❌

Reading view

Prima del mito, il sogno: la storia di Rocky sul grande schermo. Applausi alla Festa del Cinema di Roma

Applausi scroscianti in ogni sala: I Play Rocky ha conquistato il pubblico della 21ª Festa del Cinema di Roma, dove è presentato nella sezione Grand Public. E certamente, quando uscirà nelle sale italiane il 31 dicembre, sarà il pubblico a decretarne il successo popolare. Perché di questo si tratta: un film che, agganciandosi al mito di Rocky, ne ripercorre la genesi e la trasforma in un’epopea dal sapore vintage, squisitamente divertente.

Tra i titoli finora visti alla kermesse capitolina, I Play Rocky è, insieme a Elsinore e in attesa di The Debut, uno dei film che hanno le carte in regola per affacciarsi all’imminente stagione dei premi, che culminerà con gli Oscar. Difficilmente, infatti, l’Academy resterà indifferente alla superlativa prova di Anthony Ippolito, quasi un clone di Sylvester Stallone, tanto fisicamente quanto nella tenacia. Ma tutto questo appartiene al futuro.

Il dato presente è che, dopo la presentazione al Festival di Toronto, I Play Rocky di Peter Farrelly, questa volta senza il fratello Bobby, è già un piccolo meta-cult. Il film celebra i cinquant’anni dell’iconica pellicola premiata con tre Oscar e ne prolunga il mito senza retorica né enfasi, concentrandosi sugli aspetti più intimi, esistenziali e antropologici della nota vicenda del giovane newyorkese Sylvester Stallone, allora un underdog in cerca della propria occasione.

Partendo dalla brillante sceneggiatura di Peter Gamble e avvalendosi della consulenza dello stesso attore e sceneggiatore, oggi ottantenne, Farrelly riesce a restituire un racconto in sintonia con il leggendario originale per tono e look indipendente, pur adottando un registro comico decisamente diverso dall’epica drammaticità che pervade il film sceneggiato e interpretato da Stallone.

Il fulcro di I Play Rocky è racchiuso proprio nella frase scelta come titolo: “Io recito Rocky”, mentre il titolo italiano previsto per l’uscita sarà Rocky sono io. Una dichiarazione che sottolinea la reale ostinazione di Sylvester Stallone, capace di rifiutare offerte assai generose pur di non cedere il suo magico copione e rinunciare a interpretarlo. Un “gran rifiuto” che sfidava la povertà in cui lui e la moglie Sasha versavano, mentre erano in attesa del loro primo figlio. Eppure fu proprio quella scelta la chiave vincente per entrare nel mito.

In definitiva, poco importa che il pubblico conosca già il lieto fine. Ciò che brilla nel film di Farrelly è il ritmo, insieme alla forza della commedia sociale e umana e a un percorso a ostacoli che parla al presente, in una Hollywood spesso ostile ai sogni fuori dagli schemi. Già, perché I Play Rocky è anche un film sul fare cinema con un budget ridotto, capace di dialogare con la contemporaneità, in cui la crisi sociale e la ferocia dello show business appaiono sempre più evidenti. Ma i sognatori caparbi e tenaci come rocce non smetteranno mai di nascere, esistere e vincere. Del resto, la dedica pronunciata da Stallone agli Oscar del 1977 è rimasta leggendaria e conserva tutta la sua attualità: “A tutti i Rocky del mondo, vi amo!”.

Apparentato a I Play Rocky soltanto per lo spirito di endurance incarnato dal protagonista, il documentario polacco Closure di Michal Marczak, in concorso nella sezione Progressive Cinema, racconta la tenace ricerca di un figlio scomparso da parte di suo padre.

Il regista ha seguito con la videocamera gli eventi successivi alla probabile scomparsa nelle acque della Vistola del sedicenne Krzysztof “Chris” Dymiński, un fatto di cronaca che ha scosso l’intera Polonia. Lirico nel suo farsi elegia funebre e meditazione su una perdita ancora senza risposte, Closure accompagna una famiglia che non ha smesso di cercare Chris e amplia la vicenda fino a farne una riflessione universale sul dolore provocato dalla scomparsa di una persona cara, tanto più insopportabile quando si tratta di un figlio. Un padre che non si dà pace e sperimenta ogni strumento possibile per setacciare il grande fiume, una madre che ogni sera attende il ritorno del figlio: una storia emozionante che, lentamente, trascina lo spettatore dentro il dolore di questi genitori, rendendolo partecipe di un’attesa sospesa tra speranza e disperazione.

L'articolo Prima del mito, il sogno: la storia di Rocky sul grande schermo. Applausi alla Festa del Cinema di Roma proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Dal flop-capolavoro di Tom Cruise al nuovo Ragione e Sentimento: i film da vedere ora

Si può misurare il valore di un film esclusivamente dal suo incasso? Commercialmente è di sicuro un indicatore fondamentale, ma guai, in ogni caso, considerarlo l’unico. Ci sono film altamente preziosi per contributo artistico e pregnanza dei messaggi, che però vengono snobbati dal pubblico, quindi esclusi da grandi incassi. Prendiamo Digger, che purtroppo è entrato a far parte di questo controverso pantheon. Flopparono, in ordine sparso, anche cult e capolavori storici come Fight Club, Il Mago di Oz, Le Ali della Libertà, La Cosa, Blade Runner e Citizen Kane. Il flop del momento diretto dal Premio Oscar Alejandro González Iñárritu, prodotto con 125 milioni di dollari, finora ne ha incassati solo 41 mln, risultato matematicamente tragico, sì, ma c’è di più.

Con la vicenda del petroliere miliardario artefice del disastro ambientale definitivo a coronamento dei cambiamenti climatici, Tom Cruise offre la sua performance più ricca e sublime, e insieme al Presidente Usa fittizio e gravemente ammalato di John Goodman sarà probabilmente in lizza agli Oscar 2027. A parte cast luminoso su carta e perfetto in scena, il regista utilizza uno schema da metateatro che parte dal suo Birdman e va su lungo un’iperbole narrativa che fino al culmine non smette di puntarci il dito. Digger ci dice in maniera sobria e spietata che il disastro è una nostra responsabilità. Colpa di certe élite di potere economico e politico, ma anche nostra perché negli anni abbiamo sorseggiato qualsiasi frottola. Film urticante anche per le coscienze di tanti critici. Non a caso l’ascesa di Digger, audace vecchietto gattaro più egoista di uno Scrooge, cavalca la sua “bomba” come uno Stranamore di Kubrik, e ascende come un Kane di Welles. Ma questo nuovo riccone sventola l’antica pala del nonno per fare la morale sullo scavare per il petrolio, con l’ipocrisia del suo nomignolo Digger (scavatore in inglese). Paradossale l’insuccesso economico del film rientra in un periodo storico oggettivamente preoccupante dove anche il popolo si spaventa, e il pubblico latita perché forse di moniti da aggiungere alla propria paura non ne vuol sentire. Audacemente controversa e tragicamente autorionica la realtà di fatto: il film è di un messicano, mentre lo interpreta da mattatore assoluto un illustre statunitense che fa parte di una setta. Viva il Maestro Iñárritu, viva Digger e viva pure l’Arte di Cruise!

Tornando in Italia c’è un’altra opera controversa e importante, anche per l’ottimo cast. L’estranea di Paolo Strippoli ha un ritmo e una struttura narrativa decisamente horror. Ma non è esattamente questo. Chiamamola un non-horror questa crescente tragedia famigliare che vede una ricca madre di famiglia ricattata da una donna luciferina in vari momenti difficilissimi. Ricorda per tensione e temperatura il primo Omen e Rosemary’s Baby. Grazie a una sapiente opera di comunicazione è stato spinto come drammatico, perché l’horror in Italia è sempre considerato di serie B, ma in fondo è servito a renderlo rappresentante italiano per la corsa alla nomination Oscar per il Miglior film straniero. Strada ancora lunghissima che forse sarebbe stata più adatta a Gioia mia di Margherita Spampinato. Ma conta poco. Il nuovo lavoro dell’autore barese ci distende su un’ascesa nel Male attraverso tentazioni di vita o di morte. Ha il bell’ardire di soppesare continuamente la nostra anima con quella della madre ricattata – una matura Jasmine Trinca – da una Valeria Bruni Tedeschi inedita, sottilmente diabolica, come l’insospettabile Bene ricercato nel danno minore. L’estranea, come Digger, è uno di quei film che fanno parlare e discutere a fine visione.

Con Primetime invece scendiamo negli inferi morali di una tivù americana sfacciata e a caccia di spettacolarità senza freno. Dietro alla morale dello smascherare predatori sessuali pedofili in diretta televisiva, il giornalista senza scrupoli di Robert Pattinson divora odiens e tappe in carriera, ma il prezzo da pagare per l’ambizione sarà sorprendente e altissimo. Qui in reference potrebbe aiutarvi Nightcrawler, ma il viaggio tra i riflettori più oscuri del successo televisivo ordito da Lance Oppenheim e prodotto da A24 graffia subdolo quanto i suoi personaggi, mostrandoci nuovi nessi perversi tra predatori e giustizieri. Istant movie feroce e sfidante.

Prima dell’ultimo titolo alleggeriamo in ironia il nostro cammino, stavolta, con il film bonus Street Fighter, di Kitao Sakurai. Ennesima messa in scena cineamatografica del celebre videogioco del 1987, ma forse stavolta si è imbroccata la strada giusta. Siam sempre sul livello di un “film di menare”, si dice in gergo nerd, quindi non aspettatevi illuminazioni particolari. I personaggi delle primissime versioni dei videogame originali prendono vita in una storia organica e sensata, seppur sviluppata con troppi dialoghi deliranti e anabolizzati di testosterone da far sorridere, ma fa parte di questo gioco. Soprattutto può essere nostalgico amarcord per gli ex-ragazzi oggi quarantenni e cinquantenni del pubblico, che quel gioco lo conobbero bene fuori casa tra sale giochi in lire e gettoni, e al computer di fronte alla televisione catodica, caricandolo su cassetta. Forse suonerà come arabo per i lettori millenial, ma googolate pure. Intrattenimento scacciapensieri, coloratissimo e allegramente pacchiano e muscolare. Tra i protagonisti anche il rapper 50 Cent, nei panni di Mike, il simil-Tyson elettronico dei suoi anni più gloriosi.

Chiudiamo con uno sguardo a Ragione e Sentimento, altra ennesima versione da grande schermo, davvero pregiata e moderna nella sua rappresentazione del romanzo originale di Jane Austen. Riuscendo in un miracolo simile a quello del Piccole Donne di Greta Gerwig, l’opera seconda di Georgia Oakley aggiunge un pizzico di vibrazioni emotive tra le due donne complici e sorelle interpetate da Daisy Edgar-Jones e Esmé Creed-Miles. Di entrambe sentiremo parlare molto, perchè sono attrici prodigiose. Ma pure il resto del cast è monumentale nel lavoro fatto, insieme a una magnifica messa in scena che potremmo sentire nominata divere volte ai prossimi Oscar. Consigliatissimo anche agli uomini per capire meglio le signore. Esce in sala il 25 ottobre. #PEACE

L'articolo Dal flop-capolavoro di Tom Cruise al nuovo Ragione e Sentimento: i film da vedere ora proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌