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“Torneremo in piazza, ora siamo parte di qualcosa”: le voci dei giovani di Milano. “Prima di sabato nessuno parlava di noi”

Le vetrine distrutte, gli scontri, le cariche. Delle due giornate di manifestazione a Milano, il 17 e 18 ottobre, sono rimaste soprattutto queste immagini. Gli scontri e i saccheggi erano cominciati già sabato. Domenica, però, molti ragazzi sono tornati in piazza, spinti dal passaparola e da una rabbia che non si era esaurita. Ma chi erano? Li abbiamo rintracciati a partire dai social, dove avevano pubblicato video e raccontato la loro partecipazione. Hanno tra i 12 e i 18 anni, vengono dalla periferia di Milano e dall’hinterland milanese e parlano di famiglie che non arrivano a fine mese, di discriminazioni e di un futuro che non sembra appartenergli. “Sembra che delle vetrine contino più di noi, del nostro futuro e delle parole che urliamo quando scendiamo in piazza. Cosa resta da fare per non essere più invisibili?”, chiedono.

Il futuro? “Non so neanche se ci sarà”

F. ha 16 anni, è italiano e vive con la famiglia in una casa popolare a Pero. Sabato è sceso in piazza per il carovita ed è rimasto fino alla fine. “Mio padre prima riusciva a darmi quei venti o trenta euro al mese, che erano già pochi per una città come Milano. Adesso non può più permetterselo. E mia madre, che fa le pulizie, sta perdendo una famiglia dopo l’altra”. A casa, racconta, basta una bolletta perché cominci la preoccupazione. “Vedi i tuoi genitori che fanno fatica anche per le cose più normali e ti chiedi che futuro puoi avere”. In manifestazione è andato con alcuni amici, anche loro alle prese con difficoltà simili. I genitori non volevano che finisse nei guai, ma lui si domanda come si possa essere ascoltati altrimenti. “Non sono sceso in piazza per spaccare tutto. Sono sceso perché sono stanco di vedere i miei genitori preoccuparsi per ogni spesa e di sentirmi dire che devo pensare al futuro, quando non so nemmeno se ci sarà“. Racconta di essere stato colpito ripetutamente dalla polizia, anche prima che cominciassero gli scontri: “La polizia ci ha manganellato solo perché per una volta ci stavamo facendo sentire”. La preoccupazione riguarda anche la scuola: F. frequenta un istituto tecnico e non vede nel percorso che sta facendo la promessa di un futuro migliore. “Sembra che ci stiano preparando soltanto per andare a lavorare in posti malpagati. Ma se uno vuole continuare a studiare, che possibilità ha?”.

“Lavorerò per non riuscire a vivere”

M. ha 18 anni, viene da una famiglia moldava ed è arrivato in Italia quando aveva due anni: vive a Gratosoglio, nella periferia milanese. Sta terminando le scuole superiori. Sabato ha seguito i video della protesta, domenica ha deciso di scendere in piazza. “Ma che futuro ci stanno dando? Sentiamo solo parlare di guerra, armi, sacrifici, sforzi. E noi? Ci era stato promesso che dopo lo studio avremmo avuto un futuro. Siamo stanchi, scendiamo anche in piazza per dire che non abbiamo più nulla da perdere”. I suoi genitori lavorano, ma faticano comunque ad arrivare a fine mese. M. non vuole ritrovarsi nella stessa condizione. “Che senso ha che andrò a lavorare per non riuscire a vivere?”.

“In piazza ti senti parte di qualcosa”

Y. ha 14 anni, è nato in Italia da una famiglia di origini egiziane e vive nell’hinterland milanese. È sceso in piazza dopo aver visto su TikTok i video di ragazzi che denunciavano l’assenza di prospettive e invitavano a manifestare. Ma le motivazioni, racconta, non erano tutte uguali. “Certo, una parte di noi è scesa anche per noia, per fare qualcosa di diverso dal solito stare nella piazzetta. Anch’io all’inizio ero andato per farmi un giro diverso e mettere qualche video online. Ma una volta lì ti senti parte di qualcosa e ti rendi conto che stanno parlando anche del tuo futuro e della tua vita”. Ammette che, una volta in mezzo alla folla, la tentazione di saccheggiare, come stavano facendo altri, è stata forte. “Non ho mai avuto nulla, solo vestiti delle bancarelle o che ci dà la Chiesa”. Alla fine ha scelto di non mettersi nei guai. Adesso ha paura del clima che si è creato, ma vorrebbe tornare in piazza. “Ho paura che, se smettiamo di andarci, nessuno si ricordi più di noi e dei nostri problemi”.

“Siamo solo all’inizio”

R. ha 17 anni, è nato e cresciuto in Italia, ha origini arabe e vive a San Siro. È sceso in piazza sia sabato sia domenica, spinto non solo dalla rabbia per il carovita, ma anche dalla stanchezza di sentirsi giudicato per le sue origini. All’inizio pensava che gli appelli circolati sui social sarebbero rimasti parole. Invece, una volta arrivato, ha trovato anche alcuni compagni di scuola. “Mi sono stancato di sentirmi dire ‘tornatene al tuo Paese’. Ma quale Paese? Io sono nato qui, sono cresciuto qui. Quando sento parlare di remigrazione mi chiedo dove dovrei andare. Questa è casa mia”. A scuola, racconta, anche il cognome basta a farlo sentire giudicato. Nelle strade del centro, invece, dice di sentirsi subito sotto controllo: “Appena andiamo nelle vie del centro siamo subito controllati dalla polizia. Sembra che appena diventiamo visibili siamo un disturbo”. È anche contro l’etichetta di “maranza” che R. se la prende , con una provocazione sarcastica: “Sono stanco di essere definito così. Perché devo avere un’etichetta? E se poi devo averla, perché vengo contestato se rubo e rompo le cose? Non è l’etichetta che mi avete dato?”. Poi torna a parlare della polizia. Racconta che sabato gli agenti avrebbero cominciato a chiudere le strade e che da lì la situazione sarebbe precipitata. Sostiene che la polizia abbia colpito per prima e racconta di essere stato a sua volta colpito in faccia e sulle gambe. Da quel momento racconta: “Se tu mi colpisci, perché io devo rimanere tranquillo?” . La rabbia, però, non si è esaurita con quelle due giornate. “Lavoriamo, paghiamo le tasse, ma quando abbiamo bisogno noi sembra che il problema non sia altrettanto importante”. Domenica è tornato in piazza anche per questo. “Se la risposta è che dobbiamo stare a casa e non farci vedere, allora non è cambiato niente. Siamo solo all’inizio, torneremo in piazza”.

F. torna a parlare di quello che, secondo lui, è rimasto fuori dal racconto delle due giornate. “Adesso si parla soltanto delle vetrine rotte, ma prima di sabato chi parlava di noi? Di quello che succede nelle nostre case, dei soldi che mancano, del futuro che non abbiamo? Finché non si parlerà dei problemi veri e del futuro che ci aspetta, saremo costretti a scendere in piazza. Non abbiamo nulla da perdere”.

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Milano, Mattarella: “Violenze inaccettabili, serve un’analisi approfondita”. Il Governo prepara la stretta: 500 militari in più in città

Le violenze che nel fine settimana hanno sconvolto il centro di Milano arrivano sul tavolo del Governo e provocano l’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Mentre Palazzo Chigi prepara un nuovo decreto sicurezza, con misure più severe contro i responsabili dei disordini e l’ipotesi di inviare altri 500 militari nel capoluogo lombardo, il capo dello Stato invita a non fermarsi alla sola risposta repressiva, ma ad approfondire le caratteristiche di un fenomeno che presenta elementi di novità rispetto al passato.

“Ogni violenza è inaccettabile”, ha affermato Mattarella, esprimendo solidarietà alle forze dell’ordine e sottolineando la necessità di “un’analisi intelligente e approfondita” di quanto accaduto. Il presidente ha richiamato l’attenzione sulle violenze che sembrano esplodere in maniera inattesa per mano di “soggetti inediti”, una circostanza che pone interrogativi sui quali, ha osservato, occorre riflettere sotto diversi profili.

Mattarella e gli scontri di Milano: “Soggetti inediti, bisogna riflettere”

Il riferimento è soprattutto alla composizione dei gruppi che hanno preso parte ai saccheggi e alle devastazioni di Milano, dove tra i protagonisti delle violenze sono emersi numerosi giovanissimi, anche minorenni, non necessariamente riconducibili alle tradizionali organizzazioni politiche antagoniste. Un elemento che distingue quanto accaduto nel weekend del 17 e 18 ottobre dalle manifestazioni violente del passato e che, secondo il Quirinale, richiede strumenti di interpretazione nuovi, oltre a un rafforzamento delle attività di prevenzione e controllo.

Le parole di Mattarella arrivano mentre sono in corso interlocuzioni tra Palazzo Chigi e il Colle sul decreto che l’esecutivo intende portare in Consiglio dei ministri martedì 20 ottobre. Il provvedimento è ancora al vaglio degli uffici legislativi, anche per valutare eventuali criticità di natura costituzionale.

Il Governo prepara il decreto sicurezza: fermo preventivo fino a 24 ore

La linea dell’esecutivo, emersa dal vertice sull’ordine pubblico presieduto dalla premier Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, è quella di una risposta immediata. “Lo Stato darà una risposta ferma” è il messaggio che sarebbe arrivato dalla riunione, alla quale hanno partecipato rappresentanti del Governo, vertici delle forze di polizia e dell’intelligence. Tra le misure allo studio figura l’estensione del fermo preventivo anche ai minorenni, con la possibilità di portarne la durata dalle attuali 12 ore fino a 24. Si valuta inoltre il ricorso all’arresto in flagranza differita per i responsabili di danneggiamenti commessi in gruppo e l’introduzione di ulteriori strumenti di prevenzione nei confronti delle persone considerate pericolose per l’ordine pubblico. Alcune delle disposizioni potrebbero essere recuperate dal disegno di legge sulla sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso luglio e attualmente all’esame del Senato.

A rivendicare la stretta è soprattutto la Lega. Il vicepremier Matteo Salvini ha parlato di una “vittoria della Lega”, mentre i sottosegretari Nicola Molteni e Andrea Ostellari hanno anticipato altri possibili contenuti del decreto: dal rafforzamento dell’avviso orale del questore all’introduzione del danneggiamento aggravato, fino all’arresto obbligatorio per i reati di devastazione durante le manifestazioni, con possibilità di arresto differito entro 48 ore. Su questi ultimi aspetti, tuttavia, sarà necessario verificare la formulazione definitiva delle norme, dal momento che alcuni degli strumenti annunciati sono già previsti dall’ordinamento.

Milano, in arrivo altri 500 militari. Crosetto: “Poteri di polizia per tre mesi”

Per Milano la principale novità potrebbe essere rappresentata dal rafforzamento dell’operazione Strade Sicure, con l’invio di ulteriori 500 militari a supporto delle forze dell’ordine. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha spiegato che il Governo sta lavorando anche a una modifica temporanea delle attribuzioni del personale impiegato sul territorio. “Abbiamo necessità che domani il Cdm approvi delle norme che consentano loro di poter agire come le forze di polizia, solo nel tempo necessario per dare supporto a Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza (cioè 3 mesi), di fronte a fenomeni come quelli cui abbiamo assistito”, ha scritto il ministro su X nella serata di lunedì. Non si tratterebbe dunque soltanto di aumentare la presenza dei militari nelle strade, ma di consentire loro, per un periodo limitato, di svolgere ulteriori funzioni operative a sostegno delle attività di sicurezza.

Nella definizione delle misure dedicate a Milano emerge anche il ruolo del sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, uno dei nomi al centro delle valutazioni del centrodestra per la candidatura a sindaco alle elezioni comunali del 2027. È stato lo stesso Crosetto a ringraziarlo pubblicamente per il lavoro svolto: “Il sottosegretario Perego da alcuni giorni sta lavorando con gli uffici legislativi del Ministero per consentire di poter aumentare i militari a supporto delle forze di polizia a Milano”. Un coinvolgimento che colloca Perego al centro di uno dei dossier più delicati per il capoluogo lombardo, proprio mentre la sicurezza torna a imporsi come tema prioritario del confronto politico cittadino.

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“Violenza è il manganello dello sbirro, in piazza ogni sabato”: il gruppo Telegram, le istruzioni ai novizi e le “ricette per il caos”

La prima regola del gruppo Telegram “Movimento 17 ottobre” è l’anonimato, assoluto. Il secondo comandamento è seguire le istruzioni, in caso di fermo e arresto, perché le “Ricette per il caos” possono condurre nelle mani degli agenti. Ad esempio, per bersagliare le multinazionali, si “possono mettere a segno una serie di tattiche diverse contro un determinato obiettivo in un giorno in cui ferve lo shopping”, dice il “manuale di resistenza urbana” pubblicato nel 2004, tra i primi documenti condivisi.

Le città mobilitate e il racconto dei saccheggi in stile Robin Hood

Dopo le violenze e le guerriglie urbane durante le manifestazioni contro il carovita, l’annuncio pubblicato sulla piattaforma tecnologica è chiaro e minaccioso per Giorgia Meloni: “Mobilitazione permanente ogni sabato. Fino alla caduta di questo governo ladro”. L’appuntamento nel fine settimana è alle 15, dopo la chiusura delle scuole a partire da Milano, in piazza Duomo. Ma anche piazza Nettuno a Bologna, piazza Castello a Torino, Circo Massimo a Roma, piazza Santa Maria Novella a Firenze, piazza Mazzini a Padova, piazza Umberto I a Bari e piazza De Ferrari a Genova.

Il biglietto da visita è consegnato alle forze dell’ordine: “Siamo quelli delle piazze. Quelli che vedono l’unica violenza nel manganello degli sbirri”, dice la descrizione della neonata pagina Instagram, invitando a unirsi al gruppo Telegram. Gli iscritti sono circa 250, sulla piattaforma di Pavel Durov, proprietario e fondatore inquisito in Francia. Almeno 30 sono online da stamattina, per scrivere post e ricevere istruzioni. E’ un gruppo privato, invisibile durante la ricerca su Telegram. Si accede solo con un link d’invito. Da fuori, ogni contenuto è blindato. Varcata la soglia d’ingresso, il messaggio arriva dritto al sodo: “I violenti siete voi che ci avete negato il futuro, ora quel futuro ce lo prendiamo”, si legge in un post. I gestori della pagina aggiungono: “Rigettiamo tutte le accuse al mittente. Violento è questo sistema che ci uccide”. Tra i pochi post campeggia un video. Si vedono alcuni ragazzi donare a un senzatetto il bottino del saccheggio nei negozi al centro di Milano. Il romanzo di un fuorilegge in versione Robin Hood, con venature marxiste: “Esproprio proletario”, la dicitura della clip.

“Filma la polizia e resta zitto”

Una sezione del gruppo è dedicata ai “materiali per lo studio”. Un manuale delle istruzioni per catechizzare i novizi in caso di fermo a arresto. Primo: “Non dire niente alla polizia”. Secondo: “Filma la polizia durante l’arresto e il loro comportamento durante il fermo”. Qualora un sodale di lotta finisca tra le mani degli agenti, “puoi tentare di liberarlo, passargli il contatto di un avvocato, o chiedere di gridare il suo nome e cognome per segnalarlo ad un legal team (se ne hai uno)”. In caso di ferimento, “chiedi assistenza medica (meglio se in piazza, che in commissariato, i medici della polizia non sono tuoi amici)”. Tacere è la regola d’oro: “Se ti arrestano, usa il tuo diritto a rimanere in silenzio e chiedi immediatamente l’assistenza legale. Non dire niente alla polizia, anche se loro ti dicono ‘è nel tuo interesse’, ogni cosa che dici può diventare una prova, non ci sono conversazioni amichevoli”. Il consiglio è stare zitti, con le forze dell’ordine, “molto meglio che rispondere selettivamente alle domande”. Dunque “non parlare e non firmare nulla prima di aver parlato con un avvocato”. Il monito è “non cadere nelle loro trappole psicologiche (hanno un addestramento apposito)”, sfruttando il “classico” salvagente: “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. La raccomandazione è “evitare di alzare il livello di tensione, cerca di mostrarti tranquillo”. L’invito è proseguire la battaglia anche dopo la piazza, restando vicino ai compagni detenuti: “Partecipa ad un sit-in di fronte ai luoghi della loro carcerazione. La solidarietà con le persone arrestate è parte della lotta. Non limitarti alla manifestazione”.

Le “regole di sicurezza” si fondano sull’anonimato online assoluto. Perché i gruppi sulla piattaforma sono privi della segretezza garantita dalla cifratura end-to-end. Dunque, “i messaggi stanno sui server di Telegram, che dal 2024 dichiara di poter fornire IP e numero di telefono alle autorità su richiesta legale”. Per restare nell’ombra, il gruppo esorta “subito” a cambiare le impostazioni della privacy, con una guida molto dettagliata: certo, sostituire il nome vero con uno “user name”. Ma anche molto altro.

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Milano, il bilancio della guerriglia in centro: 25 feriti, tra cui dieci agenti. Oltre 50 persone in Questura, la metà minorenni

È di 25 feriti trasportati in ospedale, tra cui dieci appartenenti alle forze dell’ordine, e oltre 50 persone accompagnate in Questura, circa la metà minorenni, il bilancio degli scontri che sabato 17 ottobre hanno sconvolto il centro di Milano. Una manifestazione inizialmente considerata poco preoccupante si è trasformata in ore di guerriglia urbana, con lanci di pietre, petardi e bombe carta, incendi, vetrine distrutte e negozi presi d’assalto. Solo intorno alle 21, con lo scioglimento del grosso del corteo, la situazione ha cominciato a tornare alla normalità. Secondo quanto comunicato da Areu, nessuna delle 25 persone soccorse e trasportate negli ospedali milanesi è in codice rosso. Undici feriti sono stati accompagnati al Niguarda, sei al Policlinico, cinque al Fatebenefratelli, due all’ospedale San Giuseppe e uno alla Clinica Città Studi.

Milano, dal corteo contro il caro vita agli scontri in piazza Duomo

La manifestazione era stata preannunciata alla Questura dal movimento “Italia in Piazza”, attivo nelle proteste contro il caro vita, e promossa soprattutto attraverso i social network, in particolare TikTok. A partecipare numerosi giovanissimi, molti dei quali di seconda generazione. Una parte dei manifestanti ha dato vita agli episodi di violenza che hanno interessato piazza Duomo e diverse strade limitrofe. Poche le bandiere presenti, tra cui alcune palestinesi, e un solo striscione con la scritta: “Se mi punti una pistola dopo che sono andato a ballare chi dei due è un criminale?”. Alcuni dei partecipanti agli scontri avevano il volto coperto da passamontagna.

La tensione è cresciuta rapidamente, con ripetuti confronti tra manifestanti e forze dell’ordine. Il dirigente di polizia Angelo De Simone è stato colpito alla testa da un sampietrino, riportando una ferita senza tuttavia abbandonare il servizio. Gli agenti sono stati bersagliati dal lancio di oggetti, mentre in diversi punti si sono verificati contatti ravvicinati con i gruppi più violenti. Per disperderli, la polizia ha fatto ricorso anche ai lacrimogeni e, successivamente, agli idranti.

Vetrine distrutte, saccheggi e incendi: i danni nel centro di Milano

Pesante il bilancio dei danneggiamenti. Diverse vetrine sono state infrante e il negozio Foot Locker è stato saccheggiato. Lungo le strade sono rimasti transenne divelte, vasi distrutti, cartelli e pali stradali danneggiati, oltre ai resti dei roghi appiccati durante gli scontri. In piazza Duomo le fiamme hanno interessato anche un bagno chimico collocato in un’area di cantiere.

Numerosi turisti presenti in centro hanno assistito alle scene di violenza: alcuni si sono allontanati per precauzione, mentre altri hanno continuato a filmare con gli smartphone. Durante gli interventi delle forze dell’ordine, diversi manifestanti hanno contestato i fermi, chiedendo agli agenti perché stessero ammanettando dei “ragazzini”. Sono stati temporaneamente chiusi anche gli accessi centrali della stazione della metropolitana Duomo, mentre quelli laterali sono rimasti aperti. Alcuni passeggeri in uscita hanno riferito di aver respirato il fumo dei lacrimogeni.

La rabbia dei poliziotti e i cittadini che ripuliscono le strade

Con il passare delle ore, mentre proseguivano gli ultimi scontri, è emersa anche la tensione accumulata dagli agenti impegnati nel contenimento dei manifestanti. Intorno alle 20, in via Mazzini, un dirigente della polizia si è rivolto ai giovani ancora presenti gridando: “Avete fatto feriti, devastazioni e altri reati, che altro volete fare?”. In serata, mentre il corteo si disperdeva, alcuni cittadini hanno cominciato spontaneamente a liberare le strade dai detriti e a ripulire le aree danneggiate. Un’iniziativa che ha richiamato alla memoria il “popolo delle spugnette”, mobilitatosi nel maggio 2015 dopo le devastazioni dei black bloc durante le proteste contro Expo. Non sono mancati i residenti che hanno urlato “Basta!” all’indirizzo dei gruppi ancora impegnati negli ultimi disordini.

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