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Lo Spirito di Shanghai: un bilancio dei primi 25 anni della SCO

Dallo “Shanghai Spirit” alla Dichiarazione di Bishkek, questa organizzazione, che pone la sicurezza al primo posto, privilegia il pragmatismo rispetto all’ideologia.

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La sicurezza prima di tutto

Il recente vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), tenutosi a Bishkek, ha segnato il venticinquesimo anniversario della nascita di quella che, nel panorama delle istituzioni internazionali, rappresenta un caso di studio particolarmente interessante. Nata dalle ceneri delle misure di fiducia sovietico-cinesi e trasformata in organizzazione a tutti gli effetti nel 2001, la SCO ha attraversato un quarto di secolo consolidando un’architettura istituzionale che oggi funziona in modo efficace: riunioni annuali del Consiglio dei Capi di Stato, incontri regolari a livello interministeriale, e una cooperazione quotidiana che si sviluppa su binari sempre più articolati.

Tuttavia, l’anniversario offre l’occasione per una riflessione che va oltre la mera celebrazione. La domanda che emerge con forza è: quale ruolo giocano i valori all’interno della SCO? E come si rapporta questa dimensione valoriale con quella, apparentemente più pragmatica, della sicurezza e della cooperazione funzionale? L’analisi dei documenti fondativi e delle dichiarazioni successive rivela una traiettoria complessa, che merita di essere esaminata in profondità.

Fin dalle sue origini, la SCO ha posto la cooperazione in materia di sicurezza come una delle sue priorità principali. Questa scelta non è casuale: la preistoria dell’organizzazione affonda le radici nelle misure di fiducia sovietico-cinesi, sia sulle questioni di confine che sugli aspetti più ampi della sicurezza reciproca. Il “Shanghai Five”, gruppo informale che precedeva la nascita ufficiale dell’SCO, aveva proprio nella gestione delle questioni di sicurezza e nella costruzione di fiducia tra i membri il suo collante principale.

Questa specializzazione originaria ha avuto conseguenze durature. Anche quando, nel corso degli anni, l’SCO ha ampliato il proprio raggio d’azione a settori sempre più diversificati, la sicurezza è rimasta il fulcro attorno al quale si è sviluppata l’intera architettura organizzativa. In un certo senso, come nota acutamente l’analisi, l’SCO può ancora essere definita un’organizzazione internazionale specializzata, focalizzata su una singola priorità principale, nonostante la sua evoluzione verso forme di cooperazione più comprensivo.

Il confronto con i BRICS, struttura di cooperazione genuinamente omnicomprensiva che opera in un’ampia gamma di campi, risulta particolarmente illuminante. Mentre i BRICS hanno sviluppato nel tempo una piattaforma valoriale sempre più articolata, con dichiarazioni che dedicano ampio spazio a questioni di valori comuni e condivisi, l’SCO ha mantenuto un approccio più marcatamente operativo e meno declamatorio sul piano assiologico.

La Carta dell’SCO: principi senza valori

Un dato particolarmente significativo emerge dall’analisi del documento fondativo dell’SCO. La Carta, firmata il 7 giugno 2002 ed entrata in vigore il 19 settembre 2003, non menziona affatto il termine “valori”. Al suo posto, troviamo un articolo dedicato, l’articolo 2, intitolato significativamente “Principi”. È su questi principi che l’SCO basa la propria attività.

Questi principi includono: rispetto reciproco per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini statali; non aggressione; non interferenza negli affari interni; non uso della forza nelle relazioni internazionali; uguaglianza di tutti gli Stati membri; risoluzione pacifica delle controversie tra Stati membri; non targeting dell’SCO contro altri Stati. Un principio particolarmente rivelatore è quello dell’attuazione graduale delle azioni congiunte in aree di interesse comune.

Quest’ultimo principio, quello della “phased implementation”, spiega molto del funzionamento dell’SCO e delle aspettative, talvolta eccessive, che si generano attorno alla sua attività. La delusione che talvolta accompagna il giudizio sull’organizzazione — quel “nulla accade oltre i vertici” che circola in certi ambienti — trova proprio in questo principio la sua spiegazione. Non si tratta di un difetto, ma di una scelta deliberata e costitutiva: procedere per gradi, consolidare i risultati raggiunti, evitare passi falsi.

L’assenza del termine “valori” dalla Carta dell’SCO è perfettamente spiegabile e non diminuisce affatto il livello di fiducia reciproca tra gli Stati membri. Vale la pena ricordare che, anche nel caso dei BRICS, il termine “valori” non fu una caratteristica immediata delle dichiarazioni finali, affermandosi stabilmente solo a partire dalla metà degli anni 2010. Prima di allora, il termine utilizzato per caratterizzare la coesione interna dei BRICS era, tra gli altri, proprio “principi”, esattamente come per l’SCO.

Il contesto storico e l’evoluzione del lessico valoriale

Nel 2002, il termine “valori” non era ancora politicamente di moda come lo è oggi, ed era usato piuttosto raramente nei documenti dei principali Paesi del mondo non occidentale. In quel periodo, in questi Paesi — Russia inclusa — la parola “valori” era più spesso postulata nel lessico politico in senso negativo, come “valori imposti dall’Occidente”, e quindi come qualcosa che richiedeva resistenza.

La consapevolezza che questo è un gioco che si può giocare in due, e che per rafforzare efficacemente la solidarietà tra i Paesi non occidentali era necessario formulare una propria piattaforma di valori condivisi, arrivò molto più tardi. E il lavoro per garantire che i valori non occidentali siano percepiti come comprensibili, attraenti e allo stesso tempo non banali — non semplicemente nello stile “siamo per tutte le cose buone e contro tutte le cose cattive” — continua ancora oggi, con successi alterni.

Questo ritardo nell’elaborazione di una piattaforma valoriale esplicita non significa però che l’SCO sia priva di una dimensione assiologica. Al contrario, essa esiste, ma si esprime attraverso categorie diverse da quelle del lessico valoriale occidentale: i “principi” e, soprattutto, lo “spirito”.

Un dato cronologicamente significativo emerge dall’analisi comparata dei documenti dell’SCO e dei BRICS: rispetto a un termine particolare — e alla sua rilevanza sostanziale — l’SCO ha notevolmente anticipato i BRICS. Si tratta del termine “spirito”.

Nelle dichiarazioni dei vertici annuali dei BRICS, il termine “spirito dei BRICS” e i suoi elementi costitutivi apparvero per la prima volta durante la presidenza cinese del 2017. Lo “spirito” scomparve poi dai documenti dei BRICS per diversi anni. Il termine ritornò nel 2022, ancora una volta durante la presidenza cinese. Ma successivamente, in tutte le dichiarazioni dei vertici BRICS del 2023-25, i cui progetti iniziali furono preparati da altri Paesi, il termine “spirito dei BRICS” fu costantemente presente.

Nel caso dell’SCO, invece, il termine “spirito” apparve nella primissima dichiarazione successiva al vertice di Shanghai del 15 giugno 2001, quando lo “Shanghai Five”, precedentemente esistente come raggruppamento informale, fu trasformato in un’organizzazione internazionale a tutti gli effetti. In questa dichiarazione, lo “spirito di Shanghai” fu menzionato come punto separato, caratterizzato da fiducia reciproca, beneficio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto per la diversità culturale e aspirazione allo sviluppo condiviso.

È evidente che il termine “spirito” affonda le sue radici, innanzitutto, nella tradizione politica cinese contemporanea, poiché in ogni caso è apparso per la prima volta in documenti di anni in cui i vertici si tenevano in Cina. Questa è, in un certo senso, una peculiarità cinese. Detto questo, il termine “spirito”, anche se non immediatamente, si è poi stabilmente affermato nelle dichiarazioni dei BRICS; e nel caso dell’SCO, un anno dopo, nel 2002, quando il vertice si tenne non in Cina ma a San Pietroburgo, il termine “spirito” entrò nel preambolo della Carta dell’SCO.

Nella Carta, tuttavia, l’epiteto “Shanghai” scomparve in relazione allo spirito; lì si fa riferimento semplicemente allo “spirito di fiducia reciproca, beneficio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto per la diversità culturale e aspirazione allo sviluppo condiviso”.

L’approccio civilizzazione e la sua evoluzione

Di particolare rilevanza per l’ideologia politica odierna è l’approccio civilizzazionale riflesso nella Dichiarazione di Shanghai del 2001. Essa notava specificamente il “rispetto reciproco e la fiducia reciproca tra Stati appartenenti a civiltà diverse e portatori di tradizioni culturali differenti”. Un anno dopo, tuttavia, la menzione delle civiltà scomparve dal preambolo della Carta dell’SCO.

Questo movimento di apparizione e scomparsa del lessico civilizzazionale è significativo. Da un lato, riflette la sensibilità cinese per le questioni di identità culturale e di diversità; dall’altro, mostra la cautela degli altri membri nell’adottare un linguaggio che potesse essere percepito come troppo marcatamente ideologico o potenzialmente divisivo.

Se esaminiamo il preambolo dell’attuale Dichiarazione di Bishkek del Consiglio dei Capi di Stato dell’SCO del 1° settembre 2026, troviamo che essa enfatizza il “fermo impegno verso gli obiettivi e i principi sanciti nella Carta dell’SCO, nonché verso il ulteriore rafforzamento del buon vicinato, dell’amicizia e dell’efficace cooperazione multilaterale”. Inoltre, questa dichiarazione impiega ancora una volta proprio il termine “spirito di Shanghai”, che è incarnato nei principi esposti nel preambolo della Carta dell’SCO.

È chiaro che, poiché gli elementi costitutivi di questo spirito dell’SCO sono fissati nel testo legale della Carta, le loro formulazioni rimangono incrollabili anche a venticinque anni di distanza. Qui sta la differenza tra lo spirito dell’SCO e lo spirito dei BRICS, dove, di anno in anno, vari elementi di questo spirito vengono aggiunti o rimossi dai Paesi che esercitano la presidenza, a seconda delle loro particolarità nazionali. E la definizione dello spirito dei BRICS risulta, ogni anno, almeno leggermente diversa.

Nel caso dell’SCO, invece, è significativo che l’epiteto “Shanghai” sia ritornato — un epiteto che, a differenza dello spirito stesso, non è legalmente fissato. Questo ritorno segnala una volontà politica di rivendicare l’eredità originaria dell’organizzazione, in un momento in cui la competizione tra potenze per la definizione dei valori globali si fa sempre più intensa.

Quanto pesa questo anniversario

Se rileggiamo passo passo le dichiarazioni dei vertici dell’SCO rivela variazioni significative nel trattamento della dimensione valoriale. L’attenzione particolare dedicata nella Dichiarazione di Bishkek all’impegno dell’SCO verso lo spirito di Shanghai e i principi dell’SCO non è particolarmente tipica delle altre dichiarazioni dei vertici degli ultimi anni.

Per esempio, nelle dichiarazioni successive ai vertici “non anniversari”, il preambolo è praticamente assente, e la descrizione della situazione internazionale e delle sfide alla sicurezza inizia fin dall’inizio. Nelle dichiarazioni emesse ad Astana nel 2024, a Delhi nel 2023 e a Mosca nel 2020, né lo “spirito di Shanghai” né semplicemente lo “spirito” sono menzionati (sebbene la dichiarazione di Mosca contenga il termine “spazio SCO”). Nelle dichiarazioni emesse a Tianjin nel 2025 (naturalmente), a Samarcanda nel 2022 e a Bishkek nel 2019, c’è una menzione dello “spirito di Shanghai”, ma essa è collocata non all’inizio del testo ma in profondità nella prima sezione.

È chiaro che il carattere specifico dell’attuale dichiarazione è spiegato dalla sua natura anniversaria; la dichiarazione emessa a Dushanbe per il precedente anniversario — il ventesimo, nel 2021 — fu composta esattamente allo stesso modo, con un lungo preambolo che menziona lo spirito di Shanghai e l’impegno verso i principi. Questo è altamente significativo: gli anniversari offrono l’occasione per un’affermazione più esplicita dell’identità valoriale dell’organizzazione, mentre nei vertici ordinari prevale un approccio più pragmatico e orientato alle questioni contingenti.

Il contributo indiano e la prospettiva dei “4 M”

In questo quadro, assume particolare interesse la prospettiva indiana sull’SCO. Le iniziative dell’India nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai si sono concentrate su questioni economiche, riflettendo il desiderio di costruire cooperazione economica con gli Stati dell’Asia Centrale al fine di migliorare il proprio posizionamento regionale e rafforzare il multilateralismo.

Secondo Anil Trigunayat, l’SCO può senza dubbio contribuire alla collaborazione regionale aderendo al principio delle “4 M”: i membri devono abbracciare il Rispetto Reciproco (Mutual Respect), l’Interesse Reciproco (Mutual Interest), la Sensibilità Reciproca (Mutual Sensitivity) e il Beneficio Reciproco (Mutual Benefit) affinché il gruppo possa emergere più forte e più rilevante.

Questa formulazione è significativa perché mostra come, dal punto di vista indiano, la dimensione valoriale dell’SCO non risieda tanto in una piattaforma ideologica esplicita, quanto in un insieme di principi operativi che guidano la cooperazione quotidiana. L’India, con la sua tradizione di non allineamento e la sua sensibilità per la sovranità nazionale, si trova naturalmente a proprio agio in un’organizzazione che privilegia i principi sui valori, e che evita di imporre una visione ideologica comune.

 Verso un prospero futuro

L’analisi della dimensione valoriale dell’SCO a venticinque anni dalla sua fondazione rivela un quadro complesso e sfumato. Da un lato, l’organizzazione non ha mai sviluppato una piattaforma valoriale esplicita paragonabile a quella dei BRICS o di altre strutture di cooperazione. Dall’altro, essa possiede una solida base di principi, sanciti nella Carta, e uno “spirito” che, pur non essendo definito in termini valoriali, costituisce un potente collante identitario.

Questa configurazione non è un caso, ma riflette la storia e la natura dell’organizzazione. Nata come strumento di costruzione di fiducia in materia di sicurezza, l’SCO ha privilegiato la concretezza dei principi operativi rispetto all’astrattezza delle dichiarazioni valoriali. La sua specializzazione funzionale, il suo carattere istituzionalizzato, e il principio della attuazione graduale hanno contribuito a mantenere l’organizzazione ancorata a una dimensione pragmatica, evitando le derive ideologiche che talvolta caratterizzano altri consessi internazionali.

Tuttavia, il ritorno dello “spirito di Shanghai” nella Dichiarazione di Bishkek, in occasione del venticinquesimo anniversario, segnala una crescente consapevolezza dell’importanza della dimensione identitaria e valoriale. In un’era di competizione globale sempre più intensa, in cui la definizione dei valori e dei principi che devono guidare l’ordine internazionale è essa stessa oggetto di contesa, l’SCO si trova a dover bilanciare la sua tradizionale prudenza con la necessità di affermare con maggiore chiarezza la propria identità.

L’analisi terminologica dei testi, e delle piattaforme valoriali che essi riflettono, non è che un tassello del quadro molto più ampio della cooperazione pratica tra i Paesi dell’SCO realizzata in questi venticinque anni. Ma è un tassello significativo, perché rivela come un’organizzazione nata per la sicurezza sia progressivamente divenuta anche un laboratorio di elaborazione di un linguaggio comune, di principi condivisi e di uno spirito collettivo. E in un mondo in cui la battaglia per la definizione dei valori globali è destinata a intensificarsi, questo laboratorio potrebbe rivelarsi più importante di quanto non appaia a prima vista.

La sfida per l’SCO, nei prossimi venticinque anni, sarà quella di preservare la propria specificità — la concretezza dei principi, la gradualità dell’azione, la centralità della sicurezza — senza rinunciare a elaborare una visione del mondo che, senza essere ideologica, sia capace di attrarre e di unire. Un compito non facile, ma che l’organizzazione ha dimostrato, in questi primi venticinque anni, di poter affrontare con successo.

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BRICS Pay, non è ancora giunto il momento?

BRICS Pay non è una valuta né una rete di regolamento: è interoperabilità. E a Nuova Delhi i leader si sono limitati a “prenderne atto”.

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Cosa è e cosa non è

Alla vigilia del diciottesimo vertice BRICS, ospitato al Bharat Mandapam di Nuova Delhi il 12 e 13 settembre 2026, una parte della stampa specializzata dava per imminente il debutto di BRICS Pay. Le guide al vertice indicavano proprio la capitale indiana come sede del pieno dispiegamento del sistema, con la Reserve Bank of India incaricata del coordinamento tecnico. Il testo approvato dai leader racconta un’altra storia. La Dichiarazione di Nuova Delhi, 140 paragrafi adottati per consenso, si limita a «prendere atto» del lavoro svolto dalla BRICS Payment Task Force sull’interoperabilità dei canali di pagamento e di messaggistica e sulle discussioni relative al regolamento in valute locali, precisando che ciò avviene nel rispetto delle priorità nazionali e nella consapevolezza che non esiste una soluzione valida per tutti. La proposta indiana di collegare le valute digitali delle banche centrali, su cui Nuova Delhi aveva investito una parte consistente del capitale politico della propria presidenza, nel documento non compare.

La distanza tra attese e risultato non va letta come un incidente diplomatico. Riflette due condizioni strutturali che la pubblicistica sulla de-dollarizzazione tende a sottovalutare. La prima è che i Paesi BRICS, presi uno per uno, hanno ancora buone ragioni per regolare in dollari una parte rilevante dei propri scambi. La seconda è che un sistema di pagamento comune non è un problema di ingegneria finanziaria. È un atto di governo condiviso, che richiede regole vincolanti, un’istanza di arbitrato e la disponibilità a fidarsi delle banche centrali altrui. A Nuova Delhi nessuna di queste condizioni era sul tavolo.

Il nome induce in errore. BRICS Pay non è una moneta e non è, almeno nella configurazione discussa finora, un circuito di regolamento. È un livello di interoperabilità pensato per mettere in comunicazione sistemi nazionali già esistenti: il russo SPFS, nato dopo le sanzioni del 2014; il cinese CIPS, operativo dal 2015; l’indiano UPI e il brasiliano Pix, costruiti per i pagamenti domestici istantanei e solo in seguito proiettati all’estero. Il progetto ha preso forma durante la presidenza russa del 2024, nel quadro della BRICS Cross-Border Payments Initiative accolta a Kazan, un’iniziativa che la stessa dichiarazione di quel vertice qualificava come volontaria e non vincolante.

Per capire dove si colloca il progetto conviene distinguere tre piani che il dibattito pubblico confonde di continuo. Il primo è la messaggistica, cioè la trasmissione standardizzata degli ordini di pagamento tra istituzioni finanziarie: è il terreno di SWIFT, ed è qui che BRICS Pay si propone come alternativa. Il secondo è il regolamento, il trasferimento effettivo di valore tra conti presso banche centrali o banche corrispondenti, con tutto ciò che comporta in termini di liquidità, rischio di controparte e gestione dei saldi. Il terzo è l’unità di conto, la moneta in cui i contratti sono denominati. Un’alternativa a SWIFT agisce soltanto sul primo piano. Se un esportatore indiano fattura in dollari e la banca russa regola in dollari presso un corrispondente, aver trasmesso il messaggio su un canale non occidentale cambia ben poco.

L’interoperabilità ha però un vantaggio politico evidente, ed è la ragione per cui è diventata la formula di compromesso del gruppo: consente a ciascun Paese di conservare la propria moneta e il proprio sistema finanziario. Una moneta comune imporrebbe rinunce di tutt’altra portata, dalle regole di emissione e di cambio alla gestione dei Paesi strutturalmente in avanzo o in disavanzo. Non a caso Sudhakar Dalela, segretario per le relazioni economiche del ministero degli Esteri indiano, ha ribadito durante il vertice che una valuta BRICS non è in discussione, aggiungendo la prudente clausola «per ora».

La storia del dossier è la storia di un lessico che avanza di millimetri. Nel 2010, a Brasília, i quattro Paesi fondatori si impegnavano a studiare la fattibilità di una cooperazione monetaria e di accordi di regolamento in valuta locale. A Ufa, nel 2015, si riconosceva il potenziale delle valute nazionali; a Xiamen, due anni dopo, si parlava di swap valutari e di investimenti diretti in moneta locale. Dal 2019 l’attenzione si è spostata sulle infrastrutture di pagamento, con l’avvio dei lavori della Payment Task Force. Johannesburg, nel 2023, ha evocato per la prima volta l’interconnessione dei sistemi di pagamento transfrontalieri; Kazan ha lanciato l’iniziativa volontaria; Rio, nel 2025, ha accolto un rapporto tecnico sul sistema di pagamenti transfrontalieri BRICS che a oltre un anno di distanza non è stato reso pubblico. Sedici anni dopo Brasília, Nuova Delhi «prende atto». La successione dei verbi (studiare, riconoscere, accogliere, prendere atto) è già un indicatore: in un organismo che decide per consenso, il grado di impegno reale si legge nella grammatica dei comunicati.

L’ambizione indiana e il prezzo del consenso

L’India aveva fatto dei pagamenti transfrontalieri uno dei pilastri della propria presidenza. A gennaio la Reserve Bank of India aveva proposto di collegare le valute digitali di banca centrale dei Paesi membri per facilitare commercio e turismo; ad agosto il governatore Sanjay Malhotra confermava che erano in corso discussioni sul collegamento dei sistemi di pagamento veloce e delle CBDC; alla vigilia del vertice il ministro del Commercio Piyush Goyal rilanciava l’invito a regolare gli scambi in moneta locale. Già il 10 settembre, tuttavia, Reuters riferiva di ostacoli politici e tecnici in grado di limitare i progressi, e ne indicava due in particolare: l’interruzione dei rapporti finanziari tra Emirati Arabi Uniti e Iran e la riluttanza della stessa India ad approfondire la connettività finanziaria con la Cina senza una fiducia reciproca più solida.

Il secondo ostacolo merita attenzione, perché rovescia un’immagine corrente. Il freno più robusto a un’integrazione dei pagamenti BRICS non viene da Washington, ma dal Paese che presiedeva il vertice. Nuova Delhi vuole infrastrutture che rendano più semplice il commercio in rupie e più economiche le rimesse della sua diaspora. Non vuole che queste infrastrutture passino per nodi cinesi, né che il loro effetto netto sia un’espansione dello yuan in Asia meridionale. L’incontro tra Narendra Modi e Xi Jinping a margine del vertice ha segnato un disgelo prudente, ma il disavanzo commerciale indiano verso la Cina, raddoppiato nell’arco di un decennio, resta una frattura che nessun comunicato può ricomporre.

C’è poi l’effetto dell’allargamento. Con undici membri e dieci Paesi partner, il gruppo comprende oggi Stati che nella guerra del 2026 si sono trovati su fronti opposti. A maggio la riunione dei ministri degli Esteri, sempre a Nuova Delhi, si era chiusa senza un comunicato congiunto, costringendo la presidenza indiana a una dichiarazione a titolo proprio. L’unanimità di settembre è stata ottenuta abbassando la soglia degli impegni. La dichiarazione critica dazi e sanzioni unilaterali senza nominare gli Stati Uniti e, sul dossier finanziario, rinvia a un lavoro tecnico di cui non fissa né scadenze né obiettivi. Ajay Srivastava, fondatore del Global Trade Research Initiative, ha osservato che il testo non prevede alcuna azione concreta e che, in assenza di un piano coordinato, il commercio in valute locali potrà crescere solo gradualmente, senza raggiungere volumi significativi.

Va segnalato, per scrupolo di metodo, che alcune testate hanno presentato il vertice come il momento del «lancio» di BRICS Pay. Il testo della dichiarazione, così come riportato dalle fonti che lo hanno esaminato nel dettaglio, non autorizza questa lettura. La confusione tra annuncio e realizzazione è uno dei tratti ricorrenti della comunicazione sul tema, e contribuisce a gonfiare aspettative che poi ricadono sulla credibilità del gruppo.

Le buone ragioni del dollaro

Le statistiche disponibili spiegano meglio di qualsiasi dichiarazione perché la de-dollarizzazione resti, per ora, più un tema di dibattito che una tendenza misurabile. Secondo l’ultima indagine triennale della Banca dei regolamenti internazionali, nell’aprile 2025 il dollaro compariva in circa l’89% delle transazioni valutarie mondiali, una quota in lieve aumento rispetto al 2022, mentre lo yuan si fermava all’8,5%. Sul versante delle riserve, i dati del Fondo monetario internazionale indicano per il primo trimestre del 2026 una quota del dollaro pari al 57,13%, contro l’1,99% della valuta cinese. La tendenza di lungo periodo è di erosione: intorno al 1999 il dollaro superava il 70% delle riserve allocate. Ma la diversificazione si disperde su una costellazione di valute minori, la cui quota residua è più che raddoppiata dal 2021, e non si concentra sulle monete dei Paesi BRICS.

La ragione non è la sudditanza, è il calcolo. Il dollaro offre ciò che nessuna alternativa offre ancora: mercati profondi e liquidi, strumenti di copertura a basso costo, un enorme stock di debito denominato nella stessa valuta e la possibilità di convertire in qualsiasi momento il ricavato di una transazione in un attivo considerato sicuro. Barry Eichengreen ha descritto questi vantaggi in termini di effetti di rete: una moneta è utile in proporzione al numero di soggetti che già la usano, e ciò rende costosa qualunque transizione tentata da un solo attore o da un piccolo gruppo. Per un importatore brasiliano o un esportatore indonesiano pagare in dollari significa pagare nella moneta che la controparte accetta senza trattare.

Scendendo al livello dei singoli membri, il quadro si fa ancora più netto. L’India ha dichiarato a più riprese di non avere interesse a indebolire il dollaro: nel dicembre 2024 il ministro degli Esteri Subrahmanyam Jaishankar ricordava che gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale del Paese, e nell’estate 2025 il portavoce del ministero ribadiva che la de-dollarizzazione non rientra nell’agenda finanziaria indiana. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita mantengono le proprie valute ancorate al dollaro e fondano la propria sicurezza su un rapporto con Washington che nessun circuito di pagamento alternativo potrebbe compensare. Riyadh, del resto, continua a stare nel gruppo in una posizione ambigua: la presidenza indiana la elencava tra gli undici membri, ma a Nuova Delhi la delegazione saudita si è presentata con lo status di Paese invitato. Egitto ed Etiopia, che negli ultimi anni hanno negoziato programmi con il Fondo monetario e portano un debito estero in valuta forte, non possono permettersi di complicare il rapporto con i propri creditori. Il Brasile di Lula ha rilanciato più volte l’idea di una moneta commerciale comune, ma il suo sistema di punta, Pix, rimane un successo domestico.

Restano la Russia e l’Iran, per i quali l’uscita dal dollaro non è una scelta ma una necessità imposta dalle sanzioni, e la Cina, che ha un interesse reale all’internazionalizzazione dello yuan ma lo persegue attraverso infrastrutture proprie, a cominciare da CIPS, e senza rinunciare ai controlli sui capitali che limitano l’attrattiva della sua moneta come riserva. Anche per chi ha le motivazioni più forti, tuttavia, il regolamento in valute locali ha mostrato limiti precisi. L’esperienza russo-indiana è istruttiva. Il forte aumento delle importazioni indiane di petrolio russo dopo il 2022 ha lasciato Mosca con ingenti saldi in rupie difficili da impiegare, un problema che lo stesso Sergej Lavrov ammise pubblicamente nel maggio 2023. Quando gli scambi sono squilibrati, la moneta del Paese in disavanzo si accumula presso il Paese in avanzo, e il dollaro torna a essere la via d’uscita più semplice.

A questi incentivi si somma il costo esplicito di una rottura. Donald Trump ha minacciato dazi del 100% contro i Paesi BRICS che sostenessero una moneta alternativa al dollaro e, dopo il vertice di Rio del 2025, un dazio aggiuntivo del 10% per chi si allineasse alle politiche del gruppo da lui definite antiamericane. Alla vigilia di Nuova Delhi l’economista di Natixis Alicia García-Herrero prevedeva che i leader avrebbero discusso di pagamenti transfrontalieri senza tentare di sostituire il dollaro. È andata esattamente così.

Una scelta politica

Si arriva così al punto centrale. Un sistema di pagamento non è un’infrastruttura neutrale. Susan Strange collocava la struttura finanziaria, cioè il controllo sul credito e sui canali attraverso cui circola, tra le quattro fonti del potere strutturale nell’economia politica internazionale. Gli Stati che controllano i nodi centrali delle reti economiche globali, di cui SWIFT è l’esempio canonico, possano trasformarli in strumenti di coercizione, sfruttandone sia la funzione di osservatorio sia la capacità di esclusione. È proprio questa esperienza, culminata nell’esclusione delle principali banche russe da SWIFT nel 2022, ad aver dato slancio politico al progetto BRICS.

La stessa lezione, però, vale all’interno del gruppo. Chi costruisce una rete alternativa deve stabilire dove si trovano i nodi, chi ne gestisce i dati, quale diritto regola le controversie, chi fornisce liquidità nei momenti di tensione e come si compensano i saldi tra economie in avanzo e in disavanzo. Ognuna di queste decisioni redistribuisce potere. Per l’India un sistema imperniato su CIPS significherebbe sostituire una dipendenza da Washington con una dipendenza da Pechino, cioè da un rivale con cui condivide una frontiera contesa. Per gli Emirati collegarsi a un circuito in cui transita l’Iran vorrebbe dire esporsi al rischio di sanzioni secondarie, proprio mentre i due Paesi escono da una guerra vissuta su fronti opposti. Il problema non è la tecnologia: le componenti nazionali esistono e funzionano. Manca un accordo su chi governa l’insieme.

La storia monetaria del Novecento offre due riferimenti utili. Il primo è la proposta keynesiana di una International Clearing Union, presentata dal Tesoro britannico nel 1943, che affrontava esattamente il nodo degli squilibri persistenti imponendo oneri simmetrici ai Paesi in avanzo e a quelli in disavanzo. Un BRICS Pay che volesse andare oltre la messaggistica avrebbe bisogno di un meccanismo analogo di compensazione multilaterale, e dunque di regole capaci di vincolare anche la Cina, principale creditore commerciale del gruppo. Il secondo riferimento è la tesi di Charles Kindleberger sulla stabilità del sistema internazionale come bene pubblico, che richiede un attore disposto a sostenerne i costi. Nell’ordine del dollaro quel ruolo è svolto, con tutti gli abusi che ne derivano, dagli Stati Uniti. Nel partenariato BRICS l’unico candidato plausibile è la Cina, e gli altri membri non intendono riconoscerle quella funzione. Qui sta il dilemma costitutivo di un ordine monetario multipolare: moltiplica i poli, ma lascia vacante il posto di chi garantisce il sistema.

A ciò si aggiunge la fragilità istituzionale. Il gruppo opera senza un segretariato permanente, con presidenze annuali a rotazione che affidano la continuità dei dossier tecnici alla volontà del Paese di turno. L’allargamento ha accresciuto l’eterogeneità degli interessi senza dotare il partenariato di strumenti decisionali più robusti. Un sistema di pagamento unificato richiederebbe un trattato, o almeno un accordo vincolante di governance, mentre l’iniziativa sui pagamenti transfrontalieri è, per esplicita scelta dei firmatari, volontaria e non vincolante. Finché questa asimmetria tra ambizione e forma giuridica non sarà sciolta, BRICS Pay resterà ciò che è oggi: un marchio politico sovrapposto a un insieme di corridoi bilaterali. La stabilità del partenariato non è dunque una condizione accessoria del progetto. Ne è il presupposto.

Verso la presidenza cinese del 2027

Con il passaggio della presidenza alla Cina per il 2027, l’orizzonte di valutazione più utile è quello dei prossimi diciotto-ventiquattro mesi. Le valutazioni che seguono poggiano su evidenze di qualità moderata, costituite in larga parte dai testi ufficiali e dalla stampa economica internazionale.

Lo scenario che considero altamente probabile è quello di un mosaico bilaterale. Crescono i corridoi già avviati, come quelli tra India ed Emirati e tra India e Russia, mentre l’architettura comune resta allo stadio di studio. Il commercio in valute locali aumenta in termini assoluti, ma la quota del dollaro negli scambi intra-BRICS si riduce solo in misura marginale.

Uno scenario alternativo, cui attribuisco una probabilità moderata, prevede che la presidenza cinese usi il 2027 per promuovere un nucleo a geometria variabile, costruito attorno a CIPS e SPFS, con l’adesione di Russia, Iran e di alcuni Paesi partner. Il marchio BRICS Pay verrebbe formalmente attivato, ma per una parte soltanto del gruppo e con ogni probabilità senza l’India. Sarebbe un risultato politicamente spendibile per Pechino e Mosca, ma renderebbe esplicita la frattura che oggi il linguaggio delle dichiarazioni riesce ancora a coprire.

L’entrata in funzione, entro il 2028, di un sistema unificato e operativo per tutti i membri resta invece altamente improbabile.

Gli indicatori da seguire sono pochi e concreti: la pubblicazione del rapporto tecnico accolto a Rio; l’eventuale firma di un accordo vincolante sulla governance dei pagamenti; la creazione di un meccanismo multilaterale di compensazione o di linee di swap dedicate, magari affidate alla Nuova Banca di Sviluppo; la posizione indiana su un collegamento con CIPS; la formalizzazione, o il definitivo abbandono, della membership saudita. Un comunicato che parli di «lancio» senza alcuno di questi elementi andrà letto per ciò che è, un annuncio.

Il multipolarismo ha finora prodotto soprattutto una pluralità di opzioni nazionali, utili a ciascun Paese per ridurre l’esposizione alle sanzioni e per negoziare da posizioni migliori con Washington. Trasformare queste opzioni in un sistema richiede un partenariato che riconosca un interesse comune più forte delle rivalità interne. Quel partenariato è ancora in evoluzione, e BRICS Pay ne seguirà i tempi, non il contrario.

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Il Partito Vatan verso il congresso per una Turchia pienamente multipolare

L’Impero ottomano e in minor misura seppur ugualmente lo stato turco fondato da Mustafà Kemal, detto Atatürk, ovvero padre dei turchi, era ed è una nazione formata da molti popoli, ma non cosmopolita, bensì polietnica, la turchicità e la lingua turca ne rappresentavano e ne rappresentano la sintesi

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La società polietnica turca, come spiega il professor Şükrü Hanioğlu[1], non è una società multietnica in senso occidentale, ogni comunità etnica e ogni gruppo linguistico, pur connotata da una forte identità sociale e culturale, è estranea al multiculturalismo tutto confondente di matrice anglo – statunitense, così come allo stesso modo è priva di una dimensione nazionalistica, essendo l’appartenenza alla nazione turca parte dell’identità.

La turchicità e la lingua turca dunque si sostanziano come collante di una pluralità etnica, linguistica e religiosa che ha tutto l’interesse a coltivare la propria specificità e a perpetuarsi, pur dentro la cornice della nazione turca.

Questa peculiare forma di plurime identità, etniche ma non nazionali e ancor meno nazionaliste, è stata in parte trasformata nel corso della seconda metà del Novecento dall’introduzione dall’esterno, leggasi ingerenza statunitense, dentro alcune comunità, massimamente quella curda, di un nazionalismo funzionale a propagandare il separatismo etnico, in ultima istanza una risorsa dell’imperialismo in funzione di contenimento delle spinte di autonomia e sovranità della Turchia, tuttavia la recente scelta dei separatisti curdi di deporre le armi e rientrare nell’alveo della comunità nazionale turca, accettando di porsi sul piano della democrazia politica, rappresenta un’ulteriore vittoria della Turchia, intesa ad assolvere un fondamentale ruolo nella costruzione del nuovo ordine mondiale multipolare e sempre meno legata agli interessi euro – atlantici, anche in ragione del sempre più acceso confronto con l’entità statuale sionista, che rischia, per colpa di Tel Aviv, di degenerare in un pericolosissimo conflitto armato dagli imprevedibili sviluppi tanto per l’Asia Occidentale, quanto per il Mediterraneo.

La storia della civiltà turca si dipana dai tempi del sovrano turco Osman figlio di Ertuğrul, diventato sultano di un impero che aveva in Bursa la sua capitale e da lui prenderà il nome di ottomano, il tutto, siamo nel 1299, mentre Dante Alighieri ancora fa politica a Firenze.

Osman è seguito dal figlio Orhan, dal nipote Murad, in successiva continuità con Bayezid, detto Ylderim, ovvero il Fulmine, sebbene sconfitto da Timur e Lan, ovvero Tamerlano, quindi Mehmet I e infine Murad II. Tutti e sei questi primi sultani riposano a Bursa, cuore anatolico anche della Turchia moderna, ospitati in “turbe”, ovvero mausolei, di incomparabile bellezza artistica e architettonica islamica.

La svolta più significativa avviene con Mehmet II Fatih, figlio di Murad II e settimo sovrano, detto appunto il Conquistatore, che riposa a Istanbul – Costantinopoli, avendola conquistata e avendone fatto il cuore di un impero che per diversi secoli ha rappresentato una assoluta potenza presente su tre continenti.

Da poco più di un secolo la Turchia è una repubblica kemalista, ovvero orientata al coinvolgimento popolare delle lavoratrici e dei lavoratori nei destini della nazione, con una profonda tradizione di autentica emancipazione femminile.

Il partito patriottico Vatan, guidato dal marxista Doğu Perinçek, un pragmatico rivoluzionario capace nella sua lunga militanza di poter vantare profonde e durature amicizie con Mao Ze Dong, Deng Xiaoping e Kim Il Sung, si avvia a tenere ai primi di gennaio 2027 il suo prossimo congresso e ha nel frattempo pubblicato le tesi congressuali, come sempre di grande rilevanza e di profondo interesse.

Nel complesso nelle tesi per l’imminente 17° Congresso, pubblicate nel numero di TEORİ rivista teorica del Partito di settembre 2026, Vatan ribadisce la sua adesione al socialismo scientifico e al marxismo, intensi non dogmaticamente, ma creativamente, alla ricerca di una sintesi teorica originale.

Il congresso intenderà ovviamente procedere al rafforzamento organizzativo interno e al radicamento sul territorio, forte di una avanguardia militante di quadri politicamente consapevoli e ben formati, non disdegnando tuttavia una attenta valutazione delle forze in campo a partire dal ritorno al kemalismo e all’antimperialismo del CHP, ovvero il socialdemocratico Partito Popolare Repubblicano, il quale, ora guidato da Kemal Kılıçdaroğlu, intende ripristinare, abbandonando le derive atlantiste degli ultimi anni, la centralità del patriottismo repubblicano e l’impegno per l’uguaglianza dei cittadini, con un intervento riequilibratore dello stato.

Al proposito Vatan rilancia la necessità di politiche sociali, proponendo il blocco triennale degli affitti e l’istituzione di un tribunale speciale contro la corruzione, con processi rapidissimi e confisca dei beni dei corrotti.

Vatan si propone di elaborare una legge esplicita per vietare le organizzazioni e la propaganda LGBT, intese non come strumenti di salvaguardia dei diritti individuali, che il Partito rispetta e non discute, ma come pesante strumento eterodiretto di intromissione atlantista nelle scelte della Turchia, oltreché come uno strumento di alienazione naturale dei generi biologici e di frantumazione della famiglia, cellula fondamentale di resistenza della nazione lavoratrice.

Il Partito dichiara inoltre di combattere, oltre all’ideologia LGBT, il cosmopolitismo e il femminismo di matrice neoliberale.

Le tesi ammoniscono altresì che l’avanguardia rappresenta pur sempre una minoranza ed è dunque chiamata a non isolarsi dalle masse, altrimenti tenderebbe inevitabilmente a trasformarsi in una struttura di potere separata.

Vatan riconosce nell’Eurasia e in particolare nell’alleanza strutturata tra Turchia, Russia, Cina e Iran il cuore della costruzione del nuovo ordine mondiale multipolare. Viene formulata una critica radicale all’eurocentrismo del XIX e del XX secolo, accusato di aver intrappolato la sinistra occidentale in una pesante autoreferenzialità che le impedisce di capire la nuova fase storica e l’avvento del multipolarismo.

Le tesi congressuali criticano duramente la cosiddetta “coscienza di sinistra”, sia nella sua versione liberal e genderista di matrice compromissoria, socialdemocratica e in ultima analisi atlantista, sia nella sua versione massimalista e spesso violenta, definita “rozza e settaria”, ispirata a un ribellismo controproducente e in ultima istanza prossimo a un atteggiamento che intende imporre la dittatura di una minoranza sulla maggioranza della popolazione. Piuttosto il socialismo scientifico invita a ripensare ed agire nel solco della “coscienza dei lavoratori”, fondata sui valori morali popolari di onestà, solidarietà, rispetto del lavoro altrui e giustizia sociale.

La dimensione dell’umanità – nel duplice significato di insieme degli esseri umani e modalità di relazione – assurge a categoria del socialismo scientifico e viene richiamata in aperta contrapposizione rispetto alla precarizzazione, alla mercificazione, all’iper – individualismo in cui sono schiacciati gli esseri umani, non solo in Turchia, ma in tutte le nazioni a regime capitalistico.

Il Partito integra nel materialismo storico una lettura assolutamente innovativa delle nuove tecnologie. Si teorizza che lo sviluppo della robotica e dell’Intelligenza Artificiale non rappresenti una minaccia per il proletariato, ma la precondizione tecnica reale per la sua piena ed effettiva liberazione.

Anzi con molte ragioni Vatan legge nello sviluppo scientifico e tecnologico, come la Cina Popolare dimostra, la possibilità per la prima volta nella storia dell’umanità di edificare una reale società dell’abbondanza, riducendo progressivamente la necessità del lavoro manuale alienato e ponendo le basi materiali per l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Il Partito celebra anche l’origine della sua storia politica, quando tra la fine degli anni ‘60 e gli albori degli anni ‘70 il movimento Aydınlık, antesignano del Partito e oggi nome del pregevole settimanale edito dallo stesso, ha assunto una posizione, unica nel panorama turco, di critica del sistema sovietico, in posizione filo – cinese.

Tuttavia questo riannodare i fili del tempo non è frutto di un’esigenza meramente celebrativa, ma intende piuttosto riannodare il passato per guardare al presente.

Intanto il Partito ha sempre interpretato il tragico esaurirsi del campo sovietico non come il fallimento del socialismo scientifico, ma come la conferma empirica delle tesi storiche da lungo tempo espresse dalla dirigenza guidata da Doğu Perinçek, confermando come la degenerazione burocratica e il revisionismo moderno, iniziati dopo la scomparsa di Iosif Stalin dai suoi successori, abbiano inevitabilmente portato al collasso dello stato socialista e alla paurosa perdita delle conquiste popolari.

Per altro, mentre i sovietici dichiaravano prematuramente di aver realizzato il “comunismo”, cercando malamente di nascondere gli enormi limiti della loro esperienza, la Cina piuttosto non ha statalizzato forzatamente ogni aspetto della società ma, promuovendo un’economia pianificata e mista in cui la proprietà statale e quella privata coesistono, ha evitato l’ipertrofia burocratica che ha contributo alla fine dell’esperienza sovietica.

Infatti in Cina ancor oggi si lotta contro le disuguaglianze, applicando misure concrete per contrastare i processi di stratificazione in classi all’interno dello stato e della società.

Tutt’altro discorso e tutt’altra analisi conduce dunque, con molte ragioni, Vatan rispetto al cammino intrapreso in questo ultimo mezzo secolo dalla Cina Popolare, in cui nel solco di Deng Xiaoping e oggi di Xi Jinping i comunisti si sono affermati non come un “Partito-Stato” oppressivo, perché non hanno usurpato il potere dei lavoratori, ma hanno agito come nucleo dirigente di un autentico “potere popolare” in cui la dialettica tra avanguardia e masse rimane aperta, vitale e orientata verso il socialismo, senza disdegnare il fondamentale vincolo marxiano di sviluppo delle forze produttive e di accrescimento del benessere dei cittadini, con fondamentali elementi di ridistribuzione rispetto alle necessità infrastrutturali della nazione cinese e al diritto inalienabile in una società socialista a casa, scuola, istruzione, cultura, salute e lavoro, possibili solo in un quadro di eccezionale primato economico, scientifico e tecnologico, con ricadute immediatamente messe al servizio della cittadinanza.

[1] Si rimanda al suo pregevole “Breve storia del tardo impero ottomano” (in Italia edito da Sellerio) per ogni approfondimento legato alla polietnicità dell’identità turca.

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77 anni della Repubblica Popolare Cinese: sovranità, sviluppo e un nuovo equilibrio mondiale

Nel settantasettesimo anniversario della Repubblica Popolare, la trasformazione cinese appare inseparabile dai mutamenti dell’ordine globale. Economia, tecnologia, transizione energetica e diplomazia fanno oggi di Pechino un attore indispensabile nell’avanzata di un sistema internazionale più multipolare.

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Il 1º ottobre 1949, Mao Zedong proclamava a Pechino la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Quella data segnò il ritorno della Cina sulla scena mondiale come soggetto sovrano, dopo un lungo periodo caratterizzato dalle aggressioni coloniali, dall’occupazione giapponese, dal dominio dei signori della guerra e dalla guerra civile.

Il nuovo Stato ereditava un Paese prevalentemente rurale, impoverito e scarsamente industrializzato, con infrastrutture limitate, bassi livelli di alfabetizzazione e un sistema sanitario incapace di raggiungere gran parte della popolazione. Il risultato politico decisivo della rivoluzione fu la ricostruzione di un potere statale in grado di difendere l’indipendenza nazionale, mobilitare risorse, pianificare lo sviluppo e impedire che il territorio cinese tornasse a essere spartito tra potenze straniere.

Il percorso successivo non fu lineare né privo di errori, traumi e pesanti costi sociali. Le diverse fasi attraversate dalla Repubblica Popolare devono essere analizzate senza rimuovere le contraddizioni prodotte dalle campagne politiche, dalle rigidità ideologiche e dalle trasformazioni economiche. Tuttavia, osservata nella sua durata storica, l’esperienza cinese rappresenta una delle più profonde trasformazioni economiche, sociali e istituzionali dell’età contemporanea.

In settantasette anni, la Cina è passata dalla condizione di Paese periferico, sottoposto alle pressioni delle potenze imperiali, a quella di principale centro manifatturiero mondiale, seconda economia del pianeta (prima a parità di potere d’acquisto) e protagonista della competizione tecnologica, energetica e diplomatica globale. Questo cambiamento non riguarda soltanto la popolazione cinese: ha modificato la distribuzione internazionale del potere e contribuito a rendere irreversibile la transizione da un ordine occidentale unipolare a una struttura mondiale più plurale.

Lo sviluppo come fondamento della sovranità

Uno dei risultati più rilevanti ottenuti dalla Repubblica Popolare riguarda la riduzione della povertà. Secondo la Banca Mondiale, negli ultimi quattro decenni quasi 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema in Cina, rappresentando oltre il 75 per cento della riduzione globale registrata nello stesso periodo. Si tratta di un risultato senza precedenti nella storia del genere umano per dimensioni, rapidità e continuità.

Questa trasformazione non può essere spiegata come il semplice prodotto dell’apertura al mercato. Come noto, le riforme avviate alla fine degli anni Settanta integrarono gradualmente meccanismi concorrenziali, investimenti stranieri e commercio internazionale all’interno di una strategia diretta dallo Stato. Tuttavia, Pechino mantenne il controllo politico della liberalizzazione, preservò un ruolo centrale per le imprese pubbliche nei settori strategici e utilizzò la pianificazione per orientare infrastrutture, credito, formazione e sviluppo industriale.

La formula cinese non corrisponde quindi né al modello sovietico classico né al laissez-faire neoliberista. In Cina, il mercato è stato impiegato come strumento dello sviluppo nazionale, senza diventare l’autorità sovrana cui subordinare l’intera società. La presenza di un apparato pubblico capace di coordinare investimenti di lungo periodo ha permesso di realizzare reti ferroviarie, porti, centrali energetiche, città industriali, università e sistemi digitali in tempi difficilmente compatibili con la frammentazione decisionale delle economie occidentali.

Nel 2025, il prodotto interno lordo cinese ha superato i 140.000 miliardi di yuan, crescendo del 5 per cento. Nel primo semestre del 2026 l’economia ha registrato un’ulteriore espansione del 4,7 per cento, mentre la manifattura avanzata, l’economia digitale e i servizi moderni hanno fornito oltre il 40 per cento della crescita.

Allo stesso tempo, la Cina continua ad affrontare problemi strutturali rilevanti. La crisi del settore immobiliare, l’indebitamento di alcune amministrazioni locali, l’invecchiamento demografico, le difficoltà occupazionali dei giovani, le disparità territoriali e l’esigenza di rafforzare i consumi interni rappresentano le principali sfide per i prossimi anni. Il XV Piano quinquennale per il periodo 2026-2030 assume perciò un’importanza particolare: la priorità non è più soltanto accrescere quantitativamente la produzione, ma migliorare la qualità dello sviluppo, la sicurezza sociale, l’autonomia tecnologica e la sostenibilità ambientale.

La capacità cinese di affrontare queste contraddizioni determinerà non soltanto il futuro del Paese, ma anche una parte considerevole degli equilibri economici mondiali.

Un’economia centrale nel sistema internazionale

La centralità internazionale della Cina deriva anzitutto dal suo peso materiale. Secondo il Fondo monetario internazionale, infatti, l’economia cinese continua a fornire circa il 30 per cento della crescita globale. I dati dell’Organizzazione mondiale del commercio indicano inoltre che la Cina rimane il maggiore esportatore mondiale di merci, con esportazioni per circa 3.580 miliardi di dollari nel 2024.

Questi numeri spiegano perché le strategie occidentali di decoupling o di riduzione selettiva dei rapporti economici con Pechino incontrino limiti evidenti. La Cina, del resto, non rappresenta più soltanto un mercato di grandi dimensioni o una piattaforma di assemblaggio a basso costo. È ormai un centro completo di produzione industriale, ricerca, logistica, finanza, consumo e innovazione.

Le imprese cinesi occupano posizioni determinanti nelle filiere delle batterie, dei pannelli fotovoltaici, delle telecomunicazioni, dei veicoli elettrici, della cantieristica navale, dei macchinari industriali e dell’elettronica. Interrompere artificialmente questi collegamenti significherebbe aumentare i costi per imprese e consumatori, rallentare la transizione energetica e frammentare ulteriormente un’economia mondiale già sottoposta alle pressioni delle guerre, delle sanzioni e del protezionismo.

La retorica occidentale sulla «sovraccapacità» cinese tende spesso a trasformare la perdita di competitività industriale degli Stati Uniti e dell’Europa in un’accusa rivolta alla capacità produttiva di Pechino. L’applicazione di dazi punitivi e restrizioni tecnologiche non corregge gli squilibri strutturali delle economie occidentali; serve soprattutto a rinviare il confronto con decenni di deindustrializzazione e finanziarizzazione.

Una potenza decisiva per la transizione energetica

La trasformazione della Cina è particolarmente evidente nel settore energetico. Alla fine del 2025, la capacità cinese installata da fonti rinnovabili aveva superato 1.800 gigawatt, rappresentando oltre il 60 per cento della capacità complessiva di generazione elettrica del Paese. Nel settembre 2026, la capacità fotovoltaica installata ha superato quella delle centrali a carbone, mentre l’industria cinese forniva oltre l’80 per cento dei moduli fotovoltaici e circa il 70 per cento delle apparecchiature eoliche prodotte nel mondo.

La Cina rimane allo stesso tempo il maggiore emettitore mondiale di anidride carbonica e continua a dipendere in misura significativa dal carbone. Tuttavia, nessuna politica climatica globale può essere credibile senza il contributo cinese. È proprio la scala produttiva raggiunta dalle imprese del Paese ad aver ridotto il costo di pannelli solari, batterie e veicoli elettrici, rendendo tali tecnologie accessibili anche alle economie che non potrebbero sostenere i prezzi imposti da una produzione limitata ai Paesi occidentali.

Per molti Stati dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, la cooperazione con la Cina consente di elettrificare territori, costruire reti di trasporto e ridurre la dipendenza dai combustibili importati. Le restrizioni occidentali contro i prodotti verdi cinesi, presentate come strumenti di sicurezza economica, rischiano dunque di entrare in conflitto con gli stessi obiettivi climatici proclamati dai governi che le adottano.

Un attore protagonista nella costruzione del multipolarismo

Il peso della Cina non si misura esclusivamente attraverso il prodotto interno lordo o le esportazioni. Pechino è diventata uno dei principali centri di aggregazione del Sud globale, contribuendo allo sviluppo di organismi e piattaforme come i BRICS, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e la Nuova Via della Seta, denominata internazionalmente come Belt and Road Initiative.

Questi strumenti non costituiscono un blocco ideologico omogeneo né un’alleanza militare contrapposta all’Occidente. Esprimono piuttosto la richiesta, condivisa da numerosi Paesi, di disporre di maggiori possibilità di finanziamento, commercio e cooperazione senza essere costretti ad accettare subordinazioni politiche, programmi di austerità o allineamenti strategici automatici.

L’importanza della Cina risiede anche nella capacità di ampliare il margine di scelta dei suoi interlocutori. La disponibilità di investimenti, infrastrutture, tecnologie e mercati alternativi riduce il potere monopolistico esercitato per decenni dalle istituzioni finanziarie occidentali. Di conseguenza, la rappresentazione della cooperazione cinese come una generica «trappola del debito» non regge di fronte alla varietà delle esperienze concrete e spesso serve a difendere il predominio di creditori concorrenti.

Un sostenitore del ruolo delle Nazioni Unite e della sicurezza globale

La Repubblica Popolare è un membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il secondo maggiore finanziatore delle operazioni di pace e il principale fornitore di caschi blu tra i cinque membri permanenti. In oltre trent’anni ha inviato decine di migliaia di militari, poliziotti e specialisti nelle missioni delle Nazioni Unite.

Questa presenza riflette una concezione della sicurezza internazionale fondata sulla sovranità degli Stati, sulla centralità dell’ONU e sulla soluzione politica dei conflitti. L’approccio cinese non è privo di interessi nazionali, come del resto non lo è quello di nessuna grande potenza. La differenza principale rispetto agli Stati Uniti consiste nel fatto che Pechino non dispone di una rete planetaria di alleanze militari e basi paragonabile a quella costruita da Washington, né ha fatto delle operazioni di cambio di regime lo strumento ordinario della propria politica estera.

Dall’Ucraina al Medio Oriente, dalla penisola coreana alle tensioni nel Mar Cinese Meridionale, nessuna soluzione stabile può ormai essere elaborata prescindendo dalla Cina. Pechino non possiede da sola la capacità di risolvere queste crisi, ma dispone del peso diplomatico, economico e politico necessario per favorire negoziati, ridurre le escalation e contrastare il ricorso sistematico alle sanzioni unilaterali.

Anche la recente visita di Stato di Xi Jinping negli Stati Uniti ha confermato questa nuova realtà. L’impegno di Pechino e Washington a costruire una relazione di «stabilità strategica costruttiva», mantenendo il dialogo su commercio e intelligenza artificiale, non elimina la competizione tra le due potenze. Dimostra però che nemmeno gli Stati Uniti possono gestire le principali sfide mondiali senza riconoscere la Cina come interlocutore di pari rilevanza.

La questione di Taiwan rimane il punto più pericoloso del rapporto bilaterale. Per Pechino, la riunificazione nazionale e l’integrità territoriale costituiscono principi non negoziabili; per Washington, i rapporti con Taipei continuano a rappresentare uno strumento della competizione strategica. Trasformare l’isola in una leva permanente di contenimento militare significa aumentare il rischio di uno scontro dalle conseguenze globali. Per queste ragioni, la stabilità richiede prudenza, rispetto del principio di una sola Cina e rinuncia a utilizzare le aspirazioni separatiste come strumento geopolitico.

Un anniversario che riguarda il mondo

Il settantasettesimo anniversario della Repubblica Popolare Cinese non celebra un percorso concluso. La modernizzazione del Paese deve ancora misurarsi con contraddizioni economiche, sociali, ambientali e demografiche complesse. La capacità di migliorare la distribuzione della ricchezza, rafforzare i servizi pubblici, sostenere l’occupazione e rendere più equilibrato il rapporto tra sviluppo e ambiente sarà decisiva per la stabilità futura.

L’importanza globale della Cina non deriva quindi dalla pretesa di rappresentare un modello perfetto. Risiede nel fatto che l’esperienza cinese ha infranto il monopolio occidentale sulla definizione della modernità. Ha dimostrato che un Paese precedentemente colonizzato e impoverito può industrializzarsi, acquisire autonomia tecnologica e migliorare le condizioni di vita della propria popolazione senza rinunciare alla sovranità politica né adottare integralmente le prescrizioni neoliberiste.

L’esperienza della Repubblica Popolare non può essere esportata meccanicamente, perché nasce da condizioni storiche e culturali specifiche. Essa, tuttavia, offre una lezione generale: lo sviluppo non è il risultato automatico del mercato, bensì di istituzioni capaci di pianificare, investire, formare competenze e subordinare gli interessi privati agli obiettivi collettivi.

A settantasette anni dalla sua fondazione, la Cina è ormai una componente indispensabile di qualsiasi ordine internazionale realistico. La pace, la stabilità finanziaria, la transizione energetica, la regolamentazione dell’intelligenza artificiale e lo sviluppo del Sud globale dipenderanno in misura sempre crescente dalla sua partecipazione.

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The Spirit of Shanghai: A review of the SCO’s first 25 years

From the Shanghai Spirit to the Bishkek Declaration, the security-first organization prioritizes pragmatism over ideology.

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Security first

The recent summit of the Shanghai Cooperation Organization (SCO), held in Bishkek, marked the 25th anniversary of the founding of what, in the landscape of international institutions, represents a particularly interesting case study. Born from the ashes of Soviet-Chinese confidence-building measures and transformed into a full-fledged organization in 2001, the SCO has spent a quarter-century consolidating an institutional framework that now functions effectively: annual meetings of the Council of Heads of State, regular interministerial meetings, and day-to-day cooperation that is developing along increasingly complex lines.

However, this anniversary offers an opportunity for reflection that goes beyond mere celebration. The question that emerges most forcefully is: what role do values play within the SCO? And how does this value-based dimension relate to the seemingly more pragmatic dimension of security and functional cooperation? An analysis of the founding documents and subsequent declarations reveals a complex trajectory that deserves in-depth examination.

From its very inception, the SCO has made security cooperation one of its top priorities. This choice is no accident: the organization’s prehistory is rooted in Soviet-Chinese confidence-building measures, both regarding border issues and broader aspects of mutual security. The “Shanghai Five,” an informal group that preceded the SCO’s official establishment, found its primary unifying force precisely in the management of security issues and the building of trust among its members.

This original specialization has had lasting consequences. Even as the SCO has expanded its scope over the years to encompass increasingly diverse sectors, security has remained the linchpin around which the entire organizational architecture has developed. In a sense, as the analysis astutely notes, the SCO can still be defined as a specialized international organization focused on a single primary priority, despite its evolution toward more comprehensive forms of cooperation.

The comparison with the BRICS – a genuinely all-encompassing cooperative framework operating across a wide range of fields – is particularly illuminating. While the BRICS have developed an increasingly sophisticated values-based platform over time, with declarations that devote considerable space to issues of common and shared values, the SCO has maintained a more markedly operational approach that is less rhetorical on the values front.

The SCO Charter: Principles without values

A particularly significant finding emerges from an analysis of the SCO’s founding document. The Charter, signed on June 7, 2002, and which entered into force on September 19, 2003, makes no mention whatsoever of the term “values.” Instead, we find a dedicated article – Article 2 – significantly titled “Principles.” It is on these principles that the SCO bases its activities.

These principles include: mutual respect for sovereignty, independence, territorial integrity, and the inviolability of state borders; non-aggression; non-interference in internal affairs; non-use of force in international relations; equality of all member states; peaceful resolution of disputes among member states; and the SCO’s non-targeting of other states. A particularly revealing principle is that of the phased implementation of joint actions in areas of common interest.

This last principle – that of “phased implementation” – goes a long way toward explaining how the SCO operates and the expectations, sometimes excessive, that surround its activities. The disappointment that sometimes accompanies assessments of the organization – the notion that “nothing happens beyond the summits,” which circulates in certain circles – finds its explanation precisely in this principle. This is not a flaw, but a deliberate and foundational choice: to proceed step by step, consolidate the results achieved, and avoid missteps.

The absence of the term “values” from the SCO Charter is perfectly understandable and in no way diminishes the level of mutual trust among member states. It is worth noting that, even in the case of the BRICS, the term “values” was not an immediate feature of the final declarations, becoming firmly established only starting in the mid-2010s. Before then, the term used to characterize the internal cohesion of the BRICS was, among others, precisely “principles,” just as it is for the SCO.

The Historical context and evolution of the vocabulary of values

In 2002, the term “values” was not yet as politically fashionable as it is today, and was used rather rarely in the documents of the major non-Western countries. At that time, in these countries – including Russia – the word “values” was more often invoked in political discourse in a negative sense, as “values imposed by the West,” and thus as something that required resistance.

The realization that this is a game that can be played by two sides, and that to effectively strengthen solidarity among non-Western countries it was necessary to formulate their own platform of shared values, came much later. And the work to ensure that non-Western values are perceived as understandable, attractive, and at the same time not trivial – not simply in the style of “we are for all good things and against all bad things” – continues to this day, with mixed results.

This delay in developing an explicit value framework does not, however, mean that the SCO lacks an axiological dimension. On the contrary, it exists, but it is expressed through categories different from those of the Western value lexicon: “principles” and, above all, “spirit.”

A chronologically significant finding emerges from a comparative analysis of SCO and BRICS documents: with regard to one particular term – and its substantive relevance – the SCO was significantly ahead of the BRICS. This term is “spirit.”

In the declarations of the annual BRICS summits, the term “BRICS spirit” and its constituent elements first appeared during the Chinese presidency in 2017. The “spirit” then disappeared from BRICS documents for several years. The term returned in 2022, once again during the Chinese presidency. But subsequently, in all the BRICS summit declarations from 2023–25 – whose initial drafts were prepared by other countries – the term “BRICS spirit” was consistently present.

In the case of the SCO, however, the term “spirit” appeared in the very first declaration following the Shanghai summit on June 15, 2001, when the “Shanghai Five” – which had previously existed as an informal grouping – was transformed into a full-fledged international organization. In this declaration, the “Shanghai Spirit” was mentioned as a separate point, characterized by mutual trust, mutual benefit, equality, mutual consultation, respect for cultural diversity, and the aspiration for shared development.

It is clear that the term “spirit” has its roots, first and foremost, in contemporary Chinese political tradition, since it first appeared in documents from years when the summits were held in China. This is, in a sense, a distinctly Chinese feature. That said, the term “spirit,” though not immediately, eventually became firmly established in BRICS declarations; and in the case of the SCO, a year later, in 2002, when the summit was held not in China but in St. Petersburg, the term “spirit” was included in the preamble to the SCO Charter.

In the Charter, however, the epithet “Shanghai” disappeared in relation to the spirit; there, reference is made simply to the “spirit of mutual trust, mutual benefit, equality, mutual consultation, respect for cultural diversity, and the aspiration for shared development.”

The civilizational approach and its evolution

Of particular relevance to today’s political ideology is the civilizational approach reflected in the 2001 Shanghai Declaration. It specifically noted “mutual respect and mutual trust among states belonging to different civilizations and bearing different cultural traditions.” A year later, however, the mention of civilizations disappeared from the preamble to the SCO Charter.

This shift – the appearance and disappearance of civilizational terminology – is significant. On the one hand, it reflects China’s sensitivity to issues of cultural identity and diversity; on the other, it demonstrates the caution of other members in adopting language that might be perceived as too overtly ideological or potentially divisive.

If we examine the preamble to the current Bishkek Declaration of the SCO Council of Heads of State dated September 1, 2026, we find that it emphasizes the “firm commitment to the objectives and principles enshrined in the SCO Charter, as well as to the further strengthening of good-neighborliness, friendship, and effective multilateral cooperation.” Furthermore, this declaration once again uses the very term “Shanghai Spirit,” which is embodied in the principles set forth in the preamble to the SCO Charter.

It is clear that, since the constituent elements of this SCO spirit are enshrined in the legal text of the Charter, their wording remains unshakable even twenty-five years later. Herein lies the difference between the spirit of the SCO and the spirit of the BRICS, where, year after year, various elements of this spirit are added or removed by the countries holding the presidency, depending on their national particularities. And the definition of the spirit of the BRICS turns out to be, every year, at least slightly different.

In the case of the SCO, however, it is significant that the epithet “Shanghai” has returned – an epithet that, unlike the spirit itself, is not legally enshrined. This return signals a political will to reclaim the organization’s original legacy, at a time when competition among powers over the definition of global values is becoming increasingly intense.

How significant is this anniversary?

If we re-examine the SCO summit declarations step by step, we find significant variations in how the values dimension is addressed. The particular emphasis placed in the Bishkek Declaration on the SCO’s commitment to the Shanghai Spirit and the SCO’s principles is not typical of other summit declarations in recent years.

For example, in the declarations following “non-anniversary” summits, the preamble is practically absent, and the description of the international situation and security challenges begins right from the start. In the declarations issued in Astana in 2024, in Delhi in 2023, and in Moscow in 2020, neither the “Shanghai Spirit” nor simply the “spirit” is mentioned (although the Moscow declaration does contain the term “SCO space”). In the declarations issued in Tianjin in 2025 (naturally), in Samarkand in 2022, and in Bishkek in 2019, there is a mention of the “Shanghai Spirit,” but it is placed not at the beginning of the text but deep within the first section.

It is clear that the specific character of the current declaration stems from its anniversary nature; the declaration issued in Dushanbe for the previous anniversary – the 20th, in 2021 – was structured in exactly the same way, with a lengthy preamble mentioning the Shanghai Spirit and the commitment to the principles. This is highly significant: anniversaries provide an opportunity for a more explicit affirmation of the organization’s value-based identity, whereas at regular summits a more pragmatic approach focused on current issues prevails.

India’s contribution and the “4 M” perspective

In this context, India’s perspective on the SCO is of particular interest. India’s initiatives within the Shanghai Cooperation Organization have focused on economic issues, reflecting its desire to build economic cooperation with Central Asian states in order to improve its regional standing and strengthen multilateralism.

According to Anil Trigunayat, the SCO can undoubtedly contribute to regional collaboration by adhering to the “4 M” principle: members must embrace Mutual Respect, Mutual Interest, Mutual Sensitivity, and Mutual Benefit so that the group can emerge stronger and more relevant.

This formulation is significant because it shows how, from India’s perspective, the SCO’s value dimension lies not so much in an explicit ideological platform as in a set of operational principles that guide day-to-day cooperation. India, with its tradition of nonalignment and its sensitivity to national sovereignty, naturally feels at home in an organization that prioritizes principles over values and avoids imposing a common ideological vision.

Toward a prosperous future

An analysis of the SCO’s value dimension twenty-five years after its founding reveals a complex and nuanced picture. On the one hand, the organization has never developed an explicit value platform comparable to that of the BRICS or other cooperative structures. On the other hand, it possesses a solid foundation of principles, enshrined in the Charter, and a “spirit” that, while not defined in terms of values, serves as a powerful unifying force for identity.

This configuration is no accident but reflects the organization’s history and nature. Founded as a tool for building trust in security matters, the SCO has prioritized the practicality of operational principles over the abstract nature of value-based declarations. Its functional specialization, its institutionalized character, and the principle of gradual implementation have helped keep the organization grounded in a pragmatic approach, avoiding the ideological drifts that sometimes characterize other international forums.

However, the return of the “Shanghai Spirit” in the Bishkek Declaration, issued on the occasion of the 25th anniversary, signals a growing awareness of the importance of identity and values. In an era of increasingly intense global competition, in which the definition of the values and principles that should guide the international order is itself a matter of contention, the SCO finds itself having to balance its traditional caution with the need to assert its identity more clearly.

A terminological analysis of the texts – and of the value frameworks they reflect – is but one piece of the much broader picture of practical cooperation among SCO member states achieved over the past twenty-five years. But it is a significant piece, because it reveals how an organization founded for security purposes has gradually become a laboratory for developing a common language, shared principles, and a collective spirit. And in a world where the battle to define global values is bound to intensify, this laboratory could prove to be more important than it appears at first glance.

The challenge for the SCO over the next twenty-five years will be to preserve its distinctive character – the practicality of its principles, the gradual nature of its actions, and the centrality of security – without neglecting to develop a worldview that, while not ideological, is capable of attracting and uniting. This is no easy task, but one that the organization has demonstrated, over these first twenty-five years, it can successfully tackle.

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NVIDIA RTX PRO 5500: la nuova frontiera della guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina

La possibile autorizzazione cinese all’acquisto delle nuove GPU NVIDIA RTX PRO 5500 rivela le contraddizioni della competizione tecnologica globale: Washington limita l’accesso ai semiconduttori avanzati, mentre Pechino combina autosufficienza nazionale e acquisizione selettiva di tecnologie straniere.

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La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina non riguarda più soltanto i grandi acceleratori installati nei giganteschi data center dedicati all’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Il confronto si sta infatti estendendo a una categoria solo apparentemente meno strategica: le GPU professionali destinate alle workstation, alle simulazioni industriali, alla ricerca scientifica, alla produzione audiovisiva e all’esecuzione locale di modelli linguistici. Infatti, la recente comparsa della NVIDIA RTX PRO 5500 basata sull’architettura Blackwell mostra quanto sia ormai difficile tracciare una linea netta tra una scheda grafica professionale e una componente dell’infrastruttura geopolitica dell’intelligenza artificiale.

Proprio in questi giorni, il governo cinese starebbe valutando la possibilità di autorizzare alcune grandi imprese nazionali, tra cui Alibaba e ByteDance, ad acquistare la nuova RTX PRO 5500. Secondo fonti internazionali, il Ministero dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione avrebbe chiesto alle società interessate di indicare il numero di unità richieste e gli impieghi previsti. Allo stesso tempo, va ricordato che, negli ultimi anni, la Repubblica Popolare Cinese ha intensificato la sostituzione delle tecnologie straniere nelle infrastrutture pubbliche e nei settori considerati strategici. L’eventuale autorizzazione non rappresenterebbe quindi un abbandono della politica di autosufficienza, bensì l’applicazione di una strategia più flessibile: sostenere lo sviluppo delle alternative nazionali e, contemporaneamente, acquisire prodotti stranieri quando questi possono soddisfare esigenze immediate che l’industria interna non riesce ancora a coprire completamente.

La RTX PRO 5500, del resto, non è una normale scheda destinata al gaming. Secondo le specifiche preliminari, NVIDIA la presenta come una GPU professionale costruita sull’architettura Blackwell, dotata di 84 gigabyte di memoria GDDR7 con codice di correzione degli errori, una larghezza di banda di 1.398 gigabyte al secondo e un consumo massimo dichiarato di 600 watt. La scheda è progettata anche per l’installazione in workstation montate su rack, che possono essere centralizzate, condivise e integrate nelle infrastrutture aziendali. NVIDIA ne indica l’utilizzo per l’inferenza di grandi modelli linguistici, l’intelligenza artificiale generativa, gli agenti autonomi, la visione artificiale, il calcolo scientifico, la simulazione industriale e la produzione video.

Proprio queste caratteristiche rendono politicamente ambigua la categoria della workstation. Una singola RTX PRO 5500 può infatti essere utilizzata da un progettista, da un ricercatore universitario o da uno studio cinematografico, ma può anche essere collocata in un sistema centralizzato e suddivisa in istanze isolate per servire più utenti. Non possiede necessariamente le medesime capacità di interconnessione e di addestramento su larga scala degli acceleratori più avanzati destinati ai grandi data center, ma non può più neppure essere considerata soltanto una periferica grafica.

L’evoluzione dell’intelligenza artificiale ha infatti ridotto la distanza tra le diverse categorie di processori. Addestramento, inferenza, simulazione e produzione di dati sintetici si sovrappongono sempre più frequentemente: una GPU professionale dotata di una quantità elevata di memoria può ospitare localmente modelli che in precedenza richiedevano infrastrutture remote; può inoltre essere impiegata per progettare robot, simulare impianti produttivi, sviluppare gemelli digitali industriali o elaborare informazioni sensibili senza trasferirle sul cloud. La capacità di svolgere localmente questi compiti ha conseguenze non soltanto economiche, ma anche militari, industriali e scientifiche.

Facendo un passo indietro, a partire dal 2022, Washington ha progressivamente limitato la vendita alla Cina dei processori più avanzati e degli strumenti necessari per produrli. La giustificazione ufficiale fa riferimento alla sicurezza nazionale e alla possibilità che le tecnologie per l’intelligenza artificiale vengano impiegate per scopi militari. Tuttavia, l’ampliamento continuo delle restrizioni mostra come l’obiettivo statunitense non sia limitato a impedire la fornitura di singoli sistemi d’arma, ma riguardi più generalmente la capacità cinese di sviluppare infrastrutture di calcolo competitivo.

La politica statunitense non segue, tuttavia, una linea completamente uniforme. Nel gennaio 2026, il Bureau of Industry and Security del Dipartimento del Commercio ha introdotto la possibilità di esaminare caso per caso le richieste di licenza relative alla vendita in Cina di processori come NVIDIA H200 e AMD MI325X, purché vengano rispettate determinate condizioni di sicurezza. Nel maggio successivo, lo stesso organismo ha ribadito che le restrizioni sui dispositivi più avanzati possono applicarsi anche alle società controllate da gruppi cinesi e registrate in Paesi terzi.

Washington cerca dunque di conciliare due esigenze potenzialmente contraddittorie. Da una parte intende rallentare lo sviluppo cinese nei settori considerati strategici; dall’altra vuole evitare che la completa esclusione delle imprese statunitensi dal mercato cinese favorisca definitivamente i produttori locali. Una politica di interdizione assoluta, infatti, potrebbe ridurre nel breve periodo la disponibilità di processori avanzati in Cina, ma priverebbe NVIDIA e le altre imprese statunitensi di ricavi, rapporti commerciali e capacità di condizionare gli standard tecnologici utilizzati nel più grande mercato industriale del mondo.

La produzione di versioni modificate per rispettare i limiti normativi rappresenta il tentativo delle imprese statunitensi di muoversi all’interno di questa contraddizione. Le caratteristiche dei processori, dunque, non vengono più determinate soltanto dalla domanda commerciale o dalle possibilità dell’ingegneria, ma anche dalle soglie fissate dai regolatori. Potenza di calcolo, velocità di interconnessione e larghezza di banda della memoria diventano così variabili geopolitiche. La normativa contribuisce indirettamente alla progettazione dell’hardware, mentre le imprese cercano di collocare nuovi prodotti appena al di sotto dei parametri che farebbero scattare l’obbligo di licenza o il divieto di esportazione.

Secondo le informazioni finora disponibili, alcuni dirigenti del settore ritengono che la RTX PRO 5500 potrebbe non rientrare nelle restrizioni statunitensi attualmente applicate ai processori più avanzati. Inoltre, la possibilità giuridica di esportare il prodotto non garantisce automaticamente la sua accettazione sul mercato cinese. La stessa NVIDIA, infatti, ha osservato che le imprese statunitensi si trovano oggi strette tra quelli che un suo portavoce ha definito controlli statunitensi «obsoleti» e le limitazioni adottate dalla stessa Cina sull’impiego di tecnologie straniere.

Dal punto di vista cinese, autorizzare acquisti selettivi da NVIDIA non significherebbe rinunciare all’indipendenza tecnologica. La strategia di Pechino, del resto, si sviluppa su una scala temporale diversa da quella delle esigenze commerciali delle singole imprese. Alibaba, ByteDance e altri gruppi necessitano immediatamente di capacità di calcolo per competere nel settore dell’intelligenza artificiale; lo sviluppo di una filiera nazionale completa richiede invece investimenti pluriennali nella progettazione, nella produzione, nelle memorie, nei sistemi di interconnessione e soprattutto nel software. Si tratta, dunque, di due obiettivi complementari.

Il vantaggio di NVIDIA, infatti, non risiede esclusivamente nelle prestazioni dei suoi processori. Intorno alle GPU dell’impresa statunitense si è formato un vasto ecosistema basato su CUDA, sulle librerie specializzate e sugli strumenti utilizzati da ricercatori e sviluppatori. Sostituire una scheda significa quindi spesso modificare programmi, procedure di lavoro, competenze professionali e intere infrastrutture. È una forma di dipendenza meno visibile rispetto alla disponibilità materiale dei semiconduttori, ma altrettanto importante.

La Cina sta cercando di rispondere anche a questa dimensione del problema. Huawei, in particolare, sta sviluppando l’ecosistema Ascend e punta a compensare le difficoltà nella produzione dei singoli processori attraverso l’integrazione di numerose unità in sistemi di grandi dimensioni. Nel settembre 2026 l’impresa ha presentato nuove architetture basate su SuperPoD e SuperCluster, sottolineando il ruolo dell’interconnessione, della memoria condivisa e dell’integrazione tra processori, reti e sistemi di gestione.

Anche Alibaba sta seguendo una strada parallela. Nel corso della conferenza Apsara del settembre 2026, il gruppo ha presentato il processore Zhenwu V900 come parte di una strategia che comprende modelli, infrastrutture cloud, processori e strumenti per gli sviluppatori. L’obiettivo non consiste più soltanto nel produrre un sostituto di un determinato componente NVIDIA, ma nel costruire un sistema completo capace di ridurre la dipendenza dall’ecosistema tecnologico statunitense.

Questa evoluzione è coerente con gli indirizzi del XV Piano Quinquennale cinese per il periodo 2026-2030. I documenti programmatici, infatti, indicano i circuiti integrati, l’intelligenza artificiale, il software di base e le infrastrutture di calcolo tra i settori nei quali ottenere avanzamenti decisivi. Allo stesso tempo, Pechino continua a presentare l’autonomia tecnologica e la cooperazione internazionale come obiettivi compatibili, non necessariamente alternativi. Nel luglio 2026, la Cina ha inoltre pubblicato un piano per la cooperazione internazionale sull’intelligenza artificiale, comprendente potenza di calcolo, dati, formazione, standard, governance ed etica.

Di conseguenza, l’apparente contraddizione tra l’acquisto di processori NVIDIA e il sostegno ai produttori nazionali scompare se si considera l’autosufficienza come un processo e non come una condizione immediata. Pechino può utilizzare prodotti stranieri nel breve periodo, assimilarne le possibilità applicative e garantire continuità alle proprie imprese, mentre sviluppa un’infrastruttura alternativa nel medio e lungo termine. Al contrario, un divieto generalizzato delle tecnologie statunitensi potrebbe danneggiare le aziende cinesi proprio nella fase in cui devono accumulare esperienza, formare tecnici e finanziare la transizione verso piattaforme nazionali.

Anche i controlli statunitensi producono quindi risultati ambivalenti. Da un lato, essi possono rallentare l’accesso cinese ai processori più avanzati e aumentare i costi della costruzione di grandi infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Dall’altro, sono però riusciti a interrompere la ricerca cinese né a impedire lo sviluppo di modelli competitivi. Hanno invece incentivato gli investimenti nei semiconduttori nazionali, nelle tecniche di ottimizzazione e nelle architetture capaci di aggregare processori meno potenti. La pressione esterna diventa così, almeno in parte, un acceleratore della politica cinese di autosufficienza.

La vicenda della RTX PRO 5500, infine, interessa anche i Paesi del Sud globale. Se Washington estende la propria capacità di controllo ai clienti finali, alle filiali estere e alle infrastrutture situate in Stati terzi, l’accesso alla potenza di calcolo rischia di essere organizzato secondo una gerarchia politica. Università, imprese e governi potrebbero dipendere non soltanto dalla disponibilità economica dei processori, ma anche dalla collocazione geopolitica del proprio Paese e dalle relazioni con gli Stati Uniti. La competizione tra piattaforme statunitensi e cinesi può aprire nuove possibilità di diversificazione, ma può anche produrre ecosistemi incompatibili e nuove forme di dipendenza tecnologica.

La RTX PRO 5500 rappresenta dunque molto più di un nuovo prodotto commerciale. Essa mostra come una GPU destinata formalmente alle applicazioni professionali possa diventare oggetto di negoziazione tra governi, strumento della politica industriale e indicatore dello stato dei rapporti tra Washington e Pechino. Nel frattempo, la distinzione tradizionale tra tecnologia civile e strategica si fa sempre meno netta, perché gli stessi processori possono essere impiegati nella ricerca medica, nella progettazione industriale, nella robotica, nella simulazione militare o nell’elaborazione di grandi quantità di dati.

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