Mearsheimer, Caracciolo, e i realisti che chiamano geopolitica la resa a Putin

Nell’altro articolo che la Linea pubblica oggi si legge cosa prevede lo «Scenario buono» per il 2036 presentato dall’oligarca Konstantin Malofeev al Forum economico di San Pietroburgo: presa di Odesa e Kharkiv, riduzione dell’Ucraina a uno Stato-moncone vassallo di Mosca, crisi dell’americanocentrismo e disgregazione dell’Unione europea. La domanda più interessante, oggi, non è chi condivida questo programma a Mosca, ma quanti lavorino ormai – per ideologia, per fatalismo accademico o per puro calcolo personale – a realizzarlo in Occidente o a disegnarne la mappa.
Non c’è solo la pattuglia dei propagandisti militanti: ex militari americani come Douglas Macgregor o Scott Ritter, che definiscono Odesa «città russa» e auspicano apertamente la marcia su Kyjiv, o intellettuali europei come il demografo francese Emmanuel Todd, che all’Accademia delle Scienze di Mosca celebra la vittoria della Russia «conservatrice e rassicurante» sull’Unione europea prossima all’implosione. E non ci sono soltanto i prescrittivi della resa immediata, da Jeffrey Sachs che dalle colonne della Tass intima a Kyjiv di cedere subito se non vuole perdere tutta la costa del Mar Nero, fino alle nostre caricature mediatiche, da Marco Travaglio a Michele Santoro, da Angelo D’Orsi ad Alessandro Di Battista, da Elena Basile a Ginevra Bompiani e compagnia bella.
Il caso intellettualmente più insidioso riguarda chi non si dichiara affatto filorusso, ma pretende di limitarsi a descrivere la realtà in nome della scienza politica o della geopolitica. I due campioni di questa scuola, sulle due sponde dell’Atlantico, sono il politologo dell’Università di Chicago John Mearsheimer e il direttore di Limes Lucio Caracciolo.
Partono da premesse opposte sulla natura del regime russo: Mearsheimer nega che Putin volesse conquistare l’Ucraina e ricostruire un impero e attribuisce la guerra soprattutto all’Occidente e alla Nato, pur ammettendo che a invadere è stato Putin. Caracciolo riconosce la radice imperiale del mito della Novorossija da Kharkiv a Odesa, la tratta come un dato eterno della storia russa. Eppure sul quadro finale combaciano: un’Ucraina ridotta a Stato residuo disfunzionale, «dysfunctional rump state», nelle parole di Mearsheimer; una Russia che prevale e un’Europa senza peso strategico che, per Caracciolo, non essendo un soggetto geopolitico unico, non può avere alcun ruolo. Non è identità di programma, è identità di mappa.
Nel caso di Caracciolo, il corto circuito di questo metodo è palese. Fino alla vigilia del 24 febbraio 2022 scriveva che Vladimir Putin «non attaccherà l’Ucraina (checché ne dicano gli Usa)», perché marciare su Kyjiv sarebbe stato un suicidio strategico. Dal giorno successivo, quella stessa invasione prima giudicata folle è diventata, per magia deterministica, una guerra che «la Russia non può perdere» e in cui l’Ucraina, definita «un’invenzione di Lenin e Stalin» dalla vaga identità, è condannata per legge demografica e geografica alla disfatta.
Prevedere non è volere. Ma una previsione ripetuta per anni, che dalle riviste passa ai consigli a Kyjiv di cedere, smette di essere pura descrizione; e quando sbaglia sul punto decisivo, come accadde a Caracciolo alla vigilia del 24 febbraio, il metodo andrebbe messo in discussione, non rivenduto come lucidità.
Non stupisce che quattro firme storiche del comitato scientifico e redazionale di Limes – Federigo Argentieri, Franz Gustincich, Giorgio Arfaras e il generale Vincenzo Camporini – si siano dimesse denunciando una deriva «filorussa e antieuropeista». Camporini ha colto il punto teorico decisivo: «La geopolitica senza etica e senza diritto internazionale diventa pura contabilità della forza».
Oggi quella «contabilità della forza» dei realisti di cattedra ha trovato il suo braccio esecutivo nel transazionalismo di Donald Trump. Che non è nemmeno più un realismo spregiudicato: il realista classico sacrifica la solidarietà internazionale in nome dell’interesse nazionale e della tenuta delle alleanze nel lungo periodo; il transazionalista sacrifica tutti e due – l’interesse internazionale e quello nazionale americano – sull’altare del prossimo sondaggio, del prossimo affare, del prossimo turno elettorale. Non è soltanto una politica senza ideali: è una politica senza Stato, privatizzata ad uso del leader.
I fatti di queste settimane lo mostrano. Il 9 ottobre, dopo una telefonata con Putin e a pochi giorni dal voto di metà mandato del 3 novembre, Trump ha sospeso fino ad aprile le sanzioni sul gasolio russo per frenare i prezzi alla pompa. Il giorno dopo ha chiesto apertamente che l’Ucraina si trovi un nuovo presidente, accusando gli attacchi di Kyjiv alle raffinerie russe di far salire il prezzo del carburante. Il 16 ottobre, con un ordine esecutivo che invoca l’interesse nazionale, ha congelato dazi e nuove sanzioni previsti dalla legge Graham. Mosca ha parlato di momento storico. Il cerchio si chiude: la dottrina imperiale del Cremlino, il mercantilismo privato della Casa Bianca e il determinismo geopolitico dei nostri analisti convergono sullo stesso punto, cancellare la libertà dei popoli e il diritto internazionale come fastidiosi ostacoli al negozio tra i forti. I nazionalisti russi lo chiamano «Scenario buono», Trump lo chiama «deal», i nostri geopolitici lo chiamano «realtà». Ma la mappa che ci mettono davanti è sempre la stessa.
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