Ci abbiamo tutti riso, ma in fondo la scenata del giovane rampante milanese, che da una via chic di Milano ha straparlato in modo isterico, contiene un insieme di elementi ideologici su cui occorrerebbe riflettere. Ciò che colpisce è anzitutto l'idea che i disordini di sabato siano dovuti a "stranieri". Il giovane con tre o quattromila euro di vestiti addosso parla infatti di gente che andrebbe rimandata a casa a "calci". Il primo nesso ideologico è dunque quello per cui violenza=straniero.
Ma chi sono gli stranieri? Credo che si possa rispondere se si riflette a una sorta di sindrome dell'assedio che si sta sempre più radicando nelle città più ricche come Milano (o come Parigi). Su questo elemento dovremo ritornare più diffusamente, perché è vero che se ne parla già da tanto in relazione all'immigrazione. La sindrome dell'assedio però sta mutando. Sta diventando una prerogativa di classe più definita e la città di Milano si sta trasformando nel luogo geografico che distingue chi è cittadino da chi non lo è, chi è portatore di diritti e ha voce da chi invece deve tacere, anzi da chi deve stare fuori dal perimetro perché appunto socialmente estraneo.
A questo punto lo straniero o il maranza non è semplicemente chi ha origini fuori dall'Italia. Del resto non credo che lo strillone arricchito se la prenderebbe mai con un giovane americano o tedesco. Straniero, in quella coscienza confusa e razzistoide, non rimanda all'appartenenza nazionale. Non nel senso a cui pensiamo noi. Straniero è colui non ha cittadinanza non sul piano formale, ma economico. Straniero è colui che per ragioni di classe deve essere escluso.
Questo per molti versi spiega anche perché qualche episodio di sabato si è risolto nell'assalto ad alcuni negozi del centro di Milano esattamente come accaduto a Parigi. Certo, ci può fare orrore pensare che una contestazione politica possa esprimersi con il furto di vestiti d'alta moda. Ma in una realtà depoliticizzata, in una periferia che parla la lingua subalterna al capitale, quei vestiti, quegli abiti costosi hanno un alto valore simbolico. Sono ricercati per ottenere una legittimità sociale, per uscire dall'ombra in cui sono confinati gli stranieri in quanto poveri. Identificano un tipo di "nazione": la nazione dei ricchi, quella a cui anelano gli estimatori di Musk, Thiel, Epstein...
Milano da questo punto di vista è la città simbolo che esprime un'appartenenza di classe mascherata con la ricerca dell'alta moda, di un'esteriorità finta, artificiale dietro la quale si nasconde una volontà di dominio sul prossimo. Dopo anni di iniezione ideologica neoliberale da parte di Sala, Milano si sta trasformando in una città stato, in una nazione che opprime chi ne è escluso e che definisce i propri criteri di cittadinanza in base all'appartenenza di classe.
In fondo, i ragazzi che hanno protestato - figli di immigrati o del ceto medio impoverito, questo non fa più differenza -, con la ricerca e l'esibizione di vestiti che superano la loro reale disponibilità economica, desiderano in modo maldestro non sentirsi più stranieri, non essere l'oggetto di un dominio che non riescono a vedere, di cui non comprendono la sostanza politica, ma che agisce profondamente su di loro, sulla vita quotidiana sui rapporti di amicizia e sulle relazioni sentimentali, cioè su aspetti estremamente importanti per un adolescente che deve costruirsi la propria identità.
Scopo della lotta politica, della nostra lotta, deve essere allora quello di dare una coscienza nuova a questi ragazzi per insegnargli che quello che cercano con la moda è solo il veleno che il capitale impiega per alienare i loro desideri e le loro aspirazioni.
Concludo: il fotomontaggio che sostituisce il volto del giovane milanese privilegiato e abbruttito con quello di Vannacci racconta una grande verità. Il nuovo fascismo sarà la paradossale alleanza tra la ricca borghesia e i seguaci delle realtà periferiche e popolari che con il generalissimo cercano un riscatto per somigliare proprio a chi li opprime.
La legge di bilancio ipotizzata dal governo Meloni assommerebbe a circa 23 miliardi, praticamente nulla, visto che ben oltre la metà serve solo a rifinanziare le misure, come il taglio del cuneo fiscale, introdotte una tantum.
E' chiaro, alla luce di ciò, che serve una concreta alternativa.
Provo a spiegarmi meglio.
La stesura della Legge di Bilancio rappresenta annualmente il momento di massima sintesi politica ed economica per il Paese, eppure la sua costruzione si rivela sempre più un esercizio di bilanciamento estremo, imbrigliata com'è all'interno di una morsa contabile quasi insuperabile.
Da un lato vi è il Quadro tendenziale, ovvero la proiezione della spesa e delle entrate a legislazione vigente, che assorbe la quasi totalità delle risorse disponibili solo per coprire i costi contratti in passato, l'indicizzazione, in realtà solo parziale, delle prestazioni e la spesa, ormai enorme, per interessi sul debito pubblico.
Dall'altro lato agiscono con forza i vincoli europei, ulteriormente irrigiditi dalle nuove regole del Patto di Stabilità e Crescita, voluto da Paolo Gentiloni e firmato da Giorgia Meloni, che impongono traiettorie severe di rientro dal deficit e dal debito, riducendo al minimo i margini di deficit aggiuntivo.
In questo scenario strutturale, lo spazio di manovra effettivo per qualsiasi governo si riduce a pochi spiccioli, trasformando la manovra finanziaria in un intervento marginale, incapace di rispondere alle emergenze del Paese.
Proprio alla luce di questa ristrettezza drammatica appare del tutto paradossale la pressante richiesta di ottenere flessibilità contabile dai partner europei per autorizzare circa 7 miliardi di euro di nuova spesa militare da finanziare a debito.
Richiedere una deroga ai vincoli di bilancio per incrementare gli armamenti e la difesa, mentre si dichiara l'impossibilità di trovare risorse per la salute, la scuola o il trasporto pubblico, svela una precisa gerarchia di priorità politiche che svuota di senso la retorica dell'austerità inevitabile.
La scarsità di risorse non è infatti un dato naturale o un destino cinico, bensì il risultato di precise scelte strutturali sul lato delle entrate: quelle coltivate per anni dal neoliberalismo.
Per uscire da questa paralisi e restituire fiato alla spesa sociale non servono stratagemmi contabili o misure una tantum – utili solo a tamponare un singolo esercizio finanziario – ma una vera e propria riforma fiscale organica incardinata su pilastri di equità e progressività.
Un intervento strutturale fondato sull'introduzione di una patrimoniale dell'1% sui patrimoni netti superiori ai due milioni di euro permetterebbe di redistribuire la ricchezza accumulata ai vertici della piramide sociale.
A questo si dovrebbe affiancare un aumento dell'aliquota Ires al 30% per i settori che hanno registrato extra-profitti record, come gli istituti bancari e i grandi gruppi energetici, chiamando chi ha guadagnato di più a contribuire in maniera proporzionata al benessere collettivo.
Fondamentale sarebbe poi l'allargamento della base imponibile Irpef attraverso l'eliminazione dei molteplici regimi sostitutivi e delle cedolari secche che oggi frammentano il prelievo e favoriscono le rendite rispetto al lavoro dipendente, unito a una lotta seria, determinata e tecnologica all'evasione fiscale.
Un'impostazione di questo tipo non solo garantirebbe un gettito ingente e costante, ma andrebbe a migliorare in modo decisivo lo stesso Quadro tendenziale di partenza.
Elevando in modo permanente la base delle entrate dello Stato, il punto di partenza di ogni futura Legge di Bilancio si libererebbe dalla mossa dei vincoli, consentendo di programmare investimenti pubblici di lungo periodo e di finanziare un'ampia espansione della spesa sociale, dalla sanità universale al sostegno ai redditi bassi, senza dover ricorrere a un indebitamento insostenibile o a paradossali richieste di flessibilità per scopi bellici.
Penso che questa sia ormai una scelta ineluttabile per chi vuole combattere seriamente l'immiserimento di gran parte della popolazione italiana.
L’altra sera ho scartato una vignetta di Natangelo su un Putin preoccupato perché, dopo un paio di giorni di piazze in fiamme, nessuno gli aveva ancora dato la colpa. Va bene che la satira deve esagerare, mi son detto, ma non esageriamo. E mal me ne incolse: i giornali di ieri sono pieni di “Ha stato Putin” per le rivolte dilaganti in tutta Europa. La polizia brancola nel buio, gli 007 non sanno dove girarsi, ma il senatore Borghi (il più comico, quello renziano) ha già risolto il caso: “I disordini non sono casuali, qualcuno può averli incanalati”. Indovinate chi? “L’interesse della Russia è infilarsi come il sale sulle ferite delle pubbliche opinioni per… diminuire la coesione dei Paesi che sostengono l’Ucraina… Tutto questo fa il gioco del Cremlino”. Hai capito chi c’è dietro i dodicenni spaccatutto e i maranza putiniani? Anche la pidina Lia Quartapelle evoca “potenze straniere”. E appena dal centrosinistra piove una scempiaggine, Crosetto s’ingelosisce: lui lo dice “da quattro anni”, purtroppo “inascoltato”, che questa “è la guerra ibrida che qualcuno porta nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali, che si chiamano TikTok, social, YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e reagisca”. Forse perché sono tutti social americani, a parte TikTok che nasce cinese, ma negli Usa è stato appena nazionalizzato. Può mancare Libero? No: “Russi e iraniani soffiano sulle rivolte. Il movimento di protesta si trasforma in un’arma”. E il Riformista? No: “Ottobre russo. Chi manovra il conflitto permanente?”. E De Angelis sulla Stampa? No: “Qualche mago del Cremlino come Dugin inneggia alla rivolta”, senza scordare i NoVax, che si portano su tutto.
In fondo è rassicurante. Siccome gli europei detestano i propri sgovernanti e non sanno più come dire che li vogliono fuori dai piedi, quelli dovrebbero giustificare i loro ciclopici fallimenti e andare a nascondersi: molto più comodo di battere il mea culpa sul petto di Putin. Perdono voti a rotta di collo? È Putin che trucca le elezioni. Crollano nei consensi? È Putin che trucca i sondaggi. Le piazze li insultano? È Putin che le riempie. Macron riuscì persino a sostenere che il video di Brigitte che lo prendeva a sganassoni sull’aereo era un fake della propaganda russa. E Sánchez, subito smentito dalla sua polizia, ha raccontato che tutti quei marocchini a Ceuta li mandava Putin. Tesi peraltro copiata da Crosetto, che attribuì il raddoppio degli sbarchi in Sicilia in èra Meloni agli spingitori della brigata Wagner, puntualmente sbugiardato dai suoi Sservizi. Putin è come la nonna o la zia morta per gli studenti somari che non hanno fatto i compiti. Se non esistesse, o fosse morto (con tutte le malattie letali che ha, c’è da stupirsi che sia ancora vivo), lo inventerebbero uguale identico.
Al netto del disappunto per saccheggi e vandalismi vari, credo che l'unico esito davvero catastrofico delle proteste in corso sarebbe che cessassero.
Possiamo tutti concordare che altre soluzioni sarebbero idealmente auspicabili. Sarebbe meglio un ordinato sciopero generale di tutto il mondo del lavoro, unanime, a tempo indeterminato, finché il governo non cestini tutti i piani bellicisti, finché non riconverta la spesa destinata alle armi a costruire case popolari e rimettere in sesto la sanità, finché non riprenda a commerciare civilmente con tutto il mondo (Russia, Cina e Iran inclusi).
Sarebbe bello, ma nella vita come nella storia si sceglie tra le opzioni disponibili, non tra quelle che vorremmo fossero disponibili.
Tutti i danni vandalici accaduti in Europa nell'ultima settimana sono una frazione ridicola del livello di distruzione che ha luogo in 5 minuti, presi a caso, nella guerra russo-ucraina, da anni, ogni giorno (o di quella subita a Gaza o Teheran per mano dei nostri alleati, con il nostro supporto, tra un talk-show e l'altro).
Dunque, una volta chiarito che non siamo in uno scenario ideale, smettiamo di mugugnare.
Il rammarico per un'auto in fiamme ci ricorda - provvidenzialmente - con un minuscolo memento, cosa significa distruzione vera.
Se serve a svegliare qualcuno, bene così. Ci sono evidenti tentativi - molti documentati - di utilizzare infiltrati per superare una soglia di scontro tale da giustificare la repressione. Dobbiamo essere consapevoli che il gioco della rappresentazione mediatica lavora tutto in quella direzione.
Gli stessi che ci vogliono eroicamente pronti a esporre i petti alle baionette russe - per i valori della von der Leyen - ci stanno chiedendo di mandare le teste di cuoio per salvare qualche vetrina da un mazzo di adolescenti sbandati (e di colleghi infiltrati).
La semplice verità, che ci riguarda tutti, è che non stiamo scegliendo tra un futuro sereno e prospero e il disturbo creato da teppisti incivili.
La scelta attuale, l'ultima che ci hanno lasciato, è tra venir stritolati nell'impotenza dell'ennesima crisi "fatale", e fargli capire, con tutti i mezzi a disposizione, che la misura di sopportazione è colma.
Da grande piattaforma manifatturiera mondiale, storicamente competitiva soprattutto per i costi di produzione e le economie di scala, la Repubblica popolare cinese si sta affermando oggi come una delle principali potenze della manifattura avanzata, attraverso l'innovazione tecnologica, l'automazione e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei processi produttivi. Ciò che più conta è invece l’impostazione strategica alla base di questo processo di trasformazione.
Le autorità cinesi sono infatti impegnate a collegare sempre di più Stato, ricerca e imprese al fine di rafforzare la sicurezza e la resilienza del sistema economico-produttivo di fronte alle incertezze del quadro internazionale e migliorarne il posizionamento globale. L’innovazione manifatturiera rappresenta quindi un pilastro fondamentale, che contribuisce anche a rispondere ai bisogni della popolazione.
Nelle direttive trasmesse alla Conferenza nazionale sulla manifattura avanzata del 16-17 settembre, Xi Jinping ha indicato tre priorità fondamentali: sviluppo intelligente e di qualità, sostenibilità ambientale e integrazione industriale.
Queste indicazioni si inseriscono nel quadro strategico del pensiero sul “socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era”, che individua nella modernizzazione socialista del Paese uno degli obiettivi fondamentali. Ciò significa, nelle parole di Xi, continuare ad “applicare pienamente e coerentemente, in tutti gli ambiti, la nuova filosofia dello sviluppo; garantire al contempo uno sviluppo di alta qualità e una maggiore sicurezza; promuovere uno sviluppo intelligente, verde e integrato; continuare ad ampliare e rafforzare il settore manifatturiero avanzato e rendere le filiere industriali del Paese più autonome, autosufficienti e resilienti ai rischi.” La ricerca di una maggiore autonomia strategica, e di una minore vulnerabilità, insieme al miglioramento delle condizioni di vita del popolo cinese, rappresenta a mio avviso una delle principali forze motrici di questa trasformazione.
L’operatività e la concretezza di queste indicazioni strategiche si evincono anche analizzando i dati dei primi nove mesi del 2026 – pubblicati il 19 ottobre dall’Ufficio nazionale di statistica cinese – che mostrano chiaramente non soltanto una crescita del valore aggiunto della manifattura complessiva pari al 5,6% tra le imprese industriali di maggiori dimensioni, ma soprattutto una crescita ancor più sostenuta della manifattura ad alta tecnologia +14,3%. Ancora più significativi sono gli incrementi del valore aggiunto nella fabbricazione di circuiti integrati (+79,2%) e di prodotti digitali (+13,6%), nonché della produzione di apparecchiature per la stampa 3D (+62,5%). Meritano attenzione anche gli incrementi della produzione di batterie agli ioni di litio per i veicoli elettrici (+43,5%) e di gruppi turbina-idroelettrici (+43,1%).
La portata di questa trasformazione va ben oltre i singoli settori industriali. Secondo le stime preliminari dell'Ufficio nazionale di statistica cinese, nei primi nove mesi del 2026 i nuovi motori industriali, tra cui la manifattura ad alta tecnologia e quella digitale, pur rappresentando poco più del 20% del valore aggiunto industriale, hanno contribuito per oltre il 50% alla sua crescita. Considerando l'intera economia nazionale, i nuovi motori dello sviluppo, comprendenti anche l'economia digitale e i servizi moderni, hanno contribuito per oltre il 40% alla crescita del PIL.
Si tratta di un cambiamento che assume particolare rilievo in una fase caratterizzata da difficoltà nel settore immobiliare, dal rallentamento degli investimenti e da crescenti tensioni internazionali. La modernizzazione industriale si configura così come un fattore di resilienza e trasformazione dell'intera economia nazionale.
L'intelligenza artificiale, la robotica e le fabbriche intelligenti stanno progressivamente diventando componenti strutturali dell'apparato industriale. Il premier Li Qiang ha tradotto questi orientamenti in priorità operative: rafforzamento della ricerca di base, sviluppo delle tecnologie fondamentali, diffusione dell'intelligenza artificiale nell'industria, modernizzazione dei settori tradizionali e integrazione tra manifattura avanzata e servizi moderni.
Questo mutamento qualitativo si innesta su una base industriale già dominante per dimensioni. Secondo l'UNIDO, la quota della Cina nel valore aggiunto manifatturiero mondiale è passata dal 2,8% nel 1990 al 32% nel 2024, consolidando il primato mondiale del paese. Sempre nel 2024 la quota cinese superava quella combinata di Stati Uniti (15%), Giappone (6,3%), Germania (4,6%) e Corea del Sud (3,3%). Si tratta di una trasformazione storica degli equilibri produttivi internazionali, che ha progressivamente spostato il baricentro della manifattura verso l'Asia.
La specificità del percorso cinese risiede nella capacità di coordinare indirizzi strategici di lungo periodo, ricerca scientifica, investimenti e sviluppo industriale, favorendo la diffusione delle innovazioni tecnologiche su una scala produttiva difficilmente replicabile altrove.
Oggi, dunque, la Cina combina una capacità produttiva senza precedenti con una crescente specializzazione tecnologica, facendo della manifattura avanzata uno dei pilastri della propria modernizzazione socialista e ampliando le possibilità di cooperazione industriale e tecnologica con i partner di tutto il mondo.
Il movimento Houthi ha rivendicato un'ampia offensiva contro diversi obiettivi strategici in Arabia Saudita, colpendo la sede del Ministero della Difesa a Riyadh, due aeroporti internazionali e alcuni impianti petroliferi della compagnia Aramco.
L'annuncio è giunto tramite il portavoce militare del gruppo, Yahya Saree, che ha presentato le azioni come una ritorsione diretta per i recenti cento giorni di campagna militare condotta dalle forze saudite nello Yemen, accusate di aver causato centinaia di vittime tra i civili attraverso oltre duemila e novecento attacchi aerei e missilistici.
L'operazione, condotta nell'arco di quarantotto ore mediante l'impiego coordinato di droni e missili balistici, si è articolata in quattro attacchi principali. Oltre al raid contro il quartier generale della Difesa nella capitale, le forze Houthi sostengono di aver colpito l'aeroporto internazionale King Fahd a Dammam, provocando il blocco del traffico aereo, e lo scalo di Abha nel sud-ovest del Paese.
Un ulteriore raid ha interessato il complesso energetico di Aramco a Yanbu, sulla costa occidentale, dove l'impatto avrebbe innescato un incendio.
Oltre a confermare la prosecuzione delle azioni militari in territorio saudita, i vertici del gruppo ribelle hanno lanciato un fermo avvertimento a Riyadh contro eventuali ritorsioni rivolte alle tribù yemenite, prospettando conseguenze di vasta portata per la stabilità dell'intera regione. La leadership Houthi ha ribadito la volontà di mantenere una linea di massima pressione fino al completo arresto delle operazioni ostili e alla rimozione del blocco imposto allo Yemen.
Il presidente russo Vladimir Putin, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbero tenere un incontro trilaterale “storico” in occasione del vertice APEC in Cina. Lo ha affermato il consigliere del Cremlino Yury Ushakov.
Il vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) è in programma a Shenzhen, in Cina, il 18 e 19 novembre. Intervistato mercoledì dal canale russo Vesti, Ushakov ha affermato che Pechino ha già avviato i preparativi per i potenziali colloqui. «Tutti sono pronti per questo, ma molto, se non tutto, dipende dai padroni di casa cinesi del vertice», ha detto. La possibilità di colloqui trilaterali è stata discussa anche durante l’incontro di Putin con l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff a San Pietroburgo mercoledì, secondo quanto riferito dal Cremlino.
Ushakov ha descritto l’incontro proposto come potenzialmente «storico», sottolineando che si tratterebbe del primo incontro dei tre leader in questa configurazione. Putin e Trump si sono incontrati di persona l’ultima volta in occasione di un vertice ad Anchorage, in Alaska, nell’agosto 2025, e sono rimasti in contatto telefonico, l’ultima volta il 9 ottobre.
Alla domanda se i colloqui potrebbero contribuire anche agli sforzi di pace nel conflitto ucraino, Ushakov ha affermato che un singolo incontro non sarebbe sufficiente. «Anche se l’incontro durasse una, due o cinque ore, non sarebbe comunque possibile risolvere tutti i problemi», ha detto. Commentando la possibilità che il vertice possa equivalere a una «nuova Yalta», Ushakov ha dichiarato: «Penso che, se l’incontro avrà luogo, ci sarà una valanga di commenti e valutazioni».
La Conferenza di Yalta del 1945 riunì il leader sovietico Joseph Stalin, il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt e il primo ministro britannico Winston Churchill per discutere delle fasi finali della Seconda guerra mondiale e dell’ordine internazionale del dopoguerra.
22 ottobre. A Kiev, la signora Marta Serafini va a scuola di “ucrainicità”. Poi, appresa la lezione impartita dall'ex ministro degli esteri nazigolpista Dmitrij Kuleba, si fa portatrice del Vangelo a vantaggio dei lettori del Corriere della Sera. Così, “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Kiev e il Verbo era Kiev”(Giovanni – 1,1). Il punto centrale è quello del “tradimento” americano; quindi, esordisce il Maestro, tutti noi «Dobbiamo imparare a vivere senza gli americani e l’Europa deve capire come sopravvivere a Putin». Tale è la questione delle questioni: il “nefasto autocrate” vuole la dipartita di tutti gli europei – che, da assioma UE-NATO, non comprendono i russi – a partire dagli ucraini, ultimo vallo a difesa dei valori liberali. Così, alla domanda se gli USA non siano «più alleati dell'Ucraina e dunque dell'Europa?», col che si sottintende una sorta di simbiosi, di amalgama etno-geografico, di nuovo a far da argine alla irruente aggressività russa, l'esimio pedagogo declama che «Formalmente lo sono. Ma la domanda onesta è un’altra: i soldati americani moriranno per l’Europa? Penso che al momento la risposta sia no». E quindi, chiede al precettore l'attenta discepola, «Cosa dovrebbe fare allora l'Europa?». È qui che l'insegnamento entra nel cuore del vangelo nazigolpista e “in quel tempo, io vi ordinai tutte le cose che dovevate fare” (Deuteronomio – 1,18) - l'Europa dovrebbe «rispondere a una domanda molto semplice, che ha poco a che fare con l’Ucraina: la Russia è un nemico? Se non lo pensate, non ci sarà un cambiamento sostanziale delle politiche attuali». Dunque, voi europei, affrettatevi «ad affrontare il problema nel lungo periodo» e partite dal presupposto che Putin «sia un avversario, e non soltanto una minaccia ibrida». E che diamine! “Disse allora il Signore a Mosè: “Fino a quando rifiuterete di osservare i miei ordini e le mie leggi?”(Esodo – 16,28). Basta con le mezze misure e gli innocenti allarmi sulla “guerra ibrida”: Putin è un nemico della “civiltà occidentale”, attenta ai “valori euroliberali”; quindi, contro un simile pericolo mortale per le angeliche sorti dell'Eden euro-ucraino, servono armi vere, droni a reazione e missili, per rimpiazzare i Patriot che quegli infidi di americani non vogliono darci. Ragion per cui, incalza l'istitutore, voi europei dovete armarvi il più possibile e il prima possibile e fornirci quante più armi possibile, perché «non vedo una sola ragione per cui Putin non dovrebbe prendersela con l’Europa».
“Ma se non mi ascolterete e se non metterete in pratica tutti questi comandi Volgerò la faccia contro di voi e voi sarete sconfitti dai nemici; quelli che vi odiano vi opprimeranno e vi darete alla fuga, senza che alcuno vi insegua”(Levitico – 14,17). E allora, o Vate, «cosa può offrire Kiev alla sicurezza europea?». Ascolta e ripeti con me, sussurra Kuleba all'allieva: «senza gli Stati Uniti, l’unico esercito in Europa temprato dalla battaglia e capace di svolgere compiti difensivi sarebbe quello ucraino... L’Ucraina sopravvive finché si sviluppa, costruisce capacità proprie e garantisce l’unità con l’Europa». Va' e riporta il Verbo a tutti quegli sprovveduti che non credono nella necessaria ucrainizzazione dell'Europa; e ricorda: “io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Matteo – 10,16). Infine, come disse l'altissimo a Marta (per l'appunto!) solo chi crede nella ucrainicità vivrà e “chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno"(Giovanni – 11,25-26).
Peccato che, nella stessa Ucraina, si esprimano pareri non altrettanto evangelici.
L'emigrata russa liberale Julija Latinina ritiene che il repentino cambio di posizione di Donald Trump sull'Ucraina sia dovuto al fatto che la sconfitta dei banderisti sia ormai inevitabile, come testimoniato dal «predominio strategico russo che, già emerso negli ultimi mesi, sta entrando nella fase finale, nella fase di esaurimento dell'Ucraina». Ciò che accade non è tanto il risultato degli eventi al fronte, dove poco accade, quanto della sconfitta di Zelenskij nella guerra delle città, afferma Latinina; una sconfitta schiacciante: aveva dichiarato una campagna di 40 giorni per costringere la Russia a fare la pace, dopo di che si è scoperto che non aveva né missili balistici, né protezione per i cieli sopra Kiev. E solo quando è diventato evidente che le forze in campo erano completamente impari, Trump, che propende sempre per la forza, si è reso conto che, continuando sulla precedente strada, avrebbe dovuto affrontare problemi strategici ben maggiori dei vantaggi che avrebbe ottenuto. Solo allora Trump ha detto: "Basta", con ciò riconoscendo il vantaggio strategico della Russia.
E c'è addirittura chi pronostica – per quanto, di tali predizioni, se ne siano ripetute parecchie: mai avveratesi; quantomeno nell'immediato – un prossimo colpo di stato: la storia dei ritiri statunitensi dai paesi in cui hanno sostenuto una delle parti in conflitto, si è sempre conclusa in modo disastroso per gli ex protetti di Washington e il cocainomane Zelenskij non può fare a meno di rendersene conto, scrive l'ex funzionario di Naftogaz Ukraina, Jurij Korolchuk. «Se ricordate, come gli Stati Uniti abbiano sempre risolto (con successo, meno successo o senza successo) i problemi con i paesi in cui hanno iniziato conflitti o in cui vi sono stati partecipi... la soluzione è stata sempre un colpo di stato, una rivoluzione, una cospirazione, un putsch. È solo per l'innata modestia degli ucraini che oggi tali parallelismi storici vengono raramente menzionati». A detta di Korolchuk, Zelenskij starebbe correndo un serio rischio, intralciando il processo negoziale tra Stati Uniti e Russia. «Se qualcuno crede che tutte le dichiarazioni di Trump siano puramente una manovra pre-elettorale dei repubblicani, ciò è semplicemente ridicolo. La questione ucraina è così insignificante per gli elettori americani che tutti questi “scontri nella piccola Kiev” non avranno alcun impatto... è un errore pensare che solo Trump, che lo ha dichiarato apertamente, voglia rimuovere Zelenskij. Sono convinto che anche tra i leader silenziosi della UE vi sia chi la pensa allo stesso modo». Korolchuk ritiene che gli attuali rivali di Zelenskij degli ambienti militari (Zaluzhnyj, Budanov o Biletskij) sperino erroneamente che un ipotetico colpo di stato porti loro dei vantaggi: il «beneficiario potrebbe essere chiunque, da un capitano a un colonnello e non è un caso che oligarchi come Akhmetov e Pinchuk si siano incontrati a Londra, si siano abbracciati e tifino insieme per il calcio. E non solo per il calcio».
Kiev deve trovare soluzioni per porre fine alla guerra entro sei mesi, altrimenti anche i finanziamenti europei cesseranno, afferma Gennadij Druzenko, il “dottor Mengele” ucraino, fondatore di un ospedale mobile noto per le sevizie sui prigionieri. «La discussione dovrebbe vertere su quando negoziare, quando avremo una finestra di opportunità, quando non saremo costretti a piegarci e inginocchiarci. Credo non prima della primavera. Ma l'estate sarà molto peggio, perché la situazione delle risorse sta cambiando... siamo completamente dipendenti dai nostri partner europei... più a lungo si andrà avanti, più difficile sarà per gli europei pagare per la nostra guerra. E più a lungo andrà avanti, meno saranno disposti a farlo... È chiaro che non si impegneranno per sempre in una guerra che li riguarda da lontano».
Fin dentro il parlamento, c'è chi dichiara che gli Stati Uniti stanno spingendo l'Ucraina verso la capitolazione. Serghej Rakhmanin, della Commissione Difesa della Rada, afferma che «Ci stanno spingendo verso la pace, secondo la loro visione, e verso la capitolazione, secondo la nostra. Permettetemi di ricordarvi che c'è stato Anchorage, che è stato il primo, come pensavano i partecipanti a questa cospirazione, un tentativo riuscito di prendere una decisione su di noi senza il nostro consenso. Non ha funzionato, e ora c'è un secondo tentativo, che viene semplicemente rafforzato da ciò che sta accadendo negli Stati Uniti: le elezioni di metà mandato. Beh, ci stanno ricordando che dipendiamo dagli Stati Uniti».
In questo quadro e nella gesuitica cornici della euro-ucrainicità, da parte europeista ci si preoccupa comunque di trarre il massimo beneficio da quell'esercito che, sul vecchio continente, come certifica il Verbo del nazigolpista Kuleba, sarebbe l’unico «temprato dalla battaglia e capace di svolgere compiti difensivi». E anche non difensivi. PolitNavigator riporta come l'eurodeputato polacco Grzegorz Braun, abbia detto senza mezzi termini che la UE sta addestrando gli ucraini come mercenari che combatteranno per gli interessi di Bruxelles in Africa e in altre regioni del mondo. «Mentre voi siete impegnati a coltivare e sovvenzionare il regime di Kiev, trasformando questo regime corrotto e neonazista nel vostro principale partner e cercando di farlo entrare nella UE, la guerra e le azioni militari sono diventate l'industria nazionale ucraina e il suo principale prodotto di esportazione... «Qualche settimana fa, il Primo ministro del Niger ha avvertito l'ONU che si osserva una forte concentrazione di forze armate francesi e ucraine al confine settentrionale. E qual è stata la vostra reazione? Volete che sovvenzioniamo guerre che l'Ucraina condurrà in diversi continenti usando i soldi e le risorse di diverse nazioni».
È questa l'ucrainizzazione dell'Europa. E il Corriere della Sera ne è il profeta.
L’esercito statunitense ha iniziato in sordina a ritirare le truppe dalle basi in tutto il Medio Oriente e il personale diplomatico dai paesi del Golfo. E' quanto riferisce la NBC, sottolineando come queste decisioni arrivino mentre il presidente Donald Trump sta effettivamente valutando di lanciare una nuova ondata di attacchi contro l’Iran. "Tali ritiri", prosegue l'emittente USA, "ricordano i preparativi messi in atto dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato in vista dei primi attacchi statunitensi-israeliani a febbraio scorso".
Secondo la NBC, in particolare, tra le truppe in fase di trasferimento figurano quelle di stanza in Giordania, Qatar e Kuwait. Secondo quanto riferito, Washington intende mantenere una presenza limitata nelle proprie basi regionali, compreso il personale responsabile della difesa aerea e della sicurezza.
In vista dell’attacco del 28 febbraio, il Pentagono aveva ritirato un gran numero di truppe dalle basi potenzialmente vulnerabili per proteggerle dalla prevista rappresaglia iraniana. Teheran aveva per questo accusato Washington di utilizzare i residenti del Golfo come “scudi umani” dopo che migliaia di militari statunitensi avevano trovato rifugio in alberghi civili ed edifici adibiti a uffici.
Il portavoce del Comando Centrale degli Stati Uniti, Timothy Hawkins, ha rifiutato di commentare i presunti spostamenti di truppe, affermando che le forze statunitensi vengono regolarmente riposizionate per “ottimizzare la prontezza operativa” e rimangono pronte a difendere il personale e gli interessi statunitensi. Il Dipartimento di Stato ha inoltre ordinato al personale non essenziale e alle loro famiglie di lasciare l’Arabia Saudita, citando l’escalation degli attacchi da parte del movimento Houthi yemenita contro aeroporti civili e altre infrastrutture critiche.
Questi sviluppi giungono mentre circolano notizie secondo cui alti funzionari militari statunitensi avrebbero presentato a Trump diverse opzioni per nuovi attacchi contro l’Iran. Secondo la NBC, le proposte includono attacchi contro impianti nucleari iraniani, strutture sotterranee e isole strategiche, tra cui l’isola di Kharg, un importante snodo per l’esportazione di petrolio, e Qeshm nello Stretto di Hormuz. Reuters sempre oggi riporta che Washington sta preparando ulteriori ritiri diplomatici in tutto il Golfo, citando funzionari statunitensi, ma il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigott ha definito le notizie su ulteriori ritiri «inesatte».
Giulia Bertotto è stata presente alla Conferenza alla sede della Stampa Estera a Roma, dove i giornalisti internazionali hanno ascoltato le ragioni delle proteste studentesche con gli esponenti di Osa, Cambiare rotta e Piamo Casa. I giovani hanno affermato che la guerra è la madre e al contempo l'esito più drammatico e violento di tutte le oppressioni, le quali si declinano nel caro carburanti, affitti insostenibili, gentrificazione, liberalizzazione selvaggia del mercato della casa non più calmierato, sanità privatizzata e militarizzazione sociale. Dunque problemi politici e sociali radicati e incistiti da decenni, inaspriti da tagli da parte di partiti di ogni colore, appiattiti invece dal Governo Meloni (ma anche dalle sedicenti opposizioni) su questioni di ordine pubblico e repressi con nuovi approcci securitari.
La conferenza è stata organizzata dal giornalista Max Civili. Colleghi sono pervenuti da agenzie e tv inglesi, norvegesi, brasiliane e molte altre ancora. Grandi testate italiane non pervenute ad ascoltare le ragioni degli studenti, che stanno scendendo in piazza con operai, portuali, agricoltori e autotrasportatori. Uniti verso lo sciopero del 30 ottobre.
Un recente rapporto di Amnesty International ha messo in luce una linea di forte fermezza adottata dalle università del Regno Unito nei confronti di studenti e docenti che esprimono solidarietà alla causa palestinese e si oppongono all'azione militare israeliana a Gaza. L'analisi, che prende in esame decine di casi verificatisi tra la fine del 2023 e la seconda metà del 2025, evidenzia l'uso sistematico di misure punitive quali divieti di accesso ai campus, ingiunzioni legali, sorveglianza attiva e lunghi procedimenti disciplinari per arginare le manifestazioni pacifiche.
Gli accertamenti dell'organizzazione mostrano come i provvedimenti abbiano colpito anche condotte di per sé pacifiche, inclusa la semplice esposizione di simboli come la kefiah o la partecipazione a cori di protesta, interpretati dai vertici accademici come atti di disturbo pur in assenza di danni o minacce concrete. Le ripercussioni più gravi hanno interessato gli studenti e il personale di origine araba, musulmana o palestinese, sottoposti a controlli sproporzionati, nonché i cittadini internazionali in possesso di visto, la cui permanenza nel Paese è stata messa a rischio dalle procedure disciplinari. In diversi casi è emersa persino la creazione di dossier riservati sulle attività degli studenti, raccolti senza consenso e resi inaccessibili ai diretti interessati.
Tra gli atenei coinvolti figurano prestigiosi istituti come Oxford, Cambridge e la London School of Economics. In quest'ultima, comunicazioni interne avrebbero liquidate le mobilitazioni studentesche con toni svalutativi, equiparandole a proteste infantili. Secondo l'organizzazione per i diritti umani, la linea rigorosa risponde a un preciso orientamento di settore, alimentato da direttive governative, pressioni esterne e dall'applicazione delle normative antiterrorismo, di cui si chiede ora l'abolizione nell'ambito educativo.
Amnesty International sottolinea come molte delle restrizioni adottate violino gli obblighi vincolanti degli atenei in materia di diritti umani, avendo limitato in modo sproporzionato e discriminatorio la libertà di espressione e di manifestazione. Il clima di forte rigore ha finito per generare un marcato effetto deterrente all'interno del mondo accademico britannico, spingendo molti a rinunciare al dibattito pubblico per il timore di conseguenze sul piano disciplinare, professionale o d'immigrazione.
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LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"
Il 21 ottobre, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che il confronto con Teheran troverà presto una soluzione "in un modo o nell'altro", senza tuttavia fornire dettagli sullo stato delle trattative.
Rispondendo alla corrispondente di NewsNation, Libbey Dean, che gli chiedeva se il dialogo con l'Iran fosse ancora aperto, Trump ha inizialmente risposto che c'era "un po'" di dialogo, aggiungendo che si vedrà cosa succederà. Quando però gli è stato domandato di nuovo se ritenesse ormai conclusi i colloqui, ha precisato di non credere che ci siano negoziati in corso e che qualcosa accadrà molto presto. Ha poi aggiunto che molti pensano che ciò avverrà dopo le elezioni, ma che si vedrà.
Nel corso delle sue dichiarazioni, ha descritto la tensione con la Repubblica islamica come un "piccolo conflitto", affermando che gli Stati Uniti stanno ottenendo "ottimi risultati sia sul piano militare che finanziario" e definendo "incredibile" ciò che è stato fatto nei confronti dell'Iran. Il presidente ha rilasciato queste battute sulla pista della base aerea di Andrews, nel Maryland, di ritorno da un evento elettorale in Carolina del Sud.
Secondo quanto riportato dal New York Times, funzionari statunitensi e fonti informate confermano che gli Stati Uniti e Israele hanno elaborato piani specifici per riprendere gli attacchi contro l'Iran dopo le elezioni americane di metà mandato.
Mentre prende sempre più piede l'ipotesi di un'operazione rapida ma intensa, le forze armate di entrambi i paesi hanno intensificato le esercitazioni e condotto sorvoli sull'Iraq per simulare manovre d'attacco. A conferma del passaggio della pianificazione alla fase operativa, il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha incontrato questa settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per discutere di nuove opzioni offensive.
La testata ha tuttavia evidenziato diversi motivi di scetticismo sulla riuscita di un nuovo conflitto rispetto alla prima fase dell'aggressione israelo-americana tra febbraio e aprile, la quale aveva già causato il rialzo dei prezzi dell'energia e dell'inflazione globale, compromesso la stabilità regionale e messo a dura prova le difese aeree del Pentagono. Inoltre, il giornale sottolinea come l'approvazione finale da parte del presidente Donald Trump non sia affatto scontata. Trump ha infatti posto ripetutamente il veto su vari piani di attacco su larga scala, compreso quello di questo mese, stoppando le operazioni quando gli eserciti erano ormai pronti all'azione.
L'Iran ha sottolineato come il mancato rispetto degli impegni da parte degli Stati Uniti e i loro continui tentativi di imporre diktat unilaterali rappresentino il principale ostacolo alla diplomazia e al raggiungimento di un intesa duratura.
Rispondendo alle recenti affermazioni del segretario di Stato americano Marco Rubio — che aveva indicato nelle convinzioni religiose degli iraniani la causa dello stallo nei negoziati —, il portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Baqai, ha dichiarato che non si possono pretendere concessioni rifiutando la reciprocità o imponendo condizioni senza considerare i legittimi interessi dell'altra parte.
Nel suo intervento, Baqai ha contestato apertamente la ricostruzione americana, chiedendosi cosa c'entrino il mancato rispetto degli impegni diplomatici e il ricorso alla forza da parte di Washington con la fede degli iraniani. Ha poi osservato come la religione non escluda affatto la razionalità, così come il secolarismo non sia di per sé garanzia di saggezza, ribadendo che a rendere impossibili le trattative non sono le credenze religiose dell'Iran, bensì l'atteggiamento degli Stati Uniti, incline all'imposizione anziché al vero confronto diplomatico.
In un momento storico particolarmente delicato per il paese, impegnato in uno dei passaggi diplomatici più complessi dai tempi dell'accordo sul nucleare del 2015, Teheran ribadisce dunque che il dialogo resta inutile a fronte di continue sanzioni e minacce. Rivolgendosi direttamente a Rubio e ai vertici americani, il portavoce iraniano ha infine sollecitato le autorità statunitensi ad abbandonare i pregiudizi ideologici per iniziare a comprendere le reali esigenze di sicurezza dell'Iran, assumendosi la piena responsabilità delle promesse finora disattese.