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Gli squali in Italia e Francia, gli scarafaggi in India, i fenicotteri in Albania e le rane anti-Trump: così gli animali diventano simbolo delle proteste

20 October 2026 at 11:07

Uno squalo azzurro, ventre bianco e pinne di plastica, attraversa una strada investita dagli idranti. Intorno, transenne rovesciate, fumo, ragazzi incappucciati. È tra le fotografie più spettacolari degli scontri di questi giorni e arriva da Torino: nel corteo contro il carovita, in mezzo al caos urbano, spunta una figura ridente da cartone animato. Succede anche in Francia, dove la tensione degli scontri, sporadicamente, viene spezzata da visioni surreali: un unicorno, un pescecane, uno Spiderman in calzamaglia che affronta la polizia.

Gli Stati Uniti, come spesso accade, sono tra i precursori del fenomeno: qui la rana verde gonfiabile è diventata una delle cartoline delle proteste contro Donald Trump. Tutto nasce a Portland, nell’ottobre 2025, quando un agente federale spruzza una sostanza urticante contro un manifestante mascherato da anfibio davanti a una struttura dell’Ice. Può sembrare farsesca, ma l’immagine contiene un messaggio potente: un animale innocuo davanti al braccio più violento dello Stato. Le rane si moltiplicano nei cortei No Kings, insieme a dinosauri e altri gonfiabili. Il costume crea appartenenza e rovescia l’immagine del manifestante cattivo.

In Giappone, nei cortei del 2026 contro il riarmo e la revisione della Costituzione, compaiono gatti, rane, dinosauri e personaggi dei manga. Gli appassionati di cultura pop, gli otaku, sono stati il soggetto politico che ha organizzato una manifestazione contro la guerra. Nelle piazze entra così l’immaginario di una generazione, lontanissimo da quello dei partiti.

Altrove invece l’animale è il protagonista, la ragione stessa della protesta. In Albania il fenicottero rosa è il simbolo del movimento contro i progetti turistici nelle zone umide dell’Adriatico, fra speculazione immobiliare e investimenti legati a Jared Kushner. Difendere l’uccello significa contestare un modello di sviluppo e, presto, lo stesso governo Rama. È accaduto qualcosa di simile a Nordelta, enclave residenziale alle porte di Buenos Aires. Nel 2021 i capibara, tornati fra giardini e piscine, sono stati descritti come invasori dagli affluenti residenti del quartiere. Gli ambientalisti ribaltano la prospettiva: sono le ville ad aver occupato le zone umide dei roditori. I manifestanti indossano maschere da capibara; nei meme, il roditore diventa protagonista della lotta di classe.

In India lo scarafaggio dà direttamente il nome al partito di protesta, il CJP, Cockroach Janata Party (cockroach-scarafaggio appunto).

L’Italia ha avuto (brevemente) le sue sardine. A Bologna, nel 2019, il pesce che sopravvive in branco diventa simbolo della mobilitazione contro Salvini: si sono estinti entrambi piuttosto in fretta, il movimento e il consenso del leghista. In Cile un cane vero, Negro Matapacos (mata-pacos: ammazza poliziotti) è diventato un idolo dei cortei studenteschi e degli scontri con i carabineros; rivive nei murales della rivolta del 2019. Prima di lui ci fu Kanellos, il randagio che divenne leggenda accompagnando i cortei e gli scontri nelle manifestazioni degli anni della crisi e dell’austerity.

Sempre in Cile, invece, il soprannome “pinguini” designa gli studenti in uniforme bianca e scura che nel 2006 protestano contro le disuguaglianze della scuola. Pinguini anche in Turchia, ma stavolta per caso. Durante le proteste di Gezi Park nel 2013, mentre Istanbul si riempie di manifestanti, la televisione CNN Türk manda in onda un documentario sugli uccelli marini. Per denunciare il silenzio dei media, i dimostranti adottano proprio quei pinguini, disegnandoli con le maschere antigas. A Bangkok, nel 2020, papere gialle gonfiabili diventano scudi contro gli idranti nei cortei per la democrazia. Un giocattolo che diventa strumento di difesa.

Eppure il legame fra animali e conflitto politico precede largamente i social e i video virali. Nel 1968, a Chicago, gli Yippies di Abbie Hoffman presentano un maiale, Pigasus, come candidato alla presidenza degli Stati Uniti: una provocazione contro il sistema politico e la guerra in Vietnam. All’inizio del Novecento gli Industrial Workers of the World avevano scelto il gatto nero, dorso arcuato e artigli esposti, simbolo dell’azione diretta. Più tardi i picchetti sindacali avrebbero accolto Scabby, un gigantesco topo gonfiabile che denuncia l’impiego dei crumiri. L’animale può rappresentare chi protesta, ma anche l’avversario, come in questo caso; a Torino, nel 2011, durante il conflitto alla Fiat, uno squalo di cartapesta con il volto di Marchionne esibiva fauci cariche di dollari e teschi.

Le radici sono profonde e molto più lontane. Nell’Ottocento, nelle valli minerarie del Galles, gruppi di operai chiamati Scotch Cattle, “bestiame scozzese”, usano pelli bovine e travestimenti durante spedizioni contro crumiri e proprietari. Nelle loro azioni, anche violente, la maschera serve a nascondere il volto e intimidire. Nei charivari europei, cortei di scherno fra campanacci e fantocci, le maschere si mescolano ai rituali popolari di contestazione.

E’ cambiato tutto: i materiali (dalla pelle al gonfiabile) e il messaggio; la maschera che serviva a mettere paura, oggi può esibire innocenza. C’è una distanza inequivocabile, più che secolare, tra il minatore gallesi che indossava pelle d’animale per sottrarsi allo sguardo delle autorità e lo “squalo” di Torino. La maschera ha quasi rovesciato la propria funzione: da strumento per scomparire a mezzo per conquistare visibilità. Resta solo la stessa intuizione di affrontare il potere costituito rappresentandosi come qualcos’altro, per sfuggirgli o per ridergli in faccia.

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Teatro alla Scala, oggi lo sciopero dei lavoratori alla prima del Faust: “Per garantire l’eccellenza bisogna retribuirla adeguatamente”

20 October 2026 at 07:07

Oggi i lavoratori del Teatro alla Scala incroceranno le braccia in occasione della prima del Faust di Charles Gounod. Dopo il fallimento delle trattative con la direzione, i sindacati hanno confermato lo sciopero per l’intera giornata, mettendo a rischio uno degli appuntamenti più attesi della stagione. Al centro della vertenza c’è il rinnovo del contratto: i dipendenti chiedono di recuperare il potere d’acquisto perso negli ultimi anni, mentre il confronto con la direzione si è arenato sulle risorse da destinare agli aumenti. “Il lavoro va riconosciuto, altrimenti rischiamo di perderlo“, dice a ilfattoquotidiano.it Alberto Rota, corista della Scala dal 1997. “È un’eccellenza internazionale, ma non viene valorizzata abbastanza sul piano economico”. La mobilitazione è stata votata il 12 ottobre da un’assemblea alla quale hanno partecipato oltre 450 lavoratori: un solo voto contrario e quattro astensioni.

Una convergenza ampia, che riunisce orchestra, coro, ballo, tecnici, maestranze e personale amministrativo. Per Paolo Puglisi, della Slc-Cgil, il problema è semplice: “Non chiediamo neanche un euro di aumento. Chiediamo di difendere i salari dall’inflazione“. La piattaforma sindacale prevede un incremento del 15% della retribuzione annua lorda, per recuperare almeno in parte quanto perso negli ultimi anni, e un meccanismo di adeguamento futuro legato all’indice dei prezzi. Il contratto precedente, spiega Puglisi, era stato rinviato durante la pandemia, quando la chiusura del teatro aveva fatto crollare gli incassi della biglietteria. Il rinnovo successivo aveva previsto un recupero del 5%, mentre l’inflazione continuava a correre.

Secondo i calcoli sindacali, negli ultimi anni il costo della vita ha eroso tra il 23 e il 24% del potere d’acquisto dei dipendenti. La richiesta è quindi di recuperare la differenza, con un aumento del 15% dal primo gennaio 2027 e adeguamenti successivi collegati all’inflazione rilevata dall’Istat. “Abbiamo rinviato il contratto perché eravamo in una situazione economica disperata”, ricostruisce Rota. “Ma adesso ci troviamo con uno stipendio che non è misero, che però viene eroso dall’inflazione che galoppa”. Il problema, per il corista, non riguarda soltanto la busta paga. È il riconoscimento di un lavoro che richiede preparazione, disponibilità e un impegno quotidiano, spesso serale e nei fine settimana. “Chi vuole studiare musica, diventare scenografo o tecnico di palcoscenico pensa alla Scala come a un punto d’arrivo. È un’aspirazione che va riconosciuta anche economicamente”.

Francesco Lattuada, violista dell’orchestra, lavora alla Scala dal 1997 ed è assunto stabilmente dal 1999. Anche per lui la protesta nasce da un divario che si è allargato nel tempo. “Con il contratto post-Covid abbiamo ottenuto un piccolo recupero del 5%, ma l’inflazione era già in forte crescita. Adesso vogliamo recuperare almeno parzialmente gli oltre venti punti percentuali persi”. Le richieste erano state presentate prima dell’estate, ma i primi incontri non hanno prodotto risultati concreti. Da qui la decisione di passare alle iniziative di protesta.

Il nodo è anche quello del costo della vita a Milano, che rende sempre più difficile attrarre professionisti e mantenere l’eccellenza delle maestranze. Puglisi racconta che da anni il teatro fatica a trovare candidati per alcuni concorsi: per il posto di prima viola, rimasto vacante dopo un pensionamento, le selezioni vanno avanti da tre anni senza individuare una soluzione. “Perché non vengono a fare i concorsi alla Scala? Perché la città è troppo cara, l’impegno richiesto è notevole e lo stipendio non è adeguato a tutto questo”. Il rischio, avverte il sindacalista, è che il prestigio del teatro non basti più a convincere i migliori musicisti a trasferirsi a Milano. La questione riguarda anche le altre professionalità. Dietro una rappresentazione ci sono centinaia di lavoratori che montano e smontano scenografie, movimentano strutture sospese, preparano costumi e organizzano i cambi di scena.

“Ci sono 250–300 lavoratori che ogni giorno, sera e notte, devono allestire quello che va in scena e preparare lo spettacolo successivo”, spiega Puglisi. Un’attività che comporta turni pesanti, stress e rischi per la sicurezza, anche quando il pubblico vede soltanto il risultato finale. Nella vertenza rientrano anche questioni normative: indennità, orari, inquadramenti e la situazione di una ventina di lavoratori intermittenti che i sindacati vorrebbero trasformare in dipendenti a tempo pieno. Ma la priorità resta il recupero salariale. Dopo aver respinto la proposta iniziale della direzione di rinviare il rinnovo e riconoscere una tantum, le organizzazioni sindacali hanno dichiarato lo stato di agitazione. Il 12 ottobre l’assemblea ha votato lo sciopero; il successivo incontro con il sovrintendente Fortunato Ortombina non ha sbloccato la trattativa. Il 20 ottobre è previsto anche un presidio dei lavoratori, prima davanti al teatro e poi a Palazzo Marino, sede del Comune.

Per Puglisi la vertenza apre anche una questione politica: quanto sono disposti a investire gli enti pubblici in un’istituzione che rappresenta un’eccellenza culturale italiana? Il sindacalista contesta il peso limitato, a suo giudizio, dei contributi pubblici rispetto al bilancio della Scala. Cita i quattro milioni di euro annui del Comune di Milano e i contributi regionali, sostenendo che il finanziamento pubblico dovrebbe garantire almeno il sostegno alla struttura e alle persone che la fanno funzionare. “La Scala incassa quasi 40 milioni di euro dalla biglietteria. I privati sono importanti, ma gli enti pubblici devono farsi carico di questa eccellenza”.

Rota condivide la preoccupazione. “Stiamo facendo di tutto per realizzare spettacoli al livello che il pubblico si aspetta. La direzione si impegna, gli sponsor privati ci sostengono e anche chi compra un biglietto fa sacrifici economici per venire alla Scala. Ma bisogna considerare che si tratta di un’istituzione con una partecipazione pubblica“. Per il corista, la contraddizione è proprio questa: “La Scala viene venduta come un fiore all’occhiello a livello internazionale, ma tutte le maestranze devono essere valorizzate. Se non riconosciamo il lavoro, rischiamo di perdere quel patrimonio”.

Lo sciopero di oggi potrebbe essere soltanto il primo passaggio. Le organizzazioni sindacali hanno annunciato il presidio e non escludono ulteriori iniziative se la trattativa non ripartirà su basi concrete. Intanto, la protesta della Scala si inserisce in una mobilitazione più ampia del settore dello spettacolo, che ha annunciato per il 27 ottobre una giornata di sciopero dei dipendenti dei teatri e degli scritturati. La questione, dunque, va oltre una singola prima: riguarda la sostenibilità del lavoro culturale e la possibilità di continuare a garantire produzioni di alto livello senza scaricare sui lavoratori il costo della perdita di potere d’acquisto. “Quando si chiede alle persone di lavorare sempre sul pezzo e di garantire l’eccellenza, bisogna anche retribuirle adeguatamente”, conclude Puglisi. “Altrimenti non si va avanti”.

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I lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano “occupano” l’aeroporto Colombo di Genova. I passeggeri possono imbarcarsi

19 October 2026 at 08:53

Dichiariamo ufficialmente che l’aeroporto è occupato”. Così i lavoratori ex Ilva di Cornigliano appena entrati nella zona imbarchi del ‘Colombò di Genova. La nuova protesta dei lavoratori è dovuta alla richiesta di cassa integrazione da parte dei commissari ex Ilva.

La mobilitazione a oltranza punta a ottenere risposte immediate dal ministero dopo l’invio della pec di venerdì con cui i commissari hanno disposto un incremento della cassa integrazione a fronte della mancanza di approvvigionamenti di coils.

“Resteremo qui – ha urlato Armando Palombo (Fiom) tra gli applausi e i cori dei lavoratori – finché questo governo non ci dà una risposta. Finché il governo, che ha messo i commissari, non fa alzare il culo ai commissari da Roma e ci dà una risposta chiara, molto chiara”. I lavoratori hanno lasciato un corridoio aperto perché i passeggeri presenti possano imbarcarsi. Poi si sono seduti a terra, picchiando con i caschi sul pavimento.

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Roma, in piazza la marcia della Cgil: Landini annuncia lo sciopero generale per il 20 novembre

17 October 2026 at 17:09

La Via Maestra riempie Roma, Landini attacca sul riarmo: “No alle armi, la sicurezza è il lavoro”

Migliaia di persone sono scese in strada a Roma dietro allo striscione “Lavoro, pace, ambiente, welfare, Costituzione”. La mobilitazione nazionale, organizzata dalla Cgil insieme a più di cento sigle del mondo laico e cattolico raccolte nel cartello “La Via Maestra”, ha attraversato il centro della capitale: la testa della sfilata è partita da piazza della Repubblica per raggiungere piazza del Popolo.

Proprio dal palco finale il leader del sindacato di corso d’Italia, Maurizio Landini, ha lanciato la proclamazione di uno sciopero generale fissato per il 20 novembre. All’appello hanno risposto anche i vertici del Campo largo, con le presenze di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.

Le rivendicazioni: salari, fisco e sanità

Al centro della piazza un lungo elenco di istanze sociali e politiche. In prima fila la lotta all’occupazione precaria e il rialzo delle buste paga e dei trattamenti pensionistici, uniti al contrasto dei contratti svantaggiosi e al superamento del divario retributivo di genere. Fronte caldo anche quello del prelievo fiscale: la piattaforma chiede una stretta sull’evasione, il calo delle trattenute sui redditi da lavoro e pensione, oltre a un prelievo straordinario su rendite, grandi patrimoni ed extraprofitti per ripristinare il principio di progressività.

Sul versante dei servizi essenziali, si sollecita l’innalzamento dei fondi per la sanità al 7,5% del PIL e per la scuola al 5%, puntando su nuove assunzioni e l’abbattimento dei tempi di attesa. Spazio infine al tema della pace, con un secco rifiuto all’incremento degli stanziamenti per le armi e la difesa della libertà di espressione.

Landini dal palco: “Oltre centomila in piazza”

Imponente la partecipazione secondo gli organizzatori. “Siamo davvero tanti, penso possiamo essere più di 100mila persone che da qui, da questa piazza parlano al Paese”, ha proclamato Landini dal palco. “È ora di riprenderci la parola, difendiamo la democrazia praticandola”.

Lo stop al riarmo e la sfida sul lavoro

Il numero uno della Cgil ha poi affondato il colpo sulle scelte di politica estera e di spesa pubblica: “C’è il rischio che le armi si sostituiscano alle parole e alla democrazia. La sicurezza non è armi, questa è una balla colossale. Dobbiamo dire con forza no all’aumento delle spese militari – ha rimarcato Landini – La vera sicurezza è l’autonomia energetica: serve un piano straordinario per le fonti rinnovabili”. Prima di chiudere con un ultimo richiamo alle priorità economiche: “Dobbiamo rimettere al centro il lavoro”.

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Caro carburante, in Sicilia è iniziato lo sciopero degli autotrasportatori

16 October 2026 at 10:28

Questa mattina, un nuovo corteo di mezzi agricoli e trattori ha percorso un tratto della strada statale Gela-Catania. È cominciato lo sciopero degli autotrasportatori siciliani annunciato nei giorni scorsi per il caro carburante. Alla protesta non aderiscono le imprese di Confindustria Catania che in un primo momento aveva annunciato lo sciopero dei tir dal 16 al 22 ottobre. “L’adesione è totale – dice Salvatore Bella coordinatore del comitato che stamane terrà una conferenza stampa – In Sicilia non circolano mezzi pesanti. Non capiamo perchè il ministro Salvini abbia convocato le sigle che non scioperano lasciando fuori dal confronto quelle che scioperano. È inaudito lasciare fuori gli autotrasportatori siciliani“.

Intanto da ieri notte, a Gela (Caltanissetta), al presidio allestito dagli agricoltori per protestare sui prezzi dei carburanti, sono fermi anche decine di tir e camion. Gli autotrasportatori che hanno fermato i loro mezzi lungo la rotonda stradale di ingresso a Gela dicono di non riuscire più a sostenere i rincari, “Ottomila euro in più all’anno per ogni veicolo che percorre 100 mila chilometri e un prezzo del gasolio salito a oltre 2,16 euro al litro, con un rincaro di 0,35 euro rispetto a febbraio”, dicono. Intanto tir e camion degli aderenti al comitato trasporto siciliano sono fermi nei porti e non scaricano le navi e nei piazzali delle ditte.

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