandalizzata) e fa parte del tipo umano sradicato volontariamente, cosmopolita, che non si sente di nessun luogo (i nowhere della sociologia anglosassone). L’altra caratteristica è il narcisismo: guardano solo se stessi, si amano e si considerano, come avrebbe detto il Principe di Salina, il Gattopardo, il sale della terra. Naturale che abbiano orrore di tutti gli altri, esattamente come le classi alte del passato, “ i signori” che almeno sapevano trarre dai loro ranghi una classe dirigente.

Bonaccini nasce comunista, sa bene che la sua parte era formata prevalentemente dallo stesso popolo che adesso si è spostato altrove. Operai, le loro famiglie, lavoratori e lavoratrici manuali , abitanti delle periferie, generazioni intere sradicate dalla rivoluzione industriale, che in Italia arrivò a fine anni Cinquanta. Non avevano master, lauree o diplomi, ma volontà, capacità di lavoro, spirito di sacrificio, amore per la famiglia e per la loro terra, speranza nel futuro. I ceti parassitari – a sud incarnati dal notabilato, da possidenti agrari, da insegnanti, burocrati di ogni ordine e grado, a nord soprattutto dalla rampante borghesia imprenditoriale insofferente delle limitazioni e sospettosa dello Stato, stavano dall’altra parte. E’ una divisione rozza e assai parziale, ma rende l’idea.

Sempre alto contro basso, centro contro periferia, oligarchie e ceti tecnici e intellettuali di supporto contro popolo. I vincenti degli ultimi sessanta-settant’anni si sono posizionati a sinistra (il termine è puramente descrittivo) perché vi hanno trovato ciò che cercavano. Indifferenti ai principi dell’identità, della religione, della nazione, della famiglia, non più interessati ai temi sociali, attratti dal fantasma della libertà intesa come liberazione dai vincoli, hanno trovato in un certo tipo di studi la chiave per affermare alcuni valori e soprattutto elevare la propria condizione economica e il proprio peso sociale. Hanno occupato le burocrazie, aumentate di numero e importanza, sempre votate al controllo, alla gestione (due sostantivi centrali nell’universo mentale progressista) a una visione legalistica, formalistica della realtà: il ceto dei “protocolli” che esentano dal pensiero e soprattutto dalla responsabilità.

Si sono impadroniti della scuola, abbandonata da molti insegnati uomini per lo scarso prestigio economico. Egemonizzano professioni come la psicologia, l’assistenza sociale, i quadri amministrativi pubblici, la legione dei cosiddetti “esperti”. Sono istintivamente di sinistra non per progressismo, ma, paradossalmente per l’opposto: ce l’hanno fatta, ora guardano dall’alto in basso la massa sottostante, i penultimi, gli sconfitti del nostro tempo. Hanno sostituito il razzismo di ieri e la distanza di classe con la supponenza culturale, il suprematismo dei semicolti, semi riflessivi, semi abbienti, semi moralisti, sempre con il dito alzato e le sopracciglia inarcate nello sdegno mentre guardano in basso senza tentare di capire. Se non fossero i padroni del linguaggio, sarebbero la destra, termine caricato di ogni negatività. Perciò Bonaccini ha ragione quando segnala il disagio che induce i meno colti, i non garantiti, gli abitanti dei piccoli e medi centri, i superstiti ceti rurali, chi non ha potuto terminare gli studi, a ideali e scelte avverse alla sua parte. Ma sono i suoi ad averli abbandonati e innanzitutto ad avere screditato, vilipeso, ridicolizzato i loro principi e valori. Non può stupirsi se i perdenti non ci stanno.

Ha ragione la Meloni a difendere i suoi elettori, ma non può dimenticarsi di rappresentarli, come è accaduto nei deludenti anni di governo. Nulla di ciò che chiedeva il suo popolo è stato realizzato su temi centrali come immigrazione, ordine pubblico, guerra, riarmo, difesa dei ceti medi. Più ancora, dovrebbe prendere atto che il giudizio sommario della sinistra sulla destra non è del tutto infondato, specie sul piano culturale, e lavorare per rimuoverlo, evitando di affidare questi temi ad azzimati maestrini da salotto televisivo. Inutile indorare la pillola: un numero gigantesco di militanti è interessato a soli tre temi: i liberalconservatori alle tasse e al totem dell’impresa; gli altri all’immigrazione, in cui confondono il fenomeno, drammatico, con l’immigrato, che è una persona.

Chi ha lottato per decenni contro l’indifferenza culturale delle varie destre lo sa. A minoranze di grandissima qualità, vasti interessi e larghe conoscenze, frequentatori di blog, siti Internet, librerie di nicchia, animatori di circoli, lettori voraci, pubblicisti accaniti, si contrappone una maggioranza enorme di indifferenti, se non di ignoranti soddisfatti. Incapaci di approfondimento, infastiditi da ogni argomentazione che non riguardi il portafogli o gli stranieri, non hanno però ogni colpa. Sono diseducati da decenni: pensa a tutto il capo di turno. Nel passato leader politici come Almirante, Malagodi o Fanfani, poi Berlusconi, adesso Meloni e l’ultimo arrivato, il generalissimo.

Dobbiamo ammetterlo con il dispiacere, l’impotenza e la delusione di una vita: discutere con i progressisti può infastidire, far male, stupire per il rifiuto della realtà di alcuni, ma farlo con l’elettore medio di destra è spesso disperante. Epperò il motivo per cui la destra è così popolare presso i gruppi sociali citati da Bonaccini – che ha dimenticato di analizzare (non gli conviene!) la forte preminenza maschile – è elementare. Nella società contemporanea il conflitto non è più esclusivamente verticale, tra ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori, ma, come dicevamo , tra centro e periferia, popolo e oligarchie, ceti burocratici, tecnici, “esperti” garantiti e masse non garantite, tra identitari e cosmopoliti. Bonaccini lo ha capito, mentre dal lato opposto ci si limita a rispondere con slogan piccati, ancorché efficaci. E’ la differenza tra riflessione e approssimazione, approfondimento e pesca delle occasioni. Se la neo destra è plebea è perché è sconfitta. Talvolta vince sfruttando i madornali errori dell’avversario, ma non rappresenta un’ alternativa. Parafrasando il comunistissimo Dario Fo: il padrone del discorso sa mille parole, il perdente trecento. Per questo vince.

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Federico Povoleri: la fabbrica della guerra

La bugia che ingannò l’ONU: così si fabbrica una guerra, Colin Powel ha fatto scuola. Ma partiamo da un caso emblematico: nel 2010 un’intervista falsa pubblicata su un grande quotidiano britannico contribuì a costruire la narrazione che portò a pesanti sanzioni internazionali contro l’Iran.. Da lì ripercorriamo altri episodi decisivi: le provette di Colin Powell davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la strage inventata di Timisoara, fino alla russofobia e alla sinofobia costruite a tavolino negli ultimi decenni. Come scriveva Giulietto Chiesa in Putinfobia: la battaglia decisiva del nostro tempo non si combatte sui campi, ma sulla percezione della realtà. Chi controlla il racconto, controlla il consenso alla guerra.  Ne parliamo con Federico Povoleri, regista, documentarista, scrittore. Intervista a cura di Jeff Hoffman

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Kaliningrad sotto assedio virtuale: la NATO mette alla prova la propria capacità di neutralizzazione elettronica

Analisi

Alberto Pagani· · 16 min di lettura

Il 18 agosto una formazione insolitamente numerosa di velivoli ha riempito i cieli della Polonia settentrionale e del Baltico, in…

Il 18 agosto una formazione insolitamente numerosa di velivoli ha riempito i cieli della Polonia settentrionale e del Baltico, in una delle più ampie e meno annunciate esercitazioni aeree condotte dalla NATO negli ultimi anni lungo il fianco orientale dell’Alleanza. Gli osservatori del traffico aereo, abituati a monitorare i movimenti militari nella regione, hanno registrato tra i venticinque e i cinquanta velivoli impegnati contemporaneamente; le autorità alleate non hanno confermato una cifra precisa, invocando ragioni di sicurezza operativa.

L’operazione, guidata dagli Stati Uniti e supervisionata dal comando aereo alleato, ha avuto come teatro l’area compresa tra la Polonia e Kaliningrad, l’exclave russa incuneata tra il territorio polacco e quello lituano: settantacinque chilometri di costa fortemente militarizzata, sede della Flotta del Baltico, di sistemi missilistici Iskander a capacità nucleare e di una fitta rete di difese antiaeree S-400. Per capire perché la NATO abbia scelto di misurarsi proprio con questo lembo di terra, e proprio in queste settimane, occorre allargare lo sguardo oltre la cronaca del 18 agosto: la logica che oggi governa Kaliningrad affonda in una storia molto più lunga di quella della crisi in corso.1

Una città che la storia ha già messo alla prova

Prima di essere un problema militare, Kaliningrad è un problema storico, e vale la pena ricordarlo per misurare la distanza fra ciò che quella terra ha rappresentato e ciò che è diventata. Fondata nel 1255 dai cavalieri dell’Ordine Teutonico con il nome di Königsberg, la città fu per secoli capitale culturale e amministrativa della Prussia orientale. Vi nacque nel 1724 e vi trascorse l’intera esistenza, senza mai allontanarsene in modo significativo, Immanuel Kant: il filosofo che nel 1795 scrisse “Per la pace perpetua”, il progetto filosofico di un ordine internazionale fondato sul diritto e non sulla forza. Che proprio quella città sia oggi teatro di un’esercitazione concepita per dimostrare la capacità di neutralizzarne militarmente il potenziale offensivo è una delle ironie più amare che la geografia politica europea potesse riservare.

A Königsberg è legato anche uno degli episodi fondativi della matematica moderna: il problema dei sette ponti, posto dagli abitanti della città e risolto nel 1736 da Leonhard Euler, che dimostrò l’impossibilità di attraversarli tutti senza mai ripercorrere lo stesso ponte due volte. Da quella dimostrazione nacque la teoria dei grafi, la disciplina matematica che studia le reti di nodi e connessioni e che, quasi tre secoli più tardi, costituisce il fondamento teorico con cui si modellano le reti di comunicazione, le infrastrutture critiche e, non ultimo, lo spettro elettromagnetico che la guerra elettronica moderna è chiamata a saturare. Una coincidenza che la storia sembra aver voluto sottolineare: la città che pose le basi teoriche della scienza delle reti è oggi, ancora una volta, al centro di un confronto che si gioca sulla capacità di controllare o interrompere una rete.

La cesura arriva con la Seconda guerra mondiale. Assediata e conquistata dall’Armata Rossa dopo una resistenza tedesca durissima, capitolata il 9 aprile 1945, Königsberg fu assegnata all’Unione Sovietica dalla Conferenza di Potsdam insieme alla porzione settentrionale della Prussia orientale. La popolazione tedesca superstite venne espulsa e sostituita con coloni provenienti da ogni angolo dell’URSS, in un’operazione di russificazione deliberata pensata per prevenire qualunque rivendicazione futura; nel 1946 la città fu ribattezzata Kaliningrad in onore di Michail Kalinin. Fu proprio Mosca, e non Vilnius, a mantenere il controllo diretto dell’oblast, respingendo negli anni Cinquanta persino una proposta di Chruščëv di cederlo alla Lituania sovietica: una scelta amministrativa che si sarebbe rivelata decisiva nel 1991, quando la disgregazione dell’URSS lasciò Kaliningrad separata dal resto della Federazione Russa, mentre un’analoga exclave prussiana, Klaipėda, seguiva le sorti della Lituania indipendente.2

La fortificazione dell’area non fu una conseguenza automatica dell’annessione, ma una scelta strategica precisa, maturata con la formazione del Patto di Varsavia nel 1955: Mosca individuò in Kaliningrad, e in particolare nel vicino porto di Baltijsk, l’unico scalo russo sul Baltico libero dai ghiacci per l’intero anno, condizione che nessun altro porto sovietico nella regione poteva garantire. Nel 1952 la città divenne sede del quartier generale della Flotta del Baltico, trasformandosi in una città chiusa, inaccessibile agli stranieri per l’intera durata della Guerra fredda. È la stessa logica idrografica, unita alla posizione proiettata in profondità nello spazio oggi controllato dalla NATO, a spiegare perché Kaliningrad resti tuttora sede dell’undicesimo corpo d’armata, di sistemi missilistici Iskander a capacità nucleare e di batterie costiere Bastion con missili antinave Oniks: la stessa concentrazione di potenza di fuoco che, settant’anni più tardi, l’esercitazione del 18 agosto ha voluto mettere alla prova.3

Il valore della base navale di Baltijsk, tuttavia, non si esaurisce nella dimensione regionale del Baltico. Va letto in relazione al disegno più ampio della militarizzazione russa dell’Artico, il cui baricentro resta la penisola di Kola, sede della Flotta del Nord e della componente sottomarina della deterrenza nucleare strategica di Mosca. Se la penisola di Kola custodisce la capacità di secondo colpo, garantendo ai sottomarini lanciamissili un bastione protetto nel mare di Barents, la Flotta del Baltico assolve una funzione complementare: presidiare il fianco occidentale, addestrare unità e testare capacità anfibie e di attacco elettronico, liberando la Flotta del Nord dal doversi occupare anche del teatro baltico. Le due aree condividono la medesima logica dottrinale del bastione fortificato, applicata su scala geografica diversa ma con lo stesso obiettivo: proteggere, attraverso l’accumulo di sistemi d’arma e la saturazione dello spazio circostante, i nodi strategici più sensibili del dispositivo militare russo. È dentro questa cornice, non accanto ad essa, che va collocata l’esercitazione NATO del 18 agosto.4

La logica della deterrenza: perché ora, e perché in questa forma

È la stessa logica geografica che nel Cinquecento fece di Königsberg la capitale di un ducato affacciato sul Baltico, e che nel secondo dopoguerra spinse Mosca a trasformarla in una fortezza off-limits, a spiegare perché sia proprio quel lembo di terra a tornare oggi al centro dell’attenzione strategica occidentale. Cambiano gli strumenti – non più cannoniere e divisioni corazzate, ma pod di disturbo elettronico e piattaforme di sorveglianza radar –, ma la sostanza resta la stessa: chi controlla Kaliningrad controlla un varco che nessuna delle due parti può permettersi di ignorare. Ed è dentro questa continuità storica che si inserisce, con particolare efficacia, la lettura che Gianluca Di Feo (uno dei migliori analisti e giornalisti italiani che scrivono di guerra) ha proposto su la Repubblica: la deterrenza è una disciplina complessa in cui diplomazia e forza si alternano con la massima attenzione a non superare i limiti, proprio perché il suo scopo non è vincere uno scontro, ma impedire che una crisi degeneri in un conflitto aperto.5

Di Feo colloca l’esercitazione dentro un precedente rimasto scolpito nella memoria degli analisti atlantici: nel novembre 2021, mentre le divisioni corazzate russe si allineavano lungo il confine ucraino, il direttore della Cia William Burns volò a Mosca per un colloquio che non riuscì a scongiurare l’invasione. Quella lezione, secondo questa lettura, non è stata dimenticata, ed è alla luce di essa che va compreso il senso più profondo del 18 agosto: non una provocazione fine a se stessa, ma quella che i manuali dottrinali dell’Alleanza definiscono una dimostrazione di determinazione – un insieme coordinato di segnali militari e diplomatici pensati per comunicare all’avversario, prima che sia troppo tardi, che ogni opzione resta sul tavolo. È una lettura che condivido, e che aiuta a spiegare perché l’esercitazione sia arrivata proprio ora: dopo settimane in cui l’intelligence occidentale, secondo la ricostruzione di Di Feo, avrebbe colto la volontà di Mosca di testare la coesione atlantica con una provocazione armata oltre i propri confini, nella convinzione che Washington non sarebbe intervenuta.

Il perché della forma scelta – la guerra elettronica anziché una dimostrazione di potenza cinetica – discende direttamente dalla natura del bersaglio. Kaliningrad, come si è visto, è dagli anni Cinquanta un bastione costruito attorno alla capacità di vedere e colpire per primi: un sistema di tipo A2/AD, Anti-Access/Area Denial, che si regge su una rete di sensori, radar e comunicazioni prima ancora che sui lanciatori missilistici veri e propri. Mostrare a Mosca di poter penetrare e accecare quella rete, anche solo per la durata di un’esercitazione, equivale a dimostrarne la vulnerabilità senza sparare un colpo: è la deterrenza per negazione applicata al teatro più esposto del fianco orientale, ed è precisamente il primo dei motivi che Di Feo individua nell’operazione del 18 agosto.

Sul piano tecnico, il centro di quella dimostrazione è stato l’EA-37B Compass Call (foto apertura), il più recente velivolo da attacco elettronico dell’aeronautica statunitense: un Gulfstream G550 pesantemente modificato, capace non solo di disturbare le frequenze radar e di comunicazione avversarie ma di mandare in tilt le strumentazioni con un bombardamento mirato di impulsi elettromagnetici. Schierato per la prima volta in questa configurazione a ridosso dell’exclave, ha operato insieme a un aereo da sorveglianza radar E-3A AWACS e a una piattaforma di ricognizione ARTEMIS II decollata da un aeroporto rumeno dopo aver sorvolato Ungheria e Slovacchia, costruendo un quadro elettromagnetico completo dell’area.6

Un pacchetto di questo tipo, sostenuto da un numero significativo di aerocisterne – tra cui un KC-767A dell’Aeronautica militare italiana, un KC-135R statunitense e due A330 MRTT dell’Alleanza – non è concepito per un singolo passaggio dimostrativo, ma per sostenere una permanenza prolungata sul teatro operativo. Ed è qui che il racconto di Di Feo aggiunge un dettaglio che merita di essere sottolineato: l’operazione ha reso deliberatamente visibile solo una parte del proprio dispositivo. I trasponditori delle aerocisterne e dei radar volanti sono rimasti accesi, quasi a voler essere osservati; quelli di decine di caccia, affiancati da manovre navali e corazzate, sarebbero invece rimasti spenti – il tutto senza violare in alcun momento i confini aerei, terrestri o marittimi altrui. Sul terreno, la simulazione dell’assedio si è tradotta anche in un gesto fisico e volutamente visibile: reparti polacchi hanno sbarrato le strade di accesso con cavalli di frisia, gli sbarramenti anticarro a incrocio che richiamano, non senza un certo valore simbolico, le fortificazioni di un’epoca che si credeva superata. Un’esercitazione pensata, insomma, per essere in parte vista e in parte intuita: la manifestazione più pura della logica dimostrativa di cui si è detto.

Quella lettura trova conferma anche nelle parole con cui, poche settimane prima, il generale Christopher Donahue, comandante delle forze statunitensi in Europa e Africa, aveva descritto le nuove capacità alleate: la NATO sarebbe oggi in grado di occupare Kaliningrad “in tempi mai visti prima”, aveva dichiarato, collocando l’affermazione nel quadro della nuova strategia nota come Eastern Flank Deterrence Line. L’esercitazione del 18 agosto, protrattasi secondo la ricostruzione di Di Feo fino alla notte di venerdì 21, appare come la traduzione operativa di quella dichiarazione: non un’occupazione simulata nel senso tradizionale, ma la dimostrazione che l’exclave può essere isolata dal punto di vista elettromagnetico e logistico in tempi rapidissimi, privando le forze russe ivi schierate della capacità di coordinarsi, ricevere dati bersaglio e comunicare con il resto del teatro.7

Resta il secondo motivo individuato da Di Feo, che riguarda la tutela del corridoio di Suwałki: la striscia di poco più di cento chilometri che collega la Polonia alla Lituania e che costituisce l’unico collegamento terrestre tra i Paesi baltici e il resto dell’Alleanza. Un’eventuale chiusura di quel corridoio, coordinata con un’azione offensiva dall’exclave, isolerebbe Estonia, Lettonia e Lituania nel giro di ore: l’esercitazione ha inviato in questo senso un avvertimento politico-militare esplicito, pensato per scoraggiare qualunque tentativo di blitz russo proprio nel punto più esposto dell’intera architettura di sicurezza del fianco orientale. E resta, infine, il terzo motivo, più immediato e meno simbolico degli altri due: testare in condizioni reali, a ridosso dei confini russi, piattaforme di guerra elettronica di ultima generazione ha permesso all’Alleanza di verificare la propria prontezza operativa e di azzerare il fattore sorpresa che il Cremlino potrebbe altrimenti sfruttare in una crisi improvvisa – un guadagno che si materializza già nell’immediato, indipendentemente da qualunque sviluppo futuro, perché i tempi di reazione delle difese russe e il coordinamento tra assetti aerei di più nazioni sono stati osservati e messi agli atti.

Se questi tre motivi spiegano il perché militare dell’operazione, è nei giorni immediatamente successivi che si è misurata la componente diplomatica della stessa logica di deterrenza – quella che, secondo Di Feo, non può mai essere disgiunta dalla forza. Il Cremlino non ha dato segni di essersi lasciato intimidire: sabato 22 agosto Vladimir Putin ha usato un’immagine volutamente inquietante, dichiarando che gli attacchi ucraini sul territorio russo avrebbero scoperchiato un “vaso di Pandora”, scelta lessicale che, in un leader abitualmente misurato nei toni pubblici, è stata letta da più osservatori come la conferma dei timori peggiori. Due giorni dopo, lunedì 24 agosto, il direttore della Cia John Ratcliffe ha attraversato l’Atlantico per atterrare a Mosca il giorno seguente e incontrare Sergej Naryškin, dal 2016 a capo del servizio segreto per l’estero Svr e figura di lunghissima fiducia di Putin.

Il contenuto del colloquio è rimasto riservato: secondo il Wall Street Journal vi sarebbe stato un avvertimento esplicito sulla protezione statunitense degli alleati da ogni aggressione, mentre altre fonti riferite da Di Feo parlano anche di un’apertura a un possibile canale di de-escalation, con l’offerta di una mediazione americana per fermare i raid ucraini contro le raffinerie in cambio della cessazione degli attacchi russi contro porti, navi e centrali elettriche ucraine – una proposta già avanzata da Zelensky in precedenza e finora respinta da Mosca con un’intensificazione, e non un’attenuazione, dei bombardamenti. È il volto diplomatico della stessa dimostrazione di determinazione che nei cieli del Baltico ha assunto la forma della guerra elettronica: due canali paralleli, militare e negoziale, tenuti aperti nello stesso momento.8

Su questo equilibrio pesa anche un calendario politico che la lettura di Di Feo non manca di sottolineare: mancano poco più di tre settimane alle elezioni per la Duma, e benché il partito di Putin non abbia rivali strutturati, il presidente sarebbe consapevole di un consenso in calo e, secondo questa ricostruzione, poco incline ad apparire debole proprio in questa fase. Nei giorni della crisi lo scambio di colpi tra le parti non si è fermato: missili balistici russi su Kiev in parte intercettati dai sistemi Patriot appena consegnati dagli Stati Uniti, droni ucraini contro depositi e stabilimenti in territorio russo, un missile britannico Storm Shadow contro un comando nel Donbass che ha innescato minacce di Mosca contro Londra, e una visita non programmata di Lukashenko al Cremlino che ha riacceso, nei comandi alleati, il timore di un’offensiva dal territorio bielorusso verso i Paesi baltici. I timori raccolti dall’intelligence occidentale, secondo questa ricostruzione, non riguarderebbero comunque l’impiego di testate nucleari tattiche: lo snodo resta, ancora una volta, il Baltico.9

Un fianco orientale sotto pressione crescente

L’esercitazione del 18 agosto e il canale diplomatico apertosi nei giorni successivi non vanno letti come un episodio a sé stante, ma come un tassello – probabilmente il più visibile, ma non l’unico – di una sequenza di attriti che negli ultimi mesi ha progressivamente eroso il margine di ambiguità lungo l’intero confine orientale dell’Alleanza. Solo due giorni dopo l’inizio del wargame, il 20 agosto, il ministero della Difesa finlandese ha denunciato la violazione del proprio spazio aereo sovrano da parte di un velivolo da ricognizione elettronica russo Ilyushin Il-20M nel golfo di Finlandia, in un corridoio aereo internazionale largo appena quindici-venti chilometri che le autorità di Helsinki ed Estonia mantengono aperto proprio per garantire i collegamenti russi verso Kaliningrad e San Pietroburgo – la stessa exclave, ancora una volta, al centro della scena.10

A ciò si sommano gli episodi, ormai ricorrenti nelle ultime settimane, di droni non identificati rilevati sopra la Polonia, la Romania e diversi scali scandinavi, che hanno costretto diverse capitali europee a rivedere le proprie regole d’ingaggio e ad alzare il livello di allerta nei cieli. Il Cremlino ha respinto ogni responsabilità diretta in questi episodi, ma il clima diplomatico tra Mosca e l’Alleanza si è comunque irrigidito su più fronti contemporaneamente: l’ambasciatore russo a Parigi ha avvertito che l’abbattimento di un velivolo russo da parte della NATO sarebbe considerato un atto di guerra, il segretario generale Mark Rutte ha ribadito che ogni centimetro del territorio alleato, spazio aereo compreso, sarà difeso, e proprio in questi stessi giorni Ratcliffe cercava a Mosca un canale che tenesse insieme fermezza e apertura al dialogo. Sono, in fondo, le due facce della stessa medaglia che dà il titolo a questa analisi: la deterrenza come equilibrio permanente, mai acquisito una volta per tutte, tra la dimostrazione di forza e la ricerca di un canale che eviti l’errore di calcolo.

Letta in questa luce, l’esercitazione del 18 agosto smette di essere un episodio isolato per diventare la chiave di lettura di un momento preciso nella relazione tra NATO e Russia: un confronto che si gioca sempre meno sul terreno degli scontri aperti e sempre più su quello della sorveglianza elettronica, della saturazione informativa e della dimostrazione di capacità – accompagnato, quando necessario, da un canale diplomatico che nessuna delle due parti ha interesse a chiudere del tutto. È il segno di una competizione che si è spostata, in larga misura, nello spettro elettromagnetico e in quello, altrettanto delicato, dei segnali politici: chi controlla la capacità di vedere, comunicare, colpire per primo e negoziare al momento giusto, in un teatro compresso come quello baltico, detiene un vantaggio che nessuna esibizione isolata di potenza convenzionale potrebbe replicare con altrettanta efficacia.

Resta da capire se Mosca interpreterà questo insieme di segnali – militari, tecnologici e diplomatici insieme – come un deterrente credibile o, al contrario, come un ulteriore pretesto per intensificare la propria pressione ibrida sul fianco orientale europeo, magari attendendo l’esito delle elezioni per la Duma prima di scoprire le proprie carte. La storia recente delle relazioni russo-atlantiche nel Baltico, e la stessa storia più lontana di Kaliningrad, suggeriscono che la seconda ipotesi non sia meno probabile della prima.

  • 1Fonti: militarnyi.com, “NATO Aircraft Conduct Large-Scale Unannounced Exercises Near Kaliningrad”, 18 agosto 2026; ilmessaggero.it, “Nato, la maxi operazione sul Baltico”, 18 agosto 2026.
  • 2Fonti: Treccani, voce “Kaliningrad”; Aspenia Online, “Il nodo di Kaliningrad e il Baltico tra NATO e Russia”; Britannica, “Kaliningrad”.
  • 3Fonti: Tiscali Notizie, “Kaliningrad, un porto russo al centro dell’Europa del Baltico”; Aliseo Editoriale, “Kaliningrad, il bastione russo sul Mar Baltico”; Wikipedia, voce “Flotta del Baltico”.
  • 4Fonte: IARI, “L’Artico come bastione”, 21 luglio 2026.
  • 5Fonte: Gianluca Di Feo, “Russia, l’assedio virtuale a Kaliningrad: così la Nato ferma Putin”, la Repubblica, 28 agosto 2026, https://www.repubblica.it/esteri/2026/08/28/news/russia_assedio_virtuale_kaliningrad_nato_ferma_putin-425550845/
  • 6Fonti: migflug.com, “NATO Massed Its Jets Right Next to Kaliningrad”, 18 agosto 2026; associazioneeuropalibera.wordpress.com, 22 agosto 2026.
  • 7Fonte: Kyiv Independent / Defense News, “US general says NATO could seize Russia’s Kaliningrad with ‘unheard of’ speed”, 17 luglio 2026.
  • 8Fonte: Gianluca Di Feo, la Repubblica, 28 agosto 2026, cit.
  • 9Fonte: Gianluca Di Feo, la Repubblica, 28 agosto 2026, cit.
  • 10Fonte: peacelink.it, “La Finlandia sospetta che un velivolo russo abbia violato il suo spazio aereo”, 20 agosto 2026

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Russia avvia la produzione di massa del sistema “Volna Kupol Garant”, che disgrega Starlink

LE MONDE RISEGNA CHE GLI UCRAINI STANNO GIÀ RIMPIANGENDO CHE IL SISTEMA SATELLITARE DI MUSK NON È PIÙ QUELLO CHE ERA UN TEMPO.

Esperto Militare di Mosca, Colonnello Viktor LITOVKIN: “Il sistema ‘Volna-Kupol-Garant’ non danneggia i satelliti, ma piuttosto acceca i satelliti e i terminali Starlink nelle zone di combattimento, interrompendo la comunicazione tra gli operatori ucraini e i droni.”

Corrispondente di Guerra e Commentatore Dmitry STESHIN: “Ogni sistema del genere copre circa 20 chilometri quadrati. Venti sistemi ‘Volna Kupol Garant’ hanno protetto l’intera autostrada ‘Novorossiya’, lunga 400 chilometri, inclusi ponti, incroci e viadotti. Questi sistemi interrompono il collegamento tra Starlink e i droni americani Hornet e Begemot utilizzati dalle forze armate ucraine.

Direzionando un segnale potente fino a 500 chilometri di altezza, dove si trovano i satelliti di Elon Musk, ‘Volna’ li acceca letteralmente.”

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Il Fascismo fu un socialismo di successo (al contrario dell’Urss)

Fascismo socialista. Percorsi di superamento delle categorie destra-sinistra»

di Luigi Copertino

Con un’introduzione di Franco Cardini.

Esiste una storia del fascismo che non si lascia ricondurre senza residui alle categorie politiche attraverso cui siamo abituati a leggerlo.

Con «Fascismo socialista», Luigi Copertino inaugura «Marmorea», la nuova collana di Edizioni Imprimere dedicata agli studi sul fascismo.

L’autore torna alle origini, alle idee e alle molteplici anime del fenomeno fascista, seguendo un filo spesso trascurato: quello che lega una parte della sua genesi politica e culturale al socialismo, al sindacalismo rivoluzionario, alla questione sociale e al tentativo di coniugarla con la nazione.

Dalla distinzione tra «fascismo movimento» e «fascismo regime» prende forma un’indagine che attraversa uomini, dottrine e conflitti del Novecento, mettendo in discussione la capacità della tradizionale opposizione destra/sinistra di esaurire la comprensione di esperienze politiche assai più contraddittorie e composite.

Ne emerge un lavoro ampio e documentato, che restituisce alla storia la sua complessità e invita il lettore a confrontarsi con genealogie politiche spesso dimenticate, rimosse o semplificate.

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🔴IL GAS RUSSO NON TORNERÀ | TG 28.8.26

– Mosca: “Nulla come prima” di Margherita Furlan
– Santa Sede, il canale di dialogo di Margherita Furlan
– Germania, il gas russo non tornerà di Margherita Furlan
– L’Europa sul tavolo del Pentagono di Margherita Furlan
– Guardian, l’intervista contro l’Iran era un falso di Jeff Hoffman
– Doha media, Washington urla, Hormuz resta chiuso di Jeff Hoffman
– Gaza al punto di non ritorno di Jeff Hoffman
– Tel Aviv contro tutti meno Roma di Jeff hoffman
– Washington riesuma i tribunali per i bottini di guerra di Jeff Hoffman
– Washington chiude: stop alle Green Card di Jeff Hoffman
– Pechino avanza in Asia centrale di Margherita Furla
– Buon giro intorno al Sole

A cura di Margherita Furlan Con la collaborazione di Jeff Hoffman Editing di Mario Ferdinandi e Simone Orletti

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Domiziano II: l’imperatore romano restituito alla storia da due monete

di Matteo Forlani

Per oltre diciassette secoli il suo nome rimase sepolto in un campo dell’Oxfordshire. A riportarlo alla luce, nell’aprile del 2003, fu il segnale di un metal detector.

Brian Malin stava esplorando un terreno nei pressi di Chalgrove, a meno di sedici chilometri da Oxford, quando lo strumento reagì a qualcosa nascosto fra trenta e sessanta centimetri di profondità. Per lui non era un luogo qualunque: nel 1989, appena trenta metri più in là, insieme al fratello Ian aveva già trovato 4.145 monete romane chiuse in due vasi.

Il nuovo recipiente, modellato in una ceramica grigia di produzione locale, sembrava la continuazione di quella scoperta. I due depositi avevano dimensioni e composizione simili; entrambi terminavano con emissioni di Probo del 278-279. Jérôme Mairat ha proposto che appartenessero alla stessa persona, forse qualcuno che aveva preferito dividere i propri risparmi in nascondigli separati. Non possiamo sapere chi fosse né perché non tornò a recuperarli. Resta però difficile considerare casuale la presenza di due fortune quasi gemelle nello stesso campo.

Dentro il secondo vaso c’erano 4.957 monete coniate fra il 251 e il 279. Erano quasi tutte monete radiate di lega povera, rese più brillanti da un velo d’argento ormai in gran parte scomparso. Sette su dieci provenivano dall’Impero delle Gallie; le altre dalle officine controllate dagli imperatori di Roma. Chi aveva raccolto quel denaro, insomma, usava senza distinzione le valute dei due poteri che si contendevano l’Occidente romano.

Quando venne estratto dal terreno, il tesoro non aveva l’aspetto di una cascata di monete. La corrosione aveva saldato i pezzi fra loro e alle pareti del contenitore, formando un blocco compatto. Il vaso arrivò intatto all’Ashmolean Museum e fu poi affidato ai restauratori del British Museum. Per mesi, acqua tiepida e alcol sciolsero il terreno, mentre ultrasuoni e solventi rimossero le incrostazioni. Ogni esemplare venne separato, asciugato, stabilizzato e protetto. Fu un lavoro lento, quasi una seconda esplorazione del tesoro. All’inizio del 2004, da quella massa indistinta comparve un volto che non avrebbe dovuto esserci.

Il pezzo era ben battuto e mostrava pochissimi segni d’usura. Sul diritto si vedeva il busto barbuto di un uomo con la corona radiata, il mantello e la corazza. Intorno al ritratto correva la legenda:

IMP C DOMITIANVS P F AVG

Per esteso significava Imperator Caesar Domitianus Pius Felix Augustus. Il nome era quello di Domiziano, ma non dell’imperatore flavio assassinato nel 96. Lo stile del ritratto e il tipo monetale appartenevano alla seconda metà del III secolo. Gli studiosi lo chiamano Domiziano II soltanto per distinguerlo dal sovrano vissuto quasi duecento anni prima.

Non bastava a raccontare un regno, ma bastava a dimostrare una pretesa. Un uomo chiamato Domitianus aveva assunto il titolo di Augusto, ottenuto l’appoggio necessario per usare una zecca e fatto incidere il proprio nome sul denaro. Le cronache lo avevano dimenticato; il metallo no.

Il falso che non era falso

La scoperta di Chalgrove aveva però un precedente. Il 28 novembre 1900, durante alcuni lavori in un vigneto di Les Cléons, presso Nantes, era emerso un ripostiglio di 1.456 radiati. Fra le monete di Gordiano III, Aureliano e Tetrico ce n’era una intestata a Domiziano. La notizia fu pubblicata l’anno seguente. Proprio l’eccezionalità del ritrovamento, tuttavia, finì per renderlo sospetto.

Nel 1929 l’esemplare entrò nelle collezioni del Musée Dobrée. Poi se ne persero le tracce fra i depositi del museo e per decenni rimase accessibile soltanto attraverso fotografie, disegni e un calco in gesso riprodotto nel Roman Imperial Coinage. Il numismatico Lodovico Laffranchi lo interpretò come una moneta di Tetrico ritoccata; Lawrence Okamura riassunse i dubbi nel titolo di uno studio del 1992, Forging a Usurper in Late Roman Aquitania.

La moneta ricomparve nel 1996 e fu portata a Parigi per essere pulita ed esaminata. Il risultato incrinò l’ipotesi del falso: le lettere di DOMITIANVS erano incorporate in prodotti di corrosione antichi. Nessun falsario moderno poteva averle reincise sopra una legenda precedente senza alterare quelle incrostazioni. Anche il ritratto, pur vicino ai modelli di Vittorino e Tetrico, mostrava caratteristiche proprie.

Poi il presunto falso trovò il proprio gemello.

L’antoniniano inglese era identico per conio a quello di Cléons e persino un poco meglio impresso. Coincidevano il profilo del volto, la posizione delle lettere e le irregolarità più minute. I conii antichi erano incisi a mano: due monete che condividono gli stessi piccoli difetti provengono dalla medesima coppia di matrici, come fogli stampati dallo stesso torchio.

A chiudere la discussione fu soprattutto il contesto. Il nuovo pezzo era ancora saldato a un deposito romano intatto, in mezzo a migliaia di emissioni comuni recuperate in condizioni documentate. Nessuno avrebbe potuto introdurlo in quella massa di corrosione. Domiziano continuava a non avere una biografia, ma da quel momento ebbe un’esistenza storica.

Il vuoto lasciato da Vittorino

Il momento in cui Domiziano tentò la fortuna era uno dei più confusi della storia romana. Nel 260 l’imperatore Valeriano era caduto prigioniero del re sasanide Sapore I. Suo figlio Gallieno si ritrovò solo al comando di un impero attaccato su più fronti e attraversato dalle rivolte degli eserciti.

In Occidente le truppe acclamarono il generale Postumo, che diede forma a quello che oggi chiamiamo Impero delle Gallie. Comprendeva la Gallia e la Britannia, per qualche tempo anche la Hispania. Il nome può trarre in inganno: non era uno Stato nazionale staccatosi da Roma. Postumo e i suoi successori si consideravano imperatori romani, nominavano consoli e governatori, proteggevano le frontiere e battevano moneta come qualunque altro Augusto.

Postumo riuscì a governare per quasi dieci anni. Nel 269 sconfisse il rivale Leliano, ma vietò ai soldati di saccheggiare Magonza e fu ucciso dai suoi stessi uomini. Gli succedette Mario, rimasto al potere per poche settimane o pochi mesi, quindi Vittorino. Nella primavera del 271 anche Vittorino morì assassinato. Per la terza volta in meno di due anni, il trono gallico era disponibile.

Secondo una tradizione tarda e non del tutto affidabile, Victoria, madre di Vittorino, usò denaro e influenza per favorire Tetrico, allora governatore in Aquitania. Ma un imperatore non poteva imporsi nello stesso istante da una provincia all’altra. Nel tempo necessario a Tetrico per raccogliere consensi, guarnigioni e officine monetarie potevano scegliere altri candidati.

Fu con ogni probabilità in quel vuoto che Domiziano fece la sua mossa.

Le monete lo collocano come un concorrente di Tetrico alla guida dell’Impero delle Gallie, non come il sovrano di un regno britannico e neppure come un avversario in grado di minacciare direttamente Aureliano. La città in cui fu proclamato e i reparti che lo sostennero restano sconosciuti. Il suo tentativo, però, superò il fragore di un’acclamazione militare: arrivò fino a un’officina monetaria.

Per battere denaro servivano incisori, metallo, tondelli, incudini, martelli e maestranze abituate a lavorare in serie. Domiziano controllò quell’organizzazione almeno per il tempo necessario a preparare due conii e avviare la produzione. Non era dunque soltanto un nome gridato dai soldati: uomini, strumenti e metallo erano stati messi al servizio della sua candidatura.

La concordia dei soldati

Il pezzo di Chalgrove è un antoniniano di 22 millimetri e 2,07 grammi. La corona radiata indossata dal sovrano identifica la denominazione. Il colore attuale è quello del bronzo, ma all’origine una sottile argentatura copriva la lega povera e faceva apparire la moneta assai più preziosa di quanto fosse davvero.

Dal ritratto non ricaveremo il vero volto di Domiziano. Barba, sguardo fermo, mantello e corazza appartenevano al repertorio con cui gli incisori costruivano l’immagine di un imperatore. Eppure non si limitarono a cambiare il nome su un modello di Tetrico. Il diritto venne preparato appositamente per Domiziano, e il rovescio fu inciso per la stessa emissione. Anche un potere destinato a durare pochissimo volle dunque un’immagine propria.

Sul rovescio compare Concordia, con la coppa delle libagioni in una mano e una cornucopia nell’altra. La legenda CONCORDIA MILITVM significa «la concordia dei soldati». Nessun messaggio poteva essere più opportuno. In un’epoca in cui gli imperatori salivano al potere sulle spalle delle legioni e spesso morivano per mano delle stesse truppe, Domiziano presentava l’esercito come compatto attorno a lui. Forse descriveva una realtà momentanea; forse esprimeva soltanto un desiderio.

I conii conservano anche una traccia del disordine di quei mesi. Il diritto sembra opera dell’incisore legato alla cosiddetta officina II; il rovescio ricorda invece la mano attiva nell’officina I e anticipa alcune monete di Tetrico. Una matrice, o forse lo stesso artigiano, potrebbe essersi spostata fra le due zecche durante la crisi. Persino la sede della coniazione è ancora discussa: il catalogo dell’Ashmolean indica Colonia, mentre MER-RIC assegna l’emissione a Treviri. Sono divergenze che raccontano quanto poco conosciamo ancora dell’organizzazione delle zecche galliche.

Quei piccoli dischi erano il mezzo di comunicazione più capillare di cui disponesse un sovrano. Entravano nelle paghe, passavano di mano nei mercati e viaggiavano insieme agli eserciti. Il ritratto annunciava chi comandava, i titoli ne proclamavano l’autorità e il rovescio spiegava su quale sostegno diceva di fondarsi. Domiziano parlò lo stesso linguaggio degli imperatori che lo avevano preceduto.

I due esemplari sicuramente autentici provengono dalla stessa coppia di conii, un indizio forte di una produzione limitata. Non significa che fossero le uniche matrici: altre monete possono essere state ritirate, rifuse o perdute. Per questo i «quattro giorni di regno» spesso attribuiti a Domiziano sono una formula giornalistica senza fondamento. Possiamo dire che la sua occasione durò poco, non contare i giorni.

Il ritrovamento inglese non prova che Domiziano governasse la Britannia. Il vaso fu sepolto negli anni Ottanta del III secolo, anni dopo l’emissione. L’antoniniano ebbe tempo per attraversare la Manica: documenta il viaggio della moneta, non i confini del suo potere.

Un uomo senza biografia

Una volta accertata l’esistenza di Domiziano, restava da capire chi fosse. Le fonti antiche offrono due possibili tracce, entrambe troppo incerte per trasformarsi in un’identità.

La Historia Augusta attribuisce la vittoria sui Macriani nel 261 a Domitianus, «il più valoroso e attivo» dei comandanti di Aureolo. Aggiunge che si diceva discendente dell’imperatore Domiziano e di Domitilla. Se quel comandante fosse l’uomo delle monete, il tentativo del 271 sarebbe l’ultima tappa di una carriera militare lunga almeno dieci anni, non il gesto improvviso di uno sconosciuto.

La fonte, però, impone prudenza. La Historia Augusta mescola documenti, errori e personaggi inventati ed è stata composta molto tempo dopo i fatti. La discendenza dalla dinastia flavia assomiglia a una genealogia costruita per nobilitare il protagonista. Il racconto può custodire un dato autentico, ma non basta a sovrapporre con sicurezza il generale e il pretendente.

All’inizio del VI secolo Zosimo ricordò invece Epitimio, Urbano e Domiziano come innovatori rapidamente arrestati e puniti durante il regno di Aureliano. Non disse dove avessero agito, quali truppe li sostenessero o quale autorità avessero sfidato. Nome e cronologia possono adattarsi all’usurpatore gallico; la certezza, ancora una volta, resta fuori portata.

La sua fine resta completamente oscura. Potrebbe essere caduto combattendo Tetrico, essere stato abbandonato dalle truppe o essere sopravvissuto abbastanza da subire la punizione di Aureliano. Quando Tetrico consolidò il potere, il rivale era già scomparso dalla scena. Tre anni più tardi anche l’Impero delle Gallie cessò di esistere e le province occidentali tornarono sotto Roma.

Persino il numero ordinale «II» appartiene alla storiografia moderna. Sulle monete compare soltanto DOMITIANVS e nessun contemporaneo lo chiamò «secondo». Un possibile terzo antoniniano proveniente dalla regione bulgara di Vidin è stato attribuito allo stesso pretendente, ma stile, dimensioni e rovescio sono diversi. Finché l’attribuzione resterà discussa, la sua storia continuerà a poggiare sui due esemplari di Cléons e Chalgrove.

Uno rimase dimenticato nel deposito di un museo. L’altro trascorse oltre diciassette secoli dentro un vaso, confuso fra migliaia di pezzi corrosi. Insieme conservano ciò che gli storici antichi non raccontarono: nel 271 un uomo assunse il titolo di Augusto, riuscì per breve tempo a servirsi di una zecca e cercò di prendere il controllo dell’Impero delle Gallie.

Il suo potere scomparve quasi subito. Le due monete sopravvissero abbastanza a lungo da restituirgli un posto nella storia.

L'articolo Domiziano II: l’imperatore romano restituito alla storia da due monete su Vanilla Magazine scritto da Arianna Mecozzi

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Il disperato piano dell’UE contro la Russia e l’avvicinamento del Vaticano a Mosca

di Cesare Sacchetti A Mosca, lo scorso mercoledì, i commentatori Occidentali sono rimasti a dir poco a bocca aperta, se non presi da una vera e propria rabbia. Appena il mastodontico aereo militare C-17 ha iniziato a sorvolare i cieli della capitale moscovita, sono proliferate ipotesi di vario tipo, depistaggi in larga parte secondo i […]

L'articolo Il disperato piano dell’UE contro la Russia e l’avvicinamento del Vaticano a Mosca proviene da La Cruna dell'Ago - di Cesare Sacchetti.

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Il Punto

Il governo ha di nuovo prorogato, fino al 5 settembre, lo sconto sulle accise sul gasolio. Anche se il provvedimento fosse finanziato da un’imposta sui profitti eccezionali dei raffinatori, non cambierebbe il meccanismo che genera i prezzi elevati. Per farli scendere alla pompa si potrebbe pensare, in sede europea, a un sistema di price cap. […]

L'articolo Il Punto proviene da Lavoce.info.

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L’autobus della politica monetaria e le cinture fiscali

Una stretta monetaria energica può riportare stabilmente l’inflazione all’obiettivo solo se il bilancio pubblico è in grado di assorbirne il costo. Altrimenti la disinflazione perde credibilità e i rendimenti a lungo termine segnalano il rischio di una sbandata.

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Sorpresa: la spesa sociale per gli anziani è in calo

Negli ultimi anni c’è stata una ricalibratura del nostro welfare, malgrado il crescente peso elettorale degli anziani. Sono diminuite le spese in sanità, mentre sono cresciute quelle dirette ai giovani, per esempio per famiglia ed esclusione sociale.

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Col diploma di scuola alberghiera non si ha la cultura generale per governare

LA CATASTROFE MELONI

In quattro anni ha combinato una catastrofe: ci ha trascinato nella follia ucraina senza mettere mai in dubbio nulla, ha regalato le infrastrutture telecomunicative della Telecom agli americani della KRR, ha favorito le mafie impedendo ai giudici di applicare l’ergastolo ostativo e ne ha limitato gli strumenti d’indagine ostacolando i procuratori i quali non possono più combattere concretamente la criminalità organizzata.

Inoltre ha affidato la cybersicurezza ad Israele, e mi fermo qua…stiamo parlando di uno dei peggiori Governi della storia d’Italia ed è proprio per tal ragione che ha resistito per così tanto tempo poiché ha messo d’accordo tutti gli svendipatria che riempiono le istituzioni!

Francesco Centineo

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🔴 LIBERTÀ E DEMOCRAZIA
👉  Canale Libertà e democrazia
[27/08/2026 18:03] Maurizio Blondet: La Lituania chiede agli Stati Uniti un resoconto: qual è stato lo scopo del viaggio del direttore della CIA a Mosca?

Il leader dei conservatori lituani, Laurynas Kasčiūnas, intende ottenere la convocazione della commissione del parlamento lituano per la sicurezza nazionale e la difesa, per capire “cosa è successo, perché è andato, quale è stata la reazione e di quali scenari si sta parlando”.

Secondo lui, i deputati che lavorano nel settore della sicurezza sono tenuti a possedere “un certo livello di conoscenza” delle trattative tra il direttore della CIA e il Cremlino.

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Mosca avverte che potrebbe colpire installazioni militari britanniche con una dichiarazione senza precedenti

Dall’inizio della guerra in Ucraina, il Regno Unito è stato costantemente tra i più aperti e ferventi sostenitori militari di Kiev, trasferendo ripetutamente armamenti pesanti, inclusi missili a lungo raggio all’avanguardia come lo Storm Shadow.

All’inizio di questa settimana, la Gran Bretagna ha annunciato l’intenzione di fornire all’Ucraina tecnologia classificata per consentire la produzione locale del missile da crociera aviolanciato SCALP, di progettazione anglo-francese (noto nel Regno Unito come Storm Shadow). Gli alleati prevedono di avviare una linea di produzione in Ucraina entro la fine dell’anno.

L’Ucraina ha già utilizzato il suo missile da crociera Neptune, prodotto e progettato internamente, per colpire raffinerie di petrolio e siti militari in profondità nel territorio russo. Un missile SCALP di produzione nazionale aumenterebbe la probabilità che l’Ucraina utilizzi questo missile di progettazione occidentale per attaccare direttamente la Russia, il che non farebbe altro che accrescere la possibilità di un potenziale scontro tra Mosca e la NATO. Le forze ucraine sembrano aver già utilizzato il missile a Donetsk e in altre località più vicine al fronte nel Donbass. Giovedì, il Cremlino ha lanciato uno dei suoi avvertimenti e minacce più forti a Londra, accusando il Regno Unito di “partecipare pienamente alla guerra al fianco di Kiev” e, di conseguenza, di ostacolare qualsiasi possibilità di colloqui di pace, alimentando ulteriormente le tensioni. Mosca ora sostiene che anche le installazioni militari britanniche potrebbero diventare bersaglio di attacchi diretti. La portavoce del Cremlino, Maria Zakharova, ha dichiarato in una conferenza stampa giovedì: “Abbiamo ripetutamente avvertito che la risposta agli attacchi ucraini con armi britanniche contro il territorio russo potrebbe essere diretta contro qualsiasi installazione e equipaggiamento militare britannico in Ucraina e altrove”.

Zakharova ha esortato “tutti i residenti del Regno Unito a riflettere sulle inevitabili e catastrofiche conseguenze delle misure ostili adottate dalle loro autorità”. Ha inoltre dichiarato: “Proponiamo che la leadership britannica rianalizzi attentamente la situazione e abbandoni immediatamente, nel modo più risoluto e inequivocabile, la linea ostile e aggressiva, che non può che… creare il rischio di un’escalation del conflitto a un livello completamente nuovo.”

Ironia della sorte, queste dichiarazioni giungono subito dopo una rara visita a Mosca del direttore della CIA. Funzionari statunitensi affermano che l’incontro di martedì tra John Ratcliffe e alti funzionari dell’intelligence del Cremlino avesse lo scopo di avvertire il presidente Putin di non attaccare alcun membro della NATO. Tuttavia, molti analisti dubitano che questa fosse la motivazione ufficiale.

La Russia potrebbe colpire installazioni militari britanniche in Ucraina e altrove in risposta ad attacchi ucraini con armi britanniche – portavoce del Ministero degli Esteri britannico pic.twitter.com/JRrPaRipUX — Sputnik (@SputnikInt) 27 agosto 2026 Giovedì Zakharova ha anche affermato che Gran Bretagna e Francia stavano “giocando con il fuoco” dopo anni di crescente coinvolgimento in Ucraina. Londra, tuttavia, sembra irremovibile, come ha dichiarato giovedì un funzionario del Ministero della Difesa britannico: “La Gran Bretagna è al fianco dell’Ucraina e ci impegniamo a fornirle l’equipaggiamento necessario per difendersi dall’invasione illegale di Putin. La Russia non deve avere dubbi sulla determinazione di questo governo a opporsi all’aggressione russa, in Ucraina e contro il Regno Unito e i nostri alleati”, ha affermato il funzionario.

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THE POSEIDON PROBLEM. What the United States should do vs Russia. Exclusive Analysis by former Intel advisor Gordon Duff

By Gordon Duff for TID Iceland and the Russian Academy of Sciences

All links to previous Gospa News invetigation have been added in the aftermath

How I Learned to Stop Worrying and Realize the Missile Defense System Doesn’t Work

Let’s start with a simple question: What happens when you spend a trillion dollars building a shield, and the other guy builds a spear that goes right through it?

This isn’t a hypothetical. It’s 2026. And the answer is: you panic. Or you pretend it isn’t happening. Or you double down on the same policies that got you here and hope nobody notices.

America has chosen option three.

WARS in VIDEO. TRUMP HIT IRAN: Massacre in a Wedding. “US Bases on Fire” after IRGC Missiles Retaliation. ESCALATION Germany-Russia on Drone Incident

The Poseidon Problem Nobody Wants to Talk About

There’s a submarine out there. Actually, there are several. But one in particular — the Belgorod — has been the subject of more nervous whispering in Pentagon hallways than just about anything else. It’s a special-purpose submarine, which is military-speak for “we don’t really know what it does, but we’re pretty sure we don’t like it.”

It carries six Poseidon torpedoes. Each one, according to Russian sources, carries a 200-megaton nuclear warhead. That’s 1.2 gigatons of explosive power sitting on one submarine. For comparison, the entire world’s nuclear arsenal during the Cold War peaked at around 70,000 warheads with a combined yield of roughly 18,000 megatons.

The Belgorod carries six percent of that total destructive power on a single hull. Western analysts have spent years trying to talk this down. “Maybe it’s only 50 megatons.” “Maybe it’s just a test vehicle.” “Maybe the Russians are bluffing.”

Maybe. And maybe the moon is made of cheese.

The Soviet Union built a 100-megaton warhead in 1961 and detonated half of it just to prove they could. They scaled it down to 50 megatons because the bomber couldn’t carry the full version. The technology isn’t the problem. The engineering isn’t the problem. The only question was whether they wanted to build it. They did. They have. End of story.

But here’s where it gets interesting — and by “interesting,” I mean terrifying.

Why 200 Megatons? The Tsunami Question

The Poseidon isn’t designed to destroy a city. It’s designed to destroy a coastline. The 200-megaton warhead isn’t for blast damage. It’s for the wave. A detonation of that size underwater, close to a coastal target, generates a tsunami measured in hundreds of feet. Not tens of feet. Hundreds.

You don’t need to hit New York. You need to hit fifty miles off the coast of New York. The wave does the rest. New York Harbor is gone. The ports are gone. The financial district is underwater. The same applies to Los Angeles, to Miami, to Norfolk — any coastal city with strategic importance.

This isn’t science fiction. It’s the stated purpose of the weapon. Russia has been remarkably straightforward about this. They built it to make coastal defenses irrelevant. And you know what? They’re right.

Six Poseidon torpedoes. Six coastal targets. One submarine.

TOWARD ATOMIC WARFARE… Russia launches NUCLEAR submarine Khabarovsk (VIDEO) with Poseidon Torpedo. US showed B61-13 Atomic Bomb for B-21 Stealth Bomber

The Belgorod reportedly left its base in the White Sea in October 2022. NATO lost track of it. It turned up later in the Barents Sea, surfaced, and waved hello. But in between? Nobody knows. That’s the point. A submarine designed to operate at depths over 1,000 meters, with a nuclear reactor that gives it effectively unlimited range, carrying six weapons that can end life as we know it on a continental scale

And what did America do? The CIA Director flew to Moscow and apparently had a chat. No meeting with Putin. Just a chat with the security services. “Please don’t do anything reckless,” presumably.

The Russians must have nodded politely and thought: “We have six Poseidons. What exactly are you going to do about it?”

The Hypersonic Reality Check

Now let’s talk about speed. Specifically, 13,000 miles per hour.

That’s the reported speed of Russia’s hypersonic weapons. The Avangard glide vehicle. The Zircon cruise missile. The Kinzhal air-launched system. All of them travel at speeds that make interception functionally impossible.

Here’s why. Missile defense systems work on a very simple principle: detect, track, predict, intercept. You detect the missile. You track its trajectory. You calculate where it’s going to be. You launch an interceptor to meet it there.

PUTIN: “Decision-making Centers in Kiev could be targeted in Oreshnik Strikes. Powerful as Meteorites… ”

This requires the target to follow a predictable path. A ballistic missile does that. It goes up, it goes down, and the math is straightforward. Hypersonic glide vehicles do not do that. They maneuver. They change direction. They change altitude. They zig. They zag. And they do all of this at 13,000 miles per hour.

Let me put that in perspective. A bullet from a high-powered rifle travels at around 2,000 miles per hour. A hypersonic weapon travels at six times that speed. By the time your radar detects it, tracks it, and computes an intercept trajectory, the weapon has already changed course three times. The intercept solution you computed is worthless. And there’s no time to compute a new one.

The math simply doesn’t work. You cannot intercept a maneuvering target at 13,000 miles per hour with current technology. You can’t do it with future technology, either, unless you invent something that breaks the laws of physics.

Now, the Pentagon has issued confident statements about being “on track” to develop anti-hypersonic defenses. They’ve awarded billions in contracts. They’ve held press conferences. They’ve assured Congress that the problem is being addressed.

This is what we call in the journalism trade: a comforting lie.

The people who run these programs know the truth. The physics is the physics. You can’t cheat it. You can throw money at it, and you can promise results, but at the end of the day, you’re trying to hit a bullet with a faster bullet, except the first bullet is actively dodging. Good luck with that.

Iran, North Korea, and the Spread of Unstoppable Systems

And here’s the part that keeps strategic planners awake at night. Russia isn’t the only country developing these systems. China has them. North Korea has them. Iran has demonstrated hypersonic capabilities that Western analysts initially dismissed — until they saw the footage. Then they stopped dismissing it.

The Chinese AJX002 underwater drone is essentially a Poseidon clone. North Korea’s “Haeil” system does exactly what the Poseidon does, on a smaller scale. Iran’s hypersonic missile test in 2024 reportedly achieved speeds of over Mach 15 with terminal maneuvering.

CHINA AIR CARGO AND SHIP OF WEAPONS TO IRAN like “Carrier-Killer” Hypersonic Missile. CNN, other Sources Reported (5 Videos)

The old rules of missile defense are dead. They just haven’t been buried yet.

Every country that develops these systems is making a simple calculation: we can’t match the United States in conventional military power. But we don’t need to. We just need one or two of these weapons. One is enough. One gets through, and the game changes.

And the United States cannot stop them. It cannot intercept them. It cannot defend against them. All it can do is promise retaliation. But retaliation against whom? The submarine that launched the Poseidon is already gone. The hypersonic missile came from a truck on a highway somewhere in a country the size of Iran. Good luck finding it. Good luck bombing it.

This is the new strategic reality. America’s missile defense shield — the one that cost a trillion dollars, the one that was supposed to make the nation safe — is effectively useless. It works against old technology. It does not work against new technology. It’s like building a castle wall to defend against arrows, while the enemy shows up with cannons.

The Ukrainian Factor: Arming a Proxy Against a Nuclear Power

Now we get to the part that nobody in Washington wants to discuss honestly.

Since 2022, the United States has provided tens of billions of dollars in military aid to Ukraine. Tanks. Artillery. Air defense systems. Missiles. Intelligence. Training. Logistics. All of it aimed at one goal: weakening Russia.

This is not an unreasonable policy. From America’s perspective, it makes perfect sense. Weaken a strategic rival without putting American boots on the ground. It’s cheap. It’s effective. It’s the kind of warfare the United States has been practicing for decades.

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Here’s the problem: Russia is a nuclear power. And Russia is not Afghanistan. It’s not Iraq. It’s not Syria. It’s a country with 5,000 nuclear warheads, hypersonic weapons, Poseidon torpedoes, and a military doctrine that explicitly allows nuclear first-use in response to existential threats.

Ukraine has been conducting strikes inside Russian territory. Long-range drones hitting air bases. Missiles hitting infrastructure. Sabotage operations. Attacks on Russian border regions. These are not incidental. They are part of the Ukrainian war plan. And the United States has provided the intelligence and the weapons to make them possible.

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From Russia’s perspective, this is not “helping Ukraine defend itself.” This is the United States arming a proxy to conduct attacks on Russian soil. This is an existential threat. And Russia has stated, repeatedly, that they will respond to existential threats with nuclear weapons.

This is not a bluff. This is not a negotiation tactic. This is Russian doctrine.

What Happens When the Conventional War Goes Badly

America’s conventional military forces are struggling. It’s an open secret that the Pentagon doesn’t discuss publicly, but the numbers don’t lie.

The defense industrial base in the United States is atrophied. The factories that produced tanks, artillery shells, and missiles in vast quantities during the Cold War are largely gone. Defense contractors prioritize high-tech, high-profit systems like fighter jets and stealth bombers. They don’t make conventional artillery shells in sufficient quantity.

They don’t make armored vehicles quickly. They don’t have the surge capacity for a major war.

The Army is struggling to meet recruitment goals. The Navy’s shipbuilding capacity is at a historic low. The Air Force is trying to field a new generation of fighters while maintaining an aging fleet. The logistics tail is enormous.

The cost of doing business is astronomical.

Meanwhile, Russia has put its economy on a war footing. Production of artillery shells is three times what it was before the war. Tank production has been restarted. Missile production continues around the clock. The Russian military is in the process of learning from its mistakes in Ukraine and rebuilding accordingly. And Russian air defenses — despite the criticism they’ve received from Western analysts — are actually quite effective. Russian sources claim their air defense systems are 25 times more effective than anything the United States fields. That’s probably an exaggeration. But not by as much as you’d hope.

Now imagine a conventional conflict between the United States and Russia. Not a nuclear exchange. Just a conventional war. Where is America going to get the ammunition? The spare parts? The replacement vehicles? The surge capacity? The answer is: it won’t. The supply chains are gone. The factories are gone. The workforce is gone.
And Russia knows this. Russia also knows that America’s only credible response to a conventional defeat would be nuclear escalation. And Russia has the systems to survive that escalation and retaliate. The Poseidon. The Avangard.

The Zircon. The Sarmat. The air defenses. This is not a fair fight. This is not a contest that America can win.

The Trump Factor: Bull in a China Shop

Now we come to the current American president. Donald Trump. A man who has built his political career on negotiating from what he calls “strength.” A man who threatens, cajoles, blusters, and insists he can make deals that nobody else can make. A man who genuinely believes that his personal relationships with foreign leaders can overcome strategic realities.

The problem is, strategic reality doesn’t care about relationships. It doesn’t care about deal-making. It doesn’t care about bluster.

Trump has threatened Russia with military force. He has said he would “destroy” the Russian economy. He has suggested that America’s missile defenses are so effective that Russia should be intimidated. He has mocked Putin publicly. He has talked about the strength of the American military as if it were 1990 instead of 2026.

And the Russians are watching. They’re watching the American military struggle with recruitment. They’re watching the defense industrial base struggle to produce shells. They’re watching the missile defense system fail again and again in tests. They’re watching the hypersonic weapons that America has been promising for years remain stubbornly in development, while Russia’s systems are already deployed.

From Moscow’s perspective, Trump’s bluster is empty. It’s noise. It’s the sound of a man who doesn’t understand the strategic reality he’s confronting. And the Russians are patient. They’ve been patient for decades. They can wait out another American presidency. They can wait out the political cycle. They’ve been playing this game a long time.

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But here’s the danger: Trump is not rational. Or rather, he’s rational in a way that’s unpredictable. He might actually believe his own threats. He might actually think he can bluff his way to victory. And bluffing against a country with a 200-megaton Poseidon torpedo is not a winning strategy.

What America Doesn’t Understand About the Russian Mindset

Americans, by and large, don’t understand how Russians think. They assume that Russians want what Americans want. Peace. Prosperity. Freedom. Democracy. They assume that trade and engagement will eventually win the day.

They assume that economic pressure will force Russia to change its behavior.

This is all wrong. Russians have a fundamentally different worldview. They have been invaded three times in the last two hundred years by European armies. They have suffered tens of millions of casualties. They have starved. They have been betrayed by allies. They have been encircled, threatened, and pushed to the brink. And they have survived.

The Russian mindset is survivalist. It’s existential. Russians don’t think in terms of “winning.” They think in terms of “not losing.” They don’t care about prosperity if it comes at the cost of security. They will endure hardship, poverty, and sacrifice, because they have done it before. And when they are threatened, they respond with overwhelming force.

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This is what America doesn’t understand. When Russia says “this is an existential threat,” they mean it. When they say “we have red lines,” they mean it. When they say “we will use nuclear weapons if necessary,” they mean it. It’s not a game. It’s not a negotiation tactic. It’s survival.

And America keeps pushing. Every shipment of weapons to Ukraine. Every intelligence assist. Every drone strike on Russian soil. Every threat from Donald Trump. It’s pushing the Russians closer to the edge. And the Russians have weapons that America cannot stop.

The Poseidon Deployment Question: Have They Already Done It?

Now we come to the question that nobody in Washington wants to ask: Has Russia already deployed Poseidon torpedoes off America’s coasts?

There’s no way to know. That’s the whole point of the system. It operates at depths of over 1,000 meters. It’s virtually silent. It has unlimited endurance. It could sit off the coast of New York or Los Angeles or Miami for months, waiting. It could move into position and wait for the order. And nobody would know.

The Belgorod has been out of sight. NATO has lost track of it multiple times. Russian naval exercises have been conducted in unpredictable patterns. The United States claims to know where Russia’s submarines are. The United States has claimed this for decades. And Russia’s submarines have managed to show up in surprising places — including the Atlantic coast — on multiple occasions.

If a Poseidon is already off the coast of the United States, there is no defense against it. There is no way to detect it. There is no way to intercept it. There is no way to stop it. The only thing that stops it is a Russian decision not to detonate it.

And that’s the point. That’s the strategic reality. The United States cannot defend against a Poseidon. It cannot threaten Russia into disarming the Poseidon. It cannot negotiate away the Poseidon. It can only hope that Russia doesn’t use it.

And Russia is watching American behavior. They are watching the threats. They are watching the arming of Ukraine. They are watching the attacks on Russian territory. They are watching Donald Trump. And they are asking themselves: How long can we tolerate this before we need to prove our capability?

What the United States Should Do

I am a policy advisor, not a journalist. But the truth is the truth, and the truth needs to be told.

The United States should stop threatening Russia. It should stop arming Ukraine with weapons that can strike Russian territory. It should stop pretending that its missile defense system actually works. It should stop talking about “winning” a confrontation with a country that has weapons America cannot stop.

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Instead, the United States should talk. Seriously. Quietly. Without cameras. Without bluster. Without threats. It should acknowledge that Russia has legitimate security concerns. It should acknowledge that Russia’s red lines are real. It should acknowledge that America’s conventional military power is less formidable than it appears.

And it should negotiate. A deal. A settlement. A strategic pause. Something that gives Russia an off-ramp and gives America a chance to rebuild its military capacity without pushing the world to the brink.

Because right now, the United States is doing the opposite. It’s threatening. It’s provoking. It’s pretending. And Russia is watching, quietly, with six Poseidon torpedoes, hypersonic glide vehicles, nuclear cruise missiles, and the patience of a people who have survived everything history has thrown at them.

A Final Word

This is not a column about Russia being virtuous. Russia is not a nice country. It’s authoritarian. It’s aggressive. It has done terrible things in Ukraine and elsewhere. The United States has plenty of legitimate grievances.

But grievances don’t matter when a 200-megaton torpedo is sitting off your coast. Right and wrong don’t matter.

What matters is survival. And survival requires a clear-eyed understanding of reality.

The reality is this: the United States cannot defend against Russia’s newest weapons. It cannot stop a Poseidon. It cannot intercept an Avangard. It cannot track a Zircon. It has bankrupted itself on a missile defense system that doesn’t work against the threats that actually exist. And it has provoked a nuclear power to the point where that nuclear power is starting to ask very hard questions about its own survival.

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This is not a lecture. This is not a threat. This is a warning. Written by a journalist. For average readers. Because someone needs to say it clearly, without jargon, without political bias, without comforting lies.

The United States is pushing toward a confrontation it cannot win. The clock is ticking. And the only thing worse than admitting that reality is pretending it isn’t true until it’s too late.

By Gordon Duff for TID Iceland and the Russian Academy of Sciences


 

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