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Come il cachi è diventato croccante

A inizio ottobre, in Spagna, il raccolto di cachi era già stato ridimensionato prima di entrare nel vivo: l’Associazione spagnola del frutto stimava una resa di meno di 240 mila tonnellate contro un potenziale iniziale vicino a 320 mila. Tre grandinate hanno danneggiato i frutti, mentre il caldo ha rallentato la raccolta. Sul mercato arriva intanto un cachi trasformato dalla tecnologia, diverso da quello che si mangiava un tempo. Per generazioni, il cachi è stato un frutto da aspettare: le nonne li raccoglievano ancora sodi, e li lasciavano sopra gli armadietti della cucina, per far ammorbidire la polpa fino a diventare quasi una crema, da gustare con il cucchiaino. Assaggiato troppo presto, lasciava in bocca una sensazione asciutta e ruvida, l’astringenza tipica del frutto, provocata dai tannini solubili. Ma oggi che la frutta è un bene commerciale, il problema di averli così maturi, delicati e deperibili li rende poco adatti alla grande distribuzione.

E infatti, da qualche anno, accanto ai cachi morbidi, si vendono quelli da mordere come una mela. L’espressione «cachi mela» descrive la consistenza, senza identificare una sola varietà né un’unica tecnica produttiva. Alcune cultivar, come Fuyu e Jiro, sono naturalmente non astringenti già quando la polpa è soda. Altre, come Rojo Brillante, richiedono un trattamento dopo la raccolta. L’aspetto è simile mentre il percorso produttivo cambia.

La svolta che hanno reso i cachi buoni anche senza il riposo e hanno cambiato la loro consistenza è arrivata grazie alla scienza, dalle camere di deastringenza. Per i Rojo Brillante la ricerca ha individuato un trattamento con atmosfera ricca di anidride carbonica, circa il 95 per cento per 24 ore a 20 gradi. In queste condizioni il frutto produce sostanze che rendono insolubili i tannini responsabili dell’allappamento, mantenendo la consistenza soda. Il frutto diventa così vendibile prima di essere molle, con tempi di manipolazione più compatibili con la distribuzione moderna e soprattutto con una consistenza che piace ai più. Il caco è un frutto divisivo, e chi ne ama la morbidezza filante si contrappone a chi lo trova addirittura immangiabile proprio per la sua natura scioglievole.

La Spagna ha costruito attorno a questa nuova possibilità una intera filiera. Nella Ribera del Xúquer, vicino a Valencia, Persimon è un marchio registrato che identifica i Rojo Brillante della denominazione d’origine, pronti da consumare e croccanti, dove una tecnologia successiva alla raccolta è diventata un’identità commerciale.

La trasformazione continua nella conservazione. Per allungare la vendita oltre le settimane centrali dell’autunno servono refrigerazione, controllo dell’umidità e gestione della maturazione. Secondo Benito Orihuel, esperto di tecnologie dedicate alla frutticoltura, le conservazioni possono arrivare a 40, 50 o 60 giorni, ma espongono a rischi: alterazioni interne, danni da manipolazione e infezioni fungine che emergono durante lo stoccaggio. Proprio per evitare questi problemi, in questa filiera si impiega anche l’1-MCP, una sostanza che rallenta l’azione dell’etilene, l’ormone vegetale coinvolto nella maturazione. La praticità ha un costo tecnico e produttivo da tenere in considerazione.

Anche in Italia il cambiamento è visibile. Nel 2026 Agribologna ha presentato per la grande distribuzione cachi Rojo Brillante a polpa soda coltivati in Romagna, confezionati in coppia per un peso di 600 grammi. Segno che il destino di questo frutto è segnato anche da noi, e va nella direzione della praticità di stoccaggio e consumo.

La stagione 2026, comunque, mostra quanto sia fragile il modello fondato su disponibilità regolare e aspetto uniforme. In area valenciana, secondo l’associazione dei produttori, alcuni appezzamenti colpiti dalla grandine hanno perso tra l’80 e il 100 per cento dei frutti. Le superfici coltivate, scese da 18.500 a circa 14 mila ettari, si sono stabilizzate negli ultimi due anni, ma l’associazione segnala costi crescenti e difficoltà di ricambio generazionale. Se anche lavoriamo post raccolta, e siamo in grado di modificare la consistenza del frutto, dobbiamo comunque preoccuparci per quel che succede prima, perché il nodo è sempre legato alla terra e al clima, quando parliamo di frutta e verdure.

Il cachi resta un frutto autunnale, ma il suo destino commerciale dipende sempre meno dalla sola maturazione sull’albero. La vera innovazione è aver separato due eventi che un tempo coincidevano: perdere l’astringenza e diventare morbido. È bastato questo per far entrare un frutto da cucchiaino nella logica della frutta da mordere.

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Il salmone allevato può mangiare pollo

Il salmone venduto come pesce d’allevamento può essere cresciuto con proteine ricavate dagli scarti del pollo. Lerøy Seafood Group ha introdotto questi ingredienti nei mangimi dalla primavera del 2025 e, secondo quanto dichiarato al Financial Times, oggi li impiega in tutti i suoi allevamenti marini. Il quotidiano riferisce anche dei piani e delle iniziative avviate da altri grandi produttori norvegesi, che vorrebbero seguire l’esempio. È un cambiamento determinante nella filiera di uno dei pesci più presenti sui banchi europei, ma invisibile sull’etichetta destinata al consumatore: la composizione del mangime, infatti, normalmente non compare nei prodotti che acquistiamo.

Non si tratta di somministrare carne cruda di pollame ai salmoni, naturalmente, e gli ingredienti sono sottoprodotti della lavorazione avicola, trasformati e trattati per ottenere proteine utilizzabili nei mangimi. Nell’Unione europea l’impiego di proteine animali trasformate di pollame nell’alimentazione dei pesci è stato nuovamente autorizzato nel 2013, con regole di produzione e controllo. La liceità della pratica, però, non risolve da sola le domande sul sapore, ma soprattutto sulla qualità nutrizionale, sull’impatto ambientale e sulle aspettative di chi acquista il pesce.

La ragione industriale è la ricerca di materie prime disponibili in quantità e a costi sostenibili. La farina di pesce ricavata da catture selvatiche è soggetta alle oscillazioni della pesca e alla concorrenza di altri mercati. Lerøy dichiara che nel 2025 le materie prime marine rappresentavano il 26 per cento dei suoi mangimi, contro il 31 per cento del 2023. Gli scarti avicoli offrono una fonte alternativa di proteine e permettono di valorizzare parti dell’animale che non finiscono nell’alimentazione umana: un tema di messa a frutto degli scarti che non va sottovalutato. Per valutarne il vantaggio climatico, tuttavia, servono confronti che tengano conto della lavorazione e dei trasporti, oltre che dell’ingrediente sostituito. E forse occorre anche pensare se proprio i pesci sono i migliori consumatori di queste eccedenze. 

Perché anche il benessere del pesce merita una verifica distinta. Nofima, l’istituto norvegese che studia l’impiego degli scarti di pollo, segnala che la digeribilità delle proteine può variare in base alla materia prima e al trattamento termico. Il progetto di questo ente, in corso fino al 2027, misura gli effetti dell’alimentazione prolungata sulla crescita, sulla salute intestinale e sulla qualità dei filetti: l’innovazione non è dunque una soluzione già definitivamente provata.

Inoltre, non possiamo dimenticare la distanza fra il salmone immaginato da chi lo consuma e quello allevato. In un’indagine pubblicata nell’aprile 2026 su oltre mille consumatori in Inghilterra e Francia, Nofima ha rilevato che pochi sanno che circa il 70 per cento del mangime per salmoni è già composto da ingredienti vegetali. Pesce, alghe e piante sono giudicati più favorevolmente, mentre il pollo suscita la maggiore diffidenza, soprattutto nel campione francese. È una ricerca sulle percezioni e pur se non una prova che il salmone nutrito con derivati avicoli sia nocivo, ci fa capire quanto il silenzio sugli ingredienti possa diventare un problema di fiducia del consumatore, e soprattutto che certi tabù alimentari ci inquietano ancora molto. Se su alghe e verdure siamo più permissivi, sull’incrocio di specie nella nutrizione abbiamo ancora molti dubbi. 

L’industria ha ragioni serie per cercare alternative alla farina ottenuta dal pescato per una questione di economie di scala, e in parte è anche colpa nostra. Il salmone ha avuto un grandissimo successo e le industrie si sono attrezzate per far fronte alla grande richiesta di prodotto e per rispondere alla celebrità di una proteina di pesce molto apprezzata per il suo sapore ma anche per la sua praticità di lavorazione. Poche lische, colore accattivante, sapore definito ma non troppo intenso, carne compatta hanno fatto la fortuna del pesce rosa più consumato al mondo. Chi compra, però, ha ragioni altrettanto serie per chiedere come viene allevato ciò che porta in tavola. La questione non si esaurisce nell’aggettivo «naturale», che come in molti altri casi non dice nulla sul prodotto finale: richiede dati comparabili su risorse marine, emissioni, salute dei pesci e caratteristiche del prodotto, insieme a informazioni accessibili sulla filiera dei mangimi. Il salmone che mangia pollo accende una lampadina e rende visibile una parte della produzione alimentare rimasta a lungo fuori dall’inquadratura.

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E se tornassimo a fare l’unboxing del ristorante?

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Com’era andare al ristorante prima dei social? Ve lo ricordate? Spesso, prima di entrare non si sapeva quasi niente. Si conosceva l’indirizzo, forse il nome dello chef, magari il parere di qualcuno che ci era stato. Si telefonava per prenotare e, se dall’altra parte rispondevano che non c’era posto, si provava un’altra sera. Il menu lo si scopriva al momento dell’ordinazione. Un piatto poteva piacere moltissimo e restare senza fotografia: se ne parlava il giorno dopo, cercando parole abbastanza precise per raccontarlo. Quella ristorazione e quel momento storico non erano necessariamente migliori. Le guide e i critici avevano un potere enorme e il passaparola correva soprattutto dentro cerchie sociali già formate. Trovare un piccolo locale fuori dai percorsi conosciuti poteva essere difficile quanto farsi trovare, per chi lo gestiva. Ma la cena conservava una quota di incertezza, si poteva ordinare male e rovinarsi la serata, o si poteva incontrare per caso un posto in cui tornare per anni.

Adesso, spesso, si arriva con un’idea già chiara in testa. Si è visto l’interno in un video, si conosce il piatto che «bisogna» prendere, si sa da quale lato del tavolo cade la luce migliore. Il menu continua a essere una scelta, ma è preceduto dalle scelte di centinaia di sconosciuti. È cambiato anche il racconto del cibo: Eater London ha osservato⁠ come, alla fotografia impeccabile di Instagram, si siano affiancate immagini volutamente più spontanee e disordinate. Anche la spontaneità, ormai, ha una sua estetica e pare che quella attuale sia fatta di tavole scomposte, più che di pulizia e ordine. Proprio come se volessimo cristallizzare ancora di più l’esperienza, più che il piatto in sé. La versione fotografica della sensazione, più che quella di reportage della descrizione.

Per i ristoratori i social sono diventati una parte del lavoro, e mostrare i piatti, raccontare chi li prepara, seguire i commenti, è ormai parte del gioco, proprio come il servizio. In un reportage del ⁠Guardian⁠, Fallow, a Londra, appare come il caso estremo di questa trasformazione: un ristorante capace di produrre contenuti con una squadra dedicata e di raggiungere un pubblico enorme attraverso i propri canali. Per un locale indipendente, la stessa visibilità può essere una possibilità concreta, anche se richiede competenze e ore che un tempo si dedicavano ad altro.

La velocità, però, ha un costo. Un video può riempire una sala in poche ore e creare aspettative che la cucina non ha scelto. Il Guardian⁠ ha raccontato⁠ come le code nate online possano aiutare un’attività e, insieme, mettere sotto pressione personale e servizio. Il cliente aspetta ciò che ha visto sullo schermo; se il piatto reale non coincide con quel ricordo anticipato, la delusione comincia prima dell’assaggio.

Sarebbe troppo semplice attribuire ogni tavolo pieno a un algoritmo. Il Financial Times⁠ ha esaminato le prenotazioni⁠ di cinque ristoranti britannici: per alcuni hanno pesato i video, per altri le recensioni sui giornali o un riconoscimento Michelin. In fondo, il passaparola non è scomparso, ma viaggia attraverso più persone e più mezzi, con una rapidità che può rendere famoso un locale prima che abbia trovato la sua giusta misura e il suo equilibrio, fatto di mille aspetti che in fase di progettazione non si riescono a percepire tutti insieme.

A cambiare è anche il lavoro di chi racconta la ristorazione. Un tempo la critica arrivava dopo la visita e si assumeva il compito di descrivere un’esperienza che il lettore non poteva ancora vedere. Oggi le immagini circolano subito, insieme a inviti, pasti offerti e collaborazioni la cui natura non è sempre evidente. Sempre il ⁠Guardian⁠ ricostruisce come si sia formato questo rapporto tra ristoranti, uffici stampa e creatori di contenuti: è una ragione in più per chiedere a chi consiglia un posto come ci sia arrivato e chi abbia pagato il conto.

Forse la nostalgia riguarda soprattutto il tempo della cena. Quando si poteva entrare senza aver studiato la sala, ascoltare chi serviva per capire cosa ordinare, lasciare che un piatto fosse semplicemente buono senza doverlo trasformare in una prova visibile. Quel tempo è ancora possibile e comincia quando si intercetta un ristorante per caso, arriva il menu e si accetta di non sapere già come andrà a finire.

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Il lusso oggi passa anche dallo spiazzamento

Foto di Liam Shaw su Unsplash

A Pont Street, nel cuore di Belgravia, si può entrare in una gelateria e ordinare un cono alla salsa di soia Kikkoman. Oppure scegliere Paxo, il preparato per ripieno al gusto di salvia e cipolla che per un britannico appartiene al Sunday roast, o Euthymol, storico dentifricio dalla confezione rosa. Sono alcuni dei gusti di The Ice Cream Project, il pop-up che Anya Hindmarch ha inaugurato nel 2022 nel suo Village londinese e che negli anni è diventato un appuntamento estivo.

Chiamarli semplicemente gelati strani significa perdere la parte più interessante dell’operazione. Hindmarch lavora su qualcosa che precede il gusto: l’aspettativa. Kikkoman, Euthymol, Paxo, Heinz, HP Sauce sono marchi sedimentati nell’immaginario quotidiano britannico. Prima ancora di assaggiarli sappiamo dove dovrebbero stare, come dovrebbero presentarsi, in quale momento della giornata incontrarli. La bottiglia di salsa di soia appartiene alla tavola, il tubetto di dentifricio al bagno, il ripieno al pranzo della domenica. Trasformarli in una pallina fredda dentro un cono significa spostare qualcosa di perfettamente conosciuto nel posto sbagliato.

È questa frizione a rendere The Ice Cream Project più interessante della trovata pubblicitaria. Time Out lo ha definito «pop art in disguise», evocando inevitabilmente Andy Warhol e le lattine di Campbell’s Soup. Il meccanismo ha qualcosa in comune con la Pop Art: prendere un oggetto commerciale così familiare da essere diventato quasi invisibile e costringerci a guardarlo nuovamente. Solo che qui entra in gioco un senso ulteriore, perché il consumatore deve assaggiarlo.

E l’assaggio è un territorio governato dalle aspettative molto più di quanto immaginiamo. Prima che un alimento arrivi in bocca, il cervello ha già costruito una previsione utilizzando colore, forma, odore, consistenza, confezione e memoria. Numerosi studi sulla percezione multisensoriale hanno mostrato quanto queste informazioni possano modificare persino ciò che crediamo di sentire.

Un gelato, quindi, porta con sé un copione preciso. Freddo, cremoso, dolce o comunque riconducibile a un repertorio ormai familiare. Quando quella consistenza restituisce invece salsa di soia, eucalipto e timo oppure salvia e cipolla, previsione ed esperienza smettono di coincidere.

Qui nasce lo spiazzamento. È importante però capire come viene costruito. Il gelato Euthymol, per esempio, non contiene semplicemente dentifricio: traduce quell’universo aromatico attraverso eucalipto e timo. Paxo ricostruisce il profilo di salvia e cipolla del celebre ripieno. Kikkoman lavora sulla salsa di soia naturalmente fermentata accompagnandola con sesamo tostato. Dietro l’apparente assurdità c’è dunque un lavoro gastronomico che rende possibile ciò che culturalmente sembra impossibile.

Eater aveva colto questo elemento già alla prima edizione, osservando come il progetto riuscisse ad andare oltre il semplice gioco creativo. Il successo del pop-up, tornato negli anni con nuove collaborazioni e nuovi gusti, suggerisce che la curiosità non derivi soltanto dalla domanda «sarà buono?». Prima ancora arriva un’altra domanda: «che cosa succederà quando lo assaggerò?».

È uno slittamento significativo anche per il lusso contemporaneo. Per decenni il desiderio è stato costruito soprattutto attraverso la rarità, il prezzo, l’accesso e il possesso. In un ecosistema saturo di immagini e prodotti, diventa preziosa anche la capacità di interrompere una previsione. L’oggetto che sorprende conquista qualche secondo in più di attenzione, genera una fotografia, una conversazione, un racconto. The Ice Cream Project funziona perché parte dall’ordinario: nessuno deve spiegare al pubblico britannico cosa siano Paxo o Euthymol. La memoria è già disponibile. Hindmarch la prende e la sposta di pochi centimetri, dalla credenza al freezer, dal bagno alla gelateria, abbastanza perché ciò che conosciamo da sempre torni improvvisamente visibile.

In questo senso il cono di Pont Street racconta qualcosa che va oltre il gelato: nell’economia dell’attenzione la sorpresa diventa una forma di valore. E il lusso può permettersi persino di vendere, per qualche minuto, la sensazione più rara di tutte: incontrare qualcosa di familiare come se fosse la prima volta.

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Dallo specialty al cold brew, un lessico per capire come cambia il caffè che beviamo

Sul sacchetto c’è scritto «Etiopia, Yirgacheffe, naturale, note di pesca e gelsomino». Al banco si può ordinare un espresso oppure un filtro, chi lo prepara parla di ricetta e di rapporto di estrazione. Il caffè ha acquisito un vocabolario che racconta molte più cose della miscela e della tostatura. Per leggerlo conviene partire da ciò che accade alla pianta, seguire il chicco fino alla torrefazione e arrivare, infine, alla tazza.

Specialty. È la parola più usata e forse quella che ha bisogno di più cautela. Per anni è stata associata soprattutto ai caffè che ottenevano almeno 80 punti su 100 in assaggio. La Specialty Coffee Association oggi propone una definizione più ampia: il valore di un caffè comprende caratteristiche sensoriali, ma anche informazioni su origine, produttore e lavorazione. «Specialty» da solo dice poco; diventano interessanti le informazioni verificabili che lo accompagnano.

Origine, singola origine, microlotto. L’origine può indicare un Paese, una regione, una cooperativa o una singola azienda agricola: livelli di precisione molto diversi. Singola origine segnala che il caffè proviene da un’area dichiarata, ma non garantisce che sia stato coltivato in un’unica fattoria. Microlotto indica una partita tenuta separata dalle altre, spesso per parcella, raccolta o lavorazione. È sempre una descrizione della tracciabilità, non un voto di qualità.

Arabica, Robusta e varietà. Arabica e Robusta sono i nomi comuni delle due specie più diffuse nella coltivazione, rispettivamente Coffea arabica e Coffea canephora. All’interno di ciascuna esistono molte varietà, con caratteristiche agronomiche diverse: per questo leggere «Arabica» non equivale a conoscere la varietà, così come leggere «uva» non equivale a conoscere il vitigno. Robusta ha spesso più caffeina e solidi solubili, ma liquidarla automaticamente come caffè scadente significa ignorarne la diversità genetica e il lavoro di selezione.

Lavato, naturale, honey. Sono parole che descrivono la lavorazione del frutto dopo la raccolta. Nel metodo lavato si rimuovono polpa e mucillagine prima dell’essiccazione del seme. Nel naturale il frutto viene essiccato intero. Nel metodo honey si toglie la buccia e si lascia una parte della mucillagine durante l’essiccazione: non viene aggiunto miele. Le lavorazioni possono influire sul profilo della tazza, ma non permettono di prevederne il sapore senza considerare materia prima, fermentazione, essiccazione e tostatura.

Anaerobico. Indica una fermentazione condotta limitando o escludendo l’ossigeno. È diventato un termine visibile sulle confezioni perché alcune lavorazioni producono profili aromatici molto riconoscibili. Non designa però una ricetta unica: durata, contenitore e passaggi successivi possono cambiare da produttore a produttore. Se un caffè è presentato soltanto come «anaerobico», manca ancora una parte della storia.

Tostatura chiara, media, scura. Descrivono quanto il chicco viene sviluppato attraverso il calore. Sono indicazioni utili, ma senza una scala condivisa sulla confezione restano relative: «media» per una torrefazione può apparire «chiara» per un’altra. La data di tostatura, invece, è un’informazione concreta. Aiuta a capire quando il caffè è stato preparato per la vendita, pur senza stabilire da sola il momento perfetto per consumarlo.

Note di degustazione. «Pesca», «cioccolato» o «gelsomino» descrivono richiami percepiti nell’aroma e nel sapore: non sono, salvo diversa indicazione, ingredienti aggiunti. Sono un invito a cercare somiglianze, non la promessa che ogni persona sentirà esattamente la stessa cosa. La ruota degli aromi della Specialty Coffee Association serve proprio a dare un linguaggio comune all’assaggio.

Acidità. Nel lessico dell’assaggio indica una sensazione gustativa che può ricordare gli agrumi o altra frutta. Può contribuire alla vivacità di una tazza; quando risulta sgradevole, è sensato dirlo senza sentirsi in difetto. Va tenuta distinta sia dall’idea generica di «caffè acido» sia dall’intensità della bevanda: un caffè molto concentrato non è necessariamente meno acido.

Espresso, filtro, ricetta. Espresso e filtro sono modi di preparare la bevanda, non categorie di chicchi. In caffetteria la ricetta specifica, fra le altre cose, definisce quanti grammi di macinato si usano e quanta bevanda si ottiene. Un rapporto di 1:2 nell’espresso significa, per esempio, 18 grammi di caffè macinato per circa 36 grammi di bevanda. È una proporzione diffusa, non una norma obbligatoria: serve al barista per ripetere e correggere il risultato.

Estrazione. È il processo con cui l’acqua porta nella bevanda una parte delle sostanze contenute nel caffè macinato. Permette di capire perché macinatura, quantità di caffè e acqua, temperatura e tempo cambino il sapore. Concentrazione ed estrazione non sono la stessa misura: la prima riguarda quanto è intensa la bevanda, la seconda quanta parte del macinato è passata in tazza.

Differenza tra estrazione e corpo. L’estrazione è il passaggio delle sostanze del caffè macinato nell’acqua. Il corpo è invece una sensazione tattile in bocca, legata alla consistenza della bevanda. Sono due concetti che si incontrano nella preparazione, ma non sono sinonimi: una tazza può essere concentrata e avere un equilibrio gustativo poco convincente. Dose, acqua, macinatura e tempo incidono sul risultato.

Cupping. È una procedura di assaggio comparativo usato dai professionisti per valutare i caffè con una preparazione controllata. Il sistema di valutazione aggiornato della Specialty Coffee Association distingue la descrizione di ciò che si percepisce dal giudizio sulla qualità. È una distinzione utile anche fuori dalle sessioni professionali: dire che un caffè ricorda la frutta fermentata descrive una sensazione; dire che quella sensazione è piacevole esprime una preferenza. Per realizzare la comparazione si preparano più campioni secondo condizioni controllate per descriverne e valutarne le caratteristiche: il caffè viene assaggiato con un cucchiaio e aspirato con decisione per distribuirlo in bocca.

Cold brew. È caffè preparato con acqua fredda o a temperatura ambiente e tempi di infusione lunghi. Non coincide con un caffè estratto caldo e poi versato sul ghiaccio. La differenza nel procedimento può cambiare ciò che si percepisce in tazza, ma l’etichetta «cold brew» non garantisce da sola che la bevanda sia dolce o poco acida: contano anche il caffè scelto, la concentrazione e la ricetta.

Flat white. Espresso e latte montato con una schiuma fine, integrata alla parte liquida. Si serve in una tazza generalmente più piccola di quella del caffellatte, ma non esiste una proporzione identica in tutte le caffetterie. Se il nome da solo non basta a scegliere, la domanda utile è: quanto latte c’è rispetto al caffè?

Cortado. Espresso «tagliato» con una piccola quantità di latte caldo. Anche qui dimensioni e proporzioni cambiano da locale a locale. L’idea, rispetto al flat white, è che il latte accompagni il caffè senza diventare la parte prevalente della bevanda.

Q Grader. È un professionista che ha ottenuto una qualifica per la valutazione del caffè. Non è sinonimo di barista né un titolo che si acquisisce dichiarando di avere un buon palato: richiede formazione ed esami. Il programma attuale è gestito dalla Specialty Coffee Association e usa il suo sistema di valutazione, che considera caratteristiche fisiche e sensoriali del caffè.

Chemex. È il nome di una caffettiera in vetro per il caffè filtro. Il macinato si mette in un filtro di carta nella parte superiore; l’acqua attraversa il caffè e la bevanda si raccoglie nella caraffa sottostante. Dire «un Chemex» indica dunque lo strumento e, per estensione, il caffè preparato con quello strumento.

V60. È un portafiltro conico prodotto da Hario: vi si inseriscono un filtro di carta e il caffè macinato, poi si versa l’acqua dall’alto. Fa parte dei metodi pour over, nei quali chi prepara il caffè controlla anche il modo e il ritmo del versamento. V60 e Chemex appartengono entrambi alla famiglia del caffè filtro, ma sono strumenti diversi.

Bloom. È la prima breve bagnatura del caffè macinato, prima di versare il resto dell’acqua in una preparazione filtro. In questa fase il macinato può gonfiarsi e liberare gas, soprattutto se la tostatura è recente. Nelle ricette per V60 è spesso prevista una pausa di alcune decine di secondi. È un passaggio della preparazione, non una qualità del chicco.

French press. È la caffettiera a stantuffo. Il macinato resta a contatto con l’acqua per il tempo scelto; poi uno stantuffo con filtro separa gran parte dei fondi dalla bevanda. A differenza di V60 e Chemex, qui l’acqua non viene fatta passare progressivamente attraverso un letto di caffè: il metodo si basa sull’infusione.

Syphon, o siphon. È una caffettiera composta da due recipienti, spesso di vetro. Il calore spinge l’acqua verso la camera superiore, dove incontra il caffè; quando la fonte di calore viene rimossa, la bevanda torna nel recipiente inferiore passando attraverso un filtro. La preparazione è scenografica, ma ciò che la definisce è il funzionamento dello strumento.

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Andiamo ancora al ristorante per mangiare?

Foto di Tanja Tepavac su Unsplash

A leggere giornali, newsletter e social sembra che in Italia, soprattutto nelle grandi città, apra continuamente un nuovo ristorante. Il posto da provare, l’indirizzo appena inaugurato, il format arrivato dall’estero, lo chef che cambia insegna, il gruppo che apre un’altra sede. La sensazione è quella di un settore in espansione permanente, ma i numeri raccontano una storia diversa.

Nel 2025 in Italia erano attive 324.436 imprese della ristorazione, l’uno per cento in meno rispetto all’anno precedente. I ristoranti erano 194.899, in calo dello 0,4 per cento, mentre i bar sono diminuiti del 2,2 per cento. Nello stesso anno i consumi fuori casa hanno raggiunto i cento miliardi di euro, ma in termini reali sono rimasti ancora del 5,4 per cento sotto i livelli del 2019. (fonte: FIPE)

Anche guardando più vicino a Milano l’immagine della crescita inarrestabile si incrina. Al 30 giugno 2026, nell’area di Milano, Monza Brianza e Lodi le imprese attive nel comparto alloggio e ristorazione risultavano diminuite dell’1,8 per cento rispetto a un anno prima. Perché continuiamo a percepire la ristorazione attraverso ciò che apre e molto meno attraverso ciò che chiude?

Una risposta riguarda il modo in cui raccontiamo il settore. L’apertura ha tutti gli ingredienti per diventare una notizia. Ci sono un progetto da presentare, fotografie nuove, un menu da raccontare, spesso un ufficio stampa, un evento inaugurale e persone interessate a far circolare la notizia. Una chiusura difficilmente dispone dello stesso apparato narrativo. Il risultato è un’immagine parziale, e vediamo continuamente nascere locali rischiando di dimenticare quanto rapidamente molti scompaiano.

I dati FIPE basati su InfoCamere aiutano a dare una dimensione al fenomeno. Nel 2024, ultimo anno per il quale il Rapporto Ristorazione 2025 fornisce il dettaglio completo dei flussi, nei servizi di ristorazione italiani erano nate 10.719 imprese e ne erano cessate 29.097, con un saldo negativo di 18.378. Restringendo il campo a ristoranti e attività di ristorazione mobile, le iscrizioni erano state 6.760 e le cessazioni 16.256. In Lombardia, nello stesso comparto dei ristoranti, il saldo tra iscrizioni e cessazioni era negativo per 1.047 imprese. Eppure la regione contava ancora 26.711 attività, un numero rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2023. Sono numeri che descrivono soprattutto un ricambio continuo.

Il dato forse più significativo riguarda ciò che succede dopo l’inaugurazione. Tra le imprese della ristorazione nate nel 2019, l’83 per cento era ancora attivo dopo un anno, il 66 per cento dopo tre e il 53 per cento dopo cinque. Considerando specificamente i ristoranti, dopo cinque anni ne rimaneva attivo il 55 per cento. Quasi la metà, dunque, non arriva al quinto compleanno.

Nel frattempo bisogna trovare persone che in quei locali lavorino. Nel 2025 l’occupazione dipendente della ristorazione italiana è diminuita di oltre 114 mila unità, il 10,3 per cento, e un’impresa su due ha dichiarato difficoltà nel reperire personale. La proliferazione delle insegne incontra quindi un limite molto concreto: ogni nuovo locale richiede investimenti, clienti e lavoratori in un mercato nel quale la sostenibilità economica e quella occupazionale sono già sotto pressione.

Dentro questo sistema siamo cambiati anche noi, che sempre più spesso diciamo «voglio provare quel ristorante». È una frase apparentemente innocua, ma racconta una trasformazione, perché provare significa andare una volta, verificare, confrontare, formulare un giudizio, mentre tornare significa costruire una relazione. La continua disponibilità di novità rende la seconda scelta meno attraente. Se ogni settimana esiste un nuovo indirizzo da conoscere, tornare dove siamo già stati significa rinunciare a qualcosa che avremmo potuto scoprire. È la FOMO applicata alla ristorazione, una sorta di Foodmo nella quale l’esperienza gastronomica acquista valore anche perché può essere aggiunta all’elenco delle cose fatte.

I social hanno accelerato il processo: il ristorante diventa contemporaneamente luogo nel quale mangiare e contenuto da produrre. Si fotografa, si pubblica, si commenta. Il cliente assume sempre più facilmente il ruolo del recensore e arriva al tavolo sapendo già quali piatti sono quelli «da ordinare», quale angolo fotografare e che cosa dovrebbe aspettarsi. L’offerta smisurata produce così un paradosso: abbiamo più possibilità di scegliere, mentre rischiamo di concedere meno tempo a ciascuna scelta. Un locale ha bisogno di tempo per diventare qualcosa di più di un’apertura, e deve trovare il proprio pubblico, correggere gli errori, costruire una squadra, definire una cucina, creare abitudini. Anche chi lo frequenta ha bisogno di tempo per conoscerlo. Un pasto permette di avere una prima impressione, ma la conoscenza autentica arriva con il ritorno.

Eppure l’intero sistema della novità spinge nella direzione opposta. L’apertura genera attenzione, il posto appena scoperto produce racconto, ciò che conosciamo già perde parte della propria capacità di attrazione. Così la ristorazione rischia di assumere la stessa logica di consumo di molti altri settori: cercare continuamente il prossimo oggetto del desiderio.

I dati suggeriscono però che dietro questa rappresentazione esiste un mercato molto meno euforico. Nel 2025 il numero delle imprese è diminuito. Nel primo semestre del 2026, nell’area milanese allargata, alloggio e ristorazione hanno continuato a perdere attività. E i dati sulla sopravvivenza mostrano quanto sia difficile trasformare un’inaugurazione in un’impresa capace di durare. Vale allora la pena di cambiare domanda. Davanti all’ennesima apertura possiamo certamente chiederci se valga la pena provarla. Ma chi racconta la ristorazione dovrebbe cominciare a chiedersi anche chi la finanzia, quale modello economico abbia, quali condizioni di lavoro possa sostenere e quanto realisticamente possa durare. E noi clienti potremmo recuperare una domanda ancora più semplice, che è la domanda che fa il successo o l’insuccesso di qualsiasi ristorante: dove abbiamo davvero voglia di tornare?

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Perché non tutte le ciambelle riescono col buco

Lo stampo è sul tavolo, la torta si è raffreddata abbastanza da poterla capovolgere. Basta sollevarlo per sapere se il disegno immaginato prima di infornare è diventato realtà: una corona intera, magari un po’ irregolare, con il suo spazio vuoto al centro. È da un momento come questo che sembra arrivare «non tutte le ciambelle riescono col buco», la frase pronta per una torta imperfetta, un appuntamento andato storto o un progetto che aveva un’altra forma sulla carta.

Nel Vocabolario Treccani⁠ la ciambella è descritta come un dolce cotto in forma di cerchio, con un vuoto nel mezzo; il proverbio significa che non tutte le cose riescono bene, o come si vorrebbe. «Come si vorrebbe» è forse la parte più interessante. La torta può essere buona anche se è cresciuta storta. Il risultato, però, si vede subito: il buco era previsto e non c’è. Treccani non indica un luogo o un episodio da cui il detto avrebbe avuto origine, registra invece l’immagine e il suo significato, che bastano a farla funzionare ancora oggi.

La parola ciambella si applica anche al pane fatto ad anello e, per somiglianza di forma, a oggetti che in cucina non entrano affatto: il salvagente, per esempio. La stessa voce di Treccani ne dà l’etimologia come incerta. Meglio lasciare quel punto aperto che riempirlo con una storia troppo bella per essere verificata. Il vuoto centrale, intanto, è diventato così riconoscibile da distinguere una ciambella da una torta rotonda, prima ancora dell’assaggio.

Nella cucina di casa il proverbio ha qualcosa di indulgente. Chi lo pronuncia conosce il lavoro che precede il risultato: le uova da montare, la farina da incorporare, lo stampo da preparare, il forno da controllare senza aprirlo ogni due minuti. Conosce anche il momento in cui si decide che una fetta tagliata bene conta più della fotografia della torta intera. Il detto prende atto di un tentativo; non obbliga a buttare quello che ne è uscito.

Per mettere alla prova la versione letterale, la ricetta che torna nella nostra memoria è la ciambella allo yogurt di classicissima ispirazione, e prevede uno stampo a ciambella da 24 centimetri, yogurt greco e olio di mais, senza burro nell’impasto. Il burro serve invece per preparare lo stampo. È una distinzione minuscola, ma utile quando si arriva alla lista della spesa.

Per prepararla occorrono 250 grammi di yogurt greco, 180 di zucchero, 150 di farina 00, 100 di fecola, 100 di olio di mais, quattro uova e 16 grammi di lievito per dolci. Servono inoltre un pizzico di sale, burro e farina per lo stampo e, se piace, zucchero a velo per finire. Si accende il forno a 180 °C e si imburra e infarina lo stampo. Farina, fecola e lievito si setacciano insieme; a parte si montano uova e zucchero fino a ottenere un composto chiaro. Si aggiungono l’olio a filo, il sale e lo yogurt, poi le polveri. L’impasto va nello stampo e cuoce per 35–40 minuti. Prima di spolverarla con lo zucchero a velo, la ciambella si lascia raffreddare su una gratella. Fin qui, le dosi certe e il procedimento più corretto. Ma chi è cresciuto negli anni ’80 ricorda sicuramente la torta più facile del mondo, da preparare usando come dosatore il vasetto dello yogurt. Un vasetto di yogurt (naturale o aromatizzato come preferite, a seconda del gusto finale che volete per la torta), tre vasetti di farina, un vasetto e mezzo di zucchero e mezzo vasetto di olio. Tutto mescolato alla meglio con l’aggiunta di tre uova, un pizzico di sale e mezza bustina di lievito per dolci. Infornare nello stampo imburrato e cuocere per circa 35 minuti, vale la prova stecchino asciutto al centro. Sul piano di lavoro si preparano una bilancia, due ciotole, un setaccio, le fruste elettriche, una spatola e uno stampo a ciambella da 24 centimetri. A portata di mano conviene tenere anche una gratella per il raffreddamento.

Lo stampo può diventare anche una scelta estetica: quello liscio restituisce il profilo familiare del ciambellone; uno scanalato disegna ogni fetta prima che intervenga il coltello. Gli stampi americani Bundt hanno trasformato questo disegno in una firma: la casa produttrice Nordic Ware⁠ consiglia di ungere e infarinare con attenzione tutte le scanalature, riempire lo stampo per circa tre quarti e lasciar riposare il dolce dieci minuti prima di capovolgerlo sulla gratella. Sono indicazioni per quegli stampi, utili soprattutto quando la forma è elaborata; per tempi e temperatura della nostra ciambella resta il riferimento della ricetta scelta.

Per servirla bastano un piatto piano, un coltello che tagli senza schiacciare la mollica e una paletta da torta. Se si vuole dare un posto al design sulla tavola, la paletta Nuovo Milano disegnata da Ettore Sottsass porta un segno discreto nel gesto di distribuire le fette. Una spolverata di zucchero a velo si può fare poco prima di portare il dolce in tavola, con lo stampo scanalato, anche lasciarlo nudo ha un senso.

Le varianti cominciano dalla credenza. Scorza di limone o d’arancia, un po’ di cannella, gocce di cioccolato: sono cambiamenti facili da immaginare sul ciambellone di casa, senza stravolgerne la struttura. Per una versione al cacao o con farine diverse è più prudente seguire dosi già provate, perché togliere farina o aggiungere ingredienti umidi cambia l’equilibrio dell’impasto. Se invece si vuole la versione marmorizzata si devono preparare due impasti di colori diversi, da mescolare nello stampo con uno stuzzicadenti.

Oltre confine, il foro centrale conduce a dolci che somigliano alla ciambella nella forma, ma richiedono ricette proprie. Il Kugelhopf mitteleuropeo è un lievitato ricco, spesso con uvetta: King Arthur Baking ne propone una versione⁠ in uno stampo alto, con frutta lasciata nel kirsch e mandorle sul fondo. Negli Stati Uniti la Bundt cake può partire da impasti e aromi diversi; è lo stampo scanalato a darle il nome e l’aspetto riconoscibile. Si può provare, per esempio, la versione al cardamomo con glassa al limone⁠.

E se proprio la voglia di farla manca, a Roma l’Antico Forno Roscioli⁠ è l’indirizzo più vicino al ciambellone quotidiano di questo racconto. Lo storico forno romano continua a prepararlo secondo la ricetta di Marco Roscioli, legata alle sue origini marchigiane. A Erbusco, nel Bresciano, la Pasticceria Roberto⁠ custodisce invece il bossolà, grande dolce lievitato ad anello della tradizione locale. Giovanni Cavalleri lo racconta come un dolce delle feste legato alla ricetta della nonna: per assaggiarlo conviene dunque informarsi sulla disponibilità stagionale.

A casa, invece, quando esce dal forno, conviene aspettare prima di sformarla. Il proverbio tornerà utile solo dopo. Se la ciambella si rompe, si può servire a fette; se viene bene, si può comunque raccontare che non era scontato. In entrambi i casi il buco avrà fatto il suo lavoro: dare una forma precisa a ciò che speravamo di ottenere.

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