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La Cina contro le mafie del Myanmar: così Pechino ha smantellato l’impero delle truffe

Dieci minuti. È bastato questo tempo a una task force cinese per arrestare alcuni esponenti delle cosiddette “quattro grandi famiglie” del nord del Myanmar, dopo il loro ingresso in territorio cinese nell’ottobre 2023. È uno degli episodi raccontati dal documentario ‘The Demise of Myanmar-Based Telecom Fraud’, dedicato alla vasta operazione con cui Pechino ha smantellato le organizzazioni criminali responsabili di truffe ai danni di cittadini cinesi. La campagna era partita nell’estate del 2023 contro quattro principali centri delle frodi nel nord del Myanmar. Di fronte al rifiuto di alcuni gruppi di collaborare, le autorità cinesi decisero di abbandonare i negoziati e passare all’azione. Dopo una sparatoria che coinvolse cittadini cinesi nell’ottobre 2023, Cina e Myanmar istituirono una squadra investigativa congiunta.

Per la prima volta la polizia cinese entrò nei complessi utilizzati dalle organizzazioni criminali a Kokang per raccogliere prove, operando anche mentre infuriavano i combattimenti e cadevano bombe nelle vicinanze. Il documentario mostra anche la dimensione violenta del sistema: in un complesso controllato dalla famiglia Ming è stato scoperto un poligono sotterraneo dove sarebbero stati uccisi lavoratori coinvolti nelle truffe. Le organizzazioni criminali avevano trasformato frodi, gioco d’azzardo, droga e prostituzione in un vero sistema economico, protetto da gruppi armati e da importanti famiglie locali.

Il gruppo guidato da She Zhijiang, ad esempio, aveva creato oltre 200 piattaforme di gioco online, coinvolgendo 330.000 cittadini cinesi e movimentando più di 2,7 miliardi di yuan. La risposta cinese ha portato all’arresto di oltre 57.000 cittadini cinesi sospettati di coinvolgimento nelle frodi attraverso operazioni coordinate tra Cina e Myanmar. I principali esponenti delle organizzazioni sono stati perseguiti, condannati e, in diversi casi, giustiziati. Il risultato della campagna si riflette anche nei dati più recenti: in Cina i casi di frode telefonica sono diminuiti per undici mesi consecutivi rispetto all’anno precedente e, nella prima metà del 2026, le denunce sono calate del 15,6%.

La vicenda mostra così la dimensione di un'operazione che Pechino ha condotto attraverso pressione diplomatica, cooperazione transfrontaliera e azione diretta contro le strutture criminali. Il messaggio lanciato ai gruppi del Myanmar è stato inequivocabile: la protezione offerta da confini e reti criminali non sarebbe più stata sufficiente a sottrarsi alla repressione cinese.


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Trump e il petrolio, l’Europa davanti a un ricatto permanente

Cento milioni di barili potrebbero far scendere temporaneamente i prezzi dei carburanti e offrire un sollievo all’economia europea. Ma insieme ad essi l’Europa rischierebbe di perdere anche una parte della propria autonomia politica, scrive Advance.

L’UE è caduta in una trappola e Trump ha capito che, chiudendo il rubinetto, può costringere gli europei a fare concessioni. Il problema è che il meccanismo può ripetersi: oggi saranno richieste determinate concessioni, domani potrebbero essere altre, stabilite di volta in volta da Washington.



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Flávio Bolsonaro davanti a Lula: cosa racconta davvero il voto brasiliano

Il primo turno delle elezioni brasiliane ha prodotto un risultato destinato a pesare molto più del semplice vantaggio con cui Flávio Bolsonaro ha superato Lula. Il candidato del Partido Liberal ha ottenuto il 47,03% dei voti contro il 45,16% del presidente uscente, ribaltando le indicazioni della maggior parte dei sondaggi della vigilia. Il direttore di Quaest Felipe Nunes ha individuato nel risultato un forte movimento di “voto utile” a destra. Le candidature minori avrebbero funzionato, durante la campagna, come una sorta di “cassa d'acqua”, un serbatoio di consensi pronto a spostarsi verso Flávio quando la sua candidatura è apparsa realmente competitiva.

Marco Fernandes, membro del Consiglio Civile dei BRICS e analista geopolitico, invita invece a riconsiderare il ruolo degli stessi sondaggi. Una parte significativa dell'elettorato, sostiene, decide il proprio voto addirittura la mattina delle elezioni, rendendo molto più difficile fotografare con precisione un quadro in rapido movimento. Il sociologo Gabriel Puricelli sottolinea però che il risultato rientrava nelle oscillazioni indicate dalle rilevazioni e che la tendenza più evidente era il progressivo “stagnamento” del voto di Lula accompagnato dalla crescita di Bolsonaro. Per il ballottaggio, secondo Puricelli, il fattore sorpresa è ora dalla parte di Flávio, mentre i voti delle altre candidature di destra costituiscono il bacino più difficile da conquistare per il presidente uscente. La partita, tuttavia, non riguarda soltanto la presidenza. Il Partido Liberal ha conquistato 121 deputati e 28 senatori, raggiungendo la maggiore rappresentanza della propria storia. Per Marco Fernandes si tratta della prima volta dagli anni Ottanta in cui un partito raggiunge una simile forza parlamentare. Anche nell'eventualità di una vittoria di Lula, avverte l'analista, il rapporto con il Congresso sarebbe “più complicato” rispetto al precedente mandato.

Il politologo José Henrique Artigas parla di una vera e propria “valanga” di voti verso l'estrema destra, sottolineando come il PL sia diventato il partito più forte del Brasile anche grazie alla conquista di parlamentari e governi statali. A suo giudizio, non si tratta più semplicemente dell'avanzata di un'opposizione liberal-conservatrice, ma di una destra che ha acquisito una capacità di presenza territoriale mai raggiunta prima. Artigas interpreta inoltre la trasformazione della comunicazione politica come uno degli elementi decisivi. Il campo conservatore, sostiene, ha saputo sfruttare meglio la nuova centralità degli algoritmi, attraverso una comunicazione costruita per colpire direttamente singoli gruppi di elettori. Una dinamica che avrebbe favorito la crescente capillarità del PL. Lula dovrà ora affrontare anche il problema di una parte dell'elettorato che, pur in presenza di indicatori economici positivi, continua a percepire una distanza tra i dati macroeconomici e la propria vita quotidiana. Criminalità, trasporti, lavori usuranti e indebitamento alimentano quella “frustrazione molto grande della popolazione” evidenziata da Fernandes.

Il ballottaggio del 25 ottobre si giocherà dunque su margini strettissimi. Puricelli avverte che sarebbe irresponsabile attribuire oggi un vantaggio a uno dei due candidati: la differenza è troppo ridotta e anche la partecipazione degli elettori che non hanno votato al primo turno potrebbe incidere. Il primo turno ha però già consegnato una certezza politica: qualunque sia il risultato presidenziale, il Brasile si avvia verso una nuova fase, nella quale il PL e il bolsonarismo dispongono di una forza parlamentare e territoriale senza precedenti nella storia recente del Paese.

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Mano libera alle forze dell'ordine: la Francia reprime gli studenti

 

Da tre settimane i licei francesi sono in blocco. Oggi, lunedì 5 ottobre gli istituti in protesta sono almeno 413, e per martedì 6 è prevista una mobilitazione intersindacale di grosse dimensioni. Ma quello che sta facendo discutere non è solo la protesta. È come lo Stato ci sta rispondendo.

Il ministro dell'Interno Laurent Nuñez non ha fatto mistero di come la pensa. Ha detto che non darà "nessuna istruzione di moderazione e nessuna istruzione di non utilizzare tutto l'armamento intermedio a disposizione delle forze di sicurezza interne". Tradotto: mano libera. La Ligue des Droits de l'Homme ha parlato di una "deriva complessiva rispetto allo Stato di diritto" negli interventi contro gli adolescenti, e ha aggiunto che il diritto internazionale "viene completamente calpestato".

I numeri, del resto, sono pesanti. Giovedì 1 ottobre il ministro dell'Educazione nazionale Edouard Geffray ha riferito che dall'inizio del movimento 170 studenti erano rimasti feriti. Poi ci sono i casi singoli, che uno per uno raccontano qualcosa di più grande.

A Lens un ragazzo di 15 anni ha subito una grave ferita alla mano. La dinamica è ancora confusa. Una fonte sindacale della polizia sostiene che il liceale avrebbe voluto raccogliere la granata per rilanciarla, e che questa gli sarebbe esplosa in mano. Il procuratore di Béthune e il prefetto del Pas-de-Calais non hanno confermato questa versione. Il procuratore Etienne Thieffry è stato prudente: ha detto di non essere "in grado di rispondere [sulla questione di sapere] se questo adolescente avesse formalmente raccolto una granata esplosa nella sua mano, o se la granata gli fosse atterrata addosso". E ha aggiunto di non essere "in grado" nemmeno di "indicare quali granate siano state utilizzate". Una ragazza che era vicina al liceale al momento dell'esplosione ha raccontato una cosa diversa: "Stavamo correndo, hanno lanciato questa palla, non so cosa fosse esattamente. L'ha ricevuta nella mano e all'improvviso è esploso". Afferma che un altro ragazzo è stato colpito a una gamba.

A Tours, il 30 settembre, un altro studente ha perso l'uso dell'occhio destro dopo un colpo di LBD (Lanceur de balle de défense). La procura ha confermato che i colpi erano "compatibili" con le "lesioni all'occhio". La famiglia ha sporto denuncia per "violenze da parte di persona che esercita pubblica autorità".

A Saint-Ouen-l'Aumône, nel Val-d'Oise, un ragazzo di 14 anni ha riportato una doppia frattura della mascella, tutti i denti superiori rotti e molti denti inferiori rotti. La sua avvocata, Elsa Marcel, ha detto che il ragazzo se ne stava "isolato" ed è stato "preso di mira dai poliziotti, che lo colpiscono", prima che un agente "spari in testa a un metro di distanza" con un LBD. Il minore, secondo l'avvocata, "ha creduto di morire".

Sempre nel Val-d'Oise, il 1 ottobre, un sedicenne è stato ferito all'occhio dopo un colpo di LBD sulla dalle di Argenteuil. Il parquet ha aperto un'inchiesta dell'IGPN. Secondo la prefettura, i poliziotti avrebbero dovuto affrontare "due giovani situati a una ventina di metri che avevano sparato mortai in loro direzione". "In risposta, due poliziotti portatori di LBD ne facevano uso. I proiettili raggiungevano i due giovani che poi fuggivano".

Poi c'è il caso di Aina, 14 anni, ad Alençon. Un video girato da una giornalista locale la mostra trascinata da un poliziotto che la stringe con il braccio al collo. Siamo al 29 settembre, a margine del blocco del liceo Leclerc-Navarre. Aina ha raccontato il suo trauma: "Ho molto male al collo, ho dolori muscolari, ho male alla mascella. È un po' complicato perché ci ripenso molto". Dice che ha creduto di "rimanerci". I genitori hanno sporto denuncia. Le forze dell'ordine hanno parlato di un intervento "proporzionato", che ha "rispettato il quadro regolamentare". Il delegato sindacale Unité SG Police dell'Orne, Laurent Barreteau, ha detto che "per me non c'è violenza o, in ogni caso, sproporzione", aggiungendo che "abbiamo solo una parte del video" e che si vede un poliziotto che "blocca la ragazza e la sposta".

La LDH ha chiesto "la messa in atto prioritaria di un dialogo con i giovani", "il trattamento sistematico dei bambini per quello che sono, persone da proteggere come stipula la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia", "l'applicazione di una politica di de-escalation delle tensioni" e "l'abolizione definitiva delle pratiche di mantenimento dell'ordine liberticide".

Il punto però non è solo la repressione in sé, per quanto grave. Il punto è che neoliberismo e repressione vanno sempre a braccetto. Le politiche di austerità hanno svuotato la scuola pubblica, tagliato i servizi, arricchito i più ricchi e impoverito tutti gli altri. Quando la gente scende in piazza per rivendicare quello che le è stato tolto, la risposta non è mai politica. È sempre poliziesca. E non è un caso isolato, non è un eccesso di zelo di qualche agente. È il modello. Il neoliberismo produce disuguaglianza, la disuguaglianza produce rabbia, la rabbia viene repressa. E la repressione serve a proteggere l'ordine che ha prodotto quella rabbia. Un regime che si dice liberale e democratico ma che per imporre un regime che la maggioranza dei cittadini rifiuta come ingiusto e inegualitario deve ricorrere all'autoritarismo. L'autoritarismo non è un incidente di percorso. È la condizione necessaria perché il neoliberismo sopravviva.

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L'avvertimento di Lula a Bolsonaro in vista del ballottaggio

Il presidente brasiliano e candidato alla rielezione Luiz Inácio Lula da Silva ha lanciato un avvertimento al suo rivale politico Flávio Bolsonaro, in seguito ai risultati del primo turno elettorale, che hanno visto prevalere l'esponente della destra.

"Sono molto bravo negli scontri diretti. Bolsonaristi, preparatevi, perché vi sconfiggeremo", ha scritto il presidente sul suo account X.

Eu sou muito bom no mata-mata. No tête-à-tête. Os bolsonaristas se preparem, porque nós vamos derrotá-los. https://t.co/x7ILCy5gYD

— Lula (@LulaOficial) October 5, 2026

Lo storico leader brasiliano ha rilasciato queste dichiarazioni dopo l'annuncio dei risultati del primo turno delle elezioni, in cui Lula ha ottenuto il 45,16% dei voti totali, mentre Bolsonaro lo ha superato di quasi due punti percentuali, attestandosi al 47,03%.

Il leader del Partito dei Lavoratori (PT), che era in testa ai sondaggi, ha definito il risultato "inaspettato", poiché contava di vincere senza ricorrere al ballottaggio.

Lula ha dichiarato che questo lunedì inizia una "nuova campagna" per "mostrare la vera immagine del Brasile di oggi e del Brasile che vogliamo".

Il ballottaggio si terrà il 25 ottobre.

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Sánchez va al voto, la piazza risponde con lo sciopero: la Spagna della casa non aspetta

 

Pedro Sánchez ha sciolto le Camere. La mossa dell’esponente socialista ha ribaltato la scena politica spagnola: elezioni anticipate il 29 novembre, con un anno di anticipo sulla scadenza naturale della legislatura. La decisione non è arrivata dal nulla, ma è la conseguenza diretta di un voto che ha fatto tremare le fondamenta del governo. Venerdì scorso, il Congresso ha affossato i due decreti legge sulla casa, quelli che dovevano fermare gli sfratti e mettere un freno alla speculazione immobiliare. A votare contro, un fronte trasversale che ha unito il Partido Popular, Vox, i conservatori catalani di Junts e l'Unión del Pueblo Navarro.

Per Sánchez, quella bocciatura è stata molto più di una sconfitta parlamentare. È stato il segnale che il suo esecutivo, già in minoranza, non ha più la forza di portare avanti le riforme sociali promesse. Nel discorso con cui ha annunciato lo scioglimento delle Cortes, il premier ha ammesso “errori” e “insufficienze”, parlando di una società indignata perché gli interessi della gente comune vengono calpestati in Parlamento a vantaggio di pochi. Ha parlato di un mondo che si affaccia a un'epoca complessa, di transizione, e ha chiesto agli spagnoli di decidere il proprio futuro. Ma dietro le parole, c'è la consapevolezza che la strada per riconquistare una maggioranza progressista passa attraverso le urne, non attraverso i corridoi del potere.

Vamos a dejarnos la piel, vamos a trabajar para ilusionar y para volver a ganar???? @sanchezcastejon https://t.co/bjc9RgeQC1

— PSOE (@PSOE) October 5, 2026

La decisione arriva nel mezzo di una mobilitazione sociale senza precedenti contro il neoliberismo e la turistificazione di massa delle principali città iberiche. Da settimane, le piazze spagnole sono occupate da chi chiede il diritto alla casa. Il caso di Maricarmen, l'ottantasettenne sfrattata dopo settant'anni di affitto, ha acceso la miccia. A Madrid, ventimila persone hanno sfilato e cinquecento hanno piantato le tende in Puerta del Sol, trasformando la piazza in un accampamento permanente. La rabbia per gli sfratti si è mescolata a quella per i prezzi degli affitti, schizzati in alto del dodici per cento in un solo anno, e per una città che sembra sempre più costruita per i turisti e non per chi ci vive.

Di fronte all'annuncio elettorale, il Sindicato de Inquilinas non ha esitato. Alicia del Río, portavoce del movimento, ha detto chiaro che la lotta per la casa non aspetterà nessun calendario elettorale. La risposta è la costruzione di uno sciopero generale, a partire da questa sera, con assemblee nei quartieri e mobilitazioni territoriali. Il messaggio è che il diritto all'abitare si conquista nelle piazze, non si aspetta che qualcuno lo conceda dall'alto. Anche Unai Sordo, segretario generale di CCOO, ha spinto per mantenere alta la tensione, parlando di uno “sciopero generale” come unica garanzia che le richieste della gente vengano ascoltate, qualunque sia il risultato delle urne. Allo stesso tempo, ha invitato a partecipare al voto, definendolo un diritto democratico fondamentale per rafforzare maggioranze che guardino ai diritti dei più vulnerabili.

Il paradosso è evidente. Sánchez va alle elezioni dopo aver fallito nel far passare le misure sulla casa, ma lo fa presentandosi come l'unico in grado di difendere i diritti sociali contro le élites.

Dall'altra parte, i movimenti sociali non si fidano più delle promesse elettorali e scelgono la strada dello sciopero, sapendo che il voto da solo non basta a cambiare le cose. Anzi, spesso è lo strumento utilizzato per spegnere le lotte. In mezzo, c'è un paese dove il diritto alla casa è diventato un campo di battaglia, dove gli affitti sono fuori controllo e dove le città si svuotano dei loro abitanti per riempirsi di visitatori occasionali.

Le elezioni del 29 novembre non saranno solo una questione di maggioranza politica. Saranno un referendum su chi ha il diritto di abitare le città spagnole, su chi può permettersi di invecchiare nella casa dove ha vissuto per tutta la vita, su chi decide il futuro dei quartieri e delle periferie. E mentre i partiti si preparano alla campagna elettorale, in piazza c'è chi ha già deciso che non aspetterà il risultato delle urne per continuare a lottare.

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La Russia valuta la ripresa dei voli diretti per Cuba

Il Ministero degli Esteri russo ha confermato che la ripresa dei voli diretti verso Cuba rimane una priorità nell'agenda bilaterale. La conferma è giunta da Alexander Shchetinin, Direttore del Dipartimento per l'America Latina del Ministero degli Esteri russo.

Il funzionario ha sottolineato che la riattivazione dei collegamenti aerei dipende dal ripristino delle condizioni tecniche e logistiche sull'isola; senza questo prerequisito, non è possibile riaprire le tratte.

Queste capacità sono state fortemente influenzate dall’intensificazione delle misure coercitive unilaterali promosse da Washington. L'interruzione temporanea delle rotte dirette risponde alla grave carenza di carburante per l'aviazione del Jet A-1, l'input da cui dipende ogni decollo.

?? Rusia mantiene en agenda la reanudación de los vuelos directos con Cuba, según la Cancillería rusa. El diplomático Alexandr Schetinin confirmó que evalúan las condiciones para retomar las conexiones aéreas. #teleSUR #Rusia #Cuba https://t.co/BsLn5xIEfZ

— teleSUR TV (@teleSURtv) October 5, 2026

La carenza è stata causata dalle sanzioni finanziarie ed energetiche coercitive firmate dall’amministrazione statunitense. Queste azioni mirano a ostacolare l’approvvigionamento di idrocarburi all’isola e colpiscono l’intero apparato di approvvigionamento.

L'Ufficio Nazionale di Statistica e Informazione (ONEI) ha registrato un calo del 48% negli arrivi di visitatori internazionali. Il totale si è attestato a sole 298.057 unità rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente: una flessione che ha più che dimezzato l'afflusso di viaggiatori nel Paese.

La crisi dell'approvvigionamento energetico si è aggravata dopo che la Casa Bianca ha imposto dazi e attuato misure intimidatorie nei confronti delle compagnie di navigazione e delle aziende energetiche che forniscono petrolio all'isola. L'impatto si estende ai trasporti, alla sanità, alla produzione alimentare e all'aviazione civile.

Il blocco economico ha trasformato la carenza di carburante in un problema strutturale. L'isola dipende dalle importazioni di greggio per alimentare aeromobili, ospedali e sistemi di trasporto. Per Mosca, la ripresa dei voli richiede condizioni operative specifiche; le operazioni sono subordinate a concrete garanzie logistiche.

Il ripristino dei voli diretti tra le due capitali richiede l'implementazione di procedure sicure per il rifornimento degli aerei russi presso gli aeroporti cubani o in scali intermedi. Questa sfida operativa è al centro della cooperazione strategica bilaterale.

La possibilità di effettuare rifornimenti durante scali intermedi è tra le alternative al vaglio di entrambe le parti. L'obiettivo è garantire che gli aeromobili non dipendano da un unico punto di rifornimento.

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Kaliningrad, il monito di Mosca e la crisi finanziaria dell’Ucraina: la guerra entra in una nuova fase


di Alessandro Bartoloni

Lo sviluppo più importante di questa settimana in Europa potrebbe non essere avvenuto sul campo di battaglia. La Russia ha lanciato un avvertimento particolarmente esplicito sulla questione di Kaliningrad, chiarendo che qualsiasi tentativo di bloccare o minacciare l’exclave potrebbe provocare una risposta con l’intero arsenale militare a disposizione di Mosca, comprese le armi nucleari. Allo stesso tempo, esponenti del governo lituano hanno ammesso di non disporre di alcuna informazione di intelligence che faccia pensare a preparativi per un imminente attacco russo contro la NATO.

Questo accostamento non è casuale. I governi occidentali continuano a discutere scenari sempre più ambiziosi lungo i confini della Russia, pur sostenendo di voler evitare uno scontro diretto. Con il suo messaggio, Mosca vuole eliminare ogni possibile ambiguità: Kaliningrad, dal punto di vista russo, non è un semplice punto di pressione nell’ambito del conflitto ucraino. È territorio sovrano della Federazione Russa e qualsiasi interferenza verrebbe considerata e affrontata come tale.

Siamo di fronte a un ulteriore inasprimento delle tensioni. Per gran parte della guerra, i Paesi della NATO hanno ampliato gradualmente il proprio coinvolgimento: condivisione di informazioni di intelligence, forniture di armi, addestramento, sanzioni e capacità di colpire obiettivi a distanze sempre maggiori. Ogni nuovo passo è stato presentato come compatibile con il quadro di intervento esistente. Kaliningrad rappresenta però un caso diverso: Mosca sta facendo capire che esistono limiti oltre i quali questa logica di progressiva escalation potrebbe non valere più.

Il fronte finanziario

L'avvertimento russo arriva mentre l'Ucraina deve fare i conti con un problema meno appariscente, ma altrettanto grave: quanto costa continuare la guerra.
Le necessità di Kiev vanno ormai ben oltre il semplice mantenimento delle truppe al fronte. Lo Stato deve garantire il pagamento di stipendi e pensioni, finanziare gli acquisti militari, riparare le infrastrutture, importare energia e programmare le forniture di armi per l'anno successivo. Il materiale esaminato indica un fabbisogno aggiuntivo di decine di miliardi e sottolinea, in particolare, la necessità di prenotare con largo anticipo munizioni e droni a lunga gittata.

È proprio questo il problema di fondo. Un nuovo pacchetto di aiuti può colmare una carenza immediata di liquidità, ma non risolve il problema strutturale. La guerra genera continuamente nuove spese: le attrezzature si consumano, le infrastrutture vengono danneggiate, i costi di manutenzione aumentano e bisogna finanziare nuovi acquisti prima ancora che le scorte esistenti siano esaurite.

La questione, dunque, non è più soltanto se l'Occidente riuscirà a trovare altri fondi, ma se sarà in grado di mettere in piedi un sistema stabile e duraturo che consenta di sostenere l'Ucraina anno dopo anno. Finora gli aiuti sono stati garantiti soprattutto attraverso una successione di interventi e decisioni politiche, piuttosto che attraverso un meccanismo strutturato e adeguato alle dimensioni del conflitto.

Una differenza che diventa sempre più rilevante con il prolungarsi della guerra.

I soldi non bastano: servono capacità industriali

Il caso degli F-16 ucraini mostra chiaramente la differenza tra gli impegni finanziari e la reale capacità industriale di sostenere una guerra.

Secondo il materiale di partenza, i ritardi nelle operazioni di manutenzione in Belgio hanno lasciato a terra una parte consistente della flotta di F-16 ucraini. Interventi che normalmente richiederebbero poche settimane finiscono per protrarsi per molti mesi. Gli aerei possono essere riparati: il problema è disporre del tempo, delle infrastrutture e delle competenze specialistiche necessarie per farlo.

Si tratta di una debolezza più generale dell'Occidente, emersa più volte nel corso del conflitto. I governi possono stanziare miliardi in tempi relativamente brevi, ma i sistemi industriali non possono essere potenziati da un giorno all'altro. Gli aerei hanno bisogno di tecnici e strutture per la manutenzione. I sistemi di difesa aerea richiedono intercettori. L'artiglieria ha bisogno di proiettili. Le reti elettriche necessitano di trasformatori e componenti specializzati.

Il vero collo di bottiglia, quindi, non è sempre il denaro. Sempre più spesso è la capacità di produrre, riparare e sostituire ciò che viene consumato.

L'arretrato nella manutenzione degli F-16 viene indicato dall'analisi come un ulteriore esempio dell'insufficiente capacità industriale occidentale di fronte a una guerra di logoramento prolungata. Ed è proprio questo il nodo centrale: il sistema di sostegno militare occidentale era stato concepito per fare affidamento sulle scorte disponibili e per affrontare operazioni di durata limitata, non necessariamente per sostenere una guerra potenzialmente senza fine, che richiede un continuo rifornimento di mezzi e materiali.

La pressione sulla rete elettrica

Nel frattempo, la Russia sembra aver esteso la propria strategia di pressione alle infrastrutture economiche ucraine.

Gli attacchi si stanno concentrando sempre più sulle reti di trasmissione dell'energia elettrica, e non soltanto sugli impianti di produzione. È una distinzione importante: un Paese può anche disporre di una capacità sufficiente a produrre elettricità, ma andare comunque incontro a gravi carenze se non riesce a distribuirla in modo efficiente attraverso sottostazioni, linee ad alta tensione e reti regionali.

Il materiale esaminato descrive attacchi mirati proprio a interrompere il funzionamento di questa rete, con conseguenti blackout.

La logica militare è quella di un logoramento progressivo, più che di un singolo colpo spettacolare. Le infrastrutture danneggiate possono essere riparate, ma ogni intervento richiede denaro, attrezzature e manodopera. Ogni nuovo attacco aumenta quindi la dipendenza dell'Ucraina dai finanziamenti esteri e dalle forniture di componenti e materiali dall'estero.

La pressione sul sistema energetico ha conseguenze dirette anche sui conti pubblici. La produzione industriale rallenta, le attività economiche si contraggono e i costi della ricostruzione aumentano. Il gettito fiscale diminuisce proprio mentre le spese dello Stato continuano a crescere.

È qui che il fronte militare e quello finanziario finiscono per intrecciarsi.

Il dilemma dell'Occidente

L'Occidente si trova oggi a dover gestire contemporaneamente diversi problemi.

L'Ucraina ha bisogno di armi subito, ma per produrle o ripararle possono essere necessari mesi, se non anni. Kiev ha bisogno oggi dei finanziamenti per acquistare i sistemi militari che le serviranno l'anno prossimo. I governi europei devono continuare a sostenere l'Ucraina mentre aumentano contemporaneamente le proprie spese per la difesa. E, nel frattempo, qualsiasi peggioramento della situazione sul campo di battaglia alimenta le pressioni per un coinvolgimento ancora maggiore dell'Occidente.

La questione di Kaliningrad è importante proprio perché Mosca sta cercando di fissare una linea rossa: il limite oltre il quale il coinvolgimento occidentale non verrebbe più considerato un semplice sostegno indiretto all'Ucraina, ma sarebbe interpretato come un intervento diretto nel conflitto.

Il pericolo non sta necessariamente nel fatto che una delle due parti voglia davvero allargare la guerra. Il rischio è che il progressivo deterioramento della situazione finisca per spingere tutti verso decisioni sempre più azzardate. Pressione militare, difficoltà finanziarie e impazienza politica tendono infatti ad alimentarsi a vicenda.

Ecco perché l'avvertimento di Mosca merita attenzione, al di là delle dichiarazioni di facciata. L'obiettivo è restringere il margine di manovra dell'Occidente proprio mentre, su altri fronti, le possibilità di intervento diventano sempre più difficili da gestire.

Una guerra di capacità

La guerra si sta trasformando sempre più in una prova di tenuta dei sistemi, piuttosto che in una semplice competizione tra singoli armamenti.

L'Ucraina può ricevere nuovi finanziamenti, ma il fabbisogno continua a ripresentarsi. Gli F-16 possono essere riparati, ma le capacità di manutenzione sono limitate. Le reti elettriche possono essere ripristinate, ma possono essere nuovamente colpite. Le armi possono essere ordinate, ma le linee di produzione non sono in grado di aumentare immediatamente la propria capacità.

La vera sfida, quindi, non riguarda tanto un singolo pacchetto di aiuti o un particolare sviluppo sul campo di battaglia, quanto la capacità di sostenere lo sforzo bellico nel tempo.
Per l'Occidente, questo significa trasformare gli impegni finanziari in produzione industriale concreta, a un ritmo sufficiente per sostenere l'Ucraina senza esaurire le proprie scorte e senza superare il limite della propria disponibilità politica a continuare a finanziare il conflitto.

Per la Russia, invece, significa mantenere la pressione militare e, allo stesso tempo, dimostrare che qualsiasi tentativo di allargare il confronto comporterebbe rischi che vanno ben oltre i confini dell'Ucraina.

La questione di Kaliningrad e la crisi finanziaria ucraina possono sembrare due vicende separate. In realtà, sono strettamente collegate.

Entrambe pongono la stessa domanda: per quanto tempo ciascuna delle due parti sarà in grado di sostenere i costi materiali, finanziari e politici di questa guerra, prima che emergano i limiti della propria strategia?

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Merz a Kiev per i miliardi dell'industria di guerra


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


5 ottobre. «Putin bombarda anche Merz», gridano a La Stampa, aggiungendo che il cancelliere tedesco sarebbe arrivato a Kiev, con una «visita a sorpresa», proprio mentre la capitale è sotto tiro costante dei droni russi. E, quasi ci fosse ancora bisogno di testimoniare come i fogli italici più bellicisti rispondano ai medesimi datori di lavoro e attingano alle medesime veline, ecco che, scopiazzandosi l'un l'altro il componimento, Stampa e Corriere della Sera si esaltano al rimando reaganiano di Merz che, sceso dal treno, omelia gesuiticamente «Signor Putin, ponga fine a questa guerra insensata. Siamo pronti a colloqui. Siamo pronti a parlare insieme della fine di questa guerra. Ma questi attacchi barbari contro la popolazione civile devono cessare». Un sermone che, ci dicono da Torino e da Milano, fa rivivere il «Mister Gorbachev, tear down this wall», «butti giù questo muro», di Ronald Reagan a Berlino nel 1987. Beh: la Russia non è l'URSS e nemmeno Putin è Gorbacëv.

Ora, il viaggio apostolico e l'orazione papale sulla “pacem in terris” ucraina, da parte di quello che gli stessi tedeschi considerano il loro peggior cancelliere, dice in realtà altre cose, rispetto a quelle raccontate dai media guerrafondai: a partire dalla constatazione che la visita a Kiev di Merz, che negli ambienti politici tedeschi è soprannominato il "Cancelliere ucraino", 

esattamente nel giorno della festa dell'unità germanica, proprio “a sorpresa” non è stata, anche se viene presentata come tale. Non foss'altro che per la semplice constatazione che tali viaggi vengono preparati nei dettagli, come testimonia la presenza, accanto a Merz, di esponenti delle maggiori industrie belliche tedesche. Quanto al titolo a sensazione de La Stampa su Vladimir Putin che «bombarda anche Merz»: di questo più avanti.

Intanto, i risultati dell'incontro, come sintetizzati per la russa Vzgljad dal politologo tedesco Alexander Rahr, secondo il quale la visita di Merz a Kiev ha permesso a Vladimir Zelenskij di compiere un ulteriore passo verso l'obiettivo di trascinare l'Europa in un conflitto diretto con la Russia. Nel contesto della politica estera, la visita a Kiev del cancelliere è stata «accolta piuttosto positivamente da alcuni media e dall'opinione pubblica tedesca. Tuttavia, è improbabile che ciò influisca sul suo indice di gradimento nazionale, che si attesta ai minimi storici. Non si può certo affermare che il viaggio in Ucraina abbia migliorato la sua posizione agli occhi degli elettori», osserva Rahr. Secondo un sondaggio del gruppo “Wahlen”, la percentuale di coloro che sono favorevoli a un maggiore sostegno a Kiev è scesa dal 43% di febbraio al 32% di giugno.
Altro fatto, che la visita ha avuto implicazioni commerciali positive per le aziende militari tedesche e per altre imprese che si affidano a contratti governativi legati alla crisi ucraina. «Nel complesso, i sostenitori della visita di Merz a Kiev vedono questo gesto come una manifestazione di solidarietà europea con l'Ucraina e una risposta decisa all'"aggressione russa”», anche se un altro segmento della società tedesca ha un'opinione opposta: i critici ritengono che «Merz non abbia fatto abbastanza per la diplomazia e per una soluzione pacifica e ritengono che il Cancelliere stia contribuendo al protrarsi del conflitto e all'aumento delle pericolose tensioni nei rapporti con la Russia», altro che quell'ipocrita «Signor Putin, ponga fine a questa guerra insensata», incensato da Stampa e Corriere!

Nella sostanza, il politologo tedesco vede, come principale risultato della visita di Merz, un ulteriore passo di Zelenskij verso il suo sogno di trascinare l'Occidente in un conflitto militare diretto con la Russia: «Solo in questo scenario il capo del regime di Kiev vede la sua ultima possibilità di resistere sul campo di battaglia», dice Rahr, osservando che la maggior parte dei paesi occidentali si sta gradualmente ritirando dalla partecipazione al conflitto. 

Dunque, al di là dell'episcopale strappalacrime «Siamo pronti a colloqui. Siamo pronti a parlare insieme della fine di questa guerra», a uso e consumo di una parte dell'elettorato tedesco, il succo della visita “pacifista” a Kiev era rappresentato dalla presenza, insieme a Merz, della ministra dell'economia Katherine Reiche e dai vertici di Siemens Energy, Hensoldt, Diehl Defence, Quantum Systems, cooperative sociali e società di beneficienza con cristiane finalità d'amore e di pace. Merz ha annunciato lo stanziamento di 1 miliardo di euro in aiuti militari, il finanziamento della produzione congiunta di droni e oltre 350 milioni di euro per il ripristino del settore energetico ucraino. Le aziende tedesche hanno firmato 14 accordi per circa 6,6 miliardi di euro, tra cui un contratto con Diehl Defence per la fornitura di missili antiaerei IRIS-T e un accordo per apparecchiature radar con Hensoldt. Si parla anche dell'incremento della produzione di droni anticarro, che la tedesca Quantum ha già testato con successo.
Alla vigilia della visita a Kiev, ricorda Vzgljad, Merz aveva annunciato l'intenzione di espandere la produzione congiunta di missili e droni e in cambio Zelenskij aveva promesso un aumento degli attacchi contro le raffinerie russe. Già in precedenza, era stata annunciata la creazione di Quantum WIY Industries, una joint venture per la produzione del drone intercettore Strila e delle relative tecnologie di difesa aerea. L'accordo prevede anche lo sviluppo e la produzione congiunta di armi con una gittata superiore a 1.000 km, tra cui il FirePoint-9. Ma il Verbo è «Signor Putin, ponga fine a questa guerra insensata».

A parere dell'osservatore militare Jurij Knutov, lo sviluppo del FirePoint dovrebbe includere un sistema di guida tedesco, mentre il propellente potrebbe essere prodotto in Danimarca. In questa situazione, afferma Knutov, Moskva ha due opzioni di risposta. La prima, attaccare le infrastrutture militari e industriali tedesche che operano nell'interesse dell'Ucraina: «questo, per così dire, è il modo più diretto per influenzare la situazione. Tuttavia, rischia di provocare un conflitto su vasta scala tra Russia e NATO... La seconda opzione, più accettabile, è il completo isolamento logistico dell'Ucraina.... La questione di tagliare fuori il nemico dal mar Nero può considerarsi provvisoriamente risolta per ora. Ora è necessario privare la parte ucraina dei collegamenti di trasporto con Polonia e Romania. Per raggiungere questo obiettivo, le forze russe stanno colpendo i ponti di Kiev e conducendo attacchi mirati sulle autostrade che collegano la capitale ucraina con L'vov, Khar'kov e Odessa». Knutov ha anche evidenziato il cambiamento di tattica russo: «la Russia ha smesso di astenersi dagli attacchi contro la capitale ucraina mentre in città si trovano “ospiti” di alto rango. Credo che ciò sia stato fatto deliberatamente, per dimostrar loro chiaramente il reale pericolo dei loro piani di militarizzazione dell'Ucraina e di coinvolgimento dei loro paesi nel conflitto». Moskva, dice Knutov, avrebbe potuto teoricamente «colpire la locomotiva che trainava il treno con a bordo la delegazione tedesca. Credo che la visita di Merz si sarebbe conclusa lì: il Cancelliere sarebbe tornato a Berlino il più rapidamente possibile. E non sono sicuro che la società tedesca avrebbe condannato incondizionatamente l'accaduto, visto il crescente malcontento per il sostegno all'Ucraina a scapito della spesa interna». 

Mertz, aggiunge il politologo Vladimir Kornilov, può essere definito un cadavere politico: «ha seri problemi elettorali e politici. Sarebbe già stato rimosso dal suo incarico se alcuni Länder occidentali – Saarland, Schweswig-Holstein, Nord Reno-Westfalia – non avessero le elezioni in primavera... i politici europei sono particolarmente attivi nel visitare Kiev proprio durante l'aggravarsi dei problemi elettorali nei loro paesi». E quasi a rispondere indirettamente alle urla de La Stampa su Vladimir Putin che «bombarda anche Merz», Kornilov tiene a smentire le falsità di Merz che, a Kiev, ha affermato che la Russia attacca obiettivi civili: i filmati mostrano che «questi “obiettivi pacifici” sono, ad esempio, gli uffici di Ukrtelecom, che fornisce servizi di comunicazione alle Forze armate ucraine».

D'altra parte, già nei giorni precedenti, quasi in contemporanea col discorso di Vladimir Putin al Valdai Club, Friedrich Merz, intervenendo a Münster in occasione della cerimonia di premiazione della Pace di Vestfalia, che aveva posto fine alla Guerra dei Trent'anni nel XVII secolo, aveva chiesto a Moskva di «porre fine alla guerra e cessare i suoi attacchi ibridi contro l'Europa... Se non riusciamo a tenere a freno Mosca, la macchina da guerra russa prima o poi si rivolterà contro di noi e contro la NATO. Non dobbiamo chiudere un occhio su questo pericolo... Gli Stati baltici diventeranno un campo di battaglia per la guerra con i droni, come ora il Donbass? Quali grandi città europee diventeranno bersaglio dei missili balistici che la Russia sta lanciando contro le popolazioni di Kiev e Khar'kov? Anche noi tedeschi finiremo per diventare bersagli?» e via di questo passo. La sua ricetta contro questa “previsione”, ricorda Pëtr Akopov su RIA Novosti, è dunque quella di mantenere il sostegno all'Ucraina: «se falliamo in Germania, fallirà anche l'Europa. Se restiamo saldi, anche l'Europa resterà salda».

Ma, osserva Elena Karaeva ancora su RIA, il "patrimonio ucraino" è diventato tossico, trasformandosi da leva politica e arma militaristica con cui l'Europa sognava di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, in un peso totale. Non solo non genera profitti, ma consuma anche tutte le risorse a ritmi forsennati. Così, l'Europa si sta sbarazzando del "patrimonio ucraino", proprio come gli astuti agenti di borsa si sbarazzano di titoli non garantiti, un tempo redditizi e ora senza valore.

Sono trascorsi poco più di tre mesi da quando Kiev (ovvero l'Europa) ha dichiarato una campagna di terrore contro i civili, contro l'aviazione civile e persino contro i mercati dell'Europa collettiva. Ecco che ora, invece, «Kiev è diventata una città di prima linea!» urlano i media occidentali, gemendo che «le difese ucraine non tengono il passo con i progressi tecnologici della Russia». E allora gli occidentali sono sbalorditi dal fatto che la Russia abbia iniziato a comportarsi come un popolo i cui cari, le cui case e persino le cui vite stesse non sono semplicemente minacciate, ma vengono sistematicamente e metodicamente distrutte; si colpiscono obiettivi civili che non hanno alcun legame militare. È il caso di ribadire che questa "Kiev in prima linea" ha obbedito agli ordini, quando ha lanciato massicci attacchi con droni contro il convitto studentesco a Starobelsk, uccidendo oltre venti persone, molti minori di diciotto anni, oppure quando quella stessa "Kiev in prima linea" ha lanciato droni Storm Shadow franco-britannico-tedeschi sulle spiagge di Sebastopoli e Gelendžik, uccidendo bambini e adulti.

E ora la "città in prima linea di Kiev", aggiunge Karaeva, ha subito un duro colpo dalla Russia, portato «non ancora con tutta la sua forza. Ma per chiarire a coloro che hanno sottomesso la popolazione ucraina per oltre 12 anni che i giochi, gli inganni, le bugie, l'indifferenza verso le richieste di chiunque, sono finiti. E l'Europa e il suo protetto, la "città in prima linea di Kiev", ne sono stati avvertiti».

Giovanissimi e adulti massacrati nei dormitori e sulle spiagge; ma è Putin che «bombarda anche Merz». Farabutti tagliagole a libro-paga dell'industria di guerra.

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Finanziamenti a condizioni agevolate: quali sono i vantaggi del prestito tasso zero

 

Capita spesso di dover affrontare una spesa importante, come l'acquisto di un'auto, di nuovi elettrodomestici per la casa o di un computer da lavoro, senza voler spendere tutti i risparmi messi da parte in un colpo solo. In situazioni di questo tipo, poter dividere la cifra in piccole quote mensili è un modo pratico per gestire le uscite senza stravolgere la propria quotidianità. Tra le varie opzioni presenti sul mercato del credito, la formula del prestito tasso zero è una delle soluzioni più cercate proprio perché consente di saldare il conto a poco a poco, pagando solo il valore effettivo dell'oggetto acquistato.

 

La differenza fondamentale tra TAN e TAEG

Quando si legge una proposta di questo tipo, la prima cosa da capire riguarda il modo in cui vengono calcolati i costi complessivi del prestito. Nei contratti compaiono sempre due sigle molto importanti, ovvero il TAN e il TAEG. La prima voce indica il tasso di interesse puro applicato sulla cifra richiesta, che in questo genere di promozioni è pari a zero. Tuttavia, questo valore da solo non basta per capire se l'operazione sia davvero priva di costi aggiuntivi.

Per avere la certezza di trovarsi davanti a un autentico prestito tasso zero, anche la seconda voce, il TAEG, deve essere pari allo zero per cento. Questo indicatore raccoglie infatti tutte le altre spese collegate alla pratica, come i costi di istruttoria, le spese di incasso per ogni rata e l'imposta di bollo. Quando entrambi i valori azzerano i costi, la somma di tutte le rate mensili corrisponde perfettamente al prezzo iniziale del bene, senza nemmeno un euro in più da pagare.

 

I benefici pratici per le spese di tutti i giorni

Il vantaggio più evidente di questo sistema consiste nel tutelare i soldi presenti sul conto corrente. Invece di prosciugare i fondi tenuti come riserva per le urgenze, una spesa consistente viene spalmata su più mesi attraverso importi sempre uguali e facili da prevedere.

Questo meccanismo permette di organizzare il bilancio mensile con molta calma, perché si conosce in anticipo l'importo esatto in uscita fino alla scadenza del piano. La certezza della cifra da versare toglie qualsiasi rischio di aumenti improvvisi, rendendo l'acquisto sostenibile anche per chi deve far quadrare lo stipendio con altre scadenze fisse come l'affitto, le bollette o le spese per la famiglia.

 

I requisiti richiesti e i dettagli da controllare

Per poter accedere a una rateizzazione a condizioni agevolate occorre dimostrare di possedere un'entrata economica stabile, capace di coprire la rata mensile senza difficoltà. Al momento della richiesta servono i normali documenti di identità, il codice fiscale e una prova delle proprie entrate, come l'ultima busta paga oppure la dichiarazione dei redditi per chi svolge un'attività autonoma.

Prima di firmare le carte è sempre una buona norma leggere con attenzione ogni clausola presente nel documento contrattuale. Conviene accertarsi che non vengano inserite polizze facoltative a pagamento che farebbero salire il costo finale, oltre a verificare cosa accade in caso di ritardo nei pagamenti. In questo modo il finanziamento resta una risorsa comoda per acquistare ciò che serve senza sorprese sul portafoglio.

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Fulvio Grimaldi -YEMEN, STAVOLTA DAVID E’ ARABO. Bab el Mandeb e Corno d’Africa, lotta per una vena giugulare

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

Andare da Damasco a Sanaa, 2.872 km, significa fare un viaggio accompagnato dai millenni. Percorso tra due facce di un’unica civiltà dalle mille espressioni, quella della moschea degli Omayyadi in Siria e quella, in Yemen, del mercato storico di Bab el Yaman, vegliato da piccoli grattacieli di fango (scarseggiava il piano in cima a quelle vette sollevatesi dal Mar Rosso), decorati a calce. Per compierlo, tanti anni fa, ci avevo messo due giorni e una notte, tra fuori strada, autobus, un trattino in carovana e taxi finale.

Era quando, raccontato a Paese Sera ciò che avevo visto nella Guerra dei Sei Giorni e il giornale mi disse di vedere che effetto ne era venuto ai paesi arabi della regione, arrivai a Sanaa. Poi, sempre da Damasco, ma stavolta in due ore da aeroporto ad aeroporto, vi capitai in fuga dalla mattanza allestita dai “falchi” di Cossiga, ministro degli Interni e nel quale, a qualche decina di metri da noi in trincea sul Ponte Garibaldi, un suo sgherro aveva ucciso Giorgiana Masi, 16 anni, colpendola alla schiena. 12 maggio 1977.

 

Colpito anch’io da un candelotto, con un ginocchio mezzo spappolato, perlopiù marchiato di Lotta Continua, su suggerimento di Giorgio Alpi, papà della collega Ilaria e chirurgo, giunto via Roma-Damasco-Sanaa in Yemen, ci feci la mia seconda latitanza (da ordine di cattura per reati di stampa!). Ci rimasi per due bellissimi anni che mi permisero di fraternizzare con la regione, dall’Eritrea all’Iraq.

Oggi la distanza politica tra queste due capitali di un unico e millenario aggregato di civiltà è come quella tra la nazionalizzazione di Nasser del Canale di Suez, che il colonialismo ha dovuto subire, e l’insediamento del capo di Al Qaida nel palazzo presidenziale di Damasco con tanto di legittimazione nientemeno che del segretario dell’ONU. Un Guterres che si è adeguato al colonialismo 2.0 dalle unghie limate, trascinando la comunità delle nazioni, da statuto impegnata per pace e democrazia, a inchinarsi alla titolarità sul paese del tagliateste che, uccidendolo, ha eseguito il mandato commissionatogli.

Lontani i tempi in cui l’ONU aveva dei veri segretari: Waldheim, Boutros Ghali, Hammarskjöld (ammazzato, probabilmente dagli stessi che uccisero il primo premier congolese, Lumumba)

Due Yemen

A Sanaa mi aveva chiesto di farle da corrispondente dal Mashrek, Golfo e Corno d’Africa, una pubblicazione arabo-britannica, The Middle East. Il paese aveva ereditato dal passato coloniale la divisione tra Nord e Sud, che però si è perpetuata perfino dopo che si era potuto liberare degli ultimi scampoli di un colonialismo britannico abbarbicato ad Aden.Una divisione stavolta affidata ai proconsoli imperiali di Riad, spalleggiati dall’imperialismo tutto, con un regime scissionista a sud, capitale Aden, a guardia dell’omonimo golfo, dello stretto di Bab el Mandeb e dei giacimenti di idrocarburi nell’ovest. Governo fantoccio, ovviamente riconosciuto dalla sedicente “comunità internazionale”, con tanto di ONU, perché organico agli interessi messi al sicuro dal transito di un 40% del commercio tra Est e Ovest.

Per buona parte della sua storia moderna, lo Yemen di Sanaa, demograficamente e culturalmente il più significativo, appeso in cima ai 2.300 metri che da Hodeida sul Mar Rosso, lo proiettano letteralmente nel cielo, era riuscito a difendere la sua scelta panaraba, socialista, repubblicana, nasseriana. Era quello Yemen che trovai nel 1977, con presidente Ibrahim Al Hamdi, con ancora il popolo più povero e privo di risorse della regione, ma ospitale fino a eccessi di generosità, orgoglioso, vispo di intelligenza, fiero della sua ininterrotta coltivazione di civiltà e indipendenza, con molti burka che ora si sono andati diradando.

A inizio settembre. In rosa lo Yemen controllato da Sanaa, in grigio Aden e le aree largamente disabitate in mano alle forze sostenute dai sauditi, o dagli Emirati, in nero organizzazioni tribali di dubbio allineamento

Ai monarchi sauditi, freschi di petrolio e capitali e antichi di sabbia e oasi, intrecciati all’Occidente dal doppio ruolo di fornitori e beneficiari e di conseguenza obbligati alla funzione di subcolonialisti, lo Yemen, nella sua fierezza e cultura antica, ha sempre fatto ombra. Inconcepibile che la penisola arabica dovesse avere i piedi nell’Oceano indiano bloccati da questi esseri minuscoli (altezza media 154 donne, 160 uomini).

In queste ore, a fronte dell’avanzata degli yemeniti di Ansar Allah, prossimi a conquistare le due maggiori città ancora in mano agli invasori, Taiz e Aden, ultime roccaforti del governo fantoccio e delle forze saudite ed emiratine che lo sostengono l’Arabia Saudita, priva di capacità strategica sul terreno, ha scatenato l’inferno dall’aria. I bombardamenti si succedono ininterrotti, al ritmo di una dozzina nelle 24 ore, con l’evidente prospettiva, in mancanza di una presa del territorio, di rendere il paese un deserto.

Quello di Riad si può definire genocidio strisciante. Golpe dopo golpe, sabotaggio dopo sabotaggio e guerra dopo guerra. Quella che ora è ripresa e si sta volgendo in vittoria definitiva dello Yemen, aveva visto una prima conclusione nel 2011, con la cacciata del fiduciario dei sauditi, Ali Abdallah Saleh, è stato primo ministro a partire dagli anni 80, quando, per i miei reportage sugli eventi, fui dichiarato persona non grata nel paese. Successivamente si nominò presidente, fu ferito nella sollevazione del 2011, si rifugiò a Riad e, rientrato nel 2017, venne ucciso nel corso della sollevazione popolare che liberò definitivamente la Capitale e il Nord del paese. Fu sostituito dai sauditi con un altro burattino, Abd Rabbih Man??r H?d?, messo a capo del governicchio rintanatosi ad Aden.

Il governo “riconosciuto” di Hadi, se la deve però vedere con altre presenze, in un vero caos di bande armate. Di queste la principale pare essere il secessionista Consiglio di Transizione Meridionale che recentemente è riuscito ad occupare il palazzo presidenziale di Aden. Mentre chiara è la loro ostilità al governo di Sanaa, oscuri e cangianti appaiono i rapporti interni tra gli autoctoni del Consiglio di Transizione e le milizie controllate rispettivamente da Emirati e sauditi e a loro volta in competizione armata tra loro. Una situazione caotica la cui conflittualità è ormai endemica e dovrebbe portare a un’agevole disfatta collettiva nel caso che le forze di Sanaa riuscissero a conquistare gli interi sud e ovest.

Non cambia il rapporto di forze e la situazione sul terreno l’offensiva aerea lanciata nel 2015 dai sauditi, con il sostegno di Trump Primo e poi di Trump Secondo, brevemente sospesa dall’ONU nel 2022. Tregua non osservata dagli aggressori sauditi, USA e del Regno Unito. Anche perché dovranno poi confrontarsi, in risposta al genocidio a Gaza, con il blocco yemenita del traffico di mare che coinvolge interessi israeliani. Puntualmente, da bravi ascari dell’Impero, l’Italia si presenta sul posto, in armi e navi, per la missione UE “Aspide”.

Una svolta decisiva si verifica con la guerra israelo-statunitense all’Iran, del quale lo Yemen è alleato, ma non subordinato. Siamo ai giorni nostri. Il più grande dei paesi del Medioriente chiude lo Stretto di Hormuz e manda in tilt l’approvvigionamento mondiale di energia.

Perché Houthi?

Precisiamo subito che chiamare gli yemeniti Houthi, anzi “ribelli Houthi”, è come chiamare gli italiani garibaldini, carbonari, grimaldini, o milanisti. E’ arma di distrazione di massa intesa a impedire che ci si renda conto che non è una banda di miliziani irregolari a porre un freno a chi nella regione vorrebbe riprendersi il boccone sottratto. Soprattutto fare carne di porco di quella civiltà millenaria e dei suoi importuni protagonisti. Quella che governa la capitale e la rappresentanza dell’essenziale demografico e geostrategico dello Yemen e si chiama Governo del Cambio e della Costruzione dello Yemen. Sta lì dal 2014, a dispetto della guerra che gli ha mosso l’eterno padrino predatore saudita.

L’appellativo Houthi risale alla rivolta antisaudita culminata nella cacciata del presidente Ali Abdallah Saleh nel 2012. Fu innescata da una delle grandi, secolari, famiglie scite del ramo zaydita, oggi capeggiata da Abdul-Malik Badr al-Din al-Houthi, 40 anni, fratello e successore di Hussein che aveva dato vita alla formazione combattente indipendentista e antisionista Ansar Allah. Sono entrati nella cronaca del conflitto in corso dando prova di notevole perizia quanto ad armamenti. Con droni e missili, oltre a obiettivi sauditi, in solidarietà per i palestinesi, hanno colpito Eilath, la città portuale di Israele nel Golfo di Akaba e altri bersagli militari israeliani.

Sauditi solo bombe

Lo Yemen, lo Stato più piccolo della regione (tenuto conto che le monarchie del Golfo Stati non sono, ma lager e mercati di schiavi con sul collo una famiglia reale), decide che è giunto il momento di eliminare la ciste del sud occupato e conteso da governi fantoccio, rispettivamente di obbedienza saudita ed emiratina. E intanto, nel settembre di quest’anno, con un’irresistibile e fulminea iniziativa, si prende l’intera linea costale di 150 km, compresi il porto strategico di Mokha e le isole immerse nello Stretto, la “Porta delle lacrime”, bloccando ogni transito da e per l’Arabia Saudita. Riesce perfino a far saltare in aria l’oleodotto tra Golfo e Mar Rosso, con il quale Riad pensava di rimediare alla chiusura di Hormuz, e a colpire il porto d’arrivo di Yanbu. E alla richiesta di una mano militare del come mai inguaiato Bin Salman, Trump risponde forte e chiaro ?? (l?), che in arabo vuol dire no.

Privo di una forza di terra che possa tener testa all’esercito yemenita, l’Arabia saudita da oltre dieci anni martella il vicino con le bombe. La devastazione dell’architettura urbana più originale e antica del mondo, è “merito” suo. Sono decine di migliaia, senza calcolare le morti indirette causate dalla distruzione delle infrastrutture e dal blocco delle forniture, gli yemeniti uccisi dai bombardamenti sauditi negli oltre 10 anni di aggressione. Ma alto è il costo a sua volta pagato dal regime che con i proventi del petrolio pensava di poter fare un grande salto nella modernità tecnologica. Basta pensare alla sospensione della costruzione della città che doveva proiettare Riad nel futuro, The Line, una mostruosità  lunga 170 km, alta 500 e larga 200.

Le esportazioni attraverso il Mar Rosso, che avrebbero dovuto sostenere questo come altri progetti, sono calate da 3,8 milioni di barili al giorno del marzo scorso, ai 1,5 ad agosto, quando Ansar Allah iniziò gli attacchi ai trasporti marittimi sauditi. Complessivamente, includendo la chiusura dei due stretti, Riad ha dovuto ridurre la produzione per l’esportazione dai 5,1 milioni di barili a luglio, già il livello più basso da 2013, ai 2,44 di settembre.

Se poi i sauditi, rispedito al mittente dagli USA la richiesta di aiuto, vista la malapartita in Yemen, avessero pensato che un soccorso sarebbe dovuto arrivargli da Pakistan e Turchia, quelli del trattato di mutua difesa appena firmato, con la clausola, tipo NATO, che prevede l’aiuto reciproco in caso di attacco, anche qui sono finiti contro un diniego.

Con lo Yemen che conta in mano a un governo in controllo della parte significativa del paese, Stretto e Mar Rosso compresi, forte e legittimato dal volere della sua maggioranza, cresce l’apprensione di coloro che, a forza di Accordi di Abramo, puntavano all’egemonia nella regione, a partire dalla rimozione di tutte le pietre d’inciampo antisioniste e antimperialiste.

Eritrea e Yemen uniti nella lotta

Fino a qualche anno fa, nel loro perenne contrasto con i sauditi e mandanti neocoloniali, lo Yemen aveva una valida sponda sul lato opposto del Mar Rosso. Eritrea e Yemen, tra i porti yemeniti di Hodeida e Mokha e quelli eritrei di Assab e Massawa, si parlavano, assistevano e accompagnavano in una comune lotta contro intrusioni imperialiste e neocoloniali. Mi capitò, quando la poi trentennale lotta degli eritrei per l’indipendenza dall’Etiopia era al suo culmine, di sbarcare in Dancalia, la rocciosa costa eritrea che confina con Gibuti.

Sfilando di notte, a motore spento e a remi, sotto le gigantesche masse delle navi da guerre etiopiche in agguato, con una barca da pesca avevamo superato i 125 km tra Mokha e il villaggio di Barasole, nella Dancalia appena liberata dal Fronte di Liberazione Eritreo. Con a bordo un quantitativo di armi leggere e munizioni, mi trovavo, cronista, tra militari e sanitari eritrei venuti a dare una mano e alcune famiglie eritree che rientravano in patria dall’esilio nel paese amico. Dalla costa, con zoppicanti fuoristrada, ci arrampicammo tra montagne che hanno i piedi nel mare e le vette tra le stelle e nelle cui grotte gli eritrei avevano allestito ospedali da campo per combattenti feriti e le necessità sanitarie della popolazione.

Ridiscendendo, dopo un paio di giorni, il villaggio di Barasole, di frasche e paglia, si era trasformato in tizzoni e cenere, vagavano alcune capre tra carogne di animali: erano passati i Phantom etiopi.

Oggi l’Eritrea è sempre lì, dal 1993 indipendente e con presidente lo stesso leader della battaglia di liberazione, Isaias Afeworki, e le stesse sanzioni statunitensi, implacabili per chi non si pente e non rientra nei ranghi imperiali. L’Etiopia, invece, con Haile Selassiè protettorato USA e UK, poi, col colonello Menghistu, caro a Mosca, oggi con Abiy Ahmed di nuovo allineata all’Occidente (in funzione anti-Somalia anti-Egitto), si trova in frizione sia con la Somalia, a cui aveva sottratto il grande e fertile Ogaden, sia con una sua componente etnica interna, i tigrini, sia con l’Eritrea, che i tigrini li sostengono.

Un chiodo israeliano nel Corno d’Africa

Abdirahman Mohamed Abdullahi (Irro) presidente del Somaliland e Netanyahu

Il Corno d’Africa, posizione strategica tra le più rilevanti del mondo, si presenta in pieno trambusto, tutti contro tutti o quasi. Addis Abeba, lacerata al suo interno, cerca uno sbocco al mare che verrebbe sottratto ai paesi rivieraschi; Mogadiscio destabilizzata, sia da successive secessioni tribali, che dall’annosa rivolta islamica interna degli Shabaab; i due frammenti scissionisti del Puntland e del Somaliland che pongono sul piatto della loro sopravvivenza, al migliore offerente, il controllo sulla costa del Mar Rosso.

Che, nel caso in esame, non poteva non essere un Israele dallo sguardo puntato a est sullo Yemen e, a nord, su Sudan (dove nella guerra civile agiscono i suoi proxi degli Emirati Arabi Uniti) ed Egitto.

Da Internet: Il 26 dicembre 2025, Israele ha riconosciuto ufficialmente il Somaliland come Stato indipendente e sovrano, diventando il primo paese membro delle Nazioni Unite a compiere questo passo nei confronti della repubblica autoproclamata separatasi dalla Somalia nel 1991. L'intesa è stata siglata dai leader israeliani e dal Presidente del Somaliland Abdirahman Mohamed Abdullahi (Irro), segnando una svolta epocale contro l'isolamento diplomatico di Hargeisa.

Con l’ingresso del Somaliland negli Accordi di Abramo, Israele si è assicurato una significativa presenza militare nel Corno, mascherata da forniture logistiche e tecnologiche finalizzate a formazione e addestramento delle forze locali. Ma soprattutto si è installato sul Golfo di Aden, ingresso al Mar Rosso, nel preziosissimo porto di Berbera, uno dei più importanti di quel mare, in vista dello Stretto di Bab el Mandeb e dirimpetto a uno Yemen che, al momento, è la forza più dinamica dell’Asse della Resistenza. Così se l’Egitto, ultimo grande Stato arabo rimasto in piedi (a parte la lontana Algeria che poco s’impiccia dovendosi guardare da ricorrenti rivoluzioni colorate ispirate da Parigi), controlla la testa del braccio di mare più strategico della regione, ora Israele ne contende allo Yemen la coda.

Stella di David sul Continente Nero

Detto del Corno, detto del Sudan più grande Stato africano-arabo, fatto a pezzi col contributo degli Emirati, sodale arabo di Israele, c’è ancora da dire sulla penetrazione israeliana nel continente nero: il Congo. A Gerusalemme si è presentato ai primi di settembre Felix Tshisekedi, presidente della Repubblica Democratica del Congo. Risultato, un accordo di cooperazione bilaterale di sicurezza, difesa ed economia. Non manca nulla per una pervasività israeliana a 360 gradi. Israele fornirà appoggio tecnico e strategico alle forze armate della RDC in tema di intelligence, cibersicurezza, addestramento e utilizzo di droni, infrastrutture, tecnologia, formazione diplomatica. Non si era asciugato l’inchiostro dell’accordo e arrivò la ratifica della decisione della RDC di trasferire la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, mentre Tel Aviv apriva la sua a Kinshasa.

Nell’immediato e sul piano concreto, consiglieri israeliani stanno preparando forze congolesi allo scontro contro i ribelli Tutsi del Movimento 23, penetrati dal Ruanda nel nordest del Congo, eterno mandatario euro-atlantico per i soliti interessi minerari. Qui i militari dell’IDF si trovano affiancati dai miliziani di Eric Prince, ricordate? Il fondatore delle bande mercenarie Blackwater, onusto di onori coloniali. Tout se tient, come suol dirsi.

Dove appare Israele le condizioni per un grande botto, o per una serie di fragori diffusi, ci sono tutte.

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LETTURA CONSIGLIATA:

UNO SGUARDO DAL FRONTE - DI FULVIO GRIMALDI

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Caro vita e riarmo: il costo nascosto dell'economia di guerra

 

In questi giorni il caro vita torna a turbare i sonni del mondo politico e sindacale — persino di chi, fino ad oggi, ha ignorato i diffusi rincari delle bollette e dei beni di prima necessità, riducendo la questione a mera polemica di bottega.

Eppure, l’aumento del costo della vita dovrebbe essere il tema centrale in ogni discussione: sul posto di lavoro, al bar, nelle sedi politiche e sindacali. Rispetto al passato, tuttavia, sembrano prevalere passività e assuefazione. Un tempo il punto di riferimento era il paniere Istat o il cosiddetto "carrello della spesa". Oggi, per una famiglia tipo di tre persone, la spesa complessiva negli ultimi cinque anni è cresciuta del 30%, con picchi del 50% su beni primari come olio, ortofrutta, caffè e pesce.

La tavola degli italiani, però, non è uguale per tutti. Alcuni prodotti sono ormai riservati a determinati ceti sociali, a testimonianza di differenze di classe sempre più marcate.

In un contesto in cui i salari sono in costante erosione da trent'anni, il ritorno dell'inflazione spinto dai costi energetici assesta un ennesimo colpo al potere d'acquisto dei lavoratori. Inoltre, la scelta di calcolare i rinnovi contrattuali sulla base dell’IPCA al netto dei beni energetici importati pregiudica in partenza il recupero dell'inflazione anche per i prossimi anni.

Le poche mobilitazioni in corso ignorano la radice del problema: è l'economia di guerra a generare l'inflazione. L'escalation militare nel Golfo Persico e le tensioni internazionali hanno riacceso la corsa dei prezzi, con conseguenze devastanti per le economie europee, fortemente dipendenti dai flussi energetici di quell'area. Vale la pena ricordare che un tempo le forniture principali arrivavano dalla Russia a costi decisamente inferiori. Affermare che la guerra e l'economia di guerra siano la causa primaria dell'inflazione e della stagnazione europea non è un'ideologia, ma una lettura oggettiva dei fatti.

Tra marzo e agosto dell'anno scorso, l'Unione Europea ha sostenuto oltre 50 miliardi di dollari di costi aggiuntivi solo per le importazioni di gas e petrolio. Basterebbe questo dato per aprire una riflessione seria sull'impatto dei conflitti e sulle ragioni di una traiettoria geopolitica che sembra disegnata per indebolire il Vecchio Continente. Come confermano anche le stime della CGIA di Mestre, le famiglie italiane si trovano ad affrontare miliardi di euro di stangata tra rincari di elettricità, gas e carburanti.

I recenti balzi del costo dell'energia elettrica e gli aumenti a doppia cifra sui beni alimentari non sono incidenti di percorso. Sono il risultato diretto di catene di approvvigionamento insicure, speculazioni finanziarie e della decisione politica di privilegiare la spesa militare a scapito del welfare. Il Governo prova a mettere pezze provvisorie, ma senza alcun coraggio strutturale: continua a sostenere gli scenari bellici, partecipa attivamente alle politiche di riarmo e tenta di calmierare le bollette con interventi insufficienti a coprire i centinaia di euro di costi extra annui a famiglia.

Per queste ragioni, le manifestazioni di piazza rischiano di rivelarsi una goccia nel mare, non solo per la partecipazione limitata, ma per la debolezza delle rivendicazioni. Manca una critica sistemica: i bonus non possono essere la soluzione, perché sono il sintomo dell'indebolimento dei servizi pubblici e della spinta verso le privatizzazioni.

È urgente rimettere al centro della discussione la critica all'economia di guerra: un sistema di produzione che spinge verso il conflitto per il controllo delle risorse strategiche e dirotta i fondi pubblici verso la difesa, costruendo al contempo una narrazione ideologica per giustificare il riarmo. Senza una visione d'insieme, continueremo a rincorrere singoli provvedimenti d'emergenza senza mai affrontare la causa reale del nostro impoverimento.

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Francia, il potere di definire il caos

 

di Maylyn López*

 

La Francia attraversa una nuova fase di tensione sociale. Le mobilitazioni di giovani e studenti hanno riportato nelle piazze temi che da tempo attraversano il Paese: condizioni della scuola pubblica, disuguaglianze territoriali, accesso alle opportunità, futuro delle nuove generazioni.

Accanto alle manifestazioni sono arrivate le immagini degli arresti, anche di giovanissimi.

Ed è qui che il racconto mediatico diventa decisivo.

Una protesta studentesca può essere presentata come espressione di disagio sociale oppure come problema di ordine pubblico. La differenza non è soltanto linguistica: cambia il modo in cui il pubblico interpreta ciò che vede.

George Lakoff ha mostrato come le parole attivino dei frame, cornici cognitive che organizzano la realtà. Se il racconto parte dagli studenti, dalle scuole e dalle disuguaglianze, l’attenzione si dirige verso le cause della protesta. Se parte da parole come disordine, radicalizzazione, sicurezza e violenza urbana, il centro si sposta verso controllo e ordine pubblico.

 

La domanda cambia.

Perché questi ragazzi protestano?

diventa:

Come fermiamo il disordine?

 

Ed è proprio questo passaggio a interessare la neuropolitica.

Da studenti a soggetti da controllare

“Studente”, “manifestante”, “agitatore”, “rivoltoso” non sono sinonimi.

Ogni parola attribuisce un’identità e suggerisce una valutazione.

Dire “ragazzi arrestati durante una protesta studentesca” non produce la stessa rappresentazione di “manifestanti fermati durante disordini”.

Il fatto può essere lo stesso, la scena mentale cambia.

Norman Fairclough ha mostrato come il potere del discorso dipenda anche dalla sua circolazione. Una definizione pronunciata dalle istituzioni, ripresa nei titoli, nei telegiornali, nei talk show e sui social può progressivamente diventare la categoria attraverso cui l’intero evento viene letto.

È qui che il ruolo dei media diventa centrale.

Non è necessario alterare un fatto per orientarne la percezione. È sufficiente scegliere quale parte mostrare più spesso.

Un’intervista a uno studente che spiega le ragioni della protesta costruisce un soggetto politico.

La ripetizione di immagini di arresti, cordoni di polizia e disordini può invece trasformarlo, nella percezione pubblica, in un soggetto da contenere.

La domanda diventa allora inevitabile:

quando uno studente smette di essere raccontato come studente e comincia a essere rappresentato come una minaccia?

 

Il potere del “noi” e del “loro”

Teun van Dijk ha analizzato il modo in cui il discorso politico costruisce frequentemente una separazione tra “noi” e “loro”.

Da una parte possono essere collocate istituzioni, Repubblica, cittadini, ordine. Dall’altra manifestanti, disordine e radicalità.

Questa polarizzazione semplifica una realtà molto più complessa.

Il punto non è accettare automaticamente una narrazione o quella opposta. È osservare chi viene presentato come legittimo, chi come pericoloso, chi riceve una voce e chi viene rappresentato soprattutto attraverso immagini selezionate da altri.

È in questa asimmetria che potere mediatico e potere politico si incontrano.

 

Le parole hanno memoria

Ruth Wodak ci ricorda che nessuna parola politica nasce nel vuoto.

In Francia termini come banlieue, sicurezza, ordine, polizia, protesta e gioventù portano con sé decenni di immagini, paure, conflitti e rappresentazioni collettive.

Anche la piazza possiede una memoria politica profonda. Dalla Rivoluzione francese al maggio 1968, dalle grandi mobilitazioni sindacali ai gilet gialli e alle proteste sulle pensioni, il conflitto sociale è parte della grammatica politica del Paese.

Per questo le proteste dei giovani di oggi vengono interpretate anche attraverso ciò che la Francia ha già vissuto.

Le parole non descrivono soltanto il presente.

Riattivano il passato.

Quando la sicurezza diventa il frame dominante

La sicurezza è uno dei frame più potenti della comunicazione politica perché richiama un bisogno difficilmente contestabile.

Quando occupa il centro del racconto, altre domande perdono visibilità: quali condizioni denunciano gli studenti, quali disuguaglianze attraversano le scuole, quali opportunità hanno davanti, quali risposte ricevono dalle istituzioni.

Non occorre cancellare queste domande.

È sufficiente renderle secondarie.

Ed è qui che il potere comunicativo diventa particolarmente efficace: non dice necessariamente al pubblico che cosa pensare, decide prima di tutto su che cosa concentrare l’attenzione.

Se il problema viene definito come sicurezza, diventano centrali controllo e autorità.

Se viene definito come disagio giovanile, emergono scuola, opportunità e futuro.

Se viene letto come crisi di rappresentanza, entrano in gioco fiducia, partecipazione e legittimità.

La cornice non determina automaticamente l’opinione.

Determina il terreno sul quale quell’opinione si forma.

Prima della decisione viene il significato

Lakoff ci aiuta a comprendere i frame, Fairclough il rapporto tra linguaggio e potere, van Dijk la costruzione del “noi” e del “loro”, Wodak la memoria storica delle parole.

La Francia rende oggi questi meccanismi particolarmente visibili.

Davanti alle immagini dei giovani nelle piazze e dei ragazzi arrestati, la domanda non è soltanto:

Che cosa sta accadendo?

Occorre chiedersi anche:

attraverso quali parole e quali immagini stiamo imparando a interpretarlo?

Perché il potere politico non consiste soltanto nel prendere decisioni e quello mediatico non consiste soltanto nel raccontarle.

Entrambi partecipano alla costruzione del significato.

Ed è nello spazio tra il fatto, la sua rappresentazione e la percezione pubblica che comincia la neuropolitica.

*Autrice di "Leadershe: la tua voce e' potente" da settembre in tutte le librerie

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I persuasori occulti. Come manipolare le masse occidentali

 

di Giuseppe Giannini

Il racconto quotidiano dei media generalisti, nelle nostre formali democrazie, è intriso di fatti di cronaca e propaganda interessata. Da un lato, specie in Italia, vi è  l'accanimento sulle questioni giudiziarie (alcune ancora in corso di accertamento, altre su cui si è sentenziato lasciando aperti molti dubbi), che, forzatamente, spingono gli spettatori ad appassionarsi oltre il dovuto. Si insiste su particolari investigativi, che dovrebbero essere lasciati agli inquirenti con tanto di esperti (criminologi, psicologi, opinionisti) strapagati, ed inaspettati Parry Mason.

Il tutto avviene attraverso un costante bombardamento mediatico, dove si anticipano moventi e pronunce, e che dà luogo ad una maldestra gossipizzazione del dolore. Bisogna distrarre le masse, veicolare gli interessi, ed infine incattivirle a tal punto da farle desiderare una società securitaria (e certe pubblicità demenziali sulla sicurezza a questo servono). Quindi, dall’altro lato, abbiamo vite da dividere: noi e loro; la salvaguardia dello status di vita consumistico e borghese; la concezione proprietaria che scavalca i diritti della persona.

Traduzione: il bene sta solo da una parte e lotta contro un nemico presunto, immaginario, al quale addebitare ogni sorta di colpa. Una conflittualità all’interno della quale riproporre l’eterno scontro di civiltà tra l’Occidente e le alterità culturali (il comunismo, i migranti, l’islam, la Russia e la Cina). Dopo aver perso appeal le politiche nostrane puntano a salvaguardare una supremazia, che andrebbe riconquistata attraverso il consenso, e, invece, essa viene sostituita dalla paura.  Le armi, dunque, diventano il dispositivo da utilizzare per l’ordine interno e per novelli improvvisati sceriffi locali. Soprattutto, sono lo strumento privilegiato per imporre la visione occidentalocentrica denominata “esportazione della democrazia”. In questo senso, individuato il nemico, inizia la narrazione che mira a suffragare la verità di parte. Vengono sopravvalutate le mire espansionistiche ed attualizzati i pericoli.

Le nostre giornate sono immerse nel terrore e tutto diventa funzionale al racconto di guerra. La militarizzazione delle coscienze affianca quelle di società sempre più in bilico. Il rapporto tra decisori e cittadini vede una distanza di riconoscimento che tende ad allargarsi. Insensibili alla volontà popolare loro – i governi – procedono dritti ed imperterriti, come sotto ipnosi, o meglio sotto comando di strategie geopolitiche con al centro gli interessi lobbistici, mascherati in nome della difesa delle nostre democrazie. Sono i despoti del mondo liberal, in guerra con gli autocrati, ma che ambiscono ad imitarne le procedure (il trumpismo su tutti). Così autoreferenziali e distanti dalla volontà popolare, che pure ricercano quando è tempo di voto.

Perennemente in clima elettorale, i partiti sono organi accentrati in una dimensione elitaria dove la rappresentanza è qualcosa in via di sparizione. Se le enormi questioni emerse con il nuovo secolo - il susseguirsi delle crisi economiche, e quelle relative all’ambiente ed ai migranti - vengono affrontate in termini puramente propagandistici, alla fine, rimane un vuoto profondo da colmare, che spaventa. Risposte inevase finalizzate per il gioco del potere. Le guerre poi, hanno esasperato il clima. I cittadini reclamano soluzioni adeguate ma dall’altra parte non ci sentono. Anzi, continuano peggio di prima. E poi si lamentano del pericolo costituito dalle forze identitarie e dai partiti ultranazionalisti.

Quando la UE e la NATO, dietro le pressioni americane, decidono di dedicarsi, in pianta stabile, alla riconversione bellica di economie sempre più compromesse, rifuggendo dalla volontà popolare, che travolta dal caro vita e dall’inusitato spargimento di sangue non ne può più, alla fine, in concreto, significa che i singoli Stati non faranno altro che inseguire (ed instaurare) modelli dediti alla repressione delle proteste. In particolare, la Germania del contestato Merz, è diventata il braccio armato di Trump e von der Leyen, tirata dall’altra parte da rigurgiti nazisti, ma dove, per fortuna, sono presenti anche forme di resistenza (i voti alla Linke). La Francia, caratterizzata da tempo da forme organizzate di protesta (ultima quella studentesca) e la povera Italia della conservazione conoscono bene la forza del manganello. Tra interessi particolaristici, che mirano al potere, ed altri che li soverchiano – le faccende internazionali, il conflitto in Ucraina e la questione palestinese – la risposta è quella di mettere a tacere le critiche e il dissenso. Dando vita a fattispecie delittuose, a provvedimenti pensati ad hoc (la presunta lotta all’antisemitismo) e minando, di fatto, la tenuta stessa delle democrazie.

La già pessima gestione delle migrazioni (ma non vale per gli ucraini) è stata trasformata nella vergognosa deportazione in posti poco sicuri, ad opera di governi  democristiani (la Commissione UE e quelli nazionali ), che, per puro tornaconto elettorale, sacrificano esistenze, legami, affetti, famiglie. In effetti, hanno poco sia di democratico che di cristiano, poiché istituzionalizzano il razzismo bianco liberal, molto vicino alla visione suprematista dei reazionari. Legittimando, in tal modo, luoghi di detenzione, in nome di un panoptismo che, quando non abbisogna di forza lavoro da schiavizzare, preferendo lo sfruttamento autoctono, espelle gli indesiderati, relegandoli in posti dove il diritto e la civiltà sono scomparsi.

È tempo di selezione. Non c’è posto per tutti. Le risorse sono finite.

Le guerre, il genocidio, gli eventi climatici estremi, i regimi brutali, le diseguaglianze crescenti sembravano essere sufficienti ad eliminare l’eccesso di umanità. Occorre combinarli meglio, usufruendo dei prodigi della tecnica: profilazione, tracciamento costante, uso dell’intelligenza artificiale. Ci diranno che tutto avviene nel nostro interesse, per salvaguardare le popolazioni (occidentali).

Mentono, come sempre.

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Dopo Rutte anche Stubb invita ad accusare sempre la Russia.... anche sul caso Cueta

 

Dopo le dichiarazioni shock di Marc Rutte, l'ineffabile segretario della NATO, che ha invitato i paesi dell'Ue a dara la colpa alla Russia anche se non del tutto certi, il presidente finlandese Alexander Stubb ha regalato un'altra chicca in una surreale intervista al quotidiano spagnolo El Mundo. L'uomo che ha grandi responsabilità nella decisione che ha portato alla fine della neutralità del suo paese e all'escalation attuale contro Mosca, ha accusato la Russia di essere responsabile di una vasta gamma di problemi di sicurezza che affliggono l’UE - e su questo nulla di nuovo rispetto alla russofobia nota - compreso, aggiunge Stubb, anche dell’afflusso di migranti durante l’estate a Ceuta, l’enclave spagnola in Marocco. «Mandano richiedenti asilo al nostro confine, come abbiamo visto anche a Ceuta», ha detto, accusando la Russia di commettere atti di sabotaggio in tutta l’UE. Il giornalista spagnolo, chiaramente incurisioto, dall'intraprendenza di Stubb sull'argomento lo ha incalzato. E il presidente finlandese ha dovuto semplicemente ammettere di non «conoscere la questione abbastanza bene da prendere posizione».

Ora che Sanchez ha annunciato le elezioni per fine novembre si moltiplecheranno dichiarazioni di questo tipo. E, infatti, non contento, Stubb ha poi affermato che gli attacchi informatici sostenuti dalla Russia «stanno avvenendo proprio in questo momento contro banche spagnole e altri obiettivi», senza citare prove specifiche. 

Interrogato sulla possibilità di un conflitto diretto tra la NATO e la Russia, tuttavia, Stubb l’ha liquidata come trascurabile. «Ci aspettiamo che la Russia attacchi? La risposta è no. Non abbiamo prove in tal senso», ha dichiarato . Secondo il presidente finlandese, i leader dell’UE hanno un «problema di comunicazione», poiché alcuni hanno «agito in modo allarmistico, confondendo scenari [ipotetici] con la percezione della minaccia».

Il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevicius aveva esortato ieri i funzionari a non «esagerare» quando rilasciano dichiarazioni allarmistiche sulla Russia e ha affermato che non vi sono prove che il Paese stia pianificando un attacco alla NATO. Ciononostante, i funzionari dell’UE hanno sostenuto che il blocco, così come la NATO, dovrebbe essere preparato a un potenziale scontro con la Russia. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha affermato che il Paese deve essere pronto per un conflitto già a partire dal 2028. Il governo tedesco ha modificato il proprio «freno all’indebitamento» costituzionale per finanziare la spesa militare e ha approvato un bilancio per il 2026 che stanzia la cifra record di 108,2 miliardi di euro (121,5 miliardi di dollari) alla difesa e 11,5 miliardi di euro in aiuti militari all’Ucraina.

Ci prepariamo, in estrema sintesi, alla guerra con idiozie su Ceuta come quella di Stubb al Mundo e con il Segretario della NATO Rutte che invita i paesi membri ad accusare la Russia anche se non ne sono certi. Con i media filo UE che coprono queste assurdità con l'autocensura.

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Rutte si lascia scappare: “quasi certo” è sufficiente per attribuire la colpa alla Russia

 

Il segretario generale della NATO Mark Rutte ha esortato gli Stati membri ad attribuire alla Russia la responsabilità di qualsiasi incidente che ritengano sospetto, anche in assenza di prove inconfutabili. Ha inoltre accolto con favore una recente accusa mossa dall’Estonia contro il suo vicino orientale e ha invitato le altre nazioni a seguire l’esempio.

Intervenendo questa settimana a una conferenza stampa congiunta con il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevicius, Rutte ha incoraggiato un pubblico gioco di accuse su quelle che ha definito “attività maligne nella zona grigia”, abitualmente attribuite alla Russia dai membri della NATO.

“Avete sentito ieri il Comandante Supremo Alleato dire: ‘Ehi, quando potete, quando siete sicuri che siano i russi, o quasi sicuri che siano i russi, attribuitelo ai russi’ – esattamente come ha fatto oggi l’Estonia. Lo apprezzo», ha affermato Rutte.

Lunedì, il comandante supremo alleato della NATO in Europa, Alexus Grynkewich, ha descritto l’attribuzione pubblica di questo tipo di incidenti alla Russia come un «deterrente» contro la presunta «minaccia russa» durante un intervento davanti a una commissione del Parlamento europeo. Rutte è noto per la sua ferma posizione anti-russa, nonché per il suo ardente sostegno a Kiev nel conflitto con Mosca. La scorsa settimana, intervenendo a un evento del Chicago Council on Global Affairs in Iowa, si è offerto di aiutare «a proteggere gli Stati Uniti dalle minacce della Russia». Durante la conferenza stampa congiunta con Sinkevicius, ha inoltre sostenuto che il blocco dovrebbe fare «ancora di più per l’Ucraina, e non di meno».

Di seguito la traduzione dello spezzone in questione di Marc Rutte. Dal sito della NATO non l'hanno ancora tolto.

"E sono pienamente d’accordo. E per quanto riguarda la tua seconda domanda, no, non sto dicendo che queste attività maligne nella “zona grigia” non abbiano un impatto. Possono avere un impatto, e a volte lo hanno, chiaramente. Quello che sto dicendo è che disponiamo di tutte le opzioni di risposta, a volte visibili, a volte no – non sempre pubbliche, non sempre basate sul principio “occhio per occhio”. Ieri avete sentito il Comandante Supremo Alleato dire: «Ehi, quando è possibile, quando siete sicuri che siano i russi, o quasi sicuri che siano i russi, attribuitelo ai russi» – esattamente come ha fatto oggi l’Estonia. Me ne rallegro. E condividete anche tutte le informazioni di cui disponete, in qualità di Alleati, con la NATO, con lo SHAPE e con il team del Comandante Supremo Alleato, in modo da avere un quadro completo della situazione. Quindi, le opzioni di risposta ci sono. Facciamo ciò che è necessario, e gli Alleati possono davvero aiutare attribuendo la responsabilità, ma anche assicurandosi che abbiamo una visione d’insieme di ciò che sta accadendo. È esattamente ciò che stiamo facendo, nello spirito di mantenere la calma e andare avanti. Siamo più forti e loro lo sanno."

E intanto con un "quasi certo" di Rutte potremmo trovarci presto in guerra contro una potenza nucleare....

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