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Perché la mozzarella di bufala è a rischio, cosa sta succedendo nei caseifici

La mozzarella di bufala, eccellenza simbolo del made in Italy agroalimentare e pilastro dell’economia del Mezzogiorno, si trova ad affrontare una delle fasi più complesse della sua storia recente. Tra le pareti dei caseifici e lungo i pascoli delle zone di produzione d’origine, l’equilibrio di un’intera filiera appare infatti oggi fortemente compromesso.

Mentre in tutta Italia i consumatori temono ripercussioni sulla reperibilità e sui prezzi del prodotto finale, numerosi caseifici hanno dovuto sospendere la lavorazione perché il latte non arriva, a causa del fermo degli autotrasportatori. Il risultato è uno stop della produzione che rischia di avere delle conseguenze molto spiacevoli.

Cosa c’è dietro lo stop alla produzione di mozzarella di bufala in Italia

A mettere in difficoltà la filiera della mozzarella di bufala campana Dop è lo sciopero degli autotrasportatori. In Campania, soprattutto nelle province di Caserta e Salerno, numerosi caseifici hanno dovuto sospendere le attività per la mancata consegna del latte proveniente dagli allevamenti.

La mobilitazione, partita nel Mezzogiorno per protestare contro il caro carburante, sta provocando conseguenze che vanno ben oltre il settore della logistica. Infatti, anche se le bufale continuano a essere munte, senza trasporti regolari la materia prima rischia di non poter essere lavorata entro i tempi stabiliti. Le difficoltà partono già negli allevamenti, dove il latte si accumula, e si estendono ai punti vendita, con una disponibilità della mozzarella sempre più incerta.

La situazione nei supermercati

Uno degli effetti più visibili del blocco riguarda la disponibilità della mozzarella di bufala campana Dop nei punti vendita. La riduzione dell’offerta è già visibile. Gli scaffali dei supermercati sono meno forniti e c’è maggiore difficoltà nel reperire il prodotto, soprattutto nelle aree in cui la domanda è elevata. La continuità delle forniture sta mettendo in difficoltà anche pizzerie, ristoranti, gastronomie e rivenditori specializzati, che devono programmare gli acquisti sulla base della disponibilità effettiva.

Non è però possibile stabilire, sulla base delle sole chiusure segnalate, quanto dureranno le eventuali carenze o quali saranno gli effetti sui prezzi al dettaglio. Questi dipenderanno dalla durata della mobilitazione, dalle scorte già presenti nei punti vendita e dalla velocità con cui allevamenti, caseifici e distributori riusciranno a riprendere le normali attività.

Cosa si rischia ora

A parlare per primo di allarme è stato il Consorzio di tutela della mozzarella di bufala campana Dop, che il 21 ottobre 2026 ha denunciato la chiusura di numerosi stabilimenti e chiesto un intervento urgente del governo. Oltre alla temporanea scarsità del prodotto sugli scaffali, le perdite economiche potrebbero colpire l’intero settore, per poi estendersi ad altri comparti, dall’agroalimentare all’export.

Secondo quanto riferito dal direttore, Pier Maria Saccani, non è sufficiente avere allevamenti in attività e impianti pronti a lavorare. La mozzarella di bufala è un prodotto fresco, la cui produzione dipende dalla disponibilità regolare di latte. Il latte destinato alla Dop deve essere lavorato entro 60 ore dalla mungitura, quindi occorre che arrivi a destinazione nelle condizioni e nei tempi necessari per essere trasformato.

Questo non significa necessariamente che ogni quantitativo di latte rimasto fermo debba essere automaticamente buttato. Può essere utilizzato per produrre mozzarella, ma questa non avrà la certificazione Dop. E questo si traduce in un danno economico superiore a quello provocato da una semplice interruzione temporanea:

  • per gli allevatori, il danno può tradursi in costi aggiuntivi, difficoltà organizzative e possibili perdite di materia prima;
  • per i caseifici, invece, la sospensione dell’attività comporta una riduzione dei volumi lavorati e maggiori difficoltà nel rispettare gli ordini già ricevuti.

Inoltre, tutto sta succedendo in un momento già delicato, per via dell’aumento dei costi di produzione denunciato da tempo dagli operatori di settore. Adesso quindi, se la protesta dovesse continuare, la situazione finanziaria già complicata potrebbe ulteriormente aggravarsi.

Intanto, il governo ha annunciato nuovi aiuti per gli autotrasportatori, ma alcuni manifestanti avevano prospettato la possibilità di proseguire la mobilitazione almeno fino al 27 ottobre.

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Stop a produzione di pasta a causa del blocco dei Tir, si ferma il primo stabilimento italiano

Il blocco degli autotrasportatori contro il caro carburanti colpisce anche l’industria della pasta italiana. Il pastificio Rummo ha sospeso la produzione da lunedì 19 ottobre 2026.

Ad annunciare lo stop è stato Cosimo Rummo, presidente e amministratore delegato dell’azienda, in un’intervista a Repubblica. Anche La Molisana, con sede a Campobasso, ha ridotto drasticamente l’attività a causa dei problemi nei rifornimenti.

Cosa è successo a Rummo

Il pastificio Rummo ha dovuto interrompere la produzione dopo aver esaurito le scorte di materie prime disponibili nello stabilimento di Benevento. La sospensione è arrivata dopo circa una settimana di difficoltà nei rifornimenti, provocate dal blocco dei trasporti e dall’impossibilità di garantire le normali consegne.

Anche con gli impianti operativi e con gli ordini commerciali che continuano ad arrivare, le attività sono state sospese perché senza un flusso costante di ingredienti e materiali indispensabili è impossibile andare avanti. Nel caso della pasta, in particolare, se i camion che trasportano la semola di grano duro non raggiungono lo stabilimento, le scorte interne possono garantire la continuità soltanto per un periodo limitato. Una volta esaurite, l’alternativa è ridurre i ritmi produttivi oppure fermare temporaneamente le linee. E così è successo.

Perché anche La Molisana ha ridotto la produzione

Altri pastifici del Sud Italia stanno affrontando difficoltà analoghe a Rummo. Tra questi c’è La Molisana, a Campobasso, che non si è fermata ma ha dovuto ridurre drasticamente la produzione.

Coltivazione del grano duro, molitura, lavorazione industriale, confezionamento e distribuzione devono funzionare in modo coordinato, mentre un rallentamento anche in una sola fase può ripercuotersi sulle successive, soprattutto quando le imprese dispongono di scorte limitate. Se l’interruzione si protrae, le conseguenze possono estendersi anche ai rapporti con la grande distribuzione organizzata, con i distributori e con gli operatori dei mercati esteri.

La disponibilità di grano duro, dunque, non è sufficiente da sola a garantire la continuità produttiva. Il cereale deve essere raccolto, movimentato e trasformato in semola, che deve poi raggiungere i pastifici nei tempi richiesti dai rispettivi programmi di lavorazione.

Scorte di magazzino e costi logistici: cosa si rischia ora

C’è poi un altro problema con il quale le imprese di settore devono fare i conti in questi giorni di forte stress logistico. Le scorte rappresentano una delle principali difese contro le interruzioni delle forniture, è vero. Disporre di una riserva di semola permette a un pastificio di proseguire la produzione anche quando una consegna subisce un ritardo. Tuttavia, mantenere grandi quantità di materie prime in magazzino comporta costi e richiede spazi adeguati.

Le conseguenze economiche possono quindi manifestarsi sia nell’immediato, attraverso le ore di produzione perse e i ritardi nelle consegne, sia nel medio periodo, qualora le aziende debbano riorganizzare i contratti, sostenere spese aggiuntive o modificare la gestione delle scorte.

Le misure del governo

Intanto, il governo ha messo sul piatto un pacchetto di interventi finanziari. Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha sbloccato 480 milioni di euro e misure di ristoro contro il caro gasolio. Il Consiglio dei ministri è stato inoltre convocato per giovedì 22 ottobre, alle 12, per approvare un decreto legge con le misure per l’autotrasporto.

L’annuncio delle risorse ha aperto i primi spiragli, portando alla revoca dei blocchi regionali in Sicilia. Nella serata di mercoledì 21 ottobre anche in Calabria Fedralog, la federazione regionale della logistica, ha sospeso il fermo, in attesa dell’incontro con il ministro Matteo Salvini del 27 ottobre. Tuttavia, la mobilitazione di varie sigle e presidi spontanei di autotrasportatori sta proseguendo in diverse aree, tra cui Campania, Puglia e Lazio.

Di conseguenza, per il comparto pastario e per l’intera filiera agroalimentare la situazione resta complessa. La ripresa delle consegne di semola di grano duro verso i pastifici del Centro-Sud avviene ancora a rilento, impedendo il ritorno ai normali ritmi produttivi.

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Spesa alimentare, la crisi costringe a comprare meno: a cosa stanno rinunciando le famiglie

La crisi del costo della vita continua a pesare sulle abitudini di acquisto degli italiani e il carrello della spesa diventa sempre più vuoto. Eppure, oggi, le famiglie italiane spendono più soldi al supermercato. Il budget destinato all’acquisto di alimenti e bevande è aumentato, per via dei rincari e dell’inflazione galoppante degli ultimi anni, così per riuscire a contenere le uscite si riducono le quantità e si rinuncia, sempre più spesso, alla qualità dei prodotti.

Come è cambiata la spesa delle famiglie italiane

Nel 2025, secondo i dati Istat pubblicati a ottobre 2026:

  • la spesa mensile per alimentari e bevande analcoliche è passata da 533 a 552 euro;
  • mentre la quota del bilancio familiare destinata a questa voce è salita dal 19,3% al 19,8%.

Quasi un quinto della spesa complessiva è stato quindi assorbito dall’acquisto di beni di prima necessità. A causa dell’aumento dei prezzi, nello stesso periodo risulta che tra le famiglie italiane:

  • il 29,4% ha dichiarato di aver limitato la spesa per il cibo, riducendo le quantità acquistate oppure scegliendo prodotti di qualità inferiore;
  • il 33,8% ha ridotto la quota della spesa destinata alle bevande.

I rincari hanno reso più difficile mantenere le stesse abitudini di consumo, obbligando molti nuclei a riorganizzare il budget della spesa, valutando attentamente quali prodotti acquistare, in quali quantità e con quale frequenza. Per questo motivo, secondo Assoutenti, gli ulteriori aumenti dei prezzi registrati nel 2026 rischiano di aggravare la situazione.

A cosa rinunciano le famiglie quando fanno la spesa

Quando la capacità di acquistare cibo a sufficienza diventa più importante di scegliere liberamente cosa portare in tavola, il modo in cui il prezzo condiziona le proprie abitudini si configura come il primo segnale di povertà alimentare.

Un’analisi pubblicata da ActionAid in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione evidenzia proprio questo fenomeno. La difficoltà economica può riguardare sia la disponibilità materiale di cibo sia l’accesso a un’alimentazione adeguata e la possibilità di vivere i pasti come un momento di condivisione.

Quando una famiglia deve risparmiare, infatti, il cibo può diventare una delle voci sulle quali intervenire più facilmente rispetto ad altre spese difficilmente comprimibili, come il canone di affitto, il mutuo o le bollette sempre più care. E il risultato è un progressivo impoverimento delle possibilità di scelta. Non necessariamente si smette di acquistare alimenti, ma diventa più difficile mantenere la stessa qualità e varietà.

Quante sono le persone in difficoltà in Italia

ActionAid ha individuato oltre 6,4 milioni di persone in difficoltà in Italia nel 2024, pari al 12,7% della popolazione (di questi, circa 2,2 milioni sono risultati essere a rischio di povertà assoluta o relativa). Il dato è stato elaborato attraverso l’indice Dams, che prende in considerazione la possibilità economica di permettersi almeno una volta ogni due giorni un pasto con carne, pollo o pesce (oppure un equivalente vegetariano), e quella di incontrarsi con amici o familiari per mangiare o bere qualcosa almeno una volta al mese.

Al di là del proprio reddito, qualcuno può avere problemi economici anche quando non rientra formalmente nelle fasce a rischio di povertà, soprattutto se una parte consistente delle sue entrate – come già detto – viene assorbita da spese obbligatorie. Inoltre, l’andamento della deprivazione alimentare è andato sempre più peggiorando dopo il miglioramento registrato negli anni immediatamente successivi alla pandemia. L’incidenza era passata dal 14,1% nel 2019 al 10,5% nel 2022, per poi risalire all’11,8% nel 2023 e al 12,7% nel 2024. Rispetto all’anno precedente, le persone coinvolte sono aumentate di quasi 470mila unità.

Le categorie più a rischio

Le conseguenze della povertà alimentare si manifestano in modo diverso a seconda della composizione del nucleo familiare, della disponibilità economica e delle spese da sostenere. Tra i gruppi più esposti figurano:

  • le famiglie numerose;
  • i genitori soli;
  • le persone che devono destinare una parte consistente del reddito all’abitazione.

Da quello che è emerso dal rapporto di ActionAid, inoltre, nel 2024:

  • circa 430mila minori di 16 anni risultavano in condizione di deprivazione alimentare materiale o sociale, oppure entrambe. Le difficoltà sono aumentate soprattutto nella fascia tra i 6 e gli 11 anni. In questo gruppo, la deprivazione materiale è passata dal 2% del 2021 al 2,8% del 2024, mentre quella sociale è salita dal 3,8% al 6,8% (quest’ultimo indicatore comprende anche la possibilità di invitare amici a casa per giocare o mangiare insieme);
  • la deprivazione alimentare nello stesso periodo ha raggiunto anche gli affittuari, per la precisione il 22,6% tra chi viveva in un’abitazione in affitto agevolato e il 20,9% tra chi pagava un canone a prezzo di mercato.

La casa rappresenta una delle principali voci di spesa e lascia poco spazio di manovra quando il costo della vita aumenta. Tuttavia, a confermare che il fenomeno si stesse estendendo è soprattutto il dato su chi invece una casa ce l’ha. Tra i proprietari senza mutuo, infatti, la deprivazione alimentare è cresciuta, passando dall’8,9% al 10,8%.

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Con clima più stabile scendono prezzi di frutta e verdura: cosa costa di meno questo autunno

Il clima mite e più stabile sta favorendo il passaggio dalle coltivazioni in pieno campo a quelle in serra, contribuendo a rendere più regolare l’offerta di frutta e verdura e ad allentare la pressione sui prezzi di diversi prodotti ortofrutticoli. A delineare il quadro è la Borsa della Spesa, il servizio settimanale realizzato da Bmti, Italmercati e Consumerismo no profit, che monitora i mercati all’ingrosso.

Cosa c’entra il clima con il calo dei prezzi di frutta e verdura

L’andamento meteorologico è uno dei fattori che influenzano maggiormente il mercato ortofrutticolo. Temperature miti e condizioni climatiche relativamente stabili possono favorire la maturazione dei prodotti, sostenere la raccolta e rendere più regolari i flussi di merce diretti ai mercati all’ingrosso.

Quando le condizioni climatiche sono favorevoli, quindi, la disponibilità di frutta e verdura tende a essere più prevedibile, e questo:

  • permette agli operatori di organizzare meglio la distribuzione dei raccolti (e di conseguenza della vendita);
  • riduce il rischio che una diminuzione improvvisa dei quantitativi disponibili provochi tensioni sulle quotazioni, e una maggiore disponibilità, quando incontra una domanda che non cresce nella stessa misura, può tradursi in una riduzione dei prezzi all’ingrosso.

Il calo registrato nei mercati all’ingrosso non si trasferisce necessariamente e immediatamente sugli scaffali dei supermercati o sui banchi al dettaglio, tuttavia può anticipare una stabilizzazione o una riduzione dei prezzi al consumo nel medio termine, a patto che la filiera distributiva assorba le variazioni senza trattenere i margini.

I prezzi di ottobre, cosa costa meno

Tra i prodotti che mostrano una dinamica favorevole a ottobre ci sono:

  • l’uva da tavola, le cui quotazioni all’ingrosso sono diminuite del 4,6% rispetto alla settimana precedente;
  • i fichi d’India, che si trovano in una fase favorevole della produzione. Le quotazioni sono scese del 3,1% nell’arco di una settimana, in un momento in cui la disponibilità del prodotto è elevata.

Le condizioni meteorologiche di inizio ottobre stanno favorendo anche il comparto degli ortaggi. I primi ribassi hanno interessato le lattughe al Centro-Sud, grazie alle condizioni climatiche favorevoli alla produzione. In questo caso, tuttavia, le quotazioni variano in base alla tipologia, alla zona di produzione e alla quantità di prodotto presente sui mercati locali.

Proprio perché coltivazione e raccolta stanno procedendo senza intoppi in autunno, dopo il caldo record di questa estate, ci sono poi diversi tipi di ortaggi e frutta di largo utilizzo e tipici di questa stagione  che mantengono quotazioni contenute all’ingrosso. Tra i più convenienti, il bollettino segnala:

  • cachi;
  • zucca;
  • porri;
  • cavoli cappucci;
  • carote;
  • cipolle.

Prezzi in calo non soltanto per frutta e verdura

Anche nel settore ittico, sebbene l’offerta sia influenzata dalla disponibilità delle specie e dai periodi di attività delle marinerie, si stanno registrando dei casi. In particolare, Borsa della Spesa segnala:

  • un calo del 7% per i calamari rispetto alla settimana precedente;
  • una diminuzione pari al 3,9% dei fasolari.

Presentano prezzi inferiori anche il pesce spada italiano e la lampuga. Anche se l’offerta in questo comparto è influenzata anche dal fermo pesca che dal clima. Le marinerie del Tirreno si fermano infatti per l’intero mese di ottobre, mentre in Adriatico il periodo di fermo si è concluso. E proprio queste differenze territoriali contribuiscono a determinare i quantitativi disponibili e possono influenzare le quotazioni delle singole specie.

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Quanto olio c’è in Italia e dove si trova, la classifica delle regioni con più scorte

L’Italia ha in giacenza 195.044 tonnellate di olio di oliva, di cui oltre 150.000 tonnellate di extravergine. È quanto emerge dal report Frantoio Italia, pubblicato il 9 ottobre 2026 dall’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF).

L’analisi delle scorte consente di capire non soltanto quanto olio sia presente in Italia, ma anche dove si concentrino le disponibilità, quali tipologie prevalgano e quale spazio occupino le produzioni biologiche e quelle certificate Dop e Igp .

Quanto olio c’è in Italia, i dati sulle scorte

Secondo il report aggiornato mensilmente, al 30 settembre 2026 – rispetto alla rilevazione del 31 luglio 2026 – le scorte di olio in Italia sono diminuite del 16,4%, ma rispetto allo stesso periodo dello scorso anno risultano in aumento del 46,7%. Il dato è elaborato sulla base delle informazioni registrate nei circa 19.500 registri telematici dell’olio (Rto).

La parte più consistente delle disponibilità è costituita dall’olio extravergine di oliva, che raggiunge 150.203 tonnellate e rappresenta il 77% del totale. Seguono l’olio di oliva e raffinato, con 15.676 tonnellate, pari all’8%, e l’olio di sansa di oliva, con 14.915 tonnellate, equivalenti al 7,6%.

Le giacenze comprendono invece:

  • 9.475 tonnellate di olio lampante, pari al 4,9%;
  • 2.418 tonnellate di olio vergine di oliva, che rappresentano l’1,2%;
  • 2.357 tonnellate di prodotto ancora in attesa di classificazione.

Inoltre, delle 195.044 tonnellate complessive:

  • 162.538 sono ancora sfuse;
  • 32.506 tonnellate risultano confezionate.

Nel caso dell’extravergine:

  • le quantità sfuse ammontano a 123.564 tonnellate;
  • contro 26.639 tonnellate già confezionate.

Considerando le macroaree geografiche:

  • il Sud Italia concentra 100.224 tonnellate di olio, pari al 52% delle giacenze nazionali;
  • il Centro Italia si colloca al secondo posto con 60.896 tonnellate, equivalenti al 31%;
  • il Nord registra invece 19.599 tonnellate, pari al 10%;
  • le Isole, comprendenti Sicilia e Sardegna, raggiungono 14.325 tonnellate, il 7% del totale.

La classifica delle regioni con più scorte di olio

Osservando la distribuzione territoriale, nell’ultimo report risulta una forte concentrazione in Puglia, Toscana e Calabria, che detengono insieme il 61,3% dell’intero stock nazionale. In particolare:

  • al primo posto troviamo la Puglia, con 55.769 tonnellate, pari al 28,6% delle scorte italiane;
  • al secondo posto si trova la Toscana, con 37.673 tonnellate, equivalenti al 19,3%;
  • al terzo posto c’è la Calabria, che completa il podio con 26.202 tonnellate, pari al 13,4%.

Seguono:

  • l’Umbria, che registra 19.510 tonnellate, corrispondenti al 10% del totale nazionale;
  • la Sicilia, con 13.589 tonnellate, pari al 7%;
  • la Campania, con 13.415 tonnellate, equivalenti al 6,9%;
  • la Liguria, con 9.998 tonnellate, pari al 5,1%;
  • la Lombardia, con 4.044 tonnellate, il 2,1% delle giacenze.

Più distanti si trovano:

  • l’Emilia-Romagna, con 3.736 tonnellate;
  • l’Abruzzo, con 3.462 tonnellate;
  • il Lazio, con 3.312 tonnellate;
  • il Veneto, con 1.121 tonnellate;
  • la Basilicata, con 1.005 tonnellate;
  • la Sardegna, con 736 tonnellate.

Chiudono le regioni con disponibilità più contenute, ovvero:

  • il Piemonte, con 614 tonnellate;
  • le Marche, con 401 tonnellate;
  • il Molise, con 371 tonnellate;
  • il Trentino Alto Adige, con 51 tonnellate;
  • il Friuli Venezia Giulia, con 36 tonnellate.

Dove si concentra la produzione di extravergine

Procedendo con un’analisi interna degli stock, la Puglia ha in giacenza 46.285 tonnellate di extravergine, oltre a quantitativi di olio vergine, lampante, raffinato e di sansa. Da sola, la regione detiene più di un quarto delle scorte nazionali. La Toscana, invece, occupa il secondo posto con 30.885 di olio extravergine di oliva, con le province di Siena, Lucca e Firenze che figurano tra quelle con le maggiori disponibilità.

La Calabria, pur collocandosi al terzo posto della classifica generale delle scorte, possiede un volume di olio extravergine inferiore rispetto all’Umbria (che è quarta). Nello specifico, la regione dispone di 14.414 tonnellate di extravergine, affiancate da 5.071 tonnellate di olio lampante e 4.103 tonnellate di sansa. Al contrario, l’Umbria totalizza 19.510 tonnellate complessive, di cui 16.582 appartengono alla categoria extravergine. Non a caso, il territorio umbro si distingue per la disponibilità di prodotto di qualità, rappresentando il 10% dell’intero stock nazionale.

Infine c’è poi la Sicilia, le cui scorte comprendono 5.321 tonnellate di olio di sansa, a fronte di 7.701 tonnellate di extravergine.

La classifica provinciale

Scendendo nel dettaglio territoriale:

  • la provincia di Bari è quella con le maggiori giacenze di olio di oliva in Italia. Al 30 settembre 2026 registra 29.016 tonnellate, pari al 14,9% del totale nazionale. Di queste, 23.514 tonnellate sono extravergine;
  • al secondo posto si trova Perugia, con 18.424 tonnellate, equivalenti al 9,4% delle scorte italiane. La provincia umbra detiene 15.644 tonnellate di extravergine;
  • la terza posizione spetta a Barletta-Andria-Trani, con 14.273 tonnellate, pari al 7,3%.

Seguono:

  • Siena, con 13.972 tonnellate;
  • Lucca, con 11.181 tonnellate;
  • Benevento, con 9.442 tonnellate;
  • Firenze, con 9.276 tonnellate;
  • Reggio Calabria, con 8.800 tonnellate;
  • Agrigento, con 8.018 tonnellate;
  • Brindisi, con 6.373 tonnellate.

La distribuzione provinciale è dunque ancora più concentrata di quella regionale. Infatti, le prime dieci province concentrano complessivamente il 66% dell’olio detenuto in Italia.

Quanto olio italiano è presente nei magazzini

Ad oggi, l’olio extravergine rappresenta la componente principale delle giacenze nazionali, con 150.203 tonnellate. Di queste:

  • 82.195 tonnellate sono di origine italiana, pari al 54,7% delle scorte di Evo e al 42,1% dell’intero stock nazionale di olio di oliva;
  • 52.600 tonnellate sono di origine comunitaria, pari al 35% dell’extravergine in giacenza;
  • 5.418 tonnellate sono le disponibilità di olio extravergine proveniente da Paesi extra Ue.

Mentre i blend, ossia le miscele, rappresentano 9.990 tonnellate.

In 12 mesi, rispetto a settembre 2025:

  • le giacenze di extravergine sono aumentate del 66,9%, passando da 90.017 a 150.203 tonnellate. E l’incremento più marcato riguarda proprio il prodotto Made in Italy, cresciuto del 170,5%, da 30.381 a 82.195 tonnellate;
  • le scorte di Evo di origine Ue sono invece aumentate del 4,7%, mentre quelle di origine extra Ue sono cresciute del 27,4%. I blend registrano un incremento del 95%.

Prendendo però come riferimento l’ultima rilevazione disponibile, la dinamica è diversa. Tra il 31 luglio e il 30 settembre 2026:

  • le giacenze complessive sono scese del 16,4%;
  • quelle di extravergine sono diminuite del 19%;
  • l’Evo italiano è passato da 108.299 a 82.195 tonnellate, con una riduzione di 26.104 tonnellate.

Quanto dell’olio evo presente in Italia è veramente bio, Dop o Igp

Al 30 settembre 2026 le giacenze complessive di olio vergine ed extravergine biologico ammontano a 30.353 tonnellate, in aumento del 114,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In Italia quasi tutto il prodotto biologico in giacenza è extravergine. Le quantità raggiungono 30.175,8 tonnellate, pari al 99,4% del totale biologico. Di queste, 23.549,8 tonnellate sono di origine italiana, equivalenti al 77,6% delle scorte bio.

La Puglia guida ancora una volta questa classifica, con 10.740,1 tonnellate di olio biologico, pari al 35,4% del totale nazionale. Seguono:

  • la Calabria con 6.279,2 tonnellate;
  • la Toscana con 4.206,2 tonnellate;
  • e la Sicilia con 3.430,6 tonnellate.

Il report Frantoio Italia dedica infine una sezione anche agli oli con denominazione di origine protetta (Dop) e indicazione geografica protetta (Igp). In questo caso, al 30 settembre 2026 le giacenze certificate ammontano a 10.744.483 litri, in aumento del 129,5% rispetto ai 4,7 milioni di litri registrati il 30 settembre 2025. Le denominazioni geografiche registrate presenti nel report sono 50, ma la distribuzione delle scorte risulta concentrata:

  • le prime quattro indicazioni rappresentano il 78,2% del totale;
  • mentre le prime venti raggiungono il 98,1%.

La denominazione Terra di Bari occupa il primo posto, con 5.295.782 litri, pari al 49,3% delle giacenze Dop e Igp. Al secondo posto si trova la denominazione Sicilia, con 1.594.594 litri, equivalenti al 14,8%. Seguono:

  • Olio di Calabria, con 843.683 litri;
  • Val di Mazara, con 663.929 litri;
  • Olio di Puglia, con 578.166 litri;
  • il Toscano, con 461.168 litri.

Nel complesso, l’olio Dop e Igp rappresenta il 5,1% delle giacenze nazionali e il 6,6% dell’extravergine detenuto in Italia.

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Un nuovo strumento per tracciare il vero olio italiano, ecco come funzionerà

La filiera dell’olio d’oliva italiano si prepara a diventare più digitale e trasparente grazie al Documento di accompagnamento elettronico olivicolo (Dao), il nuovo strumento introdotto dal ministero dell’Agricoltura (Masaf) per rafforzare la tracciabilità di olive e olio, contrastare le frodi e tutelare il lavoro degli agricoltori. Il sistema punta a rendere più efficaci i controlli sulle movimentazioni dei prodotti, attraverso l’integrazione con il Sistema informativo agricolo nazionale (Sian) e il Registro telematico dell’olio (Rto).

A cosa serve il Dao

La novità è stata annunciata il 9 ottobre 2026 dal ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, che ha sottolineato l’importanza della digitalizzazione per difendere l’eccellenza dell’olio extravergine italiano e garantire maggiore trasparenza ai consumatori.

L’introduzione del Dao:

  • si inserisce nel percorso di modernizzazione dei sistemi di controllo del settore agricolo e punta a rendere più tempestiva e strutturata la registrazione delle operazioni commerciali e produttive;
  • punta a rafforzare la capacità di ricostruire i percorsi dei prodotti, mettendo in relazione le informazioni disponibili nei sistemi informativi nazionali.

In questo modo, i dati relativi alle movimentazioni possono diventare una risorsa più efficace per verificare la coerenza dei flussi e individuare eventuali anomalie. La digitalizzazione, in questo contesto, non riguarda soltanto la raccolta dei dati, ma anche la possibilità di utilizzarli per programmare i controlli in modo più mirato.

È importante precisare che il Dao rafforza la tracciabilità documentale, ma non equivale, da solo, a una certificazione automatica della qualità dell’olio o della sua origine italiana. Questo perché la capacità di dimostrare la provenienza dipende anche dall’attendibilità delle informazioni registrate e dagli ulteriori controlli previsti dalla normativa.

Come funzionerà la tracciabilità digitale dell’olio

Il nuovo sistema interesserà in particole le principali movimentazioni di olive, olio sfuso e olio confezionato. Ogni operazione sarà registrata digitalmente, consentendo di disporre di informazioni più aggiornate sui passaggi dei prodotti all’interno della filiera olivicola. E con le informazioni disponibili in maniera tempestiva e coerente, si potranno così ricostruire ricostruire i flussi e individuare eventuali discrepanze tra i quantitativi dichiarati e quelli movimentati.

Il provvedimento del Masaf si propone infatti di:

  • rendere più efficiente il lavoro delle imprese, riducendo i tempi previsti per alcune registrazioni e favorendo una gestione più ordinata degli adempimenti;
  • contribuire a superare una gestione frammentata delle informazioni, rendendo i dati più utili sia per le aziende sia per gli organi di controllo.

Di conseguenza, in una filiera nella quale le operazioni risultino maggiormente documentate, anche le verifiche potranno essere organizzate sulla base di elementi informativi più completi.

Cosa cambia per chi vende e per chi acquista

Chi movimenta olive, olio sfuso o olio confezionato dovrà prestare attenzione alla corretta registrazione delle operazioni nel Dao entro i termini previsti (che scendono da sei a tre giorni secondo quanto stabilito dal provvedimento). Nel dettaglio:

  • per produttori, frantoi, confezionatori e commercianti, il nuovo sistema può facilitare la ricostruzione dei passaggi del prodotto e contribuire a individuare eventuali incongruenze nei flussi. Le aziende che operano correttamente potranno beneficiare di una maggiore trasparenza della filiera e di strumenti più efficaci per contrastare le frodi e tutelare il valore delle proprie produzioni (anche se sarà importante adeguare le procedure interne agli obblighi applicabili e seguire le istruzioni operative previste per il Dao);
  • per chi acquista olio, invece, il vantaggio atteso consiste soprattutto in una maggiore capacità di controllo sulla provenienza e sulle movimentazioni dei prodotti commercializzati. Questo può contribuire a proteggere i consumatori da pratiche ingannevoli e a rafforzare la fiducia nelle informazioni fornite dalle aziende, senza però trasformare il Dao in una certificazione automatica dell’origine italiana o della qualità dell’olio. Al momento dell’acquisto restano quindi importanti le indicazioni in etichetta, la provenienza dichiarata e le eventuali certificazioni di qualità, come Dop e Ipg.

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Al via la raccolta di castagne, ma quest’anno costeranno il doppio: i prezzi aggiornati

La raccolta delle castagne italiane entra nel vivo, ma il 2026 si preannuncia come un’annata complicata per la produzione, con quantità in calo e prezzi più alti. Secondo le prime stime di Coldiretti, il raccolto dovrebbe registrare una flessione di circa il 25% rispetto al 2025, soprattutto a causa delle temperature elevate e della siccità che hanno caratterizzato i mesi estivi. Una situazione che ha rallentato lo sviluppo dei ricci e ridotto le rese, senza compromettere, almeno secondo le prime valutazioni dei produttori, la qualità del prodotto.

Anche per questi motivi, i dati di mercato confermano una crescita delle quotazioni rispetto allo scorso anno.

Prezzi delle castagne 2026, quanto costano al chilo

Come riportano le rilevazioni di Ismea, a ottobre 2026 il prezzo medio delle castagne è di 3,50 euro al chilo, in aumento del 46,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Anche se si tratta di una cifra indicativa – che può variare in base alla provenienza e al canale di vendita – questa ci permette comunque oggi di comprendere l’andamento del mercato. A conferma del fatto che non esiste un prezzo unico per tutti i territori e per ogni tipologia di prodotto, nell’Aretino produttori e operatori commerciali segnalano quotazioni che possono raggiungere i 6 euro al chilo.

Infatti, le quotazioni all’ingrosso non coincidono necessariamente con quelle applicate ai consumatori, mentre i marroni, generalmente più grandi e destinati anche a preparazioni gastronomiche specifiche, possono raggiungere valori superiori rispetto alle castagne comuni.

Secondo le testimonianze raccolte sul territorio:

  • le castagne di dimensioni più piccole vengono acquistate dai commercianti a circa 4-4,50 euro al chilo;
  • i marroni possono raggiungere i 5-5,50 euro al chilo;
  • nella successiva rivendita all’ingrosso, i prezzi salgono indicativamente a 5 euro al chilo per le castagne più piccole e a 5,50-6 euro per quelle di dimensioni maggiori.

Anche i produttori che vendono direttamente al pubblico indicano prezzi intorno ai 6 euro al chilo per i marroni. Non si tratta, però, di un aumento generalizzato e identico in tutta Italia. In alcune aree, gli operatori riferiscono che le quotazioni sono rimaste sostanzialmente stabili rispetto alle precedenti annate, nonostante il calo della produzione.

Cosa minaccia la raccolta delle castagne

Il principale fattore che condiziona il mercato nel 2026 è la riduzione della produzione a causa delle temperature elevate. La mancanza di precipitazioni durante l’estate ha infatti inciso sullo sviluppo dei frutti. Il caldo eccessivo può compromettere la crescita delle castagne all’interno dei ricci, riducendone il numero e, in alcuni casi, le dimensioni. Il risultato è una minore disponibilità di prodotto da destinare ai mercati, proprio nel periodo in cui riparte la domanda legata ai consumi autunnali.

Inoltre, anche la presenza dei ricci non garantisce automaticamente un raccolto abbondante, perché occorre verificare quanti frutti si siano sviluppati correttamente e quale sia la loro qualità commerciale.

Le prime indicazioni sono comunque positive sotto il profilo qualitativo. Nonostante la riduzione delle quantità, i produttori si aspettano castagne e marroni di buona qualità, anche se in alcune zone la pezzatura potrebbe essere mediamente più piccola.

Tuttavia, per il mercato la combinazione tra minore offerta e qualità elevata potrebbe spingere al rialzo le quotazioni, soprattutto per le varietà più pregiate.

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Perché gli Stati Uniti hanno chiesto di inviare uova dall’Italia

Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Italia di fornire uova per far fronte all’aumento dei prezzi che, dopo la crisi nel 2025, hanno registrato un’impennata senza precedenti. Alla base dell’emergenza americana soprattutto i focolai di influenza aviaria, che avevano provocato la perdita di milioni di galline ovaiole, riducendo l’offerta proprio mentre le famiglie continuavano ad acquistare un alimento fondamentale nella loro dieta.

A chi si sono rivolti gli Usa in Italia per superare la crisi delle uova (e perché l’hanno fatto)

Nel marzo 2025, l’amministrazione statunitense ha contattato diversi Paesi per aumentare le forniture di uova e contenere l’aumento dei prezzi sul mercato interno. Tra i territori interpellati figuravano il Veneto e la Danimarca, mentre altri accordi o iniziative di importazione hanno coinvolto Paesi come la Turchia e la Corea del Sud.

La richiesta rivolta al Veneto non è stata casuale, poiché si tratta della prima regione in Italia per produzione di uova, con circa 2 miliardi di esemplari all’anno, pari al 26% del totale nazionale. La richiesta americana è arrivata in un momento politicamente delicato. Donald Trump era tornato alla Casa Bianca da meno di due mesi, dopo aver promesso durante la campagna elettorale di ridurre il costo della vita e dei generi alimentari, e proprio le uova, diventate progressivamente più care, erano state utilizzate anche come argomento di scontro politico con la precedente amministrazione di Joe Biden.

Quando i prezzi hanno continuato a salire, quindi, il tema si è trasformato in un problema anche per il nuovo governo.
La crisi aveva raggiunto dimensioni tali che alcuni supermercati americani avevano introdotto limiti agli acquisti, mentre la catena di ristoranti Waffle House aveva applicato un supplemento di 50 centesimi per ogni uovo servito. La ricerca di fornitori esteri risponde quindi all’esigenza di aumentare la disponibilità di prodotto per provare a ridurre la pressione sui prezzi.

Cosa è successo negli Stati Uniti

La causa principale della crisi americana è stata l’influenza aviaria, un’infezione virale che ha colpito duramente gli allevamenti, imponendo l’abbattimento di milioni di galline ovaiole. Dal 2022, l’epidemia ha provocato perdite enormi nel patrimonio avicolo statunitense e ha ridotto la capacità produttiva proprio in un mercato caratterizzato da consumi elevati.

E come in ogni altro mercato, quello che succede è che quando un bene diminuisce drasticamente, se la domanda rimane elevata, il prezzo tende a salire, soprattutto quando non esistono scorte sufficienti per compensare rapidamente il calo dell’offerta.

La reperibilità è stata fin da subito un problema, ma il fenomeno è diventato particolarmente evidente nei primi mesi del 2025. Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics, il prezzo medio di una dozzina di uova è passato da 4,25 dollari nel dicembre 2022 a 4,82 dollari nel gennaio 2023, fino a raggiungere il picco di 6,23 dollari nel marzo 2025. In alcune situazioni, una confezione da dodici è arrivata a costare circa 8 dollari.

Considerando anche la centralità che le uova hanno nella dieta americana, l’impatto sui consumatori è stato evidente, tanto che a risentirne è stato prima di tutto il budget delle famiglie destinato alla spesa alimentare. L’impossibilità di riportare rapidamente i prezzi a livelli più bassi ha quindi reso necessario cercare soluzioni alternative, comprese le importazioni.

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Quali sono le regioni con più scorte di vino in Italia, la classifica: chi vince tra Nord e Sud

Nelle cantine italiane risultano a oggi presenti oltre 41 milioni di ettolitri di vino, il 14,2% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Lo confermano i dati del report Cantina Italia, pubblicati dal ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (Masaf) il 9 ottobre 2026.

Tuttavia, dall’analisi emerge una distribuzione delle giacenze tutt’altro che equilibrata. Nonostante i circa 23.600 operatori sparsi in tutta la penisola, infatti, oltre il 57% delle scorte di vino si concentra solo in alcune regioni.

La classifica delle regioni italiane con più scorte di vino

Al 30 settembre 2026, il Veneto è la regione italiana con il maggior quantitativo di vino in giacenza. Con oltre 10,2 milioni di ettolitri, questo territorio beneficia del peso delle produzioni legate al Prosecco e di altre importanti denominazioni. Le cantine qui primeggiano in quanto a scorte soprattutto se si considera la distanza rispetto alle altre regioni. Basti pensare che la Toscana, seconda in classifica, si ferma a circa 5,1 milioni di ettolitri. Le sue scorte sono per la maggior parte dei casi produzioni a denominazione di origine protetta. I vini Dop nelle cantine – tra cui Chianti e Chianti Classico – raggiungono infatti i 3.228.140 ettolitri, mentre quelli a indicazione geografica protetta (Igp) risultano essere in quantità pari a 1.498.107 ettolitri.

A seguire, in graduatoria, si posizionano:

  • Emilia-Romagna, con 3.914.062 ettolitri;
  • Puglia, con 3.913.879 ettolitri;
  • Piemonte, con 3.731.848 ettolitri;
  • Sicilia, con 2.717.353 ettolitri;
  • Abruzzo, con 2.137.462 ettolitri;
  • Lombardia, con 2.076.504 ettolitri;
  • Trentino Alto Adige, con 2.056.085 ettolitri;
  • Friuli Venezia Giulia, con 1.609.827 ettolitri;
  • Campania, con 907.804 ettolitri;
  • Marche, con 756.033 ettolitri;
  • Lazio, con 610.229 ettolitri.

Chiudono la classifica:

  • Sardegna, con 443.844 ettolitri;
  • Umbria, con 428.210 ettolitri;
  • Calabria, con 138.369 ettolitri;
  • Basilicata, con 125.935 ettolitri;
  • Molise, con 103.111 ettolitri;
  • Liguria, con 43.036 ettolitri;
  • Valle d’Aosta, con 26.797 ettolitri.

Nord vs Sud: dove si concentra il vino italiano?

Nel complesso:

  • il Nord detiene 23.669.334 ettolitri di vino, pari al 57,7% delle giacenze nazionali;
  • il Sud Italia custodisce invece 7.326.560 ettolitri, pari al 17,9% del totale (una quota sostenuta soprattutto dalla Puglia, dalla Sicilia e dall’Abruzzo);
  • il Centro raggiunge 6.883.017 ettolitri, equivalenti al 16,8%, grazie soprattutto alla Toscana;
  • le Isole, considerate separatamente, totalizzano 3.161.198 ettolitri, pari al 7,7%, con la Sicilia davanti alla Sardegna.

Le province con più giacenze

Il primato del Veneto è confermato anche dall’analisi provinciale. Infatti:

  • Treviso è la provincia con le maggiori scorte, con 4.603.697 ettolitri (l’11,2% delle giacenze nazionali);
  • segue Verona, con 3.498.991 ettolitri (l’8,5% delle giacenze nazionali).

Le due province, da sole, superano gli 8,1 milioni di ettolitri, una parte determinante delle giacenze regionali. Treviso è particolarmente rilevante per la filiera del Prosecco, mentre Verona ospita importanti produzioni, tra cui quelle della Valpolicella.

A completare la top 10 delle province con più vino in cantina troviamo:

  • Cuneo, con 2.049.103 ettolitri (5,0%);
  • Siena, con 2.006.479 ettolitri (4,9%);
  • Chieti, con 1.692.443 ettolitri (4,1%);
  • Trento, con 1.573.382 ettolitri (3,8%);
  • Firenze, con 1.446.390 ettolitri (3,5%);
  • Trapani, con 1.287.099 ettolitri (3,1%);
  • Ravenna, con 1.066.414 ettolitri (2,6%);
  • Brescia, con 967.984 ettolitri (2,4%).

Quali vini sono più presenti nelle cantine italiane

Oltre alla distribuzione geografica, il report permette di comprendere quali tipologie di vino costituiscono la maggior parte delle giacenze nazionali. E in questo caso:

  • la componente più consistente è rappresentata dai vini Dop, con 23.292.160 ettolitri, pari al 56,8% del totale;
  • seguono i vini Igp, con 10.384.623 ettolitri, equivalenti al 25,3%;
  • i vini da tavola e gli altri vini raggiungono 6.665.192 ettolitri, ossia il 16,2%, mentre i vini varietali rappresentano una quota marginale, pari all’1,7%, con 698.135 ettolitri.

Anche all’interno delle singole categorie:

  • tra i vini Dop, i rossi raggiungono 12.133.807 ettolitri, i bianchi 10.435.195 ettolitri e i rosati 723.158 ettolitri;
  • per i vini Igp, i rossi ammontano a 5.872.466 ettolitri, i bianchi a 4.098.514 ettolitri e i rosati a 413.642 ettolitri.

Cosa succede se il vino in cantina non viene venduto?

Un accumulo di vino nelle cantine non è necessariamente una cattiva notizia in assoluto, ma rappresenta un campanello d’allarme. Numeri a confronto, se si tiene conto del fatto che al 30 settembre 2025 le giacenze di vino in Italia ammontavano a 35.952.457 ettolitri, rispetto ai 41.040.109 ettolitri di quest’anno l’incremento delle scorte è stato oltre 5 milioni di ettolitri (+14,2%) nel 2026.

Per il settore vitivinicolo, un aumento delle giacenze richiede attenzione perché può influire sull’equilibrio tra disponibilità di prodotto, domanda e prezzi. Questi dati, da soli, non sono però sufficienti per concludere che esista un eccesso strutturale di offerta. Tutto dipende infatti anche dalle vendite, le esportazioni, i prezzi medi, i volumi della nuova produzione e le prospettive dei diversi segmenti di mercato.

Quando il vino non riesce a trovare sbocchi commerciali e le bottiglie o i grandi contenitori restano pieni, la filiera si trova a fronteggiare criticità come costi di gestione e una conseguente erosione dei margini di guadagno che spesso costringe i produttori a svendere il prodotto per fare cassa, con il rischio di svalutare l’intera denominazione.

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