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La morte di Samora Machel: quattro decenni di interrogativi e sospetti

Il Mozambico e il Sudafrica commemorano Samora Machel, storico leader della lotta anticoloniale e primo presidente del Mozambico indipendente, morto quarant'anni fa in un incidente aereo che ancora oggi solleva interrogativi. Machel guidò il Paese dopo la fine del dominio coloniale portoghese nel 1975, conquistata al termine di una lunga lotta armata condotta dal Frelimo. Fu una delle voci più autorevoli dell'emancipazione africana e un convinto oppositore dei regimi coloniali e razzisti che ancora dominavano l'Africa australe. Il 19 ottobre 1986, mentre rientrava da un incontro di leader regionali in Zambia, il suo aereo si schiantò sui monti Lebombo, nei pressi di Mbuzini, vicino ai confini tra Sudafrica, Mozambico ed Eswatini.

Nell'incidente morirono Machel e altre 34 persone. L'inchiesta guidata dal Sudafrica attribuì la tragedia agli errori dei piloti, escludendo un sabotaggio. Maputo respinse però queste conclusioni, sostenendo che l'incidente potesse essere stato organizzato dal governo sudafricano dell'apartheid per eliminare il presidente mozambicano. Anche esperti sovietici, provenienti dal Paese in cui era stato costruito l'aereo, contestarono i risultati dell'indagine. Anni dopo, la Commissione per la verità e la riconciliazione sudafricana non riuscì a stabilire conclusioni definitive, ma sollevò nuovi interrogativi e raccomandò ulteriori accertamenti.

Tra gli elementi controversi figurava la presenza di soldati sudafricani nella zona dello schianto il giorno precedente. A quarant'anni dalla morte di Machel, dunque, la commemorazione non riguarda soltanto una figura fondamentale della storia africana. Riporta alla luce anche una vicenda mai chiarita fino in fondo, segnata dalle ombre del regime dell'apartheid e da domande alle quali le indagini ufficiali non hanno dato una risposta conclusiva.

La memoria di Samora Machel resta legata alla conquista dell'indipendenza e alla lotta per la liberazione dell'Africa australe. Ma finché le circostanze della sua morte rimarranno avvolte nell'incertezza, la richiesta di verità continuerà a far parte della sua eredità politica.


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Cuba risponde al nuovo mandato d'arresto contro Raúl Castro negli USA

Un tribunale statunitense ha emesso un mandato di arresto nei confronti dell'ex presidente cubano Raúl Castro. In risposta, l'attuale presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel, e il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez hanno condannato la mossa, definendola una "manovra" da parte di fazioni che rappresentano la "putrefazione politica" dello Stato della Florida.

In un post sul suo account X, il leader cubano ha descritto questa "azione riprovevole contro il Generale d'Esercito" come parte di un "patetico circo di Miami, con risvolti elettorali", affermando che il provvedimento "non ha alcun fondamento legale o pratico, né mai lo avrà".

"Questa manovra, camuffata da termini legali e orchestrata da politici anti-cubani contro Raúl e Cuba, merita la nostra ferma condanna. Si inserisce in un'agenda aggressiva e nasce dalle difficoltà che costoro incontrano nel tentativo di giustificare il blocco e la punizione collettiva del nostro popolo", ha dichiarato Díaz-Canel.


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L’inferno di Aleski: civili intrappolati sotto i droni ucraini

Mentre Volodymyr Zelensky continua a chiedere nuove armi ai suoi sponsor occidentali, ad Aleski, nella regione di Kherson, la popolazione è intrappolata in una catastrofe umanitaria. Secondo le testimonianze raccolte da RT, il regime di Kiev mantiene la città sotto un blocco pressoché totale, ostacolando i rifornimenti e colpendo con i droni le vie di comunicazione e le abitazioni civili. Dallo scorso maggio gli alimenti arrivano con estrema difficoltà. Molti abitanti sopravvivono grazie alle conserve messe da parte prima dell'assedio. Mancano medicinali, acqua e legna per affrontare l'inverno. Chi tenta di fuggire è costretto a farlo in bicicletta, a piedi o su carretti, attraversando strade disseminate di mine e trasformate in trappole mortali.

Ruslan Khomenko, responsabile del distretto municipale, denuncia che i droni ucraini collocano da sette a 36 mine al giorno lungo diversi tratti stradali. Gli attacchi, come denunciano le autorità locali, investono anche le abitazioni private e rendono estremamente pericolosi sia i soccorsi sia l'evacuazione dei civili. I testimoni raccontano di veicoli umanitari distrutti, persone uccise per strada e feriti che hanno perso gli arti a causa delle esplosioni.

«La città sta bruciando. Non è rimasto un solo posto abitabile», racconta un'anziana sopravvissuta. Un altro residente descrive la disperazione di chi va a dormire senza sapere se il giorno successivo avrà qualcosa da mangiare. La distribuzione degli aiuti, riferiscono gli abitanti, è sporadica e insufficiente, mentre nel mercato improvvisato i prezzi dei pochi prodotti disponibili raggiungono livelli proibitivi. Il quadro descritto da RT chiama direttamente in causa la condotta delle forze ucraine e le responsabilità del regime di Kiev. Le accuse relative al blocco, all'impiego dei droni e agli ostacoli ai rifornimenti devono essere verificate in modo indipendente, ma non possono essere cancellate dal racconto né sostituite da una generica narrazione sulle sofferenze della guerra. C'è una domanda politica inevitabile: che fine fanno i principi sulla protezione dei civili quando le vittime si trovano in un territorio controllato dalla Russia? Mentre Zelensky insiste nella richiesta di nuove forniture militari e le capitali occidentali continuano a discutere di strategie e armamenti, gli abitanti di Aleski denunciano di essere lasciati senza cibo, medicine e vie di fuga. La guerra non si combatte soltanto al fronte.

Per chi è intrappolato ad Aleski, si combatte ogni giorno per sopravvivere. E le denunce contro chi rende possibile questo assedio meritano attenzione, non il silenzio.

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Lavrov a Teheran per incontrare Araghchi: "Scambio franco e dettagliato"

 

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha avuto un colloquio con il suo omologo iraniano, Abbas Araghchi, il 19 ottobre nel corso della sua visita di lavoro a Teheran.

Si tratta del quarto incontro di persona tra i ministri degli Esteri dei due Paesi dall'inizio dell'anno, a cui si aggiungono 14 conversazioni telefoniche. Il Ministero degli Esteri russo ha riferito che il confronto ha visto uno scambio di opinioni franco e dettagliato su un'ampia agenda di cooperazione bilaterale e sulle principali questioni internazionali di interesse comune. Il ministero ha inoltre precisato che i ministri hanno analizzato i progressi nell'attuazione degli accordi raggiunti nei vertici tra il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, e il Presidente della Repubblica Islamica dell'Iran, Masoud Pezeshkian, tenutisi il 1° settembre 2026 a Bishkek e l'8 ottobre 2026 ad Avaza, definendo il calendario dei prossimi incontri.

Il Ministero degli Esteri russo ha sottolineato che è stata dedicata la dovuta attenzione agli aspetti attuali della cooperazione commerciale, economica e degli investimenti, oltre che alla realizzazione di importanti progetti congiunti nei settori dei trasporti, della logistica e dell'energia.

Inoltre, è stata discussa la situazione nella regione del Golfo Persico e le modalità per superare la gravissima crisi internazionale causata dall'aggressione illegale degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran, che ha inferto un duro colpo alla stabilità e alla sicurezza non solo in Medio Oriente, ma a livello globale, come specificato dalla diplomazia russa.

Il ministero ha aggiunto che i diplomatici hanno concordato nuove misure per innalzare il livello di coordinamento in sede ONU e per ampliare la collaborazione all'interno di BRICS, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai ed Unione Economica Eurasiatica.

Infine, Mosca ha ribadito che i colloqui di Teheran contribuiscono a rafforzare ulteriormente il partenariato strategico globale tra Russia e Iran, in linea con le aspirazioni dei popoli di entrambi i Paesi amici e nell'interesse della stabilità regionale.

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Fulvio Grimaldi - A FORAS. Contra a s'ocupatzione militare de sa Sardigna

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

Il Premio internazionale della Pace di Vestfalia (Westfälischer Friedenspreis) viene assegnato a cadenza biennale a Münster, in Germania, a personalità o istituzioni che si distinguono per il loro impegno per la pace, la sicurezza e la cooperazione in Europa

E chi si è talmente distinto nell’impegno per la pace, la sicurezza e la cooperazione in Europa da meritare quest’anno quel prestigioso e rassicurante premio, se non la NATO? Evento talmente assurdo, talmente provocatorio, talmente farsesco, da lasciare senza parole. 

E infatti non ne sprechiamo per commentare questo parossismo di eterogenesi dei fini - quei fini perseguiti da chi il premio l’ha concepito - se non per metterlo al confronto con quanto succede in questi giorni in Sardegna, regione per sua malasorte italiana.

A Münster in Vestfalia un umorismo politico, tanto surreale quanto inconsapevole, si è fatto satira di se stesso. Il 1. Ottobre, nello storico municipio della città, all’oltranzista della pace, segretario dell’Alleanza più guerrafondaia del mondo, Mark Rutte, viene conferito, corredato di 100.000 euro, il prestigioso riconoscimento che ricorda la pace nel nome di quella conclusa nel 1648, al termine della Guerra dei Trentanni.

Fu quella una guerra a cui venne posta fine dalla diplomazia, dalla mediazione tra interessi, da incontri e negoziati. Sarà in nome di quella diplomazia, di quelle mediazioni che si sarà voluta onorare un’alleanza talmente meritevole di riconoscimenti da aver condotto guerre, spesso chiamate missioni di “peace enforcement”, per complessivamente 13 aggressioni a Stati, senza autorizzazione dell’ente a ciò preposto, l’ONU. Vogliamo ricordarne almeno qualcuna?

Guerra illegale contro il Nicaragua (1981); guerra illegale contro la Jugoslavia e poi contro la Serbia (1990-1999), prima guerra del Golfo (1980) e seconda (1991), fino all’aggressione di Bush e Blair del 2003 (di nuovo senza mandato dell’Onu), giustificata con la lotta alle armi di distruzione di massa (atomiche, chimiche, batteriologiche), che si rivelerà una menzogna; guerra illegale di vent’anni all’Afghanistan accusato dell’attentato dell’11 settembre, guerra illegale contro la Libia e la Siria (2011); guerra illegale contro l’Ucraina (2014), a seguito dell’ampliamento a est della Nato, eccetera.

 

Complessivamente, ma senza calcolare colpi di Stato e rivoluzioni colorate dove la NATO figurava quanto meno da burattinaio, 13 sono i conflitti attribuibili a questa alleanza “difensiva”: Iran, Guatemala, Egitto, Cuba, Vietnam, Nicaragua, Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina, Yemen e Siria. Premio della pace di Vestfalia chiaramente meritato.

Tornando a noi, chi, se non la NATO, fa marciare i suoi anfibi nei poligoni e nelle servitù militari che butterano la Sardegna e che, nominalmente italiane, ospitano però forze, mezzi, industrie chimiche, esercitazioni, esperimenti di esplosivi, di chiunque nell’Alleanza e anche fuori (Israele) voglia disporre dell’isola per potenziare le proprie capacità belliche?

Nel perseguire l’obiettivo di mettere uno dei nostri territori ecologicamente più preziosi e fragili a disposizione di chi se ne serve abusandolo, ovviamente si passa con assoluta disinvoltura al di sopra delle teste dei suoi abitanti e legittimi titolari, nell’interesse di chiunque la utilizza per allenarsi alla guerra. Vale come non mai per l’attuale governo, con le sue nostalgie e i suoi riferimenti, ma è stato pratica irrinunciabile di tutti quelli che si sono succeduti dai primi vagiti della repubblica.

Lobby del ministero, o ministero della lobby?

Oggi il punto fermo è l’orgogliosa dimostrazione di eccelsi conflitti d’interesse quali quello di un capo della lobby degli armaioli (Aiad) che passa a fare il ministro. Ministro cui, per caso, è dato il potere di arricchire gli ex soci comprandone i prodotti. C’è poi la gioiosa e fattiva partecipazione a quanto di bellico va accadendo in giro per il mondo, grazie alla quale l'Italia è impegnata complessivamente nel numero record di 43 operazioni e missioni militari (22 operazioni nazionali/alleate e 21 missioni internazionali all'estero), oltre a tre operazioni fisse sul territorio nazionale (Strade Sicure, Difesa Aerea Nazionale e Vigilanza Pesca).

Questo governo ha aderito all’ukase trumpiana di tagliare dal bilancio costituzionalmente destinato a farci vivere decentemente 3,5 punti, subito, e fino a 5 punti fra un po’, per destinarli, anti-costituzionalmente, a cannoni, droni ed aerei da combattimento. Ne consegue che esso subisca come una doccia fredda qualsiasi allentamento della corda dell’arco che dovrebbe proiettarci nei vari armageddon in atto, o che si vanno prefigurando.

Allentamenti tipo i ricorrenti abboccamenti tra Trump e Putin che vanno in direzione ostinata e contraria a quella degli amici “volenterosi”. Costoro, con l’esercito più potente d’Europa, ovviamente tedesco, annunciano ai propri cittadini, serenamente morituri, che entro il 2030 ci sarà la guerra (d)alla Russia. E li preparano all’evento ordinando agli ospedali di aumentare i letti per i feriti e ai cassamortari di incrementare i posti tomba nei cimiteri. Ed è su questo sfondo che la distensione, implicita nell’accantonamento di Zelensky e nell’accordo sul gasolio tra Trump e Putin, possa essere dalla nostra premier commentata acidamente con un accigliato: “Troppi favori a Putin”

Sardegna, zitti zitti, piano piano, ce n’è per tutti

E allora eccoci di ritorno in Sardegna, dove i favori si fanno a tutti coloro che almeno condividono l’uggia in cui Meloni, con Merz, Macron e Burnham, tiene pace e Putin. E anche il diritto internazionale che, taianamente, “conta fino a un certo punto”.

Se passate dalle parti del porto di Cagliari di questi tempi avrete la fortunata occasione di irrompere in quanto il nostro governo ritiene di doverci risparmiare vestendolo di segreto. Serie di mammozzoni blindati e di carri armati che sferragliano dalle navi giù sulle banchine, destinati a inturpidire le strade dell’isola fino a qualcuno della quindicina di poligoni che la impestano di veleni e clamori.

Perchè, percome, per cosa? Porre domande non è educato. Cosa scrive l’Avvocatura dello Stato in un documento ufficiale? Il governo ha il diritto di tenere segreti i traffici d’armi nei porti italiani. La guerra è tra noi, e da nessuna parte come in Sardegna, ma i cittadini non devono sapere quante armi passano sotto casa e perché e di chi e per cosa sono. La trasparenza è considerata un pericolo, semmai a qualcuno venisse in mente la legge 185 del 1990 che disciplina e limita il commercio internazionale di armamenti.

In certi casi la cosiddetta protezione, col segreto, della sicurezza nazionale e delle relazioni internazionali viene fatta saltare in aria da qualche portuale, come a Ravenna. La democrazia glie ne è grata. Forse sono stati loro a fornire l’innesco per un importante appuntamento internazionale: il 30 ottobre i sindacati portuali di diversi paesi europei e mediterranei hanno convocato una giornata internazionale di mobilitazione contro il traffico di armi e la militarizzazione degli scali. Cagliari ci sarà.

In Sardegna, intanto, è saltata un’altra maglia del sistema “zitti zitti, piano piano”. Un po’ la loro tracotanza, coltivata nell’ambiente naturale di Gaza, Libano, Siria e Cisgiordania, un po’ la curiosità suscitata da questi gruppi di atletici giovanotti dal linguaggio incomprensibile, ed ecco che i sardi si sono scoperti vicini di spiaggia, o di bar, dei baldi guerrieri dell’IDF israeliano. Sono qui per avvicendare ai morti ammazzati veri, quelli da manovra, o ai colpi in testa ai bambini, quelli sulle sagome. Qualcuno potrebbe rompere l’incanto tirando fuori una bandiera palestinese. Occasione offerta anche da un altro tipo di presenza: gli stessi reduci dal genocidio, ma in vacanza di decontaminazione, che danno di gomito a miliardari transnazionali nel godersi la Costa Smeralda.

Che je sta a fa’ colla mano destra?

E’ la parte ospitale, amichevole, solidale, fraterna, affettuosa, che il melonismo intrattiene con il netanyahuismo

Un’isola laboratorio di guerra

Da 80 anni la Sardegna è presa figuratamente a schiaffi, anche a calci nelle parti morbide fino a disabilitarla, essendo stato deciso che, trovandosi essa un po’ fuori dai coglioni, e con poco potenziale demografico per opporsi (illusione), era il terreno ideale su cui l’Alleanza Atlantica e suoi affini e succedanei, dagli australiani agli israeliani, si possono addestrare.a forza di cannoni, bombe, missili. E’ qui l’industria bellica del mondo sperimenta e collauda.

Con a disposizione il 65% delle servitù militari italiane, la Sardegna ha cessato di essere padrona di sé ed è diventata un immenso campo da golf dove i bastoni sono i cannoni, le palline sono proiettili e le buche sono ciò che si lasciano dietro cannoni e proiettili. Il paio di mesi di sosta e di respiro, dovuti al turismo, finiscono il 30 settembre, quando dai moli di Cagliari partono i mammozzoni e arriva la Marina per la seconda fase di Mare Aperto 2026, la principale esercitazione della Marina Militare. Fino al 25 ottobre c’è un traffico da ora di punta in cui si incrociano navi di USA, Grecia, Francia, Spagna, Bulgaria, Italia, Israele, con cannoneggiamenti e sbarchi anfibi che manderanno in tilt pesca e fauna in oltre mezzo milione di chilometri quadrati.

Anni fa mi feci ricordare da un pescatore di Teulada, sulla sua barca, come fossero riusciti a bandire esercitazioni e bombardamenti allestendo una flotta che, sfidando i capoccia militari appostati in collina con cannocchiali per seguire le manovre, occupò il tratto di mare e non si spostò fino a che l’operazione non venne bloccata e rimandata a tempi migliori. Un bellissimo contrattacco, purtroppo una tantum.

Veleni e morìe in mare, per aria e in terra

Tutto questo senza pregiudizio per quanto si viene operando nella quindicina di poligoni che formano come una ghirlanda di mimesi guerresca tutt’intorno all’isola, lunga 370 km2 e che penetra fin nel suo cuore. La stagione dei giochi di guerra, come quella della caccia, ora ridefinita dal governo all’insegna del “purchè si spari”, non risparmia le stagioni meteorologiche, salvo parti dell’estate per concedere un minimo di respiro economico. E soprattutto non risparmia la salute di ciò che in quest’isola sempre più stentatamente vive. Nel mio docufilm si esprimono anche le relative, raccapriccianti, testimonianze

Guerra alla vita

Con l’avvio delle esercitazioni, parte anche, irriducibile, la mobilitazione dei sardi. Da Capo Frasca a Teulada (7.200 ettari), a Salto di Quirra (12.700 ettari), a Cagliari, è un ininterrotto succedersi di manifestazioni di protesta. Il cuore della contestazione, oltre a questo governo nazionale che ha alle spalle – e la perpetua – una storica esperienza di violazione violenta dei diritti e delle volontà popolari, è contro le imprese private dell’industria bellica, qui sugli altari come non mai (si pensi all’esempio della contestatissima Rheinmetall tedesca, rappresentata dalla RWM Italia S.P.A., che produce esplosivi, bombe d'aereo, mine marine e droni (armamenti scoperti essere utilizzati perfino nel genocidio di Gaza e in altre imprese dello Stato sionista). Ditte che affittano ai poligoni pezzi di territorio sardo per effettuare ricerca, testare armi, o mostrarle a potenziali acquirenti. E può essere demanio, e può essere esproprio.

Il Comitato misto paritetico sulle servitù militari, organismo dello Stato e dei territori, che dovrebbe vegliare sulle esercitazioni, ha denunciato che tutto questo avviene senza alcuna garanzia e senza informazioni dettagliate su ciò che accade davvero: quali sistemi vengono provati, cosa viene fatto esplodere, cosa rimane a contaminare terreno e falde.

Il Comitato denuncia anche che gli indennizzi promessi non arrivano mai, come mai si sono effettuate le bonifiche dei siti inquinati. Il ministero, coprendosi con l’immancabile scudo dell’imperativo della sicurezza, chiude il discorso affermando che il parere del Comitato non è vincolante (diversamente dalle esigenze della “sicurezza”) e il Codice dell’ordinamento militare lascia l’ultima parola al ministro. Che decide in nome dei “preminenti interessi nazionali”.

La Sardegna, viene affermato da sempre, è un territorio chiave per la Difesa. Di fatti è assediata da fregate russe e MIG. Mentre all’orizzonte si intravvedono le navi e le spingarde dei saraceni.

Le armi di Crosetto per ridurre alle di lui ragioni i sardi riluttanti, sono le 272 imprese della difesa, con peso preponderante di Leonardo e Fincantieri e dentro i colossi internazionali del settore, dai francesi di Thales, ai tedeschi di Rheinmetall, dalla Mbda (consorzio europeo leader nella progettazione e produzione di missili e sistemi di difesa) ai turchi di Baykar e, ca va sans dire, agli israeliani di Elbit Systems.

Lotta per la vita

Sarà per sostenere le nuove esercitazioni autunnali (tra cui la maxi-esercitazione Joint Stars 2026 e l'operazione Mare Aperto 2026) e per sollecitare poligoni e armaioli in visita a darsi da fare per neutralizzare l’incombente minaccia di Putin che, alla ripresa autunnale della militarizzazione isolana, sono decine di migliaia i sardi, studenti in testa, che manifestano ai piedi degli apparati che si pretendono padroni dell’isola

Le sequenze video che accompagnano questo testo sono il capitolo sardo del docufilm “L’Italia al tempo della Peste”. Le ho girate qualche anno fa, ma sono attuali oggi come ieri, come mezzo secolo fa. Valgono ogni anno e ogni giorno, da quando regimi e governi saccheggiatori hanno deciso che la bellezza, la nobiltà, la ricchezza umana e ambientale di questa regione dovessero essere sacrificati ai giochi e interessi di guerra di un minuto, gruppo di persone prive di scrupoli, una conventicola che soffriamo sparsa in tutto l’Occidente.

Nel video percorriamo, guidati da straordinari compagni sardi, un’isola dalle bellezze naturali e dai valori identitari ineguagliati, dove a ogni passo ci si scontra con i crimini di un colonialismo interno che non ha nulla da invidiare alle predazioni e devastazioni inflitti alle parti di mondo assoggettate dalle grandi potenze. Nel video l’illustrazione delle ferite al territorio è integrata dai dati di chi ha studiato gli effetti, spaventosi e duratori nel tempo, della militarizzazione sulla salute dei viventi.

SARDEGNA, dove la morte vuole vendicarsi della vita (video)

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Continuons le combat: le piazze d'Europa contro carovita e guerra

 

di Giuseppe Giannini

L'ondata di proteste che sta travolgendo l'Europa (e non solo) in queste settimane rappresenta una bella ondata di aria fresca. C'è la necessità di sconvolgere quel sistema di potere consolidato, che appare sempre più distante dalla volontà popolare.

La classe dirigente abbottonata nelle stanze del privilegio, ha dimostrato di essere sorda agli appelli e alle rivendicazioni dei sudditi. In particolare, gli interessi legati alla guerra in Ucraina e la questione palestinese sono la dimostrazione di come il no al riarmo e lo stop al genocidio reclamato dalla maggioranza della popolazione mondiale vengano disattesi, appunto, da superiori mire geopolitiche, che passano sopra vite e territori, e dalla contiguità di un mondo della comunicazione, asservito ai giochi del potere, e che fa propaganda, censura, inventa categorie da demonizzare.

Accanto, e come conseguenza delle politiche di guerra, oltre alle speculazioni, e all'immanenza del capitalismo, è esplosa la rabbia di categorie che, a loro volta, fanno da traino per intere fasce di popolazioni depauperate da un trentennio di politiche neoliberiste. Generazioni invecchiate con la speranza di risposte mai arrivate; pensionati in lotta quotidiana con la carenza di servizi e che hanno difficoltà ad affrontare le spese; giovani che da troppo tempo sono privi di prospettive ed ai quali si vuole negare il futuro (l'assenza della stabilità lavorativa, la guerra come certezza del presente).

che caratterizza le manifestazioni di protesta è, più di tutte, la componenente sociale. In Albania, Francia, Spagna ed Italia si scende in piazza anche per motivi, apparentemente distanti (la corruzione, il caro vita, l'assenza di politiche abitative, la scuola a pezzi, ecc.)  ma legati da un filo conduttore: l'abbattimento delle politiche del welfare e la privatizzazione di ogni aspetto dell'esistente. Dalla gentrificazione come dato attualizzato delle nostre città, con assenza di alloggi popolari, affitti impraticabili per studenti e lavoratori, già compromessi dall'inflazione, i rincari energetici ed i salari fermi, all'aumento del prezzo dei carburanti e delle utenze energetiche, che rendono difficile affrontare le incombenze quotidiane. Tutto comporta delle ripercussioni, soprattutto sui redditi medio bassi. In particolare, sono gli addetti ai settori indispensabili le vittime di un sistema basato sulle iniquità.

I lavoratori del settore primario, della trasformazione e distribuzione, dopo aver scontato decenni di globalizzazione economica, il potere ricattatorio della GDO, i ritmi estenuanti imposti dagli algoritmi della logistica, per i quali l'efficienza è sinonimo di competitività al ribasso, sacrificando tempi di vita e le esigenze fisiologiche, adesso debbono accollarsi anche i costi sociali imposti dal lobbismo militare, che affianca le pressioni delle multinazionali economiche. In pratica, in Occidente sta avvenendo quanto accaduto negli anni novanta in America Latina, Asia, ed Est, dove lo sfruttamento lavorativo e delle risorse è stata la prassi dei giganti dell’economia. Aziende occidentali che, attraverso le delocalizzazioni e la politica dei brevetti, hanno imposto standard subumani ed impattanti. Quello che, finora, è mancato, è stato un movimento esteso ed intergenerazionale che, facendo confluire le diverse rivendicazioni - il no alla guerra, la questione ecologica, e legata ai diritti, ed a un modello diverso di gestione delle risorse e del lavoro - riuscisse a canalizzare le istanze.

Per fortuna, le piazze ribollono. E' un movimento di protesta eterogeneo, che andrebbe approfondito ed analizzato perchè il rischio di derive reazionarie e di possibili infiltrazioni degli apparati è qualcosa con cui, da sempre, fare i conti. Intanto, in Francia viene rispolverata la ghigliottina come simbolo di ribellione verso governi neo-aristocratici.

In Albania la corruzione endemica e la svendita del Paese vedono mesi di protesta tracimati nello sfondamento delle porte dei ministeri. In Spagna gli acampados dimostrano che la bolla immobiliare non è mai finita. E poi vi sono altri milioni di rassegnati, che vengono sfrattati e dormono in "rifugi di salvezza", rinunciando alle cure mediche di base e ad un'alimentazione adeguata. In Italia, il governo dei cd. sovranisti, in realtà forze partitiche al servizio dell'Europa austeritaria e dell'imperialismo americano, ma che all'interno malgovernano, anche a causa di un riassetto degli equilibri costituzionali e di misure dal piglio autoritario, verrà ricordato come uno dei peggiori. Vengono snocciolati numeri ed imprese mai realizzate. La realtà è che il lavoro è sempre meno pagato, il complesso produttivo-industriale è in condizioni arretrate per garantire assetti adeguati, e il dieci per cento della popolazione è in povertà. La conseguenza sono le proteste.

Per delegittimarle partono le solite tattiche ed ingerenze sistemiche. Gli infiltrati sono un classico delle forze dell'ordine a disposizione del potere borghese. Servizi segreti, intelligence o semplici provocatori messi lì per "disturbare" le istanze dei movimenti. Negli anni '60 e 70 la conflittualità c’ha permesso conquiste sociali e civili messi in discussione dai regimi tecnocratici successivi; il G8 a Genova nel luglio 2001 è stata la data spartiacque, che ha messo fine alle rivendicazioni globali. Arriviamo, dunque,  ai giorni nostri, dove da Occupy Wall Street agli Indignados, fino alle tante organizzazioni di protesta presenti in Francia. La reazione del potere liberale è stata l’uso spropositato della forza. Con spari ad altezza d’uomo e diversi manifestanti che hanno perso un occhio o subito altri traumi psico-fisici indelebili.

La prassi delle forze dell’ordine in Italia sta nel travestirsi da black block, fare danni ai negozi e lanciare pietre, scaricando le colpe sulla intera piazza. Oppure portare le molotov nei luoghi della protesta. I servi dell’ordine precostituito conoscono solo l'autoritarismo e il manganello. Le violenze gratuite verso i pacifici manifestanti sono la prassi legittimate tanto dai governi reazionari, se non affini al fascismo, quanto da quelli liberali, che con l'appoggio dei partiti socialdemocratici parlano la legge del capitale.

Recuperare lo slogan del maggio francese diventa, dunque, un imperativo. In mezzo alla massiccia ondata di proteste si inseriscono, in maniera fuorviante, i gesti vandalici di minori che a Milano hanno avuto come scopo quello di saccheggiare le vetrine del lusso. In questo caso, parliamo, forse, degli stessi ragazzi che ascoltano la trap, desiderano l’ultimo modello costoso di telefonino e si danno l’appuntamento per risse o accoltellano coetani ed adulti. Qui, però, la questione è culturale, è chiama in causa la virtualizzazione delle esistenze, con un modello socio-educativo compromesso e deprivato alle fondamenta, da genitori e formazioni sociali avulsi dalla realtà.

 

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Elezioni in Serbia: la partita decisiva per l'Europa

 

Una sintetica documentazione sulle prossime elezioni del 25 ottobre, con le posizioni e prospettive   progettuali delle due coalizioni, sia per politiche interne che per gli schieramenti internazionali, in un clima sociale a dir poco esplodente, a cui le commemorazioni ufficiali e riconosciute dallo stato serbo per i funerali del generale Ratko Mladic, hanno dato un ulteriore spinta di tensione.

In campo per prendere le redini del paese ci sono sostanzialmente due blocchi: la lista elettorale del Partito Progressista Serbo (SNS) Aleksandar Vu?i?–Serbia Unita e la Lista degli Studenti–Gli studenti vincono.

La coalizione governativa può contare, ad un eventuale secondo turno, su:

- i socialisti del SPS Ivica Da?i?-Fattore di Stabilità, i quali comprendono alcune forze minori come Serbia Unita (JS), il Partito Socialdemocratico di Serbia e i Verdi di Serbia

- il Partito Radicale Serbo (SRS) di V. Šešelj, condannato dal Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia ed ex prigioniero dell’Aja, con la candidatura del figlio Aleksandar, che nonostante vecchie tensioni con lo stesso Vucic, ha ritenuto che prima di tutto viene il destino della Serbia ed occorre formare un blocco di unità nazionale patriottico, sovrano e per la difesa dell’indipendenza.

- il Partito dei Pensionati Uniti di Serbia (PUPS)

- il Partito Contadino Popolare e il Partito Contadino Unito

- il Movimento dei Socialisti serbi di A. Vulin

- il Partito Russo – La Serbia nei BRICS – Slobodan Nikoli?, che è anche presidente della   

    Società di Amicizia Serbo-Russa “Vladimir Putin”.

  • l’Alleanza degli Ungheresi di Voivodina
  • Il Nuovo Partito Comunista di Jugoslavia (NKPJ) e dalla Lega della Gioventù Comunista di Jugoslavia (SKOJ).

L’alleanza elettorale che sostiene il Partito Progressista Serbo di Vucic, “extrema ratio” di questa fase storica complessa e piena di antinomie, è una alleanza non certo ideale o scevra di ”lati neri” e contraddizioni non certo piccole, ma nel panorama politico serbo attuale non c’è altro, al di là dei leoni della tastiera e dei social, che impazzano con teorie, analisi ed esternazioni, spesso anche giuste, ma che nella realtà concreta serba…non hanno neanche l’1% di seguito, come obbiettivo massimo.

Lungi dal sottoscritto (…anche perché non sono serbo) tifare o fare propaganda di parte, la mia riflessione, ha un orizzonte e lettura di respiro più ampio e strategico, la quale va ben oltre la figura non certo rivoluzionaria o ideale dell’ex presidente serbo, ma si lega agli effetti collaterali sulla questione della guerra, delle sanzioni e delle armi all’Ucraina, alle politiche guerrafondaie e anti russe per principio della UE, al ruolo della NATO, ai rischi di recisione definitiva (…di fatto già in atto) del Kosovo Metohija, della Vojvodina, del Sangiaccato o del Presevo e Medveda…o alle conseguenze destabilizzatrici sulla Repubblica Serba.

Le opposizioni si presentano con la coalizione “Lista degli Studenti–Gli studenti vincono”, che è stata la dura fautrice dell’indizione delle elezioni attraverso le sue proteste di massa dall’aprile 2025…dove in realtà i candidati studenti sono pochissimi, mentre abbondano vecchi arnesi delle opposizioni totalmente europeiste, filo NATO ed euro atlantiche. Il capolista è Ilija Srdanovi?…che studente è stato trentuno anni fa…Tra gli altri figurano il drammaturgo Ž. Huba?, l’attore T. Stani?, l’ex capitano della nazionale di pallacanestro D. Bodiroga, l’ex governatore della Banca Nazionale di Serbia D. Šoški?, il musicista F. Dimovi?, il sociologo J. Baki?, l’atleta M. Dudaš e A. Baucal della Facoltà di Filosofia.

Questi ed altre vecchie e note figure delle varie opposizioni filo occidentali sono di nuovo in campo, come la DOS, che aveva rovesciato il governo di unità nazionale di S. Milosevic e poi consegnato il presidente serbo all’Aja. Ma ciò che ha colpito e forse fatto riflettere l’opinione pubblica serba, è stato il fatto di chi, ha pubblicamente sponsorizzato la necessità di un “cambio di regime” e della vittoria della Lista studentesca…e cioè l’ex  presidente del Comitato Europeo per lo sviluppo della NATO, Günter Fehlinger, il più grande lobbista in Europa dell’Alleanza Atlantica e delle sue politiche più dure, dichiaratamente e orgogliosamente russofobo e antiserbo. Il più grande lobbista di Pristina, il più grande odiatore di serbi in Europa, ha detto pubblicamente: "Vu?i? deve essere sconfitto", colui che nel settembre 2023, di fronte agli incidenti per i fatti di Banjska in Kosovo, aveva invitato l’Alleanza a bombardare Belgrado in relazione a ciò che stava accadendo, come ricordano bene i serbi non occidentalizzati: “A Banjska è iniziata la guerra serba contro il Kosovo.(...) Invito la NATO a preparare immediatamente l'intervento contro la Serbia. Bombardate Belgrado adesso!”, aveva ululato.

Schierati al suo fianco per eventuale secondo turno ci sono:

  • Scelta del Popolo guidato da Srdanovi?, professore di medicina d’urgenza e cardiologo presso l’Istituto di Malattie Cardiovascolari della Voivodina, che ha deciso infine di non presenare la lista e spostare i suoi voti sulla Lista studentesca. Al suo interno figurano: il Movimento Popolare di Serbia, dalla Rivolta Ecologica e da Nuovo Volto della Serbia, il Movimento Civico Solidarietà. Oltre al Partito Democratico (DS), il Movimento per il Rinnovamento del Regno di Serbia (POKS), il Fronte Verde-Sinistra (ZLF), Kreni-Promeni (Inizia-Cambia), il Partito Socialdemocratico, il movimento “Amore, Fede, Speranza”, la Lega dei Socialdemocratici di Voivodina, Lokalni Front di Kraljevo, Dveri, Basta così (DJB), ProGlas e una serie di organizzazioni locali.
  • Il Movimento dei Cittadini Liberi (PSG) ha annunciato che parteciperà alle elezioni per una coalizione di opposizione filo-europea unita
  • Serbia Europea che comprende il Partito della Libertà e della Giustizia (SSP) di Dragan ?ilas, il movimento Serbia Centro (SRCE)
  • La Comunità Democratica degli Ungheresi di Voivodina (DZVM)
  • Il Movimento monarchico per il Regno di Serbia
  • L’Alleanza degli Ungheresi di Voivodina – Dr Bálint Pásztor
  • Noi – Forza del Popolo.

Vi sono poi vari partiti minori legati alle minoranze, dai Romanì, al Sangiaccato, ai bosniaci, agli albanesi, ai montenegrini come il Partito Democratico del Sangiaccato (SDP) e il Partito Democratico Montenegrino (CDP).  il Movimento di Unificazione di Usame Zukorli? (SPP), il Partito della Giustizia e della Riconciliazione (SPP), il Nuovo Partito Democratico della Serbia (Novi DSS)

Come già in lavori precedenti ho documentato, la situazione nel paese balcanico è complessa, intrinseca di contraddizioni sia a livello governativo e nella figura di Vucic, che tra la cosiddetta opposizione, un insieme raffazzonato con assenza di programmi politici, tenuta insieme dall’unico collante di una dura ostilità all’attuale governo e alle sue forze, al miraggio europeista della UE e a una russofobia politica euro atlantica. Pur anche qui, con personaggi eclettici e non collocabili se non per una assoluta ricerca di un posto parlamentare, ma il 25 ottobre non c’è in ballo una semplice vittoria elettorale di una parte su un'altra (che avverrà per poche migliaia di voti…), bensì quale collocazione avrà la Serbia nello scacchiere internazionale e negli stessi equilibri europei, politici, economici e militari. Se avverrà uno spostamento…definitivo verso politiche e prospettive interamente euro atlantiche (già presenti...) e antirusse, molto più difficili da realizzare nel popolo serbo, per le sue profonde radici storiche di fratellanza con il popolo russo, ma che sono un obiettivo dichiarato del movimento di protesta nelle sue variegate composizioni. E questo è ritenuto il nodo centrale strategico primario dagli osservatori e analisti internazionali, molto al di là di punti di vista ideologici o letture dottrinali semplificate.

Come denunciato in settembre all’ONU da S. Lavrov: “…la Serbia subisce continue pressioni affinché imponga sanzioni alla Russia in cambio della prospettiva ‘illusoria’ di integrazione europea...l'UE sta ignorando palesemente la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, costringendo Belgrado ad accettare la perdita del Kosovo e a rinunciare ai poteri costituzionali garantiti dall'Accordo di Dayton del 1995 che istituì la Republika Srpska all'interno della Bosnia-Erzegovina…”, questo è il cuore dei problemi della Serbia, altro che governi di destra o sinistra, posizioni ideologiche, differenze dottrinali o presidenti, partiti migliori o peggiori…o processi democratici artefatti.

Lo dimostra la scesa in campo massificata a sostegno di una o l’altra delle due parti, stante la posta in gioco per gli scenari europei.

Da un lato le pressioni, i ricatti, le minacce che ormai da anni accerchiano Belgrado, della UE, della NATO e delle forze euro atlantiche, come quelle denunciate anche da A. Vulin, ex vicepresidente e ministro serbo, ex direttore dei Servizi di Intelligence serbi e attuale leader del Movimento dei Socialisti serbi, a cui l’UE ha imposto la non candidatura nella lista per Vucic, indicandolo come un uomo della Russia nei Balcani e tra i più odiati dall’opposizione.

A livello esterno, alla campagna elettorale per sostenere il “cambio di regime”, oltre alla Von Der Leyen, al segretario NATO Rutte, alla Kallas, al cosiddetto primo ministro del Kosovo Albin Kurti, che ha fortemente invitato la comunità albanese in Serbia a contribuire alla caduta di Vucic, votando per la Lista studentesca, all’euro parlamentare croato Tonino Picula apertamente anti serbo e Milo ?ukanovi?, l’ex presidente montenegrino corrotto e condannato.

Per il sostegno al blocco elettorale di Serbia Unita Vucic si sono pubblicamente schierati:

il presidente russo V. Putin che, il 2 ottobre all’agenzia Vijesti e a Sputnik, ha augurato e la Russia si augura, la vittoria del blocco elettorale di Vucic. Dichiarando che “ la nostra posizione è ben nota ed è che la Russia apprezza molto la posizione equilibrata della Serbia sulle questioni controverse primarie, la sua decisione di non imporre sanzioni a Mosca e le relazioni positive tra i due paesi… L’attuale dirigenza serba ed il suo ex presidente A. Vucic, che io spero sarà il prossimo primo ministro, mantenendo così le politiche bilanciate e di cooperazione con la Russia, che noi abbiamo sempre apprezzato e vorremmo continuare a proseguire…Mi aspetto e spero che Aleksandar Vu?i? sarà il nuovo Primo Ministro della Serbia…”.

Il Ministro degli esteri russo S. Lavrov, ha sottolineato l’alto livello delle relazioni e della cooperazione bilaterale con la Serbia, riaffermando la speranza e l’augurio che tutto ciò possa continuare con la vittoria dell’attuale leadership del paese: “…Il presidente della Serbia, A. Vu?i?, si trova ad affrontare una situazione complessa. È un politico di grande esperienza, impegnato a perseguire l'integrazione europea. In questa fase, l'Unione Europea lo sta vessando, ricorrendo a un vero e proprio ricatto. La loro posizione è la seguente: la Serbia è in attesa di entrare nell'UE già da molto tempo, ma i negoziati verranno accelerati solo se verranno soddisfatte due condizioni principali. La prima è il riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo; la seconda è l'allineamento a tutte le decisioni e risoluzioni dell'UE nei confronti della Russia. Vu?i? ha finora dimostrato coraggio nel resistere a questa pressione per diversi anni...”, ha dichiarato Lavrov a Vreme.

M.Dodik ex presidente della Repubblica Serba di Bosnia ha partecipato a Novi Sad all’evento di Serbia Unita, dove vi erano centomila persone, per portare pubblicamente il suo sostegno per la vittoria elettorale: “…sono qui con Aleksandar Vu?i?, che non ha mai voltato le spalle al popolo serbo, e a sostegno della lista elettorale Serbia Unita, che ha dimostrato che la Serbia può essere forte e unita…Questa non è solo una manifestazione, ma l'immagine di una Serbia che sa cosa vuole…Sono venuto dalla Republika Srpska per stare dove mi sento al mio posto di diritto: al fianco di un uomo che non ha mai voltato le spalle al popolo serbo…, di un leader che si è rifiutato di permettere che il Paese si vergognasse del proprio nome, e al fianco di una lista elettorale che mette al primo posto la sovranità e gli interessi nazionali…Il messaggio da Novi Sad è chiaro: i serbi su entrambe le sponde della Drina sono uniti. Per una Serbia che non si inginocchia. Per una Republika Srpska che non si arrende. Per un futuro che ci appartiene. Il 25 ottobre voteremo per Aleksandar Vu?i?, per una Serbia unita, per una Serbia forte! Perché una Serbia forte significa anche una Republika Srpska sicura…", ha dichiarato Dodik.

Il Presidente cinese Xi Jinping cosi si è pronunciato sulle relazioni finora costruite tra il governo di Vucic e la Repubblica Popolare Cinese, augurando che possano continuare con la stessa intesa e costruttività: “…la solida amicizia costruita in questi anni tra Cina e Serbia è unica e si fonda su una profonda logica storica e su una solida base pratica. Le due parti devono continuare a sostenersi reciprocamente con fermezza. La Cina appoggia la Serbia nel perseguire un percorso di sviluppo adeguato alle sue condizioni nazionali ed è pronta a rafforzare la condivisione di esperienze in materia di governance…Le nazioni cinese e serba hanno entrambe vissuto momenti di sofferenza e di gloria, forgiando un carattere perseverante e tenace. Entrambe le nazioni sono impegnate a perseguire l'indipendenza e a difendere la dignità nazionale, e comprendono l'importanza di promuovere lo sviluppo pacifico e di sostenere l'equità e la giustizia. Le due parti devono rafforzare gli scambi, consolidare la fiducia reciproca, approfondire la cooperazione ed estendere il sostegno reciproco, e lavorare insieme per intraprendere un percorso luminoso verso un futuro prospero condiviso, e portare il partenariato strategico globale sino-serbo a nuove vette…In un mondo in continua evoluzione e turbolento, Cina e Serbia devono continuare a intensificare il coordinamento e la collaborazione negli affari internazionali, praticare un vero multilateralismo e impegnarsi costantemente per promuovere un mondo multipolare equo e ordinato, una globalizzazione economica inclusiva e universalmente vantaggiosa e favorire la costruzione di una comunità dal futuro condiviso per l'umanità…”, ha espresso XI.

Ma per gli scenari più attuali e direttamente legati alle problematiche e politiche europee, è forse stato il discorso di Robert Fico, primo ministro slovacco ad aver scaldato e toccato l’uditorio serbo:

“…Chi ha detto che non sarei venuto? Forse coloro a cui dà fastidio la mia presenza e scelta di campo. Eccomi qui, cari residenti di Novi Sad e cari cittadini della Serbia. Mi dispiace di non essere potuto venire a Belgrado due settimane fa. Ho mandato un messaggio di sostegno al mio amico Alexander, ma ora voglio esprimerlo di persona davanti a voi. Sapete come diciamo noi slovacchi: un buon amico è un tesoro prezioso, tanto quanto io tengo ad Alexander. Non sono venuto a darvi lezioni su come votare, come fanno altri stranieri, come se sapessero cosa è meglio per voi…Vu?i? difende la sovranità della Serbia e elezioni sono il momento in cui si decide se si vuole che la Serbia continui su questa strada, retta e inflessibile, il che non è facile in questi tempi difficili. Bisogna essere un vero leader, un leader con la spina dorsale, e per il bene del proprio Paese, saper dire ‘no’ quando gli altri ci chiedono di pensare e agire diversamente. Ecco perché sostengo Alexander: non vuole che la Serbia sia governata da qualcuno proveniente dal mondo, per quanto potente possa essere. Difende la sovranità della Serbia di tenere le proprie elezioni. La sovranità non ha prezzo. È una parola molto costosa, e credetemi, io so bene quanto sia difficile e pericolosa, perché siamo simili e condividiamo gli stessi valori. Anch'io non permetto di impedire alla Slovacchia il diritto di avere una propria opinione e di perseguire i propri interessi…A coloro che vogliono ridurre la Serbia a un'ombra, fermarla, renderla più piccola dei piccoli, più debole dei deboli, questo non piace. È proprio per questo che vengono imposte nuove condizioni e obblighi per l'adesione all'Unione. Sono lieto di essere venuto qui oggi, a Novi Sad, nel nord della Serbia, in Vojvodina... Le autorità serbe perseguono una politica che unisce, non che divide…La Slovacchia continuerà a rispettare l'integrità territoriale della Serbia. Lo ripeto: quando si tratta del Kosovo, quando si tratta del Kosovo e della Metohija, non vi deluderemo mai. In me e con la Slovacchia, Aleksandar e la Serbia avranno sempre un amico sincero che nessuna pressione potrà scalfire. Per questo oggi voglio dirvi: mantenete la pace, mantenete la stabilità, mantenete i progressi che avete fatto. Sono tempi troppo difficili per scegliere l'incertezza…”, ha concluso Fico.

"Sono orgoglioso di questo anche se a qualcuno non piace", Vu?i? ha rivelato le onorificenze ricevute da Putin e Xi Jinping: "Le mostro pubblicamente per la prima volta".

Ad uso chiaramente elettorale, l’ex presidente serbo ha fatto queste dichiarazioni, al di là del gesto ovviamente di propaganda, occorre riflettere del significato più profondo e politico: verso chi è rivolto. Perché non ha ostentato immagini della Von der Leyen o di Rutte?...Forse perché, esibendo e rivendicando questo, manda un forte messaggio alla parte di serbi che non guarda all’occidente ma ad una prospettiva multipolare e aperta del mondo.

 “…Sono orgoglioso della medaglia che ho ricevuto da Vladimir Vladimirovich Putin e Xi Jinping , ma ancora più importante è il fatto che, grazie allo sviluppo delle relazioni politiche, abbiamo migliorato la nostra economia e cercato di garantire una vita migliore ai cittadini serbi. Questa deve essere la nostra linea guida anche per il futuro…Dobbiamo preoccuparci del progresso della nostra economia. Senza gli amici cinesi, difficilmente saremmo in grado di farlo. Senza i fratelli russi e le loro fonti energetiche più economiche, difficilmente ci riusciremmo. L'economia è strettamente legata alla stabilità e alla pace, così come lo sviluppo e il progresso delle relazioni economiche. È questo che porta al progresso e spinge il nostro Paese in avanti. Rendere pubblici questi riconoscimenti per la prima volta, non è per vantarmi di qualcosa che nessun altro possiede nel nostro Paese, ma per sottolineare l'importanza di preservare le amicizie tradizionali e primarie…”, ha detto Vu?i? a BLIC.

Il “cuore del problema” il 26 ottobre, non sarà solo chi ha vinto o perso elettoralmente, ma da che lato della storia contemporanea la Serbia sarà collocata.

Galleria

FONTI: Taniug, Blic, Informer, Fakti, Pravda, IN1,PokretSocialist, TASS, Vreme, Vijesti, MID, Max

A cura di Enrico Vigna, portavoce Forum Belgrado Italia/CIVG   -  ottobre 2026

 

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Liste d'attesa e tagli: il report GIMBE e la Corte dei Conti bocciano il SSN

 

"Ci sono giorni nei quali il Servizio Sanitario Nazionale non sembra in grado di assolvere le sue funzioni: travolto da telefonate, richieste agli sportelli e lunghe liste d’attesa a cui non riusciamo a rispondere. E ci sentiamo sempre più inadeguati; per questo molti di noi preferiscono andare all’estero, dove guadagneranno di più, o nel privato, dove i carichi di lavoro sono senza dubbio minori".

Inizia con queste parole la lettera aperta inviata allo sportello online della CUB di Pisa da un gruppo di operatrici sanitarie di lungo corso, stanche dei continui tagli imposti dalle politiche di governo e mortificate per una disattenzione ormai cronica nei loro confronti.

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ha un potenziale enorme, ma la sua credibilità è compromessa dalla cronica carenza di personale e dall'impossibilità di erogare prestazioni eque e tempestive. Pur vantando professionalità d'eccellenza ed elevate capacità di cura, le potenzialità del pubblico vengono soffocate da politiche regionali e nazionali inadeguate, organici risicati e presidi territoriali in profonda sofferenza.

Se vogliamo davvero restituire alla sanità pubblica il ruolo centrale che le spetta e garantire i principi fondanti di universalità, uguaglianza ed equità, è fondamentale analizzare i dati concreti. A questo proposito, il 9° Rapporto della Fondazione GIMBE sul SSN offre una panoramica nitida dello stato di salute del nostro sistema.

Nonostante l'aumento nominale di 17,5 miliardi di euro nei finanziamenti, l'investimento reale va parametrato al PIL: nell'arco degli ultimi 4-5 anni, la spesa sanitaria è scesa dal 6,27% al 6,14%, a fronte di una popolazione sempre più anziana e con un fabbisogno di cure in costante aumento. In rapporto al Prodotto Interno Lordo, il finanziamento della sanità è tornato ai livelli del 2010, posizionando l'Italia all'ultimo posto tra i paesi del G7.

A confermare le gravi criticità del sistema è arrivata anche la Corte dei Conti, che nella sua recente delibera sull'attuazione delle misure per l'abbattimento delle liste d'attesa evidenzia come le risorse erogate negli ultimi anni non abbiano prodotto un reale incremento delle prestazioni. A frenare i risultati contribuiscono le marcate disparità regionali e i limiti intrinseci dei recenti provvedimenti sulle liste d'attesa.

Le risorse stanziate dalle Regioni per questo obiettivo ammontano a circa 1,647 miliardi di euro, ma quelle effettivamente utilizzate si fermano a 1,580 miliardi. Sebbene si tratti di cifre circoscritte rispetto al bilancio complessivo, il dato rivela l'incapacità o la difficoltà di molti enti territoriali nell'impiegare tempestivamente anche i fondi a disposizione.

Per uscire da questa situazione occorrono assunzioni stabili a tempo indeterminato e uno stanziamento di risorse commisurato ai reali fabbisogni, in linea con i livelli medi europei. Il depotenziamento della rete pubblica spinge inevitabilmente i cittadini verso il privato convenzionato o verso rinunce dolorose, colpendo in modo sproporzionato gli anziani e i ceti meno abbienti. In questo quadro, anche la medicina generale soffre: numeri insufficienti di medici di base, carichi di lavoro insostenibili e carenza di strumentazione diagnostica di primo livello aggravano la pressione sulle strutture ospedaliere.

La magistratura contabile mette inoltre in luce il difficile coordinamento tra Stato e Regioni, le criticità nei criteri di priorità delle prescrizioni e le carenze strutturali di medici specialistici — un elemento che dovrebbe far riflettere i sostenitori del numero chiuso a Medicina.

Sebbene le misure correttive previste per il 2026 autorizzino circa 450 milioni di euro per assunzioni in deroga ai tetti di spesa, i numeri effettivi permetteranno di coprire soltanto circa un migliaio di medici e tra i 5.700 e i 6.100 infermieri: una goccia nel mare rispetto alla curva dei pensionamenti e alle necessità reali del Paese.

Prima ancora di focalizzarsi unicamente sui sistemi di controllo della spesa, la vera priorità deve essere un piano straordinario di assunzioni per restituire al SSN la dignità, gli organici e gli strumenti necessari per funzionare. Senza risposte strutturali, il resto rimarranno solo parole al vento.

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Cile: repressione a Santiago per l'anniversario della rivolta contro il neoliberismo


Chiudere le stazioni della metro, blindare il centro, sparare gas lacrimogeni sui ragazzi. È così che il governo di José Antonio Kast ha "celebrato" il settimo anniversario del cosiddetto 'Estallido Social' a Santiago. Mentre migliaia di persone scendevano in piazza per ricordare i trenta morti e i migliaia di feriti del 2019 nella rivolta contro il neoliberismo, la risposta è stata la solita: repressione. Ventinove arresti, scontri, il coprifuoco di fatto imposto da chi dovrebbe tutelare i cittadini. 

Ma cosa chiede il popolo cileno? Lo dice un sondaggio chiaro: il 68% dei cileni sa che le disuguaglianze di sette anni fa sono ancora tutte lì. Kast, al potere da appena sette mesi e già bocciato dal 64% del Paese, ha risposto tagliando la sanità, l'istruzione, le borse di studio. Ha tolto i computer ai bambini poveri e ha cancellato i programmi di sostegno per le donne. E poi ha il coraggio di parlare di "democrazia". 

???????? Carabineros reprimen a manifestantes en Santiago de Chile en el 7.° aniversario de las protestas de 2019. Se reportan enfrentamientos con efectivos policiales. #teleSUR #18oct https://t.co/Wl4YoC4AOg

— teleSUR TV (@teleSURtv) October 18, 2026


Sotto i governi neoliberisti del Sud America, oggi asserviti a Washington, i diritti umani sono diventati un optional. Una parola da pronunciare con enfasi solo quando fa comodo per attaccare i nemici geopolitici, ma da dimenticare completamente quando il proprio popolo scende in piazza per chiedere dignità. A Santiago, la democrazia si è ridotta a un guscio vuoto: si può anche votare, ma solo se a vincere sono i padroni delle banche o i servi di Washington. Chi protesta non è un cittadino con dei diritti, ma un criminale. Kast lo ha detto chiaramente, definendo l'Estallido una "rivolta criminale". 

Eppure, questo copione non è solo cileno. È lo stesso identico copione che vediamo recitare in Europa. Dai tagli ai servizi pubblici di Madrid o Parigi, alla criminalizzazione dei movimenti per la casa e dei sindacati a Roma o Berlino, il neoliberismo globale ha un'unica, spietata linea guida: proteggere i profitti e schiacciare chi si ribella. Che sia la destra ultracattolica di Kast in Cile o l'élite tecnocratica europea, il messaggio al popolo è sempre lo stesso: "Non c'è alternativa". 

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Il futuro è il nuovo souvenir: viaggio nella Cina hi-tech

 

di CGTN

La Cina non è solo Grande Muraglia e Città Proibita. Oggi sempre più viaggiatori stranieri scelgono il turismo tecnologico: fabbriche di auto elettriche, showroom intelligenti, robot umanoidi e scenari spaziali. Non è fantascienza: è la Cina che sorprende.

A Beijing, Shanghai, Shenzhen e Hangzhou si visitano linee di produzione, si prova la mobilità intelligente, il pagamento mobile e l'interazione con l'AI. E i souvenir? Dispositivi indossabili, robot AI, elettrodomestici smart e gadget hi-tech.

Il motivo è semplice: la Cina è il primo produttore manifatturiero mondiale da 16 anni consecutivi. Prodotti vari, affidabili, innovativi e convenienti, con un ottimo rapporto qualità-prezzo.

Fiere come la Fiera di Canton, giunta alla 140ª edizione, e il World Robot Conference uniscono business, turismo e ricerca. Anche i blogger stranieri raccontano tutto sui social, conquistando milioni di visualizzazioni.

Dal passato al futuro, il turismo tecnologico mostra una Cina moderna, autentica e a tutto tondo.

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Risorgere dalla polvere di Rafah

 

– di Nora Hoppe per Al Mayadeen English

Avvolto in un mare grigio di polvere e macerie... in silenzio… a sostare su una poltrona un tempo color rosa… parzialmente nascosto da una kefiah e proteso in avanti… la mano sinistra, priva dell’indice, l’avambraccio destro ridotto a un moncherino frantumato... un laccio emostatico improvvisato con filo di ferro che gli si conficca nella carne della parte superiore del braccio... in attesa... da solo... nulla si muove… solo le sue palpebre si contraggono di tanto in tanto, la polvere che giace come neve fresca sulle sue lunghe ciglia scure… mentre fissa uno spietato cielo bianco che si estende all’infinito oltre i buchi spalancati nel muro… La polvere aleggia… La polvere aleggia nell’aria… la polvere della Palestina, la polvere di Rafah – una città il cui nome fu inciso per la prima volta nella pietra per ordine del faraone Seti I – la polvere di secoli, millenni… le ossa ridotte in polvere di coloro che furono sconfitti dal re Sargon, i frammenti di timo, mirra e foglie d’ulivo, i granelli di carcasse di cavallucci marini, di moscerini, gelsomino, ali delle rondini, le ceneri dei libri per bambini bruciati, le molecole dei mitocondri umani, dei cloroplasti, dei procarioti, delle stelle lontane… tutto si mescola ai frammenti dell’infanzia, all’abbraccio di sua madre, al sapore di una rara mela rossa, agli occhi dei suoi figli, dei suoi compagni – tutto unito nella quiete… l’Universo… meraviglie infinite, orrori infiniti, domande infinite, un passaggio infinito… Poi… emergendo lentamente dal silenzio, sempre più vicino, un ronzio acuto, il lamento di una zanzara mostruosa… egli si sporge ancora di più in avanti… e con la mano che gli è rimasta, la sinistra, allunga la mano… verso l’unica cosa che gli è restata, un bastone di legno, progenie di un albero della sua terra… e, con tutta la sua forza – con tutto il suo vigore – lo scaglia… verso il drone in avvicinamento – una chimera high-tech di fibra di carbonio, polimeri termoplastici, titanio, silicio, gallio – che profana questo spazio sacro… Ecco che il suo bastone vola nell’aria… attraverso la polvere… vola avanti, sempre più avanti.

 

Sono ormai passati due anni. E quell’immagine è rimasta impressa per sempre nel punto immobile del Tempo.

Il corpo si è fuso con la polvere dei secoli, ma quella forza singolare che un tempo emanava da quella carne mortale ora pulsa attraverso le particelle di polvere. La morte non è riuscita a cancellarla.

Questo assassinio – a lungo meditato e finalmente portato a termine dagli invasori della sua terra – ha involontariamente dato vita a qualcosa di immortale: una leggenda. Come la Fenice che risorge dalle ceneri, egli è risorto dalla polvere.

Yahya Sinwar – figlio di un campo di concentramento, colui che non conobbe altro che privazioni, implacabile combattente per la libertà del suo popolo, prigioniero per 22 anni in una segreta israeliana, compagno affettuoso ma severo per i suoi compagni d’armi, leader disciplinato e formidabile della Resistenza – non cercava la vittoria per sé stesso; la propria sopravvivenza non era il suo bene supremo… La sua vita era dedicata a qualcos’altro. E il nucleo di tutto ciò è raffigurato in quell’immagine finale.

L’immagine finale del corpo respirante di Yahya Sinwar offre un’iconografia della sua vita… una grammatica visiva di immagini spogliate del contesto, spogliate della carne, ridotte non alle ossa ma al midollo. Chi era? No, non la sua biografia – ma qual era la sostanza essenziale di una vita del genere? L’immagine finale è un recipiente di domande, che conducono ad altre domande – domande su noi stessi.

Per cosa viviamo? Per cosa saremmo disposti a morire? Quali sono i limiti che non possiamo superare?

Definiamo le nostre vite in base a come viviamo ogni giorno… e la nostra morte è il bilancio finale.

Per la maggior parte di noi, la sopravvivenza personale è la spinta più fondamentale. Per la maggior parte di noi, il benessere personale è la priorità.

Esistono però alcuni – pochissimi – che non vogliono e non possono scendere a compromessi sui propri principi, che non possono essere comprati o posseduti, che non possono tradire la verità essenziale della propria esistenza, che, anche di fronte alla morte, rifiutano di lasciare che la verità delle loro vite venga riscritta da qualsiasi potere che cerchi di distruggerli.

Nel corso della storia, ci sono stati martiri noti e sconosciuti, che hanno eroicamente sacrificato la propria vita per le proprie convinzioni e per gli altri. Queste persone non cercavano la morte. Molti non cercavano nemmeno di essere eroi. Semplicemente non potevano fare ciò che li avrebbe salvati; non potevano tradire la verità essenziale di ciò che erano.

Cosa sta alla base di questa determinazione? Non è una dottrina. Non è un credo. È un patto – ma un patto con cosa?

Forse è un patto con la vita stessa. Il riconoscimento che la propria esistenza non è un bene da accumulare, ma un dono da spendere. Coloro che vivono in questo modo – i martiri, i testimoni, gli sconosciuti – sembrano aver compreso qualcosa che la maggior parte di noi passa la vita a evitare: che non siamo gli autori del nostro stesso essere. Non abbiamo chiesto di nascere. Non abbiamo scelto il nostro respiro. Eppure, eccoci qui – con questo strano, improbabile dono della coscienza.

Cosa dobbiamo in cambio?

La risposta, per la maggior parte di noi, è nulla. Prendiamo il dono e ce lo teniamo. Lo proteggiamo. Costruiamo muri attorno ad esso. Chiamiamo questo “sopravvivenza”, e chiamiamo la sopravvivenza “saggezza”.

Ma c’è chi la vede diversamente. Questi vedono il dono della vita non come qualcosa da trattenere, ma come qualcosa da restituire – non per rassegnazione, ma per gratitudine. Considerano la propria esistenza come un contributo a qualcosa di più grande: al proprio popolo, alla giustizia, alla verità, alle proprie convinzioni, al proprio Dio. E nel renderne conto, sviluppano una consapevolezza – una responsabilità verso gli altri – una coscienza. L’istinto di prendersi cura degli altri…

Prendersi cura di qualcosa con tutto se stessi significa donarsi ad essa. E nel donarsi, si perde l’ego che si aggrappa alla sopravvivenza. Ciò che rimane è qualcos’altro: una sorta di chiarezza, una serenità interiore, una sovranità dell’esistenza. Lo stato di essere artefici della propria vita, anche nel momento della morte.

Il patto che intendo suggerire qui non è appannaggio di una sola fede. Si manifesta nel sufi che lucida lo specchio del cuore finché non riflette l’Amato; nel taoista che abbandona il sé e trova la Via; nel musulmano che si sottomette alla volontà di Dio; nel martire laico che muore per una verità che non ha nome. Il vocabolario differisce. La resa è la stessa.

Il patto non è solo individuale. È anche collettivo.

L’individuo che vive secondo questo patto – che ha a cuore la verità più della sopravvivenza – non lo fa in isolamento. È plasmato dalle comunità, dalle tradizioni, dalle storie di resistenza. E quando quelle comunità sono minacciate, il patto diventa politico.

Il concetto dei mustazafin (gli oppressi) di Khomeini è un tentativo di articolare questo patto collettivo. Non è semplicemente un programma politico. È una visione spirituale: gli oppressi non sono oggetti di pietà, ma soggetti della storia. La loro sofferenza non è priva di senso. La loro resistenza non è vana. Sono loro attraverso i quali si realizzerà la giustizia.

Questo concetto rimanda a qualcosa di reale: l’idea che l’alleanza con la vita non sia solo un’etica personale, ma collettiva. I mustazafin non sono semplicemente i poveri. Sono coloro ai quali i sistemi di potere hanno negato la propria umanità – e che, nella loro resistenza, se la rivendicano.

Il bastone di Sinwar non è solo un atto individuale. È il gesto di un popolo. È il gesto di tutti coloro a cui è stato detto che non sono nulla e che si rifiutano di crederci.

Alla fine, la morte spoglia via il chiasso e l’ingombro, lasciando solo uno specchio. E in quello specchio, non vediamo ciò in cui dicevamo di credere, ma ciò che abbiamo effettivamente vissuto. Non ciò che intendevamo fare, ma ciò che abbiamo fatto. Non il volto che abbiamo mostrato al mondo, ma il volto che non siamo riusciti a nascondere a noi stessi. E sotto quel volto che non siamo riusciti a nascondere a noi stessi – qualcosa di più grande. Qualcosa che è sempre stato lì, nascosto sotto la polvere.

Lo specchio di Yahya Sinwar mostra un uomo che ha lanciato un bastone contro un drone. Un uomo a cui non restava altro che la verità della propria vita – e che ha offerto quella verità come sua ultima dichiarazione.

 

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I numeri contro la propaganda: la Cina cresce e ridicolizza i profeti di sventura occidentali

C'è un vizio di forma che accompagna da anni le analisi economiche pubblicate sui grandi giornali occidentali quando si parla di Cina. Si chiama desiderio. O, più precisamente, wishful thinking. Per mesi, fior di opinionisti e istituti di ricerca hanno dipinto l'economia cinese sull'orlo del baratro, prevedendo crolli verticali e stagnazione eterna. I dati appena rilasciati dall'Ufficio Nazionale di Statistica cinese per i primi nove mesi del 2026 hanno il sapore di una sonora smentita. E fanno il paio con le previsioni completamente sballate di chi, ancora una volta, ha confuso i propri auspici con la realtà dei fatti.

Adesso passiamo ai numeri. Quelli veri, che sfuggono alle narrazioni tossiche. Come evidenzia il quotidiano Global Times, nei primi tre trimestri dell'anno, il Prodotto Interno Lordo ha superato i 107 trilioni di yuan, segnando un incremento del 4,6% su base annua. Un risultato che non solo si inserisce perfettamente nel target governativo fissato tra il 4,5 e il 5 per cento, ma rappresenta anche l'espansione assoluta più ampia degli ultimi cinque anni. Per dare un'idea di cosa significhi questa cifra in termini concreti, stiamo parlando di 5,7 trilioni di yuan di nuovo valore prodotto. Più o meno l'intero PIL del Belgio, generato in soli nove mesi. Nel terzo trimestre, la crescita ha addirittura accelerato, toccando il 4,5 per cento contro il 4,3 per cento dei mesi precedenti.

Dove hanno sbagliato i profeti di sventura? Hanno utilizzato la solita tattica mistificatoria. Si sono fissati su singoli indicatori negativi, ingigantendoli a dismisura per alimentare il panico dei mercati, ignorando completamente la trasformazione in atto. La Cina non è più solo la fabbrica del mondo che sforna prodotti a basso costo. È diventata un super acquirente e un mercato globale di riferimento, con le importazioni cresciute di oltre il 20 per cento. Chi continua a descrivere Pechino come un gigante con i piedi d'argilla sta semplicemente leggendo la realtà attraverso le lenti dei propri pregiudizi neoliberali.

Il vero motore di questa forza non è la vecchia industria pesante, ma la spinta verso l'alto. I nuovi fattori chiave di crescita hanno contribuito per oltre il 40 per cento all'espansione del PIL. La manifattura high-tech è volata del 14,3 per cento. La produzione di apparecchiature per la stampa 3D, batterie agli ioni di litio e robot industriali ha registrato balzi che fanno girare la testa, superando rispettivamente il 62, il 39 e il 29 per cento. L'intelligenza artificiale, i chip e i veicoli a nuova energia stanno trainando l'export e consolidando il ruolo della Cina come snodo imprescindibile della tecnologia globale.

Sarebbe da ingenui negare che ci siano problemi. L'economia cinese sta navigando in acque tutt'altro che calme. Il mercato immobiliare è ancora in affanno e deprime gli investimenti in asset fissi, scesi del 7,2%. La domanda interna non è ancora decollata pienamente e la fiducia dei consumatori non ha ancora recuperato i livelli pre-crisi. A questo si aggiunge un contesto internazionale fortemente ostile. Il conflitto in Medio Oriente ha fatto schizzare alle stelle i prezzi del petrolio, costringendo molti istituti internazionali a rivedere al ribasso le stime di crescita per le principali economie mondiali. 

Eppure, Pechino ha retto molto bene l'urto, al contrario di quanto avviene in Europa e negli Stati Uniti. La Cina ha diversificato le importazioni, spinto sulla produzione interna di energia verde e ha usato la transizione ecologica come ammortizzatore sociale ed economico. Il tasso di disoccupazione urbana si è mantenuto stabile al 5,2 per cento, mentre i prezzi al consumo hanno registrato un modesto aumento dello 0,9 per cento, tenendo a bada l'inflazione che altrove sta devastando il potere d'acquisto.

La lezione che arriva da questi dati è duplice. Da un lato, dimostra che la transizione verso un modello di sviluppo di maggiore qualità sta funzionando, creando un cuscinetto formidabile contro le turbolenze esterne. Dall'altro, dovrebbe servire da monito per gli analisti occidentali. Continuare a scommettere contro la seconda economia mondiale basandosi su narrazioni apocalittiche non è solo intellettualmente disonesto. È anche un pessimo modo per provare a comprendere le dinamiche di un mondo che, piaccia o meno, sta cambiando pelle sotto i loro occhi intrisi di propaganda neoliberista. I numeri hanno la testa dura, e ancora una volta hanno mandato a casa a mani vuote i soliti noti.

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Scontro sul futuro del Brasile: Lula difende la sovranità, Bolsonaro junior promette la motosega neoliberista


di Fabrizio Verde

 

Nello studio di TV Bandeirantes, a una settimana esatta dal voto decisivo del 25 ottobre, Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro si sono trovati faccia a faccia per la prima volta in questa fase finale. Il risultato è stato un confronto ad altissima tensione, dove la sostanza politica ha spesso lasciato il posto a insulti, interruzioni continue e una regia visiva studiata a tavolino per i social network.

Fin dai primi minuti, la strategia del senatore del PL è stata chiara. Flávio ha abbandonato il suo leggio, muovendosi costantemente, cercando il contatto visivo e moltiplicando le provocazioni fisiche. Una tattica che il politologo Paulo Roberto Sousa ha letto, ai microfoni di Brasil de Fato, come una chiara ricerca di virilità, pensata per compattare la sua base già radicalizzata. Di contro, un Lula inizialmente visibilmente a disagio, sorpreso dalla scelta dell'avversario di tramutare subito il dibattito in rissa, tirando in ballo le indagini della Polizia Federale che coinvolgono l'imprenditrice Roberta Luchsinger e il figlio del presidente, Fábio Luís. 

Questa partenza a razzo ha innervosito il presidente, portandolo a perdere le staffe in più occasioni. Quando la moderatrice ha richiamato Flávio per aver parlato fuori turno, Lula non ha usato mezzi termini. "Il pagliaccio qui è lui, non io", ha affermato, accusando l'ala bolsonarista di aver smarrito ogni etica.

Il momento di massima rottura si è consumato quando Flávio, in un gesto di finta pacificazione, ha invitato Lula ad avvicinarsi al suo leggio per calmarsi. Il presidente ha bevuto un sorso d'acqua, è tornato al suo posto e ha tuonato: "Non voglio starti vicino. Dalla famiglia Bolsonaro, voglio distanza". La replica del senatore è stata velenosa: "Tranquillo, non ho il portafoglio qui, non potrai derubarmi".

?????????? LULA Y BOLSONARO PROTAGONIZAN DEBATE ELECTORAL Los candidatos brasileños se enfrentaron en un tenso intercambio durante su primer debate electoral, con acusaciones directas, reproches y frases especialmente duras que elevaron la confrontación entre ambos. https://t.co/2lHcWxfTMD

— Errete en Español (@erreteespanol) October 19, 2026

Ma è sul tema delle carceri che si è consumato uno degli scambi più feroci e rivelatori della serata. Flávio ha provato a usare il consenso del presidente tra i detenuti come un'arma di distrazione di massa, snocciolando una cifra ad effetto per gettare fango sul rivale. "Puoi spiegare perché il 73% dei detenuti ha votato per te?", ha chiesto il candidato dell'ultradestra neoliberista. Lula, per nulla intimidito, ha ribaltato la provocazione con una battuta: "Voglio che voti il 100% dei detenuti, anche tuo padre. Tuo padre può votare per me; avrà votato per il miglior candidato; ti conosce e sa che sono meglio di te", ha affermato il presidente, riferendosi a Jair Bolsonaro, attualmente agli arresti domiciliari.

 
 
 
 
 
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Al di là delle scintille personali e delle risse da cortile, il vero nodo politico della serata è emerso nelle gravi contraddizioni di Flávio Bolsonaro sulla sovranità nazionale e sulla gestione dell'economia. Il senatore si presenta come un difensore della patria, ma quando viene messo all'angolo sulle risorse strategiche del Brasile, la maschera cade. Lula gli ha chiesto direttamente se avesse intenzione di svendere le terre rare e i minerali critici agli Stati Uniti. Flávio ha liquidato la domanda come una fake news, trincerandosi dietro la difesa dello Scudo delle Americhe, dipinto come una semplice cooperazione antinarcotraffico. 

La realtà dei fatti, però, racconta un'altra storia. Come ha sottolineato l'analista Paulo Roberto Sousa, un eventuale governo Flávio, dichiaratamente alleato di Donald Trump e dell'argentino Javier Milei, non farebbe altro che sottomettere il Brasile alle condizioni imposte da Washington. L'idea di alleanza si tradurrebbe in una resa totale, dove si negozia forse solo il minimo indispensabile per far finta di non essersi piegati del tutto. È la stessa contraddizione che emerge quando Lula gli chiede se intende applicare in Brasile il modello economico della motosega di Milei. Flávio schiva la domanda, parla degli amici della sinistra in Sudamerica e promette una motosega contro la corruzione, ma non ha il coraggio di guardare negli occhi gli elettori per spiegare come intende gestire l'economia.

Sul fronte del neoliberismo selvaggio, le proposte del senatore si sono rivelate un vuoto cosmico. Ha promesso uno spazio di oltre 200 miliardi di real nel bilancio, senza mai spiegare da dove sarebbero arrivati questi soldi, limitandosi a dichiarare che il primo passo è semplicemente rimuovere Lula. Ha parlato di tagliare i privilegi, ma non ha mostrato la minima conoscenza della macchina esecutiva. Ha inoltre vagheggiato sul sistema sanitario che intende implementare, e ha promesso di trattare le fazioni criminali come organizzazioni terroristiche, parlando più come un sindaco di provincia che come un aspirante presidente della Repubblica.

????????????????"¿YA PEDISTE PRESTADA LA MOTOSIERRA DE MILEI?" Lula lanzó una pregunta a Flávio Bolsonaro durante el debate electoral y utilizó la situación económica de Argentina para cuestionar el rumbo que propone su rival. https://t.co/acgaOdJ4Ew

— Errete en Español (@erreteespanol) October 19, 2026

Su questi temi cruciali, Flávio ha preferito fare l’evasivo. Ha evitato di rispondere al cuore della maggior parte delle domande incalzanti. Quando è stato messo all'angolo sui 134 milioni di real negoziati con il banchiere Daniel Vorcaro per il film su suo padre, o sui fondi del Banco di Brasilia per l'acquisto di una casa da 10 milioni, si è trincerato dietro risposte vaghe. Stesso copione per il suo inspiegabile voto contro l'estensione del congedo di maternità delle dipendenti dell'assemblea di Rio nel 2009, o per la sua interferenza affinché un poliziotto che uccise un bambino di cinque anni non venisse arrestato.

Il picco dialettico, e il momento in cui Lula ha recuperato il controllo della scena dopo un inizio balbettante, è arrivato nel finale. Il presidente ha lanciato una sfida in diretta, cercando di costringere l'avversario a uscire dall'angolo delle accuse generiche e ipocrite. "Ti sfido. Domani apriremo i nostri conti bancari e i registri telefonici davanti al Tribunale Elettorale e alla Corte Suprema, affinché il popolo brasiliano sappia chi sono i veri ladri in questo paese", ha tuonato Lula. Flávio ha risposto di non avere assolutamente nulla da nascondere, ma ha subito aggiunto che i soldi di Lula sono fuori bilancio, rifiutandosi di accettare o declinare formalmente la sfida. Una fuga in avanti che lo etichetta come un candidato che scappa di fronte alla trasparenza.

Il formato del dibattito, con i suoi quindici minuti di scontro diretto, si è rivelato un'arma a doppio taglio. Se da un lato ha generato clip perfette per i social, favorendo la macchina della propaganda dell'estrema destra, dall'altro ha alienato quella fetta di indecisi, stimata tra il 5 e il 7%, che di fronte all'ennesima rissa di bassa lega ha probabilmente spento la televisione. In un paese dove la polarizzazione è tale che il vincitore potrebbe imporsi con un margine di appena l'uno per cento, ogni singolo voto riveste importanza.

Venerdì 23 ci sarà il confronto su TV Globo, dove le regole potrebbero cambiare per evitare che il dibattito si riduca a una semplice risa verbale a base di meme. Lula dovrà cercare di essere meno reattivo e più propositivo, mostrando la sua agenda per un quarto mandato senza farsi trascinare nelle provocazioni dell'avversario. Flávio, dal canto suo, dovrà imparare a rispondere alle domande scomode sulla svendita del paese e sui conti in banca, perché la tattica del fuggitivo regge solo fino a un certo punto. E nonostante la propaganda mediatica e sui social network cerchi di occultarlo, la destra neoliberista in America Latina ha come obiettivo quello di applicare ricette economiche fallimentari – vedi Milei in Argentina - e allineare i paesi alle esigenze geoeconomiche di Washington. Costi quel che costi.

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Colombia: ombre sull'acquisto dei caccia Gripen

L'Ufficio del Controllore Generale della Colombia ha segnalato il rischio di un possibile sovrapprezzo di 2,13 miliardi di pesos (circa 671.000 dollari) nell'acquisto di aerei da combattimento Gripen, come riportato da Caracol Radio.

Secondo l'ente, in un'operazione di bilancio effettuata il 20 gennaio dal Ministero della Difesa con l'azienda svedese Saab, è stato applicato un tasso di cambio di 4.936,96 pesos per euro, a fronte di un tasso ufficiale fissato dal Banco de la República, in quella stessa data, a 4.339,41. Tale differenza – pari a quasi 600 pesos per euro – rappresenta un tasso superiore del 14% rispetto a quello ufficiale.

La Contraloría (l'organo di controllo contabile) ha dichiarato che "sussiste il rischio di un danno al patrimonio pubblico dovuto all'utilizzo di un tasso di cambio per l'euro superiore a quello ufficialmente pubblicato dal Banco de la República", il che potrebbe potenzialmente comportare "perdite finanziarie per lo Stato".

L'operazione rientra in un contratto formalizzato dall'amministrazione di Gustavo Petro per l'acquisizione di una flotta di 17 velivoli Gripen E/F destinati alla Forza Aerospaziale.

Il rilievo sollevato dall'ente non costituisce una sanzione formale; funge piuttosto da avvertimento, volto a sollecitare una correzione dell'operazione e a prevenire un potenziale danno erariale.

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Proteste Francia, prof. Desogus da Parigi: le ragioni degli studenti, ma non chiamatelo Sessantotto

Il professor Paolo Desogus insegna Letteratura italiana contemporanea alla Sorbonne Université. I suoi studi riguardano principalmente la produzione letteraria italiana del secondo dopoguerra e il rapporto tra cinema e letteratura. Si occupa di diversi autori tra cui Pier Paolo Pasolini e Antonio Gramsci. Lo abbiamo intervistato per avere una sua testimonianza da Parigi. La città è da giorni a ferro e fuoco contro il caro vita, le inefficienze del sistema scolastico, il warfare e riarmo europeo a scapito del welfare, ma anche per ottenere la rottura della complicità con Israele nel genocidio palestinese.

La capitale francese si è ritrovata in un clima da guerriglia urbana con roghi, negozi vandalizzati e saccheggi…o “espropri proletari” in base a chi racconta gli eventi. A quanto sappiamo sarebbero ben 1800 i fermi, un morto per un malore e una donna avrebbe perso una mano. Macron nel suo discorso alla nazione ha affermato che condanna le violenze ma che non aggiungerà ulteriori misure di sicurezza.

Abbiamo domandato al professor Desogus le sue impressioni sul montare dello scontento nell’ambiente universitario, quindi se ci si si aspettava questo sussulto popolare. Anche a Milano si sono verificate proteste molto accese, bombe carta e vetrine sfondate, ma anche giovanissimi totalmente inermi che sono stati picchiati dalle forze dell’ordine. Come interpretiamo dal punto di vista sociale e politico questa ventata incendiaria in Italia? Queste micce di contestazione porteranno verso un cambiamento reale nell’assetto politico e istituzionale italiano oppure si afflosceranno su se stesse o verranno spente e represse?

“La borghesia di tutto il mondo che assiste con compiacimento al massacro rabbrividisce d'orrore a veder profanati calce e mattoni”. Questa frase, che sta spopolando sui social, è stata scritta da Karl Marx nel suo opuscolo storico “La guerra civile in Francia” del 1871. Si riferiva alla reazione della borghesia internazionale di fronte alla sanguinosa repressione della Comune di Parigi del 1871, evidenziando l'ipocrisia delle classi dominanti. Oggi il sistema cerca di salvarsi trasformando il conflitto politico in responsabilità giudiziarie, spiega Desogus, polarizzando mediaticamente il dibattito sulla legittimità dell'uso della violenza, così da liquidare i contenuti e le istanze dei cittadini europei.

Assistiamo quindi, per certi versi, alle stesse dinamiche denunciate da Marx; più ci "proletarizziamo" e più siamo noi stessi a scandalizzarci come "borghesi"? Abbiamo interiorizzato l’obbedienza neoliberista fino a credere che sia più giusto sottomettersi a un dominio ferocemente iniquo e aggressivo che non combatterlo anche a danno di alcune vetrine?

Sembrano tutti aver ingoiato un libro di Thomas Hobbes, secondo il quale la ribellione non è mai lecita, poiché viola il patto sociale irreversibile che fonda lo Stato. A suo avviso c’è solo un'unica eccezione: il diritto individuale alla legittima difesa e alla salvaguardia della propria vita. Il filosofo inglese insomma, considera la ribellione legittima solo quando il patto con il sovrano è rotto e il paese torna allo stato di natura. Per lui il patto sociale ha la funzione di conservare la "nuda vita" (come direbbe Giorgio Agamben), perciò se questa è in pericolo a causa del potere stesso, allora il patto può venire meno. Ma tra Hobbes e noi ci sono secoli di storia e conquiste sociali, che ci hanno resi da sudditi, cittadini.

Nel saggio "Sulla rivoluzione" (1963), Hannah Arendt analizza il concetto di rivoluzione distinguendolo dalla mera ribellione e confrontando il fallimento della Rivoluzione francese con il successo della Rivoluzione americana. Parafrasandola, solo la rivoluzione pacifica ha successo. Quindi una domanda socio-politica e filosofica sul rapporto tra violenza e potere. La protesta pacifica può davvero essere efficace? Il potere si fa strappare il dominio con metodi e pratiche che non implichino la forza e la minaccia del suo rovesciamento?

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"Ci stiamo preparando alla follia". I due scenari dei signori della guerra UE con la Russia

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

19 ottobre. Che ansia, che tormento agita le fragili cristiane coscienze delle cancellerie euro-atlantiste, al pensiero di come il loro pupillo, personificazione del vallo euroliberale che si erge contro le “autocrazie asiatiche”, sia stato lasciato solo e indifeso dalle sconsiderate decisioni della Casa Bianca. L'impellente imperativo è quello di sostituire l'infido alleato yankee nel sostegno alla junta nazigolpista di Kiev e assumere, con ciò stesso, l'impegno a fare da muro alla “postura” - un termine che, nella nuova lingua liberale, fa il paio con l'innominabile “resilienza”: ma fa tanto europeismo – del Cremlino. Lo ha detto il presidente della repubblica Sergio Mattarella che, evidentemente memore del proprio passato di bombardiere NATO nei massacri della martoriata Jugoslavia, proclama oggi l'urgenza di far fronte comune europeista, «procedendo con determinazione e velocità alla interoperabilità dei nostri strumenti militari, sia perché condizione indispensabile per la difesa comune, sia per rafforzare la Nato sul versante europeo, per ripristinare l’equilibrio rispetto alla postura della Russia; equilibrio che, nella storia, è sempre stato la garanzia della pace, vanificando tentazioni di aggressività» (Askanews, 16 ottobre). Dove l'assioma è quello della «aggressività» di Moskva, mentre l'assunto evangelico, la parola divina, è quella della “difesa della casa comune europea”. Perché l'Europa, ancora per asserto, insieme alla NATO, non può che agire per “difendersi”: lo ha fatto bombardando la Jugoslavia, intervenendo in Medio Oriente, in Africa, contro la “aggressività” di quanti attentino alla sacralità dei “valori europeisti”.

Ora dunque, se quel malfido di Trump, dice che Zelenskij non ne vuol sapere di pace, spetta all'Europa «farsi avanti. Dai Patriot ai fondi: come sostituire l’aiuto americano», scriveva il signor Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera del 18 ottobre. «Due anni fa avrebbe potuto concludere un accordo più vantaggioso che non ora» ha detto Trump; «a Zelenskij non importa e, sinceramente, nonostante tutti i soldi che gli passa generosamente l'Europa e quelli che in passato gli aveva dato Biden, egli non vuole metter fine a questa guerra e, verosimilmente, non ha mai voluto». Più chiaro di così.

Non ha mai voluto, perché questo è quello che si pretende da lui, da quel fedele servitore della corona britannica, come lo qualifica Elena Murzina su Ukraina.ru: fedele servitore della City londinese e dei gruppi che vi dominano, a partire dai Rothschild o da BlackRock. Del resto, si spiega così anche perché il nazigolpista-capo sia tanto sostenuto da Emmanuel Macron, ex "banchiere dei Rothschild", o da Friedrich Merz, ex manager di BlackRock; o ancora dall'ex cittadino britannico Radoslaw Sikorski, oggi ministro degli esteri polacco. Insomma, scrive Murzina, i leader dei più grandi paesi europei sono agenti della Corona britannica e della City di Londra e lo stesso accade oggi con l'Ucraina, come ha dimostrato l'accoglienza riservatagli il 15 ottobre da Carlo III e dal premier Burnham. Stando alla Reuters, Zelenskij è arrivato in Gran Bretagna appena poche ore dopo che Kiev aveva accusato la società di Elon Musk di aver limitato Starlink. Quindi, alla domanda del giornalista Piers Morgan, se si considerasse tradito dagli USA, ha risposto di considerarsi tale, aggiungendo che Trump è «dalla parte sbagliata della storia... un partner forte che si comporta da debole». E, forte del sostegno britannico “finché sarà necessario!", ha dichiarato al Financial Times che Kiev aveva «revocato tutte le restrizioni sugli attacchi alle raffinerie russe». Ma, la domanda chiave è: l'Ucraina può continuare la guerra senza gli USA? Zelenskij, scrive Murzina, può apparire alla TV britannica quanto vuole, il re può riceverlo ogni settimana e il gabinetto di sua maestà può annunciare nuovi pacchetti di aiuti. Ma gli inglesi non dispongono di sostituti per Starlink, i sistemi Patriot e una serie di altre capacità critiche. Londra può offrire a Zelenskij asilo politico dalle pressioni USA, ma non può offrire l'indipendenza militare dagli Stati Uniti. Piers Morgan ha infatti chiesto a Zelenskij se creda che l'Ucraina possa vincere la guerra senza gli americani dalla sua parte e lui, schivando una risposta diretta: «Non perderemo mai la nostra indipendenza».

Londra ha infatti ordinato di continuare a combattere fino all'ultimo ucraino. Quanto alle armi per farlo, ancora il signor Sarcina, con fervore paterno, si chiede «cosa possano fare gli europei per colmare il vuoto americano» e ricorda che el jefe de la junta è tornato a chiedere a Bruxelles ancora 70 miliardi di euro e 300 missili Patriot. Su questi ultimi, par di capire che, nella prospettiva del Corriere, UE e NATO dovrebbero premere sulla Grecia, che dispone di 200 batterie, anche se molte prossime a scadenza operativa, perché le passi a Kiev. Un passo obbligato, dal momento che, afferma alla BBC il ministro della guerra italiano Guido Crosetto, citato ancora dal Corriere del 18 ottobre, «Credo che Putin non voglia fermarsi all’Ucraina. Per questo l’Europa è preoccupata e noi, e come Europa e come Nato, ci stiamo preparando. Ci stiamo preparando alla follia, sperando di non doverla mai affrontare, ma preparandoci alla possibilità di una follia da parte della Russia». Ancora una volta, l'assioma della “postura” di Moskva che ha investito molto in armi e soldati e, «se la guerra finisse presto, non saprebbe cosa farne», sostiene il principale mercante d'armi d'Italia. Dunque, si sottintende, l'imperativo è quello di armarsi, perché, dice ancora Crosetto «Riducendo l’assistenza militare all’Ucraina Donald Trump non sta offrendo a Vladimir Putin una possibilità di vincere la guerra, ma inevitabilmente gli dà un vantaggio. Una posizione completamente sbagliata. La pace arriverà quando Putin sarà convinto di essere in una situazione di stallo».

Una posizione, quella italica, che accomuna le cancellerie belliciste europee: da Varsavia, il ministro degli esteri, il già citato Radek Sikorski, proclama che si debba spendere in armamenti talmente tanto che la Russia non sia in grado di farvi fronte. I paesi europei, dice il degno consorte della famigerata “storica” americana Anne Applebaum – quella a suo tempo premiata dall'ex presidente golpista Petro Porošenko per i suoi “studi” sul cosiddetto holodomor - dovrebbero investire il 5-7% del PIL nel riarmo per garantire che la potenza militare NATO superi quella della Russia. L'economia della UE, dice Sikorski, è «dieci volte più grande di quella russa; quindi, se spendiamo il 5-7% per la difesa, la Russia non avrà di che rispondere».

D'altronde, nelle cancellerie UE non si fa ormai più mistero dei piani di guerra da qui a cinque-sei anni. E l'attacco con un migliaio di droni, portato da Kiev due giorni fa contro Piter e la regione di Leningrado, mostra come si stiano studiando le varianti belliche, anche sfruttando le linee confinarie di paesi NATO, come i baltici, su cui le contraeree russe non possono intervenire. Il corrispondente di guerra Aleksandr Kots, ad esempio, ritiene che i servizi segreti britannici assistano Kiev negli attacchi e che la NATO abbia trasformato i Paesi baltici in una futura linea di confronto.

Sull'agenzia Al'ternativa, l'osservatore Rostislav Išchenko si concentra sul tema delle esercitazioni militari che i “volenterosi" intendono svolgere in Polonia, puntando al dispiegamento di truppe europee in Ucraina alla fine del conflitto. Quasi tutte le esercitazioni militari condotte dai paesi UE negli ultimi dieci anni, scrive Išchenko, sono state in un modo o nell'altro collegate a piani di invasione dello spazio post-sovietico: ciò significa che gli europei non si limitano a dichiarare di prepararsi alla guerra con la Russia, ma vi si stanno attivamente preparando, non solo in ambito finanziario, economico, diplomatico e mediatico, ma anche militare.

Dunque, un esercito sarà molto meglio preparato per la guerra sul terreno su cui si è addestrato, che non per battaglie in altri luoghi: si acquisisce esperienza interagendo in specifiche condizioni naturali, l'equipaggiamento viene adattato a esse e vengono sviluppate le relative strategie e tattiche. Le truppe cercano sempre di adattarsi in anticipo alle specificità dei futuri teatri operativi; se quindi il futuro esercito europeo – o gli eserciti dei “volenterosi" – si sta preparando alla guerra in Polonia, nei Paesi baltici, in Bielorussia e in Ucraina, conducendo esercitazioni solo in questi teatri, certamente non intende condurre operazioni di combattimento su larga scala nel Sahara. Le mosse dei “volenterosi” potrebbero interpretarsi come un semplice ricatto nei confronti della Russia, come a dire: "ci stiamo preparando, quindi cedete prima che sia troppo tardi e iniziamo a combattere". Ma i militari europei sono estremamente scettici sulle possibilità di successo in una guerra contro la Russia, che è la principale potenza nucleare al mondo ed è in grado di distruggere l'Europa, con il 100% di probabilità di sopravvivere, seppur con perdite significative. In altre parole, dice Išchenko, il ricatto non può funzionare perché è inverosimile. Sebbene possano, in teoria, assemblare, armare e addestrare un esercito in grado di affrontare la Russia in cinque-dieci anni, e sebbene possano accumulare sufficienti rifornimenti e avviare la produzione delle munizioni e delle attrezzature essenziali per condurre una guerra più o meno prolungata in quel lasso di tempo, in dieci anni non saranno in grado di colmare il divario in termini di quantità, qualità e portata delle armi nucleari.

Nel valutare la situazione generale, gli europei possono contare su due opzioni. La prima: una situazione in cui la Russia non possa vincere senza usare armi nucleari, nella consapevolezza che un attacco di rappresaglia, sebbene non la distrugga, le causi danni significativi, estromettendola dal rango di grande potenza militare, così che le restanti potenze nucleari potrebbero cercare di risolvere i propri problemi a spese della Russia. Questa opzione ha però un lato debole: l'Europa dovrebbe sacrificarsi e non saprebbe mai se la Russia abbia incontrato, dopo, delle difficoltà. La seconda: presupporre che gli USA non abbandonino completamente la presenza in Europa, che la politica europea di Trump sia un bluff, che altri presidenti saranno inclini a impedire la caduta dell'alleato europeo e, se la situazione dovesse arrivare sull'orlo di una guerra con la Russia, interverranno per sostenere l'Europa e garantire condizioni di pace migliori di quelle che la Russia accetterebbe senza la partecipazione USA. In entrambi i casi si tratta di ricatto; non semplicemente di una guerra tra Europa e Russia, bensì delle imprevedibili conseguenze di un simile scontro per entrambe le parti. Il coinvolgimento dell'Europa nel conflitto ucraino, così come le continue provocazioni, già da tempo avrebbero permesso alla Russia di rispondere con la forza militare. La moderazione di Mosca non significa che stia abbandonando tale risposta, ma che desidera evitare lo scenario peggiore e, qualora ciò non fosse possibile, scegliere autonomamente i tempi, il luogo e le modalità di un'azione militare.

In altre parole, conclude Išchenko, gli europei sono già sull'orlo della guerra e ne sono consapevoli: «Non darei per scontato che non sacrificherebbero i loro paesi e i loro popoli, trascinandoli in una guerra nucleare. Non è un caso che appoggino Zelenskij. La pensano come lui. Non sono interessati agli stati, alle persone o alla produzione industriale, ma ai flussi finanziari, che credono continueranno a prescindere dalla sopravvivenza dell'Europa... L'intera loro strategia di escalation è mirata proprio a creare una situazione in cui il mondo, terrorizzato dalla prospettiva di una guerra nucleare, si unisca contro la Russia e la costringa a cedere all'Europa. Il problema è che gli irresponsabili politici europei non vogliono minimamente considerare che le strategie di escalation raramente hanno successo; di norma, sfuggono di mano e sfociano in una guerra».

Una guerra declamata a gran voce dai tagliagole dei media a libro-paga dell'industria militare e della finanza mondiale.

 

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Macron in Medio Oriente alla ricerca di carburante mentre la Francia brucia

 

Lunedì il presidente francese Emmanuel Macron inizierà una visita di tre giorni nel Golfo Persico con l'obiettivo di garantire alla Francia nuovi approvvigionamenti energetici.

Sebbene avesse inizialmente valutato l'ipotesi di rimanere nel Paese per gestire la crisi interna, Macron ha poi confermato la propria partenza durante un discorso televisivo alla nazione trasmesso domenica sera. Nel suo intervento ha spiegato di aver già avviato diverse iniziative internazionali per garantire la disponibilità di carburante e gas, precisando che il viaggio nei Paesi del Golfo servirà proprio ad assicurare le forniture nazionali. La missione, che include incontri con quattro partner regionali chiave, mira inoltre a rafforzare le intese sul piano economico, difensivo e della sicurezza, mentre la Francia affronta un'ondata di proteste e saccheggi innescati dal carovita e dalle precarie condizioni delle strutture scolastiche.

Ad alimentare le polemiche si è aggiunto un episodio avvenuto alla vigilia delle manifestazioni di sabato: il presidente e la moglie sono stati ripresi ad un concerto della cantante canadase Céline Dion. La diffusione del filmato della coppia che assisteva allo spettacolo ha scatenato un'ondata di critiche e una pioggia di meme sui social media.

 

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Egitto pronto all'intervento militare in soccorso dell'Arabia Saudita

 

Domenica 18 ottobre il parlamento egiziano si è riunito in una sessione straordinaria per valutare l'autorizzazione a un eventuale sostegno militare all'Arabia Saudita di fronte all'avanzata dei ribelli Houthi in Yemen, secondo quanto riportato da Reuters.

I lavori, che riprenderanno nella giornata di lunedì, sono stati convocati su richiesta del presidente Abdel Fattah al-Sisi per discutere l'intervento delle forze armate a fianco del regno saudita. Come confermato da una nota della presidenza, il Cairo si è detto pronto a garantire "ogni forma di supporto necessaria e possibile" per tutelare la sicurezza, la stabilità e l'integrità territoriale dell'alleato.

La decisione è maturata al termine di una riunione del Consiglio di Difesa Nazionale presieduta da al-Sisi e alla quale hanno preso parte i vertici militari e di governo. Il leader egiziano ha precisato che le mosse del Paese saranno coordinate con le direttive di re Salman e del principe ereditario Mohammed bin Salman. La prospettiva di un impegno militare dell'Egitto si inserisce nel contesto di un'escalation degli attacchi degli Houthi contro il territorio saudita, che ha spinto Riad a sollecitare l'aiuto degli alleati regionali, del Pakistan e del presidente statunitense Donald Trump.

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Iran: sequestrato e studiato il più grande ordigno convenzionale usato dagli USA

 

Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana (IRGC) ha dichiarato il 18 ottobre di essere entrato in possesso di una bomba anti-bunker americana GBU-57 MOP, l'ordigno convenzionale ad alto potenziale più grande al mondo.

In una nota ufficiale, Mohammad Reza Naqdi, consigliere del comandante in capo dell'IRGC, ha affermato che attualmente solo due Paesi dispongono di questa bomba da 14 tonnellate: gli Stati Uniti e l'Iran. Secondo le ricostruzioni fornite dai vertici militari di Teheran, il Paese si sarebbe impossessato di una parte dell'ordigno — rimasto inesploso — durante la Guerra dei Dodici Giorni, combattuta tra il 13 e il 24 giugno 2025. Naqdi ha inoltre sottolineato che gli esperti della Repubblica islamica hanno già analizzato la tecnologia del dispositivo, avvertendo che i missili iraniani sono pronti e che qualsiasi passo falso del nemico verrà neutralizzato senza lasciargli alcuna via di scampo.

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Gaza, allarme ONU: mezzo milione di palestinesi restano senza aiuti

 

Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha annunciato drastici tagli alle proprie operazioni a Gaza a causa di una grave carenza di fondi, un provvedimento che lascerà circa 500.000 persone prive di assistenza essenziale in un contesto di diffusa malnutrizione e stenti.

In una nota ufficiale, l'agenzia delle Nazioni Unite ha spiegato di aver raccolto nel 2026 meno della metà delle risorse finanziarie necessarie per la Palestina rispetto agli anni passati, sottolineando la necessità urgente di 450 milioni di dollari per coprire le attività dei prossimi sei mesi. A causa dei tagli, il numero di persone assistite mensilmente nella Striscia scenderà da 1,6 milioni a 1,1 milioni; le famiglie riceveranno una sola razione alimentare anziché due e i sacchi di farina saranno ridotti. Verranno tagliati anche i pasti caldi giornalieri, che passeranno da 250.000 a 150.000, mentre nei settori più isolati o a ridosso della demarcazione militare la somministrazione diventerà a giorni alterni.

Il collasso socio-economico, sanitario ed educativo del territorio giunge dopo oltre tre anni di ostilità e bombardamenti seguiti all'attacco del 7 ottobre 2023, con un bilancio che conta oltre 74.245 vittime palestinesi. Secondo le Nazioni Unite, l'80% dei residenti è disoccupato e il 67% della popolazione — circa 1,4 milioni di individui — versa in condizioni di grave insicurezza alimentare. Nonostante un lieve miglioramento rispetto ai dati di fine 2025, il PAM definisce il quadro ancora estremamente fragile. La mancanza di liquidità ha già travolto la Cisgiordania, dove a settembre i beneficiari dell'aiuto umanitario si sono dimezzati, passando da 400.000 a 200.000.

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