Evitiamo di fare dei crimini delle baby gang una nuova filosofia della politica

Le gesta dei giovanissimi casseur di Milano, Torino e altre città italiane hanno quasi monopolizzato le cronache politiche. Le devastazioni randomiche, in cui la violenza è indistintamente mezzo e fine, compiute da un esercito di piccoli invisibili, sono uno spettacolo talmente perfetto di apocalisse nichilista che tutti possono leggervi la propria annunciata fine del mondo.
La sinistra, abituata a “tifare rivolta”, come cantavano i CCCP, può decifrare i segni della crisi terminale della società capitalista – fosse mai la volta buona – e perfino innamorarsi benevolmente del teppismo gratuito come di un miracoloso segno di vita degli esclusi della terra, che non si rassegnano a morire in silenzio.
La destra, fatto il prevedibile scrutinio demografico dei sospettati e dei fermati – tanti arabi, tanti italiani di seconda generazione, tanti stranieri – può leggervi, as usual, il suicidio della società dell’accoglienza e del meticciato universale, per liquidare in un rigurgito tardo-diciannovista la società aperta come un lusso radical chic.
In mezzo e trasversalmente a questa destra e a questa sinistra c’è l’ampio esercito di psicanalisti della storia, incatenata al loro lettino, per i quali la barbarie giovanile è il dito che indica la luna, che non si vede ma non per questo non esiste. Quale luna? A ognuno la sua. I giovani barbari sono in ogni caso il medium di una verità che per alcuni li assolve e per altri li condanna, ma li elegge a oracolo dei tempi.
Forse – avanzo una modesta proposta – dovremmo evitare di fare dei reati da branco dei maranza il fondamento di una nuova filosofia della politica. Da anni l’Italia (e non solo l’Italia) assiste alla crescita di episodi di violenza collettiva da parte di bande giovanili non strutturate né gerarchicamente organizzate.
Si tratta per lo più di aggregazioni occasionali, che trovano nell’azione violenta un elemento di identificazione, appartenenza e riconoscimento reciproco. La presenza dei coetanei produce dinamiche di emulazione, deresponsabilizzazione individuale e competizione nell’esibizione della forza. Il gruppo abbassa le inibizioni personali, amplifica l’aggressività e trasforma comportamenti che individualmente sarebbero improbabili in azioni collettive particolarmente brutali.
È una dinamica di gruppo assolutamente normale, anche se maligna, che le piattaforme digitali rendono epidemica e ingegnerizzabile e quindi anche facilmente infiltrabile per fini politici, che però sono esterni e non interni alle ragioni di questi accessi predatori. La violenza, in questi casi, non risponde a un obiettivo, se non a quello di fungere da strumento di affermazione personale, intimidazione e conquista di uno status. Non è una forma degenerata di vita pubblica, ma il suo contrario: la tribalizzazione e privatizzazione della razzia.
Se tutto questo rappresenta, come ogni fenomeno sociale problematico, un banco di prova per la politica – proprio perché, a prescindere dalle sue conseguenze, crea timore e insicurezza e suscita abnormi istanze di protezione –, non per questo è un prodotto politico-ideologico e sarebbe meglio non farcelo diventare a forza di interpretazioni interessate o nostalgiche dei (non invidiabili) tempi in cui le violenze, nelle piazze della politica, erano tutte politiche.
Le centinaia di adolescenti e giovanissimi che a Milano hanno devastato piazza Duomo non sono i nipotini della violenza rivoluzionaria rossa o nera. Sono molto più simili ai loro coetanei che, pochi giorni fa, a bordo di una minicar nera, hanno portato per una settimana il terrore a Roma o a quelli che un anno fa hanno accoltellato a Milano un coetaneo malcapitato sotto le loro grinfie.
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