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Rabbino Capo I$r@ele: Palestinesi non Umani, non Hanno Diritti. B’Tselem: Progetto Eliminazione.

Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo ala vostra attenzione due elementi su quanto si sta perpetrando in Medio Oriente. Buona lettura e diffusione.
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Il primo è questo post di B’Tselem, organizzazione umanitaria israeliana, su Instagram:

Una catastrofe si sta svolgendo in tutta la Cisgiordania. I controlli, le espulsioni, gli omicidi e le presenze di terra non sono violazioni isolate. Fanno parte dello stesso sistema. È tempo di collegare i punti.
Il nostro nuovo rapporto, The Elimination Project, mostra come questi meccanismi formano un progetto politico: smantellare la vita collettiva palestinese mentre si espande il controllo israeliano e la presenza ebraica.
Da fine 2022, e soprattutto da ottobre 2023, questo processo si è accelerato e è diventato più apertamente violento. I palestinesi vivono sotto costante minaccia di soldati e milizie armate. Da ottobre 2023, Israele ha ucciso 1.107 palestinesi, tra cui 245 bambini. Le fattorie e le posti di base sostenute dallo Stato hanno occupato vasti spazi, le comunità sono state espulse e la movimentazione è stata bloccata, dividendo lo spazio palestinese.
Israele sta anche strangolando l’economia palestinese, criminalizzando l’organizzazione politica e sociale, chiudendo le organizzazioni della società civile e arrestando giornalisti e attivisti.
Insieme, questi meccanismi tagliano i palestinesi dal terreno, dalle risorse e da un’altro, smantellando le condizioni di cui hanno bisogno per esistere come popolo – con istituzioni, leadership, storia condivisa e un futuro politico.
La comunità internazionale deve smettere di trattare la violenza e le violazioni di Israele come incidenti isolati, smettere di permettere ai crimini di Israele e porre fine alla impunità che permette al Progetto Eliminazione di continuare.
Leggi di più nel nostro nuovo rapporto. Link in bio.
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Il secondo è questo lancio di agenzia:

“I linguaggi d’incitamento all’odio sono semplicemente inaccettabili”.
Lo dichiara il portavoce della Commissione europea Anouar El Anouni nel corso del briefing giornaliero con la stampa, rispondendo a una domanda sulle minacce di Israele riguardo all’intensificare gli attacchi sulla Striscia di Gaza in risposta al lancio di aquiloni, attribuiti a giochi infantili e confermati come non armati dalle Forze armate israeliane, nonché alle recenti parole del rabbino capo di Israele David Yosef, che ha invocato la distruzione totale di Gaza, affermando che l’enclave “ci appartiene, vi faremo ritorno” e sostenendo che il popolo palestinese “non è fatto di esseri umani e non ha diritti”.
“Gli sforzi di tutte le parti devono convergere verso una riduzione delle tensioni e non verso una loro esasperazione”, sottolinea El Anouni, aggiungendo che gli “atti di intimidazione, le molestie e le violenze dei coloni, che abbiamo ripetutamente condannato, devono cessare immediatamente”.
Per quanto concerne i bambini, il portavoce dell’esecutivo Ue ribadisce che i civili in generale e i minori in particolare “devono essere protetti in ogni circostanza, conformemente al diritto internazionale umanitario. Ricordo altresì l’obbligo in capo a Israele, in base al diritto internazionale, di proteggere la popolazione palestinese nei territori occupati”.
Invece, riguardo alle recenti dichiarazioni del ministro israeliano Itamar Ben-Gvir, che ha chiesto l’uccisione di 30-40 palestinesi ogni notte a Gaza, affermando che vi sono persone che meritano di morire, il portavoce sottolinea che l’Ue ha già condannato “con la massima fermezza” le sue parole sulla questione. “Nel suo ruolo istituzionale, il governo israeliano ha la precisa responsabilità di frenare simili esternazioni. L’uso di un linguaggio così grave e incendiario è inaccettabile e non può restare impunito”.
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Mons. Cordileone avverte contro chi vuole «cambiare il Vangelo»

Luigi Casalini martedì, 15 Settembre 2026, 17:30 4 minuti letti
Vescovi con la schiena dritta.Luigi Casalini
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L’arcivescovo di San Francisco, monsignor Salvatore Cordileone, ha messo in guardia contro i tentativi di modificare il Vangelo ricevuto e trasmesso dalla Chiesa fin dagli Apostoli. Durante il suo sermone dell’XI Domenica dopo Pentecoste, il prelato ha ricordato che la fede cattolica non è una costruzione che ogni generazione possa adattare a proprio piacimento, ma un deposito ricevuto che deve essere accolto e trasmesso fedelmente.
Cordileone ha sviluppato questa riflessione durante la Messa celebrata nella parrocchia di Santa Monica, partendo dalle letture della liturgia tradizionale per affrontare tre aspetti tra loro collegati: l’universalità della Chiesa, il suo patrimonio liturgico comune e la fedeltà al Vangelo come risposta alla confusione del nostro tempo.
Una Chiesa universale, non un’organizzazione internazionale
A partire dal racconto della guarigione del sordomuto, Cordileone ha sottolineato che Cristo si è addentrato in territorio pagano e ha portato la sua misericordia oltre i confini del popolo eletto. Per l’arcivescovo, san Marco presenta così Cristo come modello di una Chiesa chiamata a portare il Vangelo oltre ogni frontiera culturale.
Questa universalità, ha spiegato, non significa che la Chiesa sia semplicemente «un’organizzazione internazionale». Sebbene riunisca fedeli provenienti da tutte le nazioni, culture e lingue, possiede un’eredità comune che permette ai suoi membri di vivere secondo una stessa fede.
Cordileone ha portato come esempio la propria arcidiocesi, San Francisco, storicamente segnata dall’arrivo di immigrati provenienti da numerosi paesi. La Chiesa rispetta queste culture particolari, ha sottolineato, ma allo stesso tempo offre a tutti i suoi figli una cultura cattolica condivisa.
Cordileone rivendica il latino come «eredità cattolica comune»
All’interno di questa cultura condivisa, l’arcivescovo ha sottolineato in particolare la lingua liturgica della Chiesa.
«Come tutte le culture, la Chiesa parla una lingua comune. Questa lingua, naturalmente, è il latino», ha affermato.
Cordileone ha ricordato che il Concilio Vaticano II ha chiesto di conservare il latino nella liturgia e ha sottolineato anche il posto proprio del canto gregoriano e della polifonia all’interno del patrimonio cattolico.
«Il latino è la nostra eredità cattolica comune: ci unisce attraverso razze e lingue diverse», ha sostenuto.
L’arcivescovo ha ampliato questa idea oltre la lingua. La Chiesa, ha spiegato, possiede anche un linguaggio sacramentale mediante il quale la realtà visibile conduce verso una realtà spirituale. Lo stesso accade con le opere di carità, che non consistono unicamente nel prestare un aiuto materiale, ma nel rendere presente l’amore di Cristo a chi soffre.
«Il Vangelo non è uno che noi inventiamo»
Cordileone ha poi concentrato la sua riflessione sulla Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi, dove l’Apostolo ricorda ai cristiani che ha trasmesso loro ciò che egli stesso aveva ricevuto.
«Quel Vangelo che mettiamo in pratica non è uno che noi inventiamo, né che noi componiamo; piuttosto, si riceve», ha affermato l’arcivescovo.
Da questa premessa ha lanciato un avvertimento sui tentativi di alterare l’insegnamento ricevuto:
«Ci sono coloro che vorrebbero cambiare il Vangelo che abbiamo ricevuto, il Vangelo che la Chiesa ha trasmesso in ogni generazione dall’epoca degli Apostoli fino a oggi. Ma questo non ci conduce alla vita del cielo».
Per Cordileone, san Paolo offre precisamente l’esempio contrario. Dopo aver perseguitato i cristiani, il suo incontro con la verità del Vangelo lo ha condotto al pentimento e poi a una vita segnata dalla fedeltà, anche di fronte alla persecuzione e al martirio.
Un avvertimento di fronte a «tempi di grande confusione»
L’arcivescovo ha infine trasferito questo insegnamento alla situazione attuale. «Viviamo in tempi di incertezza, di grande confusione», ha affermato, sottolineando che molte persone affrontano il futuro con timore.
Di fronte a questa situazione, Cordileone ha avvertito che la risposta non può consistere nell’accomodare le esigenze cristiane ai propri desideri.
«La cosa peggiore che potremmo fare in una situazione del genere sarebbe voltare le spalle al Signore, fingere come se il Signore fosse contento di noi quando viviamo come vogliamo senza tener conto di ciò che Egli ci insegna», ha sottolineato.
Di fronte a questa tentazione, l’arcivescovo ha invitato a ricevere integralmente il Vangelo trasmesso dalla Chiesa e a riconoscere il patrimonio che lo accompagna attraverso i secoli: il suo insegnamento, il suo culto, la sua arte e il servizio ai bisognosi.
La fedeltà a quel Vangelo, ha concluso Cordileone, non conduce alla paura, ma a «la pace, la speranza e la fiducia» di cui il cristiano ha bisogno proprio nei tempi di incertezza.
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Il Punto
Dopo la sentenza del tribunale di Milano sulla chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva, quale sarà la sorte di chi lavora nell’impianto? Dall’Istat arrivano numeri incoraggianti sull’occupazione e sulla domanda di manodopera al Sud. Un buon piano di riqualificazione potrebbe dare un futuro occupazionale concreto ai lavoratori dell’acciaieria. Con una metafora si dice che la […]
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Emma Bonino: una vita al servizio della massoneria e del mondialismo contro l’Italia
di Cesare Sacchetti Come ci si aspettava, la stampa in queste ore è interamente ai suoi piedi. Ogni qual volta muore un personaggio simbolo dell’apparato liberale e globalista, il pubblico dei media, se né esiste ancora uno, è costretto a sorbirsi questa soffocante liturgia di santificazione laica e soprattutto massonica. Lo si vide già dopo […]
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Urge un piano di ricollocazione per i lavoratori ex Ilva
I giudici hanno confermato la sospensione dell’attività dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Per i lavoratori la situazione si fa critica. Però l’Istat registra la crescita degli occupati e della domanda di manodopera anche nel Mezzogiorno.
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Il bonus asilo nido aiuta le madri a lavorare, ma da solo non basta *
Il bonus asilo nido funziona: riduce i costi dei servizi per la prima infanzia e aiuta le madri a rimanere occupate dopo la nascita di un figlio. Ma proprio le famiglie che ne avrebbero più bisogno lo utilizzano di meno. Il Piano per i nidi del Pnrr.
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Non si diventa anziani a 65 anni *
Quando inizia l’età anziana? Una soglia anagrafica rigida non descrive bene la realtà. Meglio adottarne una prospettica, legata alla speranza di vita residua. Permette una migliore pianificazione dei sistemi pensionistici, sanitari e del mercato del lavoro.
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Meloni sta facendo un colpo di Stato per mantenere la guerra alla Russia

Stanno facendo un colpo di Stato sotto mentite spoglie, questa è la realtà. Un colpo di Stato per garantire che il Parlamento, anche alla prossima legislatura, sia ben saldo sulla via della guerra, del riarmo e delle armi a quel corrotto di #Zelensky. #Italia #Russia #GiirgiaMeloni #europa
In tutto ciò, Mattarella, sempre molto attivo quando c’è da dare addosso alla Russia, quando c’è da tracciare la linea indiscutibile dell’atlantismo, della NATO, della Von der Leyen, soprattutto sul riarmo, tace. Ed è un silenzio che pesa. Un silenzio rumorosissimo! Nella legge elettorale hanno deciso che un nuovo partito, per potersi presentare alle elezioni, dovrà raccogliere oltre 450 mila firme. Questa è una cifra impossibile per chiunque.
Tra l’altro, da raccogliere in poche settimane e senza la firma digitale. Significa che nel Parlamento italiano entreranno a tempo indeterminato gli stessi partiti che ci sono oggi. Significa che nessun nuovo partito potrà candidarsi alle elezioni. In nessuna parte del mondo viene richiesta questa quantità industriale di firme. Eppure di questa vergogna non se ne parla, quando dovrebbe stare al centro del dibattito pubblico. Nemmeno coloro che ogni giorno ce le scartavetrano con la storia della democrazia occidentale aprono bocca. Se eliminano la possibilità al dissenso di partecipare, confrontandosi alle urne, che non si stupiscano se tra qualche anno i Palazzi del potere dovranno fronteggiare rivolte. Perché è questa la strada che stanno tracciando! Giuseppe Salamone
Salvini apre alla Russia
Il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha incontrato oggi a Milano una delegazione di imprenditori italiani che operano in Russia, accompagnata dal presidente di Gim Unimpresa, Vittorio Torrembini, che ha organizzato l’iniziativa, come promesso in occasione del primo confronto in videocollegamento dello scorso luglio con l’assemblea della stessa associazione a Mosca, con 150 imprenditori collegati. È quanto comunica la Lega in una nota, sottolineando che il confronto è stato chiesto per “ascoltare direttamente le esigenze e le difficoltà che centinaia di imprese italiane stanno affrontando a causa del conflitto e delle sue conseguenze economiche. Sono ancora oltre 300, infatti, le imprese italiane che lavorano con la Russia, per un interscambio economico di circa 8 miliardi (a fronte dei 30 miliardi del 2013)”, prosegue il comunicato. Nel corso dell’incontro, Salvini ha ribadito l’auspicio che la guerra possa concludersi al più presto, “con una ripresa del dialogo diretto fra Ucraina e Russia, nonché il massimo impegno per tutelare le imprese italiane e i relativi posti di lavoro, nel nome dell’interesse nazionale”. In quest’ottica, come sottolineato da più imprenditori intervenuti, “l’eventuale blocco dei visti turistici per l’Italia e l’Europa, richiesto da qualche capitale europea, sarebbe un’ulteriore scelta punitiva nei confronti di cittadini che nulla hanno a che fare con la guerra – prosegue la nota –, nonché un ulteriore danno per l’economia italiana”.
“Bisogna difendere l’interesse italiano ed evitare problemi”, ha detto Salvini questa mattina, ospite di Giornale Radio, annunciando che qualche ora dopo avrebbe incontrato alcuni imprenditori italiani che hanno aziende in Russia. “Abbiamo sempre difeso il paese aggredito in questi anni ma testardamente riteniamo che occorra preparare la pace più che continuare la guerra. Occorre insistere sul tema della pace – ha aggiunto –, spero che Putin e Zelensky si trovino il prima possibile, certo è che qualcuno in Europa ha interesse a che la guerra continui per piazzare le armi che produce nelle fabbriche che non producono più auto per colpa del green deal”.
Una Germania in crisi scivola verso la guerra?
Mentre sul fronte interno l’ascesa dell’AfD inasprisce lo scontro con l’élite al potere, la Germania alza i toni con la Russia e, nella sua corsa al riarmo, rinsalda i rapporti militari con Israele.
Roberto Iannuzzi – Sep 11, 2026

Di fronte alle difficoltà sempre più insormontabili sul fronte ucraino, le élite politiche di Bruxelles e Berlino mostrano una crescente inquietudine, che si traduce in una retorica più bellicosa nei confronti della Russia assieme al tentativo di coinvolgere gli Stati Uniti in maniera più diretta nel conflitto.
La sopravvivenza politica di queste élite dipende dalla preservazione dell’architettura continentale garantita dall’integrazione dell’ombrello di sicurezza americano nella struttura dell’Alleanza Atlantica.
Tale architettura è andata incontro a una progressiva crisi nella fase successiva alla fine della guerra fredda, che il rinnovato scontro con la Russia non ha arginato. In particolare, gli europei pagano i costi economici derivanti dalla deindustrializzazione e dalla crisi energetica seguita alla rinuncia alle fonti russe a basso costo.
In un simile frangente di grave difficoltà economica, il presidente americano Donald Trump vuole che gli europei si assumano i costi della difesa del continente, aumentando le spese militari.
Fine del modello tedesco
In passato le cose erano andate meglio. Per gran parte del periodo post-guerra fredda, la Germania aveva goduto di un assetto strategico particolarmente favorevole.
L’energia russa a basso costo sosteneva la competitività della produzione industriale, l’integrazione europea le assicurava un ampio mercato, l’ombrello militare americano ne garantiva la sicurezza.
Tale assetto si basava tuttavia su una contraddizione di fondo, ovvero su un dilemma strategico che in un precedente articolo avevo riassunto nella maniera seguente:
prediligere una Ostpolitik che coniugasse le capacità produttive della Germania con le immense risorse della Russia, suscitando così il risentimento anglo-americano, oppure preferire una Westpolitik che avrebbe posto saldamente la potenza tedesca nell’alveo occidentale, privandola tuttavia della profondità strategica eurasiatica e relegandola al ruolo di ancella di Washington?
L’incapacità di risolvere tale dilemma ha portato Berlino a rinunciare al primo membro di questa equazione, che le garantiva prosperità economica.
La crisi energetica ha acuito un altro problema del modello industriale tedesco: l’incapacità di innovare di fronte alla sfida tecnologica lanciata dalla Cina.
I partiti tradizionali si sono ritrovati a difendere politiche le cui ripercussioni economiche si sono abbattute come una mannaia sul tenore di vita dei loro elettori.
La destra radicale di Alternative für Deutschland (AfD) sta divenendo il veicolo attraverso il quale un numero crescente di cittadini mette in discussione le disastrose scelte della classe di governo: la rinuncia al gas russo, il sostegno intransigente all’Ucraina senza alcuna disponibilità negoziale, il rifiuto di analizzare seriamente le ragioni all’origine del conflitto, i pesanti contraccolpi delle sanzioni sull’economia.
Disastro Merz
I rimedi proposti dal cancelliere Friedrich Merz, leader dei cristianodemocratici (CDU), si sono rivelati fallimentari. I tagli alla spesa sociale, le misure fiscali e le sue politiche contro il lavoro lo hanno reso il cancelliere più impopolare della storia recente della Germania.
L’emorragia di posti di lavoro prosegue inarrestabile. L’industria tedesca ne sta perdendo 15.000 al mese. La Volkswagen ha appena annunciato il taglio di altri 50.000 lavoratori, che dovrebbero arrivare a 100.000 entro il 2030.
Economisti e politici sproloquiano sulle molteplici ragioni della crisi, tralasciando sempre la principale, ovvero l’aumento vertiginoso dei prezzi energetici determinato dalla necessità di sostituire il gas russo con rifornimenti molto più costosi come l’LNG americano.
La guerra nel Golfo Persico ha ulteriormente aggravato la situazione. La Germania è in forte ritardo nel riempimento degli stoccaggi di gas e deve sperare in un inverno mite per scongiurare il blocco di diverse attività produttive.
Tsunami AfD
La gravità della crisi politica è emersa in maniera dirompente lo scorso 6 settembre allorché AfD ha ottenuto una vittoria schiacciante alle elezioni in Sassonia-Anhalt, stato dell’ex Germania Est, in un clima di collera diffusa nei confronti del governo Merz per i suoi attacchi allo stato sociale e la militarizzazione dell’economia.
AfD raccoglie consensi soprattutto nelle regioni dell’ex Germania Est, dove domina una forte sfiducia nell’élite politica ed economica della parte occidentale del paese, accusata di aver letteralmente compiuto una colonizzazione neoliberista dei länder orientali negli anni successivi alla riunificazione.
Con un’affluenza superiore al 77%, AfD ha conquistato circa il 44% dei voti, prendendo più del doppio delle preferenze ottenute alle consultazioni del 2021. Il partito della CDU ha invece visto crollare i propri consensi raggiungendo appena il 17%. Socialdemocratici e Verdi hanno ottenuto meno del 10%.
Sebbene la Sassonia-Anhalt sia uno stato di secondaria importanza, il risultato elettorale ha rappresentato un terremoto per l’establishment politico tedesco. Il 20 settembre sono previste altre elezioni, nello stato di Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino.
Muro contro muro?
Per l’élite politica tedesca, così come per quelle di altri paesi europei, le elezioni sono viste sempre meno come un meccanismo attraverso il quale i cittadini scelgono l’orientamento dei governi, e sempre più come un ostacolo da superare per restare al potere.
L’ascesa di AfD esprime la volontà di una porzione crescente dell’elettorato tedesco di ottenere qualcosa di radicalmente diverso da ciò che tutti i governi fin qui avvicendatisi al potere hanno saputo offrire.
Alla luce dei disastrosi risultati in Sassonia-Anhalt, la leadership di Merz appare dunque sempre più fragile. Ma, perfino se egli dovesse essere sostituito (cosa tutt’altro che scontata), è improbabile che l’establishment politico tedesco cambi le proprie scelte.
E’ invece possibile che si impegni in uno scontro diretto con AfD, cercando di ostacolarne l’ascesa con ogni mezzo (lecito e illecito) e aggravando così la crisi politico-istituzionale del paese.
Dal canto suo, qualora dovesse salire al potere, AfD rappresenterebbe un’incognita.
Con un programma economico di impianto neoliberista, ostile alla guerra ma di orientamento nazionalista, con al suo interno una forte corrente trumpiana che nutre spiccate simpatie per il premier israeliano Benjamin Netanyahu, non è chiaro in quale direzione potrebbe muoversi il partito di fronte ai tentativi di ostracizzazione e/o cooptazione che certamente l’élite politica uscente compirebbe nei suoi confronti.
Colpisce tuttavia il cortocircuito logico che spinge molti sostenitori dell’establishment politico tedesco a puntare il dito contro AfD paventando un ritorno agli anni ’30 del secolo scorso, e ad appoggiare allo stesso tempo la “democrazia” ucraina in maniera del tutto acritica malgrado il ruolo di primo piano giocato al suo interno da formazioni neonaziste come il movimento Azov.
L’illusorio rimedio del riarmo
Peraltro, gli orientamenti perseguiti in questi anni dall’élite politica tedesca non sono meno allarmanti dell’ascesa di AfD, non solo per le rovinose scelte economiche compiute, ma per la disinvoltura con cui essa sta spingendo il paese più importante dell’Unione Europea verso il riarmo, una crescente militarizzazione illusoriamente vista come rimedio al declino economico, e un possibile scontro armato con la Russia.
La Germania è ormai la retrovia dell’Ucraina nello scontro con Mosca, oltre ad essere il principale finanziatore di Kiev. Come ho scritto in un precedente articolo,
a metà aprile, per la prima volta il governo tedesco è entrato in una partnership strategica con il settore della difesa di un paese in guerra.
L’accordo apre la strada alla coproduzione di sistemi d’arma, droni con gittata fino a 1.500 km, e missili a lungo raggio, insieme a Kiev. Il governo tedesco cancella con un tratto di penna l’intero dibattito interno degli anni passati sulla fornitura di armi tedesche all’Ucraina per colpire obiettivi in territorio russo.
A destare sconcerto è il fatto che nei circoli politici e strategici europei molti considerino ormai una guerra con la Russia non solo inevitabile, ma quasi “necessaria”.
Mathias Döpfner, uomo d’affari tedesco alla guida di Axel Springer, uno dei più grandi gruppi editoriali d’Europa, scrive dalle pagine della rivista conservatrice britannica The Spectator che “c’è ancora tempo per salvare l’Occidente”.
Al fine di preservare la “superiorità” occidentale, secondo Döpfner è necessario rispondere alla sfida lanciata da avversari come Russia, Cina e Iran.
Ben venga allora il riarmo tedesco. E’ di pochi giorni fa la notizia che la compagnia Auterion ha avviato la coproduzione di 5.000 droni a medio e lungo raggio (fino a 1.500 km) con il produttore ucraino Airlogix.
Mosca ha ammonito che i siti tedeschi che ospiteranno armi a lungo raggio diventeranno obiettivi militari legittimi se esse verranno rivolte contro la Russia.
Non si tratta solo di droni. A luglio Berlino ha annunciato l’acquisto di missili da crociera americani Tomahawk e di lanciatori Typhon. Con una gittata fino a 2.500 km, i Tomahawk possono colpire dalla Germania gran parte del territorio russo a ovest del Volga.
Partnership strategica con Israele
Parte integrante del riarmo tedesco è una rafforzata collaborazione militare con Israele.
La Volkswagen venderà il proprio stabilimento di Osnabrück, nella Bassa Sassonia. Esso verrà impiegato per produrre componenti del sistema di difesa aerea Iron Dome per conto dell’israeliana Rafael Advanced Defence Systems.
Incapace di competere con le auto elettriche cinesi, la compagnia tedesca ha deciso di riconvertire parte della propria produzione a uso militare. Una scelta che richiama alla memoria i tempi bui della seconda guerra mondiale, quando la Volkswagen fermò la produzione di automobili per fabbricare armi al servizio dello sforzo bellico nazista.
Lo scorso dicembre, Berlino ha approvato un accordo del valore di oltre 3 miliardi di dollari per acquistare il sistema israeliano di difesa aerea Arrow 3. Sommato a un precedente contratto del valore di 3,5 miliardi, rappresenta per Israele la più grande vendita di armi fino a questo momento.
La Germania ha anche testato recentemente un missile balistico israeliano (LORA) nel nord dell’Atlantico. Nel frattempo, il 1° settembre, il terzo sottomarino classe Dolphin II ha lasciato i cantieri navali di Kiel, in Germania, alla volta di Israele.
Fonti israeliane hanno riferito che il sottomarino opererà lontano dalle acque territoriali israeliane, un apparente riferimento a potenziali operazioni contro l’Iran.
Nel giugno 2025, durante la “guerra dei dodici giorni” seguita all’attacco israeliano all’Iran, Merz ringraziò Israele perché a suo dire stava “compiendo il lavoro sporco per conto dell’Europa”.
Nel 2012, Der Spiegel rivelò che Israele equipaggiava i sottomarini forniti dalla Germania con missili in grado di ospitare testate nucleari. Alti ufficiali della difesa tedesca in congedo affermarono di aver sempre presunto che questi mezzi subacquei fossero in grado di ospitare armi nucleari.
A seguito di un’interrogazione parlamentare, è emerso che complessivamente il governo tedesco ha approvato esportazioni di materiale bellico verso Israele per un valore di circa 930 milioni di dollari nella prima metà del 2026.
Una stridente contraddizione
Il rafforzamento della cooperazione militare fra Germania e Israele prosegue malgrado gli orrendi crimini commessi dalla forze israeliane a Gaza, la cui tragedia continua nell’indifferenza mondiale.
Esponenti del governo israeliano hanno annunciato la loro intenzione di portare a termine il progetto di pulizia etnica della Striscia. Tali annunci si accompagnano a dichiarazioni genocidarie come l’ultima del ministro della sicurezza interna Itamar Ben Gvir, il quale ha recentemente invocato l’uccisione quotidiana di 30-40 palestinesi.
Secondo Ben Gvir, essi andrebbero uccisi anche se non pongono alcun pericolo immediato “perché non sono degni di vivere, non dovrebbero vivere, non sono nemmeno persone”.
Nel condannare simili dichiarazioni come genocidarie, il Lemkin Institute ha ricordato come il loro linguaggio sia direttamente paragonabile alla retorica nazista la quale impiegò l’espressione “Lebensunwertes Leben” (vita indegna di essere vissuta) per giustificare lo sterminio di milioni di persone.
Il Lemkin Institute ricorda come nel 1920 gli eugenisti tedeschi Alfred Hoche e Karl Binding pubblicarono un libro nel quale invocavano la “distruzione della vita indegna di essere vissuta”. Secondo loro, ciò si applicava a persone mentalmente o fisicamente disabili:
Dopo l’ascesa al potere del nazionalsocialismo, questa giustificazione divenne un potente strumento ideologico che fu applicato a tutte le persone ritenute ‘razzialmente impure’ o ‘razzialmente inferiori’.
Ricordando le innumerevoli dichiarazioni di tenore palesemente genocidario pronunciate da Ben Gvir (come da molti altri esponenti israeliani), il Lemkin Institute conclude che
il fatto che queste parole possano essere pronunciate pubblicamente da un ministro in carica è la prova del grottesco fallimento dell’umanità, in particolare delle potenze occidentali e di coloro che sono in grado di esercitare pressioni su Israele e di far rispettare i principi delle Convenzioni sul genocidio e delle Convenzioni di Ginevra.
Nel novero delle potenze occidentali figura certamente la Germania, alla luce degli stretti rapporti civili e militari intrattenuti con il governo israeliano.
L’indifferenza di Berlino (così come quella di altri governi europei, incluso quello italiano) di fronte alla catastrofe di Gaza appare ancor più stridente se posta accanto all’intransigente condanna morale con cui i governi tedeschi hanno stigmatizzato l’invasione russa dell’Ucraina.
Ma al di là dei giudizi di valore, la bellicosa politica tedesca risulta pericolosa per la sicurezza stessa della Germania poiché, malgrado la corsa al riarmo, Berlino e l’Europa sono del tutto impreparate, economicamente e militarmente, di fronte all’eventualità di una guerra su vasta scala.
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Consigliere Putin: «Se la Polonia ci attacca, sarà annientata in 2-3 giorni»
Treno passeggeri colpito da un drone russo a 2 km dalla Polonia: era già stato evacuato
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– Buon giro intorno al Sole
A cura di Margherita Furlan Con la collaborazione di Gionata Chatillard e Jeff Hoffman Editing di Mario Ferdinandi
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Bloccando Hormuz, Trump ha distrutto le basi materiali della civiltà
Prezzo del diesel: la mancanza di lungimiranza si ritorce contro Trump A circa otto settimane dalle elezioni di metà mandato, l’amministrazione Trump deve affrontare un problema legato al prezzo del carburante: Oggi il prezzo del diesel ha superato per la prima volta i 6 dollari al gallone – NPR, 11 settembre 2026
Oggi il prezzo del diesel ha superato per la prima volta i 6 dollari al gallone, attestandosi su una media nazionale di 6,05 dollari. L’aumento del prezzo del diesel è stato rapido: è salito di 42 centesimi al gallone solo nel mese di settembre e, dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, il prezzo è cresciuto di 2,30 dollari. —
In California il prezzo del diesel sfiora i 10 dollari mentre si aggrava la crisi del carburante –
Newsmax, 13 settembre 2026 Presso una stazione di servizio Shell nel quartiere Serra Mesa di San Diego, il prezzo del diesel era indicato a 9,999 dollari al gallone, raggiungendo di fatto il limite massimo dei display a tre cifre utilizzati da molte stazioni di servizio. Trump, tuttavia, non ammetterebbe mai che una qualsiasi delle sue azioni sia responsabile della carenza di carburante.
È stato individuato un colpevole comodo: l’Ucraina. Bessent attribuisce in parte all’Ucraina lo “shock energetico” che sta facendo salire i prezzi –
The Hill, 2 settembre 2026 “Stiamo attraversando uno shock energetico dovuto sia alla guerra in Ucraina – poiché l’Ucraina ha deciso di voler distruggere le infrastrutture energetiche e gli impianti di raffinazione russi, creando così una pressione al rialzo sui prezzi a livello globale – sia al conflitto in Iran”, ha dichiarato mercoledì il Segretario al Tesoro Scott Bessent. — Trump chiede a Zelensky di smettere di attaccare gli obiettivi energetici russi (archiviato) –
Washington Post, 13 settembre 2026 Domenica, il presidente Donald Trump ha dichiarato di aver chiamato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per chiedergli di “smettere di colpire gli obiettivi legati al diesel” in Russia, affermando che tali attacchi stavano contribuendo a una carenza globale di questo carburante. “Il signor Zelensky deve fare una cosa: deve smettere di colpire gli obiettivi legati al diesel; può attaccare altri bersagli, ma non quelli del diesel, perché sta causando una carenza di questo carburante”, ha detto Trump, aggiungendo che c’erano “molti altri obiettivi”. «Non è una situazione causata dal Medio Oriente, ma da ciò che sta accadendo in Russia e Ucraina», ha dichiarato ai giornalisti durante un viaggio in Irlanda. Trump ha rilasciato queste dichiarazioni dopo che, venerdì, il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti ha toccato il massimo storico di 6 dollari al gallone, alimentando le preoccupazioni sul costo della vita a meno di due mesi dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Trump ha ragione nell’affermare che gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe hanno provocato una carenza di carburante sui mercati globali: La Russia proroga fino al 2027 il divieto di esportazione di diesel e benzina – Oil Price, 30 luglio 2026
La Russia ha prorogato le restrizioni all’esportazione di benzina e diesel fino al 31 gennaio 2027… … Mosca aveva inizialmente vietato l’esportazione di diesel dall’8 al 31 luglio, dopo che ripetuti attacchi di droni ucraini avevano messo fuori uso alcune raffinerie, causando carenza di carburante e impennate dei prezzi in tutta la Russia. Tuttavia, in questo contesto, l’Ucraina agisce semplicemente per conto terzi.
Gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe sono diretti dall’intelligence statunitense ed eseguiti con armi americane: Gli USA forniranno all’Ucraina informazioni di intelligence per attacchi missilistici in profondità nel territorio russo (archiviato) –
WSJ, 1° ottobre 2025 Gli Stati Uniti forniranno all’Ucraina informazioni di intelligence per attacchi missilistici a lungo raggio contro le infrastrutture energetiche russe; lo hanno riferito funzionari americani, mentre l’amministrazione Trump valuta l’invio a Kiev di armi potenti in grado di colpire un maggior numero di obiettivi all’interno della Russia.
Il presidente Trump ha recentemente autorizzato le agenzie di intelligence e il Pentagono a sostenere Kiev in questi attacchi. Secondo le fonti, i funzionari statunitensi stanno chiedendo agli alleati della NATO di fornire un supporto analogo. L’intensificazione della condivisione di informazioni di intelligence con Kiev è l’ultimo segnale di come Trump stia rafforzando il sostegno all’Ucraina, proprio mentre i suoi tentativi di promuovere colloqui di pace sono in stallo.
È la prima volta, affermano i funzionari, che l’amministrazione Trump supporterà attacchi ucraini con missili a lungo raggio contro obiettivi energetici situati in profondità nel territorio russo. Sebbene gli Stati Uniti sostengano da tempo gli attacchi ucraini con droni e missili, la condivisione di informazioni di intelligence permetterà all’Ucraina di colpire con maggiore efficacia raffinerie, oleodotti, centrali elettriche e altre infrastrutture lontane dai propri confini, con l’obiettivo di privare il Cremlino delle entrate e del petrolio necessari a sostenere l’invasione. Il diesel e altri carburanti vengono compravenduti sui mercati globali. Fin dall’inizio era evidente che gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe avrebbero influito sul prezzo globale del diesel, in particolare ai distributori della California.
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Scozia, Galles e Nord Irlanda uniti per chiedere indipendenza e adesione alla Ue
La Finlandia aderirà alla «deterrenza nucleare avanzata» proposta dalla Francia

Troppo caldo, non ci torno più
Estati sempre più torride rendono meno piacevoli le vacanze. E se il turista non ha un buon ricordo dell’esperienza, difficilmente tornerà nella stessa località. Vale anche per chi va al mare e si aspetta il caldo. Un problema per i paesi del Mediterraneo.
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Nell’Eurozona l’autobus è uno solo, le cinture fiscali no
Se la banca centrale è come l’autista di un autobus, allora lo spazio fiscale si può interpretare come una cintura di sicurezza. Nell’Eurozona il volante è unico, affidato alla Bce, ma le cinture sono tante quante i paesi membri. Quali sono le conseguenze?
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Concilio, Katechon e lo Scisma del Capo. Mons. Viganò a LifeSiteNews. Intervista, Prima Parte

Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione la prima parte di un’intervista concessa da mons. Carlo Maria Viganò a LifeSiteNews. Buona lettura e diffusione.
§§§
INTERVISTA CON GAETANO MASCIULLO PER LifeSiteNews
Sul Concilio, il Katechon e lo Scisma del Capo – Prima Parte
Carlo Maria Viganò

Gaetano Masciullo: Eccellenza, nel suo nuovo libro Lei sostiene che oggi il primo nemico del Papato sia il Papa stesso. Come si spiega questo paradosso?
Il paradosso è soltanto apparente, e si scioglie non appena si distingue ciò che la teologia cattolica ha sempre distinto: il Papato come istituzione divina, voluta da Nostro Signore quando disse a Pietro Tu es Petrus, e la persona che in un determinato momento della storia ne occupa la Cattedra. Il Papato è indefettibile, perché è di Cristo; la persona del Papa è un uomo, con il suo libero arbitrio, che può corrispondere alla grazia di stato oppure rifiutarla. D’altra parte, la Chiesa prega per il Sommo Pontefice chiedendo alla Maestà divina di conservare nella santa Religione il Domnum Apostolicum, proprio perché sa che la sua perseveranza nella Fede non è garantita automaticamente dall’ufficio. Se così non fosse, se cioè il Papa fosse esente dalla possibilità di venir meno al proprio mandato, pregare per lui non avrebbe senso.
Quando un Pontefice usa l’autorità che gli è stata conferita ad ædificationem per demolire ciò che quell’autorità è chiamata a custodire — la dottrina, la liturgia, la disciplina, la stessa costituzione monarchica e gerarchica della Chiesa — egli si pone in contraddizione con il proprio munus. Non è più il servo del Papato: ne è il primo avversario, perché nessun nemico esterno potrebbe ferire la Chiesa quanto colui che la ferisce dall’interno rivestito della veste di Pietro.
Ho chiamato questo fenomeno scisma capitale nel senso proprio della parola: uno scisma che parte dal caput, dal capo. Lo scisma classico è la separazione di una porzione del corpo dal capo; qui assistiamo al contrario: è il capo che si separa dal corpo mistico e dalla Tradizione che lo precede, che si ribella a ciò che i suoi predecessori hanno insegnato e che egli avrebbe l’obbligo di trasmettere intatto. San Paolo lo dice con parole che non ammettono repliche: sed licet nos aut angelus de cœlo evangelizet vobis præterquam quod evangelizavimus vobis, anathema sit (Gal 1,8-9). Nemmeno un angelo, nemmeno un Apostolo, nemmeno il Successore dell’Apostolo Pietro può annunciare un altro vangelo. Il Papa è il custode del Depositum, non il suo padrone; e chi da custode si fa padrone, tradisce la ragione stessa per cui Nostro Signore Gesù Cristo ha istituito il Papato in forma vicaria.
Gaetano Masciullo: Lei paragona la situazione attuale alla rimozione del katéchon di cui parla San Paolo (2 Tess 2, 6-8). Quale ruolo gioca la figura di Leone XIV in questa drammatica rimozione del “freno” all’iniquità?
I Padri e i grandi commentatori hanno visto nel katéchon, in «colui che trattiene», tanto l’Impero romano cristiano quanto, con esso, l’autorità della Chiesa, e in modo eminente l’autorità del Papato, che per secoli ha opposto un argine al mysterium iniquitatis. Quel freno ha cominciato ad essere allentato dal momento in cui la gerarchia, con il Concilio Vaticano II, ha rinunciato a esercitare la propria autorità nel senso voluto da Cristo, per cercare la conciliazione con il mondo, con il pensiero moderno, con la Rivoluzione. Da allora, chi avrebbe dovuto trattenere si è messo ad assecondare.
Leone XIV si inserisce in questo processo non come un innovatore, ma come colui che lo consolida e lo rende presentabile. Bergoglio ha scardinato il Papato con violenza; Prevost dà a quello scardinamento una forma istituzionale, «ordinata», quasi rassicurante. Il suo compito — e credo ne sia perfettamente consapevole — è di rendere irreversibile la sinodalità, cioè quella «rivoluzione permanente» che porta il Concilio alle sue estreme conseguenze, e di far sì che la Chiesa Cattolica cessi definitivamente di essere un ostacolo al progetto massonico e globalista. Quando il Papa non è più freno ma acceleratore, la rimozione del katéchon non è un evento futuro: è ciò che avviene sotto i nostri occhi. E il Signore ci ha avvertito: tunc revelabitur ille iniquus. Non lo dico con compiacimento apocalittico, ma con il dolore di un Vescovo che vede la Sposa di Cristo consegnata ai suoi nemici da chi dovrebbe difenderla.
Gaetano Masciullo: Di fronte alle sanzioni canoniche, lei invoca lo stato di necessità, come, del resto, ha fatto la Fraternità San Pio X per le sue nuove consacrazioni episcopali. Come risponde ai tanti conservatori che la accusano di disobbedienza formale al Papa?
Rispondo che l’obbedienza è una virtù, non un idolo. Essa ha per oggetto un comando legittimo dato da un’autorità legittima per il fine per cui quell’autorità esiste. Quando il comando è contrario alla Fede, alla legge divina o al bene delle anime, non solo non obbliga, ma obbliga a non obbedire: obœdire oportet Deo magis quam hominibus (At 5,29). Questo non è un’invenzione dei tradizionalisti: è San Pietro, è San Tommaso, è il Magistero di sempre, è la condotta dei Santi che hanno resistito ai Pontefici quando questi hanno sbagliato, da San Paolo che resistette a Pietro in faciem, a Sant’Atanasio, a Santa Caterina da Siena.
Lo stato di necessità non è un’invenzione per sottrarsi alla legge: è un principio del diritto stesso, secondo cui la salus animarum, che è la legge suprema, prevale sulle norme positive quando queste, applicate alla lettera, produrrebbero un danno irreparabile alle anime. La Fraternità San Pio X, consacrando i suoi Vescovi, ha compiuto esattamente ciò che fece Mons. Lefebvre nel 1988, e per lo stesso motivo: Roma non dà alla Tradizione i vescovi di cui ha bisogno, e senza vescovi non vi sono sacerdoti, e senza sacerdoti non vi sono Sacramenti. Ed è significativo che, nel minacciare la Fraternità, Prevost abbia lasciato cadere il pretesto delle Consacrazioni per confessare che la vera colpa è il rifiuto del Concilio. Con ciò ha rivelato — forse involontariamente — la frode: le sanzioni canoniche sono uno strumento politico, brandito contro chi resta cattolico e mai contro chi apertamente nega la Fede.
Ai conservatori che mi rimproverano dico con affetto: voi obbedite a un uomo che vi chiede di disobbedire a Nostro Signore, e chiamate questa contraddizione «fedeltà». Io non ho mai inteso separarmi dalla Comunione Apostolica; ho chiesto e chiedo a Leone XIV di dirmi in che cosa contraddico il Depositum Fidei. Non ho ricevuto risposta. Chi, tra i due, è in stato di scisma?
Gaetano Masciullo: In un ormai lontano discorso del 1999 ai vescovi europei tenuto dal Cardinale Carlo Maria Martini, pioniere della Mafia di San Gallo e — com’egli stesso amava definirsi — non antipapa, ma antepapa (colui che avrebbe preparato la strada al “nuovo” papa), la Chiesa per “aggiornarsi” deve sciogliere urgentemente una serie di nodi. Ed egli indicava come primo nodo la “carenza di ministri ordinati”, da sciogliere abolendo il celibato, o almeno rendendolo opzionale. Di recente, il vescovo Johan Bonny ad Anversa ha annunciato che ordinerà uomini sposati entro il 2028. Per non parlare poi della nomina ad Arcivescovo di Vienna di Josef Grünwidl, ex esponente del movimento dissidente “Call to Disobedience”, che auspicava proprio l’abolizione del celibato ecclesiastico. Roma assiste in silenzio a tutto ciò e, contrariamente che in altre situazioni, non minaccia sanzioni sebbene il diritto canonico venga puntualmente calpestato. Sembra quasi che Roma favorisca tutto ciò… Cosa ne pensa?
Non «sembra»: è così. Roma non è spettatrice distratta di un processo che le sfugge; ne è il regista. Il metodo è quello collaudato dalla Rivoluzione conciliare: si permette che la disobbedienza parta dalla periferia, si lascia che essa si consolidi come «fatto compiuto», e poi il centro interviene non per reprimerla ma per «accompagnarla», invocando la sinodalità, l’ascolto, le esigenze pastorali. Il caso Bonny è emblematico: un Vescovo annuncia pubblicamente che violerà la legge della Chiesa, e nessun Dicastero lo richiama. Il caso Grünwidl è ancora più eloquente, perché non si tratta di tollerare un dissidente, ma di promuoverlo a una delle sedi più importanti d’Europa. Chi ha militato in un movimento che si chiama letteralmente Call to Disobedience viene premiato da un Pontefice che scomunica chi chiede di poter obbedire alla Chiesa di sempre.
Ma la questione è più profonda del celibato. La «carenza di ministri ordinati» è il frutto avvelenato di sessant’anni di svuotamento del Sacerdozio. Quando si è cessato di credere che il sacerdote è alter Christus, che sale all’altare per rinnovare il Sacrificio della Croce, il celibato ha smesso di avere senso, perché ha senso solo come configurazione totale a Cristo Sommo Sacerdote. Il Card. Martini lo sapeva bene: la lista dei suoi «nodi» non è un elenco di problemi da risolvere, ma un programma di demolizione, in cui ogni punto è funzionale al successivo. Prima si abolisce il celibato, poi si apre alle donne, poi si riscrive la morale, poi si dissolve il matrimonio… È un piano, e i suoi esecutori si chiamano oggi con altri nomi ma perseguono lo stesso disegno. Che Martini si definisse antepapa la dice lunga sulla consapevolezza con cui la Mafia di San Gallo ha preparato ciò che oggi vediamo.
Gaetano Masciullo: Il secondo nodo individuato da Martini riguardava il ruolo delle donne e la questione dell’ordinazione femminile. I vescovi promossi da Leone XIV — penso a Mackinlay, Grögli, Satué, Grünwidl, e molti altri — si sono espressi apertamente a favore del diaconato femminile. La Commissione vaticana sul tema ha ribadito il “no” all’ordinazione sacramentale delle donne, ma ha definito tale giudizio “non definitivo”. Di conseguenza, numerosi vescovi oggi evitano di affrontare direttamente la questione, preferendo valorizzare la presenza femminile nel governo delle diocesi o proporre riforme liturgiche “inclusive”. A suo avviso, questa strategia mira a spostare progressivamente la Finestra di Overton sul tema dell’ordinazione femminile?
È esattamente la tecnica della Finestra di Overton, e nemmeno tanto dissimulata. Giovanni Paolo II, con la Lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis, non definì una novità: dichiarò che quella dottrina appartiene al Depositum Fidei ed è stata insegnata infallibilmente dal Magistero ordinario e universale — come la Congregazione per la Dottrina della Fede confermò nel Responsum del 1995. Dire oggi che quel giudizio è «non definitivo» significa dunque non già riaprire una questione disciplinare, ma negare l’infallibilità stessa del Magistero ordinario e universale.
Il diaconato femminile è il grimaldello, perché il Sacramento dell’Ordine è uno solo nei suoi tre gradi: ammettere una donna al diaconato significa ammettere che essa è capace di ricevere l’Ordine, e a quel punto l’esclusione dal presbiterato apparirebbe come una pura discriminazione da rimuovere. Non è un caso che l’ammissione delle donne agli ordini sia promossa da movimenti anticattolici in nome della parità di genere che la chiesa sinodale accoglie e fa sua. I neo-modernisti lo sanno perfettamente, e per questo non chiedono subito l’ordinazione sacerdotale: chiedono ruoli di governo, presenza nelle Curie, «ministeri» istituiti, liturgie «inclusive». Ogni passo prepara il successivo, e ogni passo viene presentato come innocuo. I Vescovi nominati da Prevost non sono stati scelti nonostante le loro posizioni sul diaconato femminile, ma proprio in ragione di esse: chi nomina un Vescovo ne conosce le idee, e chi ne nomina molti con le medesime idee sta costruendo un Episcopato che, al momento opportuno, chiederà «dal basso» ciò che il Papa desidera concedere «dall’alto». Questa è la sinodalità: la messa in scena di una domanda la cui risposta è già stata decisa.
A tutto ciò si aggiunge un aspetto che ritengo ancora più grave, e sul quale si tace colpevolmente: la promozione di donne a capo di Dicasteri romani. Abbiamo due religiose, suor Simona Brambilla[1] e suor Tiziana Merletti, rispettivamente Prefetto e Segretario del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata, che comandano a Cardinali, Vescovi, Abati e sacerdoti; un’altra religiosa, suor Reffaella Petrini Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano e Presidente del Governatorato; una laica, Maria Montserrat Alvarado, a capo del Dicastero per la Comunicazione che coordina e riorganizza l’intero sistema comunicativo della Santa Sede; donne nominate membri e consultrici di vari Dicasteri, tra cui quello per i Vescovi[2], cioè chiamate a decidere le promozioni all’Episcopato. Ora, il potere di governo nella Chiesa non è una funzione amministrativa che si possa attribuire a chiunque per decreto: esso è per sua natura connesso alla sacra potestas, che scaturisce dal Sacramento dell’Ordine, perché nella Chiesa — che è una società soprannaturale e non un’azienda — si governa in quanto si è configurati a Cristo Re e Sommo Sacerdote. Separare la giurisdizione dall’Ordine, conferendo a chi non può ricevere l’Ordine il potere di reggere coloro che lo hanno ricevuto, significa rovesciare la costituzione gerarchica che Nostro Signore ha dato alla Sua Chiesa. Ecco perché dico che Bergoglio, e ora Prevost, fanno molto di più e molto peggio che conferire gli Ordini sacri a queste donne. Un’ordinazione invalida sarebbe un sacrilegio, ma resterebbe un atto nullo; qui invece si smonta pezzo per pezzo l’ordine sacramentale, si rende la sacra potestas un accessorio superfluo, e si abitua il clero a obbedire a chi non ha alcun titolo divino per comandargli. È un attentato micidiale alla costituzione divina della Chiesa, condotto per via di fatto, senza bisogno di toccare un solo dogma.
Gaetano Masciullo: Il terzo e il quarto nodo individuati da Martini erano rispettivamente quello della morale sessuale e quello della disciplina del matrimonio. Nel suo libro-intervista ufficiale con Elise Ann Allen, Leone XIV ha dichiarato che si devono «cambiare gli atteggiamenti» delle persone prima ancora di cambiare la dottrina. Secondo Lei, quali mezzi vogliono utilizzare i neo-modernisti al potere per portare avanti questo cambiamento?
Quella frase merita di essere pesata, perché è una confessione. «Cambiare gli atteggiamenti prima di cambiare la dottrina» significa che la dottrina si cambia, ma non per prima: si cambia per ultima, quando ormai nessuno la crede più e la sua abrogazione formale appare come un mero atto notarile. È il metodo modernista descritto da San Pio X nella Pascendi: non si attacca frontalmente il dogma, si trasforma la mentalità che lo sostiene, si separa la fede dalla vita, e si lascia che la vita, così separata, trascini con sé la fede. In realtà non occorre nemmeno cambiare il dogma: lo si rende irrilevante per via pastorale.
E questo metodo ha oggi la sua carta teorica, che quasi nessuno ha voluto leggere per ciò che è. Nella Evangelii gaudium Bergoglio ha enunciato quattro principi, e il primo di essi — «il tempo è superiore allo spazio» — è la chiave che apre tutti gli altri: «dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi». In altre parole: non definire, ma avviare; non fissare un risultato, ma innescare una dinamica che nessuno potrà più fermare. Lo spazio è il territorio delimitato; il confine, la definizione dogmatica, il canone che dice fin dove è lecito andare; il tempo è il processo che quel confine lo erode senza mai dichiarare di volerlo abbattere. E si noti l’astuzia: chi presidia uno spazio deve difendere una posizione, e una posizione si può assediare, discutere, confutare; chi avvia un processo non ha posizioni da difendere, e perciò è inattaccabile. Non gli si può opporre nulla, perché non ha ancora affermato nulla.
Mi si obietterà che questo non è Hegel ma Romano Guardini, sul quale Bergoglio lavorò senza mai condurre a termine la sua tesi di dottorato. La polarità guardiniana — il Gegensatz — è concepita precisamente contro la contraddizione dialettica, giacché le tensioni vanno tenute insieme e non risolte in una sintesi superiore. Si chiami sintesi hegeliana o processo mai concluso, il risultato è che nessuna verità resta un punto fermo, ma diviene il momento di un divenire. E ciò che in Hegel era filosofia della storia, e in Marx si fece prassi rivoluzionaria (la prassi che precede il principio, lo giudica e lo sovverte) nella chiesa sinodale si chiama pastorale. Ed ecco l’opera sotto i nostri occhi: Amoris Lætitia non abroga l’indissolubilità del Matrimonio, apre un processo; Fiducia Supplicans non dichiara lecita l’unione irregolare, benedice chi vi si trova; il cammino sinodale non decide nulla, e proprio per questo decide tutto. La dottrina non viene mai formalmente toccata, e appunto per questo non può mai essere formalmente contestata. Non vi è proposizione da censurare, non vi è eresia da condannare, non vi è nulla su cui pronunciare un anatema. Al fedele resta la lettera intatta di un dogma che nella vita della Chiesa non vige più. Ma è esattamente questo che il Concilio Vaticano I colpiva con l’anatema, vietando che ai dogmi proposti dalla Chiesa si attribuisse un giorno un senso diverso da quello che essa ha inteso e intende: eodem sensu eademque sententia.
I mezzi sono quelli che vediamo all’opera da decenni. Il primo è il linguaggio: si sostituisce «peccato» con «fragilità», «conversione» con «cammino», «verità» con «discernimento», «legge di Dio» con «ideale». Il secondo è la prassi pastorale, resa deliberatamente ambigua: Amoris Lætitia con le sue note a piè di pagina, Fiducia Supplicans con le sue benedizioni che benedicono senza benedire; e ora la strategia di Prevost, che non ha ritirato nulla di tutto ciò ma lo lascia operare «con calma». Il terzo è la formazione: seminari, facoltà teologiche, catechesi, in cui da sessant’anni si insegna che la morale cattolica è un residuo storico da superare. Il quarto è la scelta dei pastori: si promuovono coloro che praticano l’ambiguità e l’errore, e si emarginano coloro che parlano chiaro.
E sotto tutto questo vi è un’alleanza che non ho mai esitato a denunciare: quella tra la chiesa sinodale e l’agenda globalista. Non si tratta di un’ideologia fra le altre, ma della sintesi di tutte le ideologie di destra e di sinistra, che per due secoli hanno finto di combattersi mentre conducevano gli uomini al medesimo approdo; una sintesi di matrice neomalthusiana, che nell’uomo non vede più l’immagine di Dio ma un’eccedenza da amministrare, e che perciò è antiumana prima ancora di essere anticristica. Le sue articolazioni le conosciamo, e ciascuna colpisce un aspetto preciso dell’ordine voluto dal Creatore: la dissoluzione della famiglia naturale; il pansessualismo e l’ideologia di genere, che negano l’uomo creato masculum et feminam; il vaccinismo, che fa del corpo una proprietà dello Stato; l’ecologismo, che sostituisce al culto del Creatore quello della creatura; l’immigrazionismo, che dissolve le nazioni e con esse i popoli cristiani; e al vertice il transumanesimo, che promette all’uomo la divinizzazione senza Dio già promessa nell’Eden dal serpente: eritis sicut dii.
La chiesa conciliare non subisce questo processo: vi partecipa. Ha rinunciato a giudicare il mondo e ha accettato di esserne giudicata; ha smesso di convertirlo, e si è lasciata convertire da esso. Ecco perché il terzo e il quarto nodo di Martini non sono affatto nodi da sciogliere: il matrimonio indissolubile e la morale sessuale non sono l’involucro storico di un’epoca tramontata, ma la carne stessa del Vangelo, e sono parole di Nostro Signore — quod ergo Deus coniunxit, homo non separet. Chi pretende — da Papa — di cambiarle non riforma la Chiesa: fonda un’altra religione, e la fonda sulle rovine di quella che aveva ricevuto in custodia.
[1] Suor Brambilla ha accanto un Pro-Prefetto, il Cardinale Ángel Fernández Artime, nominato con lei il 6 gennaio 2025 e riconfermato da Leone XIV. L’invenzione stessa della figura del Pro-Prefetto è la confessione implicita che quell’ufficio esige la sacra potestas — un espediente che ammette il problema fingendo di risolverlo.
[2] Le tre donne al Dicastero per i Vescovi sono Petrini, Brambilla, Reungoat, nominate membri nel luglio 2022.
+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
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Gli esperti dichiarano che l’Ucraina sta perdendo il suo vantaggio tecnologico a causa dell’innovazione rivoluzionaria russa

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Due articoli illuminanti sull’Ucraina hanno fatto il giro del web, rivelando il clima di crescente pessimismo che serpeggia tra i pensatori e i personaggi influenti dell’establishment riguardo alla situazione attuale e alle prospettive future del Paese.
Va notato che i principali organi di informazione stanno diventando sempre più espliciti nelle loro valutazioni, come dimostrano diversi articoli recenti che invocano “onestà” nel dialogo occidentale sulla reale situazione dell’Ucraina.
Il problema è che l’onestà deve partire dai principi fondamentali: ciò significa stabilire i fatti più basilari, basilari e cardine di un dato scenario. Nel caso dell’Ucraina, la valutazione basata sui principi fondamentali dovrebbe derivare dai costi quantificabili della guerra, in primis quello delle vittime. Se l’Occidente non è in grado di esaminare onestamente le reali perdite dell’Ucraina con la stessa attenzione che dedica settimanalmente a quelle della Russia, non si avvicinerà mai alla verità della situazione. Questo perché praticamente tutti i problemi attuali dell’Ucraina derivano dall’elevatissimo tasso di perdite umane, ed è l’elefante nella stanza più importante che l’Occidente continua a ignorare clamorosamente.
Ora passiamo ai pezzi.
Il primo da Spectator Fa un’affermazione audace:
L’articolo inizia con tre “spunti deprimenti” a seguito dell’ennesimo inutile scambio di battute diplomatiche tra Kushner e Witkoff:
Vladimir Putin non ha modificato minimamente i suoi obiettivi di guerra dal 2022 e rimane determinato a continuare a combattere. Donald Trump non ha un nuovo piano di pace se non quello di porre fine alla guerra in Ucraina alle condizioni di Putin. E Kiev sta esaurendo i fondi e gli uomini per difendersi, così come ha già esaurito i caccia intercettori Patriot per difendere i suoi cieli dai bombardamenti del Cremlino.
Questi sono i tre aspetti deprimenti emersi dall’ultimo ciclo di diplomazia itinerante tra Mosca e Kiev, condotto dal genero di Trump, Jared Kushner, e dall’inviato speciale Steve Witkoff.
L’autore mantiene il tono cupo della sua valutazione nel descrivere il crescente vantaggio della Russia sul campo di battaglia, che svolgerà un ruolo chiave nella nostra esegesi successiva:
Ancora più importante, mentre il Cremlino continua la sua spietata campagna per rendere invivibili le città ucraine, distruggere l’economia del paese e privarlo del suo futuro, la capacità di Kiev di difendersi è seriamente a rischio.
Parte dell’incubo che si sta consumando in Ucraina è di natura tattica. Ogni sistema d’attacco a lungo raggio russo è diventato più devastante. Una nuova generazione di droni d’attacco Geran a propulsione a reazione, molto più veloci e precisi dei vecchi modelli iraniani Shahed, viene schierata in massa. La Russia sta sviluppando almeno due nuovi sistemi missilistici da crociera a basso costo e sta intensificando la produzione di missili balistici lanciati da aria e da terra. “Questa è una guerra di città e infrastrutture. Nessuno la vincerà”, ha dichiarato al Guardian questo fine settimana Serhii Beskrestnov, consigliere di Zelensky per le tecnologie di difesa e figura di spicco dell’establishment della difesa di Kiev. “L’attacco è diventato più forte della difesa”. Beskrestnov prevede che l’Ucraina non sarà in grado di procurarsi un numero sufficiente di missili per proteggere completamente le sue città dalla devastazione durante questo inverno.
L’articolo è sorprendentemente perspicace nella sua onesta analisi dei molteplici modi in cui l’Ucraina sta perdendo la guerra:
Ma una parte più consistente della lenta e inesorabile sconfitta dell’Ucraina è di natura strategica…
…il terzo e più grave fallimento è il rifiuto di prendere seriamente in considerazione un coinvolgimento del Cremlino nei colloqui di pace e l’idea ostinatamente radicata che incoraggiare l’Ucraina a combattere e combattere all’infinito porterà magicamente alla vittoria.
Aspetto ancora più critico, l’autore cita l’imminente disastro di bilancio dell’Ucraina in un momento in cui la propensione europea a concedere prestiti illimitati si è esaurita:
Il punto di svolta – in cui quelle promesse si scontreranno duramente con la realtà – arriverà presto sotto forma di un’imminente crisi fiscale a Kiev. Il Primo Ministro ucraino Serhii Koretsky ha recentemente annunciato che Kiev ha già speso la maggior parte dei fondi per la difesa previsti per il 2026 e si trova ad affrontare un incombente buco di bilancio di 26 miliardi di euro (30 miliardi di dollari), nonostante un recente prestito di 90 miliardi di euro (104 miliardi di dollari) dall’UE. Tale prestito, ottenuto dopo mesi di trattative a Bruxelles, rappresentava il massimo che l’UE fosse realisticamente in grado di raccogliere. Mentre l’Ucraina si avvia verso l’inverno più duro e punitivo della guerra, rischia di rimanere senza non solo missili Patriot e uomini per il fronte, ma anche senza i fondi per continuare a combattere.
Un esempio concreto:
L’ultima trovata dell’autore è la più onesta e realistica: invece di invocare subdolamente più armi e un’escalation senza fine, come fanno la maggior parte di questi articoli nei paragrafi conclusivi, l’autore ammette che il dialogo diplomatico con la Russia è l’unica via rimasta per salvare l’Ucraina, notando con precisione che ogni singola offerta di pace è stata progressivamente peggiore.
Cosa può salvare l’Ucraina dal collasso politico e militare? Ci sono segnali che il tabù politico europeo sul confronto con Putin si stia incrinando. Alice Weidel, dell’AfD tedesca, reduce dalla vittoria alle elezioni in Sassonia, ha chiesto “un canale di comunicazione aperto con la Russia per raggiungere un’intesa e una soluzione pacifica”. Secondo Iuliia Mendel, addetta stampa di Zelensky dal 2019 al 2021, “stanno emergendo nuove forze, e si stanno rafforzando”, che rappresentano “la nostra unica possibilità per un’Europa pacifica… Più armi non ci salveranno. Non l’hanno mai fatto”.
Finora, ogni offerta di pace si è rivelata peggiore per Kiev rispetto alla precedente. Sembra che l’intenzione di Putin sia quella di infliggere un ultimo, brutale colpo alle città ucraine prima di porre fine alla guerra alle sue condizioni, forse il prossimo anno. L’amministrazione Trump ha da tempo rinunciato all’idea di sostenere una vittoria completa dell’Ucraina, e spetterà agli storici decidere se la decisione di ritirare gli aiuti e le armi americane si sia rivelata una profezia che si autoavvera. L’Europa, dal canto suo, continua a parlare, ma non ha un piano concreto per aiutare o salvare l’Ucraina dalla furia del Cremlino, né tantomeno per schiacciare l’economia russa o spezzare la volontà di Putin.
Questo ci porta al prossimo articolo, il più importante, completo di due titoli alternativi:
L’articolo è stato scritto per il Washington Post dall’ex capo di Google Eric Schmidt, che ha intrapreso una seconda carriera di successo come organizzatore e imprenditore nel settore delle tecnologie belliche anti-russe. Dopo un recente viaggio a Kiev, la valutazione di Schmidt è più cupa che mai:…

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La Banda Bassotti di Kiev. Anche il NYT dà dei “ladri” alla congrega di Zelensky (A. Puccio)
06/09/2026

Nel 2024 l’Ucraina ha perso circa 1,2 miliardi di dollari a causa di frodi, malversazioni e cattiva gestione negli appalti di armamenti, secondo quanto appurato dal quotidiano da verifiche riservate del Servizio Statale di controllo interno del Ministero della Difesa.
“Tutto ciò che in Ucraina non è fissato con i chiodi verrà rubato. È una tradizione di lunga data”, – ha dichiarato l’esperto statunitense di anticorruzione James Wasserstrom.
“Tutto ciò che in Ucraina non è fissato con i chiodi verrà rubato. È una tradizione di lunga data”, – ha dichiarato l’esperto statunitense di anticorruzione James Wasserstrom.
Un esempio è rappresentato dall’impresa di Shiman, che ha fornito all’esercito centinaia di migliaia di munizioni per mortaio inutilizzabili. Ciononostante, lo stabilimento ha continuato a ricevere nuovi contratti, e il primo grande accordo da 280 milioni di dollari è stato siglato dalle autorità quando lo stesso Shiman si trovava già in libertà vigilata su cauzione per un caso di corruzione.
Ma noi, nonostante i controlli, continuiamo a inviare soldi all’Ucraina.
Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info
L'articolo Gli esperti dichiarano che l’Ucraina sta perdendo il suo vantaggio tecnologico a causa dell’innovazione rivoluzionaria russa proviene da Blondet & Friends.



