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Militari in città, ma che cosa possono fare in concreto? L’operazione Strade sicure e l’insicurezza dei soldati

Per fronteggiare l’emergenza di Milano, dovuta agli scontri tra manifestanti violenti e polizia, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha deciso di inviare i rinforzi, 500 militari. Ma dopo un confronto tra Chigi e il Colle si è deciso di non assegnare a questi soldati gli stessi poteri dei poliziotti. Il rischio ora è che in pericolo siano proprio questi militari e che il loro apporto sia inutile, visto che non potranno disporre di taser, manette e sparay urticanti per difendersi da eventuali attacchi. I 500 militari rientrano quindi nella quota di rinforzi della legge istituita dal quarto governo Berlusconi e denominata appunto “Strade sicure“. Attualmente ci sono 6.800 militari impegnati in questo servizio in tutta Italia, ai quali si aggiungeranno i 500 destinati a Milano.

Cosa possono fare? Sono due – riporta Il Corriere della Sera – le linee di intervento affidate ai militari di Strade sicure: la difesa “statica” di obiettivi sensibili (come le ambasciate) e il monitoraggio dinamico del territorio tramite pattugliamento a piedi, solo in affiancamento degli agenti di pubblica sicurezza (carabinieri, poliziotti, agenti della guardia di finanza). In entrambi i casi i militari sono a disposizione dell’autorità di pubblica sicurezza (prefetto e questore). Come gli altri agenti di pubblica sicurezza, possono identificare e controllare le generalità. Possono perquisire sul posto, ma solo in caso di fondato sospetto che un soggetto sia in possesso di armi, munizioni, esplosivi.

Cosa non possono fare? Non essendo agenti di polizia giudiziaria, i militari non possono ricevere querele e denunce, non possono né svolgere indagini né interrogare, non possono cercare droga o refurtiva o altri corpi di reato in una perquisizione personale. Devono svolgere il proprio ruolo congiuntamente alle forze di polizia.

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“Così le manifestazioni pacifiche potrebbero degenerare rapidamente”. Cortei a Milano e in tutta Italia, scatta l’alert dell’ambasciata Usa

“Proteste, dimostrazioni e raduni potrebbero verificarsi in tutta Italia nei prossimi giorni. Le recenti dimostrazioni a Milano e Bologna hanno portato a saccheggi e scontri violenti. Altri dimostranti potrebbero riunirsi nelle piazze del centro città e vicino alle principali stazioni ferroviarie. Anche le dimostrazioni pensate per essere pacifiche possono degenerare rapidamente. Le autorità locali potrebbero aumentare le misure di sicurezza, inclusi blocchi stradali, restrizioni al traffico o un maggior numero di agenti di polizia nelle zone dove si svolgono le dimostrazioni. Ci si aspetta un maggiore spiegamento di polizia intorno ai siti turistici, i nodi di trasporto e le scuole”. Questo è l’alert postato dall’ambasciata Usa in Italia.

“Credo che i giovani debbano essere non solo rispettati, aiutati anche a superare dei momenti di difficoltà e di crisi e anche a tenerli lontani da fenomeni di illegalità. Purtroppo abbiamo visto che nelle situazioni in particolare del Nord Italia tra coloro che hanno distrutto negozi, distrutto beni pubblici c’erano tantissimi minorenni. Siamo preoccupati per loro, per l’educazione che gli è stata data, per l’assenza evidentemente di principi, di regole che devono rispettare”. Lo afferma il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida a Tg2 Post sulle nuove misure sulla sicurezza prese dal governo anche in vista delle manifestazioni previste per sabato prossimo.

“Tutta la comprensione possibile per i ragazzi, però chi sbaglia, chi danneggia i beni degli altri non può restare impunito. Questo vale per gli adulti e io credo in termini pedagogici valga anche per i ragazzi, con sanzioni commisurate ovviamente non solo al crimine ma anche che tengano conto dell’età dei di chi le commette”, conclude Lollobrigida.

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Grecia, 10mila in piazza ad Atene per istruzione e alloggi: “Investite nella scuola”

Anche in Grecia studenti, docenti, lavoratori e pensionati sono scesi in piazza per protestare. L’aumento del costo della vita, compreso l’incremento dei prezzi del carburante, e la rabbia per le condizioni delle scuole e la mancanza di alloggi a prezzi accessibili per gli studenti stanno alimentando le proteste in tutta Europa. “Dalla Grecia alla Francia, investite nell’istruzione”, riporta uno striscione esposto durante la protesta ad Atene, dove oggi 10mila persone hanno sfilato pacificamente fino alla sede del Parlamento. Per timore dei disordini, circa tremila agenti sono stati impiegati in strada, ma non ci sono state segnalazioni di incidenti rilevanti.

Decine di tende sono state montate a piazza Syntagma, in protesta per l’aumento dei costi degli alloggi. Tra le principali richieste dei manifestanti ci sono anche l’aumento dei finanziamenti statali per portare la spesa dedicata all’istruzione al 5% del Pil, la copertura di migliaia di posti vacanti o precari tra gli insegnanti e il miglioramento delle infrastrutture scolastiche. Le mobilitazioni si sono svolte con la partecipazione di federazioni scolastiche, sindacati, associazioni e comitati studenteschi. Non si è mobilitata solo la Capitale, ma anche altre città importanti come Salonicco, dove hanno partecipato circa duemila persone, Patrasso, con tremila manifestanti, ed erano in tanti anche a Larissa, Volos e a Creta, come riporta Ert News.

Le manifestazioni in Grecia spesso sfociano in episodi di violenza, e i negozi e i bar lungo il percorso hanno abbassato le saracinesche d’acciaio per proteggersi dalla possibilità che le vetrine venissero sfondate. Secondo Ert News, l’unico episodio di violenza registrato è nella zona di Omonia, dove un gruppo di uomini incappucciati avrebbe atteso i manifestanti. Alcuni minorenni hanno lanciato pietre contro una squadra antisommossa della polizia, provocando l’arresto di quattro persone. La polizia ha risposto con granate stordenti e ha respinto i ribelli verso le strade circostanti. A Salonicco sono attualmente occupate 18 scuole, mentre a Cania 21 e in tutta la Macedonia Centrale il numero sale a 30. Dopo le recenti mobilitazioni nel resto d’Europa, l’allerta resta alta, anche perché da parte dei manifestanti non mancano i riferimenti alle altre piazze del Continente. Tra striscioni e palloncini che chiedono “diritto al sapere, diritto al futuro”, spunta anche qualche cartellone con la scritta in francese “studiare o sopravvivere”.

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Giorgia Meloni “non contraria” al divieto social per i minori. Opposizioni: “Stupiti, lo blocca da un anno. Teme Trump e Big Tech?”

Giorgia Meloni non dice di essere favorevole al divieto social per i minori di 14 anni. Però “non è contraria e ostile”, mentre esplodono proteste in piazza e il governo teme interferenze straniere, grazie ad internet e alle piattaforme tecnologiche. Avrebbe potuto approvare un decreto legge, lascia trapelare su Repubblica, ma preferisce lasciare mano libera al Parlamento sul ban per giovanissimi. Eppure, da circa un anno il governo non consegna i pareri ministeriali alla Commissione del Senato. Senza quei documenti, il disegno di legge 1.136 incardinato a Palazzo Madama, non può essere approvato dal Parlamento. Infatti è bloccato da un anno, malgrado sia firmato da Fratelli d’Italia e sostenuto da anche dalle opposizioni. Da mesi il Movimento 5 stelle indizia Giorgia Meloni di congelare il divieto social per non irritare Donald Trump e i colossi tecnologici statunitensi. La senatrice pentastellata Barbara Floridia ricorda la misura ferma da circa un anno e pone la domanda alla premier: “Forse teme di pestare i piedi alle Big Tech e quindi a Trump?”. Un sospetto espresso dalla collega di palazzo Madama Marianna Madia (Italia Viva) sulle pagine di Repubblica il 28 aprile scorso.

Il timore: interferenze straniere, grazie alle piattaforme, per alimentare le contestazioni

Ora, secondo il quotidiano diretto da Stefano Cappellini, i massimi vertici del governo discutono sul ban tecnologico per i minori, anche perché “è sempre più chiaro che una qualche forma di regia esterna potrebbe aver mosso i giovani in piazza”. Ieri anche il ministro Guido Crosetto ha sostenuto la teoria della disinformazione russa sui social come fattore delle contestazioni violente. Oggi, secondo il Financial Times, le autorità europea hanno aperto un’indagine sul ruolo della propaganda straniera nel fomentare manifestazioni in Francia e in Italia. A Bruxelles e Roma sospettano interferenze dall’estero, una guerra ibrida per manipolare le giovani menti europee. Dunque palazzo Chigi auspica un emendamento parlamentare al Decreto sicurezza approvato dal governo, durante la procedura di conversione in legge, per difendere i minori dalla propaganda online.

La senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni, interpellata da ilfattoquotidiano.it, rilancia verso le opposizioni l’invito di Meloni: il ddl “può essere votato o inserito con un emendamento nel Decreto sicurezza che andrà in Aula”, dichiara la parlamentare. La proposta include l’abbassamento della soglia d’età per l’ingresso nei social network. Il provvedimento n. 1136 incardinato al Senato prevede 15 anni, l’asticella “più appropriata”, secondo la senatrice. Ma considerando “l’ampio consenso delle forze parlamentari sulla soglia dei 14 anni, procediamo pure in questa direzione”. Alla modifica parlamentare è favorevole Casa Riformista con Marianna Madia, co-firmataria del divieto social fermo a Palazzo Madama: presenteremo “subito un emendamento all’ultimo Decreto sicurezza, e chiederemo di firmarlo a tutti gli altri gruppi parlamentari. Capiremo allora quale sarà la vera disponibilità della presidente Meloni”, annuncia la deputata. Che si dice “sbalordita dalle parole della presidente Meloni”, giudicato come uno “smaccato tentativo di rimediare a un ritardo di cui porta tutta la responsabilità”.

Mennuni (FdI) rilancia la proposta di Meloni: “Votare il ddl o un emendamento”. Malpezzi: “Pd l’ha proposto a marzo, richiesta respinta”

Ora Meloni e Fratelli d’Italia aprono all’emendamento con il divieto social a tutela dei minori. Ma “il partito democratico ha più volte presentato la modifica in Parlamento per dare via libera al ban, e ci è sempre stato detto che è inammissibile”, dice a ilfattoquotidiano.it Simone Malpezzi. Il testo della senatrice Pd è giunto a fine marzo per correggere un altro pacchetto sicurezza presentato dal governo, dopo l’esortazione del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ad approvare lo stop per l’accesso alle piattaforme da parte dei giovanissimi. La prof accoltellata da un tredicenne in una scuola di Trescore, in provincia di Bergamo, aveva scosso l’opinione pubblica occupando le cronache dei quotidiani e dei talk show. “L’emendamento è stata anche mossa per provocare Meloni”, scoprendo il suo bluff sul divieto social, aggiunge l’esponente dem. Ora il Pd voterebbe l’emendamento al nuovo Decreto sicurezza? “Non so cosa farà il partito”, dice Malpezzi rilanciando la palla nel campo di palazzo Chigi. “Piuttosto, Meloni per l’ennesima volta si dice ‘non contraria’. Ma allora, chi è contrario nel suo governo? Ci dica cosa vuole fare l’esecutivo”, conclude la senatrice.

Floridia (M5s): “Prima il governo finanzi l’educazione digitale nel Decreto scuola”

“Stiamo lavorando al Decreto scuola e abbiamo proposto un emendamento per finanziare l’educazione digitale nelle scuole”, dice Barbara Floridia a ilfattoquotidiano.it. “Noi l’abbiamo introdotta, ora vediamo cosa farà il governo la prossima settimana”, prosegue la senatrice. Il Movimento 5 stelle sarebbe favorevole a votare il divieto social come emendamento al ddl sicurezza, come chiesto da Meloni e rilanciato da Lavinia Mennuni? “Dipende dall’emendamento – risponde Floridia – Sostenerlo o astenersi, per votare contro il Decreto sarebbe la strada da percorrere”, avvisa la pentastellata. “Ma non ha senso votare nulla se non finanzieranno l’educazione digitale a scuola per i più giovani”, prosegue la senatrice. Che lancia la stoccata sull’agenda di Meloni: “Ci stiamo occupando del burqa, nel decreto Scuola, mentre ragazzini di 11 o 12 anni manifestano in modo violento. Quali sono le priorità del governo?”.

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Le proteste bloccano il calcio in Francia, è emergenza per l’ordine pubblico: tre partite rinviate, altre a rischio

Gli annunci di nuove manifestazioni e nuove proteste per il carovita nel prossimo fine settimana costringono la Francia a prendere i primi provvedimenti anche nello sport. E se sabato scorso, 17 ottobre, nessun evento sportivo era stato condizionato dai disordini nelle varie città francesi, per il weekend che sta per arrivare sono già tre le partite di calcio rinviate: una di Ligue 1, una di Ligue 2 e una di Regional 1 (sesta divisione), che riguarda il Bordeaux, ripartito dopo il fallimento. Le tre partite in questione sono: Tolosa–Troyes per quanto riguarda la massima serie, Montpellier–Red Star per quanto riguarda la Ligue 2 e Girondins de Bordeaux–Stade Montois per quanto riguarda la sesta serie. E altre sono a rischio.

Il match di Ligue 1 era previsto per sabato pomeriggio alle 17:15 e si giocherà invece l’indomani, alla stessa ora. La sfida che riguarda il Montpellier invece è stata spostata da sabato alle 14 a lunedì alle 20:45, in contemporanea con la cerimonia del Pallone d’Oro, mentre il match di sesta divisione che però riguarda il Bordeaux, squadra blasonata, è stato spostato da sabato pomeriggio a domenica alle 15. Le tre sfide sono state rinviate per decisioni delle Prefetture di competenza, con i club che hanno comunicato che i match sono stati spostati perché “non è possibile garantire pienamente le necessarie misure di sicurezza per la partita“.

Per quanto riguarda il match del Tolosa, che essendo di Serie A muoverà un numero maggiore di persone, L’Équipe ha riportato che “Sebbene non sia considerato ad alto rischio, l’organizzazione di un evento con una folla così numerosa richiede l’impiego di forze di sicurezza interne e di agenti della polizia municipale. La prefettura dell’Alta Garonna ringrazia la Lega Calcio Professionistica per questa decisione “. Anche la partita di Ligue 1 tra Lens e Paris FC, in programma sabato sera, è tenuta sotto stretta osservazione. La necessità di intervento delle forze dell’ordine per le manifestazioni nei pressi di Lille potrebbe portare al rinvio dell’incontro. La prefettura dovrebbe prendere una decisione nelle prossime ore. A Saint-Étienne, dove è in programma la partita contro il Nantes per sabato sera, la prefettura ha deciso di confermare l’incontro, vietando però la trasferta ai tifosi del Nantes.

Una situazione che inevitabilmente, dopo l’ultimo weekend di fuoco, incide quindi anche sul calcio e che Rmc Sport giustifica attraverso i dati. Come riportato dal quotidiano francese infatti in una stagione di calcio professionistico, secondo le cifre del 2025, sono più di 60mila le forze dell’ordine schierate per garantire la sicurezza delle partite ogni fine settimana. Nella stagione 2023-2024, in 47.812 erano stati impiegati all’interno degli stadi di Ligue 1 e Ligue 2.

Intanto il governo francese ha risposto alle proteste con nuove misure repressive. Il primo ministro francese, Sébastien Lecornu, ha annunciato di aver chiesto ai prefetti di “decretare alcuni coprifuoco“. Una decisione presa nell’ambito del caos, delle devastazioni e dei saccheggi seguiti alle manifestazioni di sabato contro il carovita a Parigi e in diverse città di Francia, tra cui Marsiglia, Lione e Bordeaux.

Il rinvio delle partite e le restrizioni imposte dalle autorità confermano come le tensioni sociali in Francia stiano avendo ripercussioni sempre più ampie, coinvolgendo anche il mondo dello sport. Con nuove manifestazioni attese nei prossimi giorni, resta alta l’attenzione sull’ordine pubblico e sulla sicurezza di tifosi e cittadini. Le prossime ore saranno decisive per capire se altri incontri subiranno modifiche, mentre il governo cerca di contenere una protesta che continua a mettere sotto pressione il Paese, esattamente come successo in Italia nell’ultimo fine settimana. Qui l’unica partita che potrebbe essere a rischio sarebbe quella tra Inter e Fiorentina di domenica alle 12:30, considerando che le proteste di ampia portata fin qui sono circoscritte alla sola città di Milano. Ma l’ipotesi rinvio a oggi non è contemplata, anche se a Milano è atteso un altro weekend movimentato.

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Vertice in prefettura dopo gli scontri di Milano. Sala: “Serve repressione, bene i 500 militari in città”. Piantedosi: “Nessuna evidenza che i giovani fossero manovrati dall’esterno”

Saranno 500 i militari in più che Matteo Piantedosi manderà a Milano, dopo gli scontri dello scorso fine settimana. Lo ha confermato il ministro dell’Interno durante la riunione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica in prefettura. I soldati, ha spiegato Piantedosi, “avranno la massima mobilità sul territorio, come già avviene” in altre città come Roma. Per quanto riguarda le dichiarazioni di martedì del ministro della Difesa Guido Crosetto, sul fatto che dietro gli scontri ci possa essere una mano estera che compie azioni di “guerra ibrida sui social”, Piantedosi ha risposto che “non c’è alcuna evidenza” che i giovani protagonisti delle violenze “siano manovrati” dell’esterno: la “spontaneità di questi ragazzi” contrasta con l’organizzazione via social delle violenze, ha detto il capo del Viminale. Con il sindaco Giuseppe Sala, conclude, “c’è stata massima condivisione”. Come conferma il primo cittadino: “La priorità è la repressione di questi fenomeni, bene l’arrivo dei soldati. Il prossimo weekend è a rischio, ci saranno anche gli anarchici”.

“Voglio dire senza ambiguità che prima di tutto in questa fase critica viene il controllo“, ha detto Sala, dopo la riunione in prefettura. “Non voglio rischiare di essere ambiguo – ha aggiunto -, non sono per niente contrario al fatto che arrivino 500 militari, avranno un ruolo anche dinamico. Poi bisogna cercare tutti insieme di capire come porre mano a un problema generazionale che è molto evidente”. Per sabato a Milano “c’è preoccupazione. Si teme che in piazza ci possano essere gli stessi soggetti dello scorso weekend, qualcuno che combatterà questa presenza e poi gli anarchici”. “Io non è che voglio fare inviti ai cittadini e dire state tutti a casa – aggiunge – però sabato può essere una giornata delicata“. Inoltre “sarà il primo test per capire se riusciremo a gestire in maniera diversa le cose“. E conclude: “Io non mi sono pentito, come ho detto a tutti i colleghi, di aver detto che a mio giudizio c’erano poche forze dell’ordine in campo, ma non è un’accusa, è una constatazione”.

“C’è in campo l’ipotesi di un pattugliamento misto, con un poliziotto accanto ad un soldato“, ha detto Matilde Siracusano, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento e deputata di Forza Italia, intervenendo a L’aria che tira, su La7. “Il ministro dell’Interno Piantedosi ha parlato di adattamento alla contingenza, e quindi si sta ragionando in questa direzione. Ovviamente, a prescindere da chi abbia i compiti di polizia giudiziaria, anche la sola presenza di un soldato ha una funzione di deterrenza enorme. Di fronte ad un soldato, un cittadino si sente più sicuro e magari un maranza, senza pensare al codice penale, si sente comunque intimorito”.

Al vertice hanno partecipato, oltre al sindaco e al ministro dell’Interno, il prefetto Claudio Sgaraglia, il capo della polizia Vittorio Pisani e i vertici delle forze dell’ordine. Al tavolo anche il procuratore capo di Milano Marcello Viola, il procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, Luca Villa, il questore Bruno Megale, il comandante della Polizia locale di Milano Gianluca Mirabelli, il comandante di Strade Sicure Francesco Lamura. Anche il vicepremier e ministro di Infrastrutture e Trasporti Matteo Salvini era presente in prefettura a Milano, per partecipare alla riunione del Comitato sull’ordine e la sicurezza pubblica.

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“Se devono protestare vadano davanti ai palazzi del potere. Sicurezza? Qui lunedì non c’era nessuno”: i negozianti della zona del Duomo tra quotidianità e paura

C’è silenzio in via Torino. Le persone passeggiano, entrano ed escono dai negozi, chiacchierano nella famosa via di Milano che da piazza Duomo porta verso la zona di Porta Ticinese e delle Colonne di San Lorenzo: c’è quel brusio di sottofondo di una mattina qualunque che stride se confrontato con le grida e il frastuono delle devastazioni del weekend. I negozi sono quasi tutti aperti, compresi quelli vittima delle scorribande, facilmente riconoscibili dalle vetrine ammaccate o coperte con pannelli di legno. I commessi accolgono i clienti con gentilezza, il viavai dello shopping non si ferma ma quello che in superficie sembra un ritorno alla normalità è in realtà un sorriso di facciata; le persone che abitano o lavorano in via Torino non fanno altro che parlare degli eventi degli scorsi giorni, e la parola che viene più spesso ripetuta è “paura“.

“Non ce la faccio più, non voglio più vivere a Milano. Qui, per un motivo o per l’altro, devi aver paura a uscire ogni giorno di casa”. Laura, donna sulla cinquantina, lavora a Milano da quindici anni e in via Torino da due. Per paura di nuovi scontri, lunedì ha preferito fare smart working. “La situazione per me non è recuperabile” afferma sconvolta, “ormai i delinquenti sono troppi, specialmente in questa zona”. Sostiene di non sentirsi sicura a girare per la sua città, e sugli scontri ha una posizione netta: “Questi non vogliono manifestare, le manifestazioni sono un’altra cosa: sono dei violenti che vogliono solo spaccare vetrine, questi vogliono vendicarsi“.

C’è chi la paura l’ha provata anche durante le manifestazioni, perché lo scorso weekend stava lavorando: Francesca (nome di fantasia) era da Foot Locker mentre veniva preso d’assalto dai giovani incappucciati. “Lo spavento è stato grosso, per fortuna siamo stati subito evacuati e il giorno dopo siamo rimasti a casa” racconta la giovane commessa, “e tuttora veniamo al lavoro con la paura che possa succedere qualcosa. Purtroppo non possiamo fare altrimenti”. Francesca è a cavallo tra GenZ e Millenial, le proteste per il carovita sono qualcosa che dovrebbero toccarla, che appartiene alla sua generazione; eppure non mostra alcuna empatia nei confronti dei protagonisti dei tumulti dello scorso weekend: “Se devono protestare che lo facciano davanti ai palazzi del potere. Se spaccano le vetrine e i negozi vengono chiusi ci rimettiamo anche noi“.

La paura diffusa si rivede anche nelle parole dei titolari delle attività di via Torino e dintorni. Nicole è la giovane cofondatrice del MAAT, salone di bellezza in zona Duomo, e racconta di diversi clienti che nei giorni scorsi hanno chiamato per disdire gli appuntamenti: “Hanno paura a venire in centro a Milano, preferiscono posticipare o annullare gli appuntamenti pur di non camminare in queste vie” afferma. “Tra l’altro se rompono le vetrine poi i danni dobbiamo pagarli noi: mi è già capitato di dover sostituire le vetrine per colpa di atti di vandalismo, e non è stata una bella esperienza”. Non a caso, passeggiando per via Torino, capita di vedere negozianti armati di metro intenti a rinforzare le proprie vetrine in vista di potenziali futuri assalti.

A dir la verità, però, ci sono negozi che non sono stati nemmeno sfiorati dai manifestanti violenti. Ed è ciò che lascia perplessi i commercianti e i dipendenti che lavorano nella zona. Uno dei video più diffusi degli scontri di sabato e domenica è l’assalto al supermercato Carrefour di via Torino, con un eroico dipendente che prova a tenere fuori i ragazzi incappucciati nonostante il lancio di oggetti di questi ultimi – l’uomo, tra l’altro, è a casa e sta bene a detta dei colleghi. “Proprio dall’altra parte della strada, davanti a noi, c’è un negozio di occhiali. Ci sono Rayban, Cartier, Chanel e chi più ne ha più ne metta: roba di valore. Perché non sono andati lì?” si domandano i dipendenti. Che poi raccontano degli attimi di terrore che hanno vissuto quando sono i facinorosi sono entrati: “Ci sono alcuni che per lo spavento si sono messi in malattia tutta la settimana”.

Ma il vero tema che tiene banco in queste ore tra i commercianti delle vie intorno al Duomo è la preoccupazione per il prossimo weekend. Qualcuno spera “in qualche manganellata in più”, qualcuno addirittura auspica l’utilizzo di proiettili di gomma da parte delle forze dell’ordine; ma, escluse queste posizioni più estreme (a dir la verità non poco diffuse), il problema della sicurezza e della mancanza di sorveglianza da parte delle forze dell’ordine è un tema da non sottovalutare. Sara (nome di fantasia) lavora in un negozio di via Dante vicino a quello di Lacoste che è stato preso di mira dai manifestanti violenti lo scorso weekend: “Sabato hanno spaccato il negozio, domenica la via era piena di polizia e giornalisti, lunedì non c’era più una volante, nemmeno di rappresentanza”.

Foto di Giovanni Scalfi

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Avellino, assenza ingiustificata e sanzioni per gli studenti che hanno scioperato. Dopo le polemiche il preside fa marcia indietro

Gli studenti vanno in piazza a scioperare, il preside minaccia sanzioni disciplinari e chiede ai genitori di venire di persona a dichiarare che l’assenza era “ingiustificata”. Poi, dopo le polemiche, è costretto al passo indietro. Il caso è scoppiato nei giorni scorsi nel Polo liceale di Ariano Irpino, dopo che circa 400 giovani hanno aderito alla manifestazione studentesca di venerdì 16 ottobre ad Avellino. Contro di loro si è scagliato il preside Gerardo Cipriano, che ha diffuso una prima circolare (la numero 85) in cui definiva l’assenza “ingiustificata” e dichiarava che avrebbe influito “sulla valutazione della condotta disciplinare dello studente”. A protestare è stato il Collettivo studentesco di Irpinia e i Giovani Comunisti che hanno parlato di atto “intimidatorio“. Le conseguenze per gli studenti vengono “ingigantite e falsate”, si legge nella nota, mentre gli studenti sono scesi in piazza per rivendicare “il diritto allo studio e un miglioramento delle condizioni della scuola stessa”. In piazza, durante lo sciopero, gli studenti hanno protestato per le condizioni degli edifici scolastici, la carenza di personale, gli stipendi degli insegnanti, il costo dei trasporti e hanno portato avanti la richiesta di investire nell’istruzione anziché nel riarmo (firma qui la petizione del Fatto “La scuola non si arma, si insegna”).

Come riporta Avellino Today, la circolare prevedeva una giustificazione ad hoc da parte dei genitori dell’alunno assente. Non più la solita modalità telematica, ma per l’assenza del 16 ottobre ai genitori veniva richiesto di compilare un modulo specifico in cui consideravano “ingiustificata” l’assenza del figlio e legittimare – di conseguenza – i docenti a valutare in modo negativo il loro comportamento. “Viene demandata al genitore una dichiarazione di colpevolezza del proprio figlio dall’essersi astenuto dalle lezioni”, aveva commentato così Faustino Liuzzi, l’avvocato a cui si sono rivolti gli studenti, ai microfoni di Irpinia Tv. Per il legale, la definizione di “ingiustificata” e il carattere collettivo, presenti nella circolare, erano già motivo di illegittimità.

Dopo le polemiche, il dirigente scolastico Cipriano, ha fatto marcia indietro, pubblicando una nuova circolare, la numero 87, che modifica le disposizioni precedenti: le assenze degli studenti che hanno partecipato alla manifestazione del 16 ottobre potranno essere giustificate attraverso il registro elettronico Argo, senza che i genitori debbano presentarsi personalmente a scuola. Escluse anche le conseguenze disciplinari: non saranno avviati procedimenti né applicate sanzioni individuali o collettive, e nessuno studente sarà escluso dalle lezioni o dalle attività didattiche. Al loro posto, la scuola prevede momenti di riflessione nell’ambito dell’educazione civica, dedicati ai diritti, ai doveri e alla partecipazione democratica. Intervistato da Alanews, Cipriano ha sostenuto che la prima comunicazione non era sufficientemente chiara, pur ribadendo che “il diritto di sciopero spetta ai lavoratori e non agli studenti, per i quali la frequenza scolastica rimane un obbligo”.

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“A Milano rischio violenze neofasciste”, “Piazza unita anche con i neri”: i collettivi studenteschi contestano gli apolitici di Telegram. “Usate chat segrete e messaggi cifrati”

Le locandine sono pronte, in vista delle proteste di sabato 24 ottobre, a Milano e nelle principali città del centro e del nord Italia. “Diffondiamo ovunque, facciamo girare e stampiamo e attacchiamo ovunque in città”, è l’invito lanciato alle 9 del mattino nel gruppo Telegram Movimento 17 ottobre. La chat conta oltre 3.500 iscritti e 1.600 messaggi, raccolti in poco più di 24 ore. Gli anonimi contestatori sono divisi, a giudicare dalle conversazioni di queste ore. Una corrente invoca un’organizzazione in vecchio stile, con lo striscione in testa al corteo e servizio d’ordine per gestire infiltrati e provocatori violenti, additati come neofascisti o agenti in borghese. La linea tradizionale è sostenuta dai collettivi studenteschi milanesi, di sinistra. Propongono l’esclusione dell’estrema destra dalle manifestazione. Ma in chat molti non sono d’accordo e rilanciano l’unità della piazza, rifiutando etichette politiche e includendo i “neri”: “O ma parlate tutti di fascisti che non volete, ma stiamo facendo una protesta per una rivoluzione? O contro i fascisti, si deve scendere tutti insieme se volete qualcosa”, scrive un utente. “Dobbiamo avere un indirizzo politico chiaro”, ribatte il nickname Nuel.

La frattura tra collettivi studenteschi di sinistra e gli apolitici di Instagram e Telegram

La frattura non si esprime solo in chat. I rappresentanti delle due anime si sono riunite in assemblea alla vigilia delle proteste, per valutare la possibilità di unirsi in piazza. Da una parte gli studenti dei collettivi. Dall’altra, gli organizzatori della pagina Instagram Italiainpiazza17, detonatore social delle contestazioni di sabato. I primi hanno risposto picche, per due ragioni. La prima: “Possibile presenza di realtà neofasciste all’interno del corteo”. La seconda: “Mancanza di una linea politica chiara e l’eccessiva vaghezza del messaggio della manifestazione”. Così le strade si sono divise, come illustra il verbale della riunione, in possesso de ilfattoquotidiano.it. Il timore di violenze da parte dell’estrema a destra, a Milano, riecheggia forte anche nel gruppo Telegram.

“Neofascisti a Milano. Occupiamo il Comune per depistare militari a piazza Duomo”

“Qualcuno ha notizie sulla presunta presenza di neofascisti violenti?”, scriveva in chat SoraKH, ieri. “Sono arrivate voci che si stanno organizzando per il 24, 1700 persone armate ma dubito fortemente”, l’immediata risposta del profilo Giulio Andreotti. “Facciamo ronde antifa”, propone Sivallettoh. “Rimaniamo compatti e cerchiamo comunque di fare qualcosa”, rimbecca “Andreotti” invitando all’unità. Non solo i gli estremisti di destra. In chat, la frangia “politica” teme devastazioni indiscriminate, senza escludere azioni non violente contro i palazzi istituzionali.

Poco dopo la mezzanotte, un messaggio ammoniva sui militari a Milano, suggerendo di ingannare agenti e provocatori per manifestare in sicurezza: “Stanno mobilitando l’esercito per sabato in Duomo state attenti, cambiare zona in anonimato, senza farlo sapere create gruppi chiusi con controlli su chi entra. E organizziamo. Una cosa fatta bene così la celere si scontrerà con i mong… che vanno a distruggere, e noi dall’altra parte potremo fare qualcosa di serio!”. E ancora: “Depisterei gli sbirri facendogli credere che scendiamo al Duomo, e invece si va altrove, questo di sicuro non fermerà la celere nell’esercito ma ci potrebbe far guadagnare tempo..”. L’utente, con nickname M, propone un nuovo obiettivo della protesta: “Andiamo a Loreto davanti al Comune e occupiamolo”. “Vanno fermati tutti gli edifici che impattano sul sistema”. Vengono citate citate Inps e banche.

“Esercito in piazza? No paranoia, propaganda di Meloni”

Molti in chat temono il pugno duro del governo contro la piazza. Il profilo Movimento 17 Ottobre condivide il lancio di agenzia con l’annuncio del vicepremier Tajani: “Cinquecento militari in più a Milano”. Anche in Toscana qualcuno è preoccupato: “A Firenze come pensate di fare che è pieno di militari?”. “Noi siamo pirati”, la risposta accompagnata da un’illustrazione ad hoc firmata dall’Intelligenza artificiale. A chi invoca rassicurazioni giungono risposte spavalde: centinaia di militari “in una città come Milano non fanno un cazzo. Solo propaganda” di Meloni, “una mossa di Giogggggia per farsi dire brava, sta facendo qualcosa questo governo”. I prudenti sottolineano che “avranno diritto di arrestare” e “chi è maggiorenne, cosa rischia?”. La risposta elenca “il fermo, devastazione e saccheggio (c.p 419), resistenza a pubblico ufficiale (c.p 337) nei casi peggiori pluriaggravata. Ma è sempre stato così, non fatevi prendere dalla paranoia”, incoraggia Demetrius. Molti non sono convinti. Il “principe Sayan” dice di vivere a Catania e punta il dito contro le priorità del governo: “Al sud ci sono i supermercati vuoti e questi il massimo che fanno è schierare 500 militari”.

24 ottobre, la mappa delle proteste: Bologna, Torino, Roma, Bari, Padova, Genova

Il gruppo Telegram, oltre alla chat generale con migliaia di messaggi, è divisa in canali di comunicazione locali. Bologna, Torino, Roma, Bari, Padova, Genova: ciascuna città ha la sua chat separata per consentire l’organizzazione sul posto. Ogni sottogruppo ha condiviso la locandina per l’appuntamento del 24 ottobre. E in “zona Marche niente?”, chiede Kknote. “Ad Ancona non si fa niente di serio”, dice sconfortato. Al Sud “Irma Bandiera” – che prende il nome da un’eroica partigiana di Bologna – tratteggia il dipinto della decadenza: “Gli agricoltori e i fornai stanno protestano per il caro carburante e mancanza di materie prime, noi giovani non riusciamo a vedere un futuro, salari bassi e lavori precari, mentre le nostre famiglie faticano a curarsi per i costi e le liste d’attesa, mentre le scuole cadono a pezzi”.

Chat segrete per organizzarsi: Signal Bitchat, Briar. E GrapheneOS per cancellare i dati

Quello che è emerso in questi giorni, cioè che si tratta di gruppi di contestatori così diversi, divisi per geografia e idee politiche, piomba anche sulle chat dei social. L’ala movimentista, nata sui social con il fortino su Telegram, rifiuta capi, gerarchie e disciplina: “Il nostro obiettivo è decentralizzare il più possibile questa rete, così che sia difficile per lo Stato reprimerci. Più siamo diffuse e diffusi, più siamo forti”, mette in chiaro il post fissato all’inizio della chat. Si prediligono i messaggi cifrati in chat per dare il via alle proteste locali: “L’organizzazione spetta a ogni città, in autonomia: di persona, nelle piazze, e su gruppi Signal creati da chi partecipa, in modo anonimo. Questi gruppi vanno aperti solo per la giornata di piazza e cancellati subito dopo”. Non solo Signal, dice un utente, ma anche “Bitchat durante le manifestazioni, che non usa dati cellulare”. Così “possiamo depistare i puffi”, ovvero gli agenti, “perché lavora solo bluetooth”. Anche Briar è consigliata, oltre a GrapheneOS per cancellare all’occorrenza ogni dato sullo smartphone.

“C’è qualche maggiorenne qui?”

La cosiddetta “decentralizzazione”, che appare come un “caposaldo” dei fondatori del gruppo Telegram, viene contestata. “Il Moicano” invoca soluzioni vecchio stampo, come quelle dei partiti di sinistra negli anni della contestazioni: “Ma come è strutturata la manifestazione?? Parlo di ruoli, perché secondo il mio umile parere bisogna avere una prima linea, un servizio di ordine (per arginare eventuali “infiltrazioni di stato” chiamiamole così) Poi bisogna avere chi mostra gli striscioni che prevalentemente dovrebbero essere anziani e donne, cosa contraria per la prima fila…”. Dice di avere 37 anni. Molti in chat sono più giovani, forse anche minorenni. “C’è qualche altro ragazzo maggiorenne qui?”, domanda un utente. Ma arriva l’alt del nickname Movimento 17 ottobre: “Non date informazioni personali. Molti sbirri fanno questo tipo di domande. Stiamo attenti”. Syrex insiste: “Quanti anni avete voi raga?”. Nessuna risposta. Ma giunge l’appello per sgli studenti delle scuole superiori: “Per tutti i liceali qua dentro: organizzatevi con i vostri collettivi, perché “di persona in una scuola siete intoccabili”.

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La paura corre nelle chat: “Vogliono incendiare le università e stuprare le ragazze”. Ma è psicosi da fake news

Messaggi di pochissime battute – “Vogliono incendiare la Iulm e la Bocconi” -, inviati per la prima volta da un utente sconosciuto e rilanciate da centinaia di profili, che diffondono paura nelle chat degli studenti. Dopo le violenze e gli scontri di sabato a Milano, il timore di nuove devastazioni si è trasformato in un’ondata di allarmi che ha raggiunto con precisione capillare università, scuole e famiglie di diverse città italiane. Con un meccanismo ricorrente: segnalazioni difficili da verificare, inviti a fuggire in caso di incontri sospetti e richieste di inoltrare immediatamente i messaggi ad amici e parenti.

Gli screenshot condivisi su X mostrano conversazioni WhatsApp nelle quali si parla di presunti piani per incendiare gli atenei privati, aggredire sessualmente le studentesse e compiere altre violenze. “Vogliono incendiare università private, parlatene in segreteria per filtrare la gente che entra”, si legge in uno dei messaggi. In un altro compare la frase “uccidiamo i futuri rich“, i futuri ricchi. Contenuti che hanno spinto alcuni studenti a chiedere informazioni alle segreterie universitarie e altri a restare a casa per paura di essere coinvolti in eventuali disordini. Al momento, tuttavia, non è stata accertata l’attendibilità delle minacce né è chiaro chi abbia diffuso i messaggi.

L’allarme non riguarda soltanto Milano. A Pavia i carabinieri hanno intensificato i controlli alla stazione ferroviaria, all’autostazione e nei principali istituti scolastici, in linea con le direttive del prefetto Francesca De Carlini e con le strategie concordate nel comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Alla centrale operativa sono arrivate numerose telefonate di genitori preoccupati per le chat che annunciavano possibili azioni violente in città. “Fortunatamente gli allarmi si sono dimostrati tutti infondati – sottolinea una nota dei carabinieri -; le pattuglie dell’Arma hanno perlustrato tutte le zone di maggior interesse, senza rilevare alcuna violenza o turbamento dell’ordine pubblico. I servizi continueranno anche nei prossimi giorni, ponendo massima attenzione alle fasce più giovani della popolazione”.

A Cremona, invece, l’effetto dei messaggi si è visto soprattutto nelle strade e nelle scuole. Nonostante il dispiegamento delle forze dell’ordine, con presidi davanti agli istituti, alla stazione e nel centro storico, la città si è svegliata con numerose assenze scolastiche e un centro insolitamente deserto. Le vetrine di alcuni negozi erano protette da pannelli di compensato. La paura era stata alimentata da appelli comparsi sui social che annunciavano una manifestazione violenta sul modello degli scontri milanesi, evento che non ha avuto luogo. La polizia sta esaminando le chat che hanno provocato il panico e prende corpo l’ipotesi che si tratti di messaggi falsi diffusi deliberatamente per generare allarme.

Situazione simile a Ravenna, dove negli istituti superiori si è registrata un’affluenza ridotta dopo la circolazione di messaggi che preannunciavano devastazioni e stupri. Diversi genitori hanno preferito tenere i figli a casa oppure accompagnarli in automobile, evitando i mezzi pubblici. Le forze dell’ordine hanno rafforzato la vigilanza davanti alle scuole: in particolare, davanti all’istituto Olivetti-Callegari è stato predisposto un punto di ordine pubblico.

In Veneto sui social e nelle chat di alcuni istituti superiori sono circolati messaggi che inviterebbero le studentesse a non recarsi a scuola per il rischio di aggressioni sessuali organizzate. ”Che si tratti di una minaccia concreta o di una provocazione, siamo davanti a un fatto di estrema gravità con ragazze terrorizzate e famiglie gettate nell’angoscia”, ha commentato il presidente della Regione Alberto Stefani.

C’è anche qualcuno che tenta di correre ai ripari e ridimensionare l’allarme: “Recentemente stanno girando delle immagini e delle notizie che parlano di violenza organizzata, di stupri e pestaggi di massa – premette un utente – Questa tecnica è una classica strategia di propaganda della destra, nota come fearmongering, che serve a creare un’atmosfera di paura nella popolazione. La tensione e la preoccupazione sono dei fattori che portano le persone a credere che ci sia un crescente bisogno di forze dell’ordine ad ogni angolo, desiderio della destra. Alcuni di questi messaggi sono già stati provati falsi, tra cui i nomi elencati delle persone da picchiare, e presto anche gli altri si riveleranno tali. Ciò non significa che non bisogna stare attenti, ma è necessario non lasciarsi prendere dal panico e non assecondare queste riprovevoli tecniche di manipolazione delle masse“.

A Milano, intanto, il tam tam digitale ha alimentato scenari sempre più estremi. Nelle chat sono circolati avvertimenti su presunti gruppi neofascisti pronti a setacciare zone del centro come Cadorna, Duomo, CityLife, Navigli e Brera per “cacciare gli stranieri“. Altri messaggi annunciavano controlli e profilazioni razziali sui mezzi pubblici, attribuendo ad autorità e istituzioni comunicazioni che sarebbero state elaborate con l’intelligenza artificiale. Università, banche e musei venivano indicati come possibili obiettivi. A rendere più credibili gli allarmi contribuivano racconti di presunte aggressioni, spesso riferiti da persone che dichiaravano di aver ricevuto informazioni da conoscenti, e video di violenze già avvenute nei giorni scorsi, riproposti come se documentassero fatti in corso.

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“Spaccare tutto giova a Meloni e Vannacci”, “meglio, così cresce la rabbia”: ecco la chat di chi protesta in piazza

Una corrente dice: violenze e devastazioni in piazza giovano al governo Meloni e mettono le ali a Vannacci. La fazione avversa sostiene: saccheggi e vetrine rotte sono la via della rivoluzione, destra e sinistra uguali sono e se la premier rivince le elezioni, tanto peggio tanto meglio, in attesa che l’Europa ci porti in guerra. La chat del neonato gruppo Telegram “Movimento 17 ottobre”, all’indomani degli scontri in piazza durante le manifestazioni contro il carovita, è volata a più di 3mila iscritti superando 3.200 messaggi. Numeri in continua crescita. Uno avanza il dubbio sullo zampino delle autorità nella nascita del rifugio virtuale: “Dove sono i vertici” del Movimento 17 ottobre? “Chi sono? Il governo ha la possibilità di creare gruppi antisistema funzionali, ricordiamocelo”.

“Violenze in piazza? Propaganda per Futuro nazionale e premier oltre il 50 per cento”. “Se rivince, succederà un casino”

La discussione evoca un confronto tra massimalisti e riformisti da socialismo novecentesco. Ma volti e nomi reali lasciano il pasto a nickname come Antikorpo, Zankiklat, Giassssss, citazioni da Prima Repubblica come Umberto Bossi e Giulio Andreotti, fino all’anarchico Gaetano Bresci. Le analisi, nel breve spazio di un post, sono fulminee, tra sfottò, sporadiche bestemmie e qualche insulto, citazioni storiche e previsioni sociali, evocazioni di Marx e della Rivoluzione francese. Un flusso di coscienza politico-digitale difficile da tracciare in una mappa. La slavina di messaggi è anonima e senza indizi sull’età dei mittenti. Ma il tono suggerisce temperamenti lungi dall’età matura. “Più spacchi, più Meloni arriva al 50 per cento”, dice uno. “Meglio”, risponde un altro illustrando la sua teoria algebrica: “Se rivince succederà un casino della madonna, e la gente si incattivisce ancora e ancora. E’ matematica”. Ma così diventiamo “strumento di propaganda per Futuro Nazionale”, dice un fautore della linea legalitaria. “Hai dimenticato di correre nei prati prendendosi per mano”, ironizza un sostenitore degli scontri in piazza. Gaetano Bresci prende in giro la cautela dei riformisti: “Ora cosa volete dire: ‘fate il gioco delle destre’ e ‘ragazzi, calma, ne parliamo in Parlamento?’”. Qualcuno insiste sulle violenze utili alla propaganda della maggioranza, perché “il governo dice: avete visto? Sono teppisti”. “Assolutamente no”, risponde chi tifa scontri, opponendo il discrimine tra i bersagli delle violenze: “La distruzione deve esserci ma metodica, banche e instituti (sic) di credito”. Però “massacrare la commessa più disperata di me spinge la gente a destra”, prosegue il confronto. Dunque a che servono le violenze contro le sedi delle finanza? “Così non paghi il mutuo”, chiude il discorso l’utente chiamato PermAerus.

“Saccheggiare e imbrattare è lotta di classe? Arriveranno cecchini sui tetti”. “Tanto l’Europa ci porterà in guerra”

Tanti contestano i saccheggi e gli imbrattamenti in piazza. La risposta di un massimalista offre uno sgangherato parallelo tra i giacobini e le piazze italiane: “Durante la Rivoluzione francese hanno ghigliottinato e raso suolo paesi interi, questo è niente”. Un altro sale in cattedra tra Marx e le scienze dure: “Se hai studiato la storia sai benissimo che sfasciare le città è un risultato della lotta di classe. Nessuno dice che è giusto, ma è matematico”. Però alimentando i saccheggi ci ritroveremo “con i cecchini sui tetti stile Koreani anni 90”, dice un altro paventando la deriva securitaria. E del resto, “saccheggiare e imbrattare me la chiami lotta di classe”? Rincara un riformista con l’emoticon della risata. Un altro marxista predica calma in attesa di tempi maturi: “Il tanto peggio tanto meglio non funziona, è necessario il processo storico che porti alla rivoluzione”. E nel frattempo? “Con il campo largo stessa situazione, uno o due anni di governo, zero riforme, e così la destra cresce”, la pessimista profezia sulla sinistra di Conte e Schlein. Intanto, “L’Europa ci porterà in guerra”, la fosca previsione di altro. Sui partiti l’ottimismo non è di casa: “I giovani ancora si iscrivono alle sezioni giovanili, non comprendono che li preparano a diventare parassiti come loro. Non bisogna distinguere destra e sinistra, ma agire bloccando il Paese”, esorta un campione delle linea dura. E il sud Italia? Domanda uno. “Sono di Foggia, la situazione è grave ma qui la gente dorme”, la risposta sconfortata. A protestare in piazza “dovrebbe esserci mezza provincia con gli agricoltori e invece…”, aggiunge un altro.

“Comunicazioni segrete? Nessun rifugio tecnologico, basta rispettare la legge”. “E se ci fossero infiltrati in chat?”

Qualcuno discute sugli strumenti di comunicazione migliori per mettersi al riparo dall’orecchio delle forze dell’ordine, pianificando gesti contro la legge: “Signal, Session, SimpleX”. E parte la ramanzina: invece di complottare “basterebbe non incitare all’odio e alla violenza e condividere idee costruttive che stanno a cuore alle persone”. Dunque “nessun rifugio tecnologico, per non temere le telecamere con l’Intelligenza artificiale basta non compiere atti illegali”. La risposta è scettica: “Se crediate davvero che marciare cambi le cose, in bocca al lupo”. I messaggi si susseguono all’infinito tra timori di agenti della Postale infiltrati nella discussione virtuale e richieste di garanzie sull’identità dei capi. “Assicuratevi verso chi condividete il gruppo”, ammonisce uno. “Tanto gli sbirri e la Digos entreranno lo stesso ahahahahaha”, risponde un altro. Nel mistero, procede l’altalena tra battute e toni seriosi, allarmi sulla propaganda israeliana e bot russi indistinguibili dagli umani. Nel 900 i massimalisti e riformisti si scontravano al Congresso del Partito socialista, mettendoci la faccia e carte alla mano. Ora le idee sulle proteste sociali annegano in un profluvio di parole anonime su Telegram.

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I prodotti rubati nelle boutique di lusso durante le proteste in Francia finiscono su Vinted ed eBay: cosmetici a 10 euro, capi ancora con l’antitaccheggio e annunci con scritto “rubato durante le proteste”

Le immagini hanno fatto il giro del web in una manciata di ore durante il drammatico fine settimana di proteste: un gruppo di manifestanti — stretti in felpe nere, con il cappuccio issato e il volto celato dai passamontagna — che assalta a colpi di transenne una scintillante boutique di Celine nel cuore di Parigi, per poi uscirne stringendo al petto e abbracciando dozzine di borse e beni di lusso. Una scena di brutale foga predatoria che oggi, a pochi giorni di distanza, trova la sua naturale e illecita evoluzione digitale.

Parte di quel bottino milionario è infatti già riemerso sulle bacheche delle principali piattaforme di compravendita second hand. Rintracciarlo non è certo un’impresa da poco: la merce saccheggiata annega nel mare magnum dell’immenso mercato di prodotti disponibili online, mescolandosi sapientemente con i cosiddetti dupe — le imitazioni e i falsi immessi in rete da truffatori seriali pronti a sfruttare l’onda mediatica per ingannare chi va a caccia dell’originale a prezzo di saldo. Eppure, dietro l’apparente brivido dell’affare digitale a basso costo, si nasconde un fatto ineludibile che non bisogna mai dimenticare: vendere o acquistare questi articoli significa alimentare e rispondere in prima persona dei reati penali di furto e ricettazione.

Di fronte a una simile ondata di ricettazione alla luce del sole, la ministra per il Digitale francese, Anne Le Henanff, ha convocato d’urgenza i rappresentanti di Vinted, Amazon, eBay, Leboncoin, Meta e TikTok. “Gli oggetti rubati durante questo fine settimana vengono offerti in vendita su alcune piattaforme“, ha tuonato la ministra. “Ci aspettiamo che rimuovano gli annunci in questione senza indugio. Sarà inoltre richiesto loro di collaborare strettamente con le autorità statali affinché coloro che rivendono beni rubati possano essere perseguiti”.

L’assalto ai simboli della ricchezza: “Spazzati via anni di lavoro”

A sei mesi dalle elezioni per la successione a Emmanuel Macron, la Francia è stata scossa da una delle ondate di violenza urbana più devastanti degli ultimi anni. Nati per denunciare il carovita e il declino dei servizi pubblici, i cortei del 17 ottobre si sono trasformati in una guerriglia che ha terrorizzato il Paese, lasciando sul campo un morto per arresto cardiaco, mille agenti feriti e 2.400 arrestati.

A pagare il prezzo più alto è stato il settore del commercio e del lusso. Le autorità segnalano danni a quasi 3.000 attività. Solo a Parigi, come sottolineato da Dominique Restino della Camera di Commercio, sono stati vandalizzati tra i 300 e i 400 negozi. Nella blindatissima Place Vendôme, la porta di una boutique Dior è stata sfondata, mentre le vetrine di Rolex, Louis Vuitton, Ralph Lauren e Gucci sono andate in frantumi. A Marsiglia, i ladri hanno completamente ripulito i negozi di Hermès e Louis Vuitton, oltre allo store ufficiale della squadra di calcio dell’Olympique. La furia si è abbattuta anche su 50 supermercati Carrefour (20 dei quali saccheggiati), 20 filiali Sephora, negozi Apple, concessionari Tesla e piccole attività indipendenti, come un negozio di riparazione smartphone il cui proprietario è rimasto intrappolato e terrorizzato per quindici minuti mentre un centinaio di giovani cercava di sfondare la vetrina.

Le perdite assicurate minacciano di superare gli 1,2 miliardi di euro, scatenando le preoccupazioni degli investitori internazionali verso un governo già fragile e alle prese con l’approvazione di una cruciale manovra di bilancio. Il dramma umano ed economico è stato condensato nelle parole di Thierry Guibert, CEO di Lacoste, in un post su Instagram: “Quando i nostri negozi Lacoste e Aigle vengono saccheggiati, come tante altre aziende in tutta la Francia, non sono solo le vetrine a essere distrutte. Sono i posti di lavoro, anni di lavoro, le competenze e l’impegno di migliaia di donne e uomini a essere messi a repentaglio. Come leader, non posso sopportare di vedere distrutto in questo modo ciò che abbiamo collettivamente costruito”. La situazione è così grave che il Primo Ministro Sebastien Lecornu ha dovuto annunciare l’immediata attivazione della cassa integrazione per le attività devastate.

Il discount illegale su Vinted ed eBay: sfrontatezza senza limiti

Il cortocircuito più inquietante, tuttavia, si è consumato nelle ore successive, quando i saccheggiatori hanno iniziato a monetizzare il caos. Sulle bacheche di app come Vinted (gigante lituano del second hand valutato 8 miliardi di euro) sono spuntati sfacciatamente i frutti delle razzie. L’arroganza criminale ha raggiunto livelli inauditi: molti articoli di moda, come maglie da calcio e scarpe di lusso, sono stati fotografati e messi in vendita con le placche antitaccheggio ancora attaccate. In alcune inserzioni, un maglione veniva candidamente descritto come “rubato durante le proteste”, mentre altri venditori indicavano la data del “17 ottobre” o la provenienza esatta da una “protesta a Lione”.

I prezzi, ovviamente, erano stracciati: borse traboccanti di cosmetici Sephora offerte a 10 euro, lotti di sei lucidalabbra (dal valore di 78 euro) piazzati a 15 euro, profumi Christian Dior a 250 euro. L’ondata anomala ha riguardato anche il collezionismo e lo sport: su Vinted sono apparse centinaia di carte Pokémon sottratte al negozio “Le Coin des Barons” di Lille (con i codici a barre originali), mentre su eBay è stato messo all’asta per 1.250 euro il trofeo d’argento StarLadder, rubato alla sede parigina del club di e-sport Team Vitality, fotografato contro un muro imbrattato e intitolato sfacciatamente “STOLEN RARE VITALITY CS2 TROPHÉE”.

La stretta del governo e l’ombra sulle piazze italiane

Le piattaforme hanno assicurato massima allerta, consapevoli che i microchip integrati e i numeri di serie dei beni di lusso faciliteranno il tracciamento della merce. Un portavoce di Vinted ha garantito al Daily Mail: “La vendita di beni rubati, o la loro richiesta, è severamente vietata su Vinted, e abbiamo una tolleranza zero al riguardo. Da questo fine settimana, i nostri team hanno agito immediatamente per identificare e rimuovere gli annunci legati ai saccheggi […]. Quando le nostre regole vengono violate, agiamo contro gli account coinvolti, fino a bandirli permanentemente”. Sulla stessa linea eBay, che ha confermato l’impiego di “strumenti tecnologici proattivi” per bloccare l’attività criminale. Ma il problema non è confinato Oltralpe, perché l’Italia, e in particolar modo Milano (che insieme a Francia e Regno Unito rappresenta uno dei mercati principali di Vinted), ha vissuto nel weekend le stesse identiche scene di guerriglia: vetrine infrante, cariche della polizia e assalti alle vie dello shopping. È perciò altamente probabile, se non già una silente realtà operativa, che anche i beni trafugati dai negozi meneghini stiano finendo sulle medesime piattaforme di rivendita per essere monetizzati in fretta.

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Dalla piazza alla corsa elettorale, gli studenti in Serbia sognano di sconfiggere Vucic il 25 ottobre: “Porteremo democrazia e libertà”

“Non crediamo nella vittoria: ne siamo completamente certi”. A dirlo sono Mihajlo, Ivana e Tea. Uno studente, una giornalista e una regista. Tre serbi di generazioni diverse, con storie e percorsi differenti, ma uniti dalla stessa convinzione: il 25 ottobre la lista del movimento studentesco vincerà.

La Serbia tornerà alle urne per le elezioni parlamentari anticipate. Il voto è stato convocato il 9 settembre, quando Aleksandar Vučić era ancora presidente. Il 27 settembre si è dimesso dalla presidenza e ora guida la lista del Partito progressista serbo, l’SNS. Da una parte il partito al potere dal 2012. Dall’altra la lista nata dal movimento studentesco. Dopo quasi due anni di proteste, gli studenti sono arrivati sulle schede elettorali. Il 15 settembre la “Studentska lista, studenti pobeđuju” è stata ufficialmente proclamata dalla Commissione elettorale serba. Sono 250 candidati.

Perché sono convinti della vittoria? La prima a rispondere è Ivana Perić: “Perché siamo sostenuti da moltissime persone”. È una giornalista indipendente e attivista. Ha raccontato il dopoguerra in Kosovo e si è battuta per la libertà di stampa in Serbia. Per anni ha diretto City Smart Radio, una radio indipendente di Belgrado, poi chiusa dopo pressioni che, racconta, l’hanno spinta a rinunciare. “Quando ho capito che nel nuovo bando per l’assegnazione delle frequenze l’emittente sarebbe stata rilevata da qualcuno vicino al Partito progressista serbo, ho deciso di chiudere definitivamente. È stata dura”.

Oggi è una delle candidate della lista studentesca. La libertà di stampa è anche uno dei punti del loro programma. “È l’articolo 4”, precisa. Ma la battaglia, per lei, non riguarda soltanto i media. Riguarda una società ancora profondamente divisa. “Inizialmente c’erano forti contrasti, anche nelle famiglie, per via della propaganda televisiva del partito. Chi protestava veniva descritto come violento, terrorista e come se fosse una minoranza. Ma bastava affacciarsi dalla finestra e vedere un fiume di giovani che sorridevano e si baciavano”. La candidata racconta che per molto tempo una parte della società è rimasta confusa, soprattutto gli anziani che non si informavano online, dove invece circolavano i video delle proteste. Poi, dice, hanno iniziato a fidarsi dei giovani. “Li ho visti dormire al freddo, all’aperto, con temperature sotto lo zero, perché i funzionari comunali non permettevano loro di mettere i sacchi a pelo nelle palestre. Ma hanno resistito”.

Quando ricorda le prime manifestazioni a Novi Sad, Ivana si commuove. È lì che tutto è iniziato, dopo il crollo della pensilina della stazione ferroviaria, il primo novembre 2024. Morirono 16 persone. “Non abbiamo ancora giustizia. Siamo molto arrabbiati“.

La censura la conosce bene anche Tea Puharić, regista. Nel marzo 2025, racconta, le sono stati tolti tutti i progetti. “Mi è stato esplicitamente detto che ciò era dovuto al mio sostegno al movimento studentesco. Da allora, il mio diritto al lavoro mi è stato di fatto negato”. Tea racconta di essere stata inserita in quella che definisce una “lista nera“: “Sono stata discriminata nella richiesta di finanziamenti e cofinanziamenti per opere artistiche. Poi, nell’agosto del 2025, i sostenitori delle autorità hanno sfondato le porte d’ingresso del mio palazzo, le hanno imbrattate di vernice rossa e hanno sparso intorno all’ingresso fotografie che mi ritraevano, accompagnate da messaggi offensivi. Questa è la quotidianità in cui viviamo”, racconta la donna che continua a sostenere il movimento studentesco.

Nella lista ci sono persone provenienti da mondi diversi: studenti, professori, agricoltori, biologi, artisti e sportivi. “Siamo molto orgogliosi delle personalità che abbiamo scelto”, dice Mihajlo Srdanović. È uno degli studenti che fin dall’inizio ha marciato per le strade della Serbia. La sua battaglia, dice, è cambiata nel tempo. “Non pensavamo che i blocchi sarebbero continuati per così tanto tempo. Ci sono stati momenti in cui ho pensato di mollare“, confessa parlando delle violenze e delle umiliazioni subite. “Ma non potevo farlo. Prima per la giustizia delle vittime, ora per la vittoria, per la democrazia e per la libertà“. Per Mihajlo la candidatura degli studenti non significa soltanto partecipare a un’elezione. Significa cambiare il rapporto tra cittadini e istituzioni. “Vogliamo un modello in cui gli studenti siano partecipanti attivi alla vita politica e in cui lo Stato funzioni secondo principi democratici, che ci chiamino a rispondere delle nostre responsabilità ma, allo stesso tempo, ci garantiscano protezione giuridica in quanto cittadini dello Stato”.

Per Ivana queste elezioni rappresentano la possibilità di aprire una nuova fase. “Per tutti noi è un’occasione per iniziare a risanare la società e le istituzioni“. Poi sorride. “Non vediamo l’ora che arrivi il 25 ottobre”.

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“Torneremo in piazza, ora siamo parte di qualcosa”: le voci dei giovani di Milano. “Prima di sabato nessuno parlava di noi”

Le vetrine distrutte, gli scontri, le cariche. Delle due giornate di manifestazione a Milano, il 17 e 18 ottobre, sono rimaste soprattutto queste immagini. Gli scontri e i saccheggi erano cominciati già sabato. Domenica, però, molti ragazzi sono tornati in piazza, spinti dal passaparola e da una rabbia che non si era esaurita. Ma chi erano? Li abbiamo rintracciati a partire dai social, dove avevano pubblicato video e raccontato la loro partecipazione. Hanno tra i 12 e i 18 anni, vengono dalla periferia di Milano e dall’hinterland milanese e parlano di famiglie che non arrivano a fine mese, di discriminazioni e di un futuro che non sembra appartenergli. “Sembra che delle vetrine contino più di noi, del nostro futuro e delle parole che urliamo quando scendiamo in piazza. Cosa resta da fare per non essere più invisibili?”, chiedono.

Il futuro? “Non so neanche se ci sarà”

F. ha 16 anni, è italiano e vive con la famiglia in una casa popolare a Pero. Sabato è sceso in piazza per il carovita ed è rimasto fino alla fine. “Mio padre prima riusciva a darmi quei venti o trenta euro al mese, che erano già pochi per una città come Milano. Adesso non può più permetterselo. E mia madre, che fa le pulizie, sta perdendo una famiglia dopo l’altra”. A casa, racconta, basta una bolletta perché cominci la preoccupazione. “Vedi i tuoi genitori che fanno fatica anche per le cose più normali e ti chiedi che futuro puoi avere”. In manifestazione è andato con alcuni amici, anche loro alle prese con difficoltà simili. I genitori non volevano che finisse nei guai, ma lui si domanda come si possa essere ascoltati altrimenti. “Non sono sceso in piazza per spaccare tutto. Sono sceso perché sono stanco di vedere i miei genitori preoccuparsi per ogni spesa e di sentirmi dire che devo pensare al futuro, quando non so nemmeno se ci sarà“. Racconta di essere stato colpito ripetutamente dalla polizia, anche prima che cominciassero gli scontri: “La polizia ci ha manganellato solo perché per una volta ci stavamo facendo sentire”. La preoccupazione riguarda anche la scuola: F. frequenta un istituto tecnico e non vede nel percorso che sta facendo la promessa di un futuro migliore. “Sembra che ci stiano preparando soltanto per andare a lavorare in posti malpagati. Ma se uno vuole continuare a studiare, che possibilità ha?”.

“Lavorerò per non riuscire a vivere”

M. ha 18 anni, viene da una famiglia moldava ed è arrivato in Italia quando aveva due anni: vive a Gratosoglio, nella periferia milanese. Sta terminando le scuole superiori. Sabato ha seguito i video della protesta, domenica ha deciso di scendere in piazza. “Ma che futuro ci stanno dando? Sentiamo solo parlare di guerra, armi, sacrifici, sforzi. E noi? Ci era stato promesso che dopo lo studio avremmo avuto un futuro. Siamo stanchi, scendiamo anche in piazza per dire che non abbiamo più nulla da perdere”. I suoi genitori lavorano, ma faticano comunque ad arrivare a fine mese. M. non vuole ritrovarsi nella stessa condizione. “Che senso ha che andrò a lavorare per non riuscire a vivere?”.

“In piazza ti senti parte di qualcosa”

Y. ha 14 anni, è nato in Italia da una famiglia di origini egiziane e vive nell’hinterland milanese. È sceso in piazza dopo aver visto su TikTok i video di ragazzi che denunciavano l’assenza di prospettive e invitavano a manifestare. Ma le motivazioni, racconta, non erano tutte uguali. “Certo, una parte di noi è scesa anche per noia, per fare qualcosa di diverso dal solito stare nella piazzetta. Anch’io all’inizio ero andato per farmi un giro diverso e mettere qualche video online. Ma una volta lì ti senti parte di qualcosa e ti rendi conto che stanno parlando anche del tuo futuro e della tua vita”. Ammette che, una volta in mezzo alla folla, la tentazione di saccheggiare, come stavano facendo altri, è stata forte. “Non ho mai avuto nulla, solo vestiti delle bancarelle o che ci dà la Chiesa”. Alla fine ha scelto di non mettersi nei guai. Adesso ha paura del clima che si è creato, ma vorrebbe tornare in piazza. “Ho paura che, se smettiamo di andarci, nessuno si ricordi più di noi e dei nostri problemi”.

“Siamo solo all’inizio”

R. ha 17 anni, è nato e cresciuto in Italia, ha origini arabe e vive a San Siro. È sceso in piazza sia sabato sia domenica, spinto non solo dalla rabbia per il carovita, ma anche dalla stanchezza di sentirsi giudicato per le sue origini. All’inizio pensava che gli appelli circolati sui social sarebbero rimasti parole. Invece, una volta arrivato, ha trovato anche alcuni compagni di scuola. “Mi sono stancato di sentirmi dire ‘tornatene al tuo Paese’. Ma quale Paese? Io sono nato qui, sono cresciuto qui. Quando sento parlare di remigrazione mi chiedo dove dovrei andare. Questa è casa mia”. A scuola, racconta, anche il cognome basta a farlo sentire giudicato. Nelle strade del centro, invece, dice di sentirsi subito sotto controllo: “Appena andiamo nelle vie del centro siamo subito controllati dalla polizia. Sembra che appena diventiamo visibili siamo un disturbo”. È anche contro l’etichetta di “maranza” che R. se la prende , con una provocazione sarcastica: “Sono stanco di essere definito così. Perché devo avere un’etichetta? E se poi devo averla, perché vengo contestato se rubo e rompo le cose? Non è l’etichetta che mi avete dato?”. Poi torna a parlare della polizia. Racconta che sabato gli agenti avrebbero cominciato a chiudere le strade e che da lì la situazione sarebbe precipitata. Sostiene che la polizia abbia colpito per prima e racconta di essere stato a sua volta colpito in faccia e sulle gambe. Da quel momento racconta: “Se tu mi colpisci, perché io devo rimanere tranquillo?” . La rabbia, però, non si è esaurita con quelle due giornate. “Lavoriamo, paghiamo le tasse, ma quando abbiamo bisogno noi sembra che il problema non sia altrettanto importante”. Domenica è tornato in piazza anche per questo. “Se la risposta è che dobbiamo stare a casa e non farci vedere, allora non è cambiato niente. Siamo solo all’inizio, torneremo in piazza”.

F. torna a parlare di quello che, secondo lui, è rimasto fuori dal racconto delle due giornate. “Adesso si parla soltanto delle vetrine rotte, ma prima di sabato chi parlava di noi? Di quello che succede nelle nostre case, dei soldi che mancano, del futuro che non abbiamo? Finché non si parlerà dei problemi veri e del futuro che ci aspetta, saremo costretti a scendere in piazza. Non abbiamo nulla da perdere”.

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Dissento da Recalcati: non vedo cattivi maestri a sinistra, i giovani imparano la violenza al tg

Ho letto Recalcati su Repubblica e mi sono fermato a metà. Dice una cosa sacrosanta: non si confondono i ragazzi che scendono in piazza per il loro futuro con chi sfonda la vetrina di una Feltrinelli. Poi però va a cercare i cattivi maestri a sinistra, tra chi ha osato chiamare fascista un governo eletto. E lì mi perde.

Perché io i cattivi maestri li vedo ogni sera al telegiornale. Non hanno il passamontagna. Hanno la fascia tricolore, o lo Studio Ovale alle spalle.

Trump ha detto ai suoi “fight like hell” la mattina del 6 gennaio, e sappiamo come è finita a Capitol Hill. Prima ancora, sulle proteste per George Floyd: “quando iniziano i saccheggi, iniziano gli spari”. Nel 2024 ha promesso un “bagno di sangue” se avesse perso. Bolsonaro, in campagna elettorale, parlava di “fucilare” gli elettori del PT. Milei si è presentato con una motosega in mano, come programma di governo. Salvini ha fatto carriera sulla ruspa da passare sui campi rom, sulla “pacchia è finita”, sul citofono premuto a Bologna per chiedere a una famiglia se spacciava. Un ministro della Repubblica ha evocato la “sostituzione etnica”. Un generale che ha scritto che certe persone “non sono normali” è stato candidato e eletto. In Francia, da Jean-Marie a Marine Le Pen, le “sommersioni migratorie” sono da decenni il lessico ordinario.

Questo è il linguaggio di chi comanda. Non il linguaggio di un corteo studentesco: quello di chi firma i decreti. E poi ci chiediamo da dove venga la violenza dei ragazzi. Io non me lo chiedo. Quando per vent’anni chi sta in alto parla di nemici da schiacciare, di confini da difendere con i corpi, di avversari da “fucilare”, la violenza smette di essere un tabù e diventa una grammatica. I ragazzi la imparano come imparano tutto il resto: guardandoci.

Ma c’è una seconda cosa che Recalcati non dice, ed è quella che mi brucia di più. Questi ragazzi non sono solo esposti a parole violente. Sono inascoltati. Da anni.

Chiedono una scuola che non abbia i soffitti che crollano e i precari che cambiano ogni ottobre, e ricevono tagli e lezioni sul merito. Chiedono di fare qualcosa sul clima prima che il clima faccia qualcosa a loro, e ricevono un’alzata di spalle e un “non è il momento”. Chiedono un contratto che non scada prima dell’affitto, e ricevono stage, tirocini, partite Iva a 900 euro. Chiedono una casa, e trovano Airbnb. Chiedono un futuro, e gli viene spiegato che devono avere pazienza, che il Paese ha altre priorità, che intanto si deve cominciare a costruire il ponte.

Ogni volta che un diciottenne alza la mano e nessuno risponde, gli stiamo insegnando che alzare la mano non serve. Non ci vuole uno psicanalista per capire cosa succede dopo.

Lo dico chiaro, perché so come funziona il gioco: non sto giustificando chi devasta. Chi spacca una libreria non sta facendo politica, sta facendo danni, e li paga chi quella libreria la apre la mattina. Ma la domanda “chi gli ha insegnato questo?” non la rivolgerei a un professore di filosofia che in un’aula ha parlato di antifascismo. La rivolgerei a chi, dal palco di un comizio, ha trasformato l’insulto in metodo e la minaccia in consenso. E poi si stupisce, con il volto grave, che qualcuno abbia preso alla lettera quello che lui diceva per applausi.

Il fascismo degli antifascisti, dice Recalcati citando Pasolini. Può darsi. Ma Pasolini scriveva nel ‘74, e il potere di oggi non ha bisogno di nessun antifascista per essere violento: lo è da solo, con le proprie parole, in prima serata. E poi Recalcati e tutti gli altri non parlano della magnifica manifestazione a Roma di sabato, senza violenza e con contenuti chiari. Con anche tantissime e tantissimi giovani che reclamavano un senso per il loro futuro.

I ragazzi non sono la malattia. Sono il termometro. E prima di spaccare il termometro, forse conviene guardare la febbre.

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Sicurezza Milano, vertice d’urgenza a Palazzo Chigi. Il governo valuta anche l’uso dell’esercito in strada

Più agenti e più militari per presidiare Milano. Attraverso il programma Strade Sicure, come chiesto a più riprese dal vicepremier leghista Matteo Salvini. È questa una delle risposte a cui il governo sta pensando dopo il week end di proteste e violenze nelle strade del centro di Milano. Se ne discuterà lunedì mattina alle 12 a Palazzo Chigi in un vertice di governo a cui parteciperanno la premier Giorgia Meloni, i vice Antonio Tajani e Matteo Salvini (collegato) e i ministri interessati. Oltre a un decreto e a misure che rendano possibile fermare i minorenni, il governo sta pensando a un aumento del presidio delle forze armate nella città di Milano. Non è ancora chiaro quale sarà il numero di agenti in più che saranno inviati e in queste ore sono in corso riflessioni ai vertici dell’esecutivo.

L’invio di ulteriori uomini rappresenta comunque una scelta non senza rischi. In primis perché il ministro della Difesa Guido Crosetto ha più volte criticato la proposta del collega di governo Salvini di inviare i militari nelle strade delle grandi città perchè, in un contesto di guerre in giro per il mondo, le forze armate servono soprattutto per presidiare i nostri territori all’estero. In secondo luogo, inviare militari nella città di Milano sarebbe un riconoscimento delle ragioni del sindaco Beppe Sala che, nelle ultime ore, ha criticato il governo spiegando che nelle strade del centro c’erano pochi agenti delle forze dell’ordine. Una questione che si intreccia con le elezioni comunali del 2027 su cui la maggioranza non ha ancora trovato l’accordo per un candidato unitario.

Per il momento sembra accantonata l’idea, avanzata da Tajani, di un Consiglio dei ministri nella città di Milano per dare un segnale di vicinanza alla città. Prima il governo vuole intervenire con una risposta legislativa chiara e con un aumento di forze dell’ordine e militari impiegati nelle strade.

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“Violenze dei minori in piazza? Rabbia repressa e noia, fallimento educativo di famiglia e scuola”: parla il prof Enrico Galiano

Tra gli ottanta manifestanti fermati dalle forze dell’ordine, sabato a Torino, Milano e Bologna, c’erano molti minori. Ragazzini con bombe carta, fumogeni, pietre nello zaino. Dietro gli scontri con la Polizia c’erano 13-14enni che probabilmente non hanno per nulla a che fare con i black bloc e che nemmeno erano nati al G7 di Genova nel 2001. Ma perché tutta questa rabbia? Contro chi? Per mandare quale messaggio? O forse è solo per sfogarsi? Lo abbiamo chiesto al professore e scrittore Enrico Galiano che tutti i giorni entra in classe con studenti che hanno più o meno l’età di questi giovanissimi.

Professore, colpisce leggere nella cronaca di queste ore che tra le anime più violente della protesta messa in scena dagli studenti ci siano dei pre-adolescenti. Che sta accadendo? Sono manifestazioni d’odio ma contro chi?
È una domanda che mi mette in difficoltà. Pensando a quanto è accaduto mi sembra di vedere un’assemblea di classe convocata dalla maggior parte degli studenti per recriminare giuste rimostranze e dover fare i conti con l’unico compagno che vuol creare caos buttando per aria il banco. C’è una rabbia giovanile repressa che se viene sfogata attraverso forme distruttive è da condannare. Ma dobbiamo farci una domanda: cosa ci stanno dicendo? Mi riferisco, soprattutto, alla maggior parte che è scesa in piazza senza creare problemi. Ci sono ragioni che vanno comprese: perché in qualche scuola si inizia a fare matematica a novembre dal momento che non si trovano professori per questa disciplina? Perché il disabile non ha il suo insegnante di sostegno?

Qualcuno parla di un “vuoto educativo”.
È probabile che il sistema educativo abbia in parte fallito. Ma pensiamo anche alle loro famiglie: spesso i figli sono percepiti come un disturbo, come qualcuno da parcheggiare a scuola. E così ci si accorge di loro solo quando fanno “rumore”. Per loro è l’unico modo di farsi sentire.

Torniamo a parlare di quei ragazzini minori violenti. Si sfogano lanciando oggetti, spaccando tutto ciò che trovano sulla strada. Un modo come un altro per sfogarsi?
Dovrei conoscere ciascuno di loro per poter dare un giudizio ma attenzione: dietro tutto ciò potrebbe esserci anche la noia. Faccio io una domanda a lei: perché questo odio non è stato visto prima? Nessuno si è accorto di loro? Non mi si dica che la responsabilità è della scuola perché noi non siamo psicologi, psichiatri. Certo se avessimo qualche risorsa umana in più forse riusciremmo a fare qualcosa.

Non si rendono conto che ci sono leggi da rispettare?
Non hanno la percezione del reato. Si sentono immuni. Lo abbiamo già visto in altri fatti criminali. E poi c’è anche chi, ben informato, sa che prima dei 14anni non può essere arrestato.

Avrà visto anche lei le scene delle cariche delle forze dell’ordine: che ne pensa?
Certo, ho visto immagini che non mi hanno lasciato indifferente ma dovrei sapere cos’è accaduto prima. Allo stesso tempo mi ha colpito in positivo quel cordone di professori che proteggevano gli studenti. È accaduto come in Francia dove oltre agli insegnanti anche i sindaci si sono schierati con i manifestanti. Qualche adulto che sta dalla loro parte c’è ancora.

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Nuova giornata di guerriglia a Milano, gruppi di giovani assaltano diversi negozi in Via Torino

Per il secondo giorno consecutivo è guerriglia urbana a Milano. Centinaia di giovanissimi si sono dati prima appuntamento in piazza Duomo e poi hanno invaso via Torino. I negozi hanno iniziato subito ad abbassare le saracinesche.

I gruppi, composti da ragazzi in gran parte con i volti coperti, hanno infranto vetrine e pensiline del bus e lanciando per aria tutto quello che hanno trovato, dai secchioni dei rifiuti ai tavolini all’aperto dei bar. Un vero e proprio assalto si è consumato ai danni del supermercato Carrefour, che, dopo l’irruzione, è stato anche saccheggiato. Assaltati anche i negozi Footlocker e Champions della stessa via Torino.

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Scontri in piazza, Piantedosi: “Sala radical chic”. Lui: “Decenza non guasta”. Meloni accusa “gruppi organizzati”

Prima il sindaco di Milano Beppe Sala indica lo scarso numero di poliziotti in Piazza. Poi Piantedosi lo accusa sui social network di essere “un radical chic”. E il primo cittadino meneghino rimbecca: “la decenza non guasterebbe, nessuno può darmi dello snob sfaticato”. All’indomani delle violenze di piazza durante le manifestazioni contro il carovita, non è l’unita istituzionale la prima reazione dello Stato. A riprova, lo scontro verbale tra il ministro dell’Interno e il sindaco di Milano, teatro di guerriglie urbane appena 24 ore fa.

Le reazioni politiche

Intanto, Piantedosi ha annunciato l’apertura delle indagini sui violenti, senza sconti aio giovanissimi, mentre giungono i commenti politici dopo gli scontri con le forze dell’ordine, i negozi saccheggiati e i cassonetti incendiati nelle piazze italiane. Durante le manifestazioni contro il carovita, dopo le manifestazioni in Francia, gruppi violenti hanno innescato disordini e guerriglie urbane soprattutto a Milano, ma anche a Torino, Bologna, Firenze e in altre città minori. Con assalti alla polizia e lanci di oggetti davanti a stazioni e luoghi “sensibili”. Sui social network covava la protesta con una domanda diffusa: perché Oltralpe si protesta in Italia no? Salvini si concentra anche sulla responsabilità e sull’ammontare dei danni. Meloni punta il dito sull’organizzazione delle violenze. Un aspetto indicato anche dal responsabile del Viminale, che ha puntato il dito sui “professionisti del disordine”. Tra le loro fila anche giovanissimi sotto i 18 anni, ma “la minore età di alcuni protagonisti non può far pensare a una qualche forma di impunità”, ha avvisato Piantedosi. Dunque nessuno “sconto sulle responsabilità individuali, che saranno contestate in sede penale”. Il ministro ha ricordato “i numerosi arresti”, elogiando le forze dell’ordine, che “hanno garantito il diritto di manifestare con la consueta professionalità, intervenendo con equilibrio e accortezza nelle situazioni critiche”.

Piantedosi: “Sinistra non condanna i violenti”. Il sindaco: “Nessuno mi dipinge da snob sfaticato”

Il ministro non ha gradito, per usare un eufemismo, l’annotazione di Sala sulle forze dell’ordine, “troppo poche” a Milano: “Ha puntato il dito proprio contro le Forze di polizia che – secondo lui – sarebbero state in numero inadeguato per fronteggiare i tanti violenti in Piazza Duomo. È il solito riflesso naturale e istintivo di una certa sinistra radical chic che non riesce proprio a condannare i violenti senza qualche distinguo, sempre preferendo guardare a presunte responsabilità dello Stato e dei suoi rappresentanti”, ha accusato Piantedosi in un post sul social network X.

“A Piantedosi che mi equipara alla ‘sinistra radical chic’ dico che un pò di decenza non guasterebbe”, ha risposto Beppe Sala. “Lavoro da 45 anni, anzi mi faccio un mazzo così da 45 anni, e non permetto a nessuno di dipingermi come uno snob sfaticato”, ha aggiunto il sindaco piccato. Invitandolo alla collaborazione: “Pensi a fare la sua parte e eviti gli attacchi personal. Ricordandogli che ieri ho condannato in modo fermo i violenti che hanno messo a ferro e fuoco Milano – ha aggiunto -, gli dico che se lascia perdere le battute di cattivo gusto e intende lavorare insieme, io ci sono. Come sempre”.

Meloni: “Gruppi organizzati seminano il caos”. Salvini: “Vergognosa guerriglia”

Giorgia Meloni si schiera con le autorità di sicurezza e punta il dito contro “bande di teppisti“, rei di aver “messo a ferro e fuoco” le piazze italiane. “Ancora una volta, le donne e gli uomini delle Forze dell’Ordine hanno dovuto affrontare la violenza di delinquenti che, anche attraverso gruppi organizzati, sfruttano le manifestazioni per cercare lo scontro e seminare il caos”, ha dichiarato oggi la presidente del Consiglio. Concludendo: “A tutti loro va la mia piena solidarietà e un ringraziamento sincero”.

Matteo Salvini annuncia l’intenzione di riproporre “in Parlamento, dopo troppi ritardi causati da altri in passato, la proposta della Lega per introdurre una garanzia finanziaria a carico degli organizzatori delle manifestazioni a rischio, a copertura degli eventuali danni”. Sec0ndo il leader del Carroccio, insomma, i danni dei violenti dovrebbero essere pagati anche da chi scende in piazza pacificamente. “Manifestare è un diritto, devastare no. Chi rompe paga”, prosegue il leader. Gli scontri e le violenze di ieri? “Vergognose scene di guerriglia urbana“.

Bonelli: “Criminali nostri nemici e avversari. Il Viminale li identifichi, non spetta a noi”

Il leader di Europa Verde Angelo Bonelli condanna nettamente i violenti, “nostri nemici, nostri avversari, perché mettono non solo in secondo piano ma cancellano le legittime proteste”, intervenendo a margine dell’assemblea nazionale di Terra comune, a Roma. L’esponente di sinistra invita il ministero degli Interni a “identificare i criminali”, un compito che “non spetta a noi”. Poi critica i commenti della maggioranza: “una destra ignobile sta utilizzando e strumentalizzando contro noi quello che è accaduto ieri”. Bonelli sottolinea il lato pacifico della piazza, “la stragrande maggioranza”, con “ragazzi e ragazze contrapporsi a questi violenti. Ho visto una ragazza cercare di spegnere un incendio”. Chi sono gli autori dei disordini? “Non sappiamo chi sono queste persone”, ma aiutano “questa destra a cancellare il disastro economico e sociale che c’è nel paese”.

Anche il sindaco Sala sul rimborso danni: “Giusto rivalersi contro chi è responsabile”. E “forze dell’ordine poche e insufficienti”

Il primo cittadino di Milano sottolinea lo stessa tema di Salvini: chi paga “i danni significativi nel centro di Milano”? “E’ giusto che i privati, ma forse anche il Comune, cerchino di rivalersi nei confronti di chi è responsabile, senza attribuire colpe a nessuno”, ha dichiarato il sindaco a Rtl 102.5. Chiarendo: “Sto facendo fare una verifica”. Sul versante della sicurezza, secondo Sala “le forze dell’ordine potevano essere di più, ieri questi poveri poliziotti erano pochi”. Al cospetto di violenti “esperti del mestiere”, che “a un certo punto si sono divisi in vari gruppetti e poi non si è più riusciti a seguirli”. Il primo cittadino si dice “molto preoccupato”, perché di piazze così così violente “ce ne saranno”. Le istituzioni saranno preparate? “Ho l’impressione che il nostro questore non sia stato dotato di forze dell’ordine sufficienti”.

L’assessore La Russa: “Il campo largo ammicca alle rivolte. Sinistre alimentano tensioni e augurano gli scontri”

L’assessore alla sicurezza della giunta regionale lombarda, Romano La Russa (fratello del presidente del Senato Ignazio) punta il dito contro “esponenti della sinistra radicale e non solo”, che “da settimane si auguravano che nelle piazze italiane accadesse quanto già è successo in Francia, con violenti scontri di piazza, aggressioni alle forze dell’ordine e devastazioni di negozi e strade”. Secondo l’esponente di Fratelli d’Italia, “un clima di tensione che qualcuno a sinistra ha volutamente alimentato e che ieri è esploso a Milano con tutta la sua violenza”. I protagonisti delle “devastazioni”? Maranza e centri sociali, accusa La Russa, “tra i tanti, uno caro al Comune, il centro sociale Lambretta”. Infine, l’attacco “a chi, nel campo largo” del sindaco Sala, “ammicca a queste rivolte”.

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Scontri a Milano, Meloni si rivolge alle opposizioni “Ogni reticenza diventa giustificazione”. Sala: “Ragioni comprensibili, violenze ingiustificabili”

È un coro di condanne da parte della politica per le scene di violenza e guerriglia urbana che si sono registrate in diverse città italiane, in particolare a Milano. La manifestazione spontanea “Italia in piazza“, nata sul web, si è trasformata radicalmente quando alcune centinaia di giovani vestiti di nero e in gran parte a volto coperto sono apparsi in mezzo ai manifestanti. Postando un video degli scontri nel capoluogo lombardo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha sottolineato che “manifestare è un diritto” ma “mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è”.

“A Milano, come mostrano queste immagini – scrive la premier sui social – lanci di pietre contro le Forze dell’Ordine, agenti feriti, danneggiamenti e violenze che hanno costretto a interrompere il corteo. A Torino sono state fermate persone con sanpietrini e martelletti frangivetro. A Bologna i disordini hanno portato alla chiusura precauzionale della stazione ferroviaria. Teppisti che sfruttano le manifestazioni per seminare il caos, aggredire chi garantisce la sicurezza e tenere in ostaggio intere città”. Meloni si rivolge così alle forze politiche di opposizione: “Non siano ambigue su questo. Condannino senza ambiguità queste violenze e lancino un appello chiaro affinché ogni mobilitazione sia pacifica. Di fronte a scene del genere, il rifiuto deve essere unanime. Ogni reticenza diventa giustificazione. Il silenzio non è accettabile”, conclude la premier.

Dalla destra arriva anche l’intervento del vicepremier leghista: “Centri sociali, maranza e marciume sinistro avariato. Ci sarà ancora chi li protegge e li difende???”, ha scritto Matteo Salvini su X. E la Lega rilancia la proposta della “cauzione per manifestare”: “Chi scende in piazza per seminare violenza e devastare le nostre città deve risponderne, anche economicamente. Basta scaricare sui cittadini il conto dei danni provocati dai professionisti del caos” hanno sottolineato in una nota congiunta il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari e quello all’Interno Nicola Molteni. “Serve approvare subito la proposta della Lega che introduce garanzie finanziarie per le manifestazioni a rischio e responsabilizza gli organizzatori. Pronto l’emendamento. Il diritto di manifestare è sacrosanto – hanno concluso -, quello di distruggere e aggredire non esiste. Basta violenze, basta devastazioni, basta conti pagati dagli italiani”.

Dal fronte del centrosinistra arriva la condanna del sindaco di Milano: “Le ragioni della protesta erano comprensibili. Le violenze contro le forze dell’ordine e i gravi danni alla città sono ingiustificabili”, ha detto Giuseppe Sala. “La politica può decidere di strumentalizzare, alla ricerca di consenso elettorale. Oppure – ha aggiunto – di affrontare con saggezza questo momento storico così difficile: spero sia questa la scelta”.

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