❌

Reading view

Terre rare, il riciclo europeo cerca capacità industriale. Il progetto Inspiree

A Ceccano, in provincia di Frosinone, Itelyum sta sviluppando un impianto per recuperare terre rare dai magneti permanenti contenuti nei motori elettrici e nelle apparecchiature elettroniche dismesse. Il progetto Inspiree, autorizzato nel giugno scorso, prevede il trattamento di 2.000 tonnellate annue di magneti, da cui ottenere circa 700 tonnellate di ossalati di terre rare. Sono capacità previste, ancora da realizzare. Quegli ossalati, inoltre, dovranno attraversare altre lavorazioni prima di diventare nuovi magneti destinati alla manifattura.

La distinzione tra recuperare una materia prima e riportarla in una produzione industriale riguarda direttamente il voto con cui il Parlamento europeo, il 20 ottobre, ha approvato la propria posizione sulla revisione del Critical Raw Materials Act: 470 favorevoli, 83 contrari e 108 astensioni. Fra le modifiche figura la possibilità di limitare, a determinate condizioni, le esportazioni di rottami e rifiuti contenenti magneti permanenti. Si tratta di una proposta negoziale, che dovrà essere concordata con il Consiglio; oggi non esiste un divieto già operativo derivante da quel voto.

La posta economica emerge dalla geografia della produzione mondiale. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 la Cina controllava il 91% della raffinazione delle terre rare destinate ai magneti e il 94% della produzione di magneti permanenti sinterizzati. Le difficoltà registrate nel 2025 a seguito delle restrizioni cinesi alle esportazioni hanno mostrato quanto l’industria automobilistica europea sia esposta alla disponibilità di questi componenti. La dipendenza riguarda soprattutto le lavorazioni nelle quali i materiali vengono separati, raffinati e trasformati in prodotti utilizzabili.

Il piano RESourceEU della Commissione, presentato nel dicembre 2025, rileva che nell’Unione viene riciclato meno dell’1% delle terre rare. Una parte dei magneti a fine vita esce dal territorio europeo, rimane inutilizzata o non viene recuperata. Bruxelles stima che iniziative come Inspiree in Italia e alcuni progetti francesi possano contribuire, con materiali e incentivi adeguati, alla futura produzione di 3.800 tonnellate di magneti permanenti: circa un quinto della domanda attuale. La stima descrive un potenziale da sviluppare, lontano da una capacità già disponibile.

Un’impresa che raccoglie magneti dismessi deve trovare acquirenti per il materiale recuperato. Chi lo acquista per trasformarlo deve invece sostenere i costi degli impianti e assicurarsi forniture sufficienti a mantenerli in esercizio. La proposta parlamentare interviene sulla circolazione commerciale dei rottami, mentre l’ampliamento della capacità di trattamento richiede investimenti, autorizzazioni e tempi industriali. Il progetto di Ceccano, passato attraverso un’autorizzazione prima dell’avvio della produzione su scala prevista, rende concreta questa differenza. I volumi trattenuti in Europa andranno considerati insieme a quelli che gli impianti europei sono effettivamente in grado di lavorare.

Gli investimenti devono poi coprire l’intera sequenza produttiva. Dopo il trattamento chimico sono necessarie la conversione dei composti in metalli, la preparazione delle leghe e la fabbricazione dei magneti. Ogni fase comporta tecnologie e rischi differenti. Un aumento delle quantità recuperate può alimentare la filiera soltanto quando le lavorazioni successive trovano capacità adeguata e clienti disposti ad acquistare il prodotto.

Le difficoltà della fase finale sono documentate anche dal caso Gkn Powder Metallurgy. Nel febbraio 2026 Reuters ha ricostruito la rinuncia del gruppo al progetto di una fabbrica europea di magneti permanenti, dopo circa 20 milioni di euro investiti e l’avvio di un impianto pilota in Germania. L’obiettivo era raggiungere 4.000 tonnellate annue entro il 2030. Secondo le fonti citate dall’agenzia, l’attività era stata giudicata estranea al perimetro centrale del gruppo e caratterizzata da prospettive economiche incerte, in un contesto di concorrenza cinese sui costi. Il passaggio dal pilota alla produzione commerciale non è arrivato a compimento.

Per attenuare l’incertezza degli investimenti, il Parlamento propone meccanismi di stabilizzazione dei prezzi e un Centro europeo per le materie prime critiche, con funzioni di coordinamento degli approvvigionamenti, delle scorte e degli acquisti congiunti. L’Eurocamera chiede anche una dotazione di 2 miliardi di euro nel prossimo bilancio pluriennale, ancora da approvare. Strumenti finanziari e coordinamento acquistano utilità quando accompagnano progetti industriali sostenuti da forniture e sbocchi commerciali verificabili. Il solo riconoscimento di un impianto come strategico non ne garantisce la redditività.

La domanda dei produttori finali può contribuire a dare stabilità alla filiera. L’Agenzia internazionale dell’energia calcola che le terre rare incidano per circa il 40% sul costo di un magnete permanente, ma per meno dell’1% sul valore di un’automobile. I costruttori devono dunque confrontare l’eventuale maggior costo di una fornitura diversificata con quello derivante dall’interruzione della produzione. Contratti pluriennali e impegni di acquisto offrirebbero ai produttori europei una base più solida sulla quale programmare i nuovi stabilimenti.

L’Italia dispone di competenze nel trattamento dei rifiuti industriali, nella chimica e nella componentistica destinata all’automotive e all’aerospazio. Inspiree mostra una capacità tecnologica in sviluppo nel recupero, mentre i componenti finali richiedono ulteriori lavorazioni e rapporti industriali con chi li utilizza. La sicurezza degli approvvigionamenti interessa anche l’elettronica e la difesa, settori nei quali qualità, continuità e tracciabilità delle forniture hanno un peso particolare.

Il negoziato tra Parlamento e Consiglio dovrà definire le condizioni delle eventuali restrizioni, tenendo conto della capacità di trasformazione disponibile e degli obblighi commerciali internazionali. Per valutare gli effetti sui mercati serviranno dati più precisi sui flussi dei magneti recuperabili, distinti dalle statistiche aggregate sui rottami. La quantità di metalli, leghe e magneti prodotti nell’Unione con quei materiali, e successivamente acquistati dalla manifattura, offrirà una misura concreta dei risultati raggiunti. Anche la continuità delle forniture dovrà entrare in questa valutazione.

  •  

Il mito della rivolta sociale e la verità sul caos nelle piazze italiane

Le recenti violenze che hanno infiammato il Nord Italia non sono l’esplosione improvvisa di una collera periferica, di uno sfogo metropolitano, bensì l’epifenomeno di una carsicità disconosciuta o rinnegata: l’impellenza del digitale nel reale. Lo spiazzo urbanistico è il terminale concreto di codici e canali informatici sotterranei, ove la rabbia e l’aggressività sono coltivati e ingegnerizzati a suon di clic prima di tradursi in sassi e vetrine infranti assieme alla narrazione del falso spontaneismo giovanile. Dietro la maschera della reazione istintiva si cela una regia meticolosa, capace di smobilitare frange delinquenziali e trasformare il disagio – vero o indotto – in guerriglia urbana orientata. Da cui segue un paradosso tutto italiano: un “patriottismo costituzionale acritico” che venera a parole “la Costituzione più bella del mondo”, ma ostile nel realizzarne persino i fondamentali.

L’articolo 17 sancisce il diritto di riunirsi “pacificamente e senza armi”, un limite invalicabile che i professionisti del disordine calpestano sistematicamente, pretendendo che l’illegalità venga derubricata a comprensibile dissenso. Vien pur tuttavia da chiedersi: perché proprio ora? Cui bono? La risposta non risiede nelle dinamiche del welfare, ma nei manuali di guerra ibrida. La destabilizzazione risponde ai precisi interessi di un movimento filorusso – che in Italia ha radici antiche – mirante alla disgregazione interna dell’Europa: una sorta di ammaliante istigazione al suicidio politico. Iniettare caos nelle liberaldemocrazie occidentali, esasperare le polarizzazioni e logorare l’ordine pubblico, minare la percezione di sicurezza, sono i binari di un conflitto asimmetrico in cui le piazze europee diventano i teatri di uno scontro geopolitico per procura. Sul versante opposto, d’altronde, tutto ciò non potrebbe mai accadere: in Russia, in Iran, in Cina, le contestazioni vengono soffocate sul nascere.

Il supposto pretesto economico – volto a trovare un’eziologia sociale all’episodica violenza – fatica a reggere. I dati macroeconomici evidenziano piuttosto un eccessivo e diffuso risparmio privato delle famiglie, i cosiddetti “poveri benestanti” descritti da Alberto Brambilla (Corriere della Sera, L’Economia, 02-02-2026): un immenso patrimonio liquido bloccato dalla paura – sintomo di una crisi di fiducia e di prospettive – non certo di una miseria materiale assoluta tale da giustificare la brutalità delle sommosse. Ciò che manca è, invece, la declinazione liberale della “libertà nella responsabilità” – quel principio tanto caro a Emma Bonino – secondo cui ogni diritto deve essere esercitato in prospettiva di rispondere degli effetti etici e civili da esso prodotti. Al contrario, assistiamo al tentativo d’accatto di piegare lo “scire per causas” – sempre ben condito di retorica criminologica veteromarxista – al fine di confezionare una qualche causa di giustificazione intrinseca degli agiti delinquenziali.

Sociologi e filosofi sedicenti progressisti corrono a spiegare le “radici profonde” del malessere, compiendo un tragicomico errore logico-giuridico: equiparare lo sfasciare una vetrina all’ingiustizia di un salario da fame. Essi confondono – forse deliberatamente – un contratto squilibrato con un illecito descritto dal codice penale. Senza ovviamente criticare o perlomeno scomodare l’inutilità bellicosa di un sindacato militante ormai ridotto a feticcio ideologico il quale – di quelle retribuzioni miserande – è il principale responsabile. Ma la violenza non è la “rescissione per lesione” di un sinallagma: è un reato. In detto cortocircuito argomentativo, chi sarebbero le vittime? I manifestanti violenti, “presunti esclusi” dal famoso sistema? O i commercianti, i residenti, i lavoratori, gli studenti, i manifestanti pacifici, che hanno subito – senza la suddetta presunzione di esclusione sistemica – una devastazione materiale e psicologica? Il fatto è che nella distruzione si consuma la rivalsa del corpo muto (Leibverstummung), il quale parla in luogo di un discorso ormai amputato: e l’incapacità intellettuale di articolare un pensiero rivendicativo strutturato in parole coerenti si traduce nell’aggressività smodata del corpo che si scaglia contro i simboli di quella agiatezza di cui gode immeritatamente. La verità – illustri commentatori, cari rivoltosi – è che, come direbbe il Marchese Del Grillo, “non c’avete un cazzo da di’…”. Questa è la tragedia. Un’impostura peraltro che non brilla certo per novità. Dov’è l’originalità rispetto al Mark Renton di Trainspotting? I fatti della piazza milanese ricalcano un rifiuto generazionale – e generativo – già visto trent’anni fa:

“Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia… Scegliete il vostro futuro. Ma perché dovrei fare una cosa del genere? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro”.

Meglio distruggere e adagiarsi nel consueto, quieto e canforaceo vittimismo dal rassicurante retrogusto al “miele-strazio”, insomma, piuttosto che impegnarsi e correre il rischio di fallire come “poveracci” in una società competitiva? È questo il proposito? È questo che si vuole rivendicare? Pare la solita cattiva recita orchestrata dai soliti “cattivi registi”, così racchiusi nella loro ombelicalità autoerotica da non riuscire a distinguere un farabutto da un disgraziato. Quasi 5 milioni di italiani – pari a circa il 9% della popolazione – svolge attività di volontariato; di questi, più di 1 milione è rappresentato da giovani, con la fascia tra i 14 e i 17 anni in netta crescita negli ultimi anni. Sarebbe necessario – ogni tanto, eh, senza esagerazioni, per carità! – esaltare la parte sana di una comunità, premiarla, o anche solamente ricordarla, durante i discorsi pubblici. Tra un vaneggiamento e l’altro, si potrebbe trovare un piccolo spazio anche per loro: ne sono convinto.

  •  

La Shari’a in Italia. Il problema non è la libertà religiosa, ma la sovranità

La costituzione a Padova di una Camera arbitrale islamica italiana ripropone un interrogativo del diritto pubblico europeo: a quali condizioni regole elaborate entro tradizioni religiose possono produrre effetti nell’ordinamento statale? Il dibattito oscilla tra il timore di tribunali paralleli e il richiamo alla libertà religiosa. Entrambe le letture lasciano in ombra il problema dell’autorità.

L’organismo padovano, associazione non riconosciuta, non è un tribunale dello Stato. Il regolamento prevede un arbitrato rituale e, per controversie inferiori a 5.000 euro, decisioni secondo equità ispirate al diritto islamico. Per le decisioni secondo diritto richiama precetti comuni alle nazioni islamiche e, a determinate condizioni, l’interpretazione accolta nel Paese di cittadinanza comune delle parti. L’articolo 822 c.p.c. disciplina la scelta delle norme applicabili e la decisione secondo equità; restano fermi i limiti dell’arbitrabilità, le garanzie del consenso e il controllo sugli effetti del lodo. Ma chi individua quei precetti e con quale autorità?

La Shari’a non è un codice unitario: si articola in scuole e tradizioni interpretative connesse a differenti assetti istituzionali. Identificare una norma richiede una scelta ermeneutica e implica il riconoscimento di un’autorità. La libertà religiosa tutela la professione della fede, senza attribuire automaticamente efficacia civile alle decisioni fondate su precetti confessionali. La questione è politico-costituzionale: investe le condizioni alle quali una pretesa normativa acquista rilevanza giuridica.

La pluralità delle fonti e dei centri di produzione normativa è ormai un tratto strutturale dell’ordinamento italiano, nel quale si intrecciano diritto dell’Unione europea, autonomie territoriali e autonomia privata e collettiva. Il problema non è dunque l’esistenza di norme di diversa provenienza, ma la determinazione delle condizioni della loro rilevanza giuridica. La sovranità si ripropone non sul piano dell’esclusività della produzione normativa, ma su quello della qualificazione e del riconoscimento dei suoi effetti nell’ordinamento costituzionale.

Il diritto comparato aiuta a comprendere la posta in gioco. Nei Paesi musulmani si osserva spesso un processo di statalizzazione dell’Islam: lo Stato organizza e controlla istituzioni religiose. In Egitto il Ministero degli Awqaf interviene sull’amministrazione delle moschee e sulla predicazione; in Marocco il sovrano, Comandante dei credenti, occupa una posizione centrale nell’ordinamento religioso; in Turchia la Diyanet è un’istituzione pubblica competente in materia di culto. Non sono modelli da trasferire in Italia, ma mostrano le differenti configurazioni giuspubblicistiche dell’autorità religiosa.

L’esigenza di identificare gli interlocutori religiosi era già emersa nell’audizione del 14 novembre 2017 dinanzi alla I Commissione Affari costituzionali della Camera, dedicata alla disciplina delle moschee e degli imam. Allora si discuteva dell’organizzazione del culto; oggi dell’efficacia civile di decisioni arbitrali. Il presupposto rimane: l’autorevolezza riconosciuta entro una comunità religiosa non si traduce di per sé in autorità giuridica nell’ordinamento repubblicano. La mediazione statale emerge del resto in Egitto, dove le controversie familiari sono affidate a giudici statali, e in Marocco, dove la Mudawwana è legge dello Stato.

Le esperienze occidentali confermano l’esigenza di distinguere i piani. Nel Regno Unito una revisione indipendente del 2018 ha esaminato i problemi posti dalle Sharia councils, soprattutto in materia di consenso e tutela delle donne. In Ontario una riforma del 2006 ha limitato gli effetti dell’arbitrato familiare ai procedimenti conformi al diritto canadese. Nella sentenza Molla Sali c. Grecia del 2018, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha censurato una discriminazione successoria legata all’applicazione di regole islamiche. Fattispecie differenti, che impongono di distinguere appartenenza confessionale ed efficacia civile.

Sulla vicenda padovana il Governo ha ribadito al Senato, il 15 ottobre 2026, la piena vigenza dell’ordinamento repubblicano, fissando un principio essenziale. In questa prospettiva, sarebbe utile un approfondimento conoscitivo delle amministrazioni e degli apparati competenti sulla struttura degli organismi arbitrali che richiamano tradizioni religiose o consuetudinarie, sui loro eventuali collegamenti con autorità estere, sui criteri di individuazione delle norme e sulle garanzie offerte alle parti. Una ricognizione consentirebbe di distinguere l’esercizio legittimo dell’autonomia privata da eventuali criticità costituzionali. I criteri di osservazione e controllo dovrebbero essere generali, senza discriminazioni confessionali, pur riservando attenzione alle specificità istituzionali dell’Islam.

Vi è, infine, una dimensione nella quale diritto comparato e geopolitica si incontrano. Quando un organismo italiano richiama interpretazioni della Shari’a maturate in altri ordinamenti, introduce nei rapporti privati criteri normativi elaborati entro differenti strutture di autorità. Ciò non implica, di per sé, interferenze straniere, ma mostra che le norme non circolano indipendentemente dai contesti nei quali hanno acquistato significato e autorevolezza. L’analisi comparata deve spingersi oltre il contenuto delle disposizioni, ricostruendo i rapporti tra produzione normativa, interpretazione e potere.

La Repubblica non è chiamata a stabilire quale sia la corretta interpretazione della Shari’a. Le compete, invece, determinare a quali condizioni e con quali limiti le decisioni che a essa si richiamano possano produrre effetti giuridici nel proprio ordinamento.

  •  

Agenti autonomi e rischi globali, perché la prudenza non basta. Scrive l’amb. Brasioli

Agenti autonomi che sembrano sfuggire al controllo, incidenti di cybersecurity e timori di conseguenze catastrofiche per l’umanità: negli ultimi mesi il dibattito sull’IA oscilla tra problemi concreti e scenari estremi. Occorre prendere sul serio entrambi, distinguendo i comportamenti già osservati — agenti IA che sembrano aggirare i vincoli imposti dai programmatori — dai rischi futuri, ancora incerti. Ma concentrarsi soltanto sulle macchine rischia di lasciare in ombra le decisioni umane che ne rendono più difficile il controllo.

La dinamica più pericolosa non è necessariamente un’IA “malvagia”, ma un sistema internazionale che spinge Stati e imprese a correre più velocemente dei propri controlli. Prima di chiederci se una macchina possa ribellarsi, dovremmo domandarci chi l’abbia autorizzata ad agire, con quali strumenti e sotto quali verifiche.

Per un’impresa, aspettare può significare perdere clienti e quote di mercato. Per un governo, imporre controlli più severi può apparire come un favore alle potenze rivali. La sicurezza diventa così un costo immediato, mentre i suoi benefici restano meno visibili: un incidente evitato non produce annunci, ricavi o primati nazionali. Anche attori consapevoli dei pericoli possono alimentare una corsa rischiosa, se ciascuno considera la propria accelerazione una risposta obbligata a quella degli altri.

La competizione è esplicita. Washington collega la leadership nell’IA alla forza economica, alla sicurezza nazionale e all’influenza internazionale degli Stati Uniti. Pechino inserisce l’IA nella costruzione della propria autonomia tecnologica e nella trasformazione industriale. L’Europa cerca di combinare regole e capacità produttiva, affiancando alla tutela dei diritti investimenti, infrastrutture di calcolo e competenze.

Le strategie divergono, ma rispondono a una preoccupazione comune: la dipendenza dalla tecnologia altrui. Chiedere genericamente prudenza non basta; occorre rendere la sicurezza una condizione della competizione, non una rinuncia affidata alla buona volontà dei singoli, né tantomeno alle aziende private.

Con gli agenti autonomi, l’esigenza diventa più urgente. Un sistema autorizzato a eseguire codice, utilizzare credenziali o intervenire su servizi esterni può trasformare un errore in una sequenza di azioni: una risposta inesatta può già provocare gravi danni. 

Non serve attribuire alle macchine intenzioni umane. Basta che trovino una soluzione efficace rispetto al risultato richiesto, ma incompatibile con i limiti che avrebbe dovuto rispettare. La domanda non è soltanto quanto sia affidabile il modello: è quanto danno possa produrre prima che qualcuno intervenga.

Da qui dovrebbero partire tre scelte politiche.

La prima è separare lo sviluppo dalla verifica. I test interni sono necessari, ma non possono esaurire il controllo sui sistemi con conseguenze rilevanti. Servono valutazioni indipendenti e accessi tecnici adeguati. La riservatezza industriale va tutelata, senza trasformarla in uno scudo contro ogni scrutinio.

La seconda è rendere esplicita la responsabilità di autorizzare le azioni. Chi concede a un agente l’accesso a una rete o la possibilità di modificare un sistema deve rispondere di quella scelta. Permessi circoscritti, registrazioni verificabili e possibilità di revoca devono precedere l’impiego, non seguire un incidente.

La terza è costruire una cooperazione minima tra rivali. Non occorre condividere segreti industriali per concordare procedure di segnalazione degli incidenti, criteri confrontabili di valutazione e contatti nelle emergenze.

In questo quadro può essere utile il lavoro del Panel scientifico indipendente delle Nazioni Unite sull’IA (un gruppo di 40 esperti indipendenti incaricato di valutare opportunità, rischi e impatti dell’intelligenza artificiale): non un’autorità sovranazionale di governo, ma un organismo chiamato a fornire una base scientifica condivisa per orientare le decisioni politiche e regolatorie. 

La scelta non è tra correre e fermarsi, ma tra governare l’innovazione e inseguirne le conseguenze: la leadership tecnologica si misura anche nella capacità di valutare i rischi e definire le responsabilità prima dell’impiego dei sistemi di IA, non soltanto dopo un incidente.

(Avvertenza dell’autore: le opinioni contenute in questo articolo sono espresse a titolo personale e non sono attribuibili al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano)

  •  

La sovranità dei droni si decide nei materiali. L’analisi di Zuccalà

Nel dibattito europeo sui droni si discute soprattutto di capacità produttiva, investimenti e rapidità di sviluppo. Molto meno di ciò che ne determina l’affidabilità operativa: i materiali. Un mezzo senza equipaggio che opera in mare, in montagna o nel deserto è esposto a condizioni capaci di comprometterne le prestazioni anche senza provocare danni strutturali. Una lente velata dalla salsedine, un contatto corroso o un pannello coperto di polvere sono sufficienti a interrompere una missione, con conseguenze sulla sicurezza e sui costi di gestione.

La Commissione europea stima per il 2030 un mercato continentale dei droni da 14,5 miliardi di euro, con 145.000 nuovi posti di lavoro. Per l’Italia, la questione non riguarda soltanto la partecipazione a questa crescita, ma il ruolo da occupare nella filiera: assemblare componenti sviluppati altrove oppure controllare tecnologie che determinano la durata, l’efficienza e l’autonomia delle piattaforme? La sovranità industriale in questo settore si misura nella seconda opzione, e passa anche da innovazioni poco visibili, come la protezione avanzata delle superfici.

La storia che vorrei raccontare comincia lontano dal cielo. All’inizio del 2024, sul sommergibile Gianfranco Gazzana Priaroggia della Marina Militare, è stata avviata una sperimentazione su un trattamento nanotecnologico applicato al periscopio d’attacco. L’obiettivo era risolvere un problema operativo concreto: impedire che acqua marina e depositi salini compromettessero la qualità delle immagini e rallentassero le operazioni, aumentando l’esposizione del battello.

Per circa quaranta giorni, tra prove in porto e in mare aperto, abbiamo osservato il comportamento del rivestimento. L’acqua scorreva più rapidamente sulla lente, la sedimentazione salina risultava minima e i depositi residui venivano rimossi dal movimento del periscopio durante l’immersione. La qualità delle immagini rimaneva inalterata o migliorava rispetto alla superficie non trattata. Osservazioni qualitative, ma sufficientemente incoraggianti da suggerire un’applicazione più ampia: trasferire quella protezione alle ottiche, ai sensori e alle strutture dei sistemi senza equipaggio.

Il passaggio successivo è stato affidato alla ricerca e alle verifiche di laboratorio, attraverso protocolli sviluppati anche con il contributo del mondo universitario, tra cui il Politecnico di Torino. Le prove hanno riguardato corrosione salina, abrasione, calore, umidità e radiazioni ultraviolette. Un trattamento per il vetro ha superato diecimila passaggi di spugna abrasiva; sui pannelli fotovoltaici sono stati registrati incrementi della produzione energetica fino al 3,99% in simulazione solare. Lo spessore misurato di uno dei rivestimenti, appena 76,7 nanometri, rende possibile una protezione senza aggravio significativo di peso, requisito essenziale per piattaforme nelle quali ogni variazione incide sull’autonomia.

Nel maggio 2026, a Bagnoli, sono stati presentati i primi droni dotati di finiture protettive nanotecnologiche sviluppate attraverso questo percorso. È stato il passaggio simbolico e industriale dagli abissi al cielo, con prospettive di applicazione anche ai sistemi terrestri e marini.

Sono convinta che quanto realizzato abbia oggi caratteristiche potenzialmente uniche nel panorama internazionale. Non conosco esperienze analoghe nelle quali una forza armata, la ricerca universitaria e un’impresa privata abbiano contribuito a sviluppare, partendo da un sommergibile operativo, una tecnologia di protezione successivamente trasferita ai droni e sottoposta a verifiche secondo standard internazionali. È un risultato che nasce dalla manifattura e dalla ricerca italiane e che potrebbe diventare un riferimento ben oltre i nostri confini. Le condizioni ambientali che abbiamo affrontato sono le stesse con cui devono confrontarsi operatori nel Mediterraneo, nei teatri desertici e in numerosi altri contesti operativi.

Per me questo percorso ha anche un significato personale. Il Polo Nazionale Droni, che presiedo, è una realtà italiana guidata da una donna, e questo suo primo progetto internazionale rappresenta un risultato concreto in un settore, quello della difesa e delle tecnologie unmanned, nel quale la presenza femminile ai vertici resta limitata. Ho imparato quanto sia importante costruire credibilità attraverso competenze, sperimentazione e risultati verificabili, soprattutto in ambienti tradizionalmente maschili. Credo che questa esperienza dimostri come l’imprenditoria femminile possa contribuire direttamente allo sviluppo di tecnologie strategiche, offrendo anche un esempio alle nuove generazioni di ricercatrici e imprenditrici italiane.

Al di là della dimensione personale, il valore del progetto risiede soprattutto nel modello che lo ha reso possibile. La Marina Militare ha contribuito con un banco di prova operativo e competenze specialistiche; il mondo universitario ha sviluppato protocolli scientifici; l’iniziativa privata ha formulato e prodotto i trattamenti. Il Polo Nazionale Droni può ora favorire il collegamento tra questa esperienza e una rete più ampia di costruttori, operatori e istituzioni. È una filiera interamente italiana, nella quale la collaborazione tra pubblico, ricerca e industria diventa uno strumento concreto di autonomia tecnologica.

Questo modello merita attenzione anche oltre il settore dei droni. L’Italia possiede competenze avanzate nella scienza dei materiali e nella manifattura specializzata, ma spesso fatica a trasformarle in vantaggi industriali duraturi. La competizione internazionale non si gioca esclusivamente sulla capacità di produrre piattaforme complete: riguarda anche il controllo delle tecnologie abilitanti, capaci di migliorarne le prestazioni e ridurne i costi lungo l’intero ciclo di vita. È anche in questi segmenti che il Made in Italy può costruire una posizione distintiva.

Il percorso, naturalmente, non è concluso. Sono ancora in corso le prove sull’adesione del ghiaccio, sulla protezione dei compositi e sulla resistenza alla nebbia salina. Mancano dati sistematici provenienti da droni impegnati in missioni reali. La prossima fase prevede test in volo su flotte di operatori partner, con misurazioni delle ore di fermo, dei guasti e dell’autonomia. Saranno questi risultati a stabilire ulteriormente portata industriale della tecnologia e la sua capacità di affermarsi sui mercati internazionali.

La sfida finale riguarda dunque la capacità di trasformare una sperimentazione promettente in uno standard industriale internale. Servono procedure di qualificazione, collaborazione con i costruttori e opportunità di verifica operativa, anche attraverso la committenza pubblica. Senza questi passaggi, il rischio è ripetere una debolezza ricorrente del sistema italiano: sviluppare innovazioni di qualità senza riuscire a portarle su scala globale.

Per questo il Polo Nazionale Droni intende coinvolgere operatori, imprese e centri di ricerca nella prossima fase di sperimentazione. L’obiettivo è dimostrare che una tecnologia sviluppata in Italia può contribuire a definire nuovi criteri di affidabilità per i sistemi senza equipaggio.

La sovranità tecnologica non si misura soltanto nel numero di droni che un Paese riesce a produrre. Si misura anche nella capacità di controllare ciò che permette loro di funzionare più a lungo, in condizioni più difficili e con maggiore efficienza. A volte, il vantaggio strategico può essere racchiuso in uno strato di materiale spesso pochi nanometri.

  •  

Un punto di vista diverso in Europa, quello di un popolo senza terra. Il racconto di Chiapello

“Costruiamo un futuro diverso”: questo è stato il titolo del 34° convegno internazionale dell’AIZO Rom e Sinti, associazione fondata e presieduta dalla sociologa Carla Osella che da 55 anni si occupa di quella che la stessa Commissione Europea riconosce essere la più numerosa minoranza etnica in Europa considerando che la popolazione romanì è stimata tra gli 11 e i 12 milioni di persone con un po’ più di 6 milioni nell’Unione Europea, cittadini per lo più residenti nell’area balcanica.

In Italia si parla di 150/180 mila Rom, Sinti, Camminanti, di questi nei campi, destinati a chiusura per indicazione dell’Ue secondo i numeri dell’Unar, ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, ne rimangono 12 mila, in forte calo dal 2015: si tratta di un popolo che nel complesso supererebbe numericamente altri popoli europei ma rimane il più colpito da pregiudizi che assumono la forma dell’antizingarismo.

All’importante convegno di Torino, del 2 ottobre, aperto con l’inno “Gelem Gelem” suonato dalla violinista, oltre che artista e operatrice sociale, Rebeca Devora Covaciu, centrali sono stati i problemi e le loro evoluzioni che Carla Osella dal 1971 affronta da quando andò a vivere con una famiglia di Sinti piemontesi ed iniziò un cammino, quello che durante l’intervista alla giornalista Maria Teresa Maetinengo è stato definito un sogno che diventa storia.

Nei saluti gli assessori del Comune Torinese, che ha patrocinato l’evento, Jacopo Rosatelli e Francesco Tresso, tra l’altro quest’ultimo obiettore AIZO in gioventù, hanno indicato parole utili sia per la popria esperienza personale che istituzionale, come “schierarsi” da parte dei vulnerabili, “diversità” da accogliere, “cittadinanza” i cui problemi diventano enormi, “ostacoli” da rimuovere a cui sono dedicati i servizi municipali contro marginalità ed emergenze.

Una delle grandi questioni l’ha toccata nel suo intervento la professoressa Marianna Filandri, sociologa, Università degli Studi di Torino, ossia il valore della casa: occorre focalizzare il fatto che la questione del “tetto” è legata al benessere generale e in realtà nessun Paese europeo l’ha risolta, emergendo i problemi legati al reddito e al sovraffolamento, cioè le case col calo demografico ci sarebbero ma ne è difficile l’accesso a quelle che siano adeguate e a prezzi sostenibili per cui diventa rilevante l’intervento pubblico per calmierare.

Tra le altre cose la professoressa ha sottolineato l’importanza della scelta politica, perché non è irrilevante l’approccio diverso secondo l’assessorato o il ministero sotto cui la casa viene messa, affari sociali o lavori pubblici, differenza che aiuta o meno a focalizzarsi su quelle disuguaglianze su cui l’AIZO ha lavorato, come affermato nella presentazione al convegno dal presidente della sezione trentina Gian Luca Magagni, anche per sostenere il successo personale di coloro a cui si è stati accanto come stile e metodo.

Il direttore UNAR Mattia Peradotto ha descritto il lavoro dell’ufficio nazionale tra progetti e piattafome rinnovati e nuovi, partendo dal collegamento con Agenda 2030 sulla sostenibilità, collegato alla riduzione della disuguaglianza, che non può prescindere dal dialogo con gli enti locali insito nella Strategia 2021/2030: ha sottolineato come l’antizingarismo sia un elemento molto trasversale con la percezione delle comunità dei Rom e Sinti così insufficiente da portare a dinamiche di esclusione nei diversi settori della vita comunitaria.

Lo sguardo deve essere complessivo non potendo essere utili dei microservizi, con gli enti che si occupano dei diversi aspetti, dal sanitario, allo scolastico, fino ai comuni che devono operare delle prese in carico che siano efficaci: su questo punto Osella ha parlato di necessario dialogo tra istituzioni e realtà come l’associazione nazionale che presiede che in anni passati fu anche protagonista nella redazione delle prime leggi regionali sui campi sosta per arrivare alle questioni di oggi come quella della apolidia, affrontata dal direttore che ha indicato l’impegno per superare tale tema con 2500 apolidi tracciati attraverso una iniziativa puntuale per avviare percorsi di inclusione che non possono prescindere dal lavoro e dal dialogo tra l’UNAR e le Regioni che hanno in capo le politiche lavorative.

Tutto ciò basta? No, il contrasto all’antizingarismo può farsi solo se si recupera l’elemento del racconto e del raccordo delle comunità romanì nel contesto europeo, dunque centrale è quel tema culturale che Peradotto indica e i convegni internazionali AIZO rappresentano.

Quest’anno la dimensione europea è stata garantita dalla presenza spagnola, svedese e tedesca, che, presentando le rispettive esperienze, ponendole all’attenzione di un salone gremito ed attento composto di esperti, esponenti di associazioni e istituzioni, giovani Rom e Sinti, ha permesso paragoni, approfondimenti e quella visione complessiva che proprio AIZO ha fin dalle origini, con la sua adesione al World Roma Organization e all’I.R.U. International Romani Union, e che è fondamentale come banco di prova per quel processo democratico innescato ad Helsinky da Aldo Moro per la stessa Unione Europea: sono state ascoltate dunque le esponenti dell’Associazione Fakali della Spagna, Paese dove la cultura gitana ha influenzato ad esempio la musica, associazione che è partita riguardando la salute delle donne, che oggi esprime la vice presidente della realtà consultiva creata dal governo.

L’esperienza in Svezia l’ha portata Marcela Kovacsova che ha creato un’associazione per informare e insegnare e rivendicare diritti in un Paese dove l’integrazione è significativa ma non mancano diseguaglianze che portano ad avere, come Rom, successo fino ad un certo punto, mentre Jasna Kosanovic, dalla Germania, ha parlato in particolare della sua attività di scrittrice che fa memoria del genocidio dei Rom e Sinti nei campi di sterminio nazisti.

La presentazione, in dialogo con la consigliera regionale piemontese Gianna Pentenero, di un progetto di villaggio di 10 casette ripetibile, che prende atto del desiderio di molte famiglie allargate di voler vivere insieme, da parte dell’architetto Dario Guazzo, creato con AIZO, ha permesso di affrontare il tema della sicurezza fuori dalla mera emergenza e legandolo alla qualità della vita incrociando una sempre più necessaria solidarietà istituzionale orizzontale e verticale. In ultimo la lettura da parte di Naomi, giovane Rom di Torino, della lettera ai docenti “Guardatemi come tutti gli altri: la scuola che vorrei” con una esplicita richiesta di pari opportunità e la tavola rotonda “dalle esperienze alle prospettive: risultati conseguiti e sfide ancora aperte” che ha fatto confrontare dirigenti pubblici, esponenti associativi e mediatori culturali, non hanno chiuso il convegno ma idealmente rilanciato verso la dimensione quotidiana collaborazioni e azioni per il futuro.

L’onore di moderare questa intensa giornata mi porta ad una riflessione conclusiva: accanto alla conservazione dell’umanità grazie a Carla, che ha avuto, sostenuta dalla sua fede, come progetto di vita quello di “esserci” accanto al più escluso dei popoli per cui c’è da lottare ancora oggi per i diritti fondamentali come poter avere documenti in regola, si pone la sfida di far sventolare la bandiera romanì tra quelle europee soprattutto come simbolo non legato al solito pacifismo militante o all’esasperato e ottuso nazionalismo, che non è amor di Patria, bensì educante alla pace da parte di quelli che furono un tempo figli del vento, che non hanno mai fatto una guerra: come hanno cantato Tozzi e Raf  “i sogni sanno attraversare ogni confine…”.

  •  

L’illusione dell’accesso. Ecco le nuove recinzioni digitali

Il 19 settembre scorso ho partecipato ad Assisi, nell’ambito del Cortile di Francesco, al convegno “Tecnologia e sviluppo. La persona al centro”, organizzato insieme a Polisophia del prof. Ruben Razzante, sotto la magistrale moderazione di Donatella Milani. Un titolo che pone una questione fondamentale: come garantire che il progresso tecnologico sia e rimanga uno strumento al servizio delle persone, anziché trasformarsi in una nuova fonte di disuguaglianza. Nel mio intervento ho affrontato il tema dal punto di vista dei paesi in via di sviluppo, partendo da un paradosso. Nell’età dell’intelligenza artificiale (IA), la più insidiosa delle barriere potrebbe non avere l’aspetto di un muro, ma quello di una porta spalancata.

Dalle terre comuni alla conoscenza

Se è vero, come è vero, che siamo figli del nostro passato, la storia meno recente ci dà una lezione per il nostro presente. Per secoli le recinzioni hanno delimitato risorse e stabilito chi potesse utilizzarle e appropriarsi del valore che producevano. Nell’Inghilterra delle enclosures, terre precedentemente destinate a usi comuni furono progressivamente sottratte all’accesso collettivo e assoggettate a diritti esclusivi. Un processo che trasformò l’economia agricola e i rapporti sociali.

Nel 2003 il giurista americano James Boyle, nel saggio The Second Enclosure Movement and the Construction of the Public Domain, riprese questa vicenda per descrivere una nuova forma di appropriazione: quella della conoscenza. L’espansione dei diritti di proprietà intellettuale rischiava, secondo Boyle, di sottrarre al patrimonio comune idee, informazioni e risorse culturali che costituiscono il presupposto della produzione di nuova conoscenza.

La sua non era una contestazione della proprietà intellettuale in quanto tale. Brevetti e diritti d’autore possono incentivare investimenti e innovazione. Il problema nasce quando l’estensione dei diritti esclusivi riduce lo spazio comune dal quale l’innovazione trae alimento, ostacolando proprio la creatività che dovrebbe promuovere.

Estendendo questa riflessione all’intelligenza artificiale, le nuove recinzioni riguardano anche le infrastrutture e le capacità necessarie per produrre conoscenza, elaborarla e trasformarla in valore economico. Non occorre impedire l’accesso a una tecnologia per controllarne i benefici. Può bastare stabilire le condizioni alle quali gli altri possono utilizzarla.

La lezione delle materie prime

Chi si occupa di sviluppo conosce bene questo meccanismo. Un Paese può possedere grandi riserve minerarie e restare ai margini delle catene globali del valore. Il minerale è estratto localmente, ma la raffinazione, la produzione dei componenti, la ricerca e ii brevetti sono concentrati o sviluppati altrove. Possedere una risorsa non significa controllarne la trasformazione.

Con l’intelligenza artificiale accade qualcosa di simile. La catena del valore comprende dati, competenze, semiconduttori, centri dati, potenza di calcolo, modelli e applicazioni. La questione si concentra su chi governi i passaggi attraverso i quali queste risorse acquistano valore.

Esiste però una differenza. Una miniera è legata a un territorio sul quale uno Stato può esercitare poteri regolatori. I sistemi digitali attraversano le frontiere e possono essere gestiti da infrastrutture collocate altrove. Questo rende più difficile esercitare un controllo effettivo, soprattutto per i paesi con minore capacità negoziale.

L’IA conserva, però, anche una dimensione materiale, spesso trascurata. Richiede energia, acqua per il raffreddamento, minerali, reti e infrastrutture fisiche. Anche i paesi che non sviluppano modelli avanzati possono disporre di risorse strategiche. Resta da capire se essi sappiano e siano in grado di utilizzarle per ottenere investimenti, trasferimento di competenze e una partecipazione più significativa alla filiera dell’intero processo.

La porta aperta che può diventare recinzione

Siamo soliti misurare il divario digitale contando le persone connesse a Internet. È un indicatore ancora importante, ma insufficiente.

Un Paese può avere milioni di cittadini che utilizzano quotidianamente strumenti di intelligenza artificiale e dipendere da modelli sviluppati all’estero, addestrati su dati scarsamente rappresentativi delle sue lingue e culture, ospitati su infrastrutture controllate da altri.

L’accesso esiste, ma non comporta necessariamente autonomia. Quando imprese, università e amministrazioni costruiscono le proprie attività intorno a piattaforme proprietarie, cambiare fornitore può diventare tecnicamente complesso ed economicamente oneroso. La recinzione non impedisce più di entrare: rende difficile uscire.

Questa dipendenza riguarda anche l’Europa. Il controllo congiunto di infrastrutture cloud, potenza di calcolo e modelli avanzati pone questioni di concorrenza che il semplice ampliamento dell’accesso non risolve.

In diversi Paesi in via di sviluppo, inoltre, migliaia di lavoratori contribuiscono all’addestramento dei sistemi attraverso l’etichettatura dei dati e la moderazione dei contenuti, talvolta in condizioni particolarmente difficili. Partecipano già all’economia dell’IA, ma spesso nelle posizioni poco remunerative. Essere parte della produzione non garantisce una distribuzione equa dei benefici.

Quattro capacità e una sovranità da costruire

Il Global Digital Compact, adottato dalle Nazioni Unite nel 2024, individua quattro capacità da rafforzare, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo: accedere all’intelligenza artificiale, svilupparla, utilizzarla e governarla.

La distinzione è essenziale. Si può utilizzare un modello senza poterlo adattare ai propri bisogni; accedere a una piattaforma senza incidere sulle condizioni del suo funzionamento; scrivere regole senza avere le competenze per farle rispettare. Ridurre il divario significa rendere possibili tutte e quattro queste capacità.

È qui che assume significato la sovranità digitale. Non richiede che ogni Stato costruisca un proprio sistema nazionale di IA o che si isoli dalle reti internazionali. Significa disporre di alternative, comprendere le tecnologie utilizzate, negoziare condizioni contrattuali paritetiche e partecipare alla definizione delle regole.

La sovranità non può, però, diventare un alibi per il controllo dei cittadini. Un governo che usa la tecnologia per limitare la libertà di espressione o rafforzare la sorveglianza può sostituire una dipendenza privata con un controllo pubblico. Governare l’IA deve servire a proteggere le persone, attraverso diritti fondamentali, istituzioni responsabili e controllo democratico.

Quali risorse devono rimanere comuni

Definire l’intelligenza artificiale un bene comune sarebbe una risposta troppo semplice. I modelli sono anche il risultato di investimenti, ricerca, lavoro e rischio imprenditoriale. È giusto ritenere che non tutto possa o debba essere liberamente disponibile.

La domanda suggerita dalla riflessione di Boyle è diversa: quali condizioni devono essere preservate affinché il controllo di alcune risorse non impedisca agli altri di innovare.

Penso ai diritti, che non possono dipendere dalla forza economica di uno Stato; alla conoscenza scientifica, agli standard aperti, all’interoperabilità e alle infrastrutture digitali pubbliche; alla formazione e alle capacità tecnologiche.

Fornire gratuitamente un modello a un’università africana non significa renderla autonoma. Occorrono ricercatori, dati rappresentativi delle realtà locali, energia affidabile e potenza di calcolo. Consorzi regionali e infrastrutture condivise possono offrire soluzioni concrete.

In questa direzione, si pone la proposta di un fondo globale per le capacità nell’IA, avanzata nel 2024 dall’organo consultivo di alto livello del Segretario generale delle Nazioni Unite nel rapporto Governing AI for Humanity. Il Compact ne richiama le raccomandazioni e chiede di sviluppare opzioni di finanziamento volontario. È una proposta da sostenere, purché produca competenze e autonomia anziché nuove dipendenze (e metta a disposizione risorse sufficienti, considerazione non peregrina considerando l’ingente importo degli investimenti in essere e di quelli richiesti).

Partecipare, non soltanto accedere

La diffusione dell’intelligenza artificiale può dare l’impressione che le disuguaglianze si stiano riducendo, mentre il potere economico e decisionale continua a concentrarsi. Purtroppo, però,  anche sedere al tavolo delle regole serve a poco se mancano gli strumenti per incidere.

La sfida consiste nell’impedire che il controllo dei passaggi essenziali della filiera escluda intere società dalla possibilità di contribuire alla sua evoluzione.

Ad Assisi, mettere la persona al centro significava anche questo: ricordare che lo sviluppo si misura dalle scelte che siamo realmente liberi di compiere. Le nuove recinzioni digitali si superano quando l’accesso diventa capacità, la capacità diventa partecipazione e la sovranità torna a significare libertà di scelta.

 

 

  •  

La crisi del diritto tra ragionevolezza e autorità. Scrive il prof. Corbino

Tra le ragioni che hanno reso esasperatamente conflittuali le nostre società, credo meriterebbe molta più considerazione la crisi nella quale, da almeno un cinquantennio, è precipitato il diritto.

Politica e diritto hanno sempre convissuto. Non vi è stato tempo nel quale le società umane non siano state rette da leggi e costumi e dunque da una continua riflessione sul loro significato normante (diritto) cui guardare per le necessità della pratica. Quasi dovunque nella storia delle civiltà, questa concreta “determinazione” della regola è stata agevolata da “interpreti” accreditati. Nelle società antiche, erano in genere sacerdoti. Poi, nel tempo, persone individuate attraverso modalità più complesse. Le nostre attuali affondano le radici nelle due (non uniformi) visioni che ne praticarono Greci e Romani.

Ad Atene (che adottava la democrazia) era la collettività cittadina che “dichiarava” quale fosse il diritto cui fare riferimento. Vi provvedeva, in astratto, deliberando (in assemblea, a maggioranza) quale fosse il “senso” vincolante dei costumi (tali anche in ragione del consenso divino che li assisteva), che divenivano così “enunciati formali” di più definita configurazione (leggi appunto). E ne faceva seguire, in concreto, una decisione delle liti – orientata da quelle leggi – rimessa a tribunali popolari di così larga numerosità (centinaia, non raramente migliaia, di giudici sorteggiati) da potersi considerare sicuramente rappresentativi del pensiero della città. Il diritto nasceva, insomma, dal combinarsi delle tradizioni (come codificate) e dall’effettività sancita dal giudizio dell’autorità delegata (tribunale), cui spettava di sciogliere, con la decisione, le antinomie e le ambiguità.

A Roma (che adottava logiche politiche meno lineari), le cose presero una strada diversa. Dopo un’iniziale legittimazione di specialisti (ritenuti tali in ragione dello studio che dedicavano al problema) “anche” sacerdoti, la materia si considerò di competenza di specialisti spontaneamente accreditati nella pratica quotidiana. Gli interessati chiedevano loro “consiglio”, che essi elargivano e che gli altri specialisti approvavano/disapprovavano. Si formavano così nel tempo “opinioni” di largo seguito, alle quali si uniformavano gli attori della vita sociale (privati, magistrati e senato, giudici). Il diritto si fece “scienza”, espressione di un sapere coltivato liberamente (attraverso cioè il meccanismo dell’adesione/rifiuto), che generava “precetti” (ammaestramenti) di (tendenziale) generale condivisione. Condizionavano l’agire di tutti. Ne derivò un “ordinamento” della comunità (regole di organizzazione e di relazione) in permanente discussione. Quando la legge e il costume perdevano presa sociale, gli specialisti – forti del loro credito sociale di uomini di “scienza” (dal sapere perciò “convergente” e non “individuale”) – ne suggerivano (ordinariamente ascoltati) le opportune revisioni. Il “diritto” non si formava (come ad Atene) in ragione di “autorità” (una posizione eminente “attribuita”), ma di “autorevolezza” (una posizione eminente spontaneamente “riconosciuta”). Fatto che non impediva tuttavia che l’autorità conservasse un suo importante ruolo “politico”. Era pur necessario sciogliere infatti le ambiguità del costume e i dissensi degli specialisti. Da qui, la “legge” (un enunciato di “parole certe”) e il “decisore” (designato): un magistrato pubblicamente eletto (per gli affari politici) e un giudice “scelto” in accordo dai diretti interessati (per spegnere i conflitti insorti).

Semplificando nel massimo, il “diritto” era, dunque, concepito a Roma come il frutto di una “razionalità” impersonale e politica. Impersonale, perché ricavata da una riflessione dialetticamente condotta. Politica, perché operante come sintesi colta (conseguita cioè da specialisti) e momentanea (provvisoria e rivedibile) del pensiero sociale. Si “imponeva” solo nel “caso” (l’affare in questione). Per un’evidente ragion pratica. Non si poteva non chiudere un conflitto aperto o non assumere una decisione richiesta dalle circostanze. Ma l’autorità (del magistrato o del giudice) vincolava solo nel caso a mani. Con conseguenze anche di efficienza. Di un giudice scelto (fiduciariamente investito) non si poteva contestare la decisione (non esisteva perciò appello). La discrezionalità del magistrato assicurava tempestività, ma era temperata dai limiti della collegialità. Subiva il “veto” del collega nella carica, del magistrato gerarchicamente superiore, di un tribuno della plebe. Fattualmente operante era però (in quella cultura di governo) non il “veto”, ma il “non veto”.

La descritta visione cedette nel tempo.

La difficoltà di coltivare un sistema di equilibri complessi come quelli accennati (in un tempo nel quale la città divenne la capitale di un impero universale di molto meno compatta cultura) aprì la strada alla crisi della repubblica e all’avvento (dopo un travagliato secolo di lotte intestine) del principato. Dilagò lo strumento (semplificante) dell’autorità. Si moltiplicarono le “leggi” e i sapienti (giuristi) non furono più legittimati da spontaneo consenso ma dal principe, che ora ne autorizzava direttamente l’attività (ovviamente, dei fedeli ideologicamente). Si spense la discrezionalità dei magistrati (tenuti ad osservare le direttive del principe). I giudici divennero pubblici funzionari (e i loro giudizi perciò appellabili). Il diritto non fu più espressione di una razionalità “impersonale” (e mediante), ma di una “personale” (e indirizzante). Conformativa. Non ne siamo più usciti.

Da quel momento, si è imposta come “naturale” l’idea di una giuridicità espressione di un soggettivo punto di vista (quello del “governante” insediato). Al punto che – caduto l’assolutismo – è stata fatta propria dai regimi (“liberali” e poi “democratici”) subentrati. Ne hanno solo spostato il focus. Non più il “monarca”, ma la “maggioranza”. È stata rimossa dal nostro orizzonte l’idea (di Roma repubblicana) di una “politica” che dovesse agevolare convergenze piuttosto che prevalenze.

Siamo così a oggi.

È divenuta comune l’idea che il “diritto” sia uno strumento rivolto ad “affermare” visioni e valori. A “plasmare” ideologicamente le società. Nelle “autoritarie”, spudoratamente. Surrettiziamente, purtroppo, anche nelle “libere”. Adottiamo costituzioni “rigide”, tarate non su una storia in movimento, ma su una cristallizzata (quella del tempo della loro scrittura). Non comprendendo che – divenendo quel tempo progressivamente più distante – tende a riflettere equilibri spesso non più sostenibili, che non sopiscono ma acuiscono le tensioni.

L’autorità è una componente ineliminabile della “giuridicità”. Non ne può essere però la dominante. Il diritto ha una funzione pratica. Serve a governare le “decisioni”. A scegliere tra possibilità. Altro, perciò, che la sua determinazione “autoritativa” (legge, sentenza) operi come criterio ultimo dirimente (il “punto di vista” di una provvisoria maggioranza o di un giudice), altro invece come criterio primo. Se si cancellano dall’orizzonte i costumi (che tuttavia vivono e orientano nei fatti) e si vede nella “legge” il solo criterio di riferimento, se il giudice diviene un “funzionario” preposto che esprime la “sua” razionalità (di individuo o di corporazione non cambia molto) e non quella ricavata da un’elaborazione studiata “aperta” (un approdo “mediante” di convergenti consensi), accadrà quel che osserviamo quotidianamente. Con il seguito di montanti tensioni che ne vengono.

Solo a titolo di esempio. La Corte costituzionale francese ha giudicato di recente “irragionevolmente” compressivo della libertà di espressione, limitare l’uso dei cellulari ai minori di 15 anni. Quella spagnola ha dichiarato addirittura che il mare non è una barriera e che chi, perciò, approda su una costa esposta non viola alcun confine. Due idee di “ragionevole” che non so quanti sottoscriverebbero.

Siamo sicuri che le nostre (intendo quelle “libere” nelle quali viviamo) siano ancora società presidiate da regole che abbiano la finalità di assicurare a chi vi appartiene limiti che siano espressione di una “razionalità” comune o non piuttosto aggregati che subiscono vincoli giustificati da una “razionalità” (rispettabile, ma) soggettiva? La “razionalità” che orienta il “decisore” pubblico di una vicenda a lui rimessa nasce ancora dai consociati o non piuttosto da una ristretta e “chiusa” cerchia di legittimati “autoritativamente”? È una razionalità che può dirsi ancora fonte di “diritto” (regola mediante e storicamente fluida) o non piuttosto di “legge” (regola imposta), per di più né di parole certe e nemmeno voluta da una maggioranza (come almeno la decisione parlamentare resta ancora)?

È davvero un progresso civile avere esasperato il ruolo della “legge” (la decisione “autoritativa”) e cancellato il “diritto-scienza” (la proposta “autorevole”) dai nostri orizzonti?

  •  

Da Lima a Santiago, così la diplomazia economica cerca nuovi sbocchi

C’è una parte dell’America Latina che sta attraversando una trasformazione politica destinata a incidere anche sui rapporti economici con l’Europa. È quella del Pacifico sudamericano, dove Cile e Perù, due economie ricche di risorse strategiche e profondamente integrate nei mercati internazionali, hanno recentemente inaugurato una nuova stagione politica. L’insediamento di José Antonio Kast alla presidenza cilena, nel marzo 2026, e quello di Keiko Fujimori in Perù, nel luglio successivo, hanno portato alla guida dei due Paesi governi conservatori che attribuiscono particolare importanza alla sicurezza, alla crescita economica e al rilancio degli investimenti privati.

Pur partendo da situazioni differenti, entrambi i governi manifestano un orientamento favorevole al rafforzamento delle relazioni con partner internazionali capaci di offrire investimenti, tecnologie e competenze industriali. Per l’Italia potrebbe aprirsi una fase particolarmente interessante, non soltanto per aumentare le esportazioni, ma soprattutto per consolidare una presenza industriale di lungo periodo. I Business forum Italia-Perù e Italia-Cile, svoltisi rispettivamente a Lima il 5 ottobre e a Santiago l’8 ottobre, nell’ambito della missione imprenditoriale guidata dal Sottosegretario al Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Maria Tripodi, rappresentano un segnale di questa possibilità. Due appuntamenti che, al di là delle singole iniziative, evidenziano il potenziale di un rilancio delle relazioni economiche con due partner strategici per l’Italia.

Due economie complementari al sistema produttivo italiano

Il Cile rappresenta storicamente uno dei mercati più aperti e istituzionalmente solidi dell’America Latina. Il nuovo governo punta a rafforzare la fiducia degli investitori e a rilanciare l’attività produttiva, anche attraverso una maggiore attenzione alla semplificazione amministrativa e al ruolo dell’impresa privata. Il Perù, dopo una lunga fase di instabilità politica, dispone a sua volta di importanti potenzialità di crescita, sostenute dalle risorse minerarie, dalla competitività del settore agro-esportatore e da una significativa domanda di infrastrutture.

La possibile convergenza con l’Italia non va tuttavia letta soltanto in termini di affinità politica. L’elemento più interessante è la complementarità tra le esigenze di sviluppo dei due Paesi e le competenze del sistema industriale italiano. Cile e Perù hanno bisogno di infrastrutture, tecnologia, macchinari e personale qualificato. L’Italia dispone di imprese e filiere produttive capaci di rispondere a una parte significativa di questa domanda, con un’offerta che combina innovazione tecnologica, specializzazione industriale e capacità di adattamento alle esigenze dei mercati locali.

Minerali critici ed energia, una partita strategica

Uno dei principali terreni di collaborazione riguarda le risorse minerarie e la transizione energetica. Secondo le stime 2025 dell’US geological survey, Cile e Perù contribuiscono insieme a circa un terzo della produzione mineraria mondiale di rame, una materia prima strategica per l’elettrificazione, lo sviluppo delle reti energetiche e le nuove tecnologie industriali. Il Cile riveste inoltre un ruolo di primo piano nella filiera mondiale del litio, collocandosi tra i maggiori produttori globali, con una quota superiore al 19% della produzione e circa un quarto delle riserve mondiali accertate.  Il litio è una componente fondamentale delle batterie ricaricabili, destinate ad assumere un ruolo sempre più centrale nella mobilità elettrica e nell’accumulo delle energie rinnovabili. Rame e litio collocano dunque Cile e Perù al centro di alcune delle filiere industriali più importanti per l’economia del futuro. Per l’Italia, caratterizzata da una forte industria manifatturiera ma da una disponibilità limitata di materie prime strategiche, il rafforzamento dei rapporti con questi due Paesi assume un’importanza che supera la dimensione commerciale.

La prospettiva più interessante non riguarda soltanto l’accesso alle risorse naturali, ma la possibilità di sviluppare filiere industriali integrate, nelle quali le imprese italiane possano contribuire con tecnologie di estrazione e trasformazione, macchinari specializzati, sistemi di automazione, efficienza energetica e soluzioni per l’economia circolare e il riciclo. Si tratta di un approccio che risponde anche all’interesse dei Paesi latinoamericani a sviluppare attività produttive a maggiore valore aggiunto. In questo quadro, l’Accordo commerciale interinale tra Unione europea e Cile, entrato in vigore nel febbraio 2025, contribuisce a creare condizioni favorevoli per nuovi investimenti sostenibili, in particolare nelle filiere delle materie prime critiche, nelle energie rinnovabili e nelle infrastrutture strategiche.

Infrastrutture, agroindustria e tecnologie: le opportunità per le imprese italiane

Accanto alle risorse minerarie, esistono importanti prospettive di collaborazione in altri settori. In Perù, la modernizzazione delle infrastrutture di trasporto, delle reti ferroviarie, dei collegamenti logistici e dei servizi essenziali rappresenta una delle principali esigenze di sviluppo. Sono ambiti nei quali le imprese italiane dispongono di competenze riconosciute, sia nella realizzazione di grandi opere sia nella fornitura di tecnologie e componentistica specializzata. In Cile, la transizione energetica, l’elettromobilità e lo sviluppo delle energie rinnovabili stanno creando nuove opportunità per le imprese attive nella produzione di tecnologie, nella gestione delle reti e nei servizi industriali avanzati.

Un capitolo particolarmente interessante riguarda l’agroindustria e il settore alimentare, nei quali entrambi i Paesi occupano posizioni di rilievo sui mercati internazionali. Il Cile è il secondo produttore mondiale di salmone, con circa un terzo della produzione globale, e si conferma leader internazionale nelle esportazioni di ciliegie fresche, grazie soprattutto alla crescente domanda dei mercati asiatici. Il Perù è invece il primo esportatore mondiale di mirtilli, con vendite all’estero che nel 2025 hanno sfiorato i 2,5 miliardi di dollari. A questi si aggiungono uva da tavola, avocado, agrumi e numerosi altri prodotti destinati ai mercati internazionali.

La collocazione geografica dei due Paesi, nell’emisfero australe, consente inoltre di esportare una parte importante della produzione ortofrutticola durante l’inverno europeo, in complementarità con le nostre stagioni produttive. Una vocazione agroesportatrice che apre opportunità significative per le imprese italiane nella fornitura di macchine agricole, sistemi di irrigazione, tecnologie per la lavorazione e il confezionamento alimentare, refrigerazione, catena del freddo e logistica. Settori nei quali l’Italia dispone di competenze industriali e di una rete di Pmi altamente specializzate, capaci di contribuire alla modernizzazione delle filiere produttive locali. Ulteriori prospettive riguardano la cooperazione scientifica e tecnologica, le applicazioni satellitari, le tecnologie sanitarie e i servizi ad alto valore aggiunto. Sono settori nei quali il tessuto italiano delle piccole e medie imprese può trovare opportunità importanti, anche attraverso partenariati con operatori locali.

Il fattore decisivo delle competenze

Un elemento comune a molte di queste opportunità riguarda la disponibilità di personale qualificato. Gli investimenti nell’energia, nella mobilità elettrica, nelle attività minerarie e nell’automazione industriale richiedono competenze professionali che non sempre sono immediatamente disponibili nei territori interessati. In questa prospettiva, la capacità di sviluppare competenze locali adeguate alle nuove esigenze produttive rappresenta non soltanto una condizione per la sostenibilità degli investimenti, ma anche un’opportunità per costruire partenariati industriali più solidi e duraturi.

Un esempio viene dal Cile, dove si stanno sviluppando iniziative per collegare gli investimenti nell’elettromobilità alle esigenze di formazione professionale, anche attraverso il coinvolgimento di Enel, delle istituzioni locali e dei programmi europei di cooperazione. Analogo schema si sta promuovendo in Perù con Acea. È un approccio che potrebbe trovare applicazione anche nella filiera mineraria, nell’economia circolare, nel riciclo e nella meccanizzazione agricola. La capacità di integrare investimenti industriali e sviluppo delle competenze rappresenta infatti un elemento sempre più importante nella competizione internazionale.

Una nuova fase per le relazioni economiche

L’Italia dispone già di una presenza economica significativa nei due Paesi e di un articolato sistema di sostegno all’internazionalizzazione, che comprende la rete diplomatico-consolare, Ice, Cdp, Sace, Simest e le Camere di commercio italiane all’estero. A questi strumenti si affiancano i programmi di cooperazione italiana ed europea, anche attraverso iniziative promosse dall’IILA nei settori della sostenibilità produttiva, dell’innovazione e della formazione professionale. È una combinazione di strumenti che può favorire il passaggio dalla semplice promozione commerciale alla costruzione di partenariati industriali più strutturati, in linea con gli obiettivi della diplomazia della crescita e della strategia Global gateway a livello europeo.

Naturalmente, le opportunità non mancano di complessità. La stabilità normativa, la sicurezza, l’efficienza amministrativa e la competizione con altri partner internazionali continueranno a incidere sulle decisioni degli investitori. I recenti Business forum di Lima e Santiago hanno comunque riportato l’attenzione su due mercati che, per risorse, posizione geografica e prospettive di sviluppo, rivestono un interesse crescente per l’industria italiana. La nuova stagione politica di Cile e Perù offre dunque l’occasione per guardare alle relazioni con il Pacifico sudamericano con rinnovato interesse, esplorando possibilità di collaborazione che vanno ben oltre gli scambi commerciali tradizionali. Quanto questa fase saprà tradursi in nuove iniziative industriali e in rapporti economici più profondi dipenderà, come sempre, dalle scelte dei governi, dalle condizioni dei mercati e dalla capacità delle imprese di coglierne le opportunità.

  •  

Guerra, cyberspazio e tecnologie emergenti. Come cambia la leadership secondo il gen. Mannino

L’attuale scenario internazionale è caratterizzato da instabilità, incertezza e imprevedibilità, condizioni che rendono sempre più difficile comprendere l’evoluzione degli eventi e assumere decisioni efficaci. La rapidità dei cambiamenti e l’interdipendenza tra fenomeni politici, economici, tecnologici e sociali hanno trasformato la complessità in una condizione strutturale del mondo contemporaneo. Una realtà che impone di ripensare gli strumenti attraverso cui interpretare i fenomeni, esercitare la leadership e preparare le future classi dirigenti.

La definizione di una nuova normalità, richiamata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, restituisce la dimensione di questo cambiamento. Crisi apparentemente distanti producono conseguenze che attraversano settori e aree geografiche differenti, rendendo sempre meno efficaci gli schemi interpretativi tradizionali. È la condizione della policrisi, nella quale eventi di natura diversa si manifestano simultaneamente e amplificano reciprocamente i propri effetti.

Sullo sfondo si colloca la competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina, accompagnata dall’affermazione delle tecnologie emergenti e dirompenti. La tecnologia ha progressivamente superato la funzione di semplice strumento a supporto del cambiamento, diventandone uno dei principali fattori trainanti. La capacità di sviluppare e controllare queste innovazioni rappresenta ormai una componente essenziale del potere geopolitico.

A modificare gli equilibri contribuisce anche la crescente influenza di attori non statuali. Organizzazioni terroristiche, reti criminali transnazionali, grandi gruppi finanziari e compagnie tecnologiche dispongono in alcuni casi di risorse paragonabili, o superiori, a quelle di Stati di media potenza. I governi si trovano così a operare in un sistema nel quale non detengono più il controllo esclusivo delle dinamiche che incidono sulla sicurezza e sull’economia.

Anche la natura delle minacce è cambiata. Ai tradizionali domini terrestre, marittimo e aereo si sono aggiunti lo spazio, il cyberspazio e la dimensione informativa e cognitiva. Le minacce ibride attraversano questi ambienti, producendo effetti che possono trasferirsi da un settore all’altro. Un attacco informatico o una campagna di disinformazione possono incidere sulle istituzioni, sulle attività economiche e sulla percezione collettiva della realtà. La sicurezza richiede pertanto una capacità di lettura multidimensionale, in grado di riconoscere le connessioni tra fenomeni differenti.

La stessa geopolitica ha conosciuto una trasformazione profonda. Alla dimensione tradizionale, legata al territorio e alla sovranità degli Stati, si è affiancata quella economica, alimentata dalla globalizzazione, e successivamente una dimensione digitale sempre più rilevante. Il controllo dei dati e delle infrastrutture fisiche e virtuali costituisce oggi una leva fondamentale di influenza. Parallelamente, la guerra in Ucraina ha riportato in primo piano il valore del territorio e della forza militare convenzionale, mostrando come le nuove forme di competizione convivano con dinamiche strategiche tradizionali.

A rendere il quadro più articolato contribuisce la trasformazione delle alleanze internazionali. Accanto ai rapporti fondati su valori condivisi emergono forme di cooperazione a geometria variabile, nelle quali le convergenze si modificano in funzione degli interessi contingenti. La rilevanza delle identità religiose nelle dinamiche politiche, gli squilibri economici, le pressioni demografiche e le questioni legate alla sostenibilità rappresentano ulteriori fattori di instabilità, le cui conseguenze si intrecciano con quelle delle altre trasformazioni.

Questo scenario incide direttamente sulla capacità decisionale. Gli Stati incontrano difficoltà crescenti nel governare fenomeni che superano i confini nazionali, mentre la velocità degli avvenimenti riduce il tempo disponibile per comprenderli e intervenire. In assenza di informazioni complete, i decisori politici, militari e istituzionali possono essere indotti a rinviare scelte che comportano rischi e responsabilità. Anche la mancata decisione, tuttavia, produce conseguenze, lasciando che siano gli eventi a determinare l’evoluzione delle situazioni.

In questo contesto assume particolare rilievo il rapporto tra essere umano e tecnologia. Le capacità di elaborazione dei dati offerte dall’intelligenza artificiale rappresentano una risorsa importante per affrontare scenari complessi, ma l’efficienza tecnologica non può sostituire la responsabilità umana. Gli strumenti possono sostenere l’analisi e accelerare i processi, mentre il giudizio sulle conseguenze e sulle implicazioni etiche delle decisioni deve rimanere affidato alle persone.

La questione investe anche i fondamenti della convivenza sociale. Dignità della persona, bene comune e solidarietà costituiscono riferimenti essenziali in un contesto nel quale gli interessi economici e le trasformazioni tecnologiche assumono un peso crescente. Le difficoltà attraversate dalle tradizionali agenzie educative, a partire dalla famiglia e dalla scuola, pongono inoltre interrogativi sulla capacità di trasmettere alle nuove generazioni valori, strumenti critici e senso di appartenenza alla comunità. Una sfida che coinvolge anche istituzioni come le Forze armate e le organizzazioni religiose.

La risposta a queste trasformazioni passa dall’investimento sul capitale umano. È il principio che orienta l’attività del Centro alti studi per la difesa, concepito come luogo di formazione e confronto aperto ai dirigenti militari italiani, ai rappresentanti di Paesi alleati e amici, alle istituzioni, all’industria e alla società civile. Una dimensione internazionale e intersettoriale che permette di mettere in relazione esperienze differenti, contribuendo alla preparazione delle attuali e future classi dirigenti.

Il percorso si sviluppa attraverso due dimensioni complementari, formazione ed educazione. La prima riguarda l’acquisizione di conoscenze e competenze professionali, alle quali devono affiancarsi capacità trasversali come la visione strategica, il lavoro di gruppo, la gestione dello stress e l’adattamento al cambiamento. In questa direzione opera anche la Leadership and Soft Skills Academy, dedicata al rafforzamento delle competenze necessarie per agire in ambienti complessi.

L’educazione riguarda invece la dimensione dell’essere, attraverso la costruzione di un patrimonio culturale e valoriale. La competenza tecnica deve accompagnarsi all’integrità personale, alla responsabilità e alla consapevolezza del ruolo esercitato nella collettività. L’obiettivo è preparare persone capaci di affrontare problemi articolati senza perdere di vista le conseguenze delle proprie decisioni e il riferimento al bene comune.

Questo approccio richiede una concezione della leadership fondata sull’apprendimento continuo, sulla capacità di adattamento e sul coraggio di decidere. La rapidità delle trasformazioni rende necessario aggiornare costantemente le proprie conoscenze e rimettere in discussione convinzioni consolidate. Nelle situazioni più complesse raramente esistono risposte perfette o informazioni complete, ma chi esercita funzioni di comando deve comunque assumere decisioni ponderate. È una responsabilità particolarmente significativa nell’ambito militare, dove le conseguenze delle scelte possono incidere direttamente sulla vita delle persone.

Altrettanto importanti sono inclusività e umiltà. Nessun individuo possiede da solo tutte le conoscenze necessarie per affrontare problemi multidimensionali. Il confronto tra competenze ed esperienze differenti permette di costruire valutazioni più solide, mentre il lavoro di squadra e il coinvolgimento dell’intero Sistema Paese rappresentano condizioni essenziali per affrontare sfide che nessuna istituzione può governare isolatamente.

Pace e sicurezza si inseriscono in questa prospettiva come responsabilità collettive. La prima richiede un impegno quotidiano, mentre la seconda costituisce una condizione necessaria per lo sviluppo della società. Entrambe dipendono dalla capacità di coltivare conoscenza, integrità e senso di responsabilità, mantenendo al centro la persona.

Per le nuove generazioni, la sfida sarà imparare a interpretare una realtà in continua trasformazione senza rinunciare alla capacità di agire. Preparazione, curiosità, adattabilità e rigore morale costituiscono gli strumenti per affrontare l’incertezza. Le tecnologie continueranno a modificare i processi decisionali, ma la qualità delle scelte dipenderà dalla capacità delle persone di utilizzarle con consapevolezza. La formazione e l’educazione rimangono quindi fondamentali per governare la complessità e preservare il valore delle istituzioni.

  •  

Dazi, guerre e tecnologie. Così la geopolitica cambia il modo di fare impresa

Per molti anni le imprese hanno considerato la geopolitica una materia distante dalla gestione aziendale, affidata soprattutto ai governi, alla diplomazia e agli analisti internazionali. Guerre, embarghi e crisi politiche apparivano eventi eccezionali, mentre le strategie industriali si concentravano sull’efficienza, sull’innovazione e sull’apertura dei mercati. La globalizzazione sembrava consentire alle decisioni economiche di procedere indipendentemente dagli equilibri politici. Oggi questa separazione non è più sostenibile.

La competizione tra Stati Uniti e Cina, la guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, le restrizioni tecnologiche e le nuove barriere commerciali hanno riportato la politica internazionale dentro i bilanci delle aziende. La disponibilità di un componente, il costo dell’energia, la continuità di una rotta marittima o l’accesso a un mercato possono cambiare per decisioni assunte a migliaia di chilometri di distanza. La geopolitica non è più un’emergenza occasionale: è una condizione ordinaria dell’attività d’impresa.

Questa trasformazione riguarda direttamente l’Italia. Il nostro sistema produttivo ha una forte vocazione esportatrice, ma dipende anche da materie prime, tecnologie e forniture internazionali. Non sono esposte soltanto le multinazionali. Una media azienda manifatturiera può subire le conseguenze di un dazio americano; una piccola impresa inserita in una filiera può risentire dell’interruzione di una fornitura asiatica senza avere strumenti adeguati per comprenderne le cause e predisporre alternative.

La questione è entrata con forza anche nell’analisi di Confindustria. Nel rapporto del Centro Studi del 16 settembre 2026, «Export italiano tra fratture e nuove rotte», si osserva che la distanza geopolitica fra Paesi sta diventando un fattore strutturale degli scambi commerciali. Il commercio mondiale continua a crescere, ma si redistribuisce in modo diseguale: nei primi sei mesi del 2026, rispetto al 2024, l’Asia ha dato un ulteriore contributo decisivo alla crescita delle esportazioni mondiali. La frammentazione non coincide dunque con la fine della globalizzazione, ma con una sua riconfigurazione, nella quale i rapporti politici pesano sempre di più.

Il Centro Studi richiama anche un aspetto decisivo: le interdipendenze commerciali e tecnologiche possono trasformarsi in vulnerabilità industriali e strumenti di pressione. Per le aziende italiane questo significa che diversificare mercati e fornitori non è soltanto una scelta commerciale, ma una questione di continuità operativa. Lo stesso rapporto, tuttavia, invita a evitare risposte semplicistiche: riportare tutte le produzioni in Europa non sarebbe né realistico né efficiente. Occorre individuare le dipendenze realmente critiche e scegliere dove investire in resilienza.

Il rapporto di previsione di Confindustria presentato in questi giorni, «Per far crescere l’Italia: fronteggiare gli shock internazionali e rafforzare le imprese», già nel titolo quanto gli shock esterni siano ormai centrali nella riflessione sulla competitività. Il passaggio ulteriore, per le imprese, consiste nel tradurre questa consapevolezza in una capacità manageriale stabile: non basta conoscere le minacce, bisogna sapere come esse modificano decisioni, responsabilità e priorità.

La riflessione internazionale sul management ha preparato questo cambiamento. In passato il «political risk» indicava prevalentemente i rischi legati agli investimenti esteri: instabilità istituzionale, nazionalizzazioni, conflitti e cambiamenti normativi. Nel 2005 Ian Bremmer, sulla Harvard Business Review, sostenne la necessità di integrare stabilmente l’analisi politica nelle decisioni aziendali. Nel 2012 Robert Kaplan e Anette Mikes mostrarono che i rischi esterni non possono essere eliminati con semplici procedure di controllo, ma richiedono scenari e capacità di adattamento.

John Chipman, nel 2016, arrivò a proporre per le grandi multinazionali una vera capacità di relazione strategica con governi e istituzioni, quasi una politica estera aziendale. Due anni dopo Condoleezza Rice e Amy Zegart ampliarono il quadro: i rischi politici possono provenire non soltanto dagli Stati, ma anche da organizzazioni internazionali, piattaforme digitali, movimenti sociali e altri soggetti in grado di incidere su mercati e reputazione. L’attenzione si è così spostata dalla singola crisi alla preparazione dell’organizzazione.

Che cosa cambia concretamente per un’impresa? La selezione di un fornitore non può dipendere soltanto da prezzo, qualità e puntualità. Deve considerare anche la concentrazione geografica della produzione, le restrizioni commerciali, le rotte di trasporto e la possibilità di sostituire componenti essenziali. Un’offerta conveniente può rivelarsi costosa se una crisi blocca per settimane gli approvvigionamenti. Allo stesso modo, la localizzazione di uno stabilimento richiede di valutare sicurezza energetica, orientamenti regolatori e stabilità dei rapporti internazionali, oltre ai tradizionali indicatori economici.

L’innovazione tecnologica rende il problema ancora più evidente. Semiconduttori, intelligenza artificiale, infrastrutture cloud, dati e materie prime critiche sono ormai oggetto di competizione strategica. Un’azienda che investe in nuove tecnologie deve domandarsi da quali fornitori dipenderà, quali vincoli potranno condizionarne l’utilizzo e quanto costerebbe cambiare soluzione. Anche la finanza è coinvolta: dazi, sanzioni, oscillazioni energetiche e restrizioni nei pagamenti internazionali possono modificare rapidamente i margini operativi.

Non si tratta di trasformare ogni imprenditore in un esperto di relazioni internazionali. Il problema è organizzare informazioni e competenze affinché diventino utili alle scelte. Agli inizi del 2026 McKinsey, con lo studio «Building an Ecosystem of Geopolitical Insights», ha proposto di costruire sistemi permanenti che colleghino conoscenze interne, consulenti, università, centri di ricerca e reti istituzionali. Il valore non risiede nell’accumulare notizie, ma nel selezionarle, verificarle e interpretarle in funzione delle decisioni aziendali.

Un’informazione geopolitica diventa strategica quando permette di rispondere a domande precise: quali contratti sono esposti, quali forniture potrebbero interrompersi, quali mercati alternativi sono accessibili, quali costi comporterebbe una riconversione? Senza questo collegamento, anche un rapporto accurato rischia di restare un documento letto e archiviato. L’analisi deve arrivare ai luoghi nei quali si decidono investimenti, acquisti, vendite e coperture finanziarie.

Per ottenere questo risultato occorre superare la separazione tra funzioni aziendali. La direzione commerciale conosce clienti e mercati; gli acquisti individuano le dipendenze dei fornitori; la finanza misura l’esposizione economica; le funzioni legali e tecnologiche valutano vincoli normativi e vulnerabilità digitali. Se ciascuna lavora isolatamente, l’impresa dispone di molte informazioni ma non di una visione coerente. L’integrazione richiede responsabilità definite, occasioni regolari di confronto e un collegamento esplicito con la direzione generale.

Per le piccole e medie imprese italiane il modello delle grandi multinazionali, con unità geopolitiche e comitati di esperti, sarebbe spesso sproporzionato. La risposta può invece essere cooperativa. Associazioni imprenditoriali, camere di commercio, università, think tank e consulenti specializzati potrebbero contribuire a creare servizi condivisi di intelligence economica e geopolitica. Un distretto produttivo potrebbe analizzare le dipendenze comuni delle proprie filiere, monitorare cambiamenti normativi e commerciali e rendere disponibili scenari utilizzabili dalle singole aziende.

La collaborazione, però, non sostituisce le responsabilità del management. Ogni impresa deve conoscere la propria esposizione e stabilire quali rischi accettare, quali ridurre e quali opportunità perseguire. Diversificare i fornitori ha un costo; abbandonare un mercato instabile può significare rinunciare a ricavi importanti. Governare la complessità non vuol dire evitare ogni incertezza, ma confrontare alternative con metodo, senza affidarsi all’improvvisazione né reagire soltanto quando la crisi è già iniziata.

È in questo senso che si può parlare di «governance strategica della complessità politica». Non è necessariamente una nuova funzione aziendale, bensì una capacità trasversale di collegare politica internazionale, economia, tecnologia, diritto e organizzazione. L’obiettivo non è prevedere esattamente il prossimo shock, ma migliorare la qualità delle decisioni in condizioni di incertezza. La geopolitica, inoltre, non genera soltanto minacce: accordi commerciali, nuove infrastrutture e riconfigurazioni delle filiere possono aprire opportunità a chi sa riconoscerle tempestivamente.

Per le imprese italiane, dunque, la sfida non consiste nell’aggiungere un ulteriore adempimento burocratico, ma la cultura manageriale. Servono formazione, sistemi informativi affidabili e soprattutto la capacità di far dialogare competenze diverse. La responsabilità appartiene al vertice aziendale: senza un rapporto diretto con le decisioni strategiche, l’analisi geopolitica rimane un esercizio specialistico. Nel nuovo contesto internazionale, la competitività dipenderà sempre più dalla capacità di interpretare il mondo nel quale si produce, si investe e si vende. Le aziende che sapranno trasformare questa comprensione in organizzazione saranno meglio preparate a resistere alle crisi e a cogliere le opportunità del cambiamento.

  •  

Così Pechino gioca d’anticipo sulla nuova frontiera delle neurotecnologie

Di recente, un ospedale di Shanghai ha impiantato un’interfaccia cervello-computer (brain-computer interface, Bci) per aiutare un paziente con una lesione del midollo spinale a recuperare il movimento della mano. L’intervento è stato eseguito nell’ambito della pratica clinica ordinaria, e non di una sperimentazione clinica, dopo che Pechino ha recentemente approvato l’impiego commerciale del dispositivo Bci invasivo: una prima assoluta per la Cina e a livello mondiale. Sviluppato dalla Neuracle medical technology di Shanghai, il dispositivo ha consentito a 32 pazienti di recuperare l’uso delle mani. È un segnale di quanto la Cina consideri strategica questa tecnologia di frontiera e rappresenta una tappa significativa nel campo delle neuroprotesi, dove l’approvazione delle Bci per l’impiego sui pazienti richiede generalmente anni.

La strategia cinese per la leadership globale

Una delle ragioni alla base dell’approvazione del dispositivo risiede nella sua progettazione relativamente meno invasiva, che comporta rischi inferiori rispetto a soluzioni concorrenti come N1 di Neuralink. Il sistema consiste in un elettrodo delle dimensioni di una moneta, posizionato sopra la membrana protettiva del cervello, che rileva i segnali generati quando il paziente immagina di compiere determinati movimenti. Questi segnali vengono quindi trasmessi in modalità wireless a un guanto robotico. N1 di Neuralink, al contrario, viene impiantato direttamente nella corteccia per registrare l’attività neurale, con un rischio maggiore di emorragie e cicatrici gliali. È proprio questo compromesso tra capacità e invasività a spiegare perché la maggior parte delle Bci sia ancora in fase sperimentale.

La Cina si sta muovendo rapidamente in questo settore nascente, con l’obiettivo di diventare un leader globale negli impianti cerebrali entro il 2030. Un forte sostegno governativo e consistenti finanziamenti stanno contribuendo ad accelerarne lo sviluppo. Altre Bci, infatti, sono attualmente in fase di approvazione. Tra queste c’è Beinao-1, un dispositivo minimamente invasivo che sarà testato negli ospedali il prossimo anno. Oltre 30 ospedali in tutta la Cina dispongono ormai di unità dedicate alle interfacce cervello-computer, mentre le applicazioni si stanno estendendo anche alla cura delle malattie neurodegenerative e dei disturbi psichiatrici. Anche la propensione dei consumatori ad adottare nuove tecnologie sta accelerando la diffusione su larga scala delle applicazioni, mentre in Europa la sperimentazione di tecnologie sul cervello umano suscita ancora preoccupazioni nell’ambito degli studi clinici.

L’Europa tra eccellenza scientifica e ritardi industriali

L’Europa vanta eccellenze mondiali nella ricerca, soprattutto nel campo delle Bci non invasive, ma è in ritardo nello sviluppo dei prodotti. Svizzera, Germania e Spagna ospitano, infatti, un numero significativo di aziende attive nel settore, tra cui MindMaze, CorTec e InBrain Neuroelectronics. L’Europa registra comunque progressi anche sul piano clinico: lo scorso anno, a Monaco di Baviera è stato realizzato il primo impianto Bci in Europa su un paziente affetto da tetraplegia, mentre CorTec ha impiantato il dispositivo in un terzo paziente nell’ambito della propria sperimentazione sulla riabilitazione motoria dopo un ictus. L’ecosistema europeo delle Bci resta tuttavia indietro rispetto a quelli cinese e statunitense. Alcune aziende europee stanno completando sperimentazioni cliniche negli Stati Uniti, dove i percorsi regolatori e i finanziamenti destinati agli impianti cerebrali sono più consolidati. La Food and drug administration statunitense, ad esempio, è più preparata per approvare le sperimentazioni sulle Bci rispetto all’Europa. Tra le aziende statunitensi, Synchron, Neuralink, Paradromics e Precision Neuroscience figurano da anni tra le principali protagoniste dello sviluppo di queste interfacce. Un’altra società americana, Axoft, ha avviato una collaborazione con un’azienda cinese e un ospedale di Shanghai per sperimentare la propria Bci su quattro pazienti, in un raro esempio di cooperazione tra Stati Uniti e Cina nel campo delle neurotecnologie.

Un mercato in crescita

Sebbene la tecnologia abbia compiuto progressi, le applicazioni pratiche restano al momento limitate. L’impianto di Bci, siano esse invasive o non invasive, è ancora circoscritto a determinate categorie di pazienti, e le sfide tecniche rimangono rilevanti. La raccolta e l’interpretazione dei segnali neurali costituiscono ancora un ambito scientifico in una fase iniziale di sviluppo. Il potenziale trasformativo, tuttavia, è enorme, con un mercato globale che, secondo le proiezioni, dovrebbe crescere dai 2,8 miliardi di euro del 2026 a oltre 9 miliardi di euro entro il 2034. I decisori politici europei devono perciò sostenere gli operatori locali e aiutarli a crescere, intervenendo al tempo stesso sulla definizione degli standard prima che Stati Uniti e Cina arrivino a dominare il mercato.

La partita sugli standard

La Cina, dal canto suo, sta cercando di definire vocabolari globali, formati dei dati e architetture di riferimento attraverso l’Organizzazione internazionale per la normazione e l’Unione internazionale delle telecomunicazioni. Pechino ha inoltre già introdotto nel 2025 una terminologia sulle Bci destinata all’uso interno. Esponenti dell’industria, come la China pharmaceutical innovation and research development association (Phirda), stanno sollecitando la Cina a trasformare il proprio vantaggio in valore economico attraverso la definizione di standard globali. Stabilire una terminologia condivisa tra decisori politici, ricercatori, aziende e istituzioni contribuirà a determinare gli standard tecnici e le architetture di riferimento delle Bci a livello mondiale.

Il nodo della governance europea

L’Unione europea dispone di norme che disciplinano alcuni aspetti dello sviluppo delle interfacce cervello-computer, tra cui la sicurezza dei dispositivi medici e la protezione dei dati. Spagna e Francia hanno adottato politiche per lo sviluppo responsabile delle neurotecnologie. Bruxelles, tuttavia, non ha ancora affrontato il tema degli standard per la sicurezza cognitiva o per l’impiego etico di questi dispositivi, tanto in ambito medico quanto per applicazioni non mediche. Eppure, se l’Ue riuscisse a definire gli standard tecnici prima che il relativo vocabolario venga consolidato altrove, si assicurerebbe qualcosa di più di una quota di mercato: potrebbe contribuire a stabilire i criteri sui quali saranno costruiti i dispositivi di tutti gli altri.

(Pubblicato su Healthcare Policy 20)

  •  

Nft, la bolla che prometteva l’oro e consegnò Jpeg

C’è stato un momento, nella primavera del 2021, in cui un’opera digitale dell’artista Beeple fu venduta per 69,3 milioni di dollari. Il messaggio sembrava inequivocabile: nasceva una nuova classe di beni, scarsi per costruzione, certificati dalla blockchain, destinati a rivalutarsi come l’arte, l’oro, gli immobili: gli Nft (non fungible token). Attorno a tali beni si costruì in pochi mesi un’intera cosmologia: la proprietà digitale, l’economia dei creatori, il metaverso come nuovo spazio sociale ed economico. Chi dubitava veniva liquidato come chi “non aveva capito”. Oggi la domanda da porsi non è più se gli Nft cambieranno il mondo, ma quanto sia costata, a chi ci ha creduto, quella convinzione.

Il punto di partenza è il volume degli scambi. Secondo i dati CryptoSlam riportati da IntelligentHQ, il volume mensile, che nei primi mesi del 2022 aveva sfiorato i 6 miliardi di dollari, a marzo 2026 era sceso a 106 milioni: un calo di circa il 98%. Sull’intero anno, il 2025 si è chiuso attorno ai 5,5 miliardi di dollari, il 37% in meno del 2024, mentre il prezzo medio di vendita degli Nft artistici è passato da 462 dollari nel 2021 a meno di 100 nel 2025. Nei primi cinque mesi del 2026, stando alle rilevazioni di Dune Analytics riprese da Nft Plazas, gli scambi sono scesi di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo del 2025.

La fotografia più impietosa riguarda però la qualità di ciò che resta. Già nel 2023 lo studio dappGambl analizzò 73.257 collezioni e ne trovò 69.795, circa il 95%, con capitalizzazione pari a zero; i detentori coinvolti sarebbero stati oltre 23 milioni. Uno studio successivo, rilanciato nel 2024 da NFTevening su dati NftScan, ha stimato che circa il 95% delle collezioni fosse di fatto “morto”: nessuno scambio, nessuna attività sui social, meno di venti vendite in una settimana. Sono stime con metodologie discutibili e vanno lette come ordine di grandezza, ma convergono tutte nella stessa direzione.

Ed è un’infrastruttura intera a ritirarsi. Nifty Gateway, uno dei marketplace pionieri, ha chiuso il 23 febbraio 2026; Foundation ha annunciato lo stop ad aprile; l’edizione 2026 di NFT Paris è stata cancellata, con gli organizzatori che hanno ammesso apertamente di essere stati travolti dal crollo del mercato. Proprio in questi giorni, Blur, che nel 2023 controllava oltre il 70% degli scambi di Nft su Ethereum, ha annunciato la chiusura della propria interfaccia web il 12 novembre: i suoi volumi mensili sono passati da circa 1,43 miliardi di dollari nel marzo 2023 a meno di 7 milioni nel marzo 2026, con un calo superiore al 99,5%. Persino OpenSea, il marketplace più noto, ha spostato il proprio baricentro: oltre il 90% dei suoi volumi proviene ormai da token fungibili, non da collezionabili.

La parabola dei “grandi nomi” è istruttiva. Il noto cantante Justin Bieber acquistò nel gennaio 2022 uno Yacht Club Bored Ape per 500 ether, circa 1,3 milioni di dollari; il suo valore stimato è oggi attorno ai 12.000 dollari, un crollo del 99%. L’intera collezione Bored Ape, che nel 2022 aveva toccato un prezzo minimo d’ingresso di 128 ether (oltre 400 mila dollari), nel 2024 era già scesa del 90% e anche dopo il rimbalzo della primavera 2026, che l’ha portata attorno ai 25 mila dollari, resta ben oltre il 90% sotto il suo massimo. Il mercato, osservano gli analisti, è diventato “a K”: poche collezioni di marca concentrano la maggior parte del volume, mentre la mediana dei token ha perso gran parte del proprio valore. Dire che gli Nft siano tutti a zero sarebbe falso; dire che l’investitore medio abbia visto il proprio capitale preservato sarebbe altrettanto falso.

Il destino degli Nft è inseparabile da quello del metaverso, di cui avrebbero dovuto essere la moneta corrente. Reality Labs, la divisione di Meta nata attorno a quella visione, ha accumulato perdite operative per circa 88 miliardi di dollari dalla fine del 2020, secondo i risultati del secondo trimestre 2026. Nel gennaio scorso l’azienda ha tagliato oltre mille posti e chiuso diversi studi di realtà virtuale, spostando risorse verso intelligenza artificiale e occhiali smart; la sua app sociale di punta, Horizon Worlds, è stata messa in modalità manutenzione. Quando persino chi ha cambiato nome all’azienda per inseguire un’idea ne ridimensiona il perimetro, il segnale per i piccoli risparmiatori dovrebbe essere eloquente.

Il confronto con l’oro è utile, a patto di essere onesti sui numeri. Il metallo giallo ha chiuso a un massimo storico di 5.318 dollari l’oncia il 29 gennaio 2026 e da allora ha corretto: i futures hanno chiuso il 5 ottobre a 4.157 dollari, circa il 22% sotto il record. Ma il quadro cambia se si allarga l’orizzonte: rispetto a un anno fa il prezzo è ancora più alto di circa il 6%, e nell’ottobre 2025 aveva appena superato per la prima volta quota 4.000 dopo un’annata da oltre il 50% di rialzo. Gli acquisti delle banche centrali continuano, con 51 tonnellate comprate a giugno secondo il World Gold Council. Un bene rifugio non è un bene che non scende mai: è un bene dotato di una domanda reale, di una storia e di un valore che non dipende da una piattaforma web. Un NFT, quando il marketplace chiude, rischia di essere un puntatore verso un file che nessuno vuole più.

Se gli Nft possono, almeno in parte, essere considerati un buon investimento per alcuni speculatori, è altrettanto vero che esistono al mondo altri strumenti di investimento ben più affidabili. Per chi cercava rendimento, le alternative non sono mancate. Al 5 ottobre 2026 l’indice azionario globale MSCI World segna un progresso di circa il 13% da inizio anno e l’S&P 500 di oltre il 14%; mille dollari investiti nell’MSCI World a gennaio 2016 varrebbero oggi circa 3.800 dollari con i dividendi reinvestiti, un rendimento annuo composto del 13,4%. Sul versante obbligazionario, il Btp decennale rendeva il 6 ottobre il 4,61%, e l’ultima emissione a dieci anni di fine agosto, con scadenza 2036, è stata collocata a un rendimento lordo del 4,1%, pari a circa il 3,58% netto. Anche questi strumenti hanno rischi, dalla volatilità dei mercati azionari ai tassi per i titoli di Stato, e i rendimenti passati non garantiscono quelli futuri. Ma hanno una differenza decisiva: dietro ci sono imprese che producono utili, o Stati che pagano cedole. Dietro un NFT speculativo c’è, spesso, solo la speranza di trovare qualcuno disposto a pagare di più.

Sarebbe un errore, infine, trarre dalla vicenda una condanna della digitalizzazione. La tokenizzazione, i registri distribuiti, i beni digitali hanno applicazioni reali, dal gaming alla certificazione di documenti, e il mercato Nft sopravvive, ridimensionato, proprio dove c’è un uso e non solo una scommessa. Il problema non è la tecnologia, ma il modo in cui la si è trasformata in promessa di arricchimento facile. Le bolle hanno una grammatica ricorrente: una narrazione affascinante, il timore di restare fuori, la convinzione che “stavolta è diverso”, prezzi che salgono perché salgono. Dal bulbo di tulipano alle dot-com, fino ai JPEG da milioni di dollari, l’impulsività è il carburante e la mancanza di conoscenza il combustibile. Il digitale è una frontiera affascinante e va esplorata, ma con tre accorgimenti elementari: capire che cosa si sta comprando e chi dovrebbe comprarlo da noi domani; non investire mai più di quanto ci si possa permettere di perdere; e diffidare di ogni promessa che sostituisca l’analisi con l’entusiasmo. L’innovazione non ha bisogno di bolle per affermarsi. A volte, anzi, ne esce più forte quando le bolle scoppiano, come quella delle dot.com insegna.

  •  

Ecco perché un museo cerca giovani per scrivere il futuro

“Crescere è una necessità per il nostro Paese” ha ribadito il presidente Alvise Biffi in apertura del suo intervento all’assemblea annuale di Assolombarda. Nello stesso giorno Banca d’Italia ha alzato la stima per il 2026 all’1%, è vero. Ma per poi vedere la crescita rallentare allo 0,6% nel 2027 e allo 0,8% nel 2028. Qualche giorno prima l’economista Lucrezia Reichlin ha ricordato sul Corriere della Sera il peccato dell’Italia: restare piccoli. È stato fatto un buon lavoro sul debito ma dagli anni Novanta siamo fermi. “Non possiamo abituarci”, dice Biffi.

Se un medico ci dicesse che nostro figlio ha problemi di crescita, certamente ci preoccuperemmo per il suo futuro, per cosa lo aspetta e per quello che rischia di diventare. Lo stiamo facendo per il nostro Paese? E soprattutto, abbiamo individuato gli anticorpi necessari per curare il rachitismo che affligge il nostro sistema economico? Il principale si chiama “giovani”. Se la Reichlin individua nella emigrazione giovanile uno dei segnali della malattia, Biffi lo ha detto chiaramente: “Senza giovani non c’è industria”.

Per crescere, però, serve un’idea di futuro. Una strategia per la crescita non è solo un elenco di misure. Presuppone di sapere dove si vuole andare, di avere un’immagine del Paese che si vuole diventare. Ed è proprio questa immagine che sembra mancare. Il Censis, nel suo ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, ha misurato questa mancanza di prospettiva. Il 63% degli italiani è convinto che “si sia spento ogni sogno collettivo”. Il 55% pensa che la spinta del progresso in Occidente si sia esaurita. È il ritratto di un Paese che guarda soprattutto indietro, a ciò che ha perso, e fatica a immaginare che cosa potrebbe guadagnare.

I giovani scesi in piazza nelle scorse settimane in Francia, Spagna, Belgio vogliono scuole migliori. Chiedono case economicamente accessibili. Non stanno facendo la rivoluzione, pretendono solo un futuro migliore. Sono i protagonisti del tempo che verrà ma nessuno li interpella, nessuno sembra voler approfittare della loro energia, della loro naturale voglia di immaginare e di fare per ritagliarsi lo spazio che meritano nella storia. Li stiamo prendendo sul serio? Il presidente del Cnel Renato Brunetta, ha sintetizzato così i risultati del rapporto Giovani expat. Come farli tornare: “Il talento italiano non manca mai all’appello. Tocca all’Italia meritarselo”. E meritarselo, il talento, significa pagarlo meglio, certo. Ma anche dargli spazio, permettere ai giovani di contribuire a scrivere quel futuro che sono destinati ad abitare.

Per questo è interessante l’invito che arriva da un luogo che per definizione custodisce il passato. Il Vittoriale degli Italiani, la casa-museo di Gabriele d’Annunzio a Gardone Riviera, una delle più visitate d’Italia, ha lanciato Vittoriale Lab – L’officina del possibile, un concorso nazionale di idee per chi ha meno di 25 anni. Non ci sono premi in denaro. Ai partecipanti si chiede di presentare entro il 30 ottobre un’idea su una delle tre sfide proposte: la sostenibilità, il nuovo senso di comunità nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’identità tra spazio fisico e virtuale. Dieci ragazzi e ragazze saranno selezionati e a fine gennaio si ritroveranno al Vittoriale in un weekend di “co-creazione” affiancati da un team di abilitatori: un esperto di Intelligenza Artificiale per usare con consapevolezza la potenza degli algoritmi, un giovane poeta per aiutarli a esprimere la loro creatività, un autore e regista teatrale per preparare la performance che porterà sul palco il Manifesto del Futuro che avranno scritto insieme.

Il luogo non è casuale. D’Annunzio fu tante cose, alcune discutibili, ma certamente un uomo che trasformava i luoghi in laboratori di idee e di linguaggi. Il presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani, Giordano Bruno Guerri, parla dell’iniziativa come una ricerca del genio italiano tra i talenti ancora inespressi. Un manifesto scritto da dieci ventenni non alzerà il Pil di un decimale. Ma indica un metodo che manca al dibattito pubblico sulla crescita italiana: chiedere a chi ha meno di 25 anni non perché se ne va, ma che Paese vorrebbe costruire. “Questi sono i fatti, la storia deve ancora cominciare”, dice Digger nel’omonimo e cupo film di Innaritu. Quale storia vogliamo raccontare? E con quali protagonisti?

La risposta pubblica, finora, si è concentrata sugli incentivi: sgravi fiscali per chi rientra, bonus, agevolazioni. Strumenti utili, ma che partono da un presupposto discutibile, cioè che basti rendere più conveniente restare. Manca qualcosa che nessun incentivo può comprare: la sensazione di poter partecipare a costruire il Paese in cui si vive. Gli imprenditori chiedono più crescita, gli economisti una strategia, le ricerche un sogno. Tutte le richieste partono dalla stessa premessa: serve un’idea di futuro. Non possiamo continuare a cercarla guardando indietro. Se davvero si è spento ogni sogno collettivo, qualcuno dovrà pur ricominciare a scriverne uno. Meritarsi il talento significa anche questo: dargli la penna.

  •  

Quale servizio pubblico per la democrazia nell’era delle piattaforme e dell’IA. Scrive Preta

La riforma della governance Rai è entrata nella sua fase parlamentare decisiva. Dopo il passaggio in Commissione, il disegno di legge approderà nell’Aula del Senato il 26 novembre, aprendo un confronto destinato a incidere sugli assetti futuri del servizio pubblico radiotelevisivo. Il dibattito si è concentrato finora soprattutto sui meccanismi di nomina, sugli equilibri tra Parlamento e Governo e sul grado di indipendenza dell’azienda, in un confronto che richiama anche le prescrizioni contenute nell’European Media Freedom Act.

Si tratta certamente di una discussione importante. Ma il rischio è che la questione della governance finisca per assorbire interamente il confronto pubblico, lasciando sullo sfondo una domanda ancora più rilevante: quale debba essere la funzione del servizio pubblico nell’ecosistema digitale del XXI secolo.

La Rai di oggi opera, infatti, in un contesto radicalmente diverso da quello nel quale è stata concepita gran parte dell’attuale impianto normativo. La televisione non rappresenta più il centro esclusivo del sistema dei media; l’accesso ai contenuti è sempre più intermediato dalle piattaforme globali; gli algoritmi orientano la scoperta dell’informazione; l’intelligenza artificiale sta ridefinendo i processi di produzione, distribuzione e consumo dei contenuti. In questo scenario, limitare il dibattito alla sola governance rischia di affrontare gli effetti senza interrogarsi sulle cause profonde del cambiamento.

È da questa consapevolezza che muove il paper “Per una riforma del servizio pubblico radiotelevisivo”, curato per Astrid da Fernando Bruno, Vincenzo Lobianco, Antonio Perrucci e Augusto Preta e presentato ieri nella Sala Biblioteca dell’Enciclopedia Italiana.

L’assunto di partenza è semplice: missione, governance e finanziamento non sono questioni separate, ma componenti di un unico disegno strategico. Pensare di riformarne una senza intervenire sulle altre significa inevitabilmente produrre soluzioni parziali.

Prima ancora di chiedersi chi debba nominare i vertici della Rai, occorre infatti chiarire quale valore pubblico il servizio pubblico sia chiamato a generare nell’attuale contesto tecnologico e sociale. La governance deriva dalla missione e non viceversa. Analogamente, il tema delle risorse non può essere affrontato indipendentemente dagli obiettivi assegnati all’azienda e dalla capacità di misurarne i risultati.

La domanda centrale diventa dunque un’altra: a che cosa serve il servizio pubblico nell’era delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale?

Per molti anni si è ritenuto che la moltiplicazione delle fonti informative avrebbe progressivamente ridotto il ruolo dei media pubblici. Sta accadendo l’opposto. Più aumenta la disponibilità di contenuti, più cresce il bisogno di riferimenti affidabili, di informazione verificata, di contesti editoriali responsabili e di istituzioni capaci di garantire pluralismo e inclusione.

Il ritorno del valore pubblico nell’economia dell’attenzione

La trasformazione digitale ha moltiplicato l’offerta di contenuti, ma ha anche profondamente modificato i meccanismi di accesso all’informazione. Nell’economia dell’attenzione il principale fattore di scarsità non è il sistema di trasmissione o il contenuto disponibile, ma il tempo degli utenti. In questo contesto le grandi piattaforme globali sono diventate i principali intermediari tra produttori di contenuti e pubblico, influenzando visibilità, scoperta e consumo dell’informazione.

In un ecosistema sempre più dominato da logiche algoritmiche, il valore del servizio pubblico non può essere misurato esclusivamente in termini di audience, ma anche attraverso il suo contributo al pluralismo informativo, alla coesione sociale e alla qualità del dibattito democratico.

L’impatto delle piattaforme sulla filiera dei media

La crescente centralità delle piattaforme digitali ha alterato gli equilibri economici tradizionali dell’industria dei media. Una quota crescente delle risorse pubblicitarie e dell’attenzione degli utenti viene oggi intercettata da operatori globali che non producono necessariamente contenuti, ma controllano l’accesso agli stessi.

Questo fenomeno pone interrogativi che riguardano non soltanto la sostenibilità economica degli editori, ma anche la capacità dei sistemi democratici di preservare un ecosistema informativo pluralistico e competitivo. Per il servizio pubblico la sfida consiste nel mantenere la propria rilevanza in un ambiente nel quale il rapporto con il pubblico è sempre più mediato da soggetti terzi.

Intelligenza artificiale e nuove responsabilità del servizio pubblico

L’intelligenza artificiale rappresenta la prossima grande trasformazione dell’ecosistema mediale. Gli strumenti generativi stanno modificando i processi di produzione, distribuzione e consumo dei contenuti e aprono nuove opportunità in termini di efficienza, personalizzazione e accessibilità.

Allo stesso tempo emergono rischi significativi legati alla disinformazione, ai deepfake, alla trasparenza algoritmica e alla concentrazione del potere informativo nelle mani di pochi operatori globali.

In questo scenario il servizio pubblico è chiamato a svolgere una funzione ancora più importante: garantire affidabilità delle informazioni, verificabilità delle fonti, alfabetizzazione digitale e sviluppo di competenze critiche tra i cittadini.

Missione, governance e finanziamento: un disegno unitario

Uno degli assunti centrali del paper è che missione, governance e finanziamento non possano essere affrontati separatamente.

La governance deve essere coerente con la missione assegnata al servizio pubblico. Il finanziamento deve essere adeguato agli obiettivi che gli vengono richiesti. La missione deve essere sufficientemente chiara da consentire una verifica effettiva dei risultati ottenuti.

Affrontare uno solo di questi aspetti senza intervenire sugli altri rischia di produrre riforme parziali e prive di una reale capacità trasformativa.

Oltre lo share: come misurare il valore pubblico

Se il contesto è cambiato, devono cambiare anche gli strumenti di valutazione.

Accanto agli indicatori tradizionali di ascolto diventa necessario sviluppare metriche capaci di misurare il contributo del servizio pubblico alla società: fiducia, pluralismo, inclusione, qualità dell’informazione, promozione culturale, innovazione e capacità di raggiungere pubblici diversi.

La questione non riguarda soltanto l’efficienza dell’azienda, ma la sua capacità di generare valore pubblico.

Una riforma che riguarda la democrazia

È in questa prospettiva che la discussione sulla governance, pur importante, appare soltanto una parte di una riflessione più ampia.

Le trasformazioni determinate dalla digitalizzazione, dalle piattaforme globali e dall’intelligenza artificiale impongono di ripensare il ruolo del servizio pubblico nel XXI secolo. La vera sfida non consiste soltanto nel definire chi governa la Rai, ma quale funzione essa debba svolgere all’interno dello spazio pubblico contemporaneo.

Per questo motivo la riforma del servizio pubblico non può essere considerata una semplice questione aziendale o istituzionale. Essa riguarda la capacità del sistema democratico di garantire ai cittadini informazione affidabile, pluralismo, conoscenza e partecipazione in un ambiente comunicativo sempre più dominato dagli algoritmi e dagli intermediari globali. In ultima analisi, riguarda la democrazia stessa.

  •  

Intelligenza artificiale e sanità: una leva contro le disuguaglianze?

L’intelligenza artificiale sta aprendo nuove prospettive per la ricerca, la diagnosi e l’organizzazione dei servizi sanitari. La possibilità di analizzare grandi quantità di dati, personalizzare i trattamenti e migliorare i percorsi di cura porta con sé anche un interrogativo fondamentale: queste tecnologie contribuiranno a ridurre le disuguaglianze nell’accesso alla salute o rischieranno di accentuare quelle già presenti?

A questa domanda è dedicato il pamphlet Intelligenza artificiale e sanità: una leva contro le disuguaglianze?, curato da Healthcare Policy e allegato all’uscita di ottobre della rivista Formiche, la rivista dell’arcipelago Formiche dedicata alle politiche per la salute e le sue industrie, in collaborazione con Fondazione Roche. La pubblicazione affronta il rapporto tra innovazione tecnologica ed equità sanitaria attraverso diverse prospettive, dalla qualità delle evidenze scientifiche e dalla rappresentatività dei dati fino alle implicazioni etiche, normative e organizzative dell’impiego dell’IA.

Attraverso i contributi di Bernardo Giorgio Mattarella, Luca Pani, Eugenio Santoro, Antonio Addis, Nino Cartabellotta, Brando Benifei, Tilde Minasi, Angelo Tanese, Alice Borghini e Mariapia Garavaglia, con l’introduzione di Enrico Sabatini, il volume propone una riflessione sulle condizioni necessarie affinché l’innovazione possa tradursi in benefici concreti e diffusi, preservando il diritto alla salute e il principio di universalità del Servizio sanitario nazionale.

  •  

Vi racconto la responsabilità sociale dello scienziato. Scrive Elena Cattaneo

Sarebbe un errore credere che il lavoro dello scienziato si esaurisca tra le pareti di un laboratorio. Al contrario, il ruolo dello studioso si realizza pienamente nella società, nel momento in cui ciò che scopre del mondo che ci circonda acquista una dimensione collettiva e la conoscenza che ha contribuito a conquistare diventa di tutti. Si tratta di un ruolo sociale che comporta anche la responsabilità di offrire dati ed evidenze alla politica, come base per le decisioni che riguardano la comunità, e di difendere i fatti accertati dalla scienza quando questi vengono minacciati, volutamente distorti o rinnegati per interesse personale, consenso o per assecondare le paure istintive dei cittadini. Il biologo francese Jacques Monod, premio Nobel per la medicina, ha descritto questa enorme responsabilità sociale dello scienziato nel volume Per un’etica della conoscenza, che già nel titolo porta con sé un monito e una raccomandazione. Monod scrive che, quando nei nostri laboratori facciamo ricerca e scopriamo le cose che nessuno conosce, lo facciamo sulla base di un impegno tacito, ma non negoziabile, a essere sinceri, a dire come stanno le cose, a riportare i fatti, a mettere in atto ogni comportamento affinché si aprano spazi di libertà che permettano a ogni idea razionale di essere messa a confronto con le altre e a essere valutata.

Queste parole, che sono la mia bussola quotidiana, riguardano ogni scienziato e ogni persona che, a vario titolo, ha a che fare con la scienza e spiegano, in maniera inequivocabile, che il suo metodo non deve essere condizionato da interferenze o interessi di alcun genere. Altrimenti non è di scienza che stiamo parlando. L’etica dello scienziato consiste, quindi, nel diritto-dovere di non mentire mai: su tutti i temi, anche e soprattutto su quelli che nel senso comune sono percepiti come “controversi”, l’etica scientifica che deriva dalla rigorosa applicazione del metodo richiede che si lascino parlare dati e fatti accertati, rifuggendo dalla propaganda e da ogni tentazione di manipolare le prove, per attenersi esclusivamente a ciò che è “vero in modo accertabile”. In questo senso, per lo scienziato l’etica può e deve essere declinata in ogni aspetto della sua peculiare attività. Possiamo distinguere perciò un’etica “esterna” alla professione e una “interna”.

Per etica esterna si intende la responsabilità dello scienziato verso i decisori pubblici e i cittadini, nel cui nome e interesse è condotta l’attività di ricerca. Per etica interna, invece, mi riferisco in particolare alla necessità di condurre ogni studio nel rispetto del metodo scientifico, fino ad arrivare a un risultato certo e ripetibile, oltre che ad aspetti del lavoro del ricercatore che pongono implicazioni etiche, come la sperimentazione animale o quella sulle staminali embrionali. In questi casi, sono sempre le evidenze a indicare la strada. Con riferimento all’etica interna alla professione, non si può non considerare il tema dell’integrità nella ricerca, la science integrity laddove con questa locuzione si intende. Cito la definizione elaborata dal Cnr: “L’insieme dei principi e dei valori etici, dei doveri deontologici e degli standard professionali sui quali si fonda una condotta responsabile e corretta da parte di chi svolge, finanzia o valuta la ricerca scientifica nonché da parte delle istituzioni che la promuovono e la realizzano”.

Con particolare riguardo all’etica della ricerca biomedica, un discorso a parte meritano le frodi scientifiche. La tendenza a truccare i dati viene spesso legata alla pressione che il ricercatore subisce nel veder condizionato il proprio avanzamento professionale alla quantità delle pubblicazioni che riesce a produrre, fenomeno comunemente descritto come publish or perish. Quando la frode risponde alla volontà di falsificare un dato sperimentale, nessuna giustificazione può essere riconosciuta a chi mina alla base le fondamenta di una professione. La ricerca fatta con rigore, peraltro, non teme alcun controllo. Anzi: ai controlli è abituata.

Se un certo numero di ricercatori desistesse dall’intraprendere o continuare la propria attività a causa di una maggiore sistematicità dei controlli antifrode, non sarebbe un danno per la comunità scientifica. Chiunque entri in un laboratorio deve infatti garantire piena, continua e assoluta tracciabilità di ogni passo compiuto durante la giornata. Questo è il metodo della ricerca, che anche dopo una pubblicazione offre l’opportunità a migliaia di ricercatori di tutto il mondo di ripetere e valutare quegli esperimenti. Gli errori fanno parte del lavoro: di questo come di tutti gli altri. Falsificare i dati sperimentali è però un’altra cosa. Nell’istante in cui lo si fa con consapevolezza, ci si pone fuori dal perimetro dell’etica professionale dello scienziato. Come comunità scientifica dobbiamo fare affidamento sulla duplice dimensione etica della ricerca “interna ed esterna”, anche promuovendo una reciproca, libera e fattiva vigilanza metodologica, nella consapevolezza che solo in questo modo si potrà conservare, per tutti, quello spazio di libertà proprio dell’attività scientifica che ciclicamente viene minacciato da leggi e politiche volte a comprimerne gli orizzonti.

(Pubblicato su Healthcare Policy 20)

  •  

Ue-Cina, perché l’intesa commerciale non cambia gli equilibri sulle terre rare

Il commissario europeo per la sicurezza economica, Maroš Šefčovič, ha concluso di recente un ciclo di negoziati a Pechino, l’8 e il 9 ottobre, con Wang Wentao, ministro del Commercio della Repubblica Popolare Cinese. I due ministri hanno prodotto un elenco di 16 risultati concreti che spaziano dal riequilibrio di commercio e investimenti ai controlli sulle esportazioni, dalla proprietà intellettuale alla riforma dell’OMC. L’intesa ha contribuito a rasserenare i rapporti dopo mesi di dispute commerciali in escalation, che rischiavano di sfociare in una vera e propria guerra commerciale. Lo stesso Šefčovič l’ha definita la conclusione di una «prima fase» dei negoziati, a cui seguiranno ulteriori accordi.

Il risultato di punta riguarda le auto ibride: la RPC si è impegnata a dimezzare le esportazioni cinesi verso l’UE di veicoli elettrici ibridi e ibridi plug-in. Tuttavia, il meccanismo di attuazione non è stato reso noto e Šefčovič ha precisato che i dettagli arriveranno dopo che i leader europei avranno esaminato l’accordo al vertice di Bruxelles del 15 e 16 ottobre. La Cina ha inoltre accettato di valutare come migliorare l’accesso al mercato per le imprese e i prodotti europei, eventualmente abbassando le proprie aliquote tariffarie, oltre ad adottare ulteriori misure per agevolare le esportazioni europee di dispositivi medici e prodotti agricoli. Non sono però indicate né scadenze né cifre.

Di tutto l’accordo, il risultato più importante per l’industria europea è anche quello che cambia meno. Pechino ha accettato di agevolare, attraverso un «canale verde», il rilascio delle licenze per le esportazioni verso l’UE di minerali delle terre rare e magneti permanenti. In cambio, l’UE si è impegnata a collaborare con gli Stati membri per accelerare le pratiche di licenza prioritarie relative ai beni a duplice uso destinati alla Cina. In sostanza, l’Europa allenta i propri controlli su beni sensibili in cambio di licenze più rapide su materiali che ancora non è in grado di produrre da sé.

Ecco perché questo accordo va considerato semplicemente una tregua limitata nella più ampia rivalità economica tra UE e Cina, mentre le dinamiche di fondo che alimentano l’attrito tra le due parti restano sostanzialmente intatte. Se da un lato l’industria europea beneficerà del canale verde, che garantisce licenze più rapide e prevedibili, dall’altro la dipendenza critica dalla Cina per questi materiali essenziali rimane praticamente invariata. La Cina è nota per aver usato come leva nei negoziati geopolitici questo collo di bottiglia commerciale, frutto di decenni di una sofisticata politica industriale. L’UE è particolarmente vulnerabile a questa tattica, dato che il 98% delle nostre terre rare e dei nostri magneti proviene dalla Cina. Pertanto, pur offrendo all’Europa una corsia preferenziale, Pechino mantiene il controllo sulle licenze e può rallentarne il rilascio a suo piacimento. Inoltre, la Cina rifiuta di abbandonare un modello economico fortemente incentrato sulla sovraccapacità e sull’export, anziché sull’aumento della domanda e dei consumi interni. A luglio ha pubblicato un rapporto intitolato China’s Position on the So-called Excess Capacity Issue, in cui la RPC tenta di smontare sistematicamente la critica secondo cui il suo modello, puntando esclusivamente sulle esportazioni, genererebbe enormi squilibri economici. Questo, insieme ai continui investimenti in politiche dal lato dell’offerta, dimostra che la RPC non è ancora pronta a rinunciare al modello che crea, in primo luogo, lo squilibrio di fondo.

Questa esposizione pesa ancora di più perché i magneti e i metalli delle terre rare sono essenziali per il riarmo europeo. Questi magneti sono impiegati nei sistemi di guida dei missili, nei droni, nei radar e nei motori elettrici. Se un costruttore automobilistico può convivere con licenze prevedibili, un’industria della difesa impegnata a garantire la sicurezza del nostro continente, in una fase di tensioni con la Russia senza precedenti dalla Guerra fredda, ha bisogno di approvvigionamenti sicuri e affidabili.

Con questo accordo, Bruxelles ha dunque evitato una spirale di escalation nelle tensioni commerciali che avrebbe potuto danneggiare gravemente entrambe le economie, ha mantenuto aperto il dialogo con la Cina sulla questione e ha ottenuto la prevedibilità che l’industria chiedeva da tempo. Le imprese europee hanno trascorso l’ultimo anno a fare i conti con ritardi e blocchi nelle licenze: per loro, il canale verde rappresenta un sollievo concreto, non un gesto meramente simbolico. Tuttavia, questa tregua vale soltanto quanto ciò che l’Europa saprà fare del tempo che le fa guadagnare. Se è irrealistico aspettarsi che Bruxelles risolva gli squilibri macroeconomici di fondo con la Cina entro la terza riunione ministeriale di marzo 2027, una misura più semplice potrebbe essere trattare i magneti come una priorità industriale della difesa, utilizzando i fondi per la difesa e il Critical Raw Materials Act per garantire la creazione di capacità produttiva di magneti: il settore potrebbe così competere per i finanziamenti in nome della sicurezza, anziché della transizione verde.

I leader europei esamineranno i termini sulle ibride a Bruxelles il 15 e 16 ottobre: sarà il prossimo banco di prova per capire se la tregua reggerà. Se reggerà, ridurrà le tensioni, ma non cambierà, in ultima analisi, chi controlla le forniture. Che l’esposizione europea sia minore entro marzo 2027 dipenderà da ciò che l’Europa costruirà, non da ciò che Pechino concederà.

  •  
❌