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La violencia se instala entre policía y manifestantes en Albania: “Es legítima cuando el Estado te ignora y agrede”

Un estudiante de 23 años, con una máscara antigás, conversa con otros activistas a apenas un metro de los antidisturbios ante el Ministerio de Educación. El edificio aún tiene los cristales de las ventanas rotos tras nueve días de protestas violentas. Es miércoles y la ciudad parece un campo de batalla donde se ha acordado una pequeña tregua entre las partes. Muchos comercios céntricos tienen el cierre metálico echado con un pequeño cartel que dice: “No nos hagáis destrozos. Estamos con vosotros”. Los antidisturbios se han empleado a fondo durante una semana y media para contener las protestas de jóvenes que reclaman la dimisión del primer ministro, Edi Rama, tras cuatro mandatos y 12 años en el cargo.

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© Florion Goga (REUTERS)

Manifestantes hacían gestos a los agentes de policía antidisturbios durante una protesta estudiantil contra el Gobierno en Tirana (Albania), el 21 de octubre de 2026.
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Gli squali in Italia e Francia, gli scarafaggi in India, i fenicotteri in Albania e le rane anti-Trump: così gli animali diventano simbolo delle proteste

Uno squalo azzurro, ventre bianco e pinne di plastica, attraversa una strada investita dagli idranti. Intorno, transenne rovesciate, fumo, ragazzi incappucciati. È tra le fotografie più spettacolari degli scontri di questi giorni e arriva da Torino: nel corteo contro il carovita, in mezzo al caos urbano, spunta una figura ridente da cartone animato. Succede anche in Francia, dove la tensione degli scontri, sporadicamente, viene spezzata da visioni surreali: un unicorno, un pescecane, uno Spiderman in calzamaglia che affronta la polizia.

Gli Stati Uniti, come spesso accade, sono tra i precursori del fenomeno: qui la rana verde gonfiabile è diventata una delle cartoline delle proteste contro Donald Trump. Tutto nasce a Portland, nell’ottobre 2025, quando un agente federale spruzza una sostanza urticante contro un manifestante mascherato da anfibio davanti a una struttura dell’Ice. Può sembrare farsesca, ma l’immagine contiene un messaggio potente: un animale innocuo davanti al braccio più violento dello Stato. Le rane si moltiplicano nei cortei No Kings, insieme a dinosauri e altri gonfiabili. Il costume crea appartenenza e rovescia l’immagine del manifestante cattivo.

In Giappone, nei cortei del 2026 contro il riarmo e la revisione della Costituzione, compaiono gatti, rane, dinosauri e personaggi dei manga. Gli appassionati di cultura pop, gli otaku, sono stati il soggetto politico che ha organizzato una manifestazione contro la guerra. Nelle piazze entra così l’immaginario di una generazione, lontanissimo da quello dei partiti.

Altrove invece l’animale è il protagonista, la ragione stessa della protesta. In Albania il fenicottero rosa è il simbolo del movimento contro i progetti turistici nelle zone umide dell’Adriatico, fra speculazione immobiliare e investimenti legati a Jared Kushner. Difendere l’uccello significa contestare un modello di sviluppo e, presto, lo stesso governo Rama. È accaduto qualcosa di simile a Nordelta, enclave residenziale alle porte di Buenos Aires. Nel 2021 i capibara, tornati fra giardini e piscine, sono stati descritti come invasori dagli affluenti residenti del quartiere. Gli ambientalisti ribaltano la prospettiva: sono le ville ad aver occupato le zone umide dei roditori. I manifestanti indossano maschere da capibara; nei meme, il roditore diventa protagonista della lotta di classe.

In India lo scarafaggio dà direttamente il nome al partito di protesta, il CJP, Cockroach Janata Party (cockroach-scarafaggio appunto).

L’Italia ha avuto (brevemente) le sue sardine. A Bologna, nel 2019, il pesce che sopravvive in branco diventa simbolo della mobilitazione contro Salvini: si sono estinti entrambi piuttosto in fretta, il movimento e il consenso del leghista. In Cile un cane vero, Negro Matapacos (mata-pacos: ammazza poliziotti) è diventato un idolo dei cortei studenteschi e degli scontri con i carabineros; rivive nei murales della rivolta del 2019. Prima di lui ci fu Kanellos, il randagio che divenne leggenda accompagnando i cortei e gli scontri nelle manifestazioni degli anni della crisi e dell’austerity.

Sempre in Cile, invece, il soprannome “pinguini” designa gli studenti in uniforme bianca e scura che nel 2006 protestano contro le disuguaglianze della scuola. Pinguini anche in Turchia, ma stavolta per caso. Durante le proteste di Gezi Park nel 2013, mentre Istanbul si riempie di manifestanti, la televisione CNN Türk manda in onda un documentario sugli uccelli marini. Per denunciare il silenzio dei media, i dimostranti adottano proprio quei pinguini, disegnandoli con le maschere antigas. A Bangkok, nel 2020, papere gialle gonfiabili diventano scudi contro gli idranti nei cortei per la democrazia. Un giocattolo che diventa strumento di difesa.

Eppure il legame fra animali e conflitto politico precede largamente i social e i video virali. Nel 1968, a Chicago, gli Yippies di Abbie Hoffman presentano un maiale, Pigasus, come candidato alla presidenza degli Stati Uniti: una provocazione contro il sistema politico e la guerra in Vietnam. All’inizio del Novecento gli Industrial Workers of the World avevano scelto il gatto nero, dorso arcuato e artigli esposti, simbolo dell’azione diretta. Più tardi i picchetti sindacali avrebbero accolto Scabby, un gigantesco topo gonfiabile che denuncia l’impiego dei crumiri. L’animale può rappresentare chi protesta, ma anche l’avversario, come in questo caso; a Torino, nel 2011, durante il conflitto alla Fiat, uno squalo di cartapesta con il volto di Marchionne esibiva fauci cariche di dollari e teschi.

Le radici sono profonde e molto più lontane. Nell’Ottocento, nelle valli minerarie del Galles, gruppi di operai chiamati Scotch Cattle, “bestiame scozzese”, usano pelli bovine e travestimenti durante spedizioni contro crumiri e proprietari. Nelle loro azioni, anche violente, la maschera serve a nascondere il volto e intimidire. Nei charivari europei, cortei di scherno fra campanacci e fantocci, le maschere si mescolano ai rituali popolari di contestazione.

E’ cambiato tutto: i materiali (dalla pelle al gonfiabile) e il messaggio; la maschera che serviva a mettere paura, oggi può esibire innocenza. C’è una distanza inequivocabile, più che secolare, tra il minatore gallesi che indossava pelle d’animale per sottrarsi allo sguardo delle autorità e lo “squalo” di Torino. La maschera ha quasi rovesciato la propria funzione: da strumento per scomparire a mezzo per conquistare visibilità. Resta solo la stessa intuizione di affrontare il potere costituito rappresentandosi come qualcos’altro, per sfuggirgli o per ridergli in faccia.

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Albania’s Anti-Government Protests Turn Violent as Pressure Mounts on Prime Minister Edi Rama

Police fired rubber bullets and tear gas during a fifth consecutive day of unrest in Tirana, as student demonstrations over corruption, employment and education developed into a nationwide challenge to the government.

Albania’s political crisis deepened on Saturday, 17th October, as violent anti-government protests continued for a fifth consecutive day, with demonstrators attacking police and public buildings in the capital, Tirana, and demanding the resignation of Prime Minister Edi Rama.

Police used tear gas, water cannon and rubber bullets to disperse protesters outside the Ministry of Education after groups of masked demonstrators threw stones, petrol bombs and fireworks at security forces. The disturbances subsequently spread through the city centre, including areas near the prime minister’s office.

According to the latest figures released by Albanian police, 167 people had been arrested and 132 officers injured during five days of unrest. Seven police officers were also suspended pending investigations into allegations of excessive force.

The demonstrations have become one of the most serious domestic challenges to Rama since his Socialist Party came to power in 2013.

Students transform an environmental protest into a political movement

The current unrest grew out of a campaign known as the Flamingo movement, which began earlier this year in opposition to a controversial luxury tourism development associated with Jared Kushner, the son-in-law of US President Donald Trump.

The development attracted objections from local residents and environmental campaigners concerned about land ownership, planning decisions and potential damage to protected coastal areas.

What began as a dispute over tourism development subsequently expanded into a wider protest against alleged government corruption, unemployment, education standards and the cost of living.

The involvement of high-school and university students has considerably increased both the scale and political significance of the demonstrations.

Students have demanded improvements to educational facilities, additional financial support and better employment opportunities for graduates. Frustration over the limited prospects available to young Albanians has also brought emigration into the debate.

During Saturday’s demonstrations, protesters burned a suitcase outside the Education Ministry, using it as a symbol of the pressure on young people to leave Albania in search of work.

The protests began peacefully before violence erupted when masked participants attacked police positions.

According to accounts from Tirana, government offices, banks and commercial premises have been damaged during several days of confrontations.

Demonstrations have also spread beyond Tirana to other Albanian cities.

Rama refuses to resign

Rama, who is serving his fourth term as prime minister, has rejected demands for his resignation and accused political opponents of encouraging violence to destabilise the government.

He has acknowledged the right of citizens to demonstrate but insisted that attacks on public institutions and private property cannot be treated as legitimate political protest.

The government has pledged to prosecute those responsible for vandalism and assaults on police officers.

National Police Chief Skender Hita has defended the security operation, arguing that officers have faced repeated attacks by masked groups. At the same time, the suspension of seven officers indicates that allegations concerning police conduct are being investigated.

The political opposition has sought to capitalise on the unrest, although the Flamingo movement initially developed outside Albania’s established party structures.

That distinction complicates the government’s argument that the demonstrations are primarily the result of opposition-party activity.

The protests have also exposed tensions between the government’s economic development policies and opposition from communities concerned about corruption, land rights and access to employment.

EU accession adds another dimension

The crisis comes at a particularly sensitive moment in Albania’s negotiations to join the European Union.

On 13th October, just as the demonstrations were gathering momentum, Brussels and Tirana provisionally closed negotiations on enterprise and industrial policy.

The agreement marked another step towards membership, bringing the number of provisionally completed negotiating chapters to four out of 33.

Albania has already opened all 33 chapters, placing it among the more advanced candidates in the Western Balkans.

However, the EU’s negotiating framework makes clear that progress on fundamental reforms, including judicial independence, democratic institutions and the rule of law, determines the overall pace of accession.

As EU Today recently reported, Brussels is considering additional safeguards designed to prevent democratic backsliding following enlargement.

The current protests do not automatically jeopardise Albania’s accession negotiations. Public demonstrations, including those directed against an elected government, are not themselves evidence of a failure to meet democratic standards.

The relevant questions for Brussels concern the authorities’ response, the independence of investigations into police conduct, the treatment of detainees and whether allegations of corruption are properly examined.

These matters fall directly within the EU’s assessment of the rule of law and the functioning of democratic institutions.

A political test ahead of possible EU membership

Rama has made EU membership by 2030 a central objective of his government, presenting accession as the foundation of Albania’s future economic and political development.

The acceleration of negotiations has given his administration a substantial diplomatic achievement. It has not, however, resolved dissatisfaction over domestic governance or living standards.

The growing involvement of students also means the demonstrations are no longer confined to the environmental dispute that originally triggered the movement.

For the European Commission, the immediate challenge is to maintain a credible distinction between technical progress in accession negotiations and its assessment of political developments inside the candidate country.

For Rama, the question is whether he can restore public order without intensifying opposition to a government that has been in office for more than 13 years.

Further demonstrations would place additional pressure on the authorities, particularly if the movement continues to spread beyond the capital and attracts broader support from trade unions, students and other dissatisfied groups.

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